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Marzo è un mese funesto per la storia sudamericana. Il 24 marzo cade l’anniversario del golpe di Jorge Videla in Argentina: oggi è diventato il Giorno della Memoria per la verità e la giustizia, in onore delle vittime dei militari. Il 31 marzo è il giorno in cui fu compiuto il colpo di Stato brasiliano che segnò l’inizio di un ventennio di dittature militari. In Argentina il Giorno della Memoria non si tocca, almeno per ora, ma in Brasile il presidente Jair Bolsonaro ha per la prima volta autorizzato a ricordare in chiave celebrativa i fatti del 31 marzo 1964.

Per i Paesi sudamericani i colpi di Stato furono momenti drammatici: la frattura dell’ordine democratico portò a macroscopiche violazioni dei diritti umani. Eppure, a distanza di qualche decennio, la valenza negativa di quella stagione di dittature comincia a sfumare, probabilmente perché gran parte della popolazione sudamericana attuale è nata in tempo di democrazia, o comunque dopo le fasi più tragiche delle dittature. Ci si ricorda soltanto dell’“ordine” che i militari avevano imposto nella vita pubblica. Questa rimozione, o meglio questo fenomeno di memoria selettiva, si manifesta indipendentemente dalle caratteristiche politiche dei diversi regimi che – al di là del comune piano repressivo – avevano diverse visioni dell’economia e dello Stato. Ci furono dittature ultra-liberiste come quelle di Pinochet e Videla, ma anche governi militari nazionalisti, come quelli peruviani, boliviani e brasiliani. In Brasile, in particolare, la dittatura militare aveva una visione economico-politica che puntava a fare del Paese una potenza industriale regionale, con una forte partecipazione dello Stato nella gestione dei settori strategici. In politica estera i dittatori erano tutti alleati degli Stati Uniti in funzione anticomunista, ma anche sul piano internazionale si distinguevano progetti più o meno “sovranisti”.

Nel governo Bolsonaro siedono diversi esponenti provenienti dalle forze armate, alcuni in ruoli-chiave: addirittura alla vicepresidenza del Paese siede il generale Hamilton Mourão, erede politico dei militari che gestirono il potere per 20 anni. Ma si tratta di un’eredità parziale: la nostalgia per la dittatura che aleggia in Brasile riguarda solo gli aspetti repressivi, non sicuramente quelli programmatici. Le scelte di Bolsonaro non hanno nulla a che fare con le politiche economiche degli anni ’60: piuttosto, sono imparentate con la scuola di Chicago, dalla quale proviene il ministro dell’economia Paulo Guedes.

Gli elettori hanno votato Bolsonaro per la sua promessa di pugno di ferro, per la proposta di liberalizzare il possesso di armi per l’autodifesa. Ma non gradiscono certo il taglio delle pensioni e del welfare, né la privatizzazione delle risorse petrolifere. È questa la magia compiuta dalla comunicazione dei presidenti cosiddetti “anomali” ascesi al potere negli ultimi anni: con un sapiente uso dei social media hanno calcato la mano sulle proposte choc in materia di sicurezza, oscurando in questo modo tutti gli altri piani sociali ed economici. Questo non è accaduto solo in Sudamerica. La campagna martellante di Trump contro l’immigrazione e per la costruzione del muro al confine con il Messico ha oscurato presso l’opinione pubblica la più profonda riforma fiscale compiuta negli ultimi anni a favore delle grandi corporation e dei segmenti più ricchi della società. In Ungheria, la politica di “zero immigrazione” portata avanti da Viktor Orbán ha avuto come corollario una riforma del lavoro che impone straordinari obbligatori ai lavoratori, i quali però potranno incassare il compenso con tre anni di ritardo.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima: i politici che lisciano il pelo ai popoli, creando l’illusione che per avere qualcosa sia sufficiente volerla, hanno sempre finito per imporre politiche da lacrime e sangue. Nel frattempo si erode la democrazia, si calpesta la libertà di stampa, si alimenta la guerra tra i poveri. Questo schema, semplice ed efficace, è agevolato dal ruolo dei social media. Un tempo i populismi dovevano riempire le piazze: ora basta riempire il web di tweet, l’effetto è lo stesso. La democrazia oggi appare fragile più che mai, non può sopportare scossoni troppo forti, ma ha ancora il pregio di tutelare tutti. E permette di produrre cambiamenti anche profondi, raccogliendo consenso nel rispetto delle regole del gioco. Per sua natura, la democrazia ha bisogno di tempo: chi promette tutto e subito ha in mente un progetto autoritario. E di sicuro non farà gli interessi di quel popolo che pure lo acclama.

