Archivio per la categoria ‘America Latina’

La morte di Ernesto Cardenal, sacerdote, poeta e guerrigliero nicaraguense scomparso il primo marzo, riporta di attualità una delle pagine della guerra fredda “a bassa intensità” che si è combattuta in America Latina tra gli anni ’60 e gli anni ’90 del secolo scorso.

La Teologia della Liberazione era nata tra il Sud e il Centro America dietro la spinta del Concilio Vaticano II, che aveva aperto le porte della Chiesa cattolica al mondo contemporaneo. Era stata una rivoluzione, per i cattolici latinoamericani, potersi esprimere per la prima volta fuori dai canoni di un’ortodossia che, in quel continente, aveva sancito il connubio tra Conquista e fede.

La Chiesa era sempre stata vicina a chi esercitava il potere: spagnoli e portoghesi prima, aristocrazie creole dopo. Salvo rare e magnifiche eccezioni, la Chiesa istituzionale non aveva mai ascoltato la voce dei poveri, degli oppressi dal colonialismo e dalla storia. Con la Teologia della Liberazione Cristo non era più biondo né aveva le sembianze dei conquistatori spagnoli, ma diventava meticcio, mulatto, nero, indio. Cardenal – così come Gustavo Gutiérrez, Pedro Casaldáliga, Carlos Mugica, Ignacio Martín-Baró, Helder Câmara, Evaristo Arns, Tomás Balduíno parlavano la lingua dei poveri e con i poveri vivevano. Si moltiplicavano le parrocchie nelle baraccopoli delle grandi città come nelle zone rurali. La Teologia della Liberazione parlava di un nuovo tipo di peccato, quello “sociale”, dal quale non era possibile liberarsi con la confessione e la penitenza, ma soltanto attraverso la giustizia. Non quella divina ma quella degli uomini, che dovevano avere una vita degna su questa terra.

Per molti cattolici vicini alla Teologia della Liberazione fu inevitabile mischiarsi con chi in quegli anni lottava per ottenere profonde riforme sociali, più democrazia e diritti. Il prezzo da pagare per questa scelta fu enorme. Massacri, stragi, uomini e donne spariti nel nulla e tanta incomprensione da parte del Vaticano, guidato da un papa forgiato nelle lotte del suo Paese, la Polonia, dove le parti erano invertite. E che per questo non poteva capire, non conoscendo, cosa succedeva nel continente con più cattolici al mondo. Gli aderenti alla Teologia della Liberazione furono espulsi dalla Chiesa, talvolta denunciati agli squadroni della morte. Il disegno di normalizzazione si completò con la nomina di vescovi conservatori, lontani dai poveri e amanti della ricchezza, molti dei quali membri dell’Opus Dei. La conseguenza di questa scelta fu il rapido successo di religioni carismatiche, come gli evangelisti e i pentecostali, oppure di vere e proprie sette che sbarcarono in America Latina grazie ai cospicui finanziamenti ricevuti dai loro fedeli negli Stati Uniti, e che andarono a occupare il vuoto lasciato dai cattolici.

Nel 2014 la scelta di un papa latinoamericano è stata dettata anche dall’inesorabile emorragia di fedeli: un tentativo di recuperare terreno, ma forse non sufficiente. Le nuove chiese cristiane sono giovani, dinamiche, aggressive, fanno politica e per la prima volta hanno fornito una base popolare ai partiti conservatori. Il fenomeno Bolsonaro in Brasile non si spiegherebbe altrimenti. La scomparsa di Ernesto Cardenal ci ricorda quella stagione di unità di intenti tra laici e credenti in nome del bene comune. Sembra preistoria, ma prima o poi la scintilla scatterà di nuovo, perché le ingiustizie provocate dall’ancestrale disuguaglianza latinoamericana sono ancora attuali. Augusto César Sandino lottò contro l’occupazione straniera del suo Paese a cavallo tra gli anni ’20 e ’30 del Novecento. Cinquant’anni dopo, in suo nome si fece una rivoluzione contro un terribile dittatore. Oggi Ernesto Cardenal ci lascia, ma il suo esempio non è materia per gli storici. Farà sicuramente ancora strada.

