Archivio per la categoria ‘America Latina’

I social argentini sono colonizzati da giorni da un messaggio che dice così “sono Gianni Rossi, mi trovo a Buenos Aires (o Cordoba, o qualsiasi posto). Dove sta Santiago Maldonado?”.

 

Santiago Maldonado, artigiano, 28 anni, residente a El Bolsòn (Patagonia andina), è stato visto per l’ultima volta l’incursione della Gendarmeria nazionale in una comunità indigena controllata dal gruppo militante indigeno mapuche RAM (Resistenza Ancestrale Mapuche). Questo gruppo era nel mirino della giustizia perché guidato da Facundo Jones Huala, attualmente agli arresti per via  di una richiesta di estradizione avanzata dal Cile per atti assimilabili al terrorismo. Secondo alcuni testimoni, Maldonado sarebbe stato prelevato dai gendarmi durante i tafferugli e poi sparito nel nulla. Le ricerche, partite però 36 ore dopo i fatti, fino ad oggi non hanno prodotto risultati. Le operazioni di polizia erano state coordinate da Pablo Noceti, capo-Gabinetto della Ministro degli Interni Patricia Bullrich, vicina ai Montoneros negli anni ’70 e oggi nel Governo Macri. Noceti invece, è stato avvocato difensore di diversi repressori durante i processi contro i militari alla fine della dittatura. Questo caso vede infatti tanti elementi insieme, e non sempre rassicuranti:  ex-guerriglieri pentiti, difensori dei militari, gente che scompare, indigeni radicalizzati.

Santiago Maldonado, purtroppo, non è la prima persona che scompare da quando è tornata la democrazia in Argentina. Secondo la Procura federale, dal 1983 fino al 2015, in Argentina sono scomparse 6.040 persone, dei quali metà abbondante sono bambini e adolescenti probabilmente inghiottiti nella tratta della prostituzione. Tra questi casi ci sono anche quelli dai connotati “politici”, equiparabili alle vittime della dittatura. Il caso più tristemente famoso quello di Julio Lopez, scomparso nel settembre del 2006 (Governo di Nestor Kirchner). Lopez, ex detenuto e torturato dai militari, scompare dopo avere deposto nel processo contro il Commissario Etchecolatz, “direttore” di un centro clandestino di detenzione. Ma anche nel caso di Sergio Avalos, 18 anni, scomparso nel 2003 (Governo di Eduardo Duhalde) la polizia ha intitolato il fascicolo come “scomparsa forzata di persona”, il marchio di infamia dei militari. Solo nel caso di Maldonado, scomparso lo scorso 31 luglio, viene fatto dal mondo politico (Cristina Kirchner in primis) un collegamento con il governo nazionale. E questo no perché ci siano, al momento, prove che lo possano dimostrare, ma perché si tratta sicuramente di una bandiera che in questi tempi di campagna elettorale rende, e soprattutto perché il corpo di polizia al momento indiziato della scomparsa dipende direttamente dal Ministero degli Interni nazionale. Ministero, come detto, presieduto da una donna che ha cambiato radicalmente posizione politica e annovera tantissimi nemici, ma soprattutto perché rampollo di una famiglia che in passato ha avuto a che fare con la Patagonia e con gli indigeni mapuche in qualità di latifondista. Se vogliamo il contesto è una novità, nel senso che la stampa e l’opinione pubblica hanno scoperto una serie di cose che ignoravano. La prima che in Patagonia vivono ancora migliaia di indigeni mapuches in comunità “ancestrali”, cioè secondo le modalità di organizzazione e la religiosità dei loro antenati. La seconda che queste comunità sono state nei decenni depauperate e derubate non solo della loro libertà, ma anche dalle terre che erano state loro concesse dallo Stato argentino alla fine del ‘800. Queste terre sono state prima incamerate dalle famiglie argentine che finanziarono la campagna militare contro gli indigeni, come appunto i Bullrich, per essere poi cedute soprattutto a capitali inglesi, ma anche italiani. Il primo proprietario terriero in Patagonia è oggi il gruppo Benetton, che ha avuto diverse cause da comunità indigene proprio sui titoli di possesso della terra. La terza notizia è che partendo dal Cile, dove i mapuches sono oltre un milione e mezzo, anche in Argentina è sbarcato da un po di tempo un radicalismo mapuche che dalla politica spesso passa alle azioni dimostrative. In Cile sono stati diversi ad esempio gli attentati incendiari contro beni delle compagnie che tagliano il bosco autoctono per piantumare eucalitti dai quali ricavare cellulosa. In Argentina invece, per ora siamo alle occupazioni di terre considerate sacre o appartenenti a una comunità e a qualche piccolo attentato senza vittime. Una lotta che prevede la nascita di un paese autonomo che si estenda sui due lati delle Ande e che non riconosce gli stati di Argentina e Cile. Di questa situazione non si hanno avuto notizie, se non localmente, fino al caso Maldonado”, che ha permesso al leader indigeno Facundo Jones Huala, attualmente in carcere, di avere l’opportunità della sua vita con l’intervista concessa a Jorge Lanata, il grande giornalista di inchiesta, già tra i fondatori del quotidiano Pagina 12 e attualmente in televisione nella galassia mediatica del Grupo Clarin. La tribuna offerta da Lanata vale oltre 3 milioni di persone in ascolto ed è forse la prima volta che nella televisione argentina si parla di questione indigena con questa audience