 

Nell’articolo pubblicato da Pino Arlacchi sul Manifesto lo scorso 27 febbraio 2019 dal titolo “Vi spiego il grande imbroglio della crisi in Venezuela, tra Wall Street e petrolio” ci sono diversi imbrogli. Imbrogli di natura ideologica, con affermazioni senza riscontro, e imbrogli usando dati non contestualizzati o relativi a periodi precedenti alla crisi venezuelana.

Arlacchi afferma che le responsabilità vanno cercate “nelle barbare sanzioni americane contro Il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018”. Intendendo che si tratti di sanzioni simili a quelle applicate per decenni contro Cuba, che colpivano gli interessi dello Stato cubano tutto. L’embargo Usa a Cuba prevedeva forti sanzioni contro le imprese statunitensi che avessero relazioni con l’isola, mentre qualsiasi impresa straniera che avesse relazioni con Cuba poteva essere colpita nei suoi interessi negli Stati Uniti.  Nel caso venezuelano invece, si è trattato, fino al febbraio 2019, di sanzioni ad personam, cioè contro persone del vertice del governo o delle imprese statali venezuelane per quanto riguarda i visti per entrare negli USA e i loro attivi (conti correnti, proprietà) negli Stati Uniti. Non contro imprese Usa presenti in Venezuela, ne venezuelane del settore energetico che operano in territorio statunitense.

Il 9 marzo 2015 il governo Obama colpisce 7 funzionari, tra i quali il capo dei servizi di intelligence Gustavo Gonzalez Lopez. Il 19 maggio 2017 vengono colpiti con lo stesso tipo di sanzioni i sette membri della Sala Costituzionale perché avrebbero usurpato i poteri dell’Assemblea Nazionale. Il 31 luglio 2017 viene colpito personalmente Nicolas Maduro. Il 9 agosto 2017 i funzionari dell’Assemblea Costituente che aveva preso i poteri dell’assemblea Nazionale. Il 19 marzo 2018, governo Trump, viene vietato ai cittadini statunitensi di operare con le monete virtuali venezuelane, il petro. Il 18 maggio 2018 viene colpito Diosdado Cabello (insieme a sua moglie e a suo fratello). Il 25 settembre 2018 viene colpita la moglie di Maduro, Cilia Flores, Delcy Rodriguez, Padrino Lopez e altri funzionari del governo. Il 1 novembre 2018 viene vietato esportare oro in Venezuela dagli Stati Uniti. L’8 gennaio ancora sanzioni ad personam contro sette personalità del governo e contro 23 entità affini al governo tra le quali Globovision. Il 28 gennaio 2019 infine, vengono cancellati gli ordini d’acquisto statunitense di petrolio di PDVSA e viene ceduto il controllo dei conti correnti dell’impresa petrolifera e della sua filiale negli stati Uniti CITGO al governo provvisorio di Juan Guaidò. Soltanto queste ultime, del 2019, si possono considerare sanzioni contro il Venezuela, anche se relative al riconoscimento di un governo alternativo

Come si può facilmente dedurre da questo elenco, gli Stati Uniti, a differenza del caso cubano, non hanno mai voluto colpire lo Stato venezuelano ma singole persone fisiche. Tra l’altro, nel caso le stesse avessero “attivi” negli Usa o possedessero un visto d’ingresso. Strane sanzioni contro un paese formalmente membro della “troika del male”, perché ovviamente molti dei colpiti avevano infatti sia soldi che proprietà in Nord America e si recavano frequentemente negli Stati Uniti. Per chiudere questo punto, le sanzioni non hanno impedito al Venezuela, fino al gennaio 2018, di continuare ad avere gli Stati Uniti come principale cliente per il suo petrolio e come principale importatore di beni di consumo e  New York come principale piazza per emettere debito.

