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La storia politica di Daniel Ortega è unica nel suo genere. Dopo avere guidato l’unica rivoluzione vincente che ha mantenuto in vita il pluripartitismo, convocato elezioni, perso e consegnato il potere ai vincitori, ha iniziato una seconda vita politica che lo vede ancora al potere nel piccolo Nicaragua.

E questo perché il camaleontico Ortega ha saputo adoperare una retorica e una pratica politica sempre adeguata ai tempi, oltre a essere diventato maestro della manipolazione, dell’uso politico della corruzione e della repressione. Negli anni Sessanta, dopo essere passato dal Collegio dei Gesuiti, Daniel diventa guerrigliero e sale man mano nella gerarchia del Fronte Sandinista fino a diventare Presidente della Giunta rivoluzionaria che si insedia al potere, davanti al Vescovo di Managua, nel 1979.

Un governo di unità nazionale anti-dittatura con appartenenti a tradizioni diverse, dai cattolici ai marxisti, passando anche dalle grandi famiglie illuminate come i Chamorro. Il governo sandinista, confermato dalle urne nel 1984 dovrà fare fronte a un’aggressione militare ed economica con pochi precedenti. Gli Stati Uniti finanziano e armano clandestinamente la cosiddetta “contra”, che inizia una guerra armata contro il governo, e sabotano l’economia del paese fino a minarne i porti, azioni per le quali gli Usa vengono condannati dal Tribunale dell’Aia nel 1986. 

Malgrado la situazione, e a dimostrazione di quanto la rivoluzione sandinista fosse principalmente un movimento radicale contro la dittatura ma restasse nel campo democratico, nel 1990 si torna al voto e vince la coalizione antisandinista messa insieme da Violeta Chamorro, già membro della prima giunta rivoluzionaria e proprietaria del più importante quotidiano del paese, “La Prensa”.

Il risultato viene riconosciuto e il potere consegnato, ma nella fase di transizione già si può notare la trasformazione in corso nell’entourage di Ortega con la cosiddetta” piñata”, cioè la spartizione di terre e aziende tra alcuni capi della rivoluzione in base a due leggi approvate ad hoc. Erano beni confiscati soprattutto, ma non solo, alla dinastia dei Somoza rovesciata dai sandinisti e poi nazionalizzate. Ortega stesso diventa proprietario terriero lungo il fiume San Juàn al confine con il Costa Rica. Si calcola che il valore di quanto accaparrato dai dirigenti sandinisti sconfitti fosse di 1,3 miliardi di dollari. E non stavano rubando ai ricchi latifondisti, stavano rubando allo stato nicaraguense. Con la piñata [la Pentolaccia] si chiude la stagione del sandinismo storico che si divide in due tronconi, i dirigenti ed ex guerriglieri che tentano di mantenere in vita gli ideali di Sandino e il “danielismo”, cioè il gruppo di potere che si forma attorno a Ortega e che lo accompagnerà nelle piroette degli anni successivi.

Centrale in questa costruzione sua moglie, Rosaria Murillo, che difese Ortega dall’accusa di violenza sessuale ai danni di sua figlia (di un precedente matrimonio) Zoila América. Ortega non fu mai processato per questo reato grazie all’immunità parlamentare. Il Nicaragua di Ortega ha bisogno di ossigeno e alleanze e fa diplomazia a tutto campo, inserendosi nel gruppo dei paesi dell’Alba, la alleanza bolivariana promossa da Hugo Chávez insieme a Cuba, Bolivia e Venezuela. Scelta che lo porta anche a stringere rapporti con Russia, Cina, Siria, Iran.

Il camaleonte di Managua si vende internazionalmente come un progressista e antimperialista di ferro, ma in realtà è a capo di una cleptocrazia a gestione familiare che sopravvive grazie alle alleanze spericolate sottobanco con i peggiori settori del mondo dell’industria e della finanza nazionale. Senza dimenticare i forti sospetti di rapporti con il potente mondo del narcotraffico che però non sono mai stati dimostrati con certezza.

Nel 2016 vince ancora le elezioni, questa volta con il 72%, in un crescendo ininterrotto di consensi. La vicepresidente ora è Rosaria Murillo, sua moglie, e durante la campagna elettorale era avvenuta un altro mutazione del camaleonte, diventato icona new age con slogan tipo “l’allegria di vivere in pace” o ”amore per Nicaragua”. Si registra anche l’avvicinamento del cattolico Ortega al mondo delle chiese evangeliche, ormai pedine imprescindibili per vincere in Centro America. Il paese soffre e resta ancorato agli ultimi posti del continente per povertà, circa il 40% dei nicaraguensi si trovano sotto la soglia considerata minima per vivere dagli organismi internazionali.

Nel 2015 e poi nel 2018 si registrano grandi manifestazioni contro il clan Ortega. Il motivo è una riforma previdenziale sancita senza sentire le parti che viene fortemente contestata dai lavoratori con il sostegno degli studenti universitari. La repressione diventerà brutale, addirittura vengono violate le chiese dove si rifugiano i manifestanti. La Commissione Interamericana dei Diritti Umani certifica che i morti per la repressione sono stati 328, centinaia i detenuti e i licenziati dal pubblico impiego, 88.000 gli esuli fuggiti all’estero. Il governo Ortega diventa definitivamente regime quando rifiuta l’arrivo nel paese di una missione con il compito di verificare i fatti.

Viene istaurato uno stato di polizia e cominciano a essere perseguitati i giornalisti, ma soprattutto si moltiplicano le leggi che dovrebbero preparare il terreno per l’ennesima rielezione di Ortega del 7 novembre 2021. Come quella che inibisce le candidature delle persone che si siano manifestate a favore delle sanzioni applicate dagli Usa ai congiunti del presidente, oppure quell’altra che considera le persone che abbiano ricevuto finanziamenti dall’estero per le loro attività politiche o culturali alla pari di agenti stranieri. Ciliegina sulla torta: la legge sui cyber-reati colpisce la libertà di espressione.

