Inesorabilmente, e neanche tanto lentamente, stiamo vedendo sfumare la più grande foresta primaria al mondo. L’Amazzonia, gigantesco ecosistema di 6 milioni di chilometri quadrati distribuiti in 9 Stati, è vicina al punto di non ritorno: secondo le principali associazioni ambientaliste, ormai il 40% del cuore verde del Sudamerica è diventato savana e non tornerà più a essere foresta. Le decisioni politiche del Brasile, Paese che ne possiede il 65%, hanno un peso notevole, per quanto da sole non siano decisive. Per il governo di Jair Bolsonaro, l’Amazzonia è soltanto una grande risorsa da sfruttare: distribuendone le terre agli amici, permettendo l’espansione violenta dei latifondisti, assediando le aree indigene e sabotando la conservazione delle aree protette. Pochi mesi fa il ministro dell’Ambiente brasiliano, Ricardo Salles, è stato registrato nel corso di un consiglio dei Ministri mentre suggeriva di approfittare della pandemia per allentare la legislazione ambientale.

Il problema non è solo il Brasile: anche gli altri Stati amazzonici fanno la loro parte. In Bolivia, durante il governo di Evo Morales furono diversi i conflitti con le etnie amazzoniche per via dell’apertura di strade nella foresta. In Perù sono stati ridimensionati i parchi naturali e in Ecuador continuano le estrazioni petrolifere inquinanti. In Colombia infine, terminata la guerra civile, l’Amazzonia è stata progressivamente conquistata dagli allevatori e dai narcos.

Ma in realtà l’Amazzonia brucia per noi, o meglio, per via del nostro modello di consumo. I motori della distruzione delle foreste pluviali si sono accesi ormai 40 anni fa, quando si cominciò a estrarre minerale di ferro per l’industria dell’auto e ad abbattere grandi quantità di alberi per vendere legnami pregiati e fare spazio all’allevamento di bovini, destinati all’industria del fast food. Poi arrivarono i cercatori d’oro e le grandi dighe idroelettriche finanziate dalla Banca Mondiale. L’Amazzonia diventava sempre più un grande supermarket di materie prime pregiate e di sconfinati terreni da destinare alle coltivazioni. Le condizioni erano perfette per l’introduzione del legume più coltivato al mondo, la soia, nella sua variante OGM.

Anche il cambiamento climatico ha fatto la sua parte, aumentando l’intensità e la capacità distruttrice degli incendi, specie di quelli appiccati intenzionalmente, quando le condizioni sono più favorevoli al propagarsi delle fiamme. Così l’alleanza tra cambiamento climatico e agricoltori ha scritto le ultime drammatiche pagine: per coltivare più soia si brucia sempre più foresta, e gli incendi potenziano il cambiamento climatico liberando enormi quantità di CO2. È un circolo vizioso dal quale pare non esserci via di uscita.

Nel frattempo noi mangiamo più carne bovina, e anche quando la carne è di animali allevati in Europa, il bestiame viene alimentato con soia e foraggi prodotti in Amazzonia. Continuiamo a usare legni pregiati da taglio illegale perché, anche se ormai il legname importato deve essere certificato, si riesce lo stesso a trasformare la foresta in parquet aggirando la legge. Come scrive papa Francesco nell’esortazione Querida Amazonia: «L’equilibrio planetario dipende anche dalla salute dell’Amazzonia. […] Il  grido  che  l’Amazzonia  eleva  al  Creatore  è simile al grido del popolo di Dio in Egitto. È un grido di schiavitù e di abbandono, che invoca la libertà». Ed è vero che «il grido dell’Amazzonia raggiunge tutti»: perché l’Amazzonia non è solo il polmone del nostro pianeta, ma è anche il simbolo, lo specchio nel quale guardarci per vedere riflesso ciò che siamo diventati come società globale, e a quale prezzo. Vedere bruciare l’Amazzonia dovrebbe essere un monito per tutti, ma purtroppo non lo è.

Negli ultimi 40 anni il problema del debito pubblico, con poche eccezioni, ha sempre riguardato i Paesi del Sud del mondo o dell’Est europeo. Si generavano bolle che quando scoppiavano, come accaduto nei casi del Messico, dell’Indonesia, dell’Argentina o della Russia, creavano crisi più o meno gravi a livello globale, che comunque si “risolvevano” con una ricetta pronta all’uso, regolarmente fornita dal Fondo Monetario Internazionale: la tanto temuta “ristrutturazione del debito”. E cioè con tagli sostanziali al welfare, alle pensioni e all’educazione, evitando sempre di colpire le grandi ricchezze o il grande business perché dovevano essere il traino della ripresa. La conclusione di queste crisi è stata quasi sempre la stessa: economie che entravano in recessione e, con le politiche di austerità, si raffreddavano ulteriormente. I Paesi colpiti da quelle crisi sono riusciti a uscirne solo affidandosi a cicli economici favorevoli per l’esportazione delle loro commodities, in aggiunta ai tagli selvaggi ai danni della spesa pubblica.

