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Ieri, 27 luglio 2014, l’ambasciatrice statunitense in Libia Deborah Jones, ha deciso l’evacuazione della sua ambasciata a Tripoli. Una lunga carovana di centinaia di mezzi sta trasportando documenti, armi e persone verso il confine con la Tunisia. Con questo esodo diplomatico si conclude una delle più maldestre operazioni di “polizia internazionale” degli ultimi decenni. Con l’alibi di sostenere la rivolta di Bengasi del febbraio 2011, l’ex presidente francese Sarkozy e il premier britannico Camerun riuscirono a trascinare gli Stati Uniti in un’operazione militare nella quale non erano previsti truppe sul terreno, ma operazione di intelligence, armi ai ribelli e soprattutto bombardamenti. A Sarkozy serviva in realtà un recupero di immagine, piuttosto appannata dal ciclone delle primavere arabe che aveva appena spazzato via il protetto Ben Alì in Tunisia. All’allegra brigata, che agì con copertura giuridica ONU, si aggiunse senza arte ne parte, l’Italia berlusconiana alleata indiscussa di Gheddafi fino a 5 minuti prima. Il resto è storia conosciuta, la caduta del regime del rais e la sua fine fisica, il riciclaggio dei suoi funzionari in improbabili governi di transizione, la balcanizzazione del paese e lo sbarco incontenibile dell’islamismo radicale. Oggi la Libia, così come l’abbiamo conosciuta, non esiste più, è solo un aggregato sulla mappa, un paese esploso. In questa nuova palude gli Stati Uniti avevano già perso il loro console generale a Bengasi Chris Stevens mettendo in seria crisi Hillary Clinton. Lo scenario che si apre per l’ex colonia italiana, importante fornitrice di gas del nostro paese, è di una nuova guerra intestina per il controllo di brandelli di territorio. Un territorio che però fa ancora gola. La Turchia di Erdogan conduce qui una politica spericolata, come a Gaza peraltro. Insieme al Qatar sono schierati con i movimenti islamisti radicali e ripagati da commesse miliardarie sugli idrocarburi locali. Arabia Saudita e gli Emirati del golfo sostengono invece, insieme agli egiziani, le forze anti-islamiste che si battono contro i Fratelli Musulmani e i radicali di El Sharia. L’Italia sta a guardare e non sa con chi schierarsi, mentre “alleggerisce” la sua presenza oggi rappresentata dalla sola ENI.

E’ il Grande Disordine che avanza e che continua a inghiottire paesi e popoli. E’ l’incapacità per chiunque di esercitare un qualsiasi ruolo di stabilizzatore internazionale. Sono i leader di basso profilo delle ex-potenze globali che non riescono nemmeno a tutelare i propri interessi. E’ la fine dell’illusione di un unilateralismo a stelle e strisce che avrebbe potuto sostituirsi al bipolarismo della Guerra Fredda. La Libia si aggiunge quindi al sempre più lungo elenco di paesi esplosi negli ultimi anni: Somalia, Afghanistan, Iraq, Siria, Sudan ai quali si aggiungono quelli che rischiano di esplodere, come l’Ucraina o il Libano, o quelli che si trascinano senza soluzione di continuità in confitti antichi come Israele e Palestina.

Davanti a questo scenario è chiaro che mancano le due condizioni primordiali perché si possa trovare la famosa “via politica” alla ricomposizione del quadro internazionale. La prima mancanza è quella delle istituzioni del diritto internazionale, sempre meno considerate e praticamente archiviate, la seconda quella della dialettica tra le  “potenze”, ormai ridotta a reciproci e squalidi tentativi di furto di segreti industriali. Si aprono invece vaste praterie per piccole forze irregolari, possiamo continuare pure a chiamarli “terroristi” ma sapendo però che questo termine non spiega nulla, anche se spesso ricche di risorse, che vogliano tentare il grande salto. Il fatto che gruppi di predoni farneticanti come quelli dell’ISIL sirio-iracheno o le tribù in arme libiche potessero aspirare, e forse riuscire, a controllare interi paesi, fino a poco tempo fa sarebbe stato pura fantapolitica. Oggi è invece possibile, e i famosi “poteri  forti” dell’economia mondiale (si legga petrolio e gas) se prima foraggiavano i Gheddafi o i Saddam Hussein, non hanno problemi oggi a foraggiare i tagliagole del califfato. La differenza sostanziale è che i primi garantivano uno Stato coeso che in ultima istanza partecipava al balletto delle nazioni. Queste bande che provano ad occupare il vuoto lasciato dai geniali strateghi occidentali, aldilà che sappiano cosa c’è oltre i confini dei loro territori, sono imprevedibili da tutti i punti di vista. La fine dell’equilibrio della Guerra Fredda in Medio Oriente rischia di ricacciare nel più buio medioevo intere società e categorie particolari, come le donne. La cartina di tornasole della cultura politica dell’islamismo salafita, oggi in veloce crescita sullo scenario mediorientale, è proprio la questione femminile. Le donne sono sempre state il bersaglio prediletto della cultura fascista, della quale i gruppi islamisti radicali in armi sono i novelli esponenti.