Il punto rimane però un altro. In un paese che ha pagato un prezzo altissimo al terrorismo di Stato negli anni ’70, il tema della scomparsa di una persona “che da fastidio” è troppo scottante. Anche se non inciderà sull’elettorato del Presidente Macri nelle prossime elezioni legislative di ottobre, il caso Maldonado alimenta comunque una campagna, giusta, di richiesta di informazioni, alla quale il governo non può non rispondere. Tranne che si dimostri incapace di sapere cosa fanno le sue forze dell’ordine o, nel caso più strampalato e piuttosto improbabile, dove si nasconda una persona che vuole fare parlare del suo movimento.

 

 

 

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L’elezione dell’Assemblea Costituente in Venezuela, duramente contestata  dall’opposizione, segna la fine ufficiale del chavismo. Il 41% di elettori che si sono recati alle urne dichiarato dal governo (senza dire cosa hanno votato), o il 12% dichiarato dall’opposizione, sono comunque numeri che nella migliore delle ipotesi certificano la fine di un progetto. Il chavismo senza popolo non può esistere.

In Venezuela era collassato lo Stato con il caracazo del 1989, la rivolta dei poveri della capitale venezuelana affogata nel sangue, che avrebbe spazzato via i vecchi partiti nazionali aprendo la stagione del parà Hugo Chávez. Il primo presidente uscito dalla disgregazione del sistema politica tradizionale. Un politico di razza, populista nei modi, ma in grado di comunicare sinceramente con il suo popolo. L’uomo che riuscì nell’impresa di ridistribuire la rendita petrolifera sulla quale campa il Venezuela da quasi un secolo. E’ innegabile che il welfare chavista abbia raggiunto settori della popolazione mai toccati da nessuna forma di assistenza. Lo scambio petrolio-medici con Cuba garantì per la prima volta a milioni di venezuelani la possibilità di curarsi. Un Venezuela che cavalcava l’onda del petrolio oltre i 100 dollari al barile, ma che continuava a perpetuare, anche se con soggetti diversi, la corruzione dell’apparato statale e parastatale. Anzi, il Venezuela chavista trasferisce una buona fetta di potere direttamente nelle mani dei militari, i quali chiuderanno i due occhi, ovviamente non gratis, sul passaggio della cocaina colombiana che dal Venezuela parte per i mercati del Nord. Il Venezuela, che ha sempre dipeso per la sua fortuna dalle esportazioni di greggio verso gli Stati Uniti, ha giocato con Chavez a tutto campo una politica di “non allineamento” che lo portò a solidarizzare con l’Iran, minacciare di rompere relazioni diplomatiche con Israele, vendere petrolio agli USA e ai cinesi, finanziare mega-raffinerie in Brasile, comprare bond argentini e regalare petrolio ai cubani. Uno sforzo immane dal punto di vista economico, un dissanguamento costante ai tempi delle vacche grasse, ma senza mai avere avuto un progetto economico sostenibile per un Venezuela che, dopo la scomparsa di Chavez e il notevole abbassamento del livello politico della nuova classe dirigente, sta portando il paese al collasso. I piani di industrializzazione che avrebbero dovuto ridurre la dipendenza dai paesi manifatturieri, la riforma agraria che avrebbe dovuto aumentare la capacità del paese nella produzione di alimenti sono falliti. Oggi, come 20 anni fa, il Venezuela dipende dal gas e dal petrolio per tentare di chiudere i conti pubblici e degli alimenti e i manufatti prodotti all’estero. Ma il peggio è arrivato con la successione di Chavez, morto prematuramente nel 2013, e l’arrivo al potere del suo successore “designato” Nicolas Maduro che aveva come unica virtù la sua fedeltà al leader e alla sua cerchia magica. Con Maduro la politica è scomparsa per lasciare luogo solo alla demagogia ai limiti del grottesco. Ogni ipotesi di programmazione economica è stata spazzata via dall’iperinflazione, dalla svalutazione della moneta, dalla fuga degli investitori. Maduro non aveva un piano B per fare fronte al prezzo di 35-40 dollari al barile di petrolio. L’inflazione, come sempre, ha ridotto gli stipendi a briciole, mentre la crisi ha svuotato gli scafali. Un caos che in qualsiasi altro paese avrebbe portato alle dimissioni del governo e a elezioni anticipate, ma che nel Venezuela post-chavista regge ancora perché l’esercito, la vera spina dorsale dello stato, non ha deciso ancora di abbandonare la barca.  E anche perché l’opposizione, unita solo dall’anti-chavismo, è formata da molte e contraddittorie personalità e non ha manifestato, finora, né leadership credibile né un programma politico oltre lo scontro di piazza. Nell’incendio venezuelano le vittime della violenza politica sono maggioritariamente ascrivibile al governo, ma tra le pieghe dell’opposizione circolano gruppi estremisti armati che hanno dato un loro contributo a fare crescere il saldo delle vittime. In linea di principio però, è lo Stato che dovrebbe garantire l’incolumità di chavisti e anti-chavisti e questo compito è stato drammaticamente mancato.

