Archivio per la categoria ‘America Latina’

Fin dai tempi più remoti oro vuol dire ricchezza e potere. Per molte culture l’oro aveva origine divina, per molti popoli divenne moneta. Il colore unico di questo metallo duttile e malleabile e la sua incorruttibilità nel tempo lo hanno reso padrone universale degli scambi commerciali. Fu il motore del viaggio di Cristoforo Colombo verso l’Asia che si concluse nelle Americhe, fu alla base della grande accumulazione di capitali che finanziarono la Rivoluzione industriale alla fine del ’700 e fino agli anni ’70 del secolo scorso è stato la garanzia del denaro stampato sotto forma di banconote e di monete in metalli poveri: ogni Stato ha ancora le proprie riserve in oro, eredità di quando con i lingotti si garantiva la moneta, anche se oggi la massa monetaria stampata è di molto superiore al valore delle riserve di questo prezioso metallo.

Si sa che alcune istituzioni nazionali e internazionali mantengono riserve in oro particolarmente rilevanti, come la Fed statunitense, la Bundesbank tedesca, il Fondo Monetario Internazionale e Banca d’Italia, che detiene più di 2400 tonnellate d’oro, per un valore equivalente di circa 90 miliardi di euro. Quello che è meno noto è che, nel corso del Novecento, molti Paesi hanno spostato parte di queste riserve nei caveau di istituzioni straniere che garantivano solidità e sicurezza in caso di stravolgimenti politici. L’Italia, per esempio, conserva in proprio solo il 44% delle sue riserve, mentre una percentuale uguale è conservata dalla Federal Reserve negli Stati Uniti, il 6% in Svizzera e il 6% nel Regno Unito. New York e Londra sono da sempre i due principali forzieri mondiali dell’oro. Londra custodisce attualmente 200mila lingotti di 70 nazioni. Tra esse c’è il Venezuela, che qui ha lasciato in custodia il 10% delle sue riserve auree, pari a 600 milioni di dollari. Alla richiesta di rimpatrio avanzata da Caracas lo scorso agosto, la Banca d’Inghilterra ha dato per ora risposta negativa. Non è il primo caso: anche la Federal Reserve aveva bloccato per oltre un anno la richiesta tedesca di rimpatrio di 130 tonnellate di oro. Solo dopo la minaccia di uno scandalo diplomatico i lingotti ritornarono a Francoforte.

Il diniego inglese alla richiesta del governo di Nicolás Maduro illustra il nervosismo delle banche centrali di USA e Regno Unito per l’emorragia di depositi subita negli ultimi anni. Dal 2008, i forzieri della FED si sono alleggeriti di 7000 tonnellate di oro e da quelli di Londra ne sono uscite 400 tonnellate. Per entrambe le istituzioni si tratta di un problema: l’oro in custodia, che pure non può essere contabilizzato come risorsa propria, rafforza la solidità di chi lo custodisce. In tempi di Brexit soprattutto, una forte richiesta di rimpatri delle riserve auree si aggiungerebbe ai problemi che lo strappo con l’Europa sta creando e potrebbe avere ripercussioni negative sulla stabilità della sterlina. Il Venezuela, che ha problemi interni ben più gravi della Brexit, rimane invece a bocca asciutta, scoprendo che nel contratto di custodia, in lettere piccole, la Banca d’Inghilterra aveva scritto che può «non restituire l’oro sovrano in custodia e impedirne anche la visione». Proprio in base a quell’articolo, finora Londra ha risposto a Caracas che non restituisce l’oro perché «sospetta un utilizzo improprio». Una motivazione che non sta in piedi ovviamente, ma che diventa un forte segnale agli altri 70 Paesi, Italia inclusa, che hanno affidato parte loro riserve alla Banca d’Inghilterra: non provate a chiederle indietro.