Questo combinato disposto di repressione e legislazione da regime ha portato nelle ultime settimane all’arresto e all’inibizione a candidarsi dei principali leader dell’opposizione, sia di destra che di sinistra, includendo alcuni personaggi storici della rivoluzione sandinista come la “Comandante 2”, Dora Marìa Téllez. Il Nicaragua si avvicina quindi nel modo peggiore alle elezioni del 7 novembre, alle quali non saranno ammessi candidati fastidiosi, non saranno controllate da nessuno e si svolgeranno in un paese senza più libertà di stampa e nel quale non si è mai riusciti a conoscere la situazione determinata dalla pandemia.

Il Nicaragua, dopo 42 anni dalla fine del somozismo, è tornato a essere un paese governato da un regime corrotto e repressivo gestito da un clan familiare. Lo stesso scenario che portò a ribellarsi sia Augusto César Sandino nel 1926 sia i sandinisti nel 1979. La storia politica del camaleonte Ortega è unica in America Latina proprio per questo dato, da comandante di una rivoluzione contro l’ingiustizia e il totalitarismo a ricco e corrotto gestore di un regime che ha portato indietro nel tempo il Nicaragua, fino alla prossima ribellione.

Quando nel 2009 è stata iscritta sulla blockchain la prima transazione pochi avrebbero immaginato che addirittura uno stato avrebbe adottato il Bitcoin come valuta a corso legale. È successo agli inizi di settembre in Centro America, in El Salvador, il piccolo paese attualmente presieduto da Nayb Bukele, un giovane populista già sindaco di San Salvador con il centrosinistra. El Salvador, sei milioni e mezzo di abitanti e uno e mezzo di emigrati, soprattutto negli Stati Uniti, in realtà non aveva più una moneta nazionale. Il colon era stato infatti eliminato di fatto quando nel 2001 è diventato il dollaro la valuta a corso legale. Come avvenuto negli anni Novanta per Ecuador, Panama o Argentina, anche El Salvador ha utilizzato l’arma monetaria dell’aggancio alla valuta “forte” per eliminare l’inflazione.

L’operazione bitcoin è invece pionieristica e complessa. Le motivazioni date dal presidente Bukele per la legalizzazione del bitcoin sono facili da intuire. In un paese in cui il 20 per cento del Pil è costituito dalle rimesse degli emigrati, la criptomoneta elimina i costi di trasferimento di soldi incassati dai money transfer e che per il paese centroamericano sono calcolati in circa 450 milioni di dollari all’anno. Il governo poi pensa che la maggiore possibilità di inclusione offerta dalla criptomoneta in un paese povero possa favorire la gente che non ha accesso ai servizi bancari. Ogni cittadino potrà scaricare un’app (“Chivo”), dove il governo caricherà automaticamente l’equivalente in bitcoins di 30 dollari come dote iniziale. Lo stato ha infatti acquisito un primo pacchetto di 400 bitcoins, diventando il primo stato che ha riserve in criptomonete, e pensa di investire su questa base volatile 150 milioni di dollari nel programma a regime. Ogni commerciante o fornitore di servizi sarà obbligato a ricevere pagamenti in bitcoin, ma il dollaro non cesserà di circolare. La speranza di Bukele è che questa misura attiri imprenditori stranieri. Come incentivi all’investimento è stato azzerato il capital gainsui bitcoins e basterà possedere una minima quantità di criptovaluta per ottenere la residenza.

L’unico argomento nemmeno sfiorato dal governo, che però spinge a risparmiare in bitcoin una popolazione per il 50-60 per cento formata da persone povere è l’estrema volatilità della valuta virtuale; importata in un paese abituato da vent’anni alla stabilità “perpetua” del dollaro e che ora dovrà fare i conti con impennate e cadute da capogiro. L’emigrato salvadoregno che spedisce 100 dollari dagli Stati Uniti ai suoi parenti in Salvador per esempio, non saprà mai quanto potranno incassare effettivamente in Salvador anche se le operazioni venissero fatte a distanza di poche ore. Ma soprattutto i commercianti che devono vendere prodotti obbligatoriamente in bitcoin e rifornirsi delle stesse merci vendute magari in dollari, non saprà mai cosa riuscirà a ricomprare con la criptovaluta. El Salvador si avvia infatti a diventare il primo paese al mondo dove la valuta a corso legale può valere in rapporto a tutte le altre 5, 10 o 20… 200 a seconda del momento. Come se fosse un grande gioco d’azzardo, ma le fiches sono il lavoro della gente. Troppe ombre infatti e una mossa azzardata senza dubbio. Il Fondo Monetario Internazionale ha sconsigliato Bukele di fare questo passo e ora sta mettendo in forse un prestito di un miliardo di dollari già concordati. Non vogliono finanziare il programma bitcoin salvadoregno anche per l’elevato impatto ambientale dell’attività di “minare” la criptovaluta e per il rischio che il paese diventi permeabile al riciclaggio di denaro sporco. L’esempio salvadoregno entusiasma l’Ecuador, altro paese senza valuta nazionale, ma anche il Paraguay, un classico centro di riciclaggio. Il bitcoin, messo alle strette in Cina perché sfugge al controllo dello stato, potrebbe trovare terreno fertile in paesi falliti oppure desiderosi di attirare investimenti senza preoccuparsi da dove arrivino. Potrebbe diventare la valuta corsara a corso legale per le varie Isole della Tortuga sparse nel mondo. E anche per questo c’è spazio nel mondo della globalizzazione

Per default di uno Stato sovrano si intende l’incapacità di un Paese di onorare un debito e i suoi interessi. Quasi tutti i Paesi del mondo sono andati in default nella loro storia, con pochissime eccezioni. Agli Stati Uniti è capitato cinque volte, alla Germania tre, alla Spagna ben 15 volte (all’Italia, invece, mai). Ma per questi Paesi parliamo di tempi lontani.