Una situazione simile rischia di ripresentarsi in Africa, dove lo Zambia è entrato in default: è probabile che sia solo la prima manifestazione di un problema destinato a espandersi nella regione. La grande novità, però, è che oggi il problema del debito riguarda in maniera prepotente anche Paesi cosiddetti “centrali”, cioè quelli che, avendo il pacchetto di voti di maggioranza nel FMI, finora hanno determinato le ricette applicate agli altri. La marea di debiti pubblici e privati, cresciuti esponenzialmente durante la pandemia, equivale ormai a quattro volte il PIL mondiale. Numeri da capogiro che vedono il Giappone al primo posto, seguito tra i Paesi OCSE dalla Grecia e dall’Italia, tallonate da vicino dal Portogallo e dagli Stati Uniti. La Cina ha un debito pubblico-privato che a fine ottobre si è portato al 335% del PIL nazionale. Il famoso limite del rapporto tra PIL e debito pubblico del 60%, stabilito nel 1992 a Maastricht per i Paesi comunitari, nel 2020 è stato superato da quasi tutti i membri dell’Unione Europea, inclusa la virtuosa Germania. Ed è di queste settimane la polemica sulla proposta del presidente dell’Europarlamento di cancellare i debiti pubblici contratti dagli Stati per fare fronte all’emergenza Covid.

È di oltre 11mila miliardi di dollari il debito aggiuntivo bruciato dalla comunità internazionale per via del Covid. Una cifra enorme. E, visto che sulla ripartenza dell’economia non si hanno certezze, è inevitabile che si parli di ristrutturazione del debito. Tuttavia, da quando il problema ha colpito le economie forti, l’approccio sta cambiando velocemente: gli esperti dicono che, se si applicassero politiche di austerità, si strangolerebbe la ripartenza dell’economia. Eppure la ricetta dei tagli indiscriminati, finché la si applicava alle economie di Paesi africani o latinoamericani, veniva presentata come vincente malgrado ogni evidenza. E solo ora che il debito riguarda da vicino anche gli Stati occidentali la si mette in discussione.

Di fatto, anche il debito sta entrando a pieno titolo nella rosa di quei drammatici problemi che non possono essere risolti senza una concertazione internazionale, come quelli legati al cambiamento climatico o i conflitti bellici. È un altro allarme che suona in un mondo che, orfano del multilateralismo, si avviluppa su se stesso senza trovare via di uscita. L’ennesimo capitolo di un’agenda globale urgente e che ancora in molti fanno fatica ad assumere come prioritaria. La logica dominante è quella del “finché la barca va”, anche se si sta imbarcando sempre più acqua.

 

Questo il brano di un’intervista a Florencia Etcheves per l’introduzione della nuova guida Argentina per l’editore CLUP ancora fermo in tipografia a causa della pandemia. Sarebbe un peccato non diffondere il passaggio dove Florencia spiega la nascita del movimento femminista Ni Una Menos, di cui è stata co-fondatrice, in questa Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Una piaga antica che purtroppo si è aggravata in questi mesi di lockdown.   Alfredo Somoza   

 

Florencia Etcheves è una giornalista e scrittrice argentina. Dopo 25 anni di televisione, dove si occupava di attualità e cronaca nera vincendo diversi premi, debuttò come scrittrice di polizieschi, raggiungendo in breve un grande successo. Il suo primo romanzo, La virgen en tus ojos, è diventato recentemente un serial su Netflix e il suo romanzo Cornelia è appena uscito in Italia, edito da Marsilio, con il titolo Scomparsa. Ma Florencia Etcheves è anche una militante femminista ed è stata nel 2015 tra le fondatrici del movimento Ni Una Menos, che ha varcato le frontiere dell’Argentina per diventare un fenomeno mondiale.

Dopo tanti anni come giornalista televisiva specializzata in cronaca nera come è stato il passaggio al ruolo di scrittrice?

In realtà è successo tutto di colpo, io lavoravo da 25 anni in televisione e nel 2010 mi chiamarono dall’editrice Planeta per chiedermi se volevo scrivere un libro, raccontando una storia che mi avesse colpito nella mia carriera come giornalista. Io avevo già scritto con due colleghe due libri di inchiesta giornalistica, ma erano esclusivamente casi di cronaca poliziesca che avevano suscitato grande clamore. Quando mi proposero di scrivere da sola, non avevo in mente nessun caso che meritasse di essere approfondito, ma continuava a stuzzicarmi l’idea di provare qualcosa di nuovo. E così, senza vergogna, risposi al direttore della casa editrice: «ok, ma mi piacerebbe scrivere un romanzo poliziesco». Io stessa ero sorpresa dalle mie parole, soprattutto perché non avevo idea di cosa avrei potuto scrivere. Il direttore, vedendomi così convinta, mi risposi che andava bene, che si poteva provare con un romanzo. All’inizio ero spaventata perché mi chiedevo «e ora cosa faccio?», ma alla fine è diventato man mano il mio nuovo mestiere. Da quasi due anni è addirittura il mio lavoro quotidiano, perché ho lasciato la televisione. Il mio primo romanzo poliziesco si chiamò La virgen en tus ojos. La scrittura è diventata una passione che ha divorato la mia storia come giornalista, che resta però un periodo chiave nella mia formazione come donna e come scrittrice.

Ma tu non sei solo una scrittrice di successo, sei stata anche tra le fondatrici di un movimento di donne, Ni Una Menos, che è diventato movimento mondiale ed è arrivato anche in Italia. Com’è nato e quali erano i primi obiettivi?