Quell’oro, anche se patrimonio di Paesi terzi, per ora non si tocca, in attesa di vedere gli sviluppi della situazione internazionale. Così il metallo giallo torna d’attualità svolgendo la sua antica funzione principe, quella di bene rifugio al quale aggrapparsi quando il resto dell’economia tracolla. E conferma tutto il suo valore simbolico e psicologico: ancora per troppe persone nel mondo oro equivale a ricchezza, anche quando è ottenuto con mezzi opinabili e perfino se è di altrui proprietà.

 

 

 

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Tra i grandi accordi commerciali che l’Unione Europea continua a negoziare con altri gruppi di Paesi del mondo senza mai arrivare a una conclusione spicca quello con il Mercosur. L’associazione tra Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela, nata nel 1985, ha sempre considerato l’UE come il modello da seguire. Nel Mercosur ci sono due tra i più grandi produttori mondiali di alimenti, Argentina e Brasile; il Paese con le principali riserve di greggio al mondo, il Venezuela; e la più grande potenza industriale a sud dell’equatore, il Brasile, che inoltre dispone di un mercato di 280 milioni di persone, circa la metà della popolazione dell’UE.

Un accordo tra le due aree dovrebbe essere perfettamente complementare, dato che il maggior peso dei manufatti nell’export europeo è bilanciato da quello delle commodities nell’export dei Paesi Mercosur. Le agricolture, poi, sono in buona parte non concorrenziali tra loro: basti pensare ai prodotti tropicali del Brasile e alle stagioni invertite per la maturazione della frutta o del grano in Argentina. Un capitolo a sé è quello dei legami storici e culturali. Il Cono Sud americano non solo è stato colonizzato da Portogallo e Spagna, ma è stato trasformato dalle migrazioni europee avvenute a cavallo dell’800, in primis quelle italiana e spagnola, ma anche francese e tedesca. Le multinazionali europee non hanno mai delocalizzato qui, ma si sono insediate per produrre beni destinati a questi mercati: Pirelli, Fiat, Volkswagen, Chandon sono presenti sul mercato sudamericano da quasi un secolo. Un accordo tra UE e Mercosur sarebbe dunque la più naturale delle alleanze, sancendo l’esistenza di un’area di influenza europea in quella zona del pianeta che l’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro chiamava “neo-Europe”.

La pluridecennale trattativa tra i due blocchi è però molto difficile. Ogni volta che la volontà politica accelera, infatti, si scontra con lo stesso ostacolo: la tutela delle IGP europee. Bruxelles ha chiesto di inserire 357 “nomi”, 57 dei quali italiani, nella lista delle specialità che dovrebbero essere tutelate. In parole povere, se il Mercosur firmasse l’accordo dovrebbe vietare ai produttori locali di usare nomi di prodotti registrati in Europa, come Parmigiano-Reggiano o Chianti. La cosa incredibile è che quei prodotti vengono considerati da Bruxelles european sounding, quando sono invece prodotti ormai storici, portati in America oltre un secolo fa dagli emigrati. Parmigiano, mozzarella, malbec, roquefort o emmenthal prodotti in Argentina, in Uruguay o in Brasile non rappresentano tentativi di frode in “stile cinese”. Sono il frutto, ormai molto diverso dall’originale, dello spostamento oltre l’Atlantico di popoli europei che si sono portato dietro la loro cultura, anche agroalimentare.

La domanda è: il consumatore capisce la differenza tra il vino da uva italiana o francese prodotto in Argentina e quello “made in Europe”? Certo, se non altro per il prezzo molto più conveniente del primo. A nessuno sfuggono la diversità e la qualità quasi sempre superiore del prodotto europeo. La dimostrazione è il momento felice che il vino italiano sta vivendo in Brasile, dove nel 2017 l’export dalla Penisola è aumentato del 48%, per un valore di 35 milioni di euro. Di cosa si sta parlando, allora? Di un principio ormai assurdo e fuori dal tempo: cioè il voler regolamentare non solo il proprio mercato, cosa legittima soprattutto rispetto alla sicurezza alimentare, ma anche quello degli altri, sulla base del principio che solo i propri prodotti sono legittimi.