Sul capitolo indicatori, vengono riportati nell’articolo indicatori risalenti agli anni d’oro di Hugo Chavez, in un periodo di ciclo positivo economico per l’economia sudamericana e con il petrolio sopra i 110 dollari al barile. Gli indicatori che in quegli anni portarono a un abbassamento della povertà dal 40% al 7%, se considerati oggi dicono che la povertà è risalita al 73% con il 49% in estrema povertà (dati ONU), lo stesso si dica della malnutrizione dal 21% al 5% , ma oggi tornata al 19%.

Secondo Arlacchi, che non cita le fonti, “tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria contro il Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo PIL, cioè tra 245 e 350 miliardi. Senza le sanzioni, l’economia venezuelana si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina”. Oltre alla fantasia su cifre che superano il PIL, e che quindi non possono essere realistiche né collegate alle sanzioni prima enumerate, la crescita dell’Argentina tra il 2013 e il 2017 è stata negativa. Non solo si parla senza sapere cosa si dice di un paese, ma addirittura di due.

Si scrive ancora di uno stato “poco indebitato”. Così era ai tempi di Chavez, oggi il Venezuela, secondo diverse stime, ha un debito estero di oltre 175 miliardi di dollari, di cui 66 miliardi in mano alla Cina. A dimostrazione di quale fosse il boicottaggio della finanza di Wall Street al Venezuela, il 40% del debito è in mano a Goldman Sachs e a Blackrock credit, entrambi colossi statunitensi che continuarono a finanziare il Venezuela fino alla fine del 2017.

Lo svarione più macroscopico dell’articolo però riguarda l’inflazione. Secondo Arlacchi, “durante il 2018 si sviluppa in Venezuela una crisi umanitaria interamente indotta, che si accompagna a un’iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi fondamentali nell’economia”.  I dati della World Bank dicono che nel 2015 si registrava già un processo inflazionario grave, del 180% su base annua, nel 2016 si arrivava al 274%, nel 2017 al 2616% quindi iperinflazione, nel 2018 al 1.698.488% e per il 2019 si prevede il 2.295.000%. Se per Arlacchi, il 2.615% del 2017 non era già iperinflazione allora i conti tornano.

La conclusione è che la crisi umanitaria nella quale è precipitato il Venezuela è dovuta fondamentalmente alla caduta del prezzo del petrolio, al ciclo economico sfavorevole, alla corruzione dilagante, all’emissione di moneta senza freni, alla mancanza cronica di investimenti negli impianti estrattivi o nelle centrali idroelettriche.

Il Venezuela è un paese che subisce ingerenze straniere? Molte e da anni. Dagli Stati Uniti anzitutto, che non va dimenticato, sostennero un fallimentare colpo di Stato contro Hugo Chavez nel 2002. Da Cuba, che controlla gli apparati della sicurezza dello Stato, dalla Cina, che “guida” l’economia di guerra venezuelana scambiando debito per petrolio, dalla Russia che ha una pedina geopolitica in Sud America e fornisce l’intero arsenale dell’esercito venezuelano. Mosca è ora sede per l’Europa delle imprese venezuelane controllandone gli attivi.

I dati ACNUR raccontano un paese dal quale in tre anni sono fuggiti 3,4 milioni di cittadini, oltre il 10% della popolazione, e che in prospettiva saranno 5 milioni, il 18% della popolazione. Si tratta de “il più grande flusso di profughi nella storia contemporanea latinoamericana in così poco tempo”. Un dato che non viene menzionato nell’articolo e che racconta invece il fallimento di un modello che tra le tante colpe sicuramente ha avuto quella di non sapere adeguare l’economia nazionale al ciclo economico sfavorevole emettendo moneta senza controllo, svendendo il greggio e indebitandosi al punto di perdere la sua sovranità, un caposaldo di Chavez, rispetto ai “volenterosi” che aiutano il paese agonizzante.  Ma soprattutto, la responsabilità di avere aggiunto alla crisi economica una crisi politica senza precedenti dando vita a un parlamento parallelo “di fiducia” per potere perpetuarsi e considerato l’opposizione come “terrorista”. Non è che le cose potrebbero cambiare nel breve e forse nel medio periodo nel caso cambi regime, ma l’agonia del Venezuela va fermata e sono i venezuelani a doverla fermare. Senza ingerenze di figuri quali Bolsonaro o Trump, senza la “mano amica” di Russia, Cuba o Cina.

