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La situazione boliviana di ora in ora sta diventando più complicata e drammatica. Il governo che si è insediato a La Paz, senza voto parlamentare e con il solo compito di portare il paese alle elezioni entro 90 giorni, sta dando dei passi che lo qualificano sempre di più come un governo “politico” e non di scopo. L’esecutivo presieduto da Jeanine Añez infatti ha deciso, senza passare dal parlamento, di fare uscire la Bolivia dall’Alba, cioè dall’alleanza tra i paesi cosiddetti “bolivariani” (Venezuela, Nicaragua, Cuba) e cosa più grave, ha stabilito una sorte di “scudo penale” per le forze dell’ordine nel lavoro di repressione del dissenso. Una misura duramente e giustamente criticata dalla Commissione Interamericana per i diritti umani (CIDH). Sono stati enunciate anche misure che riguardano la cultura, l’economia e le relazioni internazionali.

Evo Morales, dall’esilio messicano, in un’intervista con BBC afferma che in “Bolivia si è instaurata una dittatura, complici gli Stati Uniti”, e difende il risultato delle elezioni dello scorso 20 ottobre, contestate dall’opposizione, non scartando di potersi candidare di nuovo a presidente del paese. Da parte loro, i gruppi estremisti di Santa Cruz che in questi giorni si sono visti in azione anche nella capitale, parlano di mettere al bando il MAS (il partito di Evo) e di giudicare tutti i suoi dirigenti per frode elettorale. In mezzo ci sono i cittadini che dal 2017 hanno protestato contro Morales per la forzatura alla sua Costituzione per potersi ricandidare, ma anche dei movimenti sociali che criticano da anni l’impronta “estrattivista” del suo governo, che ha portato all’apertura di strade in Amazzonia, alle proteste dei minatori sull’accordo con la Germania per il litio e alle responsabilità per i giganteschi incendi di foresta amazzonica di quest’estate. Per molti, le dichiarazioni di principio sulla protezione della Pacha Mama sono state più volte smentite.

Ormai è inutile fare dietrologie, ma malgrado la spaccatura del fronte popolare e l’innegabile calo di consensi di Morales (il 20 ottobre si è fermato, dando per buoni i risultati, al 47% contro il 63% del 2014) se un suo successore fosse stato candidato avrebbe potuto lo stesso vincere le elezioni come successo con Dilma Rousseff dopo Lula in Brasile, con Maduro dopo Chavez in Venezuela o con Moreno dopo Correa in Ecuador. Comunque ora sono ragionamenti inutili perché la situazione sta degenerando e le vittime mortali sono oltre 20. Soprattutto non si capisce quale potrebbe essere il risvolto democratico quando da una parte si chiede di tornare a ricandidarsi, malgrado questa sia stata la scintilla, e dall’altra si governa senza consenso, ma si comincia a prendere pesanti misure politiche.

Negli ultimi giorni, chi si sta mettendo velocemente fuori da quel barlume di legalità che aveva accompagnato la sua autoproclamazione a Presidente (riconosciuta dal Tribunale costituzionale, ma anche da USA e Russia) è la senatrice Jeanine Añez. Se il suo governo insisterà nel volere governare decidendo questioni delicate senza essere passato dal voto e senza fare deliberare il parlamento gli ingredienti per il dramma successivo sono già pronti. Una totale e assoluta rottura della legalità oggi potrebbe dire due cose, l’intervento diretto dell’esercito prendendo il potere, oppure l’inizio di una guerra civile con l’aggravante del rischio di perdita di integrità territoriale. A Santa Cruz sono tornate prepotenti le voci di avvio, come in passato, di un tentativo di secessione. Tutti questi scenari sono pessimi, soprattutto per un paese che era riuscito a scampare alla recessione che sta colpendo il subcontinente da qualche anno. Per questo motivo la crisi boliviana non è equiparabile a quella ecuadoregna o cilena, qui non c’è una crisi sociale, ma squisitamente politica. Senza dimenticare ovviamente le tensioni razziali tra indigeni e bianchi e le spinte separatiste.

Quale sarebbe invece l’unica soluzione viabile per evitare questa deriva? Che entrambi i bandi riconoscano le regioni dell’altro stabilendo un patto molto semplice: quando si va al voto e come si va al voto. Scartando che Evo Morales si possa ricandidare, il suo movimento deve essere libero di presentarsi alle elezioni e anche di vincerle, cosa peraltro non impossibile. Se invece si insisterà da una parte a governare da soli come se si fosse legittimati dal voto e dall’altra a non riconoscere che è finita, politicamente, l’era di un grande leader e che qualsiasi movimento con tale radicamento deve reagire e rinnovarsi, la deriva sarà inarrestabile. Purtroppo sarebbe presto una deriva funestata ancora di più da lutti che colpiranno tutta la comunità boliviana.

