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Del Venezuela non si parla ormai da molto tempo. Il Paese sudamericano è uscito dai riflettori dei media internazionali all’inizio della pandemia, per scomparire definitivamente con l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. Fondamentalmente ciò è accaduto perché gli Stati Uniti, fino a pochi anni fa impegnati in una campagna a tutto campo contro il governo di Nicolás Maduro, hanno concesso al Venezuela un’apertura che va letta integralmente nella logica della geopolitica del petrolio, scossa appunto dalla guerra Ucraina. È l’ennesima dimostrazione di come i diritti umani e politici si possano barattare senza rimorsi per garantirsi la continuità nei rifornimenti di materie prime strategiche. Sabato 26 novembre, a Città del Messico, l’opposizione e il governo venezuelano hanno raggiunto un accordo di minima per la ripresa del dialogo, agevolato dalla Norvegia in veste di mediatore e – soprattutto – dall’impegno statunitense sullo scongelamento dei capitali venezuelani all’estero, bloccati dalle diverse sanzioni accumulate negli anni dal Paese e dalla sua classe dirigente. I fondi dovrebbero essere investiti nella sanità e per l’alimentazione di un popolo ormai provatissimo: la crisi economica, infatti, risale addirittura a tempi precedenti alle sanzioni, quando fu innescata dall’incapacità dell’erede di Hugo Chávez di gestire l’economia nazionale.

Intanto, il Venezuela è entrato nella storia come lo Stato americano che ha perso la maggior quota di popolazione nel minor tempo. Sono circa 7 milioni, secondo i dati delle Nazioni Unite, i venezuelani che negli ultimi 8 anni sono emigrati in altri Paesi latinoamericani, soprattutto Colombia e Perù, o verso gli Stati Uniti e l’Europa: significa che quasi il 25% della popolazione totale è fuggita cercando opportunità all’estero, un fenomeno che non si era mai verificato in tempi di pace. Eppure il governo di Maduro è ancora al potere e gode di un discreto consenso, ovviamente al netto dei dubbi sulla libertà di espressione e sulla trasparenza degli ultimi processi elettorali, come più volte denunciato. Ma oggi il punto non è questo, bensì il fatto che il termometro dell’importanza dei diritti si è dimostrato fortemente legato a considerazioni di realpolitik. Nulla di nuovo, per carità: è la semplice constatazione della schizofrenia di un mondo che a parole difende i diritti calpestati, esigendo ad esempio che i calciatori delle nazionali occidentali compiano gesti politici ai Mondiali di calcio, ma che non si sogna di interrompere le relazioni finanziarie con il Qatar, né di sanzionare la Cina per la vicenda degli uiguri. E che ora chiude un occhio sul Venezuela dopo averlo messo al bando per anni, anche se il governo che ha dissanguato il Paese non intende cambiare nulla, nemmeno davanti all’esodo di un quarto della popolazione. Probabilmente erano sbagliate le sanzioni, così come ora è sbagliato, in nome del petrolio, fare finta che tutto sia normale a Caracas.

Sarebbe ora, come già chiesto da diversi intellettuali, che l’Occidente si togliesse definitivamente la maschera dell’ipocrisia e affrontasse la realtà in modo pragmatico. Le sanzioni e le condanne, se non sono seguite dai fatti, servono solo a ripulire la propria coscienza, ma chi viola i diritti questo lo sa benissimo. Il re è nudo: dopo secoli di colonialismo, e qualche decennio di finta protezione dei diritti, il mondo ormai si divide tra regimi e parolai. Se i regimi sono sempre esistiti, e continuano a fare il loro gioco, i parolai rappresentano la versione politically correct di un gioco d’interessi che è anch’esso antico come il mondo: che la mia mano destra non sappia cosa fa la sinistra. Nel frattempo, la democrazia arretra ovunque, e chi pensa che a difenderla basterà una campagna sui social o una dichiarazione roboante sui diritti calpestati o è ingenuo oppure complice.

Come da copione sovranista radicale, l’uscita dal palazzo presidenziale di Jair Bolsonaro è contrassegnata da disordini, caos e soprattutto dalla mancanza di rispetto verso i meccanismi della democrazia. Qualcosa di già visto dopo la sconfitta di Donald Trump e il tentativo di assalto al Campidoglio. Nella versione sudamericana non ci sono finti “indiani” ad assediare le sedi del potere ma abbiamo i camionisti a fermare il Paese: perché, quando uno dei campioni della nuova destra radicale perde, o c’è stato un imbroglio oppure è vittima di un complotto. È quello che gli stessi leader dicono già mesi prima delle elezioni, preparando l’eventuale sconfitta. Trump e Bolsonaro affermavano che le elezioni – nelle quali poi hanno effettivamente perso – sarebbero state inquinate dalla frode elettorale, anche se erano loro stessi ad avere il potere per impedire eventuali brogli, visto che entrambi erano al governo. Il punto è ovviamente un altro: nella cultura sovranista la sconfitta non è pensabile e la democrazia va bene soltanto quando si vince, mentre quando si perde diventa un optional. Ripropongono una versione aggiornata dei totalitarismi “vorrei ma non posso”: arrivano al potere grazie al voto popolare, quando le urne si rivelano sfavorevoli avvertono la forte tentazione di restare comunque al comando, ma alla fine quella tentazione non si concretizza perché fortunatamente i contrappesi della democrazia funzionano ancora e, soprattutto, perché i militari non seguono più questi fenomeni della politica, preferendo il basso profilo.