Come nel 1989, quando il caracazo segnò la fine della vecchia repubblica aprendo la strada al bolivarismo, oggi il Venezuela è alla vigilia di un nuovo cambiamento, che dovrà maturare però in Venezuela e non a Washington, Pechino o Mosca. Come allora, il paese soffre il suo destino di ricco gigante petrolifero anche se quella ricchezza è anche la sua maledizione.

 

 

 

La polarizzazione della società venezuelana, divisa tra sostenitori del governo e dell’opposizione, risale ai tempi di Hugo Chávez, ma indubbiamente sono state le elezioni legislative del 2015, perse dal governo, a innescare gli strappi successivi. All’epoca si sarebbe dovuto siglare un patto di rispetto reciproco tra l’esecutivo e l’assemblea legislativa, ambedue eletti legittimamente. Da entrambi le parti, invece, prevalse la chiusura totale, con il rifiuto della “coabitazione” imposta dal voto dei cittadini. Il Parlamento iniziò da subito una campagna di delegittimazione del presidente della Repubblica, il quale rispose nel peggiore dei modi, insediando nel 2017 un’assemblea costituente che ha man mano scippato al Parlamento le sue prerogative. L’assemblea costituente avrebbe dovuto occuparsi solo della Costituzione, ma è diventata una Camera “su misura” e con un mandato senza scadenza, che ha legittimato ogni successivo passo dell’esecutivo. Eletta con un sistema che garantiva la maggioranza al presidente Maduro, si è infatti attribuita poteri ben al di là del dettato costituzionale. Il tutto è accaduto in una cornice di dissesto economico che in questi anni ha avuto pochi uguali nel mondo: il Venezuela è afflitto da iperinflazione, fuga di capitali, emigrazione di massa, penuria di generi alimentari. E la capacità di estrazione di greggio si è ridotta di due terzi rispetto a dieci anni fa. Dal punto di vista economico, insomma, è un Paese fallito, ma non affonda del tutto grazie alle sue riserve petrolifere.

Le vicende venezuelane si inscrivono nella casistica più ampia dei conflitti istituzionali in America Latina. Nel continente che a lungo è stato vittima delle ingerenze armate dei militari, la democrazia riconquistata non ha ancora raggiunto una maturità tale da metterla al riparo dai tentativi di stravolgerla. Non si tratta di una caratteristica che riguarda una sola parte politica: ci sono molti esempi, come Honduras o Paraguay, di presidenti di destra che hanno provato a forzare le regole, ma ci sono anche Paesi come Venezuela, Nicaragua e Bolivia in cui problemi simili si pongono con presidenti di estrazione progressista. Ciò conferma appunto la fragilità di una democrazia che si vorrebbe uguale a quella europea, ma che deve confrontarsi con contesti sociali spesso dilaniati dalla violenza del narcotraffico, dalla miseria, dalla mancanza di istruzione e di diritti.

Eppure questo sistema di governo e di convivenza civile, al netto di tutte le sue debolezze, resta il migliore, soprattutto se si pensa a ciò che i latinoamericani hanno conosciuto in passato. Le conquiste relative ai diritti civili e anche a quelli sociali, una società civile forte, il coraggio della stampa libera sono possibili solo in democrazia, e perfino in una democrazia non pienamente espressa. Si tratta di un principio di realtà difficilmente discutibile. Eppure, purtroppo, questo principio viene discusso proprio da coloro i quali dovrebbero essere i primi guardiani della democrazia, perché senza di essa non sarebbero mai arrivati al governo. Negli ultimi anni i leader progressisti, sia pur con diverse e nobili eccezioni, hanno provato a forzare le regole e a riscriverle da posizioni di potere, rifiutando di riconoscere gli oppositori come soggetti politici. Si tratta, più che di autoritarismo, del classico tentativo di perpetuarsi al potere senza pensare alla propria successione. Le giustificazioni per queste condotte in genere sono ben argomentate, spesso molto dotte, qualche volta fantasiose. In giro per il mondo c’è chi le accetta sostenendo che gli altri “sarebbero peggio”: ma in questo modo contribuisce a far sì che per molto tempo non si torni più a parlare di sinistra in America Latina. Chi non impara dagli errori e si rifiuta di fare autocritica scava la propria tomba politica. E non solo la propria.