Il campione dei nostri anni si trova in Sudamerica ed è l’Argentina con i suoi 8 default, più uno in arrivo se nei prossimi 60 giorni non si troverà un accordo per rinegoziare la rata di debito con il Club di Parigi scaduta lo scorso 31 maggio. Il rapporto conflittuale tra l’Argentina e i creditori internazionali risale praticamente alla sua indipendenza, con il primo prestito rilasciato al neo-paese sovrano nel 1824 dalla Baring Brothers Bank di Londra. Un milione di sterline che dopo soli tre anni, e un mancato pagamento, produssero il primo default nazionale. La storia delle relazioni pericolose tra banche e Argentina continua con un altro default alla fine del XVIII secolo per poi intensificarsi negli ultimi 40 anni: 1982, 1989, 2002, 2014 e con buone probabilità 2021.

Il tutto è stato accompagnato da costosi processi, come la causa intentata dai cosiddetti fondi avvoltoi che alla fine vinsero la lunga battaglia sui titoli in default del 2002, da loro comprati al 15% del valore nominale e incassati alla fine al 100%, più gli interessi. E anche da violenti moti popolari, come nel tragico Natale del 2001 quando, nei giorni che precedettero l’ufficializzazione dell’insolvenza, furono uccise per strada 40 persone. Proprio il default del 2002 costò una lunga quarantena all’Argentina, esclusa dal mercato dei capitali per anni.

L’eredità peggiore di ogni nuovo default è il passaggio alla povertà, se non alla povertà estrema, di fasce sempre più ampie di cittadini. Al momento del ritorno alla democrazia, negli anni ’80, erano poveri il 20% degli argentini, nel 2020 si è toccato il 42%, con il 10,5% in povertà estrema. Questo perché, malgrado il sistema di welfare creato negli anni 2000, si è ristretta la base produttiva e di conseguenza sono diminuite le possibilità di trovare impiego nell’economia formale. In sostanza siamo di fronte a uno Stato che formula i suoi programmi in base al credito internazionale e vive alla giornata, senza un progetto di futuro. Ciò rende inefficace la lotta alla povertà, che si riduce a interventi spot in un contesto economico dove inflazione e iperinflazione sono una costante.

Eppure, malgrado tutto, non appena le cose sembrano mettersi meglio, ecco che per l’Argentina arrivano i capitali dall’estero. Come durante il governo di Mauricio Macri, che nel 2018 è riuscito a farsi concedere dal Fondo Monetario Internazionale il più grande prestito nella storia dell’organismo multilaterale: ben 50 miliardi di dollari USA. Oggi la corrente peronista kirchnerista, principale avversaria di Macri, considera il FMI alla pari del diavolo, ma è la stessa area politica che nel 2006 applaudiva Néstor Kirchner per aver rimborsato al Fondo Monetario Internazionale un debito di oltre 9 miliardi di dollari.

In questa fase a Washington ci si mostra comprensivi con l’Argentina, fondamentalmente perché Madame Lagarde, oggi a capo della BCE ma fino al 2019 presidente del FMI, deve ancora spiegare come sia stato possibile elargire il prestito-monstre del 2018 alla recidiva Argentina di Macri.

Comunque sia, gestire creditori e default in Argentina è diventato un’arte diffusa trasversalmente nella classe politica. Si tratta di abbondare in promesse in fase di prestito, lamentarsi e chiedere sconti con l’avvicinarsi delle scadenze e infine, se proprio va male, fallire senza rimpianti. Per poi ripartire con lo stesso ciclo, ma con un’Argentina più povera, con sempre meno fiducia da parte di chi potrebbe investire nel Paese, e sempre più persone che vivono d’assistenza pubblica, dunque a debito, e non del proprio lavoro. Un loop dal quale un Paese una volta ricco e pieno di opportunità, seconda casa per milioni di fuggiaschi dalla fame e dall’oppressione, non riesce a uscire. Un Paese una volta prospero e che oggi si ritrova con quasi metà della sua popolazione in povertà. Di default in default.

L’America Latina, che di solito anticipa ciò che succederà in altre regioni del pianeta, sta vivendo un veloce processo di rigenerazione a sinistra accelerato dall’emergenza sanitaria. Quel momento felice per i progressismi che erano stati gli anni 2000, con l’ondata dei presidenti bolivariani alla Chávez e alla Morales, i grandi progetti di unità politica e commerciale, il ripensamento delle relazioni internazionali, come ben sappiamo si era trasformato in una lunga fase di riflusso, per la verità ancora non finita. Basti pensare ai presidenti che ripropongono le solite ricette già fallite in passato, dall’ortodossia fondomonetarista di Lenín Moreno in Ecuador, che a giorni cederà la guida dell’Ecuador al “privatizzatore” Guillermo Lasso, all’eredità lasciata in Argentina da Mauricio Macri, indebitatosi con il FMI letteralmente come se non ci fosse un domani.

Nel frattempo, però, altri processi sono cresciuti dal basso, si sono forgiati nelle lotte contro le mega-minerie, l’agricoltura geneticamente modificata, la povertà, la violenza di genere. A un certo punto quei movimenti, espressione di una sinistra nuova, per quanto generica, spesso in conflitto con quella tradizionale, hanno cominciato a giocare sul serio. Alle recenti presidenziali in Ecuador sono stati vicinissimi ad andare al ballottaggio, in Cile hanno imposto l’elezione della Costituente, che hanno praticamente vinto, e si sono portati a casa importanti comuni come quello di Santiago. In Colombia la nuova sinistra si sta rinsaldando ora, nella lotta contro la riforma fiscale del governo Duque. In Perù, scegliendo di sostenere al ballottaggio contro Keiko Fujimori il candidato veteromarxista Castillo, sono riusciti a fargli accogliere molte delle loro istanze in materia di diritti. In altri Paesi la situazione è ancora bloccata tra un progressismo accusato di autoritarismo, come in Venezuela, oppure di corruzione e populismo, come in Argentina. Ma i semi, pur contraddittori, di una nuova stagione stanno germogliando dappertutto.