In Venezuela purtroppo i pronostici sono pessimi. Le ipotesi sono tre, la trasformazione del governo in regime dittatoriale con la sospensione delle elezioni del 2018 e l’annullamento del Parlamento in mano agli oppositori, l’ulteriore radicalizzazione delle piazze fino al crollo dello Stato, e come conseguenza di questo secondo scenario, l’intervento dei militari “per mettere ordine”. Tre ipotesi drammatiche conseguenze del rifiuto di accettare un tavolo per il dialogo avanzato da più parti e nel quale discutere le modalità di convivenza fino alle elezioni presidenziali.

Per la democrazia in Sud America, così difficilmente riconquistata, si preannunciano ancora una volta tempi difficili. Oggi la sinistra sudamericana è chiamata a prendere atto della sua fase declinante e a riflettere seriamente sugli errori commessi e sui correttivi da adottare se vorrà tornare a interpretare società rimaste ancora ingiuste. Le ragioni che hanno spinto milioni di cittadini a dare fiducia al chavismo restano praticamente tutte. Le questioni della sicurezza e della trasparenza sono tanto importanti quanto la lotta alla povertà e i diritti civili. Senza dimenticare che la spesa redistributiva senza entrate che la coprano è sicura fonte di sciagure come si è visto in Venezuela, ma anche in Argentina. La sovranità, giustamente rivendicata, passa anche dal non avere bisogno di indebitarsi o di emettere moneta insieme a inflazione. Invece, la democrazia per alcuni settori della sinistra sudamericana, ed europea, è tornata “borghese” perché stanno vincendo in alcuni paesi le destre. Non ci sono seri ragionamenti né autocritica sulle cause della disfatta, si ripropongono con forza le teorie del “complotto imperialista”. Si torna agli slogan contro il neoliberismo e l’autoritarismo di destra, senza spiegare e spiegarsi perché si sta tornando a diventare minoranza, quali sono stati i problemi che hanno portato all’allontanamento delle grandi masse popolari. Si cercano alleati silenti, quali Putin e la Cina, pur di sopravvivere.

Oggi a Caracas il post-chavismo è arrivato al capolinea, anche se non finisce ora. Più che mai è il momento di riflettere sul Venezuela in ginocchio e di discutere senza paraocchi ideologici. La sinistra in America Latina continua ad essere utile, ma se è anche onesta, trasparente, pragmatica, democratica e popolare.