 

Alfredo Somoza

 

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Il discorso al Parlamento Europeo per l’insediamento del Semestre italiano. tenuto  dal Premier Renzi, presenta elementi di novità e tanti punti interrogativi. La premessa, condivisibile, “senza crescita non c’è futuro”, si scontra nello stesso discorso con il “noi vogliamo rispettare le regole”. E non perché un governo si possa permettere di non rispettare i patti sottoscritti: sarebbe un atto di grave irresponsabilità, autolesionistico e che porterebbe inevitabilmente all’isolamento. Ma la costatazione del fatto che non c’è stabilità senza crescita dovrebbe portare alla conclusione che gli Accordi vanno cambiati per garantire entrambe. Lo stesso Renzi in campagna elettorale definiva i parametri di Maastricht come “arcaici”, ed è una giusta definizione. Arcaici perché si riferiscono a un’altra era geologica. Nei primi anni ’90 l’economia mondiale si apprestava al grande balzo della globalizzazione delocalizzatrice, con la libera circolazione di merci e servizi, con gli USA a fare da locomotiva e i paesi di vecchia industrializzazione in posizione privilegiata. I paesi BRICS erano ancora ignari del loro futuro, la situazione geopolitica relativamente serena, la finanza relativamente sotto controllo e i livelli occupazionali buoni. Un decennio, quello dei ’90, di crescita economica ininterrotta con buoni margini per i paesi indebitati, all’epoca pochi, per intervenire su bilancio e debito sovrano. Lo scenario del 2014 è radicalmente cambiato, non si cresce se non col contagocce, la disoccupazione è aumentata, il debito è aumentato per tutti e il tavolo dei Grandi si è allargato. In questo contesto il parametro del rapporto tra debito e PIL al 60% (un dato totalmente arbitrario perché non esiste scienza economica che stabilisca un rapporto “ideale” se non quello che rende il debito sostenibile), il rapporto PIL-deficit al 3%, ma soprattutto l’impostazione totalmente conservativa sulle politiche monetarie e di bilancio, a tutela esclusivamente della stabilità dell’euro così come voluto dalla Germania, diventano trappola mortale.  Una trappola, quella del virtuosismo di bilancio anticiclico, cioè quando non è opportuno, dalla quale sono riusciti a liberarsi Usa, Giappone, Gran Bretagna, Cina. E cioè i paesi che stanno uscendo dalla crisi che rimane invece come dato strutturale nelle economie europee, soprattutto tra i i paesi mediterranei. In questo contesto la stilettata di Renzi contro la Germania, autorizzata a sforare nel 2003 dal Patto di Stabilità, resta uno scatto di orgoglio che strappa applausi, ma che nel medio periodo lascia il tempo che trova. Il problema non è ora il passato ma cosa si vorrà fare infuturo, e su questo la Germania e i Popolari con i quali il PSE ha costruito le larghe intese europee restano sordi. Ha fatto bene nel suo intervento la parlamentare della Lista Tsipras Barbara Spinelli a porre con forza la rivisitazione dei Trattati e l’urgenza di affrontare il problema del debito con misure straordinarie così come fa bene Gianni Pitella, capogruppo socialista, a dire che il sostegno del suo partito a Juncker potrebbe cadere se non si vorranno affrontare queste riforme.

Il bivio per Renzi, forte di una leadership senza precedenti recenti, è tra il farsi risucchiare nella “marmellata” europea accontentandosi di portare a casa qualcosa, oppure fare leva sulla grande novità di questa legislatura che si è appena aperta: per la prima volta il Consiglio d’Europa ha proposto alla guida della Commissione un politico segnalato dagli elettori. Oggi più di ieri il presidente dell’esecutivo comunitario deve rispondere all’assemblea, tra l’altro prima del voto di fiducia di metà luglio.

Le tre priorità del programma della Lista Tsipras sono più che mai all’ordine del giorno, e Renzi le ha enumerate: fiscal compact, debito, lavoro e giovani. E su queste priorità che bisogna forzare la mano all’Europa. Assumerle vuol dire immaginare un futuro insieme, costruendo gli Stati Uniti d’Europa. Se si vorranno ignorare si darà invece ragione ai tristi commedianti che si sono voltati per non ascoltare l’inno alla gioia.

Si apre una stagione nella quale chi si definisce riformista dovrà dimostrarlo nei fatti, lo spartiacque tra conservazione e progresso passa oggi dall’impegno a cambiare il passo  all’Europa mettendo in discussione senza complessi e senza timori quanto fatto in passato. I Trattati sono stati firmati dagli Stati e possono essere rivisti e aggiornati, non risulta a nessuno che siano scolpiti sulla roccia.

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In Messico quello della privatizzazione parziale del petrolio, la principale risorsa estrattiva del Paese, è un tema ricorrente. Almeno dal 2000, quando le destre del PAN sono arrivate al governo per la prima volta nella loro storia. Eppure si dovrebbe trattare di un tema per così dire “tabù”, visto che la gestione pubblica del petrolio, di cui il Paese è tra i maggiori produttori mondiali, è sancita da un apposito articolo della Costituzione.