 

 

 

La situazione boliviana di ora in ora sta diventando più complicata e drammatica. Il governo che si è insediato a La Paz, senza voto parlamentare e con il solo compito di portare il paese alle elezioni entro 90 giorni, sta dando dei passi che lo qualificano sempre di più come un governo “politico” e non di scopo. L’esecutivo presieduto da Jeanine Añez infatti ha deciso, senza passare dal parlamento, di fare uscire la Bolivia dall’Alba, cioè dall’alleanza tra i paesi cosiddetti “bolivariani” (Venezuela, Nicaragua, Cuba) e cosa più grave, ha stabilito una sorte di “scudo penale” per le forze dell’ordine nel lavoro di repressione del dissenso. Una misura duramente e giustamente criticata dalla Commissione Interamericana per i diritti umani (CIDH). Sono stati enunciate anche misure che riguardano la cultura, l’economia e le relazioni internazionali.

Evo Morales, dall’esilio messicano, in un’intervista con BBC afferma che in “Bolivia si è instaurata una dittatura, complici gli Stati Uniti”, e difende il risultato delle elezioni dello scorso 20 ottobre, contestate dall’opposizione, non scartando di potersi candidare di nuovo a presidente del paese. Da parte loro, i gruppi estremisti di Santa Cruz che in questi giorni si sono visti in azione anche nella capitale, parlano di mettere al bando il MAS (il partito di Evo) e di giudicare tutti i suoi dirigenti per frode elettorale. In mezzo ci sono i cittadini che dal 2017 hanno protestato contro Morales per la forzatura alla sua Costituzione per potersi ricandidare, ma anche dei movimenti sociali che criticano da anni l’impronta “estrattivista” del suo governo, che ha portato all’apertura di strade in Amazzonia, alle proteste dei minatori sull’accordo con la Germania per il litio e alle responsabilità per i giganteschi incendi di foresta amazzonica di quest’estate. Per molti, le dichiarazioni di principio sulla protezione della Pacha Mama sono state più volte smentite.

Ormai è inutile fare dietrologie, ma malgrado la spaccatura del fronte popolare e l’innegabile calo di consensi di Morales (il 20 ottobre si è fermato, dando per buoni i risultati, al 47% contro il 63% del 2014) se un suo successore fosse stato candidato avrebbe potuto lo stesso vincere le elezioni come successo con Dilma Rousseff dopo Lula in Brasile, con Maduro dopo Chavez in Venezuela o con Moreno dopo Correa in Ecuador. Comunque ora sono ragionamenti inutili perché la situazione sta degenerando e le vittime mortali sono oltre 20. Soprattutto non si capisce quale potrebbe essere il risvolto democratico quando da una parte si chiede di tornare a ricandidarsi, malgrado questa sia stata la scintilla, e dall’altra si governa senza consenso, ma si comincia a prendere pesanti misure politiche.

Negli ultimi giorni, chi si sta mettendo velocemente fuori da quel barlume di legalità che aveva accompagnato la sua autoproclamazione a Presidente (riconosciuta dal Tribunale costituzionale, ma anche da USA e Russia) è la senatrice Jeanine Añez. Se il suo governo insisterà nel volere governare decidendo questioni delicate senza essere passato dal voto e senza fare deliberare il parlamento gli ingredienti per il dramma successivo sono già pronti. Una totale e assoluta rottura della legalità oggi potrebbe dire due cose, l’intervento diretto dell’esercito prendendo il potere, oppure l’inizio di una guerra civile con l’aggravante del rischio di perdita di integrità territoriale. A Santa Cruz sono tornate prepotenti le voci di avvio, come in passato, di un tentativo di secessione. Tutti questi scenari sono pessimi, soprattutto per un paese che era riuscito a scampare alla recessione che sta colpendo il subcontinente da qualche anno. Per questo motivo la crisi boliviana non è equiparabile a quella ecuadoregna o cilena, qui non c’è una crisi sociale, ma squisitamente politica. Senza dimenticare ovviamente le tensioni razziali tra indigeni e bianchi e le spinte separatiste.

