Archivio per la categoria ‘America Latina’

È morto a 90 anni l’ex presidente argentino Carlos Saul Menem. Figlio di immigrati siriani sunniti, cominciò la sua carriera nel peronismo della remota e spopolata provincia di La Rioja per poi scalare tutte le posizioni fino alla presidenza della repubblica tra il 1989 e l 1999. Arrivò alla Casa Rosada promettendo una “rivoluzione produttiva” che avrebbe creato milioni di posti di lavoro e fatto diventare l’argentina “potenza”. Era il primo peronista vincente dal ritorno alla democrazia nel 1983 ed ereditava un paese in preda all’iperinflazione. Il suo super-ministro dell’Economia, Domingo Cavallo, impose la parità tra il peso e il dollaro 1 a 1 e l’inflazione infatti in tre anni fu domata perché il peso era diventato “moneta forte” in quanto agganciato al dollaro. Ma si cominciavano a vedere le crepe del modello perché le materie prime e le merci argentine in dollari erano care e conveniva piuttosto importare che produrre. La sua politica si completava con lo smantellamento dello stato ereditato da Peron: privatizzazione delle aziende pubbliche, distruzione del sistema pensionistico, abbandono della scuola, inizio del precariato, svendita delle terre del demanio, smantellamento della rete ferroviaria che collegava le province ai porti. Quando lo intervistai per Paese Sera nel 1989 anticipava le premesse di ciò che sarebbe stato il suo governo “il mio modello è Ronald Reagan”. Ma in versione terzomondista, con un seguito di faccendieri, nani e ballerine, con l’arricchimento suo e dei suoi seguaci. Un potere cafone che venne riassunto nel titolo di un libro di successo all’epoca: “Pizza e champagne” che parlava di “orgia della corruzione”.

Nel paese che consegnò nel 1999 aveva chiuso l’industria, si erano arricchite le imprese straniere che avevano comprato le imprese pubbliche e che operavano senza nessun tipo di regolamentazione, in regime di semi-monopolio privato e senza fare mai investimenti. Nell’Argentina menemista non esisteva la concorrenza, anche se gli operatori economici erano privati. Iberia, Repsol, Telecom, Camuzzi, Benetton erano solo alcuni dei nomi del grande capitale europeo che accorse alla corte di Menem e che senza investire quasi nulla, si portarono a casa tutto. L’inflazione era infatti solo un ricordo, ma dal 1997 il paese era in deflazione. Praticamente tutto era fermo. Due anni dopo il passaggio dei poteri arrivò il default del 2001 che finì l’opera iniziata negli anni ’90.

In Argentina il protocollo prevede tre giorni di lutto nazionale per la morte di un ‘ex presidente. In realtà il lutto non sarà solo protocollare, il potere peronista oggi al potere, così come il mondo dal quale proviene Mauricio Macrì, devono moltissimo a Menem. La faccia del “progressismo” peronista del dopo default, Nestor Kirchner, era stato anche lui della partita di Menem da governatore della sua provincia patagonica. Menem è stata la faccia più bizzarra di quel movimento inspiegabile che è il peronismo, all’interno del quale si trova tutto e il contrario di tutto. Molti dei mali dell’odierna Argentina hanno origine proprio negli anni di gloria del presidente che voleva portare il suo paese nel “primo mondo”, e finì per condannarlo invece alla povertà e alla marginalità.

 

Gli inediti fatti insurrezionali che si sono consumati nel Parlamento statunitense arrivano dopo anni di preparazione culturale e politica che hanno sdoganato idee estreme, diventate la base per una nuova narrazione politica. I cosiddetti “alternative facts”, cioè la realtà parallela, sono diventati l’unica verità per milioni di persone. È una tecnica usata da tempo in diversi contesti, e che si propaga soprattutto attraverso i meme che rimbalzano tra WhatsApp e i social network. Il mago di questa strategia applicata alla politica, e forse il suo inventore, è Steve Bannon, ideatore di siti che creano e propagano fake news, consigliere dei comitati pro-Brexit, di Donald Trump e di Jair Bolsonaro.

Il principio usato dai media di questa galassia non è polemizzare con l’avversario, bensì costruire una nuova realtà: una realtà così ben architettata e “attraente” che a un certo punto diventa indistinguibile da quella vera. Già nel 1940 lo scrittore Jorge Luis Borges anticipò questo tema in un racconto intitolato Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. Borges narra di un’enciclopedia che descriveva una città inesistente dell’Asia Minore, chiamata Uqbar, che così diventa reale per un numero sempre crescente di persone. Si descrivono usi e costumi, morale e cultura, politica e istituzioni di questa città inesistente fino a che essa viene inserita in un intero mondo, ugualmente inesistente, chiamato Tlön. A un certo punto la Terra comincia ad assomigliare in modo inquietante a Tlön: l’umanità, adeguandosi alla cultura di quel mondo immaginario e misterioso che crede vero, finisce per renderlo reale. 

