Archivio per la categoria ‘America Latina’

Mentre Donald Trump minaccia di reintrodurre dazi a difesa della produzione statunitense e l’Europa continua a difendere a spada tratta il multilateralismo e gli accordi tra Stati in  materia di eliminazione di dazi, la stessa Unione Europea non riesce a concludere l’accordo con il Mercosur. L’accordo commerciale con cinque Paesi del Sudamerica (Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e Venezuela) è in trattativa da oltre 15 anni: ogniqualvolta sembra che stia per essere firmato, spuntano i veti dal settore agricolo. La lobby dell’agroalimentare europeo, destinataria del 45% dei fondi comunitari, ma che occupa solo il 6% della forza lavoro continentale, difende con unghie e denti la sua posizione di privilegio basata sul ferreo contingentamento dell’import agricolo e sulla pioggia di contributi ricevuti dalle istituzioni comunitarie.

Questo protezionismo da manuale dovrebbe essere destinato a esaurirsi, ma solo sulla carta: nella pratica le cose stanno andando diversamente. L’accordo Europa-Mercosur si sarebbe potuto concludere già quando il Brasile, potenza industriale, ha accettato di eliminare i dazi sulle autovetture europee, soprattutto quelle del segmento del lusso. Era questo il segnale che si aspettava per siglare l’accordo. Ma a quel punto il comparto agricolo ha risposto aprendo due fronti: quello relativo alla quota di carne che si può importare dal Sudamerica e l’annosa vicenda dei marchi alimentari.

Come l’accordo con il Canada, quello con il Mercosur prevede la tutela di 57 tipicità, ma questo non è bastato al settore agroalimentare, soprattutto a quello italiano. Secondo Coldiretti, infatti, i Paesi del Mercosur sono quelli dove più si verifica il fenomeno dell’Italian sounding, cioè la contraffazione di marchi italiani. Ma si tratta di un dato falso e che dimostra solo chiusura mentale. In Uruguay, Argentina e Brasile, infatti, sono stati gli emigrati italiani (ed europei in generale) a produrre in loco Provolone, Parmigiano, Chianti e Fontina. E non certo da ieri, ma da oltre un secolo, ben prima che qualcuno si sognasse di parlare di “marchi” da tutelare. Non si tratta quindi di contraffazioni, bensì di prodotti dell’emigrazione italiana, francese, svizzera. Una specie di “made in Europe” globale.

Equiparare il Parmesano della Pampa con il Parmesan cinese è totalmente fuori luogo, così come pretendere che queste produzione storiche dei Paesi di emigrazione europea possano scomparire all’improvviso. Il paradosso è che i prodotti “originali”, cioè quelli davvero fatti in Europa, sono già presenti sui mercati sudamericani, ma hanno prezzi accessibili solo per una minoranza di persone. Il Parmigiano-Reggiano, che costa all’incirca 20 euro al chilo, non potrà mai essere un prodotto di massa in Sudamerica.

Una politica lungimirante dovrebbe piuttosto puntare a creare un’associazione tra produttori europei e sudamericani per migliorare la qualità dei prodotti nati dall’emigrazione, da indirizzare magari verso la conquista di quei mercati terzi, in Asia o in Africa, dove gli originali sono improponibili per via del costo. Prevalgono invece la chiusura e la tutela autolesionistica, perché alla fine ogni chiusura porta a una ritorsione in nome della reciprocità.

Per l’Europa, una volta ancora, l’impossibilità di concludere accordi in un mondo sempre più frammentato – e con grandi concorrenti come la Cina, gli Stati Uniti e prossimamente anche il Regno Unito – è dovuta al comparto agricolo. Che senza dubbio è giusto tutelare in nome della territorialità, del suo ruolo di presidio ambientale e dell’importanza che esso riveste per le culture locali, ma che non può continuare a dettare la linea alla società europea nella sua interezza.

La priorità dell’agricoltura è antica quanto è antico il processo di unificazione europeo, e ha sempre avuto alla base il principio della sicurezza alimentare. Oggi però questo principio è garantito anche dal commercio globale di alimenti, e dunque andrebbero ridiscusse le priorità complessive del comparto produttivo europeo. Industria, servizi, ricerca hanno pari o superiore dignità rispetto all’agricoltura, ma ancora una volta devono subire il diktat dei produttori di formaggio.