Questa guerra contro i mulini a vento, che per fortuna non inficia la crescita dell’export alimentare dell’UE, contribuisce all’isolamento europeo. Battere un colpo a favore del multilateralismo per contrastare il ritorno al bilateralismo voluto da Donald Trump sarebbe politicamente significativo, ma ci stiamo giocando questa occasione per due forme di parmigiano e qualche fiasco di vino.

 

La Corte internazionale di Giustizia dell’ONU ha emesso un verdetto che pone fine alle speranze della Bolivia di riuscire a riavere quell’accesso al mare che fu occupato dal Cile alla fine di un conflitto ottocentesco. Tra il 1879 e il 1883, infatti, Cile da una parte e Perù e Bolivia dall’altra combatterono la Guerra del Pacifico, conosciuta anche come Guerra del Salnitro. Le terre contese erano ricchissime di nitrato di potassio, fondamentale per la fabbricazione della polvere di sparo. La zona era quindi fortemente strategica e la vaghezza dei confini post-coloniali aveva permesso una strisciante occupazione da parte del Cile, sostenuto da capitali inglesi. A far esplodere il conflitto furono le concessioni rilasciate da Santiago agli investitori privati del salnitro, che il Parlamento boliviano non considerava valide. La guerra si risolse con la disfatta di boliviani e peruviani e con l’occupazione militare cilena di una vasta zona che includeva, oltre allo sbocco sul mare della Bolivia, la provincia più meridionale del Perù. Con l’accordo tra le parti del 1904 furono decretati la fine delle ostilità e il riconoscimento dell’occupazione. Così la Bolivia perse il suo mare, diventando un Paese chiuso nel cuore delle Ande ed escluso dalle comunicazioni dell’epoca. Anche il Perù subì un duro colpo, ma le sue maggiori risorse gli permisero di assorbirlo meglio.

Nelle regioni rimodellate dal colonialismo i confini nazionali furono – e tuttora sono – un problema difficile da risolvere. Le potenze coloniali europee, creando nuovi Stati, usarono raramente una logica basata sulla storia e sulle differenze culturali, ma fecero quasi sempre prevalere gli interessi commerciali o gli equilibri geopolitici del momento. Sono decine i Paesi disegnati sul planisfero che non rispondono a nessun criterio logico. Isole-Stato microscopiche, Paesi-enclave dentro un altro Stato, Paesi che sono contenitori generici di popoli spesso tra loro antagonisti, o che con le loro frontiere determinano la divisione di un unico popolo. È il dramma dell’Africa, il continente che più degli altri è diviso da confini usciti dalle cancellerie e dalle carte geografiche europee anziché dalla sua storia. Ma da questo problema non sono esenti nemmeno l’America Latina e l’Asia.

Nel solo sub-continente latinoamericano si contano, oltre alla Guerra del Pacifico, quella del Chaco (tra Paraguay e Bolivia), i diversi scontri fra Perù ed Ecuador, i conflitti tra Argentina e Brasile per il controllo dell’odierno Uruguay e la guerra fermata all’ultimo minuto tra Cile e Argentina per i confini oceanici. In Asia i conflitti più gravi si ebbero con la divisione del Vicereame inglese dell’India tra induisti e musulmani, che portò alla nascita di tre Stati differenti. Per non parlare dei Paesi che hanno subito mutilazioni gigantesche, come il Messico che perse metà del suo territorio inghiottito dagli Stati Uniti, o dei popoli rimasti senza patria, come i curdi, che da cittadini di una provincia dell’Impero Ottomano finirono “spartiti” fra quattro Stati.