Trump e Bolsonaro in realtà non hanno inventato nulla, si sono limitati a rendere più profonda la spaccatura che si è andata creando nelle società occidentali negli ultimi anni. Spaccatura che si manifesta in molti modi diversi: tra città e campagna, tra ricchi e poveri, tra nativi e immigrati, tra perdenti e vincenti nel grande gioco della globalizzazione. Anziché lavorare per rimarginare queste ferite, hanno fatto il possibile per aumentare la divaricazione. Questo agire da incoscienti ha pagato in termini elettorali, almeno inizialmente, e ha trasformato l’agone politico un’arena da corrida, dove non contano le idee né i progetti bensì la capacità di insultare, di raccontare fake news, di demonizzare l’avversario. Il problema per loro è quando il nemico demonizzato riesce comunque a vincere, come successo sia negli USA sia in Brasile: a questo punto la narrazione va in tilt. Come spiegare che un popolo sia così ingrato da non continuare a votarli? Ecco che scatta la “certezza”, ovviamente mai provata, della truffa elettorale e del complotto. È l’unica spiegazione possibile, perfettamente credibile per i seguaci di politici che hanno detto che il Covid non esisteva, che i leader democratici statunitensi violentavano bambini negli scantinati di una pizzeria di Washington o che i comunisti brasiliani avrebbero eliminato la libertà di culto.

Il dramma di Bolsonaro e di Trump è stato il momento in cui la realtà ha presentato loro il conto. Perché la realtà non era quella costruita da loro, ossia quella parallela degli “alternative facts”, ma quella vera. Una realtà nella quale si può vincere e si può perdere, le istituzioni della democrazia si tutelano sia che si governi sia che si vada all’opposizione, e le persone si rispettano sempre. Sul piano collettivo, il dramma è che la cultura, o meglio i veleni, che politici come Bolsonaro e Trump hanno contribuito a diffondere toglie legittimazione all’agire di chi è chiamato a governare dopo di loro. Grazie alla democrazia, che pure ha dato loro l’opportunità di vincere, alla fine in un modo o nell’altro questi eredi di culture totalitarie torneranno a casa: per fortuna oggi non possono andare oltre l’insulto e il sospetto. La democrazia, almeno per ora, è più forte di loro. Ma le ferite che hanno provocato non guariranno presto.

Si chiude una brutta campagna elettorale per il secondo turno delle presidenziali brasiliane. Nel dibattito faccia a faccia tra Jair Bolsonaro e Lula, soltanto il 7% del tempo è stato impiegato dai candidati per illustrare i loro programmi. Il resto sono stati attacchi reciproci: con accuse di corruzione da parte di Bolsonaro nei confronti di Lula, e di negligenza criminale durante la pandemia da parte di Lula nei confronti di Bolsonaro. È questa la cifra di un’intera campagna che fotografa un Paese spaccato in due, non tanto sulle idee quanto sul riconoscimento stesso della legittimità dell’avversario. Bolsonaro pensa che Lula sia un delinquente, Lula pensa che Bolsonaro sia un criminale. E il Brasile si divide come tra tifoserie calcistiche: salta il dialogo istituzionale, si sentono rumori nelle caserme, vengono tirate per la giacchetta – o per la tonaca – le chiese evangeliche e quella cattolica.

Questo gioco al massacro è stato impostato e sviluppato con successo da Bolsonaro, rompendo definitivamente una tradizione di convivenza tra le forze politiche di opposto segno. Nel continente americano si tratta di un male comune: è accaduto lo stesso negli Stati Uniti con Donald Trump, in Argentina tra peronisti e antiperonisti, in Ecuador tra destra e sinistra. In Argentina si parla di grieta, cioè “spaccatura”, quando si vuol rendere l’idea di una divisione in fazioni contrapposte, senza più dialogo né reciproco riconoscimento. E la democrazia ne risente, perché lo sconfitto sicuramente denuncerà brogli elettorali, pur senza averne le prove, e i suoi elettori non riconosceranno mai come legittimo il vincitore uscito dalle urne.

In Brasile c’è tutto questo ma c’è anche molto di più, perché nel secondo turno delle presidenziali sono in gioco il modello di Paese e l’idea di società: la scelta è tra quella bianca e benestante, che pensa ai poveri come a un fastidio e un pericolo, e quella forgiata da una miscela di etnie, nella quale i poveri sono una speranza se sostenuti da uno Stato che riesce a far crescere l’economia e creare posti di lavoro. Lula e Bolsonaro, è evidente, non sono la stessa cosa, e non solo per la loro storia personale: hanno in testa due Paesi diversi. Uno piccolo e chiuso, che sfrutta le sue potenzialità agricole e tutela gli interessi dei grandi capitali; l’altro più grande e aperto al mondo, potenza regionale e protagonista sulla scena internazionale. Un Brasile che non è solo un gigante agricolo, ma anche una media potenza industrializzata. Domenica si scontreranno due modelli di Paese, eppure non saranno questi i temi in base ai quali una bella fetta di elettori prenderà la sua decisione. A fare la differenza sarà stata la maggior “bravura” di quello che ha dato del criminale all’altro o di quello che ha risposto dandogli del delinquente. Nel teatrino della moderna comunicazione i contenuti sfumano, ma questo non vuol dire che non ci siano. Anzi.