Negli Stati Uniti esistono oggi due realtà. Quella in cui Joe Biden ha vinto le elezioni e una realtà “alternativa”, nella quale ha vinto Donald Trump. Ritenuta vera, quest’ultima, dal 40% degli elettori repubblicani. Trump, dunque, oggi non è un folle isolato alla Casa Bianca ma rappresenta milioni di persone che credono e vivono in quella “realtà alternativa” sapientemente costruita, che alla fine dei conti è una fuga dalla realtà. Anche perché, quando si rifiuta il confronto o anche lo scontro con l’avversario per rifugiarsi in un mondo costruito a tavolino, si è per definizione inattaccabili. Nel mondo di Trump non si perde, si è vittima di complotti; le cose non sono complesse, sono sempre manipolate; non contano i meriti o gli studi, bastano l’intuito e il “buon senso”. Un mondo nel quale il Covid non esiste, oppure esiste e da tempo c’è anche la cura, ma “non vogliono farcelo sapere”; dove è meglio stare alla larga dai vaccini e non indossare le mascherine; nel quale è meglio non fidarsi mai dallo Stato, ma anzi armarsi per difendersi da soli; dove il potere è segretamente controllato da bande di pedofili assassini. Il mondo degli alternative facts è orrendo perché senza speranza, ma è più orrendo ancora che milioni di persone lo ritengano vero, e non solo negli Stati Uniti.

In questi giorni tutti i commentatori analizzano lo stato della democrazia “americana” riferendosi a quella dei soli Stati Uniti. In realtà, questa imprecisione lessicale nasconde una verità: ciò che sta succedendo a Washington capita anche in molti altri Paesi americani. Ma anche europei, asiatici, africani. In tutto il mondo la mancanza di riconoscimento reciproco tra le parti ha fatto cambiare pelle al dibattito politico, nel quale non si combatte più sul piano delle idee ma su quello della legittimazione (o meglio, della delegittimazione) dell’avversario. I vincitori criminalizzano i predecessori, i perdenti non riconoscono la sconfitta e così si mette a rischio la continuità istituzionale. La critica e ancor più l’autocritica sono scomparse: se qualcosa non funziona è stato un complotto. Si ha una politica sempre più simile alle logiche del tifo calcistico, e tutto ciò alla fine indebolisce le istituzioni democratiche. Bisogna imparare dai fatti di Washington perché il tarlo che sta erodendo la democrazia non è un problema soltanto statunitense, e nemmeno soltanto americano.

 

Inesorabilmente, e neanche tanto lentamente, stiamo vedendo sfumare la più grande foresta primaria al mondo. L’Amazzonia, gigantesco ecosistema di 6 milioni di chilometri quadrati distribuiti in 9 Stati, è vicina al punto di non ritorno: secondo le principali associazioni ambientaliste, ormai il 40% del cuore verde del Sudamerica è diventato savana e non tornerà più a essere foresta. Le decisioni politiche del Brasile, Paese che ne possiede il 65%, hanno un peso notevole, per quanto da sole non siano decisive. Per il governo di Jair Bolsonaro, l’Amazzonia è soltanto una grande risorsa da sfruttare: distribuendone le terre agli amici, permettendo l’espansione violenta dei latifondisti, assediando le aree indigene e sabotando la conservazione delle aree protette. Pochi mesi fa il ministro dell’Ambiente brasiliano, Ricardo Salles, è stato registrato nel corso di un consiglio dei Ministri mentre suggeriva di approfittare della pandemia per allentare la legislazione ambientale.

Il problema non è solo il Brasile: anche gli altri Stati amazzonici fanno la loro parte. In Bolivia, durante il governo di Evo Morales furono diversi i conflitti con le etnie amazzoniche per via dell’apertura di strade nella foresta. In Perù sono stati ridimensionati i parchi naturali e in Ecuador continuano le estrazioni petrolifere inquinanti. In Colombia infine, terminata la guerra civile, l’Amazzonia è stata progressivamente conquistata dagli allevatori e dai narcos.

Ma in realtà l’Amazzonia brucia per noi, o meglio, per via del nostro modello di consumo. I motori della distruzione delle foreste pluviali si sono accesi ormai 40 anni fa, quando si cominciò a estrarre minerale di ferro per l’industria dell’auto e ad abbattere grandi quantità di alberi per vendere legnami pregiati e fare spazio all’allevamento di bovini, destinati all’industria del fast food. Poi arrivarono i cercatori d’oro e le grandi dighe idroelettriche finanziate dalla Banca Mondiale. L’Amazzonia diventava sempre più un grande supermarket di materie prime pregiate e di sconfinati terreni da destinare alle coltivazioni. Le condizioni erano perfette per l’introduzione del legume più coltivato al mondo, la soia, nella sua variante OGM.

Anche il cambiamento climatico ha fatto la sua parte, aumentando l’intensità e la capacità distruttrice degli incendi, specie di quelli appiccati intenzionalmente, quando le condizioni sono più favorevoli al propagarsi delle fiamme. Così l’alleanza tra cambiamento climatico e agricoltori ha scritto le ultime drammatiche pagine: per coltivare più soia si brucia sempre più foresta, e gli incendi potenziano il cambiamento climatico liberando enormi quantità di CO2. È un circolo vizioso dal quale pare non esserci via di uscita.

Nel frattempo noi mangiamo più carne bovina, e anche quando la carne è di animali allevati in Europa, il bestiame viene alimentato con soia e foraggi prodotti in Amazzonia. Continuiamo a usare legni pregiati da taglio illegale perché, anche se ormai il legname importato deve essere certificato, si riesce lo stesso a trasformare la foresta in parquet aggirando la legge. Come scrive papa Francesco nell’esortazione Querida Amazonia: «L’equilibrio planetario dipende anche dalla salute dell’Amazzonia. […] Il  grido  che  l’Amazzonia  eleva  al  Creatore  è simile al grido del popolo di Dio in Egitto. È un grido di schiavitù e di abbandono, che invoca la libertà». Ed è vero che «il grido dell’Amazzonia raggiunge tutti»: perché l’Amazzonia non è solo il polmone del nostro pianeta, ma è anche il simbolo, lo specchio nel quale guardarci per vedere riflesso ciò che siamo diventati come società globale, e a quale prezzo. Vedere bruciare l’Amazzonia dovrebbe essere un monito per tutti, ma purtroppo non lo è.