 

Lo chiamavano cara de piña, faccia da ananas, per via delle cicatrici sul volto lasciate dal vaiolo.  Manuel Antonio Noriega Moreno fece una folgorante carriera nella Guardia Nacional del Panama all’ombra di uno dei personaggi più carismatici degli anni ’70 in America Latina, il colonnello Omar Torrijos. Torrijos, che governava di fatto la semi-colonia statunitense centroamericana, è tuttora considerato un eroe in Panama perché riuscì a strappare al presidente James Carter la restituzione della sovranità sul Canale che unisce Atlantico e Pacifico. Alla morte di Torrijos nel 1981, in uno di quegli incidenti di aerei sospetti così frequenti nella storia dell’America latina, Noriega prese il potere e istaurò un regime basato sulla polizia segreta e la repressione, ma imprescindibile per la geopolitica della Guerra Fredda. Il Panama diventò il centro di ogni operazione clandestina e di ogni traffico tra Nord e Sud America. Noriega era sul libro paga della CIA guidata da Bush senior, ma anche l’uomo di fiducia di Pablo Escobar e del Cartello di Medellìn. Noriega fece transitare le armi per i Contras che volevano rovesciare la rivoluzione sandinista, ma creò canali per il finanziamento di Cuba. Noriega fu il grande burattinaio dell’affaire Irangate che coinvolse l’amministrazione di Ronald Reagan per la triangolazione di armi e cocaina tra il Medio Oriente e il Centro America per finanziare la guerriglia anti-sandinista e vendere armi sottobanco all’Iran. Grazie a Noriega, il Cartello di Medellìn riuscì a creare una testa di ponte per la cocaina a Miami. Questo gioco ad alto rischio si inceppò e alla vigilia del natale del 1989 27.000 marines invasero il Panama per darle la caccia e portarlo in un carcere degli Stati Uniti. L’operazione Giusta Causa provocò almeno 3.000 vittime tra i civili e il processo al colonnello si concluse con 41 anni di carcere. Ma al vecchio alleato caduto in disgrazia fu concesso un favore al quale ci teneva tanto. Riuscì ad ottenere lo status di prigioniero di guerra e ad assistere al processo in alta uniforme. Dopotutto quell’uniforme la aveva utilizzata per difendere per un decennio gli interessi degli Stati Uniti in Centro America.

 

 

 

Con il cambio di presidenza a Washington è entrato in crisi l’intero sistema mondiale degli accordi multilaterali. Gli Stati Uniti sono usciti dal TPP, l’area di libero di scambio del Pacifico, hanno di fatto sospeso il negoziato TTIP con l’Europa e messo in discussione il NAFTA con Messico e Canada, e ora minacciano perfino l’uscita dal WTO. Un mondo alla rovescia, nel quale la Cina difende la globalizzazione e si batte contro il protezionismo mentre gli Stati Uniti diventano sabotatori del libero mercato.

L’Unione Europea, che in questo weekend celebra i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma, ha invece riaperto a sorpresa un negoziato che languiva da anni. Quello con il Mercosur, l’unione di Paesi in assoluto più simile a quella comunitaria: perché tra Brasile, Uruguay, Argentina e Paraguay circolano non solo merci ma anche persone, mostrando semplicemente la carta d’identità; inoltre si sta insediando un parlamento e da anni si parla di moneta comune. I negoziati con l’Europa, iniziati nel 1995, parevano essersi bloccati dopo alcuni vertici conclusi senza successo. Addirittura negli ultimi quattro anni le parti non si sono nemmeno incontrate. Eppure lo scambio tra queste aree assomma 57 miliardi di euro di esportazioni europee e 47 miliardi di esportazioni del Mercosur. Una bilancia commerciale nettamente favorevole all’Europa, che però tentenna al momento di concludere.

Questo è accaduto perché la Francia ha esercitato il suo storico veto nei confronti di tutto ciò che riguarda il capitolo agricoltura. I Paesi del Mercosur, secondo Parigi, dovrebbero aprirsi senza dazi ai manufatti europei, mentre l’ingresso dei prodotti agricoli sudamericani sul mercato europeo dovrebbe essere contingentato. Uno scambio diseguale, impossibile da accettare visto quanto pesa l’agricoltura nell’economia dei Paesi sudamericani. Ora, però, sembra che l’aria stia cambiando, per via del naufragio del TTIP e dei timori di un mondo che si sta inesorabilmente chiudendo al libero scambio.