Correva il 2015, io lavoravo ancora come giornalista e la situazione qui in Argentina era impressionante: ogni giorno trovavano donne assassinate, violentate, corpi abbandonati dentro sacchi della spazzatura… Noi giornaliste eravamo veramente sconvolte e a un certo punto una mia collega, Marcela Ojeda, scrive un tweet nel quale dice: «Donne, scrittrici, giornaliste, avvocatesse, non facciamo nulla? Ci stanno uccidendo». Appena ho letto quel tweet ho sentito che lo stava dicendo a me, mi sono sentita toccata. Ho risposto subito: «Mi viene in mente che donne influenti possono convocare una grande marcia. Non so se serve, ma darà visibilità». Avevamo un microfono in mano come giornaliste e non lo stavamo utilizzando. Siccome non urlavamo troppo forte, nel nostro paese continuava a riprodursi una situazione insostenibile. In molte ci siamo dette che dovevamo fare qualcosa. Iniziò tutto con un gruppo di WhatsApp, dove nacque l’idea di organizzare una manifestazione pubblica. Due mesi prima, c’era stata una lettura su temi di genere presso la Biblioteca Nazionale intitolata Ni Una Menos. Abbiamo contattato le organizzatrici perché si unissero a noi e ci consentissero di utilizzare quel nome, ricevendo un’entusiasta adesione. E così ci siamo lanciate nell’avventura di organizzare una piazza, convinte che saremmo state 30-40 pazze a manifestare, urlando consegne con un megafono. Ma le reti sociali avevano fatto crescere l’iniziativa e cominciarono a piovere adesioni da gruppi di femministe, sindacati, movimenti sociali, associazioni per i diritti umani. E ancora sportive, attrici, scrittrici, vip. A un certo punto abbiamo capito che sarebbe arrivata molta gente, ma mai avremmo immaginato di vedere le 200.000 persone che ci siamo trovati davanti. Quel 3 giugno 2015 ha provocato una rivoluzione nella vita di ciascuna di noi. Io quando parlo di questo ancora mi commuovo, è stato uno dei momenti più importanti della mia vita. Ero su quel palcoscenico, sentendo che qualcosa si era svegliato in me per non addormentarsi mai più.

Un movimento diventato mondiale, che ha dato visibilità alla questione di genere. Quali pensi siano ora le prospettive?

In realtà il movimento c’era, non abbiamo di certo inventato il femminismo noi. Grazie alla lotta delle donne di altre generazioni io oggi posso scrivere, guidare una macchina, posso viaggiare senza che mi accompagni mio marito, posso votare e posso essere anche candidata a Presidente della repubblica. Quello che sta succedendo ora in molti paesi è che ci si abbraccia alle conquiste ottenute perché non vengano cancellate. Perché noi donne abbiamo lottato tutta la vita per ottenere diritti, ma anche quando li otteniamo, dobbiamo continuare a lottare perché non ci vengano tolti. Come nel caso dell’aborto nei paesi dov’è legale, come Spagna o Italia, e ci sono movimenti retrogradi che vorrebbero cancellare questa conquista. In America latina le lotte per conquistare questo diritto, che ci viene ancora negato, sono sempre più importanti. Oggi non si ha più vergogna di chiederlo ed è diventato una bandiera per diversi movimenti. Stiamo tentando di riconsegnare questa pratica medica, che avviene sul corpo delle donne, alla sovranità delle donne stesse, che devono poter decidere liberamente. Ma il nostro movimento non è solo questo: stiamo lottando per ottenere la parità dei salari rispetto agli uomini, ma anche per la parità nella politica e nei luoghi dove si prendono decisioni. In Argentina, fa impressione come ora nessuna si vergogni di definirsi “femminista”, quando fino a poco tempo fa era meglio tenerlo per sé. Io sono molto orgogliosa che mia figlia, che ha 20 anni, non veda alternative all’essere femminista. Non capisce come non si possa esserlo. E tutto questo è successo in pochissimo tempo. Credo che la rivoluzione delle donne sia arrivata per restare e che questo sia il nostro secolo. Tutto ciò che otterremo ora non potranno più togliercelo, perché stiamo lottando perché le nostre figlie e le nostre nipoti siano finalmente libere.

(Alfredo Somoza per © ClupGuide)

 

