Archivio per la categoria ‘America Latina’

Al momento l’unico sicuro perdente degli annunci del neo-presidente Donald Trump in materia di commercio estero è il Messico. Non tanto per le affermazioni xenofobe anti-messicane utilizzate in campagna elettorale per scaldare la parte peggiore dei suoi elettori, ma perché la fine annunciata, o almeno il ridimensionamento, dell’accordo NAFTA che unisce i paesi nordamericani, minaccia la stabilità complessiva del Messico.

Sono bastati gli annunci di penalizzazione delle aziende americane che producono oltre il rio Bravo per svalutare il peso di oltre il15%. Ora si passa a questioni ancora più serie, come la decisione della Ford di cancellare un investimento di 1,6 miliardi di dollari in Messico, dirottando 700 milioni nel Michigan. Stiamo assistendo forse all’inizio della crisi della globalizzazione delle merci, alla messa in discussione del mercato mondiale. Ma il caso del Messico è ancora diverso. I legami che uniscono i due paesi vicini sono molto profondi. Il Messico ha “regalato” all’Unione del nord importanti e ricchi territori come il Texas e la California e ha contribuito allo sviluppo dell’economia statunitense attraverso l’immigrazione che è stata decisiva nei settori dell’agricoltura e dei servizi in diversi stati. Il Messico oggi conta 122 milioni di abitanti, ai quali si sommano almeno altri 15 che vivono e lavorano negli Stati Uniti. Un piccolo gigante demografico del Nord America che nel 2004 ha fatto la mossa più impegnativa della sua storia contemporanea, firmare il trattato NAFTA insieme a Stati Uniti e Canada. Un accordo di libero scambio di merci e servizi, non di persone, che segna l’avvio della delocalizzazione dell’industria statunitense ingolosita dal basso costo della manodopera messicana. A distanza di 23 anni, il bilancio del NAFTA è molto controverso. Lo scambio commerciale tra i due paesi è aumentato del 534%, ma la dipendenza del Messico dagli acquisti statunitense è da record, oltre il 75% delle sue merci vanno oltre confine.  Un legame che non ha risolto i problemi fondamentali del paese Latinoamericano, come ad esempio la disoccupazione che ufficialmente è del 4%, ma che raggiunge il 14% tra sottopagati e lavoratori saltuari. La calata delle industrie statunitensi, soprattutto nel settore meccanico, automobilistico e tessile non ha trasferito particolari competenze al comparto industriale messicano e il valore aggiunto di queste esportazioni è molto basso. In sostanza, l’industria messicana a distanza di 24 anni dalla nascita del NAFTA non è riuscita a rompere lo schema della “maquiladora”, cioè delle imprese-capannone nelle quali si assemblano semilavorati arrivati dall’estero per poi riesportare il prodotto finale. E questa è ancora la regola per il 75% dell’export messicano. Unico vantaggio è stata sicuramente la nuova occupazione che si è creata, che però nel suo insieme non raggiunge i 2,5 milioni di lavoratori. Anche l’arrivo di capitali, massicciamente nei primi anni del NAFTA fino a posizionare il Messico al 4° posto mondiale per attrattività, si sono spostati in Oriente fino a fare scivolare la piazza messicana al 20° posto. Il dato più clamorosamente negativo è che la pretesa iniziale del NAFTA, quella di indurre processi di sviluppo nel mercato più debole, migliorando il livello di vita e fermando l’emigrazione è stato clamorosamente smentito. La differenza di salario tra gli Stati Uniti e il Messico è rimasta la stessa di 24 anni fa, mentre la popolazione messicana che vive nel paese del Nord è passata dai 6,5 milioni del 1994 ai 15 milioni attuali. Altra ricaduta negativa per il Messico è stata la devastazione della piccola e media produzione agricola, rovinata dall’arrivo senza dazi sul mercato locale delle eccedenze agricole sovvenzionate negli Stati Uniti e quindi più economiche. Una parte di quel tessuto di terre coltivate a mais è stata riconvertita all’economia della droga, marihuana e papavero da oppio destinati al mercato del nord. I Cartelli della droga messicani, insignificanti 20 anni fa e potentissimi oggi, sono stati tra i principali beneficiari delle aperture dei confini per le merci, tra le quali non sempre viaggiano prodotti legali.