Papa Francesco è innegabilmente un punto di riferimento per questa galassia, ma soltanto per la parte che riguarda il lavoro, la società, la terra. È invece un antagonista sul terreno dei diritti individuali, soprattutto quelli di genere e l’aborto. Questo dato ci conferma la novità di quanto sta succedendo. I nuovi movimenti prendono le distanze dalla sinistra storica perché troppo propensa al compromesso, ma ne condividono la storica missione redistributiva; prendono le distanze dalla Chiesa sui diritti individuali ma ne condividono la visione sociale. Si tratta di forze che si collocano in un campo progressista ma senza ideologie, se non come sommatoria “fluida” delle varie culture politiche dei componenti.

L’emergere di questi nuovi movimenti sta dando vita a una fase di transizione, nella quale può capitare – come in Cile nel 2017 e in Ecuador nel 2021 – che vinca un presidente di destra con un seguito minoritario rispetto alla somma dei candidati progressisti. Il non accettare mediazioni al ribasso appare infatti una caratteristica propulsiva dei nuovi movimenti politici, disposti a consegnare il Paese alle destre, per poi organizzare l’opposizione di piazza e rinforzarsi alla base. Questa è la maggiore contraddizione ma ciò che sta accadendo ricorda i tempi lontanissimi in cui socialisti e comunisti arrivavano a governare partendo dalle lotte di contadini e operai. La differenza è che oggi si comincia dalle lotte per il diritto a una casa decente per chi vive nelle baraccopoli, per la legalizzazione dell’aborto o contro i disastri ambientali prodotti dall’estrazione mineraria. Sono le nuove frontiere della sofferenza ignorate dalla sinistra istituzionale, e che ora stanno trovando rappresentanza politica. A differenza di quanto accade in Europa, in America Latina il malcontento sociale prima o poi si incanala a sinistra. Sta succedendo anche questa volta. 

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È morto a 90 anni l’ex presidente argentino Carlos Saul Menem. Figlio di immigrati siriani sunniti, cominciò la sua carriera nel peronismo della remota e spopolata provincia di La Rioja per poi scalare tutte le posizioni fino alla presidenza della repubblica tra il 1989 e l 1999. Arrivò alla Casa Rosada promettendo una “rivoluzione produttiva” che avrebbe creato milioni di posti di lavoro e fatto diventare l’argentina “potenza”. Era il primo peronista vincente dal ritorno alla democrazia nel 1983 ed ereditava un paese in preda all’iperinflazione. Il suo super-ministro dell’Economia, Domingo Cavallo, impose la parità tra il peso e il dollaro 1 a 1 e l’inflazione infatti in tre anni fu domata perché il peso era diventato “moneta forte” in quanto agganciato al dollaro. Ma si cominciavano a vedere le crepe del modello perché le materie prime e le merci argentine in dollari erano care e conveniva piuttosto importare che produrre. La sua politica si completava con lo smantellamento dello stato ereditato da Peron: privatizzazione delle aziende pubbliche, distruzione del sistema pensionistico, abbandono della scuola, inizio del precariato, svendita delle terre del demanio, smantellamento della rete ferroviaria che collegava le province ai porti. Quando lo intervistai per Paese Sera nel 1989 anticipava le premesse di ciò che sarebbe stato il suo governo “il mio modello è Ronald Reagan”. Ma in versione terzomondista, con un seguito di faccendieri, nani e ballerine, con l’arricchimento suo e dei suoi seguaci. Un potere cafone che venne riassunto nel titolo di un libro di successo all’epoca: “Pizza e champagne” che parlava di “orgia della corruzione”.

Nel paese che consegnò nel 1999 aveva chiuso l’industria, si erano arricchite le imprese straniere che avevano comprato le imprese pubbliche e che operavano senza nessun tipo di regolamentazione, in regime di semi-monopolio privato e senza fare mai investimenti. Nell’Argentina menemista non esisteva la concorrenza, anche se gli operatori economici erano privati. Iberia, Repsol, Telecom, Camuzzi, Benetton erano solo alcuni dei nomi del grande capitale europeo che accorse alla corte di Menem e che senza investire quasi nulla, si portarono a casa tutto. L’inflazione era infatti solo un ricordo, ma dal 1997 il paese era in deflazione. Praticamente tutto era fermo. Due anni dopo il passaggio dei poteri arrivò il default del 2001 che finì l’opera iniziata negli anni ’90.

In Argentina il protocollo prevede tre giorni di lutto nazionale per la morte di un ‘ex presidente. In realtà il lutto non sarà solo protocollare, il potere peronista oggi al potere, così come il mondo dal quale proviene Mauricio Macrì, devono moltissimo a Menem. La faccia del “progressismo” peronista del dopo default, Nestor Kirchner, era stato anche lui della partita di Menem da governatore della sua provincia patagonica. Menem è stata la faccia più bizzarra di quel movimento inspiegabile che è il peronismo, all’interno del quale si trova tutto e il contrario di tutto. Molti dei mali dell’odierna Argentina hanno origine proprio negli anni di gloria del presidente che voleva portare il suo paese nel “primo mondo”, e finì per condannarlo invece alla povertà e alla marginalità.

 

Gli inediti fatti insurrezionali che si sono consumati nel Parlamento statunitense arrivano dopo anni di preparazione culturale e politica che hanno sdoganato idee estreme, diventate la base per una nuova narrazione politica. I cosiddetti “alternative facts”, cioè la realtà parallela, sono diventati l’unica verità per milioni di persone. È una tecnica usata da tempo in diversi contesti, e che si propaga soprattutto attraverso i meme che rimbalzano tra WhatsApp e i social network. Il mago di questa strategia applicata alla politica, e forse il suo inventore, è Steve Bannon, ideatore di siti che creano e propagano fake news, consigliere dei comitati pro-Brexit, di Donald Trump e di Jair Bolsonaro.