 

L’autobomba che il 17 gennaio  ha provocato 21 vittime all’ingresso dalla Scuola di Polizia di Bogotá, in Colombia, ha fatto ripiombare il Paese nei tempi bui della lunga guerra civile, che si sperava fosse ormai superata. Responsabile sarebbe l’Esercito di Liberazione Nazionale, che qualche giorno più tardi ha rivendicato l’attentato: si tratta dell’unico gruppo di guerriglia ancora attivo, dopo che le FARC, ormai diventate forza politica democratica, hanno firmato un accordo di pace. Intanto, all’Avana, lo stesso Esercito di Liberazione Nazionale sta conducendo un negoziato con il governo colombiano per raggiungere un cessate il fuoco.

Quasi nelle stesse ore esplodeva un’autobomba vicino al tribunale di Derry, città dell’Irlanda del Nord nota per la Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, quando il I Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico sparò contro i manifestanti irlandesi colpendo a morte 14 persone, tra le quali 6 minorenni. Per fortuna questa volta non ci sono state vittime. A compiere l’attentato sarebbe stata la “nuova IRA”, una formazione dissidente dall’antico gruppo irredentista irlandese, non più operativo dal 2010. Sono segnali in controtendenza, che riaccendono focolai di tensione in realtà mai sopiti del tutto.

La “giustificazione”, si fa per dire, di questo genere di terrorismo è legata ai fallimenti della politica: al fatto che il governo colombiano, di estrema destra, non ha manifestato la volontà di concludere un accordo di pace e alle incognite che la Brexit pone sul futuro delle due Irlande. Non si tratta degli unici casi: in giro per il pianeta esistono diversi episodi di ribellione armata, tutti però sempre più lontani da obiettivi comprensibili. Anche perché il mondo della lotta armata tradizionale non esiste più. I gruppi storici superstiti, così come quelli nati negli ultimi anni, sono fortemente inquinati da connivenze con la criminalità, o addirittura risultano direttamente coinvolti nella gestione di affari loschi, come la vendita di droga, pietre preziose e legname di provenienza illecita. Altro filone di lotta armata è quello della galassia jihadista, collegata economicamente e politicamente con i peggiori regimi della Terra. Non che la politica tradizionale sia estranea a “frequentazioni pericolose”, anzi: ma nel caso di gruppi che rivendicano l’uso di strategie terroristiche tutto diventa ancora più fumoso e incomprensibile.

Lo storico conflitto irlandese presentava indubbiamente elementi di lotta di liberazione nazionale contro l’occupazione inglese, così come quello colombiano nacque nell’ambito della lotta tra latifondisti e contadini per il possesso della terra. Resta un mistero quale possa essere oggi l’utilità di attentati contro i simboli dello Stato per dirimere la questione Brexit o per accelerare un accordo di pace già in discussione. Ed è così che questi gruppi residui di lotta armata, ai quali vanno aggiunte anche alcune bande ribelli delle FARC in Colombia, di Sendero Luminoso in Perù e dell’ETA in Spagna, si rivelano perfetti per essere manipolati da quello stesso potere che dicono di voler combattere. Per la destra colombiana e per gli unionisti irlandesi sono una manna dal cielo, perché in un caso favoriscono ulteriori svolte repressive contro qualsiasi forma di dissidenza, nell’altro giustificano l’ombrello protettivo di Londra.

Non c’è nulla di romantico né di condivisibile nell’azione di queste schegge di gruppi rivoluzionari sopravvissute alla Guerra Fredda. Sono solo burattini in un gioco più grande, in mano ai poteri forti o agli Stati, che li usano o se ne liberano secondo i bisogni del momento. Rappresentano però anche un segnale di allarme sull’ulteriore deterioramento della democrazia, praticata nel mondo da un numero sempre minore di Paesi e picconata quotidianamente dall’interno. Il terrorismo scuote fortemente l’albero della democrazia perché, oltre alla risposta repressiva, obbliga a trovare una risposta politica. Quando la democrazia non è più in grado di proporre nulla per riformare il mondo e si accontenta dell’esistente, si apre la stagione della demagogia e del populismo: anche di quello armato.