Gli indigeni tainos di Quisqueya, l’isola caraibica oggi divisa tra la Republica Dominicana e Haitì, chiamavano batey  la piazza dei loro villaggi dove si ballava e si giocava a palla. Come questa parola che indicava un luogo di socialità sia diventata invece sinonimo di condanna sociale è difficile da capire. I bateyes, miseri villaggi di lamiera, sono oggi circa 400 in Repubblica Dominicana e ospitano i lavoratori haitiani, e i loro discendenti, che lavorano nelle piantagioni di canna da zucchero. Sono oltre 250mila persone che vedono negati i più elementari diritti, soprattutto se sono bambini o donne. Raul Zecca Castel, giovane antropologo italiano, conosce da anni questa realtà “nascosta” che ci ha già raccontato in articoli, libri e documentari. Nel suo ultimo libro “Mujeres, frammenti di vita dal cuore dei Caraibi” (edito da Arcoriris, Salerno, 14 euro, postfazione di Annalisa Melandri) già dalla prefazione si può intuire il significato del suo lavoro con la scelta di citare l’antropologa statunitense Laura Nader. La studiosa dell’Università di Berkeley nel 1969 incitava gli antropologi a cambiare lo sguardo classico della loro scienza “riflettendo di più sullo studio dei colonizzatori piuttosto che sui colonizzati, la cultura del potere piuttosto che la cultura dei deboli, la cultura del benessere piuttosto che la cultura dei poveri”. E questo perché “tutto ciò che direte sui soggetti marginali sarà usato contro di loro”. Per l’antropologia questo resta sempre un dibattito di attualità, dovendo scontare come scienza un passato di connivenza e familiarità con il colonialismo. Zecca Castel sceglie da che parte stare, ed è dalla parte dei “colonizzati”. E proprio nei bateyes della Republica Dominicana si sconta ancora un pezzo di quella storia di soprusi e violenze che segnarono la storia della prima globalizzazione dell’economia mondiale a partire dal XVI secolo. I lavoratori dei bateyes sono i discendenti degli schiavi portati dall’Africa per lavorare nelle piantagioni della canna da zucchero arrivata dall’Asia. Occuparono lo spazio demografico lasciato libero dalla scomparsa violenta degli indigeni e si moltiplicarono dando vita a una nuova cultura sincretica. Ma il futuro dei discendenti della rivoluzione che portò in Haiti alla prima repubblica senza schiavi della storia americana fu marchiato a fuoco sulla loro pelle. L’indipendenza, la cacciata dei coloni francesi, la libertà degli schiavi agli inizi dell’800 fu una provocazione al resto del mondo, soprattutto all’Europa impegnata nell’avventura coloniale che senza schiavi, o persone libere solo sulla carta, non funzionava. Haiti andava isolata e strangolata economicamente, non si poteva permettere che un gruppo di schiavi liberi gestisse un paese senza pagare un prezzo molto alto. Haiti, da colonia più redditizia della Francia, precipitò lentamente all’ultimo posto tra i paesi più poveri dell’emisfero Occidentale. I batey sono giacimenti di memoria di questo passato tragico e il lavoro di Raul Zecca Castel racconta in profondità, con la conoscenza di chi vi ha vissuto insieme agli intervistati, la visione al femminile dei rapporti all’interno del batey di Ciguapa. Anabel, Nora, Celestine, Liliane, Yvette, Flor, Arielle parlano della loro infanzia, del razzismo, dei figli, del lavoro, dei loro mariti, della stregoneria, della bachata e altro ancora. Parlano insomma delle loro vite e per questo il libro di Raul Zecca Castel è prezioso, perché da voce agli “scarti” della società globale, come direbbe Papa Francesco, perché fa diventare “storia” il racconto di un gruppo di donne, perché ci permette di “curiosare” e familiarizzare con un mondo dove non saremo mai entrati. Il racconto delle donne intervistate da Raul Zecca Castel è contemporaneo ed è antico allo stesso tempo. Ci dicono cose che ci sembrano familiari e altre partorite da vicende secolari ancora vive tra di loro e lontane anni luce dal nostro quotidiano.

Libri di divulgazione come questo, costruiti a partire da un rigoroso lavoro di ricerca sul campo, rendono ancora utile l’antropologia. Perché c’è bisogno di ascoltare altre voci, di capire cosa vuol dire cultura oggi. La omologazione prodotta dalla globalizzazione ci fa credere spesso che siamo “tutti sulla stessa barca”, ma poi leggendo libri come questo possiamo distinguere che effettivamente su alcune cose, come i gusti musicali o i consumi, le differenze sono minime, mentre sono gigantesche dal punto di vista dei diritti e delle possibilità di vivere degnamente. Il libro di Raul Zecca Castel è infine utile per svelare cosa si nasconde ancora dietro la produzione delle materie prime che consumiamo ogni giorno. Lo zucchero di canna è oggi un consumo “alternativo” rispetto a quello bianco di barbabietole. Si usa nei prodotti bio, è smart. Ma questa materia prima continua ad avere nel suo dna una storia lunghissima di sfruttamento, schiavismo e violenze che è solo mutata nel tempo e che ancora è presente, come raccontano le donne del batey Ciguapa. 

 

Tra gli effetti duraturi della pandemia c’è una significativa mutazione della globalizzazione iniziata negli anni ’90 del secolo scorso. Soprattutto, sta cambiando la configurazione delle piattaforme produttive dislocate in diversi Paesi e continenti. Dopo l’allarme suonato all’inizio della pandemia, quando si è “scoperto” che la stragrande maggioranza dei beni di consumo in ambito sanitario era prodotta in Cina, si è avviata una ristrutturazione che sta accorciando e regionalizzando le catene di valore. Cambiamenti analoghi stanno incidendo in profondità anche nelle filiere dell’aerospaziale e della difesa, dell’automotive e dei beni durevoli. Si torna ad esempio a produrre plastica e tessuti in grandi quantità, per far fronte alla necessità di “sostituire” l’export cinese e soddisfare le ingenti richieste di questi materiali.