Le promesse di Trump, di neo-protezionismo, ridiscussione dell’accordo NAFTA e penalizzazione delle imprese che hanno delocalizzato è un macigno pesantissimo sul futuro del Messico. Un rischio non solo per la sua economia fortemente dipendente dal vicino, ma addirittura per la sua stabilità. Un paese in preda alla violenza dei Cartelli, con una classe politica screditata e corrotta, con occupazione di bassa qualità e sottopagata, se privato dal suo polmone esportatore rischia di cadere in un processo di instabilità critica. I discorsi di Trump sul commercio mondiale possono funzionare, fino a un certo punto però, con la Cina che rimane comunque il primo creditore di Washington, ma nel caso del Messico dovrebbe considerare oltre l’interesse economico la geopolitica e la sicurezza nazionale. Un Messico abbandonato alla deriva può diventare una bomba ad orologeria lungo 3.000 chilometri di frontiera. E non ci sarebbe muro che tenga.

 

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Con la scomparsa di Fidel Castro si chiude definitivamente il ‘900. E questo perché il Comandante della rivoluzione cubana era l’unico autorevole protagonista in vita del secolo breve e dello scontro ideologico, economico e politico che aveva visto il mondo diviso in due blocchi contrapposti per mezzo secolo. Cuba, una piccola isola caraibica, è stata un gigante politico per il peso che la Rivoluzione di Fidel e di Che Guevara del 1959 ebbe sull’America Latina e su tutto il mondo, ma anche per la sua vicinanza geografica al gigante statunitense. Fidel è stato per decenni l’uomo più bersagliato dalla CIA, che tentò in tutti i modi di eliminarlo fisicamente perché la sua Cuba era la zanzara fastidiosa che punzecchiava l’impero dall’interno del suo cortile di casa. Il prezzo dell’indipendenza fu però l’alleanza di ferro con l’Unione Sovietica che l’avvocato liberal-democratico Fidel dovette accettare, ma sempre alla cubana. Permettendo ad esempio che continuasse a funzionare regolarmente la Chiesa cattolica, la santeria afrocubana e la massoneria. L’ideologia di Fidel divenne marxista-leninista per necessità, ma alla sua radice c’era il nazionalismo patriottico e democratico del poeta José Martì che combatté contro gli spagnoli alla fine dell’800. Il vero collante della rivoluzione non è mai stato infatti la dimensione ideologica, ma l’aspirazione all’indipendenza dal vicino del Nord.

Fidel è stato implacabile nel gestire il potere, impedendo l’emergere di altre figure che potessero fare ombra al suo ruolo di guida. Nella sua Cuba, il dissenso e la libertà di stampa sono state represse non solo in nome dell’ortodossia politica, ma perché Cuba, anche grazie all’embargo e ai madornali errori politici di Washington, si è sempre considerata un paese in guerra. La transizione, complessa e travagliata è ormai in corso da tempo. Il fratello minore Raul ha ottenuto la lenta fine dell’embargo e il beneplacito di Washington al suo modello di stampo cinese che Fidel non amava tanto.

La Cuba che lascia il Comandante è un paese povero, ma colto e istruito, con buoni medici e insegnanti, con incredibili artisti e musicisti, con una grande sete di apertura e di rinnovamento. La Cuba della Revoluciòn probabilmente finisce qui, il sogno di Fidel e dei suoi barbudos viene consegnato alla storia come una pagina imprescindibile del ‘900.

Alfredo Somoza

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Il muro del proibizionismo sulle droghe, costruito mattone dopo mattone dal 1961 in poi, comincia a dare segni di cedimento. La progressiva messa al bando della produzione, della vendita e del consumo di sostanze classificate come stupefacenti quali morfina e cocaina, che un tempo si vendevano in farmacia con la garanzia della purezza e a prezzi relativamente modici, ha trasformato queste sostanze in cartine tornasole, evidenziando le conseguenze della negazione dei problemi rispetto al tentativo di contenerli e governarli.