Questo il brano di un’intervista a Florencia Etcheves per l’introduzione della nuova guida Argentina per l’editore CLUP ancora fermo in tipografia a causa della pandemia. Sarebbe un peccato non diffondere il passaggio dove Florencia spiega la nascita del movimento femminista Ni Una Menos, di cui è stata co-fondatrice, in questa Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Una piaga antica che purtroppo si è aggravata in questi mesi di lockdown.   Alfredo Somoza   

 

Florencia Etcheves è una giornalista e scrittrice argentina. Dopo 25 anni di televisione, dove si occupava di attualità e cronaca nera vincendo diversi premi, debuttò come scrittrice di polizieschi, raggiungendo in breve un grande successo. Il suo primo romanzo, La virgen en tus ojos, è diventato recentemente un serial su Netflix e il suo romanzo Cornelia è appena uscito in Italia, edito da Marsilio, con il titolo Scomparsa. Ma Florencia Etcheves è anche una militante femminista ed è stata nel 2015 tra le fondatrici del movimento Ni Una Menos, che ha varcato le frontiere dell’Argentina per diventare un fenomeno mondiale.

Dopo tanti anni come giornalista televisiva specializzata in cronaca nera come è stato il passaggio al ruolo di scrittrice?

In realtà è successo tutto di colpo, io lavoravo da 25 anni in televisione e nel 2010 mi chiamarono dall’editrice Planeta per chiedermi se volevo scrivere un libro, raccontando una storia che mi avesse colpito nella mia carriera come giornalista. Io avevo già scritto con due colleghe due libri di inchiesta giornalistica, ma erano esclusivamente casi di cronaca poliziesca che avevano suscitato grande clamore. Quando mi proposero di scrivere da sola, non avevo in mente nessun caso che meritasse di essere approfondito, ma continuava a stuzzicarmi l’idea di provare qualcosa di nuovo. E così, senza vergogna, risposi al direttore della casa editrice: «ok, ma mi piacerebbe scrivere un romanzo poliziesco». Io stessa ero sorpresa dalle mie parole, soprattutto perché non avevo idea di cosa avrei potuto scrivere. Il direttore, vedendomi così convinta, mi risposi che andava bene, che si poteva provare con un romanzo. All’inizio ero spaventata perché mi chiedevo «e ora cosa faccio?», ma alla fine è diventato man mano il mio nuovo mestiere. Da quasi due anni è addirittura il mio lavoro quotidiano, perché ho lasciato la televisione. Il mio primo romanzo poliziesco si chiamò La virgen en tus ojos. La scrittura è diventata una passione che ha divorato la mia storia come giornalista, che resta però un periodo chiave nella mia formazione come donna e come scrittrice.

Ma tu non sei solo una scrittrice di successo, sei stata anche tra le fondatrici di un movimento di donne, Ni Una Menos, che è diventato movimento mondiale ed è arrivato anche in Italia. Com’è nato e quali erano i primi obiettivi?

Correva il 2015, io lavoravo ancora come giornalista e la situazione qui in Argentina era impressionante: ogni giorno trovavano donne assassinate, violentate, corpi abbandonati dentro sacchi della spazzatura… Noi giornaliste eravamo veramente sconvolte e a un certo punto una mia collega, Marcela Ojeda, scrive un tweet nel quale dice: «Donne, scrittrici, giornaliste, avvocatesse, non facciamo nulla? Ci stanno uccidendo». Appena ho letto quel tweet ho sentito che lo stava dicendo a me, mi sono sentita toccata. Ho risposto subito: «Mi viene in mente che donne influenti possono convocare una grande marcia. Non so se serve, ma darà visibilità». Avevamo un microfono in mano come giornaliste e non lo stavamo utilizzando. Siccome non urlavamo troppo forte, nel nostro paese continuava a riprodursi una situazione insostenibile. In molte ci siamo dette che dovevamo fare qualcosa. Iniziò tutto con un gruppo di WhatsApp, dove nacque l’idea di organizzare una manifestazione pubblica. Due mesi prima, c’era stata una lettura su temi di genere presso la Biblioteca Nazionale intitolata Ni Una Menos. Abbiamo contattato le organizzatrici perché si unissero a noi e ci consentissero di utilizzare quel nome, ricevendo un’entusiasta adesione. E così ci siamo lanciate nell’avventura di organizzare una piazza, convinte che saremmo state 30-40 pazze a manifestare, urlando consegne con un megafono. Ma le reti sociali avevano fatto crescere l’iniziativa e cominciarono a piovere adesioni da gruppi di femministe, sindacati, movimenti sociali, associazioni per i diritti umani. E ancora sportive, attrici, scrittrici, vip. A un certo punto abbiamo capito che sarebbe arrivata molta gente, ma mai avremmo immaginato di vedere le 200.000 persone che ci siamo trovati davanti. Quel 3 giugno 2015 ha provocato una rivoluzione nella vita di ciascuna di noi. Io quando parlo di questo ancora mi commuovo, è stato uno dei momenti più importanti della mia vita. Ero su quel palcoscenico, sentendo che qualcosa si era svegliato in me per non addormentarsi mai più.