 

Le rivelazioni del sito di giornalismo investigativo The Intercept sui messaggi che si erano scambiati via Telegram il giudice Sérgio Moro, oggi ministro della Giustizia del governo Bolsonaro in Brasile, e il pubblico ministero Deltan Dallagnol, che ha guidato il team investigativo dell’inchiesta “Lava Jato” sul conto dell’ex presidente Inácio da Silva Lula hanno dato sostanza ai sospetti che si addensavano sulla tormentata vicenda. I messaggi sarebbero la prova del fatto che in Brasile c’è stato qualcosa che ricorda i golpe degli anni ‘70. Quando si parla di golpe bisogna essere molto cauti, si tratta di un concetto che però oggi andrebbe aggiornato. Il colpo di stato è un’anomalia in paesi formalmente democratici nei quali, davanti alla rottura di equilibri di potere, intervengono i militari in rappresentanza degli interessi offesi per rimettere a posto le cose. Questo lo schema classico degli anni ‘70. Ma ciò che sta venendo alla luce in Brasile indica nuove modalità di ingerenza altrettanto efficaci. La condanna di Lula a 12 anni di reclusione per corruzione passiva e riciclaggio era stata criticata da giuristi di tutto il mondo. Questo perché non sono mai state trovate prove che confermassero l’ipotesi investigativa. L’unico elemento presso in considerazione per condannare Lula sono state le dichiarazioni di un pentito, Léo Pinheiro, che in cambio ha avuto un forte sconto di pena. Sulla base di questa dubbia “prova”, senza altri riscontri, in nessun Paese democratico sarebbe stata possibile una condanna al carcere. Ma in Brasile, dove più volte in questi anni si è praticamente uscito dalla legalità, tanto è bastato per la condanna in primo grado e per la conferma da parte della Suprema Corte.

Nei giorni scorsi papa Francesco, rivolgendosi ai giudici che partecipavano in Vaticano a un vertice panamericano sui diritti sociali, ha denunciato il cosiddetto lawfare, ossia l’uso illegittimo del diritto con l’intento di danneggiare un avversario, arma spesso usata per minare processi sociali e politici emergenti. Secondo il papa, queste pratiche derivano da una combinazione di attività giudiziarie improprie e operazioni multimediali parallele. Il suo discorso ha anticipato di poco l’uscita della notizia sulle irregolarità della giustizia brasiliana nel caso Lula. Ma il problema, ovviamente, non riguarda solo il Brasile. Il lawfare sarebbe la nuova frontiera del golpe, un mix di indebite ingerenze della Magistratura sostenute da un fitto fuoco mediatico.

Molto si è scritto in questi ultimi anni sui cambiamenti in corso nella politica da quando è divenuto possibile creare o distruggere il consenso attraverso l’uso spregiudicato (e spesso illegale) dei nuovi media, in particolare diffondendo notizie false. Poco, invece, si è ragionato sull’uso spericolato delle inchieste giudiziarie per abbattere o consacrare politici, anche con un tornaconto personale da parte dei giudici, come nel caso del brasiliano Moro. L’imparzialità e la terzietà della Giustizia sono un pilastro dei sistemi democratici, ma spesso restano tali solo sulla carta. Questo accade soprattutto in Paesi dove la democrazia è fragile e ostaggio dei poteri forti. Quel che è certo, nel caso brasiliano, è che se Lula non fosse stato vittima di atti illegittimi da parte degli inquirenti, coperti e aizzati dai grandi gruppi editoriali, la storia politica del Paese avrebbe potuto avere un segno diverso. Aldilà del nome che si voglia adoperare, il Brasile è stato vittima di un golpe in piena regola.

 

Il Risiko è un gioco di società nato in Francia nel 1957 e arrivato in Italia undici anni dopo.  Il suo nome originale era “La conquista del mondo”, e proprio di quello si tratta: conquistare una serie di territori raggruppati in modo casuale. Nel Risiko non conta la potenza economica – e nemmeno le alleanze, che non sono previste – ma solo la forza militare, espressa in carri armati a disposizione. All’epoca il Risiko era davvero un gioco di fantasia, perché nel contesto della Guerra Fredda e dei rapporti Nord-Sud le conquiste militari dovevano sempre fare i conti con il peso delle economie e con l’appartenenza all’uno o all’altro dei due blocchi in cui il mondo era diviso.

Quelle stesse caratteristiche rendono invece il Risiko molto simile alla situazione odierna, soprattutto a quella siriana, ma non solo. Le conquiste oggi possono davvero essere random, prescindendo da blocchi ideologici che non esistono più, e possono essere portate a termine anche da potenze relativamente modeste sotto il profilo economico. La stessa Russia di Putin, che ha un PIL inferiore a quello brasiliano, è un nano economico, eppure grazie alla sua forza militare riesce a esercitare un potere di intervento decisivo in aree disparate come l’Ucraina, la Siria, il Venezuela o Cuba. Se vogliamo invece, per gioco, equiparare occupazioni militari e “occupazioni” economiche, anche la strategia mondiale cinese ricorda molto il Risiko, con la conquista di territori apparentemente marginali, come l’Africa e l’America Centrale, per tenere sotto scacco la grande potenza USA.

In questo mondo deregolamentato e deideologizzato la forza militare, o almeno la sua rappresentazione, ha un peso determinante. Anche per essere lasciati in pace, come ha dimostrato la vicenda della Corea del Nord, che ha sapientemente sfruttato la minaccia nucleare. A risentirne è la politica, e di conseguenza la democrazia. Lo scenario favorisce infatti l’affermazione di figure che, una volta al potere, si trasformano in autocrati e perpetuano se stessi, anche barando sulle regole. Erdoğan e Putin sono due validi esempi, ma anche Trump e Bolsonaro sono sospettati di avere utilizzato carte truccate per vincere le elezioni nei rispettivi Paesi. I cittadini sono invece sempre più lontani dalle stanze dei bottoni: vengono relegati dal potere al ruolo di gregari, di follower sui social.