Non si tratta di un trionfo dell’ideologia autarchica, bensì del logico risultato di una presa di coscienza: quella dell’importanza strategica di settori che nei decenni scorsi erano stati sottovalutati e totalmente delocalizzati, mentre oggi si rivelano prepotentemente di prima necessità. L’Unione Europea, che finora si era limitata a sovvenzionare fortemente la produzione agricola interna per garantire la sicurezza alimentare, concetto risalente al secondo dopoguerra, comincia a guardare con crescente interesse alla ricerca e alla produzione industriale, favorendo le catene produttive intra UE. Il nuovo obiettivo europeo è avere filiere produttive più corte, più controllabili, più omogenee e meno esposte al rischio non solo delle pandemie ma anche delle guerre commerciali: come quella tra Stati Uniti e Cina, che ha pesantemente penalizzato chi aveva investito in Cina per andare a vendere sul mercato americano. La Germania, la più importante potenza industriale europea, sta già indicando due priorità per le sue imprese: la prima è diversificare la presenza nel mondo, fino a oggi troppo concentrata solo in Cina; la seconda rinforzare le catene produttive europee assumendo un ruolo di leadership. Meno Asia e più Europa insomma.

Non bisogna confondere questo riposizionamento con un abbandono dei mercati mondiali. Probabilmente si continuerà ad andare in Cina o in Messico, ma sarà soprattutto per produrre per il mercato locale. Questa evoluzione è la conseguenza anche di un altro fattore poco considerato, il progressivo livellamento salariale a livello mondiale. Se lo stipendio di un operaio cinese negli anni ’90 era pari a 150 dollari USA, oggi ha superato i 500 dollari. Allo stesso modo i salari sono cresciuti nei Paesi dell’Est europeo e in Messico. Inoltre da qualche tempo stanno cambiando gli standard ambientali: se in passato molte aziende approfittavano della mancanza di leggi specifiche nei Paesi di delocalizzazione, oggi è più difficile trasferire all’estero lavorazioni inquinanti.

Nel complesso si va dunque verso meno delocalizzazione, più mercati locali e regionali, migliori standard ambientali e salariali. Visti così, i cambiamenti in corso potrebbero essere salutati come positivi. Ma questo è vero solo fino a un certo punto. Restano, infatti, grandi problemi irrisolti: come il dramma sociale della disuguaglianza (non solo all’interno dei singoli Paesi ma anche tra gli Stati), la perdita di posti di lavoro, dovuta sia alla crisi sia alla sostituzione crescente del lavoro umano con macchine e soluzioni artificiali, e l’emergenza ambientale mondiale, che richiede impegni globali. Il mondo e la natura del capitalismo globale stanno cambiando velocemente, ancor più di quanto si pensasse, e anche questo è un lascito della pandemia.

 

Dopo l’elezione di Kamala Harris a vicepresidente degli Stati Uniti, sui media si è riversata un’ondata di retorica che ha esaltato alcuni dati della sua biografia come se fossero qualificanti. Questo soprattutto in Europa, dove ancor oggi i termini “immigrato” e “nero” sono automaticamente associati una condizione di marginalità e a lavori non qualificati. La posizione raggiunta da Harris, infatti, è stata presentata da alcuni come un “miracolo” per via della condizione dei genitori, immigrati di colore. Andando però a verificare, tanto il padre quanto la madre facevano parte dell’élite del mondo delle professioni, ambito nel quale, ormai da qualche tempo, le differenze etniche sono state praticamente abolite: a contare sono in primo luogo i titoli. Il padre di Kamala Harris, giamaicano, si è laureato a Berkeley in economia ed è professore emerito a Stanford; la madre, indiana, è stata endocrinologa e oncologa di fama internazionale per via delle sue ricerche sul tumore al seno. Per questo le loro due figlie hanno potuto frequentare scuole e università importanti e costose senza bisogno di borse di studio.

La questione razziale è di grande attualità negli Stati Uniti, ma i drammatici fatti di cronaca avvengono parallelamente all’affermazione di una borghesia di colore che si è costruita sulla base dello studio e dell’esercizio delle professioni. Una classe sociale che spesso non ha ereditato nulla, a differenza di molti bianchi benestanti, e si è costruita da sola anche grazie alle affirmative actions, che hanno imposto quote obbligatorie per le minoranze etniche in diversi settori della vita pubblica del Paese. Ma questa tutela non è necessaria per tutti: molti statunitensi non bianchi, come la Harris o Barack Obama, hanno scalato i gradini della società e della politica potendo contare sulla solidità culturale ed economica delle loro famiglie. Già 50 anni fa, infatti, negli Stati Uniti esisteva una “borghesia delle professioni” di colore, anche se meno numerosa rispetto a quella di oggi. È questa la differenza con l’Europa, soprattutto con quella mediterranea: la maggior parte degli afroamericani non sono immigrati ma statunitensi da qualche secolo, e anche gli immigrati di colore sono in buona percentuale persone che si spostano per studio o per carriera. I lavori più umili, in campagna o nel servizio alle persone, sono svolti in maggioranza da messicani e centroamericani.

Senza dubbio l’affermazione di una donna non bianca ai vertici della politica costituisce ancora una notizia, ma più che altro per il fatto che si tratta di una donna, non per il colore della pelle. Solo secondo i canoni europei Harris può apparire come una “miracolata” in quanto figlia di immigrati indiani e giamaicani; secondo i canoni USA, invece, si tratta di una persona che ha avuto una carriera lineare, come quella di Barack Obama. È un peccato che l’opinione pubblica europea sbagli mira, perché l’unica cosa da sottolineare (una e cento volte) è che si tratta di una donna, la prima negli Stati Uniti ad arrivare così in alto: una vicepresidente che potrebbe succedere a Joe Biden alla guida degli Stati Uniti. Se questo succederà, sarà sì un fatto storico e inedito e non soltanto per gli Stati Uniti. Ma sempre perché sarebbe la prima donna della Storia al vertice di una superpotenza. Invece, fare di una persona un’icona mondiale per via dell’appartenenza etnica o della condizione migratoria dei genitori è un insulto alla ragione e alla stessa Harris.