La geografia politica non è mai stata neutra. Nei secoli ha rispecchiato l’avvicendarsi di grandi potenze che hanno ridisegnato il mondo da esse controllato, dai tempi dell’antica Roma a quelli della regina Vittoria. La situazione in molti casi è stata acquisita come dato di fatto, diventando inamovibile: spesso popoli e Stati non hanno la forza per riconquistare ciò che è stato loro sottratto con la violenza.

Come, appunto, la storia del povero Paese andino che perse il suo sbocco sull’Oceano Pacifico e non smise mai di rivendicarlo, addirittura mantenendo in vita una Marina di guerra senza navi e istituendo un anniversario per ricordare che una volta aveva il mare. La sentenza del Tribunale dell’Aia sancisce il principio che i trattati sui confini non si possono discutere. Anche quando sono stati strappati con le armi in pugno, anche se al momento della firma i contraenti erano vincitori e vinti, costretti a fingere di essere d’accordo.

 

L’accordo preliminare della nuova intesa commerciale con il Messico è il primo atto concreto in materia di politica commerciale dell’amministrazione Trump. Ovviamente al netto dei dazi, che però da soli non costituiscono una politica. Finora l’inquilino della Casa Bianca si era prodigato in una serie di no, buttando via anni e anni di negoziati promossi dai suoi predecessori. Il primo no è stato quello al TPP, l’accordo di libero scambio del Pacifico fortemente voluto da Barak Obama. Più importante ancora il TTIP, l’accordo di libero scambio Usa-UE, che molto probabilmente non sarebbe passato per le divisioni tra i partner europei e per la pressione della società civile, ma che alla fine è stato congelato da Donald Trump in persona.

Con l’annuncio del pre-accordo con il Messico, al quale potrebbe aggiungersi il Canada, viene archiviato il Nafta, l’accordo di libero scambio del Nord America firmato da George Bush e inaugurato da Bill Clinton il primo gennaio del 1994. Il Nafta fu il primo di una nuova tipologia di accordo commerciale. Delineate alcune protezioni su pochi settori scelti dai firmatari, per il resto venivano abolite le frontiere commerciali e produttive tra i paesi creando un nuovo grande mercato praticamente unificato. Diverso dall’UE però, senza compensazioni, senza una politica estera commerciale comune, senza fondi strutturali, senza un governo né un controllo democratico come quello esercitato dal parlamento europeo. Per i paesi minori, Messico e Canada, l’accordo ha portato all’aumento dei loro scambi con gli USA, ma fino al punto di dipendere quasi interamente da quel mercato. Conseguenze non calcolate al momento della firma sono state ad esempio la delocalizzazione del lavoro statunitense in Messico per via del costo della manodopera, oppure il riversamento in Messico delle eccedenze agricole sovvenzionate statunitensi che hanno distrutto il mercato agricolo messicano dei piccoli e medi produttori. Quel mondo agricolo che velocemente si è riconvertito alla coltivazione di sostanze stupefacenti e passato sotto il controllo dei cartelli del crimine.   Dopo 24 anni, il Nafta è stato un affare per i grandi soggetti dell’economia dei tre paesi, dalle multinazionali ai signori della droga, ma molto di meno per i lavoratori, dagli operai di Detroit ai braccianti messicani. Il nuovo accordo che Usa e Messico firmeranno è un passo indietro rispetto al Nafta, visto che si tratta di un semplice accordo bilaterale (trilaterale se aderirà il Canada) di scambio commerciale. Non più un’area comune, un diritto specifico per risolvere le controversie, l’obbligo di dovere spalancare il proprio mercato. Uno dei punti cardini dell’intesa è alla voce automobili, di cui il Messico è un grande esportatore negli USA. L’accordo prevede che le auto esportate negli USA siano prodotte da operai che non guadagnano meno di 16 dollari l’ora, e che le parti utilizzate siano almeno al 90% prodotte nella regione (contro il 62% attuale). Con questa clausola, nessuno potrà più utilizzare il Messico per produrre macchine competitive in base al costo della manodopera o all’uso di parti provenienti dall’Oriente da esportare negli USA. Si suppone che clausole come questa riportino lavoro negli USA, cosa tuta da verificare. Il Messico torna invece libero di firmare accordi commerciali con altri paesi, cosa che il Nafta ostacolava anche se non impediva. La Cina, da quando ha vinto le elezioni Trump, fa la corte al Messico per firmare un importante accordo, ma anche l’area del Pacifico e il rapporto con il Sudamerica interessa molto a Città del Messico. Il paese che rischia di più è il Canada, in quanto parte integrante dell’economia statunitense che ora però rimette di nuovo le frontiere economiche. Per questo motivo Trudeau da tanta importanza alla firma del trattato CETA con l’Europa, anche il Canada ha bisogno di diversificare i clienti e i fornitori.