Il proibizionismo è diventato un affare favoloso per le più svariate reti criminali in ogni angolo del mondo, e ha condannato alla clandestinità, all’insicurezza, alla sofferenza i consumatori. Ma in molti Paesi è diventato anche un’arma di controllo politico e ha determinato la violazione di diritti umani e tradizioni ancestrali. A metà aprile si è riunita a New York la Sessione speciale sulle droghe dell’ONU (Ungass) per discutere circa le modalità di contrasto al fenomeno. Una riunione che era in agenda per il 2019, ma che è stata anticipata d’urgenza su richiesta di Messico, Guatemala e Colombia, Paesi stravolti da tutti i punti di vista dai cartelli criminali che guadagnano denaro e potere sul proibizionismo, e si avvantaggiano sulle politiche sbagliate in materia di “guerra alla droga” portate avanti negli ultimi trent’anni, soprattutto dagli Stati Uniti. Una “guerra” che spesso è stata combattuta indiscriminatamente contro i contadini, usando aerei per irrorare con erbicidi non selettivi – come il glifosato – i campi coltivati a coca o a papavero insieme a quelli coltivati a mais o patate.

La guerra alla droga è diventata anche arma di dominazione politica. Infatti ha imposto l’apertura di basi militari e della DEA (Drug Enforcement Administration, l’ente antidroga statunitense) in luoghi strategici di diversi Paesi americani e asiatici, senza che si sia mai verificato un vero miglioramento della situazione. Una strana guerra che si combatteva per esempio in Colombia negli anni ’80 contro il cartello di Medellin guidato da Pablo Escobar, che però, allo stesso tempo, investiva tranquillamente i suoi soldi a Miami. Guerra che, sempre negli anni ’80, si combatteva in Nicaragua contro la rivoluzione sandinista rifornendo i movimenti di opposizione con armi acquistate con il ricavato del narcotraffico di cocaina verso gli Stati Uniti, in realtà “gestito” dalla CIA. Che aveva a libro paga anche Manuel Noriega, il dittatore di Panama, l’“Isola di Tortuga” dei narcos.

La storia del proibizionismo non ha scritto brutte pagine solo in America Latina. Anche in Oriente l’eroina è stata utilizzata come moneta di pagamento ai tempi della guerra del Vietnam, è fonte di finanziamento dei talebani afghani e in Myanmar è stata un pilastro economico della giunta dei generali.

Droga, mafie, dittature, paradisi fiscali, soprusi, violenze, morti e sofferenze. Queste le parole chiave per spiegare quali siano state le conseguenze delle politiche proibizioniste nell’ultimo mezzo secolo. Ma il muro del proibizionismo sta finalmente cedendo, a partire dalle sostanze considerate “leggere”, come la cannabis. Prima i Paesi Bassi, poi l’Uruguay e alcuni stati degli USA stanno sottraendo profitti ai cartelli della droga permettendo che i consumatori di cannabis possano coltivarsela in proprio o acquistarla in farmacia e nei negozi specializzati. Marijuana che ora genera lavoro, reddito, tasse. Ma ovviamente questo non basta.

La vera posta in gioco sono le cosiddette droghe “pesanti”, soprattutto quelle derivate dalle piante del papavero e della coca. Su questo fronte, i Paesi latinoamericani stanno trovando il coraggio di mettere in discussione le politiche precedenti e di discutere seriamente di liberalizzazione controllata del mercato. Il loro portavoce è ovviamente l’ex leader del sindacato dei cocaleros boliviani, quell’Evo Morales che non perde opportunità per esaltare le proprietà naturali e farmacologiche della foglia di coca, coltivata e consumata sulle Ande da migliaia di anni. Per questi Stati una legalizzazione controllata potrebbe avere un doppio effetto: da un lato il passaggio alla legalità di una parte importante dei loro agricoltori, dall’altro lo sviluppo dell’industria della trasformazione, ricca di potenzialità economiche. La foglia di coca per esempio è un prodotto di prim’ordine per la confezione di dentifrici, tisane, pomate e così via.