Il principio usato dai media di questa galassia non è polemizzare con l’avversario, bensì costruire una nuova realtà: una realtà così ben architettata e “attraente” che a un certo punto diventa indistinguibile da quella vera. Già nel 1940 lo scrittore Jorge Luis Borges anticipò questo tema in un racconto intitolato Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. Borges narra di un’enciclopedia che descriveva una città inesistente dell’Asia Minore, chiamata Uqbar, che così diventa reale per un numero sempre crescente di persone. Si descrivono usi e costumi, morale e cultura, politica e istituzioni di questa città inesistente fino a che essa viene inserita in un intero mondo, ugualmente inesistente, chiamato Tlön. A un certo punto la Terra comincia ad assomigliare in modo inquietante a Tlön: l’umanità, adeguandosi alla cultura di quel mondo immaginario e misterioso che crede vero, finisce per renderlo reale. 

Negli Stati Uniti esistono oggi due realtà. Quella in cui Joe Biden ha vinto le elezioni e una realtà “alternativa”, nella quale ha vinto Donald Trump. Ritenuta vera, quest’ultima, dal 40% degli elettori repubblicani. Trump, dunque, oggi non è un folle isolato alla Casa Bianca ma rappresenta milioni di persone che credono e vivono in quella “realtà alternativa” sapientemente costruita, che alla fine dei conti è una fuga dalla realtà. Anche perché, quando si rifiuta il confronto o anche lo scontro con l’avversario per rifugiarsi in un mondo costruito a tavolino, si è per definizione inattaccabili. Nel mondo di Trump non si perde, si è vittima di complotti; le cose non sono complesse, sono sempre manipolate; non contano i meriti o gli studi, bastano l’intuito e il “buon senso”. Un mondo nel quale il Covid non esiste, oppure esiste e da tempo c’è anche la cura, ma “non vogliono farcelo sapere”; dove è meglio stare alla larga dai vaccini e non indossare le mascherine; nel quale è meglio non fidarsi mai dallo Stato, ma anzi armarsi per difendersi da soli; dove il potere è segretamente controllato da bande di pedofili assassini. Il mondo degli alternative facts è orrendo perché senza speranza, ma è più orrendo ancora che milioni di persone lo ritengano vero, e non solo negli Stati Uniti.

In questi giorni tutti i commentatori analizzano lo stato della democrazia “americana” riferendosi a quella dei soli Stati Uniti. In realtà, questa imprecisione lessicale nasconde una verità: ciò che sta succedendo a Washington capita anche in molti altri Paesi americani. Ma anche europei, asiatici, africani. In tutto il mondo la mancanza di riconoscimento reciproco tra le parti ha fatto cambiare pelle al dibattito politico, nel quale non si combatte più sul piano delle idee ma su quello della legittimazione (o meglio, della delegittimazione) dell’avversario. I vincitori criminalizzano i predecessori, i perdenti non riconoscono la sconfitta e così si mette a rischio la continuità istituzionale. La critica e ancor più l’autocritica sono scomparse: se qualcosa non funziona è stato un complotto. Si ha una politica sempre più simile alle logiche del tifo calcistico, e tutto ciò alla fine indebolisce le istituzioni democratiche. Bisogna imparare dai fatti di Washington perché il tarlo che sta erodendo la democrazia non è un problema soltanto statunitense, e nemmeno soltanto americano.

 

Inesorabilmente, e neanche tanto lentamente, stiamo vedendo sfumare la più grande foresta primaria al mondo. L’Amazzonia, gigantesco ecosistema di 6 milioni di chilometri quadrati distribuiti in 9 Stati, è vicina al punto di non ritorno: secondo le principali associazioni ambientaliste, ormai il 40% del cuore verde del Sudamerica è diventato savana e non tornerà più a essere foresta. Le decisioni politiche del Brasile, Paese che ne possiede il 65%, hanno un peso notevole, per quanto da sole non siano decisive. Per il governo di Jair Bolsonaro, l’Amazzonia è soltanto una grande risorsa da sfruttare: distribuendone le terre agli amici, permettendo l’espansione violenta dei latifondisti, assediando le aree indigene e sabotando la conservazione delle aree protette. Pochi mesi fa il ministro dell’Ambiente brasiliano, Ricardo Salles, è stato registrato nel corso di un consiglio dei Ministri mentre suggeriva di approfittare della pandemia per allentare la legislazione ambientale.

Il problema non è solo il Brasile: anche gli altri Stati amazzonici fanno la loro parte. In Bolivia, durante il governo di Evo Morales furono diversi i conflitti con le etnie amazzoniche per via dell’apertura di strade nella foresta. In Perù sono stati ridimensionati i parchi naturali e in Ecuador continuano le estrazioni petrolifere inquinanti. In Colombia infine, terminata la guerra civile, l’Amazzonia è stata progressivamente conquistata dagli allevatori e dai narcos.

Ma in realtà l’Amazzonia brucia per noi, o meglio, per via del nostro modello di consumo. I motori della distruzione delle foreste pluviali si sono accesi ormai 40 anni fa, quando si cominciò a estrarre minerale di ferro per l’industria dell’auto e ad abbattere grandi quantità di alberi per vendere legnami pregiati e fare spazio all’allevamento di bovini, destinati all’industria del fast food. Poi arrivarono i cercatori d’oro e le grandi dighe idroelettriche finanziate dalla Banca Mondiale. L’Amazzonia diventava sempre più un grande supermarket di materie prime pregiate e di sconfinati terreni da destinare alle coltivazioni. Le condizioni erano perfette per l’introduzione del legume più coltivato al mondo, la soia, nella sua variante OGM.

