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Quale futuro per una radio che, anche se si è lanciata su un’avventura nazionale, rimane fortemente ancorata a una comunità territoriale? Di radio comunitarie, ai tempi delle webradio, non si parla più da tempo. Cioè di radio che sono il mezzo di comunicazione corale di una comunità occupandosi di temi di interesse comune, di comunicazioni di servizio, di interpretare i sentimenti e i bisogni del proprio ascolto. Su Facebook, Twitter o Google+ la “condivisione” è solo “esposizione” di fatti privati in pubblico oppure copia incolla di notizie scritte da qualcun altro. La radio crea una platea, e quando ha dimensione comunitarie, un legame anche identitario.

In questi giorni è in corso una campagna di abbonamento per Radio Popolare. Sono tempi durissimi per l’editoria in generale e per le radio in particolare: la frammentazione dell’ascolto, la concorrenza dei nuovi media, il calo generalizzato della pubblicità concorrono a creare incertezza sul futuro dell’avventura editoriale iniziata a Milano negli anni ’70. Ma Radio Popolare ha un arma unica per difendersi, l’abbonamento volontario dei suoi sostenitori. Un fenomeno unico al mondo date le dimensioni, circa 15.000 persone. Migliaia di ascoltatori che pagano volontariamente un servizio gratuito. Mi correggo, non “pagano un servizio”, ma sostengono l’indipendenza e il progetto editoriale della “loro” radio, della radio della “loro” comunità. Una comunità che non è solo territoriale (Lombardia), ma anche culturale e politica. Migliaia di persone controtendenza, che si ostinano a pagare in questi tempi di gratuità fasulle. Servizi e news offerte da media sempre più complessi e intrecciati che si vantano di non farci pagare nulla, ma che in realtà ci succhiano come vampiri informazioni sui nostri dati, gusti, desideri, frequentazioni per potere personalizzare al millimetro le pubblicità che poi misteriosamente ci ritroviamo anche dentro la lavatrice. Uno scambio mai fino in fondo chiaro o chiarito, fatto tra l’altro da soggetti per lo più esteri che non rispettano la legislazione europea e che addirittura non pagano le tasse nei paesi in cui operano sfruttando i nostri “beni comuni”, come la rete, che in Italia sta in piede grazie al rame posato decenni  fa dalla compagnia telefonica pubblica e pagata da tutti noi.

Abbonarsi a Radio Popolare vuol dire sostenere la “mia” comunità, ribadire che la libertà dell’informazione è un principio sacrosanto e mantenere viva la pluralità dell’informazione ai tempi di Google.

Lunga vita agli abbonati di RP, baluardi della libertà di informazione in Italia.

 

Alfredo Somoza

 

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Al microfono aperto di Radio Popolare di lunedì 9 giugno non ha partecipato il Dr. Viale, ma Mr Hyde. Non poteva essere Guido Viale, Garante della Lista Tsipras, che per giustificare la scelta da lui rivendicata, e cioè di avere consigliato a Barbara Spinelli di rifugiarsi a Parigi e decidere senza confrontarsi con i Comitati (della lista Tsipras), di rimangiarsi la parola data in campagna elettorale, buttava fango su due candidati. La parola spesa da Barbara Spinelli insieme ad altri, come Moni Ovadia, era sulle loro “candidature di bandiera”e Moni Ovadia, anche lui capolista e anche lui eletto, si è coerentemente dimesso.

Mr Hyde, non sicuramente il Dr. Viale, dichiarava ai microfoni di Radio Popolare che Marco Furfaro, candidato che avrebbe dovuto subentrare a Barbara Spinelli in Centro Italia, è “così giovane e già assettato di poltrone”. E che il sottoscritto, “a tutti i dibattiti ai quali abbiamo partecipato insieme, ha sempre detto che non avrebbe mai aderito al GUE, ma al PSE”. Perché queste palesi quanto inutili e menzogne? Chiedo al Dr. Viale di smentire MrHyde per quanto riguarda le mie modeste opinioni. Lungo 135 incontri con gli elettori, 7 partecipazioni a programmi radiofonici e 6 tribune elettorali televisive, non ho mai detto una cosa simile. Chiamo in causa come testimone proprio il Dr. Viale, con il quale ho condiviso almeno una decina di eventi pubblici e insieme al quale abbiamo sempre risposto alla domanda sulla collocazione europea in perfetta sintonia, e cioè: ”Tsipras non ha posto un vincolo specifico alla Lista Italiana se non quello di seguirlo nelle sue scelte”. Io aggiungevo sempre a questa affermazione “credo impossibile per me aderire al PSE in un quadro di larghe intese e penso che la cosa più logica sia sommare le nostre forze a quelle dei partiti che eleggeranno rappresentanti nella GUE”. Oltre al Dr. Viale, qualche migliaia di cittadini che ho incontrato sono sicuro abbiano capito e condiviso la mia posizione, molto diversa da quanto affermato ieri sera da Mr Hyde a Radio Popolare.