La Commissione ha chiesto all’Università di Manchester una simulazione delle ricadute che si avrebbero qualora si chiudesse l’accordo: e i risultati dicono che per i Paesi Mercosur i vantaggi si concentrerebbero sul settore agricolo, mentre si avrebbe un calo dell’occupazione in quel settore in Europa. In compenso l’UE avrebbe vantaggi per il suo settore manifatturiero. Fin qui nulla di nuovo. Ma c’è di più. Nonostante una crescita del PIL calcolata tra mezzo punto percentuale per l’Argentina e 1,5% per il Brasile, entrambi i Paesi sudamericani dovrebbero far fronte a un calo occupazionale dovuto al declino dei settori manifatturieri, che si concentrano nelle grandi città, non compensato dalla crescita dell’impiego nelle campagne. In buona sostanza si avrebbe un aumento del reddito agricolo ma il settore non avrebbe praticamente bisogno di manodopera aggiuntiva, essendo stato riconvertito agli OGM.

I dubbi su questo accordo non si esauriscono qui. Si legge infatti nel documento preparatorio al prossimo vertice che la modalità di risoluzione delle eventuali controversie saranno definite “alla luce dei TLC firmati recentemente”. Significa introdurre in questo accordo quella modalità ripudiata dai milioni di cittadini europei che hanno inondato Bruxelles di firme contro gli ISDS: cioè le commissioni arbitrali private che dovrebbero risolvere i contenziosi fra Stato e soggetti privati. L’Unione sta tentando di applicare, in breve sintesi, alcune delle logiche e degli strumenti dell’accordo per ora interrotto con gli Stati Uniti; e, soprattutto, pretende aperture dagli altri tenendo chiusi alcuni dei propri settori produttivi. Si tratta di un liberismo a targhe alterne fuori tempo massimo. L’Unione dovrebbe – eccome! – stabilire relazioni chiare e proficue con il Mercosur, e anche con la Cina e con i Paesi del Pacifico. Ma dovrebbe farlo definendo uno “specifico europeo” nelle relazioni commerciali internazionali, soprattutto ora che gli Stati Uniti si ritirano dalla scena internazionale. Per ora, invece, il comportamento dell’UE continua a risentire dei riflessi condizionati del periodo a stelle e strisce: un periodo che si sta chiudendo, anche se a Bruxelles non l’hanno ancora capito.

 

 

Il traffico di cocaina, si sa, è uno dei settori dell’economia illecita che più sono cresciuti negli ultimi 30 anni. Il mondo è stato ormai invaso dalla polverina bianca che vive una sua seconda giovinezza. “Seconda” perché la cocaina non è una droga nuova, come quelle di sintesi, ma ha una storia che risale al 1860, quando in un laboratorio tedesco venne isolato il principio attivo della foglia di coca. La cocaina – da non confondere con la foglia di coca, che contiene solo piccolissime quantità di questo alcaloide – si commercializzava in farmacia fino al 1920, quando l’ondata proibizionista la colpì insieme agli oppiacei. Le cronache a cavallo tra la fine dell’800 e i primi del ’900 sono ricche di particolari sulla diffusione della droga che garantiva un rendimento intellettuale e fisico sopra la norma, per poi sviluppare velocemente una tossicodipendenza.

Il divieto di commercializzarla non frenò certò la sua diffusione nei decenni successivi, ma fu a partire dagli anni ’70 che la cocaina divenne una droga veramente globale, grazie alla produzione e alla commercializzazione gestite da cartelli mafiosi.

A differenza del papavero da oppio, che cresce in tanti luoghi del pianeta, la foglia di coca ha una sua “preferenza geografica” proprio per le zone di cui è originaria, i contrafforti andini del Sudamerica. I tentativi di coltivazione fuori da Bolivia, Perù e Colombia non hanno mai dato risultati prosperi. Ed è quindi in questi tre Paesi che si è giocata la “lotta” al narcotraffico: una guerra che da ormai tre decenni è la priorità della politica statunitense per l’America Latina.