La nazionalizzazione del petrolio messicano fu una vera epopea della prima metà del ’900, e forse l’ultimo ruggito di quella Rivoluzione Messicana che aprì il ciclo delle grandi lotte popolari. Fu il governo nazionalista e socialista del generale Lázaro Cárdenas nel 1938 a espropriare le 17 imprese straniere che si spartivano l’oro nero degli aztechi. Una mossa coraggiosa che costò al Messico la rottura delle relazioni diplomatiche con il Regno Unito e l’embargo economico da parte degli USA e dei Paesi Bassi. Questa nazionalizzazione è rimasta nella storia latinoamericana come uno dei rari espropri riusciti ai danni delle multinazionali europee e statunitensi.

Il 54% del petrolio messicano si esporta come greggio. Paradossalmente però il Paese deve importare prodotti raffinati (benzine, gasolio), perché la capacità installata del colosso statale Pemex non è sufficiente a rifornire il mercato interno. È questa fragilità industriale la principale arma in mano a chi vorrebbe aprire ai privati. Secondo i fautori del libero mercato, infatti, l’annosa questione dei mancati investimenti dell’impresa di Stato per ammodernare e potenziare la propria capacità di raffinazione e lavorazione giustificherebbe l’ingresso dei privati.

Molto simile è il dibattito in corso in Venezuela, Paese nel quale, come in Messico, l’obiettivo principale del monopolio pubblico è garantire occupazione, in buona parte clientelare, e sostenere le finanze pubbliche, ma in una cornice di frequenti e clamorosi casi di corruzione.

I sostenitori dell’impresa pubblica pongono invece l’accento sull’importanza strategica del petrolio e sui benefici che il Paese e i cittadini perderebbero se venisse meno il monopolio pubblico. Una disputa ormai “classica”, tra finti modernizzatori che in realtà guardano al profitto dei privati e finti difensori dei beni pubblici, in realtà corrotti gestori del consenso politico clientelare. Una maledizione in America Latina come altrove, perché impedisce di affrontare il tema con criteri di pragmatismo, garantendo l’interesse pubblico e preoccupandosi della capacità industriale e della sostenibilità delle imprese.

Il senato messicano ha appena votato l’apertura ai privati grazie a una maggioranza bipartisan formata dal PRI, il partito-Stato risorto dalle sue ceneri e ora al governo, e l’opposizione di destra del PAN. Una maggioranza inedita, ma necessaria per modificare la Costituzione e rompere il monopolio pubblico. La nuova legge è stata salutata con favore dalle compagnie multinazionali statunitensi ed europee già operanti nella regione.

Il settore petrolifero messicano è il caposaldo di un Paese fortemente nazionalista e interventista in materia economica, che però negli anni ’80 del secolo scorso ha cominciato ad aprirsi in modo disordinato al mercato: soprattutto quando, nel 1994, ha aderito all’accordo Nafta con USA e Canada impegnandosi alla libera circolazione di merci e servizi in tutta l’America del Nord. L’onda lunga degli accordi con il potente vicino – che una volta era considerato il “diavolo” – arrivano ora al settore energetico che con ogni probabilità verrà ceduto progressivamente, senza un vero dibattito e senza che lo Stato provi a riformare e sanare l’impresa Pemex. Una mossa ideologica di segno opposto a quella del 1938 di Cárdenas, questa volta non a favore dei messicani ma delle grandi compagnie multinazionali. Che dopo oltre 70 potranno tornare a sbarcare nel Paese che fu di Villa e Zapata.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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L’opinione degli analisti macroeconomici pare essere cambiata negli ultimi mesi: oggi la parola d’ordine è «i BRICS sono finiti». Più che un’analisi sembra una professione di fede. Ci si auspica che le politiche espansive adottate per uscire dalla crisi, che finora ha colpito solo le vecchie potenze occidentali, portino segnali di vita a economie che si trascinavano tra la recessione e la deflazione. «Se torna la crescita in Occidente, crolla la crescita nel resto del mondo» sembra sia l’assioma.

Un’uscita dalla crisi che ha avuto un costo altissimo con l’aumento esponenziale dei debiti pubblici e, in alcuni casi, il ritorno dell’inflazione. I Paesi occidentali hanno sforato allegramente ogni criterio di bilancio virtuoso con deficit che raggiungono circa il 6% rispetto al PIL, per Paesi come la Francia e gli USA, e debiti che in rapporto al PIL sono saliti al 76% come quello tedesco, o al 236% come quello giapponese. Nel frattempo i Paesi BRICS si sono capitalizzati (la Cina è diventata ormai lo Stato più solido al mondo dal punto di vista delle riserve valutarie) e si sono ulteriormente industrializzati a ritmi da record: durante i 7 anni della crisi delle economie occidentali hanno continuato a crescere e a strappare dalla miseria centinaia di milioni di cittadini diventati ceti medi, per quanto più poveri rispetto ai nostri canoni.

Ma questi risultati non bastano, e non basta nemmeno che le previsioni attribuiscano ancora a questi Paesi ritmi di crescita di tutto rispetto: secondo la vulgata mediatica i BRICS sono nati per stupire, dunque se non stupiscono significa che si stanno avviando verso il fallimento. In realtà i BRICS, in questa fase, hanno una base economica più solida rispetto ai Paesi di vecchia industrializzazione altamente indebitati, che non potrebbero fare fronte a una nuova crisi.