Un movimento diventato mondiale, che ha dato visibilità alla questione di genere. Quali pensi siano ora le prospettive?

In realtà il movimento c’era, non abbiamo di certo inventato il femminismo noi. Grazie alla lotta delle donne di altre generazioni io oggi posso scrivere, guidare una macchina, posso viaggiare senza che mi accompagni mio marito, posso votare e posso essere anche candidata a Presidente della repubblica. Quello che sta succedendo ora in molti paesi è che ci si abbraccia alle conquiste ottenute perché non vengano cancellate. Perché noi donne abbiamo lottato tutta la vita per ottenere diritti, ma anche quando li otteniamo, dobbiamo continuare a lottare perché non ci vengano tolti. Come nel caso dell’aborto nei paesi dov’è legale, come Spagna o Italia, e ci sono movimenti retrogradi che vorrebbero cancellare questa conquista. In America latina le lotte per conquistare questo diritto, che ci viene ancora negato, sono sempre più importanti. Oggi non si ha più vergogna di chiederlo ed è diventato una bandiera per diversi movimenti. Stiamo tentando di riconsegnare questa pratica medica, che avviene sul corpo delle donne, alla sovranità delle donne stesse, che devono poter decidere liberamente. Ma il nostro movimento non è solo questo: stiamo lottando per ottenere la parità dei salari rispetto agli uomini, ma anche per la parità nella politica e nei luoghi dove si prendono decisioni. In Argentina, fa impressione come ora nessuna si vergogni di definirsi “femminista”, quando fino a poco tempo fa era meglio tenerlo per sé. Io sono molto orgogliosa che mia figlia, che ha 20 anni, non veda alternative all’essere femminista. Non capisce come non si possa esserlo. E tutto questo è successo in pochissimo tempo. Credo che la rivoluzione delle donne sia arrivata per restare e che questo sia il nostro secolo. Tutto ciò che otterremo ora non potranno più togliercelo, perché stiamo lottando perché le nostre figlie e le nostre nipoti siano finalmente libere.

(Alfredo Somoza per © ClupGuide)

 

Gli indigeni tainos di Quisqueya, l’isola caraibica oggi divisa tra la Republica Dominicana e Haitì, chiamavano batey  la piazza dei loro villaggi dove si ballava e si giocava a palla. Come questa parola che indicava un luogo di socialità sia diventata invece sinonimo di condanna sociale è difficile da capire. I bateyes, miseri villaggi di lamiera, sono oggi circa 400 in Repubblica Dominicana e ospitano i lavoratori haitiani, e i loro discendenti, che lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero. Sono oltre 250mila persone che vedono negati i più elementari diritti, soprattutto se sono bambini o donne. Raul Zecca Castel, giovane antropologo italiano, conosce da anni questa realtà “nascosta” che ci ha già raccontato in articoli, libri e documentari. Nel suo ultimo libro “Mujeres, frammenti di vita dal cuore dei Caraibi” (edito da Arcoriris, Salerno, 14 euro, postfazione di Annalisa Melandri) già dalla prefazione si può intuire il significato del suo lavoro con la scelta di citare l’antropologa statunitense Laura Nader. La studiosa dell’Università di Berkeley nel 1969 incitava gli antropologi a cambiare lo sguardo classico della loro scienza “riflettendo di più sullo studio dei colonizzatori piuttosto che sui colonizzati, la cultura del potere piuttosto che la cultura dei deboli, la cultura del benessere piuttosto che la cultura dei poveri”. E questo perché “tutto ciò che direte sui soggetti marginali sarà usato contro di loro”. Per l’antropologia questo resta sempre un dibattito di attualità, dovendo scontare come scienza un passato di connivenza e familiarità con il colonialismo. Zecca Castel sceglie da che parte stare, ed è dalla parte dei “colonizzati”. E proprio nei bateyes della Republica Dominicana si sconta ancora un pezzo di quella storia di soprusi e violenze che segnarono la storia della prima globalizzazione dell’economia mondiale a partire dal XVI secolo. I lavoratori dei bateyes sono i discendenti degli schiavi portati dall’Africa per lavorare nelle piantagioni della canna da zucchero arrivata dall’Asia. Occuparono lo spazio demografico lasciato libero dalla scomparsa violenta degli indigeni e si moltiplicarono dando vita a una nuova cultura sincretica. Ma il futuro dei discendenti della rivoluzione che portò in Haiti alla prima repubblica senza schiavi della storia americana fu marchiato a fuoco sulla loro pelle. L’indipendenza, la cacciata dei coloni francesi, la libertà degli schiavi agli inizi dell’800 fu una provocazione al resto del mondo, soprattutto all’Europa impegnata nell’avventura coloniale che senza schiavi, o persone libere solo sulla carta, non funzionava. Haiti andava isolata e strangolata economicamente, non si poteva permettere che un gruppo di schiavi liberi gestisse un paese senza pagare un prezzo molto alto. Haiti, da colonia più redditizia della Francia, precipitò lentamente all’ultimo posto tra i paesi più poveri dell’emisfero Occidentale. I batey sono giacimenti di memoria di questo passato tragico e il lavoro di Raul Zecca Castel racconta in profondità, con la conoscenza di chi vi ha vissuto insieme agli intervistati, la visione al femminile dei rapporti all’interno del batey di Ciguapa. Anabel, Nora, Celestine, Liliane, Yvette, Flor, Arielle parlano della loro infanzia, del razzismo, dei figli, del lavoro, dei loro mariti, della stregoneria, della bachata e altro ancora. Parlano insomma delle loro vite e per questo il libro di Raul Zecca Castel è prezioso, perché da voce agli “scarti” della società globale, come direbbe Papa Francesco, perché fa diventare “storia” il racconto di un gruppo di donne, perché ci permette di “curiosare” e familiarizzare con un mondo dove non saremo mai entrati. Il racconto delle donne intervistate da Raul Zecca Castel è contemporaneo ed è antico allo stesso tempo. Ci dicono cose che ci sembrano familiari e altre partorite da vicende secolari ancora vive tra di loro e lontane anni luce dal nostro quotidiano.