In questo contesto, l’Ecuador è in controtendenza. I movimenti indigeni raggruppati nella confederazione Conaie hanno infatti riportato una pesante vittoria sul governo di Lenín Moreno che, dopo avere firmato un accordo con il Fondo Monetario Internazionale, tra le altre misure aveva deciso di eliminare le sovvenzioni statali sui carburanti. Combustibile che serve non solo al traporto dei privati, che in genere non hanno problemi economici, ma anche a muovere i mezzi di trasporto collettivi e i camion che trasportano le merci prodotte dalle comunità rurali. Insomma, una misura che colpiva i ceti più bassi della società, quindi gli indigeni, in un Paese che esporta petrolio. La mobilitazione indigena ha prima obbligato il governo a traslocare dalla capitale Quito a Guayaquil, e poi lo ha indotto a eliminare il decreto incriminato e a ridiscutere gli accordi con il FMI.

La vittoria appartiene soltanto agli indigeni, ma il governo l’ha festeggiata come positiva e addirittura il FMI l’ha definita “salutare”. Perché anche questa è la cifra dei nostri tempi: raccontare le cose come conviene, se necessario falsando la realtà, per apparire sempre vincenti.

La vicenda ecuadoriana può apparire marginale, ma insegna che a essere potenti non sono soltanto gli Stati dotati di forti eserciti, quelli impegnati nel nuovo Risiko. Possono esserlo anche i cittadini organizzati. Gli indigeni che hanno piegato governo e FMI non avevano a disposizione carri armati, ma tanta determinazione. Una forza che ancora può fare la differenza.

 

Quale sia il punto di rottura di una società e quale sbocchi possano avere le rivolte spontanee non è chiaro. Nel senso che non è mai il detonatore della protesta, di solito una misura antipopolare, ciò che spiega la marea sotterranea che all’improvviso esce in superficie travolgendo la politica come sta succedendo in Libano, Ecuador o Cile. Situazioni diverse, ma con punti in comune che riguardano il rifiuto della corruzione, il rifiuto delle ricette belle e pronte degli organismi finanziari internazionali, il disconoscimento di classi politiche asservite agli interessi di pochi. Le odierne rivolte, per quanto spesso ad alta intensità di violenza, sono una disperata richiesta di democrazia. Non soltanto formale, anche perché si verificano in paesi dove si vota regolarmente, ma sostanziale. Se la liturgia democratica blocca piuttosto che spinge le riforme necessarie perché le maggioranze possano godere dei diritti economici, dei benefici della crescita economica, allora si scende in piazza per riappropriarsi del diritto a decidere.

Dopo la falsa illusione della fine della storia, anche la teoria delle società liquide è in crisi. Sempre più gente in diversi punti del pianeta torna a rischiare la propria pelle per dire basta, ma non è la classica rivolta dei dannati della terra dei tempi della decolonizzazione, è la protesta disperata dei precarizzati, degli impoveriti, di coloro che trovano sbarrato il loro futuro. Un mondo nel quale uno doveva valere uno, tutti uguali nel grande pentolone della globalizzazione, e che si scopre ora più classista e razzista di prima. Non convincono ormai più le pubblicità seducenti che raffigurano un mondo di cittadini uguali davanti alla tecnologia e al futuro. Quel futuro è segnato se non si ritorna a immaginarlo diversamente e ad agire di conseguenza. Ogni protesta ha matrici diverse e sbocchi diversi, prendono più forza dove dietro c’è un’organizzazione sociale in grado di negoziare e di rappresentarla. È più caotica dove non vi sono istanze pronte a guidare e incanalarla. Ma questo alla fine non è un limite, come si sta vedendo, perché la stessa forza dirompente dei cittadini parla a un potere che annaspa. Nel copione del XXI secolo non c’era la stagione che si sta aprendo. Che sicuramente sarà fucina di nuove formazioni politiche e di ribaltoni futuri. Nemmeno i grandi dell’economia mondiale sanno bene cosa dire, esaurito il repertorio della comprensione, a parole, delle cause che portano la gente in piazza. Il tempo delle parole che e delle buone intenzioni si sta esaurendo velocemente. Sia quando si parla di ambiente sia quando si parla di diseguaglianza. Ormai suonano totalmente stonati i grandi proclami sulla sostenibilità e la lotta alla povertà. Oggi si sta svegliando un mondo che non ha più tempo per le parole, vuole fatti concreti. E se la politica tradizionale non li produce allora si torna a fare politica dal basso, anche scontando violenza e caos. Si torna a rischiare in proprio, si spengono gli schermi del mondo virtuale e si torna a lottare per cambiare quello reale. Non sarà una passeggiata, ma nemmeno un passaggio effimero. Questa protesta anti-sistema, che però non si pone come obiettivo abbatterlo ma riformarlo profondamente, ha le gambe lunghe. E quando i Piñera, i Moreno, gli Hariri, i fondo-monetaristi riconoscono di avere sbagliato, chiedono scusa, hanno già perso.

 

L’informazione moderna spesso ignora i collegamenti tra eventi apparentemente distanti e diversi. Per questo i fatti dell’estate del 2019 sono stati di difficile lettura. Parliamo dell’effetto domino determinato lo scorso mese di maggio dalla decisione unilaterale di Donald Trump di applicare dazi alle merci cinesi. Al netto delle ragioni statunitensi sullo sbilanciamento ai loro danni dello scambio commerciale tra le due potenze, la sottomissione della Cina al volere dell’inquilino della Casa Bianca non si è verificata, smentendo Trump. La Cina, con il suo modo di agire diplomatico e senza spettacolarizzazioni, ha invece replicato da una parte abbassando ulteriormente il valore della propria moneta e rendendo quindi meno caro l’import di merci cinesi, e d’altro canto con ritorsioni dirette, concentrate soprattutto sull’export agricolo USA. Per quanto la Cina rimanga al momento il terzo acquirente di materie prime agricole statunitensi, nel 2018 ha dimezzato il valore delle importazioni rispetto all’anno precedente, scendendo a 9 miliardi di dollari, e per il 2019 si prevede l’azzeramento degli acquisti. La Cina comprava dagli USA soprattutto soia transgenica per alimentazione animale, carni suine e latticini. Il crollo dell’export verso il Paese asiatico è un duro colpo per il settore agricolo a stelle e strisce, che le abbondanti sovvenzioni erogate da Washington non riescono ad attutire.