Quale sarebbe invece l’unica soluzione viabile per evitare questa deriva? Che entrambi i bandi riconoscano le regioni dell’altro stabilendo un patto molto semplice: quando si va al voto e come si va al voto. Scartando che Evo Morales si possa ricandidare, il suo movimento deve essere libero di presentarsi alle elezioni e anche di vincerle, cosa peraltro non impossibile. Se invece si insisterà da una parte a governare da soli come se si fosse legittimati dal voto e dall’altra a non riconoscere che è finita, politicamente, l’era di un grande leader e che qualsiasi movimento con tale radicamento deve reagire e rinnovarsi, la deriva sarà inarrestabile. Purtroppo sarebbe presto una deriva funestata ancora di più da lutti che colpiranno tutta la comunità boliviana.

 

Le rivelazioni del sito di giornalismo investigativo The Intercept sui messaggi che si erano scambiati via Telegram il giudice Sérgio Moro, oggi ministro della Giustizia del governo Bolsonaro in Brasile, e il pubblico ministero Deltan Dallagnol, che ha guidato il team investigativo dell’inchiesta “Lava Jato” sul conto dell’ex presidente Inácio da Silva Lula hanno dato sostanza ai sospetti che si addensavano sulla tormentata vicenda. I messaggi sarebbero la prova del fatto che in Brasile c’è stato qualcosa che ricorda i golpe degli anni ‘70. Quando si parla di golpe bisogna essere molto cauti, si tratta di un concetto che però oggi andrebbe aggiornato. Il colpo di stato è un’anomalia in paesi formalmente democratici nei quali, davanti alla rottura di equilibri di potere, intervengono i militari in rappresentanza degli interessi offesi per rimettere a posto le cose. Questo lo schema classico degli anni ‘70. Ma ciò che sta venendo alla luce in Brasile indica nuove modalità di ingerenza altrettanto efficaci. La condanna di Lula a 12 anni di reclusione per corruzione passiva e riciclaggio era stata criticata da giuristi di tutto il mondo. Questo perché non sono mai state trovate prove che confermassero l’ipotesi investigativa. L’unico elemento presso in considerazione per condannare Lula sono state le dichiarazioni di un pentito, Léo Pinheiro, che in cambio ha avuto un forte sconto di pena. Sulla base di questa dubbia “prova”, senza altri riscontri, in nessun Paese democratico sarebbe stata possibile una condanna al carcere. Ma in Brasile, dove più volte in questi anni si è praticamente uscito dalla legalità, tanto è bastato per la condanna in primo grado e per la conferma da parte della Suprema Corte.

Nei giorni scorsi papa Francesco, rivolgendosi ai giudici che partecipavano in Vaticano a un vertice panamericano sui diritti sociali, ha denunciato il cosiddetto lawfare, ossia l’uso illegittimo del diritto con l’intento di danneggiare un avversario, arma spesso usata per minare processi sociali e politici emergenti. Secondo il papa, queste pratiche derivano da una combinazione di attività giudiziarie improprie e operazioni multimediali parallele. Il suo discorso ha anticipato di poco l’uscita della notizia sulle irregolarità della giustizia brasiliana nel caso Lula. Ma il problema, ovviamente, non riguarda solo il Brasile. Il lawfare sarebbe la nuova frontiera del golpe, un mix di indebite ingerenze della Magistratura sostenute da un fitto fuoco mediatico.