Il 2 ottobre il Brasile torna alle urne per scegliere il suo presidente: sembra che sia passato un secolo, e non quattro anni, dalle elezioni precedenti. Quello del 2018 era un Brasile scosso dalle inchieste giudiziarie che avevano demolito i partiti al potere (il Partito dei Lavoratori di Lula e l’eterno blocco centrista del PMDB/MDB) e che si affidava a un capitano dell’esercito in congedo, con una vasta esperienza da parlamentare: Jair Messias Bolsonaro. Quelle elezioni erano state fortemente influenzate dalla decisione di incarcerare e privare dei diritti politici Luiz Inácio da Silva Lula, che all’epoca era dato come sicuro vincitore. Il resto della storia è noto. Sérgio Moro, il giudice alla guida della mega-inchiesta Lava Jato, che aveva inquisito Lula, è diventato ministro della Giustizia di Bolsonaro; soprattutto, il Tribunale Supremo Federale ha annullato le condanne contro Lula, tornato libero.

Rispetto al 2018, ciò che più è destinato a cambiare le cose è la pandemia, che ha colpito il Brasile con forza, non solo per cause naturali ma anche perché il presidente Bolsonaro si è comportato da “untore”: boicottando con tutte le sue forze il distanziamento e le altre misure di prevenzione, pubblicizzando improbabili farmaci miracolosi e, addirittura, organizzando raduni di folla nei momenti peggiori. Come Donald Trump, come il Boris Johnson dei primi tempi. Di quella triade di negazionisti del Covid-19, Bolsonaro è l’unico rimasto al potere: almeno per ora, perché ha deluso il suo elettorato non portando a termine le riforme (in realtà controriforme) promesse, rimaste impantanate, sacrificate a una propaganda quotidiana che ha raccontato ai brasiliani un mondo inesistente. Molte parole e pochi fatti, si potrebbe dire. Ma non è stato proprio così: durante il mandato di Bolsonaro qualcosa è accaduto. Sono state smantellate le agenzie che si occupano di monitorare l’Amazzonia, bruciata come mai nella storia; sono stati assediati i territori indigeni; si sono incentivati i coltivatori di soia perché aumentassero la loro capacità produttiva; sono state boicottate le reti e i mercati comuni regionali; è aumentata la dipendenza del Paese dal cliente cinese; e il Brasile è stato portato fuori dal gruppo di Paesi che contano: i due leader con i quali Bolsonaro ha avuto più contatti sono stati Donald Trump e Vladimir Putin.

La ferita più grande è stata, però, quella inferta alla democrazia. E anche qui in modo simile a quanto successo con il trumpismo. Svalutate le istituzioni, messi in dubbio i meccanismi democratici (addirittura quello elettorale), demolita l’idea che attraverso la democrazia sia possibile cambiare le cose. Oltre all’elogio della forza maschile e dell’uso delle armi, come da copione sovranista.

Anche questa volta il candidato in testa ai sondaggi è Lula, che a differenza di quattro anni fa potrà presentarsi. Il Brasile di Lula è in parte un ricordo, piacevole, del passato: il ricordo di un Paese che, cavalcando con destrezza il momento d’oro delle commodities, era riuscito da una parte a combattere davvero la povertà e dall’altra a diventare un player mondiale ascoltato e rispettato. Oggi non ci sono le condizioni per una ripetizione di questo exploit. Ci sono però quelle per un rilancio del multilateralismo, infranto da pandemie e guerre: il mondo ha bisogno del Brasile e viceversa. Il voto del 2 ottobre, da questo punto di vista, è uno spartiacque tra un Brasile che vuole tornare a crescere, anche socialmente, e un Brasile ancorato al sovranismo, maschilista, classista e violento, che non è mai scomparso.

Il voto al primo turno nelle elezioni presidenziali colombiane conferma l’esistenza di un’ondata punitiva nei confronti delle forze politiche che hanno governato durante la pandemia. Federico Gutiérrez, l’erede designato del presidente uscente Iván Duque, ha raccolto appena il 23% dei voti, risultato che per la prima volta esclude la destra colombiana dalla corsa per il potere. Qualcosa di simile era già successo in Perù, Paese “terremotato” dall’arrivo al potere di Pedro Castillo, l’insegnante marxista che è riuscito a battere la candidata delle destre Keiko Fujimori; e anche in Cile, dove i voti della destra tradizionale, che era al governo, non sono stati sufficienti a José Antonio Kast per battere al secondo turno la sorpresa progressista Gabriel Boric. Analoghi sconvolgimenti si preannunciano in Brasile a ottobre, con il probabile ritorno alla presidenza di Luiz Inácio Lula da Silva che, stando ai sondaggi, dovrebbe battere il Trump tropicale Jair Bolsonaro. 

Molti si sono affrettati a parlare di un ritorno della sinistra al governo, ma questa lettura fotografa solo una parte della realtà. Senza dubbio le macroscopiche disfunzionalità della sanità pubblica, che negli anni è stata smantellata in quasi tutta l’America meridionale a favore dei privati, hanno fatto tornare attuale un’idea del ruolo dello Stato più affine a quella delle sinistre; ma dietro questi risultati elettorali c’è anche un grande rifiuto della politica complessivamente intesa, a prescindere dagli schieramenti. Questa pulsione, presente da sempre nel continente del “¡Que se vayan todos!”, è ulteriormente cresciuta durante la pandemia, quando i privilegi della politica sono stati messi a nudo risultando ancora più insopportabili. Basti pensare al caso del presidente argentino Alberto Fernández, che durante il lockdown partecipava a feste private nella residenza ufficiale. O allo stesso Bolsonaro che, mentre la gente moriva per strada, prendeva in giro chi usava la mascherina e incitava la folla ad assembrarsi. Non importa se questi leader fossero di destra o di sinistra: forse per la prima volta sono stati giudicati per la loro incapacità di governare e per la loro arroganza, quella che li ha portati a pensare di essere al di sopra delle leggi da loro stessi dettate.