Ciò non toglie che anche i BRICS abbiano diversi problemi. Uno, non di poco conto, è costituito dalle tensioni politiche create proprio dalla crescita degli ultimi anni. A più lavoro e a più istruzione sono seguite maggiori richieste di diritti civili e politici: nulla di nuovo, era già successo in Europa e negli Stati Uniti un secolo fa. La differenza è che la democrazia è riuscita a dare risposte adeguate a una società che chiedeva più parità, mentre diversi Stati BRICS sono governati da democrazie deboli o addirittura da regimi autoritari.

Altro problema è la dipendenza dai centri finanziari dei Paesi di vecchia industrializzazione, e anche da quei mercati europei e nordamericani dove trova sbocco buona parte della produzione. Si tratta di una debolezza strutturale dovuta a secoli di rapporti di forza a senso unico, che hanno gravemente penalizzato i BRICS e che 20 anni di crescita economica non sono bastati a rovesciare, almeno per ora. Un ulteriore problema riguarda il bisogno impellente di crescita: si tratta di Paesi dove decine di milioni di giovani ogni anno premono sul mercato del lavoro, persone alle quali solo la moltiplicazione delle opportunità può dare risposta.

I BRICS risentono di tutti i dolori della crescita veloce, ma hanno dalla loro la pazienza e la determinazione di chi troppo a lungo ha aspettato la sua opportunità per arrendersi senza lottare. In prospettiva l’annunciata migrazione verso gli USA o l’Europa di quei capitali che, in questi anni, si erano fermati sui mercati emergenti è un problema, ma potrebbe anche accelerare i processi di “sganciamento” progressivo dei BRICS dalla dipendenza dei mercati finanziari occidentali, attraverso l’intensificazione dei rapporti economici tra gli stessi Paesi emergenti, magari denominati in valuta locale.

Insomma, gli analisti dei grandi media occidentali sono convinti che la spinta propulsiva dei BRICS si stia esaurendo e che si tornerà all’ordine precedente. Ma questo difficilmente accadrà perché il mondo nel frattempo è radicalmente cambiato. Basta viaggiare lungo le strade dell’Africa, dell’America Latina o dell’Asia per constatare come, in così poco tempo, siano state profonde le trasformazioni dovute all’impennata dei BRICS. Al vecchio ordine economico, nel quale un manipolo di nazioni dettava legge e tutte le altre ubbidivano, non si torna più. E proprio questo è l’aspetto meno pubblicizzato e meno deleterio dell’ultima ondata di globalizzazione.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Sono passati cent’anni dallo scoppio della “Grande Guerra”, che cominciò come uno dei tanti conflitti regionali europei ma presto si trasformò nel primo vero conflitto mondiale, inaugurando il secolo delle guerre su scala industriale. Ciò accadde perché, per la prima volta, la posta in gioco superava i confini del Vecchio Continente: il mondo era già interconnesso. Si scontravano Paesi che vivevano condizioni molto diverse, tra potenze coloniali in declino, imperi in via di sparizione e potenze emergenti che ambivano a occupare nuovi spazi geografici e commerciali. Regno Unito e Francia non riuscivano a fronteggiare gli oneri umani ed economici derivanti dalla gestione dei possedimenti coloniali, mentre Stati Uniti e Giappone ambivano a essere ammessi nella “stanza dei bottoni”.

Quel grande conflitto geopolitico, come tutti i grandi drammi della nostra storia, si svolse in un contesto che presentava notevoli somiglianze con quello odierno. In primo luogo il vuoto di leadership mondiale: oggi, dopo la fine della Guerra Fredda, la scomparsa dell’Unione Sovietica e il ridimensionamento economico degli USA, non ci sono “imperi” in grado di reggere e garantire l’ordine globale. Stesso quadro si presentava nel 1914, con il declino inarrestabile dell’impero britannico e lo sgretolamento dell’impero Austro-Ungarico e di quello Ottomano, mentre anche la Françe-afrique cominciava a scricchiolare. I nuovi “barbari” di inizio ’900 erano gli Stati Uniti e il Giappone, destinati dopo pochi anni a stabilire nella cruenta Guerra del Pacifico chi dovesse essere la potenza di riferimento in Asia.

L’Europa dei grandi imperi, che però non riuscivano a diventare nazioni, aveva ormai le ore contate: la guerra fratricida si limitò ad accelerare la sua perdita di influenza, fino al suicidio collettivo della Seconda guerra mondiale. Oggi il vacillare dell’Unione Europea, unico argine contro il declino del Vecchio Continente e la sua perdita di peso economico e strategico sullo scacchiere mondiale, ricorda quei momenti precedenti al grande conflitto. La differenza sostanziale è che in Europa, a differenza di un secolo fa, non ci sono imperi estesi su altri tre continenti.