 

In questo anno infausto tutto pare andare in frantumi: l’economia, le relazioni internazionali, l’ambiente, la società. E non è solo una questione di percezione individuale. I dati, le statistiche, le previsioni confermano che effettivamente sul mondo si è scatenato un combinato disposto di pandemia, crisi economica e cambiamento climatico con pochi precedenti nella storia. Come in una pentola a pressione, per ora il vapore fuoriesce dalla valvola, ma il fischio è sempre più forte.

All’emergenza sanitaria ed economica si aggiungono l’aumento delle tensioni razziali, il riaccendersi di conflitti dimenticati, il rigurgito terroristico, la dissoluzione di qualsivoglia ordine internazionale. Intanto si allarga sempre più, fin quasi a spaccare molte società, la distanza tra chi ha di più e chi ha molto di meno. Anche la politica, in quella minoranza di Paesi in cui vige almeno formalmente la democrazia, sta mutando pelle. Ritornano i populismi, la libertà di stampa e la separazione tra i poteri vengono visti con fastidio crescente, la contesa politica non si basa più sul confronto di idee ma sugli insulti tra i protagonisti.

La campagna elettorale per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti ha dato la cifra della decadenza in corso: insulti, fake news, strategia della paura, esibizione muscolare di armi da fuoco, pronostici apocalittici nel caso di vittoria dell’uno o dell’altro candidato, delegittimazione dell’avversario. I cittadini non hanno scelto tra due idee diverse sulla società e sul Paese, ma tra due Paesi sempre più lontani fra loro, che però convivono nello stesso territorio e sotto la stessa bandiera. Una grande democrazia fratturata in un mondo fratturato. E qui torna d’attualità una parola fin troppo abusata negli ultimi anni: resilienza. Il termine deriva dalla fisica e dall’ingegneria, dove indica la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Poi la psicologia e la sociologia lo hanno adottato, cominciando a parlare di persone o società resilienti, cioè in grado di incassare brutti colpi senza spezzarsi. In questi mesi è l’intero mondo che è sottoposto a una prova di resilienza. Ma appellarsi al concetto di resilienza è solo una risposta parziale, in un momento così complesso.

Quella pentola a pressione che è il mondo attuale riuscirà a smaltire il calore in eccesso senza esplodere? È una domanda alla quale nessuno può rispondere. Quel che è certo è che all’odierna società umana non basta resistere al colpo inferto dalla congiuntura: occorre reagire, aprendo una stagione di riforme locali e globali che impediscano il ripetersi delle emergenze. Anzitutto sul clima. Non è sufficiente adeguarsi ai cambiamenti climatici, perché questi ultimi diverranno sempre più devastanti. Bisogna agire per mitigarli, ridurne la pericolosità, e ciò implica un cambiamento radicale delle abitudini e della cultura dei consumi. Insomma, non basta la resilienza per uscirne, e questo è bene saperlo e metterlo in conto.

Oggi sappiamo che la retorica della globalizzazione degli anni Novanta del secolo scorso, quella che pronosticava un futuro migliore per tutti, era fallace. E il fallimento di quella prospettiva si deve in gran parte a una politica che non è mai stata all’altezza dei cambiamenti man mano verificatisi, anche se per centinaia di milioni di persone la globalizzazione ha davvero rappresentato una grande opportunità. È nato così un mondo nuovo guidato da una politica vecchia, anzi, ultimamente vecchissima. Una politica senza orizzonti se non la sopravvivenza, anzitutto di se stessa. Molto resilienti appunto, ma nella peggiore accezione del termine. L’auspicio è che la pandemia e l’emergenza climatica portino a liberare la politica dalla politica intesa solo come arte del governare. È tempo di una nuova stagione di sognatori con i piedi per terra, di idealismo pragmatico. È tempo di riforme e anche di rivoluzioni non più rinviabili.

 

 

 

Se sono preoccupanti i numeri della seconda ondata di pandemia, più fosche ancora sono le notizie sul suo costo economico. Le stime del Fondo Monetario Internazionale parlano di un “costo Covid”, soltanto per l’Unione Europea, di tremila miliardi di euro: un calo enorme del PIL comunitario. L’Europa a 27 è stata l’area del mondo che finora ha fatto di più per ammortizzare i colpi della crisi: sono 54 milioni i lavoratori che hanno ricevuto un sostegno diretto al reddito, e grazie a questa e altre misure simili si è avuto un aumento della disoccupazione di soli, si fa per dire, 2,9 punti percentuali. Per l’Eurozona, il calo del PIL previsto per quest’anno sarà in media dell’8,3%, ma senza le misure di sostegno all’economia sarebbe arrivato all’11% circa. Fuori dall’UE la situazione è eterogenea. Peggiorano le previsioni sull’Asia, dove solo la Cina spunta un risultato positivo, con una striminzita crescita dell’1,9%. L’India, ad esempio, perderà 10 punti di PIL e l’intera area calerà in media del 2,2%. Negli Stati Uniti si attende una perdita di 9 punti e in America Latina si perderanno quasi 6 punti.