I risultati delle ultime elezioni sono figli, insomma, sia della sete di giustizia sociale sia di un diffuso desiderio di vendetta contro il potere e i suoi privilegi. Inizia così una stagione che potrebbe incidere fortemente sulla realtà sudamericana, ma che paradossalmente potrebbe introdurre misure radicali anche di segno opposto rispetto a quelle auspicate dalle proteste popolari. È probabile, ad esempio, che ci sia un ripensamento delle politiche sanitarie e di welfare; ma esiste anche il rischio che cominci una repressione del dissenso e che le proposte politiche avanzate in nome dell’“anticasta” finiscano con il riprendere ideologie economiche restrittive già tristemente sperimentate.

È tempo di outsider, come il colombiano Rodolfo Hernández, l’argentino Javier Milei o i già citati Pedro Castillo e Gabriel Boric. Persone totalmente diverse per cultura politica e civica, accomunate dall’esser state portate al successo dalla pandemia, che ha spazzato via una classe dirigente per spalancare le porte a una nuova. Come accadde dopo la fine della Guerra Fredda, quando in America Latina tornò possibile per le sinistre salire democraticamente al potere, oggi la pandemia permette di trovarsi eletto a chiunque sappia cavalcare il malcontento o riesca a costruire una solida rete di base, come nel caso cileno. Magari senza esperienza, senza una forza politica in parlamento, senza i numeri. E questo diventa un grande rischio per una democrazia che, in questi anni, non ha trasformato le società latinoamericane se non per quanto riguarda i diritti civili individuali. La speranza è che alcuni dei politici agevolati dalle autostrade aperte dalla pandemia, come Boric e, probabilmente, Castillo e Lula, possano ripristinare una leadership progressista nel subcontinente che serva a rinforzare i legami reciproci e a ridare protagonismo a un continente da molto tempo ai margini della scena.

Il conflitto ucraino ha ormai superato i due mesi di durata e ancora non se ne vede la fine. La meno considerata tra le ricadute negative della guerra sull’economia globale riguarda la sicurezza alimentare. In primavera nelle campagne ucraine si seminano il grano e il girasole, fondamentali per sfamare circa 400 milioni di persone nel mondo, soprattutto in Africa. I prezzi di queste materie prime vitali sono già raddoppiati rispetto a un anno fa, ma le conseguenze dell’uscita dal mercato di uno dei massimi esportatori mondiali sono destinate a farsi molto più pesanti. Questo perché l’agribusiness mondiale dipende da un numero sempre più ridotto di Paesi in grado di produrre grandi surplus di grano, soia, mais, riso, carne: alcuni degli storici esportatori, come l’Australia e il Brasile, da alcuni anni sono regolarmente colpiti da fenomeni meteorologici estremi, dovuti al cambiamento climatico; a ciò si aggiungono ora i disordini geopolitici, e il quadro complessivo della sicurezza alimentare planetaria diventa così sempre più fragile.

Si tratta, però, di una debolezza che ha origini antiche, risalenti al progressivo esproprio di terre e di colture su scala mondiale iniziato con il colonialismo. L’agricoltura da piantagione inaugurata nel XVI secolo, responsabile di scempi ambientali e della schiavitù degli africani, trasformò le terre espropriate ai popoli originari di America e Africa in latifondi, in gran parte gli stessi che oggi sono proprietà di grandi multinazionali.

Nel tempo la questione della terra, risalente all’inizio della prima globalizzazione, è diventata il motore di rivoluzioni e di lotte contadine e sindacali. Tra tutti i movimenti che, negli ex Paesi coloniali, si sono battuti per la riforma agraria spicca quello dei Sem Terra brasiliani, nato negli anni ’80 con le occupazioni di latifondi improduttivi. I lavoratori agricoli “senza terra”, oggi 600.000 famiglie, non hanno solo lottato per avere diritto alla terra in uno dei pochi Paesi in cui non c’è mai stata una riforma agraria, ma hanno anche dato vita a comunità rurali in cui le donne hanno pari diritti e doveri, e in cui si pratica un modello di condivisione del lavoro e della vita comunitaria che non ha precedenti al di fuori del mondo indigeno.

Anche i Sem Terra fanno parte del vasto movimento mondiale che si batte per il ritorno a un’agricoltura con agricoltori: il contrario del modello dominante, che è invece quello di un’agricoltura sempre più transgenica, industrializzata e meccanizzata, che non ha bisogno di manodopera umana.

Proprio gli uomini e le donne che si battono per la terra e per il diritto alla terra sono stati, e sono tuttora, le vittime più numerose degli scontri nell’era della nuova globalizzazione. E non solo in America Latina, dove Brasile e Colombia detengono il triste primato di violenze e omicidi ai loro danni, ma anche in Africa, dove si lotta contro il land grabbing, e in Asia, dove il presidente indiano vorrebbe dare mano libera all’agricoltura industriale, a discapito dei 700 milioni di persone che vivono di agricoltura familiare.