 

 

 

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50 anni fa a La Higuera, un paesino della Bolivia profonda, veniva ucciso Ernesto Guevara, detto il Che, come sono soprannominati gli argentini nel resto dell’America Latina. Medico, rivoluzionario, ministro, rivoluzionario ancora. 39 anni consumati di fretta in tempi in cui le scelte erano radicali, definitive, senza ritorno.

Il Che dei primi tempi non era comunista, la sua famiglia aveva origini altoborghesi e lui era cresciuto frequentando l’alta società del suo paese. È un viaggio nell’America Latina della povertà ancestrale a far crescere in lui un misto di rabbia e di voglia di agire che successivamente diventa ideologia.

A differenza delle sinistre del suo tempo, il Che non contempla l’ipotesi di sviluppare un lavoro di base, di far crescere un movimento e attendere che le contraddizioni del sistema si manifestino, così da prendere il potere. Per il Che bisogna agire subito, confondere l’imperialismo aprendo uno, cento, mille fronti di scontro diretto, armato. Costituendo avanguardie rivoluzionarie che avranno il compito di aggregare altre forze fino a conquistare una massa critica, come a Cuba, in grado di rovesciare un regime. Ma subito, senza tirare per le lunghe. Ed è proprio questa componente della sua personalità, l’urgenza nell’agire, il non accettare compromessi, che lo fa diventare un simbolo quando è ancora vivo.

Guevara era giovane e fotogenico, e incarnava in sé la volontà di cambiamento, spesso cieca, tipica della gioventù. Con la sua lotta dimostrava che le utopie erano possibili, come appunto a Cuba. Difficilmente avrebbe potuto continuare la sua vita da ministro-eroe insieme a Fidel: non era nato per governare ma per sovvertire, per rovesciare. È diventato l’icona della rivoluzione allo stato puro, senza i guasti che il tempo inevitabilmente provoca quando si esercita il potere.

Per questo la sua immagine non ci ha mai abbandonato, e nell’immaginario globale il Che è andato oltre la sua origine, la sua lotta, le sue vittorie e le sue sconfitte. Ha accompagnato minatori in lotta nel Galles, oppositori torturati dai regimi mediorientali, studenti europei nelle piazze del ’68, leader dell’indipendenza africana in lotta contro il colonialismo. Non importa quanto sia stato davvero capace come comandante, come medico, come ministro: il Che è stato, e ancora è per molti, un simbolo della possibilità di cambiare definitivamente l’ordine delle cose.

Quando si estrapolano le persone dal contesto storico, i conti difficilmente quadrano. Che Guevara è stato l’apostolo della rivoluzione o l’efferato criminale di cui parlano i fuorusciti cubani che stavano con Batista? Né l’uno né l’altro, ovviamente. Piuttosto, è stato un uomo che, nel difficile contesto della Guerra Fredda, da una delle periferie dell’Impero è riuscito a comunicare con il mondo intero, senza retorica, con l’esempio della propria vita e arrivando fino alle ultime conseguenze. Ecco perché, giusto o sbagliato che sia, Che Guevara in realtà non è mai morto.

 

Alfredo Somoza per #Esteri #RadioPopolare

 