Oggi la principale richiesta dei Paesi produttori di droghe illegali è poter disarmare i cartelli criminali depotenziando i loro circuiti economici. Il disarmo, ormai è assodato, non avverrà per via violenta: ma potrebbe verificarsi solo togliendo alle organizzazioni criminali l’esclusiva sul business. Ma perché questo possa succedere, anzitutto bisogna gettare a mare decenni di ipocrisie su sostanze che hanno fatto la ricchezza di pochi e determinato le disgrazie di molti.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Il grandioso successo della prima emissione internazionale di bond argentini dopo il default del 2001, 15 miliardi di dollari USA offerti da Buenos Aires contro 70 miliardi richiesti dal mercato, potrebbe sembrare il lieto fine di una storia infinita a colpi di sentenze, contro-sentenze, polemiche, avvocati miliardari, crisi economiche e politiche. Ma la realtà è diversa: la resa dell’Argentina agli hedge fund che detenevano titoli di debito emessi negli anni ’90 e che si erano appellati alla Corte Federale di New York riscrive le regole del diritto internazionale in materia di fallimenti pubblici. Fondi cosiddetti avvoltoio che, negli anni successivi al default, rastrellarono titoli argentini in giro per il mondo: li pagarono dal 10 al 30% del loro valore nominale, salvo poi intentare e vincere una causa contro il Paese sudamericano, ottenendo la restituzione del 100% del valore nominale più gli interessi e le spese legali.

Un caso senza precedenti nella storia della ristrutturazione di un debito pubblico. Non c’è quasi Stato – e l’Italia è una delle rarissime eccezioni – che nella sua storia non abbia dovuto applicare una svalutazione sovrana dei propri debiti. Ma, dopo la sentenza del tribunale di New York, in linea di principio questo non sarà più possibile. E cioè se un Paese dovesse fallire non potrebbe ristrutturare il debito e quindi rimettere in sesto la propria economia. Uno strumento al quale hanno fatto ricorso nella storia Paesi del calibro di Brasile, Germania, Regno Unito, Francia e Stati Uniti.

Un caso, quello argentino, sul quale il G20 ha formalmente aperto un dibattito interno per arrivare a una legislazione che impedisca altre sentenze simili. Per esempio stabilendo al momento dell’emissione di debito che, in caso di insolvenza, per tutti sarà vincolante ciò che deciderà la maggioranza dei creditori. Cosa non considerata nel caso del default argentino, che fu negoziato con oltre il 90% dei creditori, ma non con i fondi che avevano rastrellato i titoli a prezzi scontati.

Stiamo parlando, com’è chiaro, di un pasticcio nel quale si è cacciata la giustizia statunitense, e di conseguenza gli Stati Uniti come piazza finanziaria. Le ripercussioni vanno molto oltre il ruolo dell’Argentina, o ciò che essa può rappresentare per l’economia mondiale. I vincitori sono stati gli hedge fund, che possono continuare a scorrazzare sulle vaste praterie della speculazione scommettendo ora sulla scarsità di cibo, ora sul fallimento di un Paese. Una finanza spregiudicata che esce rinforzata dal punto di vista legale. Per l’Argentina, dopo 15 anni dal default, il rientro sul mercato internazionale dei capitali è dettato dal bisogno di reperire 15 miliardi di dollari proprio per ripagare i fondi. Non cioè per rilanciare il paese, ma per sommare ancora debito, come prima del default.

Dopo 15 anni di lotta legale, per Buenos Aires non c’era altra scelta che pagare e chiudere la vertenza che escludeva il Paese dal circuito internazionale finanziario e bloccava gli investimenti esteri, oltre a produrre episodi al limite dell’azione di guerra, come i tentativi di pignoramento di navi militari o dell’aereo presidenziale. La ribellione, esaurita la via legale, avrebbe reso l’Argentina più isolata di quanto non lo sia già dal 2001 in poi. Per il resto della comunità mondiale si tratta invece di un serio ammonimento. Anche se molti Paesi eviteranno d’ora in poi di emettere titoli di Stato sulla piazza di New York, il precedente di questa vicenda potrebbe fare scuola altrove: e quindi, per gli Stati, quell’ultima ancora di salvezza, cioè poter imporre i termini di negoziazione dei loro debiti in caso di fallimento, usata dal Medioevo fino al XX secolo, probabilmente non esiste più. Il diritto internazionale è stato cambiato da una sentenza che ha demolito un altro pezzettino della residua prevalenza del pubblico sul privato, in quanto rappresentante di interessi collettivi e non particolari.
Pochi però ne hanno presso atto.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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La fase declinante delle sinistre sudamericane è ricca di spunti utili per trarre lezioni e ragionare sul futuro della politica nelle periferie dell’Occidente. Un dato è ormai certo, dal Venezuela all’Argentina passando per il Brasile: i politici che avevano saputo gestire la fase di espansione dell’economia mondiale, generando impiego e instaurando modalità interessanti di redistribuzione del reddito, non hanno trovato gli strumenti adatti per gestire la crisi. La narrazione dello Stato al centro dell’economia si è infranta quando i governi hanno cominciato a doversi districare tra inflazione, recessione e aumento della disoccupazione. Ed è qui che sono venute alla luce le mancanze degli anni precedenti, il grandissimo deficit di riforme su temi che erano stati ignorati, o addirittura cavalcati in modi non sempre limpidi.