Eppure il nostro continente mantiene un punto di forza, continua a disporre di una risorsa ambita da altre potenze: la sua residua posizione di rendita sull’innovazione, sulla finanza, sull’industria di qualità e sulla cultura. L’Europa dei primi del ’900 aveva costruito una situazione di privilegio sfruttando soprattutto i popoli lontani; l’Europa del XXI secolo vive una situazione di (relativo) privilegio perché ha saputo tutelare cultura e storia produttiva creando contemporaneamente coesione sociale, un bene prezioso e raro a livello mondiale. Insomma, l’Europa di un secolo fa era ingiusta ma potente, quella di oggi è più giusta e meno potente. Oggi ingiustizia e potenza convivono altrove, in Russia, in Cina, addirittura negli Stati Uniti.

Nonostante queste similitudini, appare piuttosto improbabile che nei prossimi anni possa ripetersi un conflitto mondiale. Le guerre locali o regionali attualmente in corso nascono “soltanto” dal tentativo di accaparramento di materie prime strategiche, e in futuro gli scontri militari potrebbero riguardare il controllo delle risorse idriche o il nodo dell’informazione. Il mondo globalizzato dei nostri giorni, a differenza di quello di un secolo fa, non è preparato e non ha bisogno di un grande conflitto per dirimere chi comanda. Ci ha già pensato l’economia senza frontiere a chiarire i nuovi rapporti di forza, a fare emergere alcuni Stati e nazioni e ad affondarne altri. Il biglietto di ingresso al salotto delle potenze globali non si distribuisce più alle sfilate militari, ma negli ipermercati.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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La nascita delle reti ferroviarie risale all’800, quando i Paesi industrializzati (Gran Bretagna, Germania, Francia, USA) cominciarono a collegare le miniere di carbone alle fabbriche, e i grandi Paesi produttori di derrate alimentari (Brasile, Argentina, Australia, India) le campagne ai porti. Il treno ha accompagnato la formazione degli Stati nazionali nati dalla decolonizzazione e ne ha sancito la coesione territoriale, collegando le province più isolate ai centri politici e produttivi. Insieme alle navi, fino alla seconda metà del ’900 è stato il mezzo di trasporto per eccellenza, per poi diventare sempre più marginale con l’avanzata dei camion e, negli ultimi decenni, degli aerei.

Assoluta protagonista dell’espansione dei binari nel mondo fu la Gran Bretagna vittoriana, che costruì il più grande impero politico e commerciale della storia basandosi su tre pilastri: il controllo dei mari, le ferrovie e il telegrafo. Erano inglesi gli ingegneri, la tecnologia e i manufatti che trasportavano persone e merci nelle Pampas, nei deserti australiani, nelle campagne infinite dell’India: lo sviluppo commerciale, l’industrializzazione e la globalizzazione marciavano al ritmo del fischio delle locomotive a vapore. Solo un continente, con pochissime eccezioni, rimase escluso da questa ondata di modernizzazione: l’Africa. Un continente condannato dalla storia contemporanea a rimanere produttore di poche materie prime, anche se dall’alto valore di mercato. Soprattutto, un continente senza investimenti produttivi, senza infrastrutture, senza mercati economici rilevanti e quindi senza ferrovie.

Chi conosce la storia contemporanea forse mai avrebbe immaginato che le trasformazioni sociali dell’800, dovute all’industrializzazione, si potessero ripetere quasi identiche a distanza di circa due secoli. L’aumento dei diritti, per esempio, che in Occidente fu il risultato delle lotte soprattutto dei ceti rurali diventati operai e maturati tra le mura delle fabbriche, oggi si ripresenta nello stesso modo nei Paesi di recente industrializzazione, dalla Cina all’India al Bangladesh: scioperi, lotte sindacali, repressione, negoziazione, estensione dei diritti. Ma ancora più illuminante sui cicli della globalizzazione, tra l’800 e gli anni 2000, è l’arrivo del treno in Africa. È stata recentemente annunciata la costruzione di una ragnatela di binari che dovrebbe collegare i Grandi Laghi a Nairobi e Mombasa e su fino a Addis Abeba e Gibuti. Si tratta del più grande progetto di infrastruttura dell’era post coloniale, dal valore iniziale di 3,8  miliardi di dollari USA.

Soldi e tecnologie sono made in China, Paese che si è specializzato nella costruzione di materiale ferroviario e di infrastrutture. Da due decenni esporta componenti, rotaie e treni in Asia, in America Latina e ora in Africa. Le aziende di Stato che costruiranno le ferrovie fanno parte del gruppo di oltre 2000 realtà cinesi sbarcate non solo per “prelevare” materie prime, come da secoli fa l’Occidente, ma per produrre in loco, guardando al mercato costituito da 300 milioni di persone che vivono tra il Kenya e l’Uganda.