La risposta delle Borse all’annuncio del nuovo trattato è stata spumeggiante, non tanto perché l’accordo in sé sia positivo, ma perché dimostra la volontà della Casa Bianca di non portare fino in fondo sole politiche isolazionistiche. Trump ha applicato con successo la sua politica del dividere per fare pesare la potenza del suo paese. Non ha ridiscusso il Nafta insieme agli altri due partner, ma li ha affrontati uno ad uno.  Il presidente degli Stati Uniti sarà sì no-global, a modo suo ovviamente, ma capisce benissimo che il suo paese dipende dai rapporti con il mondo e l’economia le sta dando ragione. I numeri della crescita e dei nuovi posti di lavoro che si continuano a creare negli Stati Uniti varranno al momento del voto molto di più delle vecchie storie a sfondo sessuale.

 

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Il primo turno delle elezioni presidenziali colombiane conferma la buona salute delle sinistre in America Latina. Questa potrebbe sembrare un’affermazione contradittoria rispetto alla vulgata che vorrebbe il declino inarrestabile di ogni istanza progressista, a partire dal fallimento del Venezuela bolivariano. Ed è questo l’equivoco, cioè credere che l’esperienza chavista rappresenti ancor oggi un’ipotesi di sinistra di governo in America Latina. Chávez, insieme a Correa, Morales e Lula, è stato uno dei protagonisti della conquista dei palazzi del potere, per la prima volta nella storia, da parte di personalità uscite dalle lotte sindacali, per la terra, per i diritti umani. Presidenti che intendevano porre le basi di un modello economico diverso, ma che puntavano anche a resettare le costituzioni di nazioni che ancora non riconoscevano le diversità, a partire dalla Bolivia, dove la maggioranza amerindia era invisibile. Questi uomini e queste donne hanno scommesso sull’allargamento dei diritti, non sul loro restringimento.

È stata la stagione dei matrimoni “per tutti”, dell’estensione del diritto all’aborto, dell’approvazione di norme sui diritti umani e del ripensamento del ruolo delle forze armate. Una stagione che effettivamente si è chiusa con la grande crisi economica mondiale, arrivata in America Latina con qualche anno di ritardo. L’incapacità di governare la crisi, la corruzione e il nepotismo, la volontà di perpetuarsi al potere sono stati i fenomeni che hanno segnato la caduta del PT (il Partito dei Lavoratori) in Brasile, del kirchnerismo in Argentina, del madurismo in Venezuela. I titoli dei giornali internazionali, che si occupano poco e male di America Latina, erano concordi: “la destra torna al potere”. Questo era vero solo in parte, perché in Argentina Mauricio Macri vinceva sul candidato peronista e Sebastian Piñera in Cile tornava alla Moneda, mentre in Brasile Dilma Rousseff veniva spedita a casa da un impeachment, ma era un errore trarre conseguenze lapidarie estendendole a tutto il continente.