A questa notizia si collega la vicenda amazzonica, con gli oltre 8.000 incendi, tutti dolosi, che quest’estate hanno devastato migliaia di chilometri quadrati di foresta. Il collegamento è semplice: la Cina deve ora aumentare esponenzialmente gli acquisti di soia in Brasile e in Argentina, per compensare i mancati acquisti negli Stati Uniti. Se a questa domanda si aggiunge un presidente come Jair Bolsonaro, che non vedeva l’ora di sfruttare l’Amazzonia brasiliana in senso produttivo, il rogo è servito.

Ma l’incendio estivo dell’Amazzonia ha riaperto un altro tavolo, quello dell’Unione Europea che aveva appena firmato un accordo di libero scambio con il Mercosur, quindi con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Un accordo le cui trattative si erano trascinate per oltre vent’anni, perché le lobby agricole dei grandi produttori europei, soprattutto Francia e Polonia, hanno sempre fatto pressioni affinché non si arrivasse alla firma. Cosa temono i produttori europei, fermo restando che i prodotti agricoli del Mercosur sono già sul nostro mercato da anni? L’abolizione dei dazi e quindi la perdita del differenziale dei prezzi artificiosamente favorevoli su carne, grano, frutta e vino europei. Irlanda e Austria hanno già dato indicazione negativa alla ratifica, e i roghi amazzonici sono stati l’alibi dei politici che avevano sottoscritto l’accordo, come Emmanuel Macron e Angela Merkel, per minacciarne la sospensione. Anche la grande lobby agricola europea, foraggiata da decenni di aiuti comunitari, ha strategicamente deciso di anteporre alle proprie ragioni di parte la critica agli accordi con quei Paesi che distruggono l’ecosistema e sfruttano la manodopera. Si appropriano quindi delle parole d’ordine dei movimenti che chiedono legittimamente che gli accordi di libero scambio avvengano con altre modalità e garanzie per lavoratori e consumatori per tutelare invece i loro interessi di parte.

Ed ecco dunque l’effetto domino: Trump che colpisce i cinesi, i cinesi che non comprano più grano negli Usa, il Brasile che si “attrezza” per aumentare la sua offerta agricola e l’opinione pubblica europea che viene usata come paravento dal grande agrobusiness continentale. Un intreccio che dimostra quanto il mondo sia ormai interconnesso e non consenta soluzioni individuali ai grandi temi dell’ambiente e della sicurezza alimentare. Ma anche come l’opinione pubblica possa essere facilmente strumentalizzata per tutelare i grandi interessi.

 

Le rivelazioni del sito di giornalismo investigativo The Intercept sui messaggi che si erano scambiati via Telegram il giudice Sérgio Moro, oggi ministro della Giustizia del governo Bolsonaro in Brasile, e il pubblico ministero Deltan Dallagnol, che ha guidato il team investigativo dell’inchiesta “Lava Jato” sul conto dell’ex presidente Inácio da Silva Lula hanno dato sostanza ai sospetti che si addensavano sulla tormentata vicenda. I messaggi sarebbero la prova del fatto che in Brasile c’è stato qualcosa che ricorda i golpe degli anni ‘70. Quando si parla di golpe bisogna essere molto cauti, si tratta di un concetto che però oggi andrebbe aggiornato. Il colpo di stato è un’anomalia in paesi formalmente democratici nei quali, davanti alla rottura di equilibri di potere, intervengono i militari in rappresentanza degli interessi offesi per rimettere a posto le cose. Questo lo schema classico degli anni ‘70. Ma ciò che sta venendo alla luce in Brasile indica nuove modalità di ingerenza altrettanto efficaci. La condanna di Lula a 12 anni di reclusione per corruzione passiva e riciclaggio era stata criticata da giuristi di tutto il mondo. Questo perché non sono mai state trovate prove che confermassero l’ipotesi investigativa. L’unico elemento presso in considerazione per condannare Lula sono state le dichiarazioni di un pentito, Léo Pinheiro, che in cambio ha avuto un forte sconto di pena. Sulla base di questa dubbia “prova”, senza altri riscontri, in nessun Paese democratico sarebbe stata possibile una condanna al carcere. Ma in Brasile, dove più volte in questi anni si è praticamente uscito dalla legalità, tanto è bastato per la condanna in primo grado e per la conferma da parte della Suprema Corte.

Nei giorni scorsi papa Francesco, rivolgendosi ai giudici che partecipavano in Vaticano a un vertice panamericano sui diritti sociali, ha denunciato il cosiddetto lawfare, ossia l’uso illegittimo del diritto con l’intento di danneggiare un avversario, arma spesso usata per minare processi sociali e politici emergenti. Secondo il papa, queste pratiche derivano da una combinazione di attività giudiziarie improprie e operazioni multimediali parallele. Il suo discorso ha anticipato di poco l’uscita della notizia sulle irregolarità della giustizia brasiliana nel caso Lula. Ma il problema, ovviamente, non riguarda solo il Brasile. Il lawfare sarebbe la nuova frontiera del golpe, un mix di indebite ingerenze della Magistratura sostenute da un fitto fuoco mediatico.