Questo interesse cinese per un mercato da sempre snobbato comincia a dare frutti: le statistiche confermano anche nel 2014 la crescita dell’economia africana, in media del 5,5% e con picchi del 7,5% nell’Est del continente. Non è un caso che l’agenzia di rating Moody’s, per la prima volta nella storia, abbia rilasciato la classificazione del credito sovrano all’Etiopia, che sta per debuttare sul mercato dei bond. E così, tra i rumori di fondo generati dai conflitti, dalla corruzione, dalla sottrazione di terre, dalle tensioni religiose, l’Africa si arricchisce di un nuovo suono: il fischio del treno, che a tanti altri popoli ha portato fortuna.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Caro Ministro Martina,

volevo segnalarti qualcosa che sicuramente tu sai, ma che potrebbe diventare presto l’ennesima brutta figura dell’Italia in Europa. Sta per arrivare a Roma la comunicazione di Bruxelles sull’apertura della procedura di infrazione per il mancato versamento delle famigerate “quote latte”. Al centro del contendere il solito miliardo e mezzo di euro versato dall’Italia nelle casse europee, ma che poi non è stato recuperato presso gli allevatori disonesti, che avevano splafonato le quote assegnate all’Italia tra il 1995 e il 2009. Il mancato recupero del credito, spalmato su tutti i contribuenti italiani, ora viene considerato dall’UE una violazione degli accordi perché le multe, anche se anticipate dallo Stato, vanno pagate dagli agricoltori. E chi può dare torto all’Europa?

Questi agricoltori, soprattutto della Lombardia, sono 2000, tra i quali 600 devono oltre 300.000 euro a testa. Gli agricoltori “in regola”, che hanno acquistato quote latte negli stessi anni per un valore di 2,42 miliardi sono ben 38.000. Sì, i numeri sono questi, 38.000 onesti e 2.000 disonesti. Ma 2.000 disonesti con alte coperture politiche. L’invito a non  rispettare le quote latte è stata infatti una delle bandiere della Lega Nord, e per questo i disonesti sono stati più coccolati che penalizzati. Quegli stessi agricoltori che paralizzarono le nostre città con i loro trattori recando danni a tutta l’economia. Ecco, ora rischiamo una procedura d’infrazione perché lo Stato non ha ancora attivato le procedure  per riprendersi i soldi che ha anticipato per conto degli agricoltori disonesti.

Ministro Martina, anche se la Lega Nord in questi giorni si è detta disponibile a discutere di riforme, non possiamo ignorare questa richiesta dell’Europa. Ci va di mezzo qualcosa di più della credibilità italiana in Europa: il principio di legalità. Chi paga il conto sono gli agricoltori onesti e tutti i contribuenti italiani.

Le quote latte vanno recuperate, quella vergognosa pagina di illegalità strumentalizzata dalla politica va chiusa definitivamente.

Un saluto cordiale. Alfredo Somoza

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Come accade ogni 4 anni, la kermesse del calcio globale si rimette in moto per celebrare il business-evento dei Mondiali. La coppa del mondo dello sport che più ha avuto fortuna a livello mondiale è una grande opportunità di business per i produttori di articoli sportivi, per giornali e televisioni. Ma è anche una competizione davvero planetaria, alla quale partecipano nazionali scelte non solo in base alla competitività e alle qualità tecniche, come accade nel mondo del rugby, ma con l’obiettivo di rappresentare i diversi continenti.

Dietro l’evento si muove una vera macchina da guerra organizzativa nella quale non esiste ricambio generazionale e non c’è trasparenza. Anzi, sono stati accertati seri casi di corruzione e si sospetta che alcuni sorteggi relativi a sedi e partite siano stati poco limpidi. In questo periodo si sprecano le polemiche sulle tangenti versate dagli emiri per assicurarsi la vetrina dell’edizione del 2022, assegnata al Qatar e già ribattezzata “il mondiale all’inferno”, per via dei 50 gradi all’ombra della Penisola Arabica. Per la prima volta si giocherà in inverno e indoor. Ma tanto vale.

Le condizioni in cui versano le società calcistiche e la FIFA, la federazione mondiale, sono il prodotto dalla trasformazione di una passione in puro business. Un business che non guarda in faccia nessuno, che stritola giovani e meno giovani e scende a patti con quella nuova criminalità organizzata che si annida nelle curve degli stadi, offrendo rifugio e megafoni ai gruppi dell’estrema destra più rabbiosa. Un mondo in cui si prova a corrompere quando non si riesce a vincere da soli.

Il calcio però non è questo e non si merita questo. Il grande calciatore brasiliano Socrates, che giocò anche in Italia, a Firenze, diceva che «il calcio che in Europa è scuola, tecnica, schema, per i latinoamericani è liberazione dalla fame, dalla violenza, da una vita senza futuro». La differenza che passa tra il prato all’inglese e il campetto di terra battuta sul quale si gioca a piedi nudi con una palla fatta di stracci. Il calcio come urlo disperato di chi vuole emanciparsi e il calcio ridotto a business, normalizzato via etere.

Questa doppia valenza del calcio odierno si ritrova anche nell’anomalo G8 calcistico, cioè nell’esclusivo club dei Paesi vincitori di almeno un Mondiale. Che sono solo 8: Brasile, Italia, Argentina, Germania, Uruguay, Inghilterra, Francia, Spagna. Un G8 al quale siedono uno accanto all’altro Paesi di vecchia industrializzazione e Paesi emergenti, Stati PIGS dell’Europa e Stati piccoli, quasi immaginari come l’Uruguay. Una geografia della potenza calcistica che esclude i grandi protagonisti della scena economica mondiale, dagli Stati Uniti al Giappone, dalla Russia alla Cina, e che si concentra in due sole aree del mondo: Europa occidentale e America Latina.