Molto si è scritto in questi ultimi anni sui cambiamenti in corso nella politica da quando è divenuto possibile creare o distruggere il consenso attraverso l’uso spregiudicato (e spesso illegale) dei nuovi media, in particolare diffondendo notizie false. Poco, invece, si è ragionato sull’uso spericolato delle inchieste giudiziarie per abbattere o consacrare politici, anche con un tornaconto personale da parte dei giudici, come nel caso del brasiliano Moro. L’imparzialità e la terzietà della Giustizia sono un pilastro dei sistemi democratici, ma spesso restano tali solo sulla carta. Questo accade soprattutto in Paesi dove la democrazia è fragile e ostaggio dei poteri forti. Quel che è certo, nel caso brasiliano, è che se Lula non fosse stato vittima di atti illegittimi da parte degli inquirenti, coperti e aizzati dai grandi gruppi editoriali, la storia politica del Paese avrebbe potuto avere un segno diverso. Aldilà del nome che si voglia adoperare, il Brasile è stato vittima di un golpe in piena regola.

 

Il Risiko è un gioco di società nato in Francia nel 1957 e arrivato in Italia undici anni dopo.  Il suo nome originale era “La conquista del mondo”, e proprio di quello si tratta: conquistare una serie di territori raggruppati in modo casuale. Nel Risiko non conta la potenza economica – e nemmeno le alleanze, che non sono previste – ma solo la forza militare, espressa in carri armati a disposizione. All’epoca il Risiko era davvero un gioco di fantasia, perché nel contesto della Guerra Fredda e dei rapporti Nord-Sud le conquiste militari dovevano sempre fare i conti con il peso delle economie e con l’appartenenza all’uno o all’altro dei due blocchi in cui il mondo era diviso.

Quelle stesse caratteristiche rendono invece il Risiko molto simile alla situazione odierna, soprattutto a quella siriana, ma non solo. Le conquiste oggi possono davvero essere random, prescindendo da blocchi ideologici che non esistono più, e possono essere portate a termine anche da potenze relativamente modeste sotto il profilo economico. La stessa Russia di Putin, che ha un PIL inferiore a quello brasiliano, è un nano economico, eppure grazie alla sua forza militare riesce a esercitare un potere di intervento decisivo in aree disparate come l’Ucraina, la Siria, il Venezuela o Cuba. Se vogliamo invece, per gioco, equiparare occupazioni militari e “occupazioni” economiche, anche la strategia mondiale cinese ricorda molto il Risiko, con la conquista di territori apparentemente marginali, come l’Africa e l’America Centrale, per tenere sotto scacco la grande potenza USA.

In questo mondo deregolamentato e deideologizzato la forza militare, o almeno la sua rappresentazione, ha un peso determinante. Anche per essere lasciati in pace, come ha dimostrato la vicenda della Corea del Nord, che ha sapientemente sfruttato la minaccia nucleare. A risentirne è la politica, e di conseguenza la democrazia. Lo scenario favorisce infatti l’affermazione di figure che, una volta al potere, si trasformano in autocrati e perpetuano se stessi, anche barando sulle regole. Erdoğan e Putin sono due validi esempi, ma anche Trump e Bolsonaro sono sospettati di avere utilizzato carte truccate per vincere le elezioni nei rispettivi Paesi. I cittadini sono invece sempre più lontani dalle stanze dei bottoni: vengono relegati dal potere al ruolo di gregari, di follower sui social.

In questo contesto, l’Ecuador è in controtendenza. I movimenti indigeni raggruppati nella confederazione Conaie hanno infatti riportato una pesante vittoria sul governo di Lenín Moreno che, dopo avere firmato un accordo con il Fondo Monetario Internazionale, tra le altre misure aveva deciso di eliminare le sovvenzioni statali sui carburanti. Combustibile che serve non solo al traporto dei privati, che in genere non hanno problemi economici, ma anche a muovere i mezzi di trasporto collettivi e i camion che trasportano le merci prodotte dalle comunità rurali. Insomma, una misura che colpiva i ceti più bassi della società, quindi gli indigeni, in un Paese che esporta petrolio. La mobilitazione indigena ha prima obbligato il governo a traslocare dalla capitale Quito a Guayaquil, e poi lo ha indotto a eliminare il decreto incriminato e a ridiscutere gli accordi con il FMI.