Molto si è scritto in questi ultimi anni sui cambiamenti in corso nella politica da quando è divenuto possibile creare o distruggere il consenso attraverso l’uso spregiudicato (e spesso illegale) dei nuovi media, in particolare diffondendo notizie false. Poco, invece, si è ragionato sull’uso spericolato delle inchieste giudiziarie per abbattere o consacrare politici, anche con un tornaconto personale da parte dei giudici, come nel caso del brasiliano Moro. L’imparzialità e la terzietà della Giustizia sono un pilastro dei sistemi democratici, ma spesso restano tali solo sulla carta. Questo accade soprattutto in Paesi dove la democrazia è fragile e ostaggio dei poteri forti. Quel che è certo, nel caso brasiliano, è che se Lula non fosse stato vittima di atti illegittimi da parte degli inquirenti, coperti e aizzati dai grandi gruppi editoriali, la storia politica del Paese avrebbe potuto avere un segno diverso.

Aldilà del nome che si voglia adoperare, il Brasile è stato vittima di un golpe in piena regola.

 

I fatti del Venezuela sono stati analizzati in ogni dettaglio praticamente da tutta la stampa internazionale. Per buona parte dei commentatori si tratta di una situazione spiegabile con le pesanti ingerenze delle potenze globali, in un Paese eterodiretto come se la Guerra Fredda non fosse mai finita. Per altri si tratta dell’ennesimo ritorno al passato in un continente che ha il copyright del termine golpe. Altri ancora sostengono che si tratta dell’ennesima puntata della guerra per il possesso del petrolio. In Venezuela c’è un po’ di tutto questo, ma c’è anche molto di più.

Anzitutto il Venezuela non è un Paese povero. O meglio, non lo era mai stato fino a poco tempo fa. In secondo luogo, è stato l’unico Paese sudamericano a sfuggire alle dittature militari degli anni ’70. E ancora, è stato il primo grande Paese occidentale nel quale si è verificato il crollo della politica tradizionale, quella basata sui pilastri democristiano e socialdemocratico, sepolta dai moti di piazza del caracazo del 1989 che costarono la vita a un numero imprecisato di civili, forse 4000, e aprirono la strada alla vittoria di un militare nazionalista e dichiaratamente di sinistra: Hugo Chávez, che divenne popolare per aver respinto l’ordine di sparare sulla folla. Il Venezuela bolivariano di Chávez, al potere dal 1999, fu un giocatore regionale di tutto rispetto sullo scenario degli anni 2000. Ebbe un ruolo importante nell’Opec, nel Mercosur e nell’affondamento dell’Alca, l’area di libero commercio delle Americhe voluta da George Bush. Tutti capisaldi storici di una stagione di profonde riforme economiche e sociali che cambiarono volto al Paese.

Quelle riforme furono conquistate in democrazia, perché in Venezuela non c’era mai stata una rivoluzione nel senso classico del termine. Aver dimenticato questo dato fondamentale, soprattutto dopo la scomparsa di Chávez, ha portato alla progressiva forzatura delle regole democratiche al fine di perpetuare un’esperienza che era nata dalle urne. Il contrario della storia sandinista in Nicaragua, Paese in cui la rivoluzione fu fatta con le armi e dove il governo rivoluzionario se ne andò in buon ordine dopo aver perso regolari elezioni.

L’opposizione venezuelana non ha mai contribuito a creare un clima di normalità nei rapporti con il governo, come si dovrebbe fare in democrazia. Anzi, pur essendo certificato il sostegno democratico a Chávez e al primo Maduro, la maggioranza dell’opposizione ha sempre considerato il governo una dittatura e i governanti degli usurpatori. Una “dittatura”, però, in cui l’opposizione poteva fare liberamente politica, e vincere anche le elezioni legislative del 2015. Una “dittatura comunista” che aveva come primo cliente gli Stati Uniti e non ha mai toccato le proprietà dei ricchi.

Ma anche questo ora è storia. Negli ultimi due anni la situazione è cambiata di nuovo, con arresti di oppositori, proclami golpisti, violenza dilagante e soprattutto un popolo sfiancato dalla miseria prodotta da scelte sbagliate. Quella venezuelana è insomma la crisi di un Paese che, dopo aver superato la transizione dalla prima alla seconda repubblica, è rimasto di nuovo intrappolato nell’incapacità della sua classe politica. Con l’aggravante della calata in massa di potenze globali e regionali che si contendono le sue spoglie. Nel 2015, dopo la vittoria delle opposizioni alle legislative, sarebbe stato doveroso aprire un dialogo tra le parti per trovare una modalità di coabitazione, ma i reciproci radicalismi, alimentati dai “soci” stranieri, hanno fatto fallire tutti i tentativi. Oggi, pur con tutta la comunità internazionale che a parole si dice preoccupata, il Venezuela è paradossalmente solo. È solo in mezzo a un collasso economico e sociale drammatico, e nemmeno il petrolio basterà a risollevarlo per molto tempo. Mentre gli sciacalli si accaniscono sulle sue spoglie, un popolo soffre, fugge o si arrangia come può, senza fare più caso alle partigianerie ideologiche, che difficilmente moltiplicano il pane.