Come quando negli Stati Uniti si aprono gli archivi di Stato perché sono passati 25 anni dai fatti, e si possono leggere documenti che chiariscono passaggi importanti del recente passato, la pubblicazione del testamento del Venerabile Licio Gelli conferma molti fatti conosciuti, ma mai verificati in modo inequivocabile. La procura di Arezzo sta lavorando per capire quanti dei 63,5 milioni del patrimonio del capo della Loggia segreta Propaganda 2 siano riconducibili ad attività illecite. Ma al di là della congruenza fiscale tra quanto detenuto e quanto dichiarato, la tipologia e la disposizione dei beni parla chiaro. Il patrimonio di Licio Gelli segue quello che in Sud America viene chiamato  “il volo del Condor”. Non le cime delle Ande impervie, dove il più grande avvoltoio al mondo regna indisturbato, ma i paesi nei quali, negli anni ’70, si svolse la cosiddetta “Operazione Condor”. Un piano strategico-operativo ideato nel Cile di Pinochet per coordinare gli apparati repressivi delle dittature sudamericane, con lo scopo di potere perseguire gli oppositori senza limiti territoriali. Una messa in comune dell’intelligence e anche la concessione del permesso per gli apparati repressivi di un paese per potere operare all’estero. L’operazione Condor ovviamente nasceva sotto gli auspici di Washington, nella logica della Guerra Fredda, ma fu volenterosamente portata avanti in primis dai governi militari di Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Brasile e Bolivia. Paesi nei quali operavano vecchie conoscenze dell’internazionale nera. In Cile, i francesi reduci della Guerra di Algeri e i torturatori brasiliani, in Bolivia i nazisti come Klaus Barbie, il boia di Lione, o il terrorista nero Stefano Dalle Chiaie, indagato per Piazza Fontana. In Argentina invece la rete nera era gestita da un italiano, Licio Gelli, che aveva affiliato alla sua Loggia P2 il comandante della Marina, Ammiraglio Emilio Massera, e il capo del potente Primo Corpo dell’Esercito, Generale Guillermo Suarez Mason. Una rete preesistente alla Dittatura perché Gelli era stato uno dei manovratori del Peron degli ultimi anni. Una conoscenza che risaliva a molto tempo prima però, quando il giovane Gelli, dopo essere stato volontario fascista nella Guerra di Spagna, era a libro paga della CIA e collaborava con la ratline, la via dei topi, o meglio la via dei conventi. Una rete di “luoghi sicuri”, cioè di conventi, dove ustascia croati, fascisti italiani o gerarchi nazisti sostavano in attesa di scappare dall’Europa. Principale destinazione Buenos Aires, presidente dell’epoca Juan Domingo Peròn, pagamento dei lasciapassare in lingotti d’oro del tesoro nazista, gestore e uomo di fiducia, Licio Gelli. Quando verrà catturato in Svizzera ed estradato in Italia, Licio Gelli era ancora in possesso del passaporto diplomatico argentino, stampato nella fabbrica di documenti della dittatura allestita nel più grande lager del paese, la Escuela de Mecanica de la Armada, sotto la responsabilità dell’Ammiraglio Massera, tessera P2 n° 478.

Poi il mondo è cambiato, Gelli, che farà solo due mesi di galera in Italia, muore a 96 anni nel 2015 mentre molti degli scampati alla rete del condor, come l’uruguayano Mujica o la cilena Bachelet, diventeranno presidenti dei loro paesi. Ora l’apertura del testamento olografo di Lico Gelli ci riporta indietro nel tempo e sul luogo del delitto. Oltre alla famosa Villa Wanda ad Arezzo, il lascito del venerabile è composto da contanti, diamanti, lingotti d’oro e una sfilza di proprietà estere. Dove? In Paraguay 172.000 ettari di terreni agricoli, in Uruguay 12.000 ettari, in Brasile una fazenda con 2.000 ettari di ottimo terreno e in Argentina soli 30 ettari venduti nel 1987. Che siano state “mance” ottenute dei regimi, oppure investimenti per riciclare soldi sporchi, soprattutto proveniente dai traffici del suo sodale Umberto Ortolano, la vera mente della P2 che dall’Uruguay muoveva i fili finanziari dell’internazionale, oggi poco importa. Il testamento scritto a mano con grande precisione dal Venerabile Gelli conferma il ruolo che ha avuto nella guerra sporca combattuta in Sud America che si lascio dietro decine di migliaia di morti e scomparsi. I più acuti analisti pensano che l’interesse di Gelli per le vicende sudamericane fosse dovuto non solo ai traffici economici, ma anche al grande laboratorio che offrivano le dittature nel reprimere “scientificamente” l’opposizione. Un modello che avrebbe potuto essere importato in Europa in caso di bisogno. E questo perché l’Internazionale Nera è stata la mano segreta e criminale della Guerra Fredda, che aveva come confini il mondo intero.