Una guerra spesso di facciata, che è servita a giustificare la presenza di militari e di agenti della DEA (Drug Enforcement Administration, l’organismo anti-droghe di Washington) in zone ad alta densità di lotte contadine e a ridosso della foresta amazzonica con le sue infinite risorse. Le tecniche usate sono state la repressione militare e la fumigazione con potenti e cancerogeni diserbanti. La strategia si è rivelata fallimentare: non solo non ha ridotto la coltivazione illegale di coca, ma ha addirittura rinforzato i cartelli criminali che hanno raggiunto, come in Colombia, lo status di “padroni” di intere regioni. E questo è avvenuto senza che i coltivatori di coca ne traessero alcun vantaggio: anzi, i contadini sono stati vittime sia dei narcos sia degli eserciti per un misero guadagno, anche perché sono falliti pure i piani di riconversione.

Mancanza di infrastrutture, distanza dalle città, variazioni dei prezzi di mercato hanno storicamente impedito che il mondo rurale della coca illegale potesse serenamente trovare alternative. Solo negli ultimi anni qualcosa è cambiato, e proprio nel Paese dove erano nati i primi cartelli della droga, la Bolivia. L’attuale governo di Evo Morales, ex sindacalista dei coltivatori della coca, sta raggiungendo risultati significativi. Senza sparare e senza fumigare le piante, ma grazie a investimenti che in questi anni hanno superato il miliardo di dollari per convincere i contadini a riconvertire le piante di coca “eccedenti”, cioè quelle la cui coltivazione non è giustificata dal fabbisogno del mercato legale.

La superficie coltivata a coca in Bolivia è così calata da 31.000 a 20.000 ettari in soli sei anni. Un’estensione che si avvicina di molto a quella ritenuta necessaria per soddisfare il solo consumo tradizionale della foglia, pari a 14.000 ettari. L’abbandono delle coltivazioni di coca è dovuto anche a politiche pubbliche che hanno offerto ai lavoratori concrete alternative, attraverso la costruzione di infrastrutture per il trasporto e la commercializzazione di prodotti agricoli, la formazione tecnica, le nuove industrie di trasformazione alimentare.

Nel frattempo in Colombia, dove da anni si è scelta la “linea dura”, i terreni coltivati a coca sono aumentati da 46.000 ettari a 96.000. E questo nel Paese nel quale gli Stati Uniti negli ultimi decenni hanno speso miliardi e miliardi di dollari per estirpare il problema.

Se l’assioma “dove c’è la mafia non c’è sviluppo” risponde al vero, è vero anche il contrario: dove c’è sviluppo le mafie perdono terreno. La Bolivia è ora impegnata nella depenalizzazione dell’uso della foglia di coca per alimenti e prodotti farmaceutici, come ulteriore passo verso la totale eliminazione delle coltivazioni illegali. La battaglia condotta da un Paese piccolo e povero si sta dunque dimostrando vincente: una lezione pratica per i sostenitori del proibizionismo repressivo, che finisce per foraggiare le mafie senza risolvere il problema.

Alfredo Somoza per #Esteri, Radio Popolare

 

Dopo la spettacolare esposizione mediatica degli ultimi anni, l’unico Paese ufficialmente socialista dell’emisfero occidentale, Cuba, è tornato nell’oblio. Sono stati anni intensi, gli ultimi due, con L’Avana sempre in prima pagina: dalla mediazione riuscita di papa Francesco – che ha portato alla visita di Barack Obama e alla fine, per quanto non formalizzata, delle ostilità tra i due vicini del mare dei Caraibi – alla pace tra governo colombiano e guerriglia delle FARC firmata proprio nella capitale cubana. Sempre a Cuba si sono abbracciati papa Francesco e il patriarca della Chiesa russa Kirill, ponendo le basi per un riavvicinamento fra due delle tre grandi correnti del Cristianesimo europeo, divise da mille anni. Tra il novembre e il dicembre 2016 l’isola ha ottenuto visibilità globale ancora una volta, sia pure per un evento meno felice, la morte del comandante Fidel Castro, che ha generato un’ondata di commozione in tutto il mondo. E ha sollevato interrogativi sulla transizione guidata dal fratello Raúl, con la sua promessa di lasciare il potere nel 2018 e una successione ancora da definire.