 

Pochi giorni fa una sentenza della Federal Court di San Francisco ha stabilito che la Bayer dovrà versare 80 milioni di dollari di risarcimento al coltivatore Andrew Herdeman, ammalatosi di cancro in seguito alla sua esposizione al diserbante Roundup, a base di glifosato. Il verdetto è destinato a riaprire il dossier sull’agricoltura OGM. La molecola del glifosato fu scoperta nel 1950, ma soltanto negli anni ’70 la multinazionale statunitense Monsanto cominciò a commercializzarla facendone la molecola fondamentale del Roundup, che divenne l’erbicida principe a livello mondiale. Soprattutto da quando il brevetto Monsanto è scaduto e anche altre aziende hanno cominciato a produrlo. Secondo studi indipendenti, le vendite mondiali del prodotto superano ormai le 800.000 tonnellate all’anno, per un valore di oltre 8 miliardi di dollari.

In Europa, il glifosato si commercializza non soltanto per uso agricolo ma anche come diserbante per giardini. Tuttavia il 49% di questo erbicida, classificato due anni fa dall’Agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità come “probabilmente cancerogeno”, viene utilizzato per irrorare i campi coltivati con sementi OGM. Questo perché le varietà geneticamente modificate, soprattutto la soia, vengono “progettate” in laboratorio per resistere al glifosato anche quando le piante sono già sviluppate. Ne deriva un uso dissennato del diserbante, praticamente durante tutto il ciclo vitale della pianta, con irrorazioni non solo manuali ma anche da aerei: in questo modo il diserbante viene sparso su superfici più vaste di quelle coltivate.

In Argentina, dove la soia OGM occupa ormai oltre il 60% delle superfici agricole, una legge di pochi anni fa vieta di spargere glifosato dal cielo a meno di 500 metri dai centri abitati. Una distanza ridicola per le fumigazione aeree, soprattutto in regioni ventose, come spesso accade in Argentina. I danni peggiori da glifosato vengono però dalla contaminazione delle falde acquifere. La presenza dell’erbicida viene rilevata in tutti gli acquedotti, con concentrazioni altissime nelle aree rurali, e nelle regioni in cui si usa intensivamente il glifosato gli studi non lasciano dubbi sulla maggior incidenza di tumori. Nella UE, la Commissione Europea continua a tentennare quando si tratta di vietarne l’uso.

Al netto della disputa scientifica sulla pericolosità del glifosato, la questione è anche politica. Il glifosato è indispensabile per l’agricoltura transgenica, e l’agricoltura transgenica è un’agricoltura senza contadini e senza biodiversità. Il modello OGM prevede infatti la coltivazione di una sola varietà per ogni specie, ha bisogno di vaste superfici da coltivare in modo intensivo e meccanizzato, richiede un abbondante uso di chimica e ingenti capitali per finanziare il ciclo produttivo. Già oggi l’agricoltura OGM produce derrate per il mercato alimentare e per l’allevamento e lo fa consumando gigantesche quantità di diserbanti, pesticidi e petrolio, con forti ricadute sull’ambiente e contribuendo al cambiamento climatico.

L’agricoltura OGM rende più poveri i terreni ed elimina la piccola e media produzione, mettendo così a rischio la sicurezza alimentare. Per questo motivo è sbagliato continuare la disputa scientifica sulla nocività degli OGM per l’organismo umano, finora mai dimostrata: sembra invece il caso di puntare sulla reale convenienza del modello OGM, soprattutto a lungo termine. L’agricoltura OGM non ha lo scopo di migliorare le condizioni dei più poveri, come auspicano gli scienziati favorevoli a questo modello, ma finisce solo con l’aumentare i profitti dell’agricoltura industriale, senza preoccuparsi del futuro dei terreni né della diversità agricola. L’agricoltura OGM è un’agricoltura senza agricoltori. E già solo questo dovrebbe fare riflettere.

 

 

Marzo è un mese funesto per la storia sudamericana. Il 24 marzo cade l’anniversario del golpe di Jorge Videla in Argentina: oggi è diventato il Giorno della Memoria per la verità e la giustizia, in onore delle vittime dei militari. Il 31 marzo è il giorno in cui fu compiuto il colpo di Stato brasiliano che segnò l’inizio di un ventennio di dittature militari. In Argentina il Giorno della Memoria non si tocca, almeno per ora, ma in Brasile il presidente Jair Bolsonaro ha per la prima volta autorizzato a ricordare in chiave celebrativa i fatti del 31 marzo 1964.

Per i Paesi sudamericani i colpi di Stato furono momenti drammatici: la frattura dell’ordine democratico portò a macroscopiche violazioni dei diritti umani. Eppure, a distanza di qualche decennio, la valenza negativa di quella stagione di dittature comincia a sfumare, probabilmente perché gran parte della popolazione sudamericana attuale è nata in tempo di democrazia, o comunque dopo le fasi più tragiche delle dittature. Ci si ricorda soltanto dell’“ordine” che i militari avevano imposto nella vita pubblica. Questa rimozione, o meglio questo fenomeno di memoria selettiva, si manifesta indipendentemente dalle caratteristiche politiche dei diversi regimi che – al di là del comune piano repressivo – avevano diverse visioni dell’economia e dello Stato. Ci furono dittature ultra-liberiste come quelle di Pinochet e Videla, ma anche governi militari nazionalisti, come quelli peruviani, boliviani e brasiliani. In Brasile, in particolare, la dittatura militare aveva una visione economico-politica che puntava a fare del Paese una potenza industriale regionale, con una forte partecipazione dello Stato nella gestione dei settori strategici. In politica estera i dittatori erano tutti alleati degli Stati Uniti in funzione anticomunista, ma anche sul piano internazionale si distinguevano progetti più o meno “sovranisti”.