 

Alfredo Somoza

 

Nel 1988 il Cile di Pinochet si rimetteva per la prima volta al giudizio democratico. La dittatura intendeva legittimarsi e sancire la sua continuità con un referendum popolare ma, contrariamente ai piani, il popolo respinse la proposta con il 56% dei voti. Un risultato incredibile per uno dei Paesi-simbolo della lunga notte della Guerra Fredda, che fu possibile perché, chiudendo con le vecchie divisioni, le principali forze politiche – socialisti, socialdemocratici, radicali e democristiani – avevano dato vita alla Concertación: una coalizione di centrosinistra che avrebbe vinto le prime elezioni democratiche, nel 1989, per governare ininterrottamente per vent’anni.

Nel 2010 l’imprenditore di centrodestra Sebastián Piñera riuscì a diventare presidente per un mandato. Poi si tornò alla collaudata formula del centrosinistra, questa volta allargato ai comunisti. In questi lunghi anni la Concertación ha garantito stabilità istituzionale a un Paese radicalmente cambiato dopo la dittatura di Pinochet. Senza produrre strappi ha saputo limare le asprezze di una società privatizzata, garantendo un allargamento del welfare. Ma l’ha fatto molto timidamente, e senza mai mettere in discussione i “fondamentali pinochetisti” in materia lavorativa, previdenziale, educativa.

Paradossalmente il Cile è il Paese con la fascia di povertà estrema più bassa del Sudamerica, insieme all’Uruguay, ma la sua società resta fortemente divisa in classi separate da barriere inamovibili, e segnata al suo interno da una profonda frattura storica mai risolta, la questione della minoranza indigena mapuche. Anche le alleanze internazionali non sono cambiate rispetto ai tempi del regime. Il Cile è il Paese che ha sottoscritto il maggior numero di accordi bilaterali di libero scambio di tutto il continente; è diventato membro associato del Mercosur, il mercato comune dell’America Meridionale, ma mantiene rapporti saldissimi con gli Stati Uniti, l’Unione Europea e le principali potenze asiatiche.

Domenica prossima si voterà per il nuovo presidente della Repubblica e, per la prima volta, l’intero panorama dell’offerta politica cilena risulta frammentato. Oltre al candidato di socialisti e comunisti, il giornalista Alejandro Gullier, si presentano da soli Carolina Goić, della Democrazia Cristiana, la giornalista Beatriz Sánchez, sostenuta da un fronte libertario e ambientalista, e Marco Enríquez-Ominami, ex socialista che ha fondato il Partito Progressista. A destra, oltre all’ex presidente Piñera si candida José Kast, fuoriuscito dalla storica formazione pinochetista dell’UDI. I sondaggi sono spietati per il centrosinistra diviso. Al primo turno Piñera potrebbe ottenere tra il 40 e il 45% dei voti, non sufficienti per vincere al primo colpo, ma quanto basta per ipotecare il ballottaggio. Le spaccature nel campo della sinistra risalgono agli ultimi anni di governo della socialista Michelle Bachelet, che da un lato è stata sfiorata da diversi scandali legati alla corruzione e dall’altro non è riuscita a portare a termine alcune riforme che quattro anni aveva promesso, e che l’avevano proiettata verso la vittoria: come quella dell’università, che avrebbe dovuto porre fine all’approccio elitario introdotto dalla dittatura.

Al di là dei risultati, si può però concludere che, dopo 28 anni dalla transizione democratica, il Cile sta finalmente voltando pagina. Il fronte democratico, utile per tenere lontani dal governo gli eredi politici del dittatore, si è sfaldato. Come in quasi tutto il mondo, gli elettori ora stanno valutando programmi e persone: il voto utile, o il voto per il male minore, domenica andrà definitivamente in soffitta. La destra cilena si presenterà con il suo campione convinta di vincere, e i numeri per ora la confortano; la sinistra si presenta invece frammentata e litigiosa, con candidati che hanno opinioni contrastanti sul cammino percorso finora e sull’idea di Paese che vorrebbero. Molto normale, molto attuale.

I chiaroscuri delle elezioni di domenica sono tutti qui: da un lato finalmente la libertà di votare secondo coscienza, dall’altro la maggiore preparazione delle forze conservatrici, che hanno saputo rinnovarsi tirando fuori dal cilindro imprenditori bravi dal punto di vista mediatico, capaci di veicolare le idee di sempre in modo brillante e moderno. Inoltre queste elezioni sanciranno ulteriormente il cambiamento degli umori dei sudamericani, che dopo quanto accaduto in Paraguay, Argentina e Brasile stanno virando a destra anche in Cile. O meglio, chiariranno che sempre di più la pluralità litigiosa viene penalizzata. Una lezione che le destre di tutto il mondo hanno capito, mentre le sinistre continuano a ignorare. Sia pure con onorevoli eccezioni.