Come racconta Aldo Marchetti nel suo esauriente volume Il movimento brasiliano Sem Terra (Carocci, 28 euro), questa esperienza brasiliana ha dato vita a uno dei movimenti sociali più importanti dell’America Latina. Dove il concetto di movimento sociale ha due caratteristiche: la prima è quella di tipo sindacale, l’altra quella politica. I veri protagonisti delle ultime stagioni politiche nel subcontinente sono stati, infatti, i movimenti ambientalisti, contro l’industria mineraria e l’agricoltura ogm, per i diritti delle donne e dei popoli indigeni. Alcuni dei movimenti sono riusciti perfino a esprimere presidenti saliti alla guida dei rispettivi Paesi, e soprattutto hanno saputo dettare politiche diventate di Stato.

Eppure questo non basta perché il tema della terra e della sua integrità diventi centrale nel dibattito internazionale. Soprattutto in un momento in cui la pandemia e le guerre spingono tutti ad agire per il proprio interesse, all’insegna del “si salvi chi può”. La gestione sostenibile del pianeta dovrebbe invece essere al centro della politica globale, che finora si è concentrata solo sulle regole del commercio e mai sulle condizioni di vita di chi produce le materie prime, sulla sicurezza alimentare e men che meno sullo stato di salute della Terra.

Sulle montagne del Messico centrale già diecimila anni fa si coltivava l’aguacate, l’avocado, il cui nome nella lingua degli olmechi significa “testicolo”. Alla sua raccolta le donne non potevano partecipare. Con l’avocado già nei tempi precolombiani si confezionava un mole, una salsa speziata che veniva addensata con farina di mais: praticamente il guacamole, diventato oggi un prodotto di largo consumo negli Stati Uniti e in forte crescita anche in Europa. Proprio il successo planetario del guacamole ha fatto “esplodere” il mercato dell’avocado, insieme alla recente rivalutazione delle le proprietà nutrizionali di questo frutto che contiene vitamina A ed E, sali minerali, acido folico, omega3 e grassi buoni. Insomma, un concentrato di elementi preziosi per l’organismo umano.

L’avocado ancora oggi si produce soprattutto nel Paese dov’è stato “scoperto”: il Messico è il primo produttore mondiale con il 40% del mercato, a differenza di quanto accade con altre varietà tropicali che da tempo sono diffuse soprattutto in terre lontane da quelle d’origine, come il caffe arabo-etiopico coltivato in America o il cacao americano coltivato in Africa. E in Messico la moltiplicazione delle piantagioni illegali di avocado, costituite su terreni per i quali non si hanno titoli, è diventata un grandissimo problema ambientale. Si calcola che per coltivare avocado vengano abbattuti 800 ettari di foresta all’anno, con uno sfruttamento intensivo delle fonti idriche e un uso di quantità industriali di prodotti chimici, con alti tassi di inquinamento e di erosione del terreno. Il prezzo pagato ai produttori può toccare i 2,5 dollari al chilo, un’enormità rispetto a qualsiasi altro prodotto agricolo latinoamericano: per questo l’avocado è chiamato “oro verde”.

L’aumento della produzione messicana, si diceva, è avvenuto attraverso la moltiplicazione delle piantagioni illegali, ricavate abbattendo le foreste per impiantare alberi di avocado. Ciò è accaduto inizialmente su iniziativa di piccoli e medi produttori locali, ma il fenomeno ha attirato molto velocemente l’interesse dei cartelli del narcotraffico, che per impossessarsi del business hanno combattuto guerre tra di loro, oltre che contro i produttori locali. I primi furono quelli della Familia Michoacana e dei Caballeros Templarios, respinti dai contadini in armi che avevano costituito una propria milizia; poi arrivarono Los Viagras e soprattutto il Jalisco Nueva Generación, per impossessarsi di una parte della torta. Per i narcos il mercato dell’avocado presenta tre caratteristiche preziose che nessun altro settore offre tutte insieme. Anzitutto è un mercato lecito, sul quale si può “lavare” e riciclare denaro sporco; offre un margine di guadagno molto elevato; e ha gli USA come principale cliente mondiale, che sono anche il maggior cliente del mercato della droga. Ciò significa che si possono utilizzare i camion che trasportano gli avocado per far viaggiare anche gli altri “prodotti”: un frutto svuotato può contenere fino a 250 grammi di cocaina o eroina. Riciclaggio e affari legali come copertura per il narcotraffico, praticamente il massimo per qualsiasi cartello.

Droga e avocado seguono le stesse autostrade che dal Messico portano negli Stati Uniti e sono gestite dagli stessi soggetti. La differenza è che la prima si vende sul mercato illegale, dove i cartelli impongono le regole, l’altro sul mercato legale, dove le regole le fa lo Stato. Per questo le minacce telefoniche a un agente sanitario statunitense incaricato di ispezionare i campi in Messico hanno portato al momentaneo blocco dell’import negli USA di avocado del Michoacán, Stato messicano a ovest della capitale, affacciato sul Pacifico. Si tratta di un avvertimento che serve però anche a rilanciare l’industria dell’avocado negli Stati Uniti, oggi ottavo produttore mondiale. Sono troppi soldi, quelli generati da questo frutto tropicale, destinato secondo le proiezioni a diventare in pochi anni il primo per consumi a livello globale superando ananas e banane, per lasciarli in mano al Messico e soprattutto ai cartelli della droga. Con i quali si possono peraltro fare accordi e affari, ma senza che si sappia.