 

Fin dai tempi più remoti oro vuol dire ricchezza e potere. Per molte culture l’oro aveva origine divina, per molti popoli divenne moneta. Il colore unico di questo metallo duttile e malleabile e la sua incorruttibilità nel tempo lo hanno reso padrone universale degli scambi commerciali. Fu il motore del viaggio di Cristoforo Colombo verso l’Asia che si concluse nelle Americhe, fu alla base della grande accumulazione di capitali che finanziarono la Rivoluzione industriale alla fine del ’700 e fino agli anni ’70 del secolo scorso è stato la garanzia del denaro stampato sotto forma di banconote e di monete in metalli poveri: ogni Stato ha ancora le proprie riserve in oro, eredità di quando con i lingotti si garantiva la moneta, anche se oggi la massa monetaria stampata è di molto superiore al valore delle riserve di questo prezioso metallo.

Si sa che alcune istituzioni nazionali e internazionali mantengono riserve in oro particolarmente rilevanti, come la Fed statunitense, la Bundesbank tedesca, il Fondo Monetario Internazionale e Banca d’Italia, che detiene più di 2400 tonnellate d’oro, per un valore equivalente di circa 90 miliardi di euro. Quello che è meno noto è che, nel corso del Novecento, molti Paesi hanno spostato parte di queste riserve nei caveau di istituzioni straniere che garantivano solidità e sicurezza in caso di stravolgimenti politici. L’Italia, per esempio, conserva in proprio solo il 44% delle sue riserve, mentre una percentuale uguale è conservata dalla Federal Reserve negli Stati Uniti, il 6% in Svizzera e il 6% nel Regno Unito. New York e Londra sono da sempre i due principali forzieri mondiali dell’oro. Londra custodisce attualmente 200mila lingotti di 70 nazioni. Tra esse c’è il Venezuela, che qui ha lasciato in custodia il 10% delle sue riserve auree, pari a 600 milioni di dollari. Alla richiesta di rimpatrio avanzata da Caracas lo scorso agosto, la Banca d’Inghilterra ha dato per ora risposta negativa. Non è il primo caso: anche la Federal Reserve aveva bloccato per oltre un anno la richiesta tedesca di rimpatrio di 130 tonnellate di oro. Solo dopo la minaccia di uno scandalo diplomatico i lingotti ritornarono a Francoforte.

Il diniego inglese alla richiesta del governo di Nicolás Maduro illustra il nervosismo delle banche centrali di USA e Regno Unito per l’emorragia di depositi subita negli ultimi anni. Dal 2008, i forzieri della FED si sono alleggeriti di 7000 tonnellate di oro e da quelli di Londra ne sono uscite 400 tonnellate. Per entrambe le istituzioni si tratta di un problema: l’oro in custodia, che pure non può essere contabilizzato come risorsa propria, rafforza la solidità di chi lo custodisce. In tempi di Brexit soprattutto, una forte richiesta di rimpatri delle riserve auree si aggiungerebbe ai problemi che lo strappo con l’Europa sta creando e potrebbe avere ripercussioni negative sulla stabilità della sterlina. Il Venezuela, che ha problemi interni ben più gravi della Brexit, rimane invece a bocca asciutta, scoprendo che nel contratto di custodia, in lettere piccole, la Banca d’Inghilterra aveva scritto che può «non restituire l’oro sovrano in custodia e impedirne anche la visione». Proprio in base a quell’articolo, finora Londra ha risposto a Caracas che non restituisce l’oro perché «sospetta un utilizzo improprio». Una motivazione che non sta in piedi ovviamente, ma che diventa un forte segnale agli altri 70 Paesi, Italia inclusa, che hanno affidato parte loro riserve alla Banca d’Inghilterra: non provate a chiederle indietro.

Quell’oro, anche se patrimonio di Paesi terzi, per ora non si tocca, in attesa di vedere gli sviluppi della situazione internazionale. Così il metallo giallo torna d’attualità svolgendo la sua antica funzione principe, quella di bene rifugio al quale aggrapparsi quando il resto dell’economia tracolla. E conferma tutto il suo valore simbolico e psicologico: ancora per troppe persone nel mondo oro equivale a ricchezza, anche quando è ottenuto con mezzi opinabili e perfino se è di altrui proprietà.