Ma almeno qualcosa mi è chiaro ora: questa leggenda metropolitana della mia collocazione in Europa in caso di elezione ha accompagnato la campagna, finalmente ho capito chi fosse stato a metterla in giro: ovviamente Mr Hyde!.

Rimane il fatto che andrebbe fatto qualcosa per smentire il Mostro. Non è possibile che lo stesso Dr. Viale che qualche ora prima mandava una mail a tutti i candidati all’insegna del vogliamoci bene e andiamo avanti insieme, venga smentito dai microfoni di Radio Popolare da Mr. Hyde qualche ora dopo. Noto che il Mostro è selettivo nel colpire le sue vittime, mai una parola contro i Garanti: quel Camilleri che vota una regola e due minuti dopo chiede una deroga, quel  Flores d’Arcais che, colto da furore inquisitorio, toglie il disturbo da solo, nulla contro Barbara Spinelli, che con il suo balletto sul seggio ha creato una frattura forse insanabile, però tre giorni prima delle elezioni attacca Giuliano Pisapia. Poi, mentre tutti stiamo tentando di spegnere l’incendio, va in Radio a gettare benzina. Un modus operandi noto alla sinistra, che con diverse modalità ma la stessa sostanza ha solo provocato sconfitte rovinose.

Su una cosa infine MrHyde ha ragione: la colpa delle difficoltà che stiamo vivendo sono tutte dei partitini, che speriamo presto non raccolgano più le firme per presentare le liste, non organizzino più migliaia di incontri pubblici, non paghino più volantini e manifesti, non distribuiscano più lettere,né portino più i loro banchetti nei mercati. Basta uno speciale di Micromega per mettere in piede un progetto politico, no?

Alfredo Somoza

 

Dr._Jekyll_and_Mr._Hyde

E’ in libreria (e anche in vendita online) il mio ultimo libro. Oltre la Crisi… raccoglie i miei interventi degli ultimi due anni su Popolare Network e in altre testate. Il tema è la crisi economica, gli equilibri mondiali che cambiano, i popoli che migrano, l’economia solidale che si fa largo, il futuro dell’alimentazione, la società dei consumi globale,  la pirateria che ancora imperversa. Con un ricordo di Hugo Chavez e un primo ritratto di Papa Francesco inseriti in chiusura.

“Prendendo spunto dall’attualità e citando cifre, atti e documenti ufficiali, Alfredo Somoza, settimana dopo settimana, è riuscito a farci entrare nelle dinamiche della mondialità e implicitamente ci ha fatto capire che l’Italia non poteva essere impermeabile al movimento di panico e di preoccupazione che ha contagiato una buona fetta del mondo ricco (…) “Gli “appunti” che danno vita a questo libro ci ricordano che a provocare la crisi del capitalismo occidentale è stata la sua stessa ingordigia che lo ha portato a inventare strumenti fittizi (derivati) per aumentare i profitti in borsa e che ancora oggi continua a perfezionarli minacciando la stabilità dei prezzi del cibo a causa dei commodity futures. Solo che ora i popoli del Sud del mondo non ci stanno più ad essere le cavie e le vittime di un sistema impazzito. Ovunque, anche nelle zone più remote, nascono reti di cittadini, di contadini e di operai per denunciare land grabbing e water grabbing, turismo sessuale, sfruttamento della manodopera, lavoro minorile, effetti nefasti del surriscaldamento climatico (…) Grazie alla rete ora è più facile promuovere nel Sud del mondo un turismo responsabile, un’agricoltura sostenibile e un commercio equo-solidale mentre nel Nord hanno cominciato a dare i primi frutti le campagne online contro quei brand, ossessionati dal profitto, che violano in Asia la dignità umana nelle fabbriche della moda e del lusso (…)  In fondo un mondo migliore è possibile se dotiamo la globalizzazione di un codice di etica. Altrimenti la storia, ci ricorda l’autore di “Oltre la crisi”, insegna che ogni ingiustizia si paga con gli interessi. E l’Italia non è sfuggita a questo destino.” (dall’introduzione di Chawki Senouci, Capo Servizio esteri Radio Popolare)