 

Alfredo Somoza per #Esteri @RadioPopolare

 

Domenica si vota in Argentina per le legislative di medio termine. Sono infatti ormai passati due anni dalla vittoria del leader del centrodestra, l’imprenditore Mauricio Macri, che era riuscito a battere al secondo turno il candidato peronista Daniel Scioli. Due anni intensi e relativamente senza grandi scossoni, nel senso che il governo ha dovuto dosare spesso in misura omeopatica il suo programma liberista, in quanto non ha una maggioranza propria in Parlamento.

Le modeste riforme che Macri è riuscito a varare sono passate grazie alle abilità di gestione dell’aula degli alleati radicali e soprattutto grazie alle divisioni sempre più marcate all’interno del peronismo, che resta la forza più importante del Paese ma è diviso in tre tronconi. La grande sconfitta del 2015, Cristina Kirchner, è imbrigliata da diversi processi penali, con accuse che vanno dall’arricchimento illecito alle connivenze con potenze straniere per insabbiare inchieste giudiziarie per atti di terrorismo. Le cause sono tuttora in corso e non sono arrivate a sentenza, diversamente da quelle intentate a diversi funzionari del suo governo, accusati di episodi gravissimi di corruzione. La Kirchner si è dunque molto indebolita, non è amata da tutti, eppure resta il leader più in vista della galassia peronista.

La candidatura al senato di Cristina Kirchner per la provincia di Buenos Aires, che potrebbe garantirle l’immunità per i suoi guai con la giustizia, deve fare i conti appunto con le divisioni interne. Infatti i sondaggi rilevano un testa a testa con l’anonimo candidato macrista Esteban Bullrich, spiegabile soltanto perché una parte consistente dell’elettorato peronista si rifiuta di votare per Cristina.

Sono questi gli elementi che al momento garantiscono a Macri una navigazione nemmeno tanto complicata. Ma la divisione dei nemici non basterà a garantirgli la rielezione tra due anni. Il suo governo ha finora affrontato alcuni temi con tempistiche discutibili, ad esempio la fine improvvisa delle sovvenzioni statali all’energia e ai trasporti che ha portato a forti aumenti dei prezzi. Sul versante dei diritti umani sta mal gestendo il caso di un militante della causa degli indigeni mapuche della Patagonia scomparso da fine agosto dopo uno scontro con la Gendarmeria nazionale. Tema che ha creato una forte mobilitazione nazionale e internazionale, ma che pare destinato a non incidere sul voto di domenica.

L’unica iniziativa di rilievo che l’amministrazione Macri è riuscita ad avviare è stato un grande piano di opere pubbliche, molto atteso in un Paese che scontava decenni di ritardi. Treni, strade, ponti, aeroporti si sono moltiplicati seguendo il modello già applicato nella città di Buenos Aires, precedentemente amministrata proprio dall’ingegnere Macri, che è il rampollo di una delle più potenti famiglie con interessi nell’edilizia. Gli investimenti in infrastrutture sono stati soprattutto a debito, un debito che è fortemente aumentato in questi due anni perché i capitali internazionali che avrebbero dovuto inondare l’Argentina post peronista non si sono visti.

Buenos Aires, dov’è iniziato il declino dei governi progressisti sudamericani, non è più da sola. Nel frattempo in Brasile è stato decapitato il governo di Dilma Rousseff con l’impeachment, e il Venezuela è precipitato in una crisi profonda. Molti sono i punti in comune tra queste esperienze e non sempre positivi, a partire dal poco controllo sul tema della corruzione.

Dalle elezioni in Argentina di domenica difficilmente uscirà un vincitore netto. Ma sicuramente Mauricio Macri potrà continuare nella sua modesta navigazione, mentre i suoi principali avversari rimangono impegnati a parare i colpi della giustizia.

 

Alfredo Somoza per #Esteri #RadioPopolare

 

I social argentini sono colonizzati da giorni da un messaggio che dice così “sono Gianni Rossi, mi trovo a Buenos Aires (o Cordoba, o qualsiasi posto). Dove sta Santiago Maldonado?”.

