Quando si parla di sanzioni internazionali, spesso si fa riferimento in modo generico a una categoria molto composita di provvedimenti, che possono essere applicati legittimamente oppure no. Le sanzioni militari o economiche sono considerate dal diritto internazionale come uno strumento lecito per colpire un Paese, o le persone fisiche che controllano un Paese, quando lo stesso viola diritti fondamentali oppure diventa una minaccia per la pace. In realtà, nella storia solo in pochi casi le sanzioni sono state applicate in nome del diritto internazionale. Le più note sono probabilmente quelle che isolarono il Sudafrica per via dell’apartheid: la Convenzione ONU contro l’apartheid entrò in vigore nel 1976 e a metà degli anni ’80 vi aderirono anche Stati Uniti e Regno Unito. Pochi anni più tardi, nel 1990 furono varate sanzioni contro l’Iraq reo di avere invaso il Kuwait.

Perché le sanzioni abbiano legittimità devono discendere dalla condanna espressa dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ed è qui che generalmente si inceppa il meccanismo. Come noto, lo statuto del massimo organismo delle Nazioni Unite per la sicurezza e la pace prevede che cinque nazioni (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito) godano di uno status particolare: sono membri permanenti (mentre gli altri 20 Stati lo sono a rotazione) e hanno potere di veto su qualsiasi argomento discusso dal Consiglio. Questo meccanismo “truccato”, che fu pensato nella logica della Guerra Fredda, è quello che impedisce, al netto di rarissime eccezioni, che il Consiglio di Sicurezza sia davvero una guida del diritto internazionale. Lo si è drammaticamente verificato nelle ultime settimane, dopo il sanguinoso colpo di Stato in Myanmar, non condannato a causa del veto cinese.

Questa situazione porta quindi diverse potenze, tra le quali figurano quelle stesse che a turno paralizzano l’ONU, a imporre sanzioni unilaterali. Cioè decise in autonomia, senza il riscontro delle norme del diritto internazionale. L’elenco è lungo, ma il caso più antico tuttora in corso è l’embargo statunitense contro Cuba: risale al 1962 ed è stato condannato dall’Assemblea Generale dell’ONU per ben dieci volte, con una schiacciante maggioranza che include l’Europa.

Negli ultimi anni le sanzioni economiche si sono concentrate sulle persone fisiche individuate come responsabili di particolari situazioni o sugli scambi commerciali. Contro il Venezuela, ad esempio, gli Stati Uniti hanno cambiato strategia rispetto al caso cubano, imponendo sanzioni nei confronti di aziende, militari e politici legati al governo bolivariano. Ora lo stesso strumento viene usato per i generali birmani golpisti. Si tratta di un’evoluzione delle sanzioni che parte da una presa di coscienza: quando si agisce contro un intero Paese si rischia che a pagarne le conseguenze siano soprattutto i più poveri. Perciò attualmente si tende a colpire gli interessi personali dei responsabili delle violazioni dei diritti umani.

Nel caso delle sanzioni commerciali la vicenda si fa più complessa: addirittura rischiano di diventare un boomerang. Talvolta chi le impone ne è consapevole, e ciò ne indebolisce la portata. È il caso delle sanzioni europee contro la Russia per l’intervento in Ucraina, varate sì, ma senza interrompere l’afflusso di gas dalla Siberia verso l’Unione. A volte però la situazione sfugge di mano, ed è il caso della guerra dei dazi dichiarata da Donald Trump contro la Cina per obbligarla a bilanciare i rapporti commerciali, situazione che alla fine ha colpito più l’economia USA di quella cinese.

Si può concludere quindi che le sanzioni unilaterali sono rischiose, oltre che spesso ingiuste. D’altra parte sono l’unico strumento possibile, giacché il sistema ONU è bloccato. Proprio questo dato di fatto dovrebbe portare a dare massima priorità alla riforma del Consiglio di Sicurezza, così da restituire legittimità a uno strumento spesso usato in modo improprio. Per fortuna però, sia pur raramente, qualcuno lo adopera per una giusta causa: come quando vengono colpiti nelle tasche i generali birmani. 