 

 

 

Tra i grandi accordi commerciali che l’Unione Europea continua a negoziare con altri gruppi di Paesi del mondo senza mai arrivare a una conclusione spicca quello con il Mercosur. L’associazione tra Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela, nata nel 1985, ha sempre considerato l’UE come il modello da seguire. Nel Mercosur ci sono due tra i più grandi produttori mondiali di alimenti, Argentina e Brasile; il Paese con le principali riserve di greggio al mondo, il Venezuela; e la più grande potenza industriale a sud dell’equatore, il Brasile, che inoltre dispone di un mercato di 280 milioni di persone, circa la metà della popolazione dell’UE.

Un accordo tra le due aree dovrebbe essere perfettamente complementare, dato che il maggior peso dei manufatti nell’export europeo è bilanciato da quello delle commodities nell’export dei Paesi Mercosur. Le agricolture, poi, sono in buona parte non concorrenziali tra loro: basti pensare ai prodotti tropicali del Brasile e alle stagioni invertite per la maturazione della frutta o del grano in Argentina. Un capitolo a sé è quello dei legami storici e culturali. Il Cono Sud americano non solo è stato colonizzato da Portogallo e Spagna, ma è stato trasformato dalle migrazioni europee avvenute a cavallo dell’800, in primis quelle italiana e spagnola, ma anche francese e tedesca. Le multinazionali europee non hanno mai delocalizzato qui, ma si sono insediate per produrre beni destinati a questi mercati: Pirelli, Fiat, Volkswagen, Chandon sono presenti sul mercato sudamericano da quasi un secolo. Un accordo tra UE e Mercosur sarebbe dunque la più naturale delle alleanze, sancendo l’esistenza di un’area di influenza europea in quella zona del pianeta che l’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro chiamava “neo-Europe”.

La pluridecennale trattativa tra i due blocchi è però molto difficile. Ogni volta che la volontà politica accelera, infatti, si scontra con lo stesso ostacolo: la tutela delle IGP europee. Bruxelles ha chiesto di inserire 357 “nomi”, 57 dei quali italiani, nella lista delle specialità che dovrebbero essere tutelate. In parole povere, se il Mercosur firmasse l’accordo dovrebbe vietare ai produttori locali di usare nomi di prodotti registrati in Europa, come Parmigiano-Reggiano o Chianti. La cosa incredibile è che quei prodotti vengono considerati da Bruxelles european sounding, quando sono invece prodotti ormai storici, portati in America oltre un secolo fa dagli emigrati. Parmigiano, mozzarella, malbec, roquefort o emmenthal prodotti in Argentina, in Uruguay o in Brasile non rappresentano tentativi di frode in “stile cinese”. Sono il frutto, ormai molto diverso dall’originale, dello spostamento oltre l’Atlantico di popoli europei che si sono portato dietro la loro cultura, anche agroalimentare.

La domanda è: il consumatore capisce la differenza tra il vino da uva italiana o francese prodotto in Argentina e quello “made in Europe”? Certo, se non altro per il prezzo molto più conveniente del primo. A nessuno sfuggono la diversità e la qualità quasi sempre superiore del prodotto europeo. La dimostrazione è il momento felice che il vino italiano sta vivendo in Brasile, dove nel 2017 l’export dalla Penisola è aumentato del 48%, per un valore di 35 milioni di euro. Di cosa si sta parlando, allora? Di un principio ormai assurdo e fuori dal tempo: cioè il voler regolamentare non solo il proprio mercato, cosa legittima soprattutto rispetto alla sicurezza alimentare, ma anche quello degli altri, sulla base del principio che solo i propri prodotti sono legittimi.

Questa guerra contro i mulini a vento, che per fortuna non inficia la crescita dell’export alimentare dell’UE, contribuisce all’isolamento europeo. Battere un colpo a favore del multilateralismo per contrastare il ritorno al bilateralismo voluto da Donald Trump sarebbe politicamente significativo, ma ci stiamo giocando questa occasione per due forme di parmigiano e qualche fiasco di vino.