Libri di divulgazione come questo, costruiti a partire da un rigoroso lavoro di ricerca sul campo, rendono ancora utile l’antropologia. Perché c’è bisogno di ascoltare altre voci, di capire cosa vuol dire cultura oggi. La omologazione prodotta dalla globalizzazione ci fa credere spesso che siamo “tutti sulla stessa barca”, ma poi leggendo libri come questo possiamo distinguere che effettivamente su alcune cose, come i gusti musicali o i consumi, le differenze sono minime, mentre sono gigantesche dal punto di vista dei diritti e delle possibilità di vivere degnamente. Il libro di Raul Zecca Castel è infine utile per svelare cosa si nasconde ancora dietro la produzione delle materie prime che consumiamo ogni giorno. Lo zucchero di canna è oggi un consumo “alternativo” rispetto a quello bianco di barbabietole. Si usa nei prodotti bio, è smart. Ma questa materia prima continua ad avere nel suo dna una storia lunghissima di sfruttamento, schiavismo e violenze che è solo mutata nel tempo e che ancora è presente, come raccontano le donne del batey Ciguapa. 

 

Con le elezioni tenute domenica 18 ottobre si chiude la parentesi nella vita politica boliviana iniziata dodici mesi fa, quando non fu riconosciuto il risultato delle presidenziali, vinte senza dubbio da Evo Morales. Una situazione complessa e complicata, da molti liquidata definendola “la fine di un tiranno” o, sul fronte opposto, “un colpo di Stato”. La verità, probabilmente, stava in mezzo.

Due sono stati i fattori che hanno contribuito a una rottura dell’ordine istituzionale nel Paese andino. Il primo ha radici nel 2016, quando Evo Morales, presidente in carica, convocò un referendum per modificare la Costituzione da lui stesso promulgata, aggiungendo la possibilità di un terzo mandato per il presidente. Il referendum fu vinto di misura dal no. La risposta di Morales colse tutti di sorpresa: riuscì a ottenere un’inverosimile sentenza della Corte Costituzionale nella quale si affermava che “i diritti umani del cittadino Morales prevalgono sulla Costituzione”. Un’aberrazione che permise a Morales di ricandidarsi.

Il secondo fattore riguarda le intenzioni di una variegata compagnia di separatisti, radicali di destra, integralisti cattolici e militari che colsero al balzo il vulnus democratico per tentare di rimuovere l’esperienza del MAS, il partito di Morales. Tra questi settori sicuramente si annidavano anche golpisti, rimasti però sempre in ombra rispetto a coloro che scelsero di mantenere una parvenza di legittimità anche nei momenti più critici. La storia continua in modo anomalo, perché dopo la fuga all’estero di Morales e di diversi ex ministri, i parlamentari e i funzionari del suo partito rimasti in patria continuarono a esercitare i loro poteri. Non venne chiuso il Parlamento, non fu sciolto né dichiarato prescritto il MAS.

Intanto il governo che avrebbe dovuto essere provvisorio, con il compito di convocare nuove elezioni, aveva presso gusto al potere e procedeva a modificare sia la collocazione internazionale della Bolivia, sia molte misure del precedente governo. La stessa presidente provvisoria, Jeanine Áñez, sfruttando la carica divenne, almeno nelle sue intenzioni, una figura politica di rilievo. I parlamentari del partito di Morales, che controllavano la Camera dei Deputati, i suoi senatori e sindaci avevano due scelte possibili: ascoltare le sirene di chi voleva un’insurrezione violenta di piazza per rovesciare il governo provvisorio; oppure sfruttare gli spazi di agibilità incredibilmente lasciati aperti dagli avversari, per continuare a lavorare e prepararsi a nuove elezioni.

Prevalse la seconda linea, e la scelta di Luis Arce quale candidato presidente è stata un’operazione da manuale. Arce era stato, da ministro dell’Economia, l’artefice del miracolo economico boliviano durante i governi di Morales. Il 18 ottobre questa linea è stata premiata con un esito elettorale che già al primo turno ha segnato lo sbaraglio delle destre e la vittoria del MAS. Arce ha superato il 50% dei consensi, con un vantaggio di circa 20 punti sul principale avversario, Carlos Mesa, che ha riconosciuto la sconfitta. A dimostrazione del fatto che il problema non era il partito di Morales né la sua proposta politica, bensì l’ingombrante figura del vecchio leader che non aveva saputo fare un passo indietro.