Oltre la crisi: appunti sugli scenari globali futuri 

di Alfredo Somoza

Edizioni CentoAutori, 10 euro

oltre la crisi

 

Tutto lascia presagire il fallimento, politico prima ancora che militare, dei “volenterosi” che da settimane stanno bombardando a distanza la Libia del colonnello Gheddafi. Al grido d’allarme dei britannici sull’esaurimento dei missili cosiddetti “intelligenti” in possesso della Nato, si aggiungono il ritiro annunciato dalla coalizione della Norvegia (dal primo agosto), il richiamo del Parlamento statunitense a Obama perché smetta di spendere soldi in bombardamenti, e le considerazioni del ministro degli Interni Maroni secondo il quale il conflitto, oltre a costare parecchio all’Italia, non permette di regolare il flusso di profughi in arrivo dall’Africa settentrionale.

Per uscire dall’impasse bellica nella quale, dall’Afghanistan in poi, si è impantanato l’Occidente, bisogna individuare strumenti condivisi e soluzioni al di sopra di ogni sospetto, cercando di coinvolgere attivamente quei Paesi che finora non hanno preso posizione sulla vicenda libica. Il riferimento è agli Stati BRICS (Brasile, Russia, Cina e Sudafrica) i quali, delegando ad altri ogni decisione in sede ONU, fino a questo momento si sono limitati a lasciare la patata bollente nelle mani dell’Occidente “storico”. Un test per capire se i grandi di ieri siano tali ancora oggi: hanno la capacità di gestire, politicamente ed economicamente, uno scontro militare che va a sommarsi ad altri conflitti aperti?

Il disimpegno USA, appena dissimulato da qualche raffica di missili sulla Libia, mette a nudo i conti senza l’oste fatti dalla Francia e dal Regno Unito, che hanno spinto con tutte le loro forze per imporre una soluzione militare alla guerra civile tra la Tripolitania e la Cirenaica libica. Appare evidente l’assoluta debolezza di una logica militare della risoluzione dei conflitti che non tenga conto degli interessi e delle aspirazioni delle potenze che stanno prepotentemente scalando i primi posti dell’economia mondiale. La Libia dimostra che il vecchio metodo non funziona più, ammesso e non concesso che abbia mai funzionato.

Nella storia dell’umanità non si conoscono potenze che si siano rette soltanto sulla forza militare e non anche su quella economica. Ma oggi gli Stati Uniti, prima potenza mondiale, sono esposti per un quarto del loro indebitamento con la Cina… che per ora continua a finanziarne le inutili guerre senza contropartite politiche. L’Europa dell’adesione automatica alle posizioni di Washington farebbe bene a riflettere sulle proprie priorità. Uno scenario mediorientale e nordafricano in fiamme è quello di cui ha meno bisogno dal punto di vista geopolitico, economico e anche migratorio.

In questa fase si possono individuare alcune analogie con le fasi conclusive degli imperi del passato, da quello romano a quello vittoriano. C’è però una grande differenza: per la prima volta nella storia, a declinare non è una singola realtà, bensì un gruppo di Stati. Proprio quelli che hanno creato e gestito la globalizzazione dal XV secolo in poi. Un declino “sistemico” che coincide con la crescita di un’altra parte del mondo, che in passato era marginale oppure sottomessa. Continuare con la logica dell’esclusione delle nuove potenze dal tavolo della politica internazionale non fa certo ben sperare circa la stabilità del mondo nei prossimi anni. Anzi, appare semplicemente suicida.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)