Le città, si dice spesso, sono i luoghi dove ci sono maggiori opportunità di trovare impiego e fare carriera, educare i figli e farsi curare, emanciparsi dalle tradizioni patriarcali che invece, secondo questa interpretazione, caratterizzano i mondi rurali, insieme alla mancanza di opportunità, di impieghi qualificati, di scuole di buon livello. È questa prospettiva di miglioramento sociale ed economico che, soprattutto a partire dal XX secolo, ha spinto decine di milioni di persone a migrare dalle campagne alle città. In alcuni Stati – soprattutto in Europa, ma anche nell’odierna Cina – quella prospettiva in qualche modo si è concretizzata. In molti altri Paesi, numericamente la maggioranza, la migrazione verso la città si è invece rivelata una continuazione della povertà, ma in un contesto diverso: una grande differenza è che nei centri urbani si interagisce, subalternamente, con la ricchezza, e non ci si limita a vederla in televisione.

Molte città, con l’arrivo di milioni di contadini, divennero metropoli e alcune hanno formato vere megalopoli, allargandosi in quartieri provvisori privi dei servizi di base, dove si è lontani da tutto e si vive sempre più pericolosamente, in territori controllati da gang o cartelli della droga. Queste realtà, molto diffuse in America Latina, ma anche in Africa e in Asia, fanno sì che il voto espresso dalle città sia radicalmente diverso da quello delle campagne: un caso estremo si è visto in Perù, dove al ballottaggio delle elezioni presidenziali del 7 giugno le province rurali del centro del Paese hanno votato con punte dell’80% il candidato della sinistra Roberto Sánchez Palomino, che proponeva un programma fortemente orientato all’estensione del welfare e all’investimento in educazione e salute. Invece le città, a partire dalla capitale Lima, hanno votato in maggioranza Keiko Fujimori, che sostiene la centralità del mercato e propone la liberalizzazione dell’economia, abbinandola a una ricetta autoritaria per combattere la criminalità, che nelle città colpisce in modo particolare proprio i poveri. Liberalizzazione e pugno di ferro da un lato, welfare e investimento in politiche sociali dall’altro: due mondi che convivono nello stesso Paese e che riflettono bisogni diversi, ma che in realtà sono molto più vicini di quanto sembri.

La differenza? Chi vive nella marginalità delle periferie urbane vuole mantenere viva quella speranza di miglioramento delle proprie condizioni che lo ha portato a migrare. E pensa che quanto più lo Stato lo lascerà libero di fare la sua scalata sociale, tanto più avrà probabilità di farcela. È un miraggio che porta all’autoidentificazione con candidati come Keiko Fujimori, che povera non è mai stata e appartiene a una famiglia che al Perù ha già dato un dittatore. Pensare che personalità come Fujimori, Abelardo de la Espriella in Colombia o Bolsonaro in Brasile possano essere sensibili ai temi della povertà e intendano ripianare le disuguaglianze fa parte del grande inganno alimentato dai media, in particolare dai social. L’ideologia dell’uomo (o della donna) “che si è fatto da sé” viene inoculata da decenni come modello sociale: uno specchio deformante nel quale chiunque può riflettersi, illudendosi di avere i numeri per farcela. E questo accade soprattutto nelle città, ovvero nei luoghi al centro di cultura, economia e informazione. Nelle campagne, invece, la realtà è più brutale e lo spazio per le illusioni si restringe. Per questo oggi il distinguo tra progressisti e neoconservatori non è solo ideologico: diventa geografico e, nel caso di Stati come il Perù, anche etnico. Le zone dove ha vinto il candidato progressista non sono solo rurali, storicamente povere ed emarginate: sono anche abitate da millenni dalle diverse nazioni indigene. Uomini e donne consapevoli, per esperienza secolare, che non diventeranno ricchi né faranno mai lavori da sogno. Per questo chiedono scuole migliori e sanità pubblica, strade, ponti, aiuti per l’agricoltura. Chiedono di vivere meglio là dove sono nati. Le persone che vivono nelle periferie urbane, invece, accettano di vivere male, ma non vogliono rinunciare a quell’illusione che le ha strappate dalle loro terre.

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