Ed è forse proprio il calcio a spiegare perché l’Occidente più profondo sia storicamente costituito da queste due aree. Storie di andate e ritorni, di schiavitù e migrazioni, di calciatori oriundi e calciatori d’esportazione, di visioni diverse ma complementari del gioco. Una passione condivisa, un ponte che unisce e che costituisce un segno culturale profondo. “Noi” siamo quella parte del mondo dove il football, per davvero, diventa metafora della vita: sentimenti e ribellioni si celano dietro un dribbling, un gol, un gesto estetico.

Ma il calcio è stato anche oppio dei popoli. I ricordi del Mondiale del fascismo nel ’34 e quello dei militari argentini del 1978 ci rammentano quanto il consenso possa scattare da una partita lunga 90 minuti. Eppure «l’uso che alcune dittature hanno fatto del calcio non invalida il gioco, la forza magica della sua bellezza e della sua emozione, che continuano a prevalere – scrive il brasiliano Edilberto Coutinho – perché il calcio, come la letteratura, se ben praticato, è forza di popolo. I dittatori passano. Passeranno sempre. Ma un gol di Garrincha è un momento eterno».

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Al microfono aperto di Radio Popolare di lunedì 9 giugno non ha partecipato il Dr. Viale, ma Mr Hyde. Non poteva essere Guido Viale, Garante della Lista Tsipras, che per giustificare la scelta da lui rivendicata, e cioè di avere consigliato a Barbara Spinelli di rifugiarsi a Parigi e decidere senza confrontarsi con i Comitati (della lista Tsipras), di rimangiarsi la parola data in campagna elettorale, buttava fango su due candidati. La parola spesa da Barbara Spinelli insieme ad altri, come Moni Ovadia, era sulle loro “candidature di bandiera”e Moni Ovadia, anche lui capolista e anche lui eletto, si è coerentemente dimesso.

Mr Hyde, non sicuramente il Dr. Viale, dichiarava ai microfoni di Radio Popolare che Marco Furfaro, candidato che avrebbe dovuto subentrare a Barbara Spinelli in Centro Italia, è “così giovane e già assettato di poltrone”. E che il sottoscritto, “a tutti i dibattiti ai quali abbiamo partecipato insieme, ha sempre detto che non avrebbe mai aderito al GUE, ma al PSE”. Perché queste palesi quanto inutili e menzogne? Chiedo al Dr. Viale di smentire MrHyde per quanto riguarda le mie modeste opinioni. Lungo 135 incontri con gli elettori, 7 partecipazioni a programmi radiofonici e 6 tribune elettorali televisive, non ho mai detto una cosa simile. Chiamo in causa come testimone proprio il Dr. Viale, con il quale ho condiviso almeno una decina di eventi pubblici e insieme al quale abbiamo sempre risposto alla domanda sulla collocazione europea in perfetta sintonia, e cioè: ”Tsipras non ha posto un vincolo specifico alla Lista Italiana se non quello di seguirlo nelle sue scelte”. Io aggiungevo sempre a questa affermazione “credo impossibile per me aderire al PSE in un quadro di larghe intese e penso che la cosa più logica sia sommare le nostre forze a quelle dei partiti che eleggeranno rappresentanti nella GUE”. Oltre al Dr. Viale, qualche migliaia di cittadini che ho incontrato sono sicuro abbiano capito e condiviso la mia posizione, molto diversa da quanto affermato ieri sera da Mr Hyde a Radio Popolare.

Ma almeno qualcosa mi è chiaro ora: questa leggenda metropolitana della mia collocazione in Europa in caso di elezione ha accompagnato la campagna, finalmente ho capito chi fosse stato a metterla in giro: ovviamente Mr Hyde!.

Rimane il fatto che andrebbe fatto qualcosa per smentire il Mostro. Non è possibile che lo stesso Dr. Viale che qualche ora prima mandava una mail a tutti i candidati all’insegna del vogliamoci bene e andiamo avanti insieme, venga smentito dai microfoni di Radio Popolare da Mr. Hyde qualche ora dopo. Noto che il Mostro è selettivo nel colpire le sue vittime, mai una parola contro i Garanti: quel Camilleri che vota una regola e due minuti dopo chiede una deroga, quel  Flores d’Arcais che, colto da furore inquisitorio, toglie il disturbo da solo, nulla contro Barbara Spinelli, che con il suo balletto sul seggio ha creato una frattura forse insanabile, però tre giorni prima delle elezioni attacca Giuliano Pisapia. Poi, mentre tutti stiamo tentando di spegnere l’incendio, va in Radio a gettare benzina. Un modus operandi noto alla sinistra, che con diverse modalità ma la stessa sostanza ha solo provocato sconfitte rovinose.

Su una cosa infine MrHyde ha ragione: la colpa delle difficoltà che stiamo vivendo sono tutte dei partitini, che speriamo presto non raccolgano più le firme per presentare le liste, non organizzino più migliaia di incontri pubblici, non paghino più volantini e manifesti, non distribuiscano più lettere,né portino più i loro banchetti nei mercati. Basta uno speciale di Micromega per mettere in piede un progetto politico, no?