In Bolivia ha vinto la democrazia e sono stati puniti coloro che, da destra o da sinistra, hanno provato a tirare la corda a proprio favore. In America Latina restano problemi immensi di disuguaglianza, di violenza di genere e di soprusi, ma la Bolivia ci dice che, dopo le tragedie degli ultimi decenni, la democrazia sembra ormai aver gettato nuove e forti radici. Una lezione e un monito per tutta la regione.

Tra ottobre e dicembre si tengono tre importanti appuntamenti elettorali nel continente americano. Si inizia il 18 ottobre con le presidenziali in Bolivia, Paese nel quale la democrazia è in sospeso dopo il mancato riconoscimento del risultato delle elezioni di un anno fa vinte da Evo Morales, che si era potuto ricandidare solo in base a un’azzardata sentenza della Corte Elettorale. Il suo partito, il Movimento per il Socialismo, schiera l’ex ministro degli Esteri Luis Arce che è in testa nei sondaggi, ma che – se si andrà al ballottaggio, com’è probabile – dovrà vedersela contro tutto il resto dello spettro politico. Nel mese di novembre si vota anche negli Stati Uniti. La differenza a favore del candidato democratico Joe Biden si è andata assottigliando in queste ultime settimane e molti pensano che non sia così campata in aria l’ipotesi di rielezione di Donald Trump. Ai primi di dicembre questa tornata si chiuderà con le legislative in Venezuela. Elezioni che andranno a rinnovare il Parlamento oggi controllato dall’opposizione, che ha però deciso di non presentare candidati per delegittimare il processo elettorale. Uno dei leader storici delle destre venezuelane, Henrique Capriles, per contro ha annunciato la presentazione di propri candidati spaccando il fronte.

Sono tre processi elettorali apparentemente non collegati tra loro, ma che forniscono informazioni interessanti sulle condizioni di salute della democrazia in America. Ovviamente non è possibile fare paragoni fra lo stato delle libertà negli USA e in Venezuela, né sulla legittimità di Donald Trump rispetto a quella della presidente provvisoria della Bolivia Jeanine Áñez. Resta il fatto che nei tre Paesi si pone un problema di legittimità. Negli Stati Uniti Trump mette in dubbio la limpidezza del voto per corrispondenza, che a suo dire potrebbe essere manipolato dalle sinistre radicali che controllano il partito democratico. Oltre a cadere nel ridicolo con quest’affermazione, soprattutto pensando ai profili politici di Biden e della sua vice Kamala Harris, si intacca la credibilità delle poste e si insinua che i democratici potrebbero giocare sporco.

In Bolivia la crisi inizia proprio dalla legittimità della candidatura di un anno fa di Evo Morales. Non potendosi più ricandidare, Morales tentò la via della riforma costituzionale, che però fu bocciata dai cittadini tramite referendum. A cascata, l’opposizione non riconobbe la sua vittoria, probabilmente autentica, e poi vennero le sue dimissioni, il governo provvisorio e l’uso del termine “golpe” da parte dei sostenitori di Morales per descrivere ciò che era successo. Non fu delegittimato solo Morales, ma anche la sua affermazione e l’intero processo.

In Venezuela invece si ripete lo schema ormai collaudato con l’opposizione al governo di Nicolás Maduro, ormai da tempo uscito dai binari della democrazia, irrimediabilmente divisa: formata da oltre 30 sigle, non è riuscita a trovare un momento di unità fallendo nei vari tentativi di spallata, sia di piazza sia attraverso la nomina di un presidente alternativo. In Venezuela governo e opposizione si ritengono reciprocamente illegittimi.

Ed è questa la difficoltà della democrazia in America: la mancanza di riconoscimento reciproco tra le parti. Solo con poche eccezioni come in Uruguay, Cile o Costa Rica, le forze politiche non si combattono sul piano delle idee, ma su quello della legittimità. Sta saltando in aria la continuità istituzionale: i nuovi vincitori criminalizzano i predecessori e i perdenti non riconoscono la sconfitta. Sono scomparse la critica e l’autocritica. Si ha una politica sempre più simile al calcio, e tutto ciò alla fine indebolisce la democrazia. E non è soltanto un problema americano.

 

I romanzi storici ucronici, cioè che ipotizzano esiti storici diversi da quelli che realmente si sono verificati, esistono da sempre. Non si contano quelli, ad esempio, sul destino del mondo dopo la vittoria del nazismo, fortunatamente mai avvenuta. Ma quando lo scrittore è un professore di letteratura specializzato in eventi storici, la ricostruzione fantasiosa del passato può diventare molto attuale. Nel suo romanzo Civilizzazioni Laurent Binet, titolare della cattedra di Letteratura all’Università Paris VIII, riscrive la storia della scoperta dell’America. I vichinghi portano il ferro e il cavallo in America, Cristoforo Colombo finisce prigioniero e muore a Cuba, mentre gli Incas scoprono l’Europa e conquistano un vasto impero nel “nuovo mondo”, che sarebbe l’Europa. Il tutto storicamente “fila”, si fa per dire, grazie all’uso di veri documenti dell’epoca modificati al punto giusto e al coinvolgimento dei personaggi più noti del periodo, dall’imperatore Inca Atahualpa a Martin Lutero, passando per Carlo V e Solimano il Magnifico.