Nel governo Bolsonaro siedono diversi esponenti provenienti dalle forze armate, alcuni in ruoli-chiave: addirittura alla vicepresidenza del Paese siede il generale Hamilton Mourão, erede politico dei militari che gestirono il potere per 20 anni. Ma si tratta di un’eredità parziale: la nostalgia per la dittatura che aleggia in Brasile riguarda solo gli aspetti repressivi, non sicuramente quelli programmatici. Le scelte di Bolsonaro non hanno nulla a che fare con le politiche economiche degli anni ’60: piuttosto, sono imparentate con la scuola di Chicago, dalla quale proviene il ministro dell’economia Paulo Guedes.

Gli elettori hanno votato Bolsonaro per la sua promessa di pugno di ferro, per la proposta di liberalizzare il possesso di armi per l’autodifesa. Ma non gradiscono certo il taglio delle pensioni e del welfare, né la privatizzazione delle risorse petrolifere. È questa la magia compiuta dalla comunicazione dei presidenti cosiddetti “anomali” ascesi al potere negli ultimi anni: con un sapiente uso dei social media hanno calcato la mano sulle proposte choc in materia di sicurezza, oscurando in questo modo tutti gli altri piani sociali ed economici. Questo non è accaduto solo in Sudamerica. La campagna martellante di Trump contro l’immigrazione e per la costruzione del muro al confine con il Messico ha oscurato presso l’opinione pubblica la più profonda riforma fiscale compiuta negli ultimi anni a favore delle grandi corporation e dei segmenti più ricchi della società. In Ungheria, la politica di “zero immigrazione” portata avanti da Viktor Orbán ha avuto come corollario una riforma del lavoro che impone straordinari obbligatori ai lavoratori, i quali però potranno incassare il compenso con tre anni di ritardo.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima: i politici che lisciano il pelo ai popoli, creando l’illusione che per avere qualcosa sia sufficiente volerla, hanno sempre finito per imporre politiche da lacrime e sangue. Nel frattempo si erode la democrazia, si calpesta la libertà di stampa, si alimenta la guerra tra i poveri. Questo schema, semplice ed efficace, è agevolato dal ruolo dei social media. Un tempo i populismi dovevano riempire le piazze: ora basta riempire il web di tweet, l’effetto è lo stesso. La democrazia oggi appare fragile più che mai, non può sopportare scossoni troppo forti, ma ha ancora il pregio di tutelare tutti. E permette di produrre cambiamenti anche profondi, raccogliendo consenso nel rispetto delle regole del gioco. Per sua natura, la democrazia ha bisogno di tempo: chi promette tutto e subito ha in mente un progetto autoritario. E di sicuro non farà gli interessi di quel popolo che pure lo acclama.

 

Nell’articolo pubblicato da Pino Arlacchi sul Manifesto lo scorso 27 febbraio 2019 dal titolo “Vi spiego il grande imbroglio della crisi in Venezuela, tra Wall Street e petrolio” ci sono diversi imbrogli. Imbrogli di natura ideologica, con affermazioni senza riscontro, e imbrogli usando dati non contestualizzati o relativi a periodi precedenti alla crisi venezuelana.

Arlacchi afferma che le responsabilità vanno cercate “nelle barbare sanzioni americane contro Il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018”. Intendendo che si tratti di sanzioni simili a quelle applicate per decenni contro Cuba, che colpivano gli interessi dello Stato cubano tutto. L’embargo Usa a Cuba prevedeva forti sanzioni contro le imprese statunitensi che avessero relazioni con l’isola, mentre qualsiasi impresa straniera che avesse relazioni con Cuba poteva essere colpita nei suoi interessi negli Stati Uniti.  Nel caso venezuelano invece, si è trattato, fino al febbraio 2019, di sanzioni ad personam, cioè contro persone del vertice del governo o delle imprese statali venezuelane per quanto riguarda i visti per entrare negli USA e i loro attivi (conti correnti, proprietà) negli Stati Uniti. Non contro imprese Usa presenti in Venezuela, ne venezuelane del settore energetico che operano in territorio statunitense.

Il 9 marzo 2015 il governo Obama colpisce 7 funzionari, tra i quali il capo dei servizi di intelligence Gustavo Gonzalez Lopez. Il 19 maggio 2017 vengono colpiti con lo stesso tipo di sanzioni i sette membri della Sala Costituzionale perché avrebbero usurpato i poteri dell’Assemblea Nazionale. Il 31 luglio 2017 viene colpito personalmente Nicolas Maduro. Il 9 agosto 2017 i funzionari dell’Assemblea Costituente che aveva preso i poteri dell’assemblea Nazionale. Il 19 marzo 2018, governo Trump, viene vietato ai cittadini statunitensi di operare con le monete virtuali venezuelane, il petro. Il 18 maggio 2018 viene colpito Diosdado Cabello (insieme a sua moglie e a suo fratello). Il 25 settembre 2018 viene colpita la moglie di Maduro, Cilia Flores, Delcy Rodriguez, Padrino Lopez e altri funzionari del governo. Il 1 novembre 2018 viene vietato esportare oro in Venezuela dagli Stati Uniti. L’8 gennaio ancora sanzioni ad personam contro sette personalità del governo e contro 23 entità affini al governo tra le quali Globovision. Il 28 gennaio 2019 infine, vengono cancellati gli ordini d’acquisto statunitense di petrolio di PDVSA e viene ceduto il controllo dei conti correnti dell’impresa petrolifera e della sua filiale negli stati Uniti CITGO al governo provvisorio di Juan Guaidò. Soltanto queste ultime, del 2019, si possono considerare sanzioni contro il Venezuela, anche se relative al riconoscimento di un governo alternativo

Come si può facilmente dedurre da questo elenco, gli Stati Uniti, a differenza del caso cubano, non hanno mai voluto colpire lo Stato venezuelano ma singole persone fisiche. Tra l’altro, nel caso le stesse avessero “attivi” negli Usa o possedessero un visto d’ingresso. Strane sanzioni contro un paese formalmente membro della “troika del male”, perché ovviamente molti dei colpiti avevano infatti sia soldi che proprietà in Nord America e si recavano frequentemente negli Stati Uniti. Per chiudere questo punto, le sanzioni non hanno impedito al Venezuela, fino al gennaio 2018, di continuare ad avere gli Stati Uniti come principale cliente per il suo petrolio e come principale importatore di beni di consumo e  New York come principale piazza per emettere debito.