La vittoria appartiene soltanto agli indigeni, ma il governo l’ha festeggiata come positiva e addirittura il FMI l’ha definita “salutare”. Perché anche questa è la cifra dei nostri tempi: raccontare le cose come conviene, se necessario falsando la realtà, per apparire sempre vincenti.

La vicenda ecuadoriana può apparire marginale, ma insegna che a essere potenti non sono soltanto gli Stati dotati di forti eserciti, quelli impegnati nel nuovo Risiko. Possono esserlo anche i cittadini organizzati. Gli indigeni che hanno piegato governo e FMI non avevano a disposizione carri armati, ma tanta determinazione. Una forza che ancora può fare la differenza.

 

Quale sia il punto di rottura di una società e quale sbocchi possano avere le rivolte spontanee non è chiaro. Nel senso che non è mai il detonatore della protesta, di solito una misura antipopolare, ciò che spiega la marea sotterranea che all’improvviso esce in superficie travolgendo la politica come sta succedendo in Libano, Ecuador o Cile. Situazioni diverse, ma con punti in comune che riguardano il rifiuto della corruzione, il rifiuto delle ricette belle e pronte degli organismi finanziari internazionali, il disconoscimento di classi politiche asservite agli interessi di pochi. Le odierne rivolte, per quanto spesso ad alta intensità di violenza, sono una disperata richiesta di democrazia. Non soltanto formale, anche perché si verificano in paesi dove si vota regolarmente, ma sostanziale. Se la liturgia democratica blocca piuttosto che spinge le riforme necessarie perché le maggioranze possano godere dei diritti economici, dei benefici della crescita economica, allora si scende in piazza per riappropriarsi del diritto a decidere.

Dopo la falsa illusione della fine della storia, anche la teoria delle società liquide è in crisi. Sempre più gente in diversi punti del pianeta torna a rischiare la propria pelle per dire basta, ma non è la classica rivolta dei dannati della terra dei tempi della decolonizzazione, è la protesta disperata dei precarizzati, degli impoveriti, di coloro che trovano sbarrato il loro futuro. Un mondo nel quale uno doveva valere uno, tutti uguali nel grande pentolone della globalizzazione, e che si scopre ora più classista e razzista di prima. Non convincono ormai più le pubblicità seducenti che raffigurano un mondo di cittadini uguali davanti alla tecnologia e al futuro. Quel futuro è segnato se non si ritorna a immaginarlo diversamente e ad agire di conseguenza. Ogni protesta ha matrici diverse e sbocchi diversi, prendono più forza dove dietro c’è un’organizzazione sociale in grado di negoziare e di rappresentarla. È più caotica dove non vi sono istanze pronte a guidare e incanalarla. Ma questo alla fine non è un limite, come si sta vedendo, perché la stessa forza dirompente dei cittadini parla a un potere che annaspa. Nel copione del XXI secolo non c’era la stagione che si sta aprendo. Che sicuramente sarà fucina di nuove formazioni politiche e di ribaltoni futuri. Nemmeno i grandi dell’economia mondiale sanno bene cosa dire, esaurito il repertorio della comprensione, a parole, delle cause che portano la gente in piazza. Il tempo delle parole che e delle buone intenzioni si sta esaurendo velocemente. Sia quando si parla di ambiente sia quando si parla di diseguaglianza. Ormai suonano totalmente stonati i grandi proclami sulla sostenibilità e la lotta alla povertà. Oggi si sta svegliando un mondo che non ha più tempo per le parole, vuole fatti concreti. E se la politica tradizionale non li produce allora si torna a fare politica dal basso, anche scontando violenza e caos. Si torna a rischiare in proprio, si spengono gli schermi del mondo virtuale e si torna a lottare per cambiare quello reale. Non sarà una passeggiata, ma nemmeno un passaggio effimero. Questa protesta anti-sistema, che però non si pone come obiettivo abbatterlo ma riformarlo profondamente, ha le gambe lunghe. E quando i Piñera, i Moreno, gli Hariri, i fondo-monetaristi riconoscono di avere sbagliato, chiedono scusa, hanno già perso.