Anche il cambiamento climatico ha fatto la sua parte, aumentando l’intensità e la capacità distruttrice degli incendi, specie di quelli appiccati intenzionalmente, quando le condizioni sono più favorevoli al propagarsi delle fiamme. Così l’alleanza tra cambiamento climatico e agricoltori ha scritto le ultime drammatiche pagine: per coltivare più soia si brucia sempre più foresta, e gli incendi potenziano il cambiamento climatico liberando enormi quantità di CO2. È un circolo vizioso dal quale pare non esserci via di uscita.

Nel frattempo noi mangiamo più carne bovina, e anche quando la carne è di animali allevati in Europa, il bestiame viene alimentato con soia e foraggi prodotti in Amazzonia. Continuiamo a usare legni pregiati da taglio illegale perché, anche se ormai il legname importato deve essere certificato, si riesce lo stesso a trasformare la foresta in parquet aggirando la legge. Come scrive papa Francesco nell’esortazione Querida Amazonia: «L’equilibrio planetario dipende anche dalla salute dell’Amazzonia. […] Il  grido  che  l’Amazzonia  eleva  al  Creatore  è simile al grido del popolo di Dio in Egitto. È un grido di schiavitù e di abbandono, che invoca la libertà». Ed è vero che «il grido dell’Amazzonia raggiunge tutti»: perché l’Amazzonia non è solo il polmone del nostro pianeta, ma è anche il simbolo, lo specchio nel quale guardarci per vedere riflesso ciò che siamo diventati come società globale, e a quale prezzo. Vedere bruciare l’Amazzonia dovrebbe essere un monito per tutti, ma purtroppo non lo è.

Questo il brano di un’intervista a Florencia Etcheves per l’introduzione della nuova guida Argentina per l’editore CLUP ancora fermo in tipografia a causa della pandemia. Sarebbe un peccato non diffondere il passaggio dove Florencia spiega la nascita del movimento femminista Ni Una Menos, di cui è stata co-fondatrice, in questa Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Una piaga antica che purtroppo si è aggravata in questi mesi di lockdown.   Alfredo Somoza   

 

Florencia Etcheves è una giornalista e scrittrice argentina. Dopo 25 anni di televisione, dove si occupava di attualità e cronaca nera vincendo diversi premi, debuttò come scrittrice di polizieschi, raggiungendo in breve un grande successo. Il suo primo romanzo, La virgen en tus ojos, è diventato recentemente un serial su Netflix e il suo romanzo Cornelia è appena uscito in Italia, edito da Marsilio, con il titolo Scomparsa. Ma Florencia Etcheves è anche una militante femminista ed è stata nel 2015 tra le fondatrici del movimento Ni Una Menos, che ha varcato le frontiere dell’Argentina per diventare un fenomeno mondiale.

Dopo tanti anni come giornalista televisiva specializzata in cronaca nera come è stato il passaggio al ruolo di scrittrice?

In realtà è successo tutto di colpo, io lavoravo da 25 anni in televisione e nel 2010 mi chiamarono dall’editrice Planeta per chiedermi se volevo scrivere un libro, raccontando una storia che mi avesse colpito nella mia carriera come giornalista. Io avevo già scritto con due colleghe due libri di inchiesta giornalistica, ma erano esclusivamente casi di cronaca poliziesca che avevano suscitato grande clamore. Quando mi proposero di scrivere da sola, non avevo in mente nessun caso che meritasse di essere approfondito, ma continuava a stuzzicarmi l’idea di provare qualcosa di nuovo. E così, senza vergogna, risposi al direttore della casa editrice: «ok, ma mi piacerebbe scrivere un romanzo poliziesco». Io stessa ero sorpresa dalle mie parole, soprattutto perché non avevo idea di cosa avrei potuto scrivere. Il direttore, vedendomi così convinta, mi risposi che andava bene, che si poteva provare con un romanzo. All’inizio ero spaventata perché mi chiedevo «e ora cosa faccio?», ma alla fine è diventato man mano il mio nuovo mestiere. Da quasi due anni è addirittura il mio lavoro quotidiano, perché ho lasciato la televisione. Il mio primo romanzo poliziesco si chiamò La virgen en tus ojos. La scrittura è diventata una passione che ha divorato la mia storia come giornalista, che resta però un periodo chiave nella mia formazione come donna e come scrittrice.

Ma tu non sei solo una scrittrice di successo, sei stata anche tra le fondatrici di un movimento di donne, Ni Una Menos, che è diventato movimento mondiale ed è arrivato anche in Italia. Com’è nato e quali erano i primi obiettivi?

Correva il 2015, io lavoravo ancora come giornalista e la situazione qui in Argentina era impressionante: ogni giorno trovavano donne assassinate, violentate, corpi abbandonati dentro sacchi della spazzatura… Noi giornaliste eravamo veramente sconvolte e a un certo punto una mia collega, Marcela Ojeda, scrive un tweet nel quale dice: «Donne, scrittrici, giornaliste, avvocatesse, non facciamo nulla? Ci stanno uccidendo». Appena ho letto quel tweet ho sentito che lo stava dicendo a me, mi sono sentita toccata. Ho risposto subito: «Mi viene in mente che donne influenti possono convocare una grande marcia. Non so se serve, ma darà visibilità». Avevamo un microfono in mano come giornaliste e non lo stavamo utilizzando. Siccome non urlavamo troppo forte, nel nostro paese continuava a riprodursi una situazione insostenibile. In molte ci siamo dette che dovevamo fare qualcosa. Iniziò tutto con un gruppo di WhatsApp, dove nacque l’idea di organizzare una manifestazione pubblica. Due mesi prima, c’era stata una lettura su temi di genere presso la Biblioteca Nazionale intitolata Ni Una Menos. Abbiamo contattato le organizzatrici perché si unissero a noi e ci consentissero di utilizzare quel nome, ricevendo un’entusiasta adesione. E così ci siamo lanciate nell’avventura di organizzare una piazza, convinte che saremmo state 30-40 pazze a manifestare, urlando consegne con un megafono. Ma le reti sociali avevano fatto crescere l’iniziativa e cominciarono a piovere adesioni da gruppi di femministe, sindacati, movimenti sociali, associazioni per i diritti umani. E ancora sportive, attrici, scrittrici, vip. A un certo punto abbiamo capito che sarebbe arrivata molta gente, ma mai avremmo immaginato di vedere le 200.000 persone che ci siamo trovati davanti. Quel 3 giugno 2015 ha provocato una rivoluzione nella vita di ciascuna di noi. Io quando parlo di questo ancora mi commuovo, è stato uno dei momenti più importanti della mia vita. Ero su quel palcoscenico, sentendo che qualcosa si era svegliato in me per non addormentarsi mai più.