Ecco, tutto questo sembra dimenticato da quando alla presidenza degli Stati Uniti è stato eletto Donald Trump, che è riuscito a ottenere parte del voto cubano della Florida promettendo di fare marcia indietro rispetto alle concessioni di Obama. In realtà, per ora il bersaglio latinoamericano di Trump è un altro, il Messico. Su Cuba, il nuovo inquilino della Casa Bianca ha solo detto che non ci saranno nuove aperture finché non cambierà la situazione politica dell’isola. Che è molto ma anche poco.

Molto perché appare piuttosto improbabile che, nell’immediato, a Cuba possa cambiare qualcosa. Poco perché nel frattempo sull’isola stanno arrivando migliaia di turisti statunitensi portati dalle navi da crociera, oppure dai voli di linea dell’American Airlines. Si sta verificando cioè quanto auspicava il mondo degli affari di Wall Street, che aveva spinto Obama a rivedere la fallimentare politica statunitense nei confronti di Cuba. Non è che prima L’Avana fosse isolata dal mondo, o avesse difficoltà a trovare capitali internazionali. Francia, Canada, Italia, Spagna, Brasile, Cina sono da anni grandi investitori tramite le loro compagnie transnazionali, sempre ben accolte a Cuba: soprattutto nel settore turistico, diventato trainante per il resto dell’economia locale. Ora anche le imprese a stelle e strisce chiedono la loro parte, nei settori delle comunicazioni, dei trasporti e ovviamente del turismo. Difficilmente Trump potrà, o vorrà, fermare questo fiume in piena che considera strategico il piccolo Paese caraibico. Come secoli fa lo era per la Spagna imperiale, come lo è stato fino agli anni ’60 per gli stessi Stati Uniti e più recentemente per il Vaticano e per diversi Paesi europei.

Come stanno incidendo sulla vita dei cubani le riforme portate avanti ormai da anni da Raúl Castro? In modo molto diversificato, in una società che si sta lentamente polarizzando. Da una parte, la maggioranza dei cubani che lavora per lo Stato percepisce stipendi ridicoli, e deve arrangiarsi come può per arrotondare; dall’altra, una minoranza vive una fase di veloce crescita, ora che si può lavorare legalmente come affittacamere o ristoratori: in un giorno, queste attività consentono di guadagnare l’equivalente dello stipendio mensile di un medico. Questa dinamica, che si avverte soprattutto nelle località turistiche, non ha ancora intaccato la struttura di una società che vive serenamente, anche se spesso in povertà, grazie a una rete di welfare universale unica nel suo genere in America Latina. Nell’unico Paese dell’area dove esiste sì la povertà, ma non la miseria, cominciano però a vedersi differenze rilevanti nel potere d’acquisto tra le famiglie inserite nel business del turismo e quelle escluse.

Per Cuba le sfide non sono state mai semplici. E proprio quando pareva che si potesse avvicinare un lieto fine nel tormentato rapporto con il potente vicino del Nord, ecco di nuovo l’incertezza. La differenza rispetto al passato è che oggi, a distanza di oltre un quarto di secolo dalla fine dell’URSS e con il Venezuela in pieno caos economico e politico, Cuba riesce comunque a trovare le risorse necessarie per mantenere orgogliosamente in vita quel suo “socialismo tropicale” con fortissime venature nazionalistiche. Tuttavia i miti di Martí, del Che e di Fidel non bastano più: Cuba deve reinventarsi ogni giorno. La grande sfida che l’attende ora, da quando Internet si è diffusa sul territorio nazionale, è quella del pluralismo politico, senza il quale tutto ciò che è stato il lascito positivo della rivoluzione rischia di essere vanificato.

 

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Al momento l’unico sicuro perdente degli annunci del neo-presidente Donald Trump in materia di commercio estero è il Messico. Non tanto per le affermazioni xenofobe anti-messicane utilizzate in campagna elettorale per scaldare la parte peggiore dei suoi elettori, ma perché la fine annunciata, o almeno il ridimensionamento, dell’accordo NAFTA che unisce i paesi nordamericani, minaccia la stabilità complessiva del Messico.