 

Santiago Maldonado, artigiano, 28 anni, residente a El Bolsòn (Patagonia andina), è stato visto per l’ultima volta l’incursione della Gendarmeria nazionale in una comunità indigena controllata dal gruppo militante indigeno mapuche RAM (Resistenza Ancestrale Mapuche). Questo gruppo era nel mirino della giustizia perché guidato da Facundo Jones Huala, attualmente agli arresti per via  di una richiesta di estradizione avanzata dal Cile per atti assimilabili al terrorismo. Secondo alcuni testimoni, Maldonado sarebbe stato prelevato dai gendarmi durante i tafferugli e poi sparito nel nulla. Le ricerche, partite però 36 ore dopo i fatti, fino ad oggi non hanno prodotto risultati. Le operazioni di polizia erano state coordinate da Pablo Noceti, capo-Gabinetto della Ministro degli Interni Patricia Bullrich, vicina ai Montoneros negli anni ’70 e oggi nel Governo Macri. Noceti invece, è stato avvocato difensore di diversi repressori durante i processi contro i militari alla fine della dittatura. Questo caso vede infatti tanti elementi insieme, e non sempre rassicuranti:  ex-guerriglieri pentiti, difensori dei militari, gente che scompare, indigeni radicalizzati.

Santiago Maldonado, purtroppo, non è la prima persona che scompare da quando è tornata la democrazia in Argentina. Secondo la Procura federale, dal 1983 fino al 2015, in Argentina sono scomparse 6.040 persone, dei quali metà abbondante sono bambini e adolescenti probabilmente inghiottiti nella tratta della prostituzione. Tra questi casi ci sono anche quelli dai connotati “politici”, equiparabili alle vittime della dittatura. Il caso più tristemente famoso quello di Julio Lopez, scomparso nel settembre del 2006 (Governo di Nestor Kirchner). Lopez, ex detenuto e torturato dai militari, scompare dopo avere deposto nel processo contro il Commissario Etchecolatz, “direttore” di un centro clandestino di detenzione. Ma anche nel caso di Sergio Avalos, 18 anni, scomparso nel 2003 (Governo di Eduardo Duhalde) la polizia ha intitolato il fascicolo come “scomparsa forzata di persona”, il marchio di infamia dei militari. Solo nel caso di Maldonado, scomparso lo scorso 31 luglio, viene fatto dal mondo politico (Cristina Kirchner in primis) un collegamento con il governo nazionale. E questo no perché ci siano, al momento, prove che lo possano dimostrare, ma perché si tratta sicuramente di una bandiera che in questi tempi di campagna elettorale rende, e soprattutto perché il corpo di polizia al momento indiziato della scomparsa dipende direttamente dal Ministero degli Interni nazionale. Ministero, come detto, presieduto da una donna che ha cambiato radicalmente posizione politica e annovera tantissimi nemici, ma soprattutto perché rampollo di una famiglia che in passato ha avuto a che fare con la Patagonia e con gli indigeni mapuche in qualità di latifondista. Se vogliamo il contesto è una novità, nel senso che la stampa e l’opinione pubblica hanno scoperto una serie di cose che ignoravano. La prima che in Patagonia vivono ancora migliaia di indigeni mapuches in comunità “ancestrali”, cioè secondo le modalità di organizzazione e la religiosità dei loro antenati. La seconda che queste comunità sono state nei decenni depauperate e derubate non solo della loro libertà, ma anche dalle terre che erano state loro concesse dallo Stato argentino alla fine del ‘800. Queste terre sono state prima incamerate dalle famiglie argentine che finanziarono la campagna militare contro gli indigeni, come appunto i Bullrich, per essere poi cedute soprattutto a capitali inglesi, ma anche italiani. Il primo proprietario terriero in Patagonia è oggi il gruppo Benetton, che ha avuto diverse cause da comunità indigene proprio sui titoli di possesso della terra. La terza notizia è che partendo dal Cile, dove i mapuches sono oltre un milione e mezzo, anche in Argentina è sbarcato da un po di tempo un radicalismo mapuche che dalla politica spesso passa alle azioni dimostrative. In Cile sono stati diversi ad esempio gli attentati incendiari contro beni delle compagnie che tagliano il bosco autoctono per piantumare eucalitti dai quali ricavare cellulosa. In Argentina invece, per ora siamo alle occupazioni di terre considerate sacre o appartenenti a una comunità e a qualche piccolo attentato senza vittime. Una lotta che prevede la nascita di un paese autonomo che si estenda sui due lati delle Ande e che non riconosce gli stati di Argentina e Cile. Di questa situazione non si hanno avuto notizie, se non localmente, fino al caso Maldonado”, che ha permesso al leader indigeno Facundo Jones Huala, attualmente in carcere, di avere l’opportunità della sua vita con l’intervista concessa a Jorge Lanata, il grande giornalista di inchiesta, già tra i fondatori del quotidiano Pagina 12 e attualmente in televisione nella galassia mediatica del Grupo Clarin. La tribuna offerta da Lanata vale oltre 3 milioni di persone in ascolto ed è forse la prima volta che nella televisione argentina si parla di questione indigena con questa audience