Un movimento diventato mondiale, che ha dato visibilità alla questione di genere. Quali pensi siano ora le prospettive?

In realtà il movimento c’era, non abbiamo di certo inventato il femminismo noi. Grazie alla lotta delle donne di altre generazioni io oggi posso scrivere, guidare una macchina, posso viaggiare senza che mi accompagni mio marito, posso votare e posso essere anche candidata a Presidente della repubblica. Quello che sta succedendo ora in molti paesi è che ci si abbraccia alle conquiste ottenute perché non vengano cancellate. Perché noi donne abbiamo lottato tutta la vita per ottenere diritti, ma anche quando li otteniamo, dobbiamo continuare a lottare perché non ci vengano tolti. Come nel caso dell’aborto nei paesi dov’è legale, come Spagna o Italia, e ci sono movimenti retrogradi che vorrebbero cancellare questa conquista. In America latina le lotte per conquistare questo diritto, che ci viene ancora negato, sono sempre più importanti. Oggi non si ha più vergogna di chiederlo ed è diventato una bandiera per diversi movimenti. Stiamo tentando di riconsegnare questa pratica medica, che avviene sul corpo delle donne, alla sovranità delle donne stesse, che devono poter decidere liberamente. Ma il nostro movimento non è solo questo: stiamo lottando per ottenere la parità dei salari rispetto agli uomini, ma anche per la parità nella politica e nei luoghi dove si prendono decisioni. In Argentina, fa impressione come ora nessuna si vergogni di definirsi “femminista”, quando fino a poco tempo fa era meglio tenerlo per sé. Io sono molto orgogliosa che mia figlia, che ha 20 anni, non veda alternative all’essere femminista. Non capisce come non si possa esserlo. E tutto questo è successo in pochissimo tempo. Credo che la rivoluzione delle donne sia arrivata per restare e che questo sia il nostro secolo. Tutto ciò che otterremo ora non potranno più togliercelo, perché stiamo lottando perché le nostre figlie e le nostre nipoti siano finalmente libere.

(Alfredo Somoza per © ClupGuide)

 

Gli indigeni tainos di Quisqueya, l’isola caraibica oggi divisa tra la Republica Dominicana e Haitì, chiamavano batey  la piazza dei loro villaggi dove si ballava e si giocava a palla. Come questa parola che indicava un luogo di socialità sia diventata invece sinonimo di condanna sociale è difficile da capire. I bateyes, miseri villaggi di lamiera, sono oggi circa 400 in Repubblica Dominicana e ospitano i lavoratori haitiani, e i loro discendenti, che lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero. Sono oltre 250mila persone che vedono negati i più elementari diritti, soprattutto se sono bambini o donne. Raul Zecca Castel, giovane antropologo italiano, conosce da anni questa realtà “nascosta” che ci ha già raccontato in articoli, libri e documentari. Nel suo ultimo libro “Mujeres, frammenti di vita dal cuore dei Caraibi” (edito da Arcoriris, Salerno, 14 euro, postfazione di Annalisa Melandri) già dalla prefazione si può intuire il significato del suo lavoro con la scelta di citare l’antropologa statunitense Laura Nader. La studiosa dell’Università di Berkeley nel 1969 incitava gli antropologi a cambiare lo sguardo classico della loro scienza “riflettendo di più sullo studio dei colonizzatori piuttosto che sui colonizzati, la cultura del potere piuttosto che la cultura dei deboli, la cultura del benessere piuttosto che la cultura dei poveri”. E questo perché “tutto ciò che direte sui soggetti marginali sarà usato contro di loro”. Per l’antropologia questo resta sempre un dibattito di attualità, dovendo scontare come scienza un passato di connivenza e familiarità con il colonialismo. Zecca Castel sceglie da che parte stare, ed è dalla parte dei “colonizzati”. E proprio nei bateyes della Republica Dominicana si sconta ancora un pezzo di quella storia di soprusi e violenze che segnarono la storia della prima globalizzazione dell’economia mondiale a partire dal XVI secolo. I lavoratori dei bateyes sono i discendenti degli schiavi portati dall’Africa per lavorare nelle piantagioni della canna da zucchero arrivata dall’Asia. Occuparono lo spazio demografico lasciato libero dalla scomparsa violenta degli indigeni e si moltiplicarono dando vita a una nuova cultura sincretica. Ma il futuro dei discendenti della rivoluzione che portò in Haiti alla prima repubblica senza schiavi della storia americana fu marchiato a fuoco sulla loro pelle. L’indipendenza, la cacciata dei coloni francesi, la libertà degli schiavi agli inizi dell’800 fu una provocazione al resto del mondo, soprattutto all’Europa impegnata nell’avventura coloniale che senza schiavi, o persone libere solo sulla carta, non funzionava. Haiti andava isolata e strangolata economicamente, non si poteva permettere che un gruppo di schiavi liberi gestisse un paese senza pagare un prezzo molto alto. Haiti, da colonia più redditizia della Francia, precipitò lentamente all’ultimo posto tra i paesi più poveri dell’emisfero Occidentale. I batey sono giacimenti di memoria di questo passato tragico e il lavoro di Raul Zecca Castel racconta in profondità, con la conoscenza di chi vi ha vissuto insieme agli intervistati, la visione al femminile dei rapporti all’interno del batey di Ciguapa. Anabel, Nora, Celestine, Liliane, Yvette, Flor, Arielle parlano della loro infanzia, del razzismo, dei figli, del lavoro, dei loro mariti, della stregoneria, della bachata e altro ancora. Parlano insomma delle loro vite e per questo il libro di Raul Zecca Castel è prezioso, perché da voce agli “scarti” della società globale, come direbbe Papa Francesco, perché fa diventare “storia” il racconto di un gruppo di donne, perché ci permette di “curiosare” e familiarizzare con un mondo dove non saremo mai entrati. Il racconto delle donne intervistate da Raul Zecca Castel è contemporaneo ed è antico allo stesso tempo. Ci dicono cose che ci sembrano familiari e altre partorite da vicende secolari ancora vive tra di loro e lontane anni luce dal nostro quotidiano.