Presidenti che si erano contraddistinti sul piano dei diritti civili, ma che non avevano affrontato una riforma in senso progressivo del fisco né tagliato di netto la commistione tra politica e affari. Governanti che avevano garantito una maggiore sicurezza sociale a milioni di persone, ma che non avevano mai affrontato seriamente il groviglio drammatico del narcotraffico, che genera corruzione e insicurezza collettiva. Leader che avevano ribadito il valore della proprietà pubblica rispetto ai bagordi degli anni delle privatizzazioni “a prescindere”, ma che poi si sono foraggiati con le prebende garantite dal controllo delle aziende. Insomma, una stagione di riforme a metà. Riforme che, sotto l’impatto della recessione globale, oggi rischiano di essere vanificate, e in parte lo sono già. I voti di protesta in Argentina, in Bolivia e in Venezuela, il tentativo di rovesciamento dai contorni inquietanti della presidente brasiliana Rousseff, il rischio tangibile del ritorno di un Fujimori al governo del Perù spiegano complessivamente la crisi di un modello.

Esaurita la spinta propulsiva delle sinistre, il resto del quadro politico rimane però quello conosciuto e fallito nei decenni precedenti. Ciò anche perché quelle sinistre erano state in grado di affermare una solida egemonia culturale, consolidando principi relativi ai diritti, ai beni comuni, alla lotta alla povertà: temi che negli anni ’80 e ’90 erano tabù. Le destre che ora stanno arrivando al potere, anch’esse con mille sfumature, per racimolare voti si trovano a ripetere alcuni degli slogan coniati dai governi precedenti. Come il neopresidente argentino che ha promesso “povertà zero” in campagna elettorale, o l’opposizione venezuelana che dichiara di non volere toccare il modello di welfare chavista.

Gli interessi dei cittadini, che a torto considerano ormai consolidate le conquiste sociali e civili degli ultimi anni, si sono spostati di netto sulle questioni della legalità e della trasparenza. Temi cari, almeno a parole, a quasi tutte le sinistre mondiali, ma che in Sudamerica fanno fatica a tramutarsi in fatti. Non è difficile prevedere che i futuri leader di quel blocco sociale che ancora aspetta di uscire dalla povertà dovranno certamente promettere di occuparsi delle diseguaglianze, ma nello stesso tempo garantendo che saranno capaci di prendere in mano una situazione negativa, potenziata dall’eredità di decenni di pessima politica.

Avrà successo chi mostrerà le capacità – e la fedina penale pulita – necessarie per promettere una stagione di riforme e la radicale eliminazione di ogni connivenza tra la politica e i poteri forti dell’economia legale e illegale.

Ma perché questo avvenga, è urgente anche un ricambio dei ceti dirigenti, così com’era avvenuto all’inizio della stagione precedente. In questo senso, l’atteggiamento alla “muoia Sansone con tutti i filistei” di alcuni leader in disgrazia non promette nulla di buono. Ma una certezza almeno c’è: il Sudamerica oggi è un continente nel quale la democrazia ha la forza di incoronare e anche di defenestrare il re. E questa è già una grande novità.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

23-05-08 Brasil- Cumbre en Brasilia.

23-05-08 Brasil- Cumbre en Brasilia.

«Comunicato numero 1: Si informa la popolazione che da oggi, 24 marzo 1976, il Paese è sotto il controllo operativo della Giunta di Comandanti Generali delle Forze Armate».  40 anni fa gli argentini si svegliarono con questo comunicato ripetuto a reti unificate dal primo mattino. Era la fine del breve ritorno alla democrazia del 1973 e l’inizio della notte più buia del Paese. Da qualche giorno si registravano movimenti anomali nelle caserme, e sui principali quotidiani uscivano inserzioni anonime che incoraggiavano i militari a prendere in mano i destini della Repubblica. Il governo di Isabel Martínez de Perón, la vedova del generale morto nel 1974, si dibatteva nel caos. L’alba del 24, come da copione golpista, furono occupate radio e televisioni, i carri armati presero possesso delle strade, la presidente venne arrestata insieme a ministri e dirigenti politici, mentre cominciavano a circolare carovane di macchine senza targa della polizia politica alla caccia di potenziali “sovversivi”: sindacalisti, operatori sociali, professori universitari, intellettuali, semplici cittadini impegnati in politica.