Il mondo, insomma, si trova in piena recessione, avendo praticamente esaurito i fondi per sostenere l’economia e senza alcuna certezza sui tempi di uscita. Sotto la lente degli economisti ci sono anche i progressi dei diversi vaccini in sperimentazione, per capire se il rimbalzo pronosticato dal FMI per il 2021 diventerà reale o se si tratterà dell’ennesimo miraggio. Anche nell’ipotesi più ottimista, e cioè che entro la fine di questo inverno si riesca ad avere un vaccino efficiente, le operazioni di produzione, distribuzione e inoculazione all’intera comunità mondiale ci porterebbero nel 2022 inoltrato. Nel frattempo, non si sta elaborando alcun pensiero strategico sulla ripartenza. Non si pensa ai mezzi e alle modalità con cui mondo potrà rimettersi in marcia quando, in un modo o nell’altro, la pandemia sarà sotto controllo. Eppure alcuni dati sono ormai sicuri. Tutti i Paesi saranno fortemente indebitati e molti settori, come il turismo, avranno danni permanenti. La disoccupazione aumenterà, il lavoro da remoto resterà nel tempo, la sanità sarà potenziata e diventerà, insieme alla logistica e alle piattaforme di vendita online, un comparto trainante per l’economia.

Vedremo quindi realizzarsi in un breve periodo molte delle linee di sviluppo che erano state immaginate per l’economia del futuro, trasformazioni che si pensava si sarebbero diluite in tempi lunghi. E questo significa che non ci sarà il tempo necessario per assorbire con nuovi posti di lavoro quelli che andranno persi. Ci sarà per forza bisogno di un welfare continuativo, non legato direttamente al Covid bensì alla crisi, conseguenza dei cambiamenti imposti dalla pandemia al tessuto economico e sociale. Tutto ciò allargherà inevitabilmente la distanza tra Paesi centrali e periferici, ma anche tra chi è parte dei segmenti vincenti dell’economia e le masse di esclusi. Quando si uscirà dall’emergenza sanitaria ci ritroveremo in un mondo per certi versi nuovo, ma non per questo imprevedibile. Grandi imprese deterranno il quasi monopolio della distribuzione e quindi incideranno profondamente sia sulla produzione sia sul consumo, con la desertificazione del piccolo e medio commercio e dell’artigianato, sostituito da tipologie di lavoro non specializzato e sempre meno qualificato. A questo scenario complesso come non mai va a sommarsi un’altra emergenza, quella delle conseguenze del cambiamento climatico, già drammaticamente tangibili a livello globale.

Alla fine bisognerà approdare a una governance mondiale: ormai è chiaro che i problemi della globalizzazione sono impossibili da affrontare in ordine sparso. Ci vorranno tante cose, ma per ora non si vede chi riesca ad alzare la testa sopra l’emergenza, per provare a mettere in campo uno sguardo lungo quanto mai necessario e urgente.

 

Con le elezioni tenute domenica 18 ottobre si chiude la parentesi nella vita politica boliviana iniziata dodici mesi fa, quando non fu riconosciuto il risultato delle presidenziali, vinte senza dubbio da Evo Morales. Una situazione complessa e complicata, da molti liquidata definendola “la fine di un tiranno” o, sul fronte opposto, “un colpo di Stato”. La verità, probabilmente, stava in mezzo.

Due sono stati i fattori che hanno contribuito a una rottura dell’ordine istituzionale nel Paese andino. Il primo ha radici nel 2016, quando Evo Morales, presidente in carica, convocò un referendum per modificare la Costituzione da lui stesso promulgata, aggiungendo la possibilità di un terzo mandato per il presidente. Il referendum fu vinto di misura dal no. La risposta di Morales colse tutti di sorpresa: riuscì a ottenere un’inverosimile sentenza della Corte Costituzionale nella quale si affermava che “i diritti umani del cittadino Morales prevalgono sulla Costituzione”. Un’aberrazione che permise a Morales di ricandidarsi.

Il secondo fattore riguarda le intenzioni di una variegata compagnia di separatisti, radicali di destra, integralisti cattolici e militari che colsero al balzo il vulnus democratico per tentare di rimuovere l’esperienza del MAS, il partito di Morales. Tra questi settori sicuramente si annidavano anche golpisti, rimasti però sempre in ombra rispetto a coloro che scelsero di mantenere una parvenza di legittimità anche nei momenti più critici. La storia continua in modo anomalo, perché dopo la fuga all’estero di Morales e di diversi ex ministri, i parlamentari e i funzionari del suo partito rimasti in patria continuarono a esercitare i loro poteri. Non venne chiuso il Parlamento, non fu sciolto né dichiarato prescritto il MAS.

Intanto il governo che avrebbe dovuto essere provvisorio, con il compito di convocare nuove elezioni, aveva presso gusto al potere e procedeva a modificare sia la collocazione internazionale della Bolivia, sia molte misure del precedente governo. La stessa presidente provvisoria, Jeanine Áñez, sfruttando la carica divenne, almeno nelle sue intenzioni, una figura politica di rilievo. I parlamentari del partito di Morales, che controllavano la Camera dei Deputati, i suoi senatori e sindaci avevano due scelte possibili: ascoltare le sirene di chi voleva un’insurrezione violenta di piazza per rovesciare il governo provvisorio; oppure sfruttare gli spazi di agibilità incredibilmente lasciati aperti dagli avversari, per continuare a lavorare e prepararsi a nuove elezioni.