Sul capitolo indicatori, vengono riportati nell’articolo indicatori risalenti agli anni d’oro di Hugo Chavez, in un periodo di ciclo positivo economico per l’economia sudamericana e con il petrolio sopra i 110 dollari al barile. Gli indicatori che in quegli anni portarono a un abbassamento della povertà dal 40% al 7%, se considerati oggi dicono che la povertà è risalita al 73% con il 49% in estrema povertà (dati ONU), lo stesso si dica della malnutrizione dal 21% al 5% , ma oggi tornata al 19%.

Secondo Arlacchi, che non cita le fonti, “tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria contro il Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo PIL, cioè tra 245 e 350 miliardi. Senza le sanzioni, l’economia venezuelana si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina”. Oltre alla fantasia su cifre che superano il PIL, e che quindi non possono essere realistiche né collegate alle sanzioni prima enumerate, la crescita dell’Argentina tra il 2013 e il 2017 è stata negativa. Non solo si parla senza sapere cosa si dice di un paese, ma addirittura di due.

Si scrive ancora di uno stato “poco indebitato”. Così era ai tempi di Chavez, oggi il Venezuela, secondo diverse stime, ha un debito estero di oltre 175 miliardi di dollari, di cui 66 miliardi in mano alla Cina. A dimostrazione di quale fosse il boicottaggio della finanza di Wall Street al Venezuela, il 40% del debito è in mano a Goldman Sachs e a Blackrock credit, entrambi colossi statunitensi che continuarono a finanziare il Venezuela fino alla fine del 2017.

Lo svarione più macroscopico dell’articolo però riguarda l’inflazione. Secondo Arlacchi, “durante il 2018 si sviluppa in Venezuela una crisi umanitaria interamente indotta, che si accompagna a un’iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi fondamentali nell’economia”.  I dati della World Bank dicono che nel 2015 si registrava già un processo inflazionario grave, del 180% su base annua, nel 2016 si arrivava al 274%, nel 2017 al 2616% quindi iperinflazione, nel 2018 al 1.698.488% e per il 2019 si prevede il 2.295.000%. Se per Arlacchi, il 2.615% del 2017 non era già iperinflazione allora i conti tornano.

La conclusione è che la crisi umanitaria nella quale è precipitato il Venezuela è dovuta fondamentalmente alla caduta del prezzo del petrolio, al ciclo economico sfavorevole, alla corruzione dilagante, all’emissione di moneta senza freni, alla mancanza cronica di investimenti negli impianti estrattivi o nelle centrali idroelettriche.

Il Venezuela è un paese che subisce ingerenze straniere? Molte e da anni. Dagli Stati Uniti anzitutto, che non va dimenticato, sostennero un fallimentare colpo di Stato contro Hugo Chavez nel 2002. Da Cuba, che controlla gli apparati della sicurezza dello Stato, dalla Cina, che “guida” l’economia di guerra venezuelana scambiando debito per petrolio, dalla Russia che ha una pedina geopolitica in Sud America e fornisce l’intero arsenale dell’esercito venezuelano. Mosca è ora sede per l’Europa delle imprese venezuelane controllandone gli attivi.

I dati ACNUR raccontano un paese dal quale in tre anni sono fuggiti 3,4 milioni di cittadini, oltre il 10% della popolazione, e che in prospettiva saranno 5 milioni, il 18% della popolazione. Si tratta de “il più grande flusso di profughi nella storia contemporanea latinoamericana in così poco tempo”. Un dato che non viene menzionato nell’articolo e che racconta invece il fallimento di un modello che tra le tante colpe sicuramente ha avuto quella di non sapere adeguare l’economia nazionale al ciclo economico sfavorevole emettendo moneta senza controllo, svendendo il greggio e indebitandosi al punto di perdere la sua sovranità, un caposaldo di Chavez, rispetto ai “volenterosi” che aiutano il paese agonizzante.  Ma soprattutto, la responsabilità di avere aggiunto alla crisi economica una crisi politica senza precedenti dando vita a un parlamento parallelo “di fiducia” per potere perpetuarsi e considerato l’opposizione come “terrorista”. Non è che le cose potrebbero cambiare nel breve e forse nel medio periodo nel caso cambi regime, ma l’agonia del Venezuela va fermata e sono i venezuelani a doverla fermare. Senza ingerenze di figuri quali Bolsonaro o Trump, senza la “mano amica” di Russia, Cuba o Cina.

Come nel 1989, quando il caracazo segnò la fine della vecchia repubblica aprendo la strada al bolivarismo, oggi il Venezuela è alla vigilia di un nuovo cambiamento, che dovrà maturare però in Venezuela e non a Washington, Pechino o Mosca. Come allora, il paese soffre il suo destino di ricco gigante petrolifero anche se quella ricchezza è anche la sua maledizione.