Ciò che stava succedendo era che all’ombra dei grandi e contradditori personaggi degli anni 2000 stava nascendo una nuova sinistra, più moderna e ancora più pragmatica di quella di prima. Bastava fare qualche conto. In Cile, al primo turno le forze che si richiamano alla sinistra o al centrosinistra prendono insieme il 54% dei voti, e soprattutto, a sorpresa, si afferma con il 20% dei voti Beatriz Muñoz a capo di una coalizione di nuova sinistra. Lo stesso succede alle presidenziali in Colombia, dove arriva secondo, e va al ballottaggio contro il candidato della destra Iván Duque, Gustavo Petro, ex guerrigliero e sindaco di Bogotá, seguito a pochi voti da Sergio Fajardo, ex sindaco di Medellin, con una coalizione di centrosinistra. Insieme prendono quasi il 49% dei voti contro il 39% del candidato delle destre. Anche il Messico che andrà al voto il prossimo 1° luglio vede in testa a tutti i sondaggi Andrés Manuel López Obrador, un politico di sinistra in versione populista che per la prima volta potrebbe occupare la poltronissima di Città del Messico. Addirittura nel Costa rica sono tornati al governo i socialdemocratici rinnovati, che hanno battutto un predicatore evengelico.

Il fenomeno delle nuove sinistre, rispetto a quelle degli anni ’90 e 2000, si sta dispiegando a livello continentale. E questo perché il merito delle sinistre precedenti è stato aver vinto la battaglia culturale contro la destra liberale che aveva portato alcuni Paesi al fallimento totale. Anche se il Venezuela di Maduro rischia la stessa fine, i fondamentali ereditati da quelle esperienze in materia di protezione ai più deboli, diritti civili e ruolo dello Stato oggi non vengono messi in discussione dai contendenti. Nell’Argentina di Macri, ad esempio, il welfare peronista finora non è stato intaccato, così come in Cile Piñera non ha modificato le riforme dei socialisti, e addirittura in Venezuela gli oppositori di Maduro garantiscono che non toccheranno l’assistenza sanitaria universale. Se l’America Latina è stata sempre un laboratorio – nel bene e nel male – delle vicende politiche occidentali, ora si respira l’inizio di una nuova era. Che, contrariamente a quanto dicono molte analisi, non sarà regressiva, ma nella quale si cercherà di mantenere alti i principi di eguaglianza e di giustizia, senza però dimenticare la sostenibilità economica delle proprie scelte.

 

Una delle certezze più salde nelle relazioni internazionali da oltre mezzo secolo era che nella Cuba post rivoluzionaria comandavano i Castro. Ora le cose cambieranno, anche se non del tutto, e cioè con il dimissionario Presidente Raul Castro che resterà a capo del Partito Comunista e controllerà ancora le forze armate, i due pilastri della Rivoluzione.

Cuba, una piccola isola caraibica, è stata un gigante politico per il peso che la Rivoluzione di Fidel e di Che Guevara del 1959 ebbe sull’America Latina e su tutto il mondo, ma anche per la sua vicinanza geografica al gigante statunitense. La Cuba dei fratelli Castro è stata la zanzara fastidiosa che punzecchiò l’impero dall’interno del suo cortile di casa. Il prezzo per questo protagonismo cubano è stato l’alleanza di ferro con l’Unione Sovietica che l’avvocato liberal-democratico Fidel Castro dovette accettare, ma alla cubana. Permettendo ad esempio che continuasse a funzionare regolarmente la Chiesa cattolica, la santeria afrocubana e la massoneria. L’ideologia del castrismo si è più ispirata alle idee del poeta-patriota José Martì che combatté contro gli spagnoli alla fine dell’800, che al marxismo-leninismo. Il vero collante della Rivoluzione non è mai stato infatti la dimensione ideologica, ma l’aspirazione all’indipendenza dal vicino del Nord. Le gesta di Fidel Castro misero a nudo le contraddizioni, percepite dalla grande massa dei latinoamericani, tra i grandi ideali e slanci della guerra anticoloniale dell’800 e le pesanti ingiustizie sociali e politiche nelle quali continuava a versare il continente non più assoggettati alla Spagna, ma sotto la pesante influenza degli Stati Uniti. Non fu però il marxismo-leninismo a rendere Fidel Castro e la sua rivoluzione il primo movimento politico globale della modernità che seppe sfruttare i media e la cultura per creare consenso, ma le istanze di giustizia sociale. Come disse Fidel Castro nella dichiarazione dell’Avana del 1960: “non offriamo agli uomini soltanto libertà ma anche pane, non offriamo agli uomini solo pane, ma anche libertà…Noi non siamo né di destra né di sinistra, né di centro. Noi vogliamo andare oltre rispetto a destra e sinistra”. Quale sia poi il concetto di libertà in un paese nel quale l’informazione e la politica sono monopolio dello Stato e di un partito unico è altro discorso. Un paese nel quale il dissenso politico, e a lungo anche l’omosessualità sono stati perseguitati duramente.