Sono bastati gli annunci di penalizzazione delle aziende americane che producono oltre il rio Bravo per svalutare il peso di oltre il15%. Ora si passa a questioni ancora più serie, come la decisione della Ford di cancellare un investimento di 1,6 miliardi di dollari in Messico, dirottando 700 milioni nel Michigan. Stiamo assistendo forse all’inizio della crisi della globalizzazione delle merci, alla messa in discussione del mercato mondiale. Ma il caso del Messico è ancora diverso. I legami che uniscono i due paesi vicini sono molto profondi. Il Messico ha “regalato” all’Unione del nord importanti e ricchi territori come il Texas e la California e ha contribuito allo sviluppo dell’economia statunitense attraverso l’immigrazione che è stata decisiva nei settori dell’agricoltura e dei servizi in diversi stati. Il Messico oggi conta 122 milioni di abitanti, ai quali si sommano almeno altri 15 che vivono e lavorano negli Stati Uniti. Un piccolo gigante demografico del Nord America che nel 2004 ha fatto la mossa più impegnativa della sua storia contemporanea, firmare il trattato NAFTA insieme a Stati Uniti e Canada. Un accordo di libero scambio di merci e servizi, non di persone, che segna l’avvio della delocalizzazione dell’industria statunitense ingolosita dal basso costo della manodopera messicana. A distanza di 23 anni, il bilancio del NAFTA è molto controverso. Lo scambio commerciale tra i due paesi è aumentato del 534%, ma la dipendenza del Messico dagli acquisti statunitense è da record, oltre il 75% delle sue merci vanno oltre confine.  Un legame che non ha risolto i problemi fondamentali del paese Latinoamericano, come ad esempio la disoccupazione che ufficialmente è del 4%, ma che raggiunge il 14% tra sottopagati e lavoratori saltuari. La calata delle industrie statunitensi, soprattutto nel settore meccanico, automobilistico e tessile non ha trasferito particolari competenze al comparto industriale messicano e il valore aggiunto di queste esportazioni è molto basso. In sostanza, l’industria messicana a distanza di 24 anni dalla nascita del NAFTA non è riuscita a rompere lo schema della “maquiladora”, cioè delle imprese-capannone nelle quali si assemblano semilavorati arrivati dall’estero per poi riesportare il prodotto finale. E questa è ancora la regola per il 75% dell’export messicano. Unico vantaggio è stata sicuramente la nuova occupazione che si è creata, che però nel suo insieme non raggiunge i 2,5 milioni di lavoratori. Anche l’arrivo di capitali, massicciamente nei primi anni del NAFTA fino a posizionare il Messico al 4° posto mondiale per attrattività, si sono spostati in Oriente fino a fare scivolare la piazza messicana al 20° posto. Il dato più clamorosamente negativo è che la pretesa iniziale del NAFTA, quella di indurre processi di sviluppo nel mercato più debole, migliorando il livello di vita e fermando l’emigrazione è stato clamorosamente smentito. La differenza di salario tra gli Stati Uniti e il Messico è rimasta la stessa di 24 anni fa, mentre la popolazione messicana che vive nel paese del Nord è passata dai 6,5 milioni del 1994 ai 15 milioni attuali. Altra ricaduta negativa per il Messico è stata la devastazione della piccola e media produzione agricola, rovinata dall’arrivo senza dazi sul mercato locale delle eccedenze agricole sovvenzionate negli Stati Uniti e quindi più economiche. Una parte di quel tessuto di terre coltivate a mais è stata riconvertita all’economia della droga, marihuana e papavero da oppio destinati al mercato del nord. I Cartelli della droga messicani, insignificanti 20 anni fa e potentissimi oggi, sono stati tra i principali beneficiari delle aperture dei confini per le merci, tra le quali non sempre viaggiano prodotti legali.

Le promesse di Trump, di neo-protezionismo, ridiscussione dell’accordo NAFTA e penalizzazione delle imprese che hanno delocalizzato è un macigno pesantissimo sul futuro del Messico. Un rischio non solo per la sua economia fortemente dipendente dal vicino, ma addirittura per la sua stabilità. Un paese in preda alla violenza dei Cartelli, con una classe politica screditata e corrotta, con occupazione di bassa qualità e sottopagata, se privato dal suo polmone esportatore rischia di cadere in un processo di instabilità critica. I discorsi di Trump sul commercio mondiale possono funzionare, fino a un certo punto però, con la Cina che rimane comunque il primo creditore di Washington, ma nel caso del Messico dovrebbe considerare oltre l’interesse economico la geopolitica e la sicurezza nazionale. Un Messico abbandonato alla deriva può diventare una bomba ad orologeria lungo 3.000 chilometri di frontiera. E non ci sarebbe muro che tenga.

 

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