Prevalse la seconda linea, e la scelta di Luis Arce quale candidato presidente è stata un’operazione da manuale. Arce era stato, da ministro dell’Economia, l’artefice del miracolo economico boliviano durante i governi di Morales. Il 18 ottobre questa linea è stata premiata con un esito elettorale che già al primo turno ha segnato lo sbaraglio delle destre e la vittoria del MAS. Arce ha superato il 50% dei consensi, con un vantaggio di circa 20 punti sul principale avversario, Carlos Mesa, che ha riconosciuto la sconfitta. A dimostrazione del fatto che il problema non era il partito di Morales né la sua proposta politica, bensì l’ingombrante figura del vecchio leader che non aveva saputo fare un passo indietro.

In Bolivia ha vinto la democrazia e sono stati puniti coloro che, da destra o da sinistra, hanno provato a tirare la corda a proprio favore. In America Latina restano problemi immensi di disuguaglianza, di violenza di genere e di soprusi, ma la Bolivia ci dice che, dopo le tragedie degli ultimi decenni, la democrazia sembra ormai aver gettato nuove e forti radici. Una lezione e un monito per tutta la regione.

Inizia a metà dell’800 la lunga storia di successo dei materiali plastici, che dopo la Seconda guerra mondiale sostituiscono man mano legno, tessuti e metallo in un’infinità di applicazioni. È il mix di versatilità ed economicità che ne ha determinato il successo: nel 1964 nel mondo se ne  producevano 15 milioni di tonnellate, oggi abbiamo superato da poco i 400 milioni di tonnellate.

Sebbene si possa ottenere da diverse fonti, la plastica rimane un materiale derivato soprattutto dal petrolio. Ed è protagonista di due tipi di problemi ambientali: il primo è proprio l’impiego del petrolio per la sua fabbricazione, il secondo è la difficoltà del suo smaltimento dopo l’uso.

Anche se la produzione si concentra per il 30% circa in Cina, per il 20% in Europa e per il 18% in America settentrionale, oggi tutto il mondo utilizza materie plastiche a prezzi irrisori, e solo pochi Paesi riciclano. Secondo il WWF, ogni anno finiscono in mare 8 milioni di tonnellate di plastica. In mari e oceani sono ormai “stoccati” 150 milioni di tonnellate di questo materiale che degradandosi (processo che può durare anche quattro secoli) dà vita al fenomeno delle microplastiche: granelli di plastica ingeriti dai pesci, che li immettono nella catena alimentare fino ad arrivare all’uomo. Questa piaga è in buona parte dovuta alle esportazioni di enormi quantità di plastica da eliminare verso l’Africa e non solo. Sono 680 mila le tonnellate di rifiuti che ogni anno gli Stati Uniti esportano in 96 Paesi disponibili a riceverli. In testa alla lista la Malaysia, il Messico, la Thailandia e poi Ghana, Uganda, Tanzania e altri Stati africani. Secondo le aziende statunitensi il materiale viene riciclato, ma la verità è che buona parte di questi rifiuti viene bruciata, liberando diossina, oppure dispersa nell’ambiente. Fino al 2019 l’Europa esportava al ritmo di 150 mila tonnellate al mese soprattutto in Cina, Paese che però è diventato riluttante a importare plastiche da riciclo, essendo ormai in grado di coprire il proprio fabbisogno internamente.

La plastica “bio” resta una soluzione parziale: è vero che si degrada in poco tempo, ma viene prodotta a partire da farina o amido di mais e di grano, o comunque da altri cerali. Produrla richiede quindi un incremento delle coltivazioni cerealicole, con l’impiego di massicce dosi di fertilizzanti e pesticidi (quasi sempre derivati dal petrolio), oltre alla destinazione a questo scopo di vaste estensioni di terre coltivabili, spesso a discapito della sicurezza alimentare.

Nel 2020 è arrivata anche la pandemia a peggiorare la situazione, con un aumento esponenziale della produzione di plastiche incentivato sia dal calo del prezzo del petrolio sia dal bisogno di miliardi di dispositivi di protezione personale: basti pensare a guanti e mascherine “usa e getta”. Ormai non facciamo più caso al ruolo della plastica nelle nostre vite, onnipresente nella nostra cultura materiale. La plastica, di cui non possiamo fare a meno, è la vera conquistatrice del mondo. Solo nel 2019, per la sua produzione, incenerimento e smaltimento si sono riversate nell’atmosfera 850 milioni di tonnellate di CO2, l’equivalente dell’impatto di 190 nuovi impianti a carbone da 500 megawatt. Secondo il World Economic Forum, entro il 2030 l’inquinamento è destinato a raddoppiare se si manterrà l’attuale trend di crescita dell’impiego di plastica, che potrebbe essere la responsabile del non raggiungimento degli obiettivi di Parigi 2015. Una riflessione urgente s’impone, soprattutto quando in nome della salute sono stati archiviati i problemi ambientali, come se non esistessero più, aggravando ulteriormente una situazione già compromessa.