I Castro sono stati implacabili nel gestire il potere impedendo l’emergere di altre figure che potessero fare ombra soprattutto a Fidel, ma anche a Raul che ha ricevuto l’investitura come presidente dal fratello nel 2006. Una transizione indolore in una situazione di tensione perché Cuba, anche grazie all’embargo e ai madornali errori politici di Washington, si è sempre considerato, a torto o a ragione, un paese in guerra. La transizione complessa e travagliata condotta da Raul Castro aveva ottenuto con Obama, e grazie anche alla mediazione di Papa Francesco, praticamente la fine dell’embargo e il beneplacito di Washington al suo modello di stampo cinese che Fidel non amava tanto. Ma con Donald Trump alla Casa Bianca le carte si sono rimescolate ancora e tutto si è fermato.

Alcuni successi certi invece di quest’ultimo periodo della fase castrista sono stati nel 2004 la creazione dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe) insieme a Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua e altri Stati dei Caraibi: un’alleanza che ha garantito a Cuba il rifornimento di greggio venezuelano a prezzo politico in cambio di assistenza militare, sanitaria e scolastica, uno scambio che nessun altro produttore avrebbe mai accettato. Nel 2010 si è avverato invece il sogno cubano di creare una comunità dei Paesi americani alternativa all’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) con sede a Washington, e che nel 1962 aveva espulso l’isola caraibica per la sua adesione al blocco sovietico. Altro merito di Raul è stato il consolidamento dei rapporti con la Cina, oltre al mantenimento di quelli privilegiati con la Russia. Entrambe i paesi difendono le cause cubane in ambito internazionale e sono forti investitori nell’economia dell’isola.

La Cuba che ora lascia, anche se a metà, Raul è un paese colto e istruito, con buoni medici e insegnanti, con incredibili artisti e musicisti, con una grande sete di apertura e di rinnovamento. E’ anche un paese sospeso nel vuoto, con un grande passato ma con un futuro incerto. A Cuba stiamo assistendo a uno spettacolo raro: il passaggio di poteri da una famiglia che li deteneva da oltre mezzo secolo a una nuova generazione di politici senza strappi né drammi. Altro indicatore dell’eccezionalità cubana che però non può spiegare da sola la complessità della politica, e l’importanza, di quella piccola isola caraibica.

La Cuba della Revolución probabilmente finisce qui, il sogno dei fratelli Castro e dei barbudos viene consegnato alla storia come una pagina imprescindibile del ‘900

 

Quando si parla di violenza urbana si parla soprattutto di America Latina. Nella lista delle prime 50 città più pericolose al mondo, 43 appartengono al subcontinente americano. Se si aggiungono le 4 città degli Stati Uniti, la quota americana sale al 94%. La misurazione dell’indice di pericolosità si basa sul tasso di omicidi ogni 100.000 abitanti. Il primato lo detiene Los Cabos, nello Stato messicano della Bassa California del Sud, dove la guerra tra i narcos costa 111,3 morti ogni 100.000 abitanti. Segue Caracas, capitale del Venezuela, con 111,2 omicidi, che detiene il primato per il numero totale di assassinati all’anno: 3387. I due Paesi con il maggior numero di città in questa classifica sono il Messico, con 5 città, e il Brasile, ben 17.