«Se una razza non ha una storia, non ha delle tradizioni utili, essa diventa un fattore insignificante nel pensiero del mondo, e si trova in pericolo di essere sterminata». Così scriveva Carter Godwin Woodson, lo storico afroamericano che nel 1915 fondò l’Associazione per lo Studio della Vita e della Storia dei Neri Americani. Sottolineando l’importanza di recuperare la propria storia e farla conoscere, nel 1926 Woodson annunciò la nascita della Settimana della Storia dei Neri. Un appuntamento annuale fissato a febbraio, diventato nel 1970 Mese per la Storia dei Neri e nel 1976 evento nazionale, quando il presidente Gerald Ford lo inserì nel calendario ufficiale degli Stati Uniti. Qualche anno più tardi anche il Canada e il Regno Unito hanno adottato questa modalità di ripercorrere la storia dei popoli afroamericani, a lungo negata e oscurata. Letteratura, scienza, arti, politica sono solo alcuni campi nei quali si ricorda il contributo della storia nera alla nascita delle nazioni americane. Gli afroamericani sono stati infatti una componente importantissima nella storia del Nordamerica in entrambe le fasi della loro presenza: come manodopera schiava, nella produzione di quelle materie prime che, poi trasformate, fecero diventare gli Stati Uniti una potenza industriale; e successivamente da uomini e donne liberi, impegnati in ogni settore della vita pubblica della federazione. Grazie all’informazione e più in generale ai vari media a partire da cinema e televisione, sappiamo molte cose sulla lenta emancipazione degli afroamericani statunitensi, dalla schiavitù fino all’elezione del primo presidente nero nel 2009.

In realtà, la diaspora nera nel continente americano è stata ancora più cospicua nell’America non anglosassone, almeno numericamente, con le varie enclave afroamericane delle ex colonie spagnole, le isole caraibiche già francesi o inglesi, oggi a maggioranza afrodiscendente, e con il Brasile, grande colonia schiavista portoghese. Eppure in Italia è poco e frammentario ciò che si sa del mondo afroamericano dell’America Latina. Il libro di Diego Battistessa America Latina afrodiscendente, una storia di (R)esistenza, pubblicato dalle Edizioni Arcoiris, va a colmare questo vuoto. I 133 milioni di afrodiscendenti latinoamericani, un quarto dei quali vive nel solo Brasile, hanno una loro storia che raramente è stata raccontata dalla storia ufficiale, anche in America. Battistessa incrina lo stereotipo del nero che soffre passivamente sotto la frusta del padrone nella piantagione e ci illustra numerose pagine di ribellione, con i profili dei condottieri che guidarono la diaspora a ritrovare una nuova libertà nei quilombos brasiliani, nei palenques della Colombia o nelle Blue Mountains giamaicane: repubbliche e regni africani indipendenti in terre americane, perché l’anelito di libertà non era stato annientato dalla frusta dei capataces

Si tratta di storie di resistenza ma anche di partecipazione alle guerre per l’emancipazione dagli Stati coloniali europei, soprattutto nei Paesi del Cono Sud, fino alla grande rivoluzione nera che portò all’indipendenza di Haiti nel 1804, secondo Paese americano dopo gli Stati Uniti a liberarsi dal colonialismo. Storie di ieri e di oggi, perché la lotta per i diritti degli afroamericani, che ancora scontano la loro posizione subordinata al mondo dei bianchi, non è cessata. Anzi, nell’ultimo capitolo del suo libro Battistessa ci racconta le odierne battaglie di donne afroamericane che su diversi fronti continuano una lotta centenaria.

La condizione femminile nella realtà afroamericana è il tema di un altro libro pubblicato in Italia recentemente su questo tema: Mujeres.Frammenti di vita dal cuore dei Caraibi dell’antropologo Raúl Zecca Castel, sempre edito da Arcoiris. Zecca Castel segue la vita di sette donne di origine haitiana che vivono nei bateyes della Repubblica Dominicana, i villaggi dei braccianti della canna da zucchero che tuttora ricordano drammaticamente i tempi della schiavitù. È importante che in Italia siano stati pubblicati questi due libri su un tema apparentemente estraneo alla nostra storia e che invece ci appartiene, anche se lo abbiamo oscurato dimenticando il passato da colonizzatori in Africa.

L’anno elettorale latinoamericano è stato ricco di appuntamenti molto importanti sia per il loro peso specifico sia per quello simbolico. La prima lettura riguarda la legittimità del processo elettorale. Non sempre sono state rispettate le regole, come nel clamoroso caso del Nicaragua dove il regime guidato da Daniel Ortega ha inscenato elezioni presidenziali senza opposizione. Ma anche buone notizie in questo senso, come le elezioni dell’Honduras, paese nel quale negli anni si sono succeduti colpi di stato e manipolazione dei risultati, e dove ha vinto la candidata della sinistra senza che ci siano dubbi sulla trasparenza del voto. Lo stesso si può dire del Venezuela, dove pare siano state rispettate le regole nelle elezioni amministrative che hanno visto la vittoria del partito di Nicolas Maduro. I segnali più interessanti arrivano però da tre paesi andini, Ecuador, Bolivia e Cile. In Ecuador il candidato della nuova sinistra e dei movimenti indigeni Yaku Pérez non riuscì per 30.000 voti a passare al secondo turno, nel quale l’imprenditore Guillermo Lasso riuscì a battere il candidato correista per 400.000 voti.