 

L’informazione moderna spesso ignora i collegamenti tra eventi apparentemente distanti e diversi. Per questo i fatti dell’estate del 2019 sono stati di difficile lettura. Parliamo dell’effetto domino determinato lo scorso mese di maggio dalla decisione unilaterale di Donald Trump di applicare dazi alle merci cinesi. Al netto delle ragioni statunitensi sullo sbilanciamento ai loro danni dello scambio commerciale tra le due potenze, la sottomissione della Cina al volere dell’inquilino della Casa Bianca non si è verificata, smentendo Trump. La Cina, con il suo modo di agire diplomatico e senza spettacolarizzazioni, ha invece replicato da una parte abbassando ulteriormente il valore della propria moneta e rendendo quindi meno caro l’import di merci cinesi, e d’altro canto con ritorsioni dirette, concentrate soprattutto sull’export agricolo USA. Per quanto la Cina rimanga al momento il terzo acquirente di materie prime agricole statunitensi, nel 2018 ha dimezzato il valore delle importazioni rispetto all’anno precedente, scendendo a 9 miliardi di dollari, e per il 2019 si prevede l’azzeramento degli acquisti. La Cina comprava dagli USA soprattutto soia transgenica per alimentazione animale, carni suine e latticini. Il crollo dell’export verso il Paese asiatico è un duro colpo per il settore agricolo a stelle e strisce, che le abbondanti sovvenzioni erogate da Washington non riescono ad attutire.

A questa notizia si collega la vicenda amazzonica, con gli oltre 8.000 incendi, tutti dolosi, che quest’estate hanno devastato migliaia di chilometri quadrati di foresta. Il collegamento è semplice: la Cina deve ora aumentare esponenzialmente gli acquisti di soia in Brasile e in Argentina, per compensare i mancati acquisti negli Stati Uniti. Se a questa domanda si aggiunge un presidente come Jair Bolsonaro, che non vedeva l’ora di sfruttare l’Amazzonia brasiliana in senso produttivo, il rogo è servito.

Ma l’incendio estivo dell’Amazzonia ha riaperto un altro tavolo, quello dell’Unione Europea che aveva appena firmato un accordo di libero scambio con il Mercosur, quindi con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Un accordo le cui trattative si erano trascinate per oltre vent’anni, perché le lobby agricole dei grandi produttori europei, soprattutto Francia e Polonia, hanno sempre fatto pressioni affinché non si arrivasse alla firma. Cosa temono i produttori europei, fermo restando che i prodotti agricoli del Mercosur sono già sul nostro mercato da anni? L’abolizione dei dazi e quindi la perdita del differenziale dei prezzi artificiosamente favorevoli su carne, grano, frutta e vino europei. Irlanda e Austria hanno già dato indicazione negativa alla ratifica, e i roghi amazzonici sono stati l’alibi dei politici che avevano sottoscritto l’accordo, come Emmanuel Macron e Angela Merkel, per minacciarne la sospensione. Anche la grande lobby agricola europea, foraggiata da decenni di aiuti comunitari, ha strategicamente deciso di anteporre alle proprie ragioni di parte la critica agli accordi con quei Paesi che distruggono l’ecosistema e sfruttano la manodopera. Si appropriano quindi delle parole d’ordine dei movimenti che chiedono legittimamente che gli accordi di libero scambio avvengano con altre modalità e garanzie per lavoratori e consumatori per tutelare invece i loro interessi di parte.