Correva l’anno 1976 e l’ondata di colpi militari che avevano posto fine alla democrazia in Brasile negli anni ’60, in Cile nel 1973, in Bolivia e in Paraguay arrivava anche in Argentina. Lo scenario globale era quello della Guerra Fredda e l’America Latina era il “cortile di casa” politico ed economico degli Stati Uniti. Non erano permessi governi, anche se eletti democraticamente, che non fossero allineati con Washington in chiave anticomunista. Anche se di comunista, sotto l’ombrello di Mosca, all’epoca c’era solo Cuba. Ma in Argentina non si trattò di un golpe come tanti altri. Qui si volle sperimentare una nuova tecnica di controllo politico e di terrore: la desaparición, cioè la scomparsa fisica nel nulla degli oppositori. Una tecnica che paralizzava parenti e amici degli scomparsi e generava terrore. Molti anni dopo, il generale Jorge Rafael Videla dichiarerà che «se avessimo fucilato in piazza i sovversivi ci sarebbe stata un’ondata di indignazione contro il Paese». Infatti, l’indignazione internazionale arriverà molti anni dopo.

Tra i militari che andarono al potere c’erano diverse identità e diverse posizioni, dagli integralisti cattolici “crociati dell’Occidente” fino ai “politici” affiliati alla Loggia P2 di Licio Gelli. L’Argentina dei militari è stata anche il laboratorio sudamericano per le strategie già sperimentate dai francesi durante la Guerra d’Algeria. Erano tempi di giochi sporchi e di geopolitiche a geometria variabile, e per questo l’URSS non condannò mai la giunta di Videla, che diventò anzi alleata vitale di Mosca dopo l’embargo internazionale per l’invasione dell’Afghanistan. I militari argentini, infatti, coprirono il fabbisogno di alimenti dell’URSS quando gli altri Paesi occidentali si rifiutarono di continuare a vendere ai sovietici.

Con fatica e in ritardo, il mondo che nel 1978 partecipò ai Mondiali di calcio del regime cominciò a capire che, a pochi metri dagli stadi, si era consumato un dramma che aveva inghiottito 30.000 persone e spinto altre decine di migliaia all’esilio. La vicenda dei desaparecidos venne alla luce in tutta la sua complessità solo a partire del 1982, e Sandro Pertini ebbe il merito di essere uno tra i primi leader politici a prenderne atto.

Ma la dittatura – che si sarebbe conclusa solo nel 1983 dopo il disastro della guerra contro il Regno Unito per il possesso delle isole Malvinas – non era solo repressione. Fu in quegli anni che sotto la guida di José Martínez de Hoz, il super-ministro dell’economia, si accelerò sull’indebitamento estero e si posero le basi per la svendita del patrimonio pubblico, in un’orgia di corruzione. Due fenomeni alla base del default del Paese avvenuto nel 2001. L’Argentina dei primi anni ’70 era una potenza regionale con un livello di vita superiore a quello degli Stati dell’Europa mediterranea, Italia inclusa. L’argentina post-dittatura scivolerà fino a diventare un paria della comunità internazionale.

Il ritorno alla democrazia significò una primavera dei diritti a lungo calpestati, ma la frattura sociale determinatasi negli anni ’70 pesa ancora oggi come un macigno. Una volta c’era un Paese orgoglioso, con il più alto livello di istruzione, di welfare, di coesione sociale del continente. Quel Paese fu spezzato dalla barbarie in divisa. Le ferite sono ancora aperte, la giustizia ha funzionato solo parzialmente, e la democrazia rimane fortemente condizionata da un passato che fa fatica a diventare storia. La morale di questa vicenda dolorosa, a 40 anni di distanza, è che non può esistere nessun progetto salvifico al di fuori della democrazia. E che il Nunca Màs con il quale si è concluso il lavoro della Commissione incaricata di redigere il rapporto sulle sparizioni forzate non può essere davvero definitivo se la democrazia non è in grado di dare a tutti da mangiare, da studiare, da curarsi, da lavorare.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare.