Come facilmente prevedibile, in mancanza di cooperazione internazionale sulla prevenzione come sulla risposta alla diffusione del Covid-19, è scoppiata la “guerra dei vaccini”. Le case farmaceutiche e gli Stati che producono vaccini sono i giocatori di una inedita “geopolitica vaccinale” che si è determinata in pochi mesi. Prima c’è stata la corsa a mettere a punto per primi un prodotto efficace, con pochi esempi di collaborazione; poi sono cominciati i tentativi di ostacolare o favorire la distribuzione dei vari vaccini in base a criteri politici.  I vaccini della Sinopharm cinese e lo Sputnik russo la fanno da padroni in Africa, America Latina e Asia grazie ai prezzi bassi (in alcuni casi sono stati forniti gratis) e alla velocità con la quale vengono prodotti. Non si registrano finora controindicazioni significative all’impiego di questi vaccini, che tuttavia non riescono a superare le griglie di valutazione dei Paesi occidentali, Stati Uniti e Unione Europea in testa.

Intanto USA e UE fanno blocco a favore delle rispettive multinazionali del farmaco, malgrado gli inconvenienti con i rifornimenti, il mancato rispetto dei termini contrattuali da parte delle aziende e i prezzi molto variabili. Il vaccino prodotto da AstraZeneca, anglo-svedese, è quello più economico in assoluto, solo 1,80 euro a dose, ed è ritenuto tra i più efficaci. Non pochi osservatori, durante il blocco temporaneo del suo impiego stabilito tra l’altro anche da Germania, Italia e Francia, hanno ipotizzato che a questo farmaco si siano dedicate “attenzioni” particolari non solo per motivi scientifici ma anche per la sua provenienza britannica. Proprio la provenienza è il grosso ostacolo per il vaccino russo Sputnik, che in Europa viene usato solo come spauracchio per mettere pressione sui laboratori in deficit di consegna, mentre non si accelera per la sua approvazione presso l’EMA, l’agenzia comunitaria per i farmaci.

Chi è fuori dalla mischia è la Cina, che per prima ha sviluppato un vaccino efficace: ora lo produce anche in altri Stati, come il Brasile, per venderlo soprattutto nei Paesi più poveri. La mappa dell’uso del Sinopharm e degli altri vaccini nel frattempo elaborati in Cina ricalca perfettamente la mappa dei rapporti commerciali cinesi. Il vaccino diventa così una fornitura essenziale che viene incontro ai bisogni dei più deboli, rafforzando ulteriormente le relazioni con Paesi con cui Pechino ha già saldi rapporti commerciali. Anche per la Russia il vaccino Sputnik è chiaramente uno strumento di politica estera: sono i Paesi politicamente più vicini al Cremlino che stanno usufruendo della sua disponibilità, garantita anche a costo di rimandare la vaccinazione della popolazione russa.

La situazione dell’Europa è paradossale. Avrebbe la capacità installata per produrre vaccini nei laboratori che costellano l’intero continente, ma per portare avanti lo sforzo ha scelto di dipendere da tre multinazionali, due statunitensi e una con sede centrale in Inghilterra; tra poco si aggiungerà la quarta, Johnson&Johnson, anch’essa a stelle e strisce. Multinazionali che producono in impianti europei, dai quali fanno partire spedizioni di vaccini dirette verso Paesi terzi senza che prima siano stati rispettati gli accordi con la Commissione europea. Il protezionismo vaccinale, infatti, è stato utilizzato sistematicamente solo da USA e Regno Unito, che hanno imposto il divieto di export di vaccini. La posizione europea paradossalmente è quella più debole ed esposta a rischi, ma i veti incrociati difficilmente permetteranno una politica più aggressiva nei confronti dei fornitori. E così, mentre i vaccini sono entrati a fare parte del settore strategico di molti Paesi, in Europa si preferisce tutelare Big Pharma, come se fossimo in una situazione normale. Senza mettere in conto che il problema delle pandemie non è passeggero, come dicono i massimi esperti, ma è destinato ad accompagnarci a lungo.

Per il Regno Unito, il bilancio del primo mese da Paese extracomunitario è stato nero. Contrariamente a quanto si diceva nel 2015, ai tempi della campagna referendaria che portò al voto favorevole all’uscita dall’UE, è crollato l’export con gli Stati comunitari, -40,7% in media, con punte del -63% nel settore alimentare. Nel frattempo è cresciuto di un misero 1,7% l’export verso altri Paesi, mentre l’import dall’UE è calato del 28,8%. Come facilmente prevedibile, tranne che per i fautori della Brexit, la perdita di una posizione di privilegio garantita dall’appartenenza a un mercato con regole comuni, e senza dazi interni, è difficilmente recuperabile con le aperture ad altri mercati esteri. Soprattutto perché la produzione britannica ha standard molto elevati (fino al 2020 erano quelli dell’Unione) e ciò determina prezzi più alti rispetto ai concorrenti esterni all’UE, statunitensi o asiatici.

Il governo di Boris Johnson minimizza, parlando di circostanza straordinaria, ma il problema