Al di là della trama, avvincente e ricca di colpi di scena, colpisce come l’autore sia riuscito a rovesciare lo sguardo del conquistatore. Non sono i cronisti spagnoli che raccontano religione, usi e costumi degli Incas, ma gli Incas che descrivono l’Europa e si interrogano su una civiltà che ritengono per molti aspetti barbarica. Uno dei punti forti della storia inventata da Binet è quello che riguarda la pretesa dei credenti del “Dio inchiodato”, come viene chiamato Gesù Cristo, di possedere la verità assoluta in materia di fede, tanto da realizzare sacrifici umani, attraverso il fuoco, con coloro che ritengono eretici. Le tasse? Una follia. La nobiltà proprietaria terriera? Altra follia, perché la terra è dell’imperatore che l’amministra per conto del Sole: i contadini devono contribuire all’impero con una parte del loro lavoro e non pagando tributi, e devono vivere degnamente e avere da mangiare, cosa non scontata a quei tempi. L’Inca, sovrano prima di Spagna e poi del Sacro Romano Impero, impone riforme quali la libertà di culto, l’eliminazione dei tributi in moneta o grano, la ripartizione su base comunitaria delle terre, l’introduzione della coltivazione di patate, mais e quinoa su vasta scala. Tutto ciò sconvolge l’Europa, facendo saltare tutti gli equilibri preesistenti. Musulmani ed ebrei convertiti con la forza, donne perseguitate perché considerate streghe, e soprattutto la moltitudine di contadini miserrimi, massacrati dai nobili e dall’oppressione ecclesiastica, vedono in quel sovrano arrivato dall’Atlantico una speranza di riscatto.

È una storia di fantasia, ma fa riflettere sulla visione unica dell’Occidente che nei secoli ha conquistato, annientato e poi descritto le civiltà altre come formate da individui arretrati, oppressi, incapaci di intendere e volere. È così che si è persa l’occasione di imparare, di contaminarsi reciprocamente, di evitare inutili stragi. Ma questo non è successo per caso. Al misero contadino spagnolo o tedesco bisognava raccontare che nelle Americhe vivevano popoli barbari e adoratori del demonio perché non scoprissero che, invece, sulle Ande i contadini vivevano molto meglio di loro, che la terra era di tutti e che in caso di bisogno lo Stato provvedeva a sfamare la gente grazie ai risparmi accumulati dalla collettività. Un Inca sovrano nell’Europa del ’500 sarebbe stato infatti davvero rivoluzionario. Ovviamente la storia andò in modo diverso, e nelle terre del Perù fu introdotto il sistema europeo del latifondo e del lavoro schiavo. Ma la grande perdita fu il totale offuscamento della visione che gli altri hanno avuto sul nostro mondo e su di noi. Una storia tarata sullo sguardo di una solo cultura è una storia monca, e soprattutto è una storia che sancisce come verità atti che, invece, furono molto opinabili.

 

 

Non soltanto in Europa ma anche in America Latina la pandemia sta mettendo a nudo i differenti approcci alla salute dei vari Stati. I Paesi latinoamericani che meglio se la stanno cavando sono Cuba, Costa Rica, Paraguay e Uruguay. I primi due per via dei loro avanzati sistemi di medicina preventiva territoriale: Cuba e Costa Rica hanno una struttura sanitaria che prevede al vertice l’ospedale, come accade ovunque, ma poggia su un’ampia e solida base articolata in ambulatori e, soprattutto, personale medico e paramedico in costante contatto con la popolazione, anche a domicilio. Negli anni, entrambi i Paesi hanno investito soprattutto sulle risorse umane, per intervenire prima che i pazienti si aggravino tanto da dover essere ospedalizzati.

Uruguay e Paraguay, in Sudamerica, sono stati invece i due Paesi che hanno applicato con più tempismo e intelligenza le misure di prevenzione e controllo del contagio. Senza demagogia – e anzi, quasi in silenzio – si sono mossi per tempo, controllando il focolaio entro la fine di aprile. L’Uruguay poi ha incassato il risultato dei massicci investimenti sulla sanità fatti negli ultimi quindici anni dai governi del Frente Amplio di Tabaré Vázquez e Pepe Mujica.

Il panorama cambia radicalmente quando si valutano i grandi Paesi dell’area, soprattutto il Brasile, che in questi giorni ha superato per numero di decessi giornalieri degli Stati Uniti. I quattro grandi errori che hanno fatto precipitare la situazione in Brasile partono dall’azione del presidente Jair Bolsonaro, che non solo ha minimizzato la pandemia, ma ha anche costantemente istigato la popolazione contro ogni misura di prevenzione ordinata dai governatori locali. Non solo: è stata la stessa presidenza a inondare il web e la televisione di fake news che volevano il coronavirus in tutto uguale a un raffreddore, o che proclamavano la clorochina come rimedio universale per Covid-19. Ascoltare ogni giorno il proprio presidente minimizzare il pericolo ha generato una sensazione di falsa sicurezza che ha favorito i comportamenti a rischio. Altro errore è stato la quarantena a macchia di leopardo, con gli Stati governati dalle forze del centrosinistra che hanno imposto il lockdown, mentre quelli governati dagli alleati di Bolsonaro hanno continuato come se niente fosse.  E ancora: si sono susseguiti tre ministri della Sanità in 30 giorni, i primi due cacciati perché avrebbero voluto seguire le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel frattempo, contrariamente ai pronostici locali che prevedevano un ritorno della situazione sotto controllo a metà maggio, è appena iniziata la fase peggiore. Questa tempesta perfetta si è abbattuta sulla struttura sanitaria del Brasile, un sistema diviso tra sanità privata d’eccellenza, e sanità di bassa qualità per i poveri, che peraltro non copre nemmeno l’intera popolazione. Sono infatti gli abitanti delle favelas che stanno pagando il prezzo maggiore. Quei quartieri spesso senz’acqua e senza servizi che soltanto durante il governo di Lula ebbero un minimo di attenzione sanitaria, grazie all’intervento di medici cubani. Medici che, a differenza di quelli brasiliani, andavano davvero a lavorare nelle favelas e che Bolsonaro, tra i suoi primi atti di governo, ha rimandato a casa.