Questi numeri dovrebbero stimolare un dibattito serio sulla caratteristiche dei conflitti contemporanei. Oggi il mondo sta vivendo contemporaneamente un mix di conflitti convenzionali, come la guerra in Siria, di conflitti legati al controllo delle risorse, come quello in corso in Congo, e di conflitti dovuti al collasso sociale, come quelli latinoamericani.

Da tanti punti di vista il Messico è da considerarsi uno Stato fallito, per quanto ufficialmente ancora integro. La conseguenza dell’adesione al mercato Nafta, con gli Stati Uniti e il Canada, è stata la distruzione della piccola e media agricoltura, non in grado di reggere l’urto delle eccedenze statunitensi vendute sottocosto perché sovvenzionate con denaro pubblico. Milioni di contadini (e di ettari di suolo) hanno dovuto trovare una nuova occupazione. Oltre all’esodo di massa verso le città, centinaia di migliaia di produttori si sono riconvertiti alla coltivazione del papavero da oppio o della cannabis. Intanto crescevano il potere di fuoco e la potenza economica dei cartelli della droga.

In Brasile, dopo il successo delle politiche di lotta alla povertà dei governi di Lula, la crisi è tornata a colpire i più poveri, riproponendo lo schema classico di una delle società più polarizzate dal punto di vista sociale.

Ma non sono solo questi Paesi ad avere città praticamente fuori controllo. Le capitali centroamericane sono vittime delle gang importate dagli Stati Uniti, quelle andine e quelle delle pampas sono sempre più insicure. In America Latina, e in parte degli Stati Uniti, la fine degli investimenti sociali, che ha abbandonato al loro destino i più poveri, secondo i dettami delle politiche degli ultimi 20 anni, ha allargato le fasce del disagio. In passato quelle stesse classi partecipavano alle lotte per una maggiore giustizia sociale e spesso erano protagoniste di veri cambiamenti, ma nell’attuale era post-ideologica prevale una visione individuale alla risoluzione dei problemi, fortemente veicolata dai media. E il “si salvi chi può” ha portato alla moltiplicazione esponenziale del crimine, favorito dall’enorme quantità di manodopera disponibile.

Società come quella brasiliana, argentina o colombiana, che per decenni hanno ignorato le gigantesche contraddizioni che si andavano creando in città sempre più frammentante, con i ricchi chiusi nei quartieri privati e i poveri chiusi nella cultura dell’emarginazione, oggi pagano un prezzo altissimo. Quei condomini di lusso separati da un muro dalla miseria spiegano la realtà meglio di un trattato sociologico: ci voleva poco perché gli esclusi tentassero di scavalcare i muri e di prendersi ciò che era loro negato dal destino. Il narcotraffico poi è stato come la benzina sul fuoco, essendo l’unica attività economica moderna e globale di successo a portata di mano dei diseredati. Basta saper sparare e accettare il fatto che non si vivrà a lungo.

Il narcotraffico ha portato ai poveri non solo la droga ma anche le armi. Li ha organizzati militarmente ed eliminato ogni oppositore, arrivando a gestire il voto e a controllare i media. Per questi motivi la violenza in America Latina non è un fenomeno passeggero, ne potrà mai essere combattuta solo con le armi. Le radici della violenza si trovano nella società, cioè nei rapporti economici, nella storia, nella discriminazione etnica e sociale. E i paesi latinoamericane avrebbero urgente bisogno di guardare al proprio interno e di ricominciare da capo.