Ed ecco dunque l’effetto domino: Trump che colpisce i cinesi, i cinesi che non comprano più grano negli Usa, il Brasile che si “attrezza” per aumentare la sua offerta agricola e l’opinione pubblica europea che viene usata come paravento dal grande agrobusiness continentale. Un intreccio che dimostra quanto il mondo sia ormai interconnesso e non consenta soluzioni individuali ai grandi temi dell’ambiente e della sicurezza alimentare. Ma anche come l’opinione pubblica possa essere facilmente strumentalizzata per tutelare i grandi interessi.

 

Le rivelazioni del sito di giornalismo investigativo The Intercept sui messaggi che si erano scambiati via Telegram il giudice Sérgio Moro, oggi ministro della Giustizia del governo Bolsonaro in Brasile, e il pubblico ministero Deltan Dallagnol, che ha guidato il team investigativo dell’inchiesta “Lava Jato” sul conto dell’ex presidente Inácio da Silva Lula hanno dato sostanza ai sospetti che si addensavano sulla tormentata vicenda. I messaggi sarebbero la prova del fatto che in Brasile c’è stato qualcosa che ricorda i golpe degli anni ‘70. Quando si parla di golpe bisogna essere molto cauti, si tratta di un concetto che però oggi andrebbe aggiornato. Il colpo di stato è un’anomalia in paesi formalmente democratici nei quali, davanti alla rottura di equilibri di potere, intervengono i militari in rappresentanza degli interessi offesi per rimettere a posto le cose. Questo lo schema classico degli anni ‘70. Ma ciò che sta venendo alla luce in Brasile indica nuove modalità di ingerenza altrettanto efficaci. La condanna di Lula a 12 anni di reclusione per corruzione passiva e riciclaggio era stata criticata da giuristi di tutto il mondo. Questo perché non sono mai state trovate prove che confermassero l’ipotesi investigativa. L’unico elemento presso in considerazione per condannare Lula sono state le dichiarazioni di un pentito, Léo Pinheiro, che in cambio ha avuto un forte sconto di pena. Sulla base di questa dubbia “prova”, senza altri riscontri, in nessun Paese democratico sarebbe stata possibile una condanna al carcere. Ma in Brasile, dove più volte in questi anni si è praticamente uscito dalla legalità, tanto è bastato per la condanna in primo grado e per la conferma da parte della Suprema Corte.

Nei giorni scorsi papa Francesco, rivolgendosi ai giudici che partecipavano in Vaticano a un vertice panamericano sui diritti sociali, ha denunciato il cosiddetto lawfare, ossia l’uso illegittimo del diritto con l’intento di danneggiare un avversario, arma spesso usata per minare processi sociali e politici emergenti. Secondo il papa, queste pratiche derivano da una combinazione di attività giudiziarie improprie e operazioni multimediali parallele. Il suo discorso ha anticipato di poco l’uscita della notizia sulle irregolarità della giustizia brasiliana nel caso Lula. Ma il problema, ovviamente, non riguarda solo il Brasile. Il lawfare sarebbe la nuova frontiera del golpe, un mix di indebite ingerenze della Magistratura sostenute da un fitto fuoco mediatico.

Molto si è scritto in questi ultimi anni sui cambiamenti in corso nella politica da quando è divenuto possibile creare o distruggere il consenso attraverso l’uso spregiudicato (e spesso illegale) dei nuovi media, in particolare diffondendo notizie false. Poco, invece, si è ragionato sull’uso spericolato delle inchieste giudiziarie per abbattere o consacrare politici, anche con un tornaconto personale da parte dei giudici, come nel caso del brasiliano Moro. L’imparzialità e la terzietà della Giustizia sono un pilastro dei sistemi democratici, ma spesso restano tali solo sulla carta. Questo accade soprattutto in Paesi dove la democrazia è fragile e ostaggio dei poteri forti. Quel che è certo, nel caso brasiliano, è che se Lula non fosse stato vittima di atti illegittimi da parte degli inquirenti, coperti e aizzati dai grandi gruppi editoriali, la storia politica del Paese avrebbe potuto avere un segno diverso.

Aldilà del nome che si voglia adoperare, il Brasile è stato vittima di un golpe in piena regola.