Il punto rimane però un altro. In un paese che ha pagato un prezzo altissimo al terrorismo di Stato negli anni ’70, il tema della scomparsa di una persona “che da fastidio” è troppo scottante. Anche se non inciderà sull’elettorato del Presidente Macri nelle prossime elezioni legislative di ottobre, il caso Maldonado alimenta comunque una campagna, giusta, di richiesta di informazioni, alla quale il governo non può non rispondere. Tranne che si dimostri incapace di sapere cosa fanno le sue forze dell’ordine o, nel caso più strampalato e piuttosto improbabile, dove si nasconda una persona che vuole fare parlare del suo movimento.

 

 

 

L’elezione dell’Assemblea Costituente in Venezuela, duramente contestata  dall’opposizione, segna la fine ufficiale del chavismo. Il 41% di elettori che si sono recati alle urne dichiarato dal governo (senza dire cosa hanno votato), o il 12% dichiarato dall’opposizione, sono comunque numeri che nella migliore delle ipotesi certificano la fine di un progetto. Il chavismo senza popolo non può esistere.

In Venezuela era collassato lo Stato con il caracazo del 1989, la rivolta dei poveri della capitale venezuelana affogata nel sangue, che avrebbe spazzato via i vecchi partiti nazionali aprendo la stagione del parà Hugo Chávez. Il primo presidente uscito dalla disgregazione del sistema politica tradizionale. Un politico di razza, populista nei modi, ma in grado di comunicare sinceramente con il suo popolo. L’uomo che riuscì nell’impresa di ridistribuire la rendita petrolifera sulla quale campa il Venezuela da quasi un secolo. E’ innegabile che il welfare chavista abbia raggiunto settori della popolazione mai toccati da nessuna forma di assistenza. Lo scambio petrolio-medici con Cuba garantì per la prima volta a milioni di venezuelani la possibilità di curarsi. Un Venezuela che cavalcava l’onda del petrolio oltre i 100 dollari al barile, ma che continuava a perpetuare, anche se con soggetti diversi, la corruzione dell’apparato statale e parastatale. Anzi, il Venezuela chavista trasferisce una buona fetta di potere direttamente nelle mani dei militari, i quali chiuderanno i due occhi, ovviamente non gratis, sul passaggio della cocaina colombiana che dal Venezuela parte per i mercati del Nord. Il Venezuela, che ha sempre dipeso per la sua fortuna dalle esportazioni di greggio verso gli Stati Uniti, ha giocato con Chavez a tutto campo una politica di “non allineamento” che lo portò a solidarizzare con l’Iran, minacciare di rompere relazioni diplomatiche con Israele, vendere petrolio agli USA e ai cinesi, finanziare mega-raffinerie in Brasile, comprare bond argentini e regalare petrolio ai cubani. Uno sforzo immane dal punto di vista economico, un dissanguamento costante ai tempi delle vacche grasse, ma senza mai avere avuto un progetto economico sostenibile per un Venezuela che, dopo la scomparsa di Chavez e il notevole abbassamento del livello politico della nuova classe dirigente, sta portando il paese al collasso. I piani di industrializzazione che avrebbero dovuto ridurre la dipendenza dai paesi manifatturieri, la riforma agraria che avrebbe dovuto aumentare la capacità del paese nella produzione di alimenti sono falliti. Oggi, come 20 anni fa, il Venezuela dipende dal gas e dal petrolio per tentare di chiudere i conti pubblici e degli alimenti e i manufatti prodotti all’estero. Ma il peggio è arrivato con la successione di Chavez, morto prematuramente nel 2013, e l’arrivo al potere del suo successore “designato” Nicolas Maduro che aveva come unica virtù la sua fedeltà al leader e alla sua cerchia magica. Con Maduro la politica è scomparsa per lasciare luogo solo alla demagogia ai limiti del grottesco. Ogni ipotesi di programmazione economica è stata spazzata via dall’iperinflazione, dalla svalutazione della moneta, dalla fuga degli investitori. Maduro non aveva un piano B per fare fronte al prezzo di 35-40 dollari al barile di petrolio. L’inflazione, come sempre, ha ridotto gli stipendi a briciole, mentre la crisi ha svuotato gli scafali. Un caos che in qualsiasi altro paese avrebbe portato alle dimissioni del governo e a elezioni anticipate, ma che nel Venezuela post-chavista regge ancora perché l’esercito, la vera spina dorsale dello stato, non ha deciso ancora di abbandonare la barca.  E anche perché l’opposizione, unita solo dall’anti-chavismo, è formata da molte e contraddittorie personalità e non ha manifestato, finora, né leadership credibile né un programma politico oltre lo scontro di piazza. Nell’incendio venezuelano le vittime della violenza politica sono maggioritariamente ascrivibile al governo, ma tra le pieghe dell’opposizione circolano gruppi estremisti armati che hanno dato un loro contributo a fare crescere il saldo delle vittime. In linea di principio però, è lo Stato che dovrebbe garantire l’incolumità di chavisti e anti-chavisti e questo compito è stato drammaticamente mancato.