 

La Corte internazionale di Giustizia dell’ONU ha emesso un verdetto che pone fine alle speranze della Bolivia di riuscire a riavere quell’accesso al mare che fu occupato dal Cile alla fine di un conflitto ottocentesco. Tra il 1879 e il 1883, infatti, Cile da una parte e Perù e Bolivia dall’altra combatterono la Guerra del Pacifico, conosciuta anche come Guerra del Salnitro. Le terre contese erano ricchissime di nitrato di potassio, fondamentale per la fabbricazione della polvere di sparo. La zona era quindi fortemente strategica e la vaghezza dei confini post-coloniali aveva permesso una strisciante occupazione da parte del Cile, sostenuto da capitali inglesi. A far esplodere il conflitto furono le concessioni rilasciate da Santiago agli investitori privati del salnitro, che il Parlamento boliviano non considerava valide. La guerra si risolse con la disfatta di boliviani e peruviani e con l’occupazione militare cilena di una vasta zona che includeva, oltre allo sbocco sul mare della Bolivia, la provincia più meridionale del Perù. Con l’accordo tra le parti del 1904 furono decretati la fine delle ostilità e il riconoscimento dell’occupazione. Così la Bolivia perse il suo mare, diventando un Paese chiuso nel cuore delle Ande ed escluso dalle comunicazioni dell’epoca. Anche il Perù subì un duro colpo, ma le sue maggiori risorse gli permisero di assorbirlo meglio.

Nelle regioni rimodellate dal colonialismo i confini nazionali furono – e tuttora sono – un problema difficile da risolvere. Le potenze coloniali europee, creando nuovi Stati, usarono raramente una logica basata sulla storia e sulle differenze culturali, ma fecero quasi sempre prevalere gli interessi commerciali o gli equilibri geopolitici del momento. Sono decine i Paesi disegnati sul planisfero che non rispondono a nessun criterio logico. Isole-Stato microscopiche, Paesi-enclave dentro un altro Stato, Paesi che sono contenitori generici di popoli spesso tra loro antagonisti, o che con le loro frontiere determinano la divisione di un unico popolo. È il dramma dell’Africa, il continente che più degli altri è diviso da confini usciti dalle cancellerie e dalle carte geografiche europee anziché dalla sua storia. Ma da questo problema non sono esenti nemmeno l’America Latina e l’Asia.

Nel solo sub-continente latinoamericano si contano, oltre alla Guerra del Pacifico, quella del Chaco (tra Paraguay e Bolivia), i diversi scontri fra Perù ed Ecuador, i conflitti tra Argentina e Brasile per il controllo dell’odierno Uruguay e la guerra fermata all’ultimo minuto tra Cile e Argentina per i confini oceanici. In Asia i conflitti più gravi si ebbero con la divisione del Vicereame inglese dell’India tra induisti e musulmani, che portò alla nascita di tre Stati differenti. Per non parlare dei Paesi che hanno subito mutilazioni gigantesche, come il Messico che perse metà del suo territorio inghiottito dagli Stati Uniti, o dei popoli rimasti senza patria, come i curdi, che da cittadini di una provincia dell’Impero Ottomano finirono “spartiti” fra quattro Stati.

La geografia politica non è mai stata neutra. Nei secoli ha rispecchiato l’avvicendarsi di grandi potenze che hanno ridisegnato il mondo da esse controllato, dai tempi dell’antica Roma a quelli della regina Vittoria. La situazione in molti casi è stata acquisita come dato di fatto, diventando inamovibile: spesso popoli e Stati non hanno la forza per riconquistare ciò che è stato loro sottratto con la violenza.

Come, appunto, la storia del povero Paese andino che perse il suo sbocco sull’Oceano Pacifico e non smise mai di rivendicarlo, addirittura mantenendo in vita una Marina di guerra senza navi e istituendo un anniversario per ricordare che una volta aveva il mare. La sentenza del Tribunale dell’Aia sancisce il principio che i trattati sui confini non si possono discutere. Anche quando sono stati strappati con le armi in pugno, anche se al momento della firma i contraenti erano vincitori e vinti, costretti a fingere di essere d’accordo.