Libri di divulgazione come questo, costruiti a partire da un rigoroso lavoro di ricerca sul campo, rendono ancora utile l’antropologia. Perché c’è bisogno di ascoltare altre voci, di capire cosa vuol dire cultura oggi. La omologazione prodotta dalla globalizzazione ci fa credere spesso che siamo “tutti sulla stessa barca”, ma poi leggendo libri come questo possiamo distinguere che effettivamente su alcune cose, come i gusti musicali o i consumi, le differenze sono minime, mentre sono gigantesche dal punto di vista dei diritti e delle possibilità di vivere degnamente. Il libro di Raul Zecca Castel è infine utile per svelare cosa si nasconde ancora dietro la produzione delle materie prime che consumiamo ogni giorno. Lo zucchero di canna è oggi un consumo “alternativo” rispetto a quello bianco di barbabietole. Si usa nei prodotti bio, è smart. Ma questa materia prima continua ad avere nel suo dna una storia lunghissima di sfruttamento, schiavismo e violenze che è solo mutata nel tempo e che ancora è presente, come raccontano le donne del batey Ciguapa. 

 

Con le elezioni tenute domenica 18 ottobre si chiude la parentesi nella vita politica boliviana iniziata dodici mesi fa, quando non fu riconosciuto il risultato delle presidenziali, vinte senza dubbio da Evo Morales. Una situazione complessa e complicata, da molti liquidata definendola “la fine di un tiranno” o, sul fronte opposto, “un colpo di Stato”. La verità, probabilmente, stava in mezzo.

Due sono stati i fattori che hanno contribuito a una rottura dell’ordine istituzionale nel Paese andino. Il primo ha radici nel 2016, quando Evo Morales, presidente in carica, convocò un referendum per modificare la Costituzione da lui stesso promulgata, aggiungendo la possibilità di un terzo mandato per il presidente. Il referendum fu vinto di misura dal no. La risposta di Morales colse tutti di sorpresa: riuscì a ottenere un’inverosimile sentenza della Corte Costituzionale nella quale si affermava che “i diritti umani del cittadino Morales prevalgono sulla Costituzione”. Un’aberrazione che permise a Morales di ricandidarsi.

Il secondo fattore riguarda le intenzioni di una variegata compagnia di separatisti, radicali di destra, integralisti cattolici e militari che colsero al balzo il vulnus democratico per tentare di rimuovere l’esperienza del MAS, il partito di Morales. Tra questi settori sicuramente si annidavano anche golpisti, rimasti però sempre in ombra rispetto a coloro che scelsero di mantenere una parvenza di legittimità anche nei momenti più critici. La storia continua in modo anomalo, perché dopo la fuga all’estero di Morales e di diversi ex ministri, i parlamentari e i funzionari del suo partito rimasti in patria continuarono a esercitare i loro poteri. Non venne chiuso il Parlamento, non fu sciolto né dichiarato prescritto il MAS.

Intanto il governo che avrebbe dovuto essere provvisorio, con il compito di convocare nuove elezioni, aveva presso gusto al potere e procedeva a modificare sia la collocazione internazionale della Bolivia, sia molte misure del precedente governo. La stessa presidente provvisoria, Jeanine Áñez, sfruttando la carica divenne, almeno nelle sue intenzioni, una figura politica di rilievo. I parlamentari del partito di Morales, che controllavano la Camera dei Deputati, i suoi senatori e sindaci avevano due scelte possibili: ascoltare le sirene di chi voleva un’insurrezione violenta di piazza per rovesciare il governo provvisorio; oppure sfruttare gli spazi di agibilità incredibilmente lasciati aperti dagli avversari, per continuare a lavorare e prepararsi a nuove elezioni.

Prevalse la seconda linea, e la scelta di Luis Arce quale candidato presidente è stata un’operazione da manuale. Arce era stato, da ministro dell’Economia, l’artefice del miracolo economico boliviano durante i governi di Morales. Il 18 ottobre questa linea è stata premiata con un esito elettorale che già al primo turno ha segnato lo sbaraglio delle destre e la vittoria del MAS. Arce ha superato il 50% dei consensi, con un vantaggio di circa 20 punti sul principale avversario, Carlos Mesa, che ha riconosciuto la sconfitta. A dimostrazione del fatto che il problema non era il partito di Morales né la sua proposta politica, bensì l’ingombrante figura del vecchio leader che non aveva saputo fare un passo indietro.

In Bolivia ha vinto la democrazia e sono stati puniti coloro che, da destra o da sinistra, hanno provato a tirare la corda a proprio favore. In America Latina restano problemi immensi di disuguaglianza, di violenza di genere e di soprusi, ma la Bolivia ci dice che, dopo le tragedie degli ultimi decenni, la democrazia sembra ormai aver gettato nuove e forti radici. Una lezione e un monito per tutta la regione.