 

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Lo statunitense Paul Elliott Singer, 71 anni, possiede una fortuna personale valutata in 2,1 miliardi di dollari USA grazie alla proprietà del fondo Elliott Management Corporation, gestore di 27 miliardi di dollari. Attraverso la Elliott, Singer opera sul mercato del debito sovrano in sofferenza, acquistando quando i titoli di debito sono svalutati per poi denunciare lo Stato emittente per l’intero valore nominale più gli interessi. Grazie a questa pratica legale, il suo fondo è stato battezzato “avvoltoio”, nel senso che si ciba di cadaveri, cioè di debiti di Paesi falliti.

Ovviamente questo grande finanziatore del Partito Repubblicano statunitense, sensibile ai diritti dei gay per motivi familiari, non si preoccupa di aggiungere sofferenza a sofferenza togliendo risorse utili alla ricostruzione economica e sociale. Non sono questi i problemi che si pone Paul Singer, che ha un carniere ricco di prede. Negli anni ’90 acquisì debiti dello Stato peruviano per 8 milioni di euro riuscendo, tramite una causa, a farsene rimborsare 43. Operazione ripetuta con uno dei Paesi più disperati al mondo, il Congo, che ha dovuto versare a Singer 67 milioni di dollari per fondi che erano stati pagati solo 15 milioni.

Con l’Argentina, quest’avvocato laureato a Harvard ha fatto il colpo grosso. Nel 2008 il suo fondo NML Capital rastrellò sul mercato secondario titoli argentini “spazzatura”, svenduti da creditori che non volevano aderire al concambio offerto da Buenos Aires, per un controvalore di 48,7 milioni di dollari. Poi denunciò il Paese davanti al Tribunale Federale di New York di cui è titolare un suo amico personale, l’anziano giudice Thomas Griesa (nominato da Richard Nixon), insieme ad altri due gestori di fondi. Dopo anni di dibattimenti, rinvii, tentativi di mediazione, nel 2013 si è arrivati a una sentenza che ha condannato l’Argentina a pagare ai fondi l’intero capitale nominale più gli interessi dei titoli. Pronunciamento confermato dalla Suprema Corte statunitense nel 2014. Così i circa 50 milioni di dollari investiti da Singer sono diventati 832 (+ 1608%): un affare tondo per il fondo avvoltoio e una sentenza che ha creato giurisprudenza.

Dal punto di vista tecnico, la sentenza ha dato luogo a un precedente pericolosissimo perché rende impossibile ristrutturare un debito in default. Oggi l’Argentina, forse a brevissimo Porto Rico e poi la Grecia, l’Italia…

Mauricio Macri, il nuovo presidente argentino, ha deciso di chiudere questa vertenza che continua a penalizzare il Paese sia sul piano degli interessi da pagare sulle emissioni di bond, sia sul reperimento internazionale di capitali. Per Buenos Aires il conto finale si aggirerà attorno a 4,5 miliardi di dollari.

Dal punto di vista politico, questa vicenda premia i fondi speculativi: gli stessi che sono considerati una delle principali cause della crisi economica nella quale il mondo è precipitato dopo il 2008. Ecco perché, se oggi c’è una riforma urgente da fare, è la chiusura del mercato secondario del debito sovrano ai fondi avvoltoi. Ma, come sappiamo, le riforme diventano sempre più difficili quando la politica dipende dalla grande massa di risorse e mezzi spostata dagli speculatori.

Paul Singer può essere contento: il suo motto «mettere la massima pressione sulla preda» ha funzionato. Ha piegato uno Stato e anche il 93% dei creditori dell’Argentina, quelli che avevano accettato le condizioni del debitore per riavere indietro buona parte dei loro risparmi. Ora sta planando su un nuovo e promettente caso: in Perú ci sono titoli emessi dallo Stato 40 anni fa per risarcire i proprietari di latifondi espropriati e mai pagati. Oggi valgono, sulla carta, 5 miliardi di dollari. Una carogna fresca per l’appetito degli avvoltoi di Wall Street.

 

Alfredo Somoza per #Esteri, Radio Popolare

 

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