Alfredo Somoza

 

Dr._Jekyll_and_Mr._Hyde

Poche volte nella storia è capitato che si levasse un’ondata di curiosità e di preoccupazione attorno a un accordo commerciale come sta succedendo oggi con il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), che dovrebbe sancire la fine delle barriere commerciali tra Stati Uniti ed Europa. Solo in un’altra occasione ci fu tanto interesse per un trattato commerciale, fino alla sua bocciatura. Capitò con l’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe) proposta da George Bush ai Paesi del Sudamerica e che venne respinto da tre presidenti, Chávez, Lula e Kirchner, in un epico Vertice delle Americhe a Mar del Plata nel 2005.

Il TTIP è invece una creatura tenuta accuratamente lontana dalle piazze, e addirittura dai governi nazionali. Lo scorso 30 aprile Federica Guidi, ministro allo Sviluppo economico, ha riconosciuto nel corso di un question time alla Camera che «la documentazione negoziale del TTIP è riservata e che al momento neppure gli Stati membri hanno accesso a tutta la documentazione». Perché i governi possano almeno vedere di che cosa si tratti, si ipotizza di allestire una “reading room” a Bruxelles, che consenta la sola lettura di tali testi, presso l’ambasciata statunitense. In quelle stanze, insomma, dalle quali i servizi di intelligence degli USA spiano e ascoltano le telefonate di tutti i cittadini europei, inclusi i governanti.

Ma che cosa nasconde in realtà un simile zelo? Punta a coprire una trattativa tra le più delicate nella storia dell’Europa. Una logica commerciale che oggi gli Stati Uniti provano a riproporre negli accordi bilaterali, dopo l’impantanamento della trattativa presso il WTO per spalancare il mondo a merci e investimenti. Accordi come quelli già in vigore con il NAFTA tra USA, Messico e Canada, o quello oggetto di trattativa con l’area del Pacifico. È la stessa logica respinta dal Sudamerica che disse no all’ALCA, e che possiamo riassumere così: l’abolizione delle cosiddette “barriere non tariffarie”, cioè non dei dazi ma di tutti quei regolamenti che ostacolano la circolazione di merci e servizi tra un’area e l’altra. Una questione delicatissima, con ricadute sulla stessa democrazia.

Il TTIP, infatti, ancora una volta mette in discussione il primato della politica (e quindi della democrazia) sui poteri forti dell’economia. L’accordo porterebbe a una revisione degli standard di sicurezza e di qualità della vita di tutti i cittadini: l’alimentazione, i servizi sanitari, i servizi sociali, le tutele e la sicurezza sul lavoro. Questo perché l’omologazione delle normative tra USA ed Europa porterà inevitabilmente a un ribasso delle garanzie esistenti nel nostro continente, attualmente molto più elevate rispetto a quelle del mercato deregolamentato a stelle e strisce. Per fare un esempio: in base al referendum del 2012, in Italia l’acqua è un bene pubblico; ma le aziende statunitensi potrebbero contestare questo principio, sancito dalla volontà popolare, in base alla legislazione USA per la quale l’acqua è una merce come un’altra.

Il nocciolo dell’accordo, che si vorrebbe chiudere entro il 2014, è la tutela dell’investitore e della proprietà privata. E qui si scopre un’altra chicca: le controversie sull’applicazione dell’accordo non riguarderebbero più i tribunali europei ma l’ISDS (Investor-State Dispute Settlement), un meccanismo di risoluzione dei contenziosi tra investitori e Stati) sul modello di quello già esistente del WTO, con probabile sede a Washington presso la Banca Mondiale. Un tribunale privato che permetterebbe alle imprese di far condannare quei Paesi che approvassero leggi “dannose” per i propri investimenti presenti e futuri. Come la Germania, per esempio, che ha deciso di chiudere con il nucleare ed è stata denunciata per diversi miliardi. Oppure, in futuro, i Paesi che rifiuteranno di ammettere sul loro territorio i prodotti agricoli OGM, o che abbiano deciso affidare allo Stato la gestione delle risorse idriche.

L’interesse pubblico e i risultati delle consultazioni democratiche rischierebbero così di essere messi in secondo piano rispetto alle esigenze di aziende e mercati. Oltre al colpo inferto alla democrazia, svanirebbero le faticose e costose costruzioni delle DOP e IGP, i marchi europei che garantiscono qualità e territorialità (anche) al made in Italy. Prodotti frutto di investimento e saperi centenari verrebbero equiparati al Parmesan dell’Iowa o all’aceto balsamico di San Francisco, senza potersi difendere da una simile concorrenza.

Danno economico, invasione di prodotti contraffatti o perfino adulterati rispetto alle nostre normative, sicuro approdo degli OGM nei nostri campi e sulle nostre tavole, indebolimento della democrazia. Tutto ciò è concentrato nel misterioso accordo TTIP: questa volta il sacrificio non ce lo chiede l’Europa ma direttamente lo Zio Sam. Il Parlamento Europeo che si è appena insediato dovrà decidere per il sì o per il no. Da una parte le grandy lobby europee e statunitensi, dall’altra i diritti dei cittadini e la sovranità dell’Europa. Eppure la scelta che verrà fatta non è per nulla scontata.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

ttip