Questo schema si ripete in diversi Paesi dell’area, sanità per ricchi e sanità per poveri, e nemmeno per tutti. In Perù, Bolivia, Colombia, Cile, Messico e Argentina, malgrado risposte politiche più adeguate rispetto a quella brasiliana e numeri meno drammatici, i problemi sono gli stessi, e risalgono agli anni ’90, quando l’ondata di privatizzazioni si diffuse in quasi tutto il continente. Centralità dell’ospedale, abbandono del territorio e della prevenzione, sbandamenti politici. Il coronavirus non poteva trovare migliore terreno per mettere a nudo le contraddizioni sociali generate dalla politica dell’odierna America Latina.

 

La morte di Ernesto Cardenal, sacerdote, poeta e guerrigliero nicaraguense scomparso il primo marzo, riporta di attualità una delle pagine della guerra fredda “a bassa intensità” che si è combattuta in America Latina tra gli anni ’60 e gli anni ’90 del secolo scorso.

La Teologia della Liberazione era nata tra il Sud e il Centro America dietro la spinta del Concilio Vaticano II, che aveva aperto le porte della Chiesa cattolica al mondo contemporaneo. Era stata una rivoluzione, per i cattolici latinoamericani, potersi esprimere per la prima volta fuori dai canoni di un’ortodossia che, in quel continente, aveva sancito il connubio tra Conquista e fede.

La Chiesa era sempre stata vicina a chi esercitava il potere: spagnoli e portoghesi prima, aristocrazie creole dopo. Salvo rare e magnifiche eccezioni, la Chiesa istituzionale non aveva mai ascoltato la voce dei poveri, degli oppressi dal colonialismo e dalla storia. Con la Teologia della Liberazione Cristo non era più biondo né aveva le sembianze dei conquistatori spagnoli, ma diventava meticcio, mulatto, nero, indio. Cardenal – così come Gustavo Gutiérrez, Pedro Casaldáliga, Carlos Mugica, Ignacio Martín-Baró, Helder Câmara, Evaristo Arns, Tomás Balduíno parlavano la lingua dei poveri e con i poveri vivevano. Si moltiplicavano le parrocchie nelle baraccopoli delle grandi città come nelle zone rurali. La Teologia della Liberazione parlava di un nuovo tipo di peccato, quello “sociale”, dal quale non era possibile liberarsi con la confessione e la penitenza, ma soltanto attraverso la giustizia. Non quella divina ma quella degli uomini, che dovevano avere una vita degna su questa terra.

Per molti cattolici vicini alla Teologia della Liberazione fu inevitabile mischiarsi con chi in quegli anni lottava per ottenere profonde riforme sociali, più democrazia e diritti. Il prezzo da pagare per questa scelta fu enorme. Massacri, stragi, uomini e donne spariti nel nulla e tanta incomprensione da parte del Vaticano, guidato da un papa forgiato nelle lotte del suo Paese, la Polonia, dove le parti erano invertite. E che per questo non poteva capire, non conoscendo, cosa succedeva nel continente con più cattolici al mondo. Gli aderenti alla Teologia della Liberazione furono espulsi dalla Chiesa, talvolta denunciati agli squadroni della morte. Il disegno di normalizzazione si completò con la nomina di vescovi conservatori, lontani dai poveri e amanti della ricchezza, molti dei quali membri dell’Opus Dei. La conseguenza di questa scelta fu il rapido successo di religioni carismatiche, come gli evangelisti e i pentecostali, oppure di vere e proprie sette che sbarcarono in America Latina grazie ai cospicui finanziamenti ricevuti dai loro fedeli negli Stati Uniti, e che andarono a occupare il vuoto lasciato dai cattolici.

Nel 2014 la scelta di un papa latinoamericano è stata dettata anche dall’inesorabile emorragia di fedeli: un tentativo di recuperare terreno, ma forse non sufficiente. Le nuove chiese cristiane sono giovani, dinamiche, aggressive, fanno politica e per la prima volta hanno fornito una base popolare ai partiti conservatori. Il fenomeno Bolsonaro in Brasile non si spiegherebbe altrimenti. La scomparsa di Ernesto Cardenal ci ricorda quella stagione di unità di intenti tra laici e credenti in nome del bene comune. Sembra preistoria, ma prima o poi la scintilla scatterà di nuovo, perché le ingiustizie provocate dall’ancestrale disuguaglianza latinoamericana sono ancora attuali. Augusto César Sandino lottò contro l’occupazione straniera del suo Paese a cavallo tra gli anni ’20 e ’30 del Novecento. Cinquant’anni dopo, in suo nome si fece una rivoluzione contro un terribile dittatore. Oggi Ernesto Cardenal ci lascia, ma il suo esempio non è materia per gli storici. Farà sicuramente ancora strada.