Chiaramente buona parte degli elettori di Pérez non votarono per Andrés Aráuz al secondo turno, anche se di “sinistra”, e questo perché ormai esistono due progetti di sinistra che spesso, come in Ecuador, si scontrano. Una sinistra ormai “tradizionale” e che ha governato a lungo, dai forti tratti populisti, poco ambientalista e lontana dalle minoranze. Sono il correismo ecuadoregno, il peronismo argentino, il post chavismo venezuelano, il Mas boliviano. L’altra nata dalla lotta dei movimenti sociali, minoranze etniche e di genere, ambientalisti, contadini. E lo schieramento di forze che ha sostenuto Pérez in Ecuador, Verònica Mendoza in Perù, che sosterrà Petro in Colombia e che ha fatto vincere Boric in Cile; le due sinistre hanno in comune molti riferimenti culturali, ma una diversa concezione della democrazia. Per i primi, Cuba è legittimata anche a reprimere per tutelare la rivoluzione, per gli altri il diritto a protestare e a opporsi è sacro; per i populisti lo stato deve essere gestore ed erogatore di assistenza senza preoccuparsi dell’economia, per gli altri deve guidare una crescita economica in senso inclusivo; per i primi le denunce di corruzione sono solo un complotto ai loro danni, per la nuova sinistra la politica deve anzitutto avere le mani pulite.

Il Sudamerica dei due progressismi sta velocemente virando di nuovo a sinistra a maggioranza e per il 2022 si prevede che altri due grandi paesi cambino guida: Colombia e Brasile. Se questo sarà confermato resteranno piccole isole di centrodestra in Uruguay, Paraguay ed Ecuador. Rispetto allo scenario precedente simile, quello degli anni 2000, le cose sono però radicalmente cambiate: si sono spenti gli slanci continentali, cioè le ipotesi di creazione di aree di libero scambio e di democrazia multilaterali; si è tornati drammaticamente a dipendere dalle commodities, che tra l’altro in questo periodo hanno subito un calo del loro prezzo internazionale; l’alleanza con la Cina ha indebolito la democrazia e rinforzato i circuiti di corruzione. Il Sudamerica in questa fase non interessa a nessuno, nemmeno agli Stati Uniti di Biden che hanno come unica priorità fermare l’immigrazione centroamericana.

Soprattutto mancano leadership. La politica sudamericana si è rimpicciolita per quanto riguarda la capacità dei nuovi leader. Nel 2022 potremo vedere sorgere forse due nuovi punti di riferimento, Gabriel Boric e Lula da Silva se sarà presidente. Il Brasile isolato da Bolsonaro non è stato solo un danno per se stesso, ma anche per tutto il processo politico sudamericano; il ritorno di Lula alla presidenza potrebbe segnare l’avvio di una nuova fase, ma prima ancora si dovrà dirimere cosa si intende per progressismo e come lo si aggiorna di fronte alle sfide del domani. Da questo punto di vista la lezione boliviana è illuminante: quando Evo Morales forzò la sua stessa costituzione per perpetuarsi al potere, disconoscendo il parere del suo popolo che aveva bocciato la proposta con un referendum, la sua caduta era già scritta. Anzi, quella mossa è stata la miccia che aspettavano i settori golpisti e della estrema destra boliviana per spazzare via dal potere l’esperienza del Mas; quello stesso Mas che con un nuovo candidato, Arce, nel rispetto del dettato costituzionale è tornato al potere a grandissima maggioranza. È questa la morale valida per tutto il continente: quella sinistra sopravvissuta agli anni Settanta, uscita dalle lotte popolari e arrivata al potere grazie alla fine della Guerra Fredda e quindi dei vincoli di schieramento dovrebbe essere paladina della democrazia e della trasparenza, seguendo l’esempio di grandi presidenti come Raul Alfonsin o Pepe Mujica. Non sempre è così, è questo resta uno dei grandi spartiacque irrisolti che comunque non impediscono di vincere e governare in assenza di una destra seria e con un progetto che non sia la tutela dei propri interessi. In America Latina la democrazia, malgrado i problemi enumerati, è solida e la gente vota ormai chi gli somiglia. Grande conquista mai scontata che nel 2022 si consoliderà.

La storia politica di Daniel Ortega è unica nel suo genere. Dopo avere guidato l’unica rivoluzione vincente che ha mantenuto in vita il pluripartitismo, convocato elezioni, perso e consegnato il potere ai vincitori, ha iniziato una seconda vita politica che lo vede ancora al potere nel piccolo Nicaragua.

E questo perché il camaleontico Ortega ha saputo adoperare una retorica e una pratica politica sempre adeguata ai tempi, oltre a essere diventato maestro della manipolazione, dell’uso politico della corruzione e della repressione. Negli anni Sessanta, dopo essere passato dal Collegio dei Gesuiti, Daniel diventa guerrigliero e sale man mano nella gerarchia del Fronte Sandinista fino a diventare Presidente della Giunta rivoluzionaria che si insedia al potere, davanti al Vescovo di Managua, nel 1979.

Un governo di unità nazionale anti-dittatura con appartenenti a tradizioni diverse, dai cattolici ai marxisti, passando anche dalle grandi famiglie illuminate come i Chamorro. Il governo sandinista, confermato dalle urne nel 1984 dovrà fare fronte a un’aggressione militare ed economica con pochi precedenti. Gli Stati Uniti finanziano e armano clandestinamente la cosiddetta “contra”, che inizia una guerra armata contro il governo, e sabotano l’economia del paese fino a minarne i porti, azioni per le quali gli Usa vengono condannati dal Tribunale dell’Aia nel 1986. 

Malgrado la situazione, e a dimostrazione di quanto la rivoluzione sandinista fosse principalmente un movimento radicale contro la dittatura ma restasse nel campo democratico, nel 1990 si torna al voto e vince la coalizione antisandinista messa insieme da Violeta Chamorro, già membro della prima giunta rivoluzionaria e proprietaria del più importante quotidiano del paese, “La Prensa”.