In Venezuela purtroppo i pronostici sono pessimi. Le ipotesi sono tre, la trasformazione del governo in regime dittatoriale con la sospensione delle elezioni del 2018 e l’annullamento del Parlamento in mano agli oppositori, l’ulteriore radicalizzazione delle piazze fino al crollo dello Stato, e come conseguenza di questo secondo scenario, l’intervento dei militari “per mettere ordine”. Tre ipotesi drammatiche conseguenze del rifiuto di accettare un tavolo per il dialogo avanzato da più parti e nel quale discutere le modalità di convivenza fino alle elezioni presidenziali.

Per la democrazia in Sud America, così difficilmente riconquistata, si preannunciano ancora una volta tempi difficili. Oggi la sinistra sudamericana è chiamata a prendere atto della sua fase declinante e a riflettere seriamente sugli errori commessi e sui correttivi da adottare se vorrà tornare a interpretare società rimaste ancora ingiuste. Le ragioni che hanno spinto milioni di cittadini a dare fiducia al chavismo restano praticamente tutte. Le questioni della sicurezza e della trasparenza sono tanto importanti quanto la lotta alla povertà e i diritti civili. Senza dimenticare che la spesa redistributiva senza entrate che la coprano è sicura fonte di sciagure come si è visto in Venezuela, ma anche in Argentina. La sovranità, giustamente rivendicata, passa anche dal non avere bisogno di indebitarsi o di emettere moneta insieme a inflazione. Invece, la democrazia per alcuni settori della sinistra sudamericana, ed europea, è tornata “borghese” perché stanno vincendo in alcuni paesi le destre. Non ci sono seri ragionamenti né autocritica sulle cause della disfatta, si ripropongono con forza le teorie del “complotto imperialista”. Si torna agli slogan contro il neoliberismo e l’autoritarismo di destra, senza spiegare e spiegarsi perché si sta tornando a diventare minoranza, quali sono stati i problemi che hanno portato all’allontanamento delle grandi masse popolari. Si cercano alleati silenti, quali Putin e la Cina, pur di sopravvivere.

Oggi a Caracas il post-chavismo è arrivato al capolinea, anche se non finisce ora. Più che mai è il momento di riflettere sul Venezuela in ginocchio e di discutere senza paraocchi ideologici. La sinistra in America Latina continua ad essere utile, ma se è anche onesta, trasparente, pragmatica, democratica e popolare.