Il risultato viene riconosciuto e il potere consegnato, ma nella fase di transizione già si può notare la trasformazione in corso nell’entourage di Ortega con la cosiddetta” piñata”, cioè la spartizione di terre e aziende tra alcuni capi della rivoluzione in base a due leggi approvate ad hoc. Erano beni confiscati soprattutto, ma non solo, alla dinastia dei Somoza rovesciata dai sandinisti e poi nazionalizzate. Ortega stesso diventa proprietario terriero lungo il fiume San Juàn al confine con il Costa Rica. Si calcola che il valore di quanto accaparrato dai dirigenti sandinisti sconfitti fosse di 1,3 miliardi di dollari. E non stavano rubando ai ricchi latifondisti, stavano rubando allo stato nicaraguense. Con la piñata [la Pentolaccia] si chiude la stagione del sandinismo storico che si divide in due tronconi, i dirigenti ed ex guerriglieri che tentano di mantenere in vita gli ideali di Sandino e il “danielismo”, cioè il gruppo di potere che si forma attorno a Ortega e che lo accompagnerà nelle piroette degli anni successivi.

Centrale in questa costruzione sua moglie, Rosaria Murillo, che difese Ortega dall’accusa di violenza sessuale ai danni di sua figlia (di un precedente matrimonio) Zoila América. Ortega non fu mai processato per questo reato grazie all’immunità parlamentare. Il Nicaragua di Ortega ha bisogno di ossigeno e alleanze e fa diplomazia a tutto campo, inserendosi nel gruppo dei paesi dell’Alba, la alleanza bolivariana promossa da Hugo Chávez insieme a Cuba, Bolivia e Venezuela. Scelta che lo porta anche a stringere rapporti con Russia, Cina, Siria, Iran.

Il camaleonte di Managua si vende internazionalmente come un progressista e antimperialista di ferro, ma in realtà è a capo di una cleptocrazia a gestione familiare che sopravvive grazie alle alleanze spericolate sottobanco con i peggiori settori del mondo dell’industria e della finanza nazionale. Senza dimenticare i forti sospetti di rapporti con il potente mondo del narcotraffico che però non sono mai stati dimostrati con certezza.

Nel 2016 vince ancora le elezioni, questa volta con il 72%, in un crescendo ininterrotto di consensi. La vicepresidente ora è Rosaria Murillo, sua moglie, e durante la campagna elettorale era avvenuta un altro mutazione del camaleonte, diventato icona new age con slogan tipo “l’allegria di vivere in pace” o ”amore per Nicaragua”. Si registra anche l’avvicinamento del cattolico Ortega al mondo delle chiese evangeliche, ormai pedine imprescindibili per vincere in Centro America. Il paese soffre e resta ancorato agli ultimi posti del continente per povertà, circa il 40% dei nicaraguensi si trovano sotto la soglia considerata minima per vivere dagli organismi internazionali.

Nel 2015 e poi nel 2018 si registrano grandi manifestazioni contro il clan Ortega. Il motivo è una riforma previdenziale sancita senza sentire le parti che viene fortemente contestata dai lavoratori con il sostegno degli studenti universitari. La repressione diventerà brutale, addirittura vengono violate le chiese dove si rifugiano i manifestanti. La Commissione Interamericana dei Diritti Umani certifica che i morti per la repressione sono stati 328, centinaia i detenuti e i licenziati dal pubblico impiego, 88.000 gli esuli fuggiti all’estero. Il governo Ortega diventa definitivamente regime quando rifiuta l’arrivo nel paese di una missione con il compito di verificare i fatti.

Viene istaurato uno stato di polizia e cominciano a essere perseguitati i giornalisti, ma soprattutto si moltiplicano le leggi che dovrebbero preparare il terreno per l’ennesima rielezione di Ortega del 7 novembre 2021. Come quella che inibisce le candidature delle persone che si siano manifestate a favore delle sanzioni applicate dagli Usa ai congiunti del presidente, oppure quell’altra che considera le persone che abbiano ricevuto finanziamenti dall’estero per le loro attività politiche o culturali alla pari di agenti stranieri. Ciliegina sulla torta: la legge sui cyber-reati colpisce la libertà di espressione.

Questo combinato disposto di repressione e legislazione da regime ha portato nelle ultime settimane all’arresto e all’inibizione a candidarsi dei principali leader dell’opposizione, sia di destra che di sinistra, includendo alcuni personaggi storici della rivoluzione sandinista come la “Comandante 2”, Dora Marìa Téllez. Il Nicaragua si avvicina quindi nel modo peggiore alle elezioni del 7 novembre, alle quali non saranno ammessi candidati fastidiosi, non saranno controllate da nessuno e si svolgeranno in un paese senza più libertà di stampa e nel quale non si è mai riusciti a conoscere la situazione determinata dalla pandemia.

Il Nicaragua, dopo 42 anni dalla fine del somozismo, è tornato a essere un paese governato da un regime corrotto e repressivo gestito da un clan familiare. Lo stesso scenario che portò a ribellarsi sia Augusto César Sandino nel 1926 sia i sandinisti nel 1979. La storia politica del camaleonte Ortega è unica in America Latina proprio per questo dato, da comandante di una rivoluzione contro l’ingiustizia e il totalitarismo a ricco e corrotto gestore di un regime che ha portato indietro nel tempo il Nicaragua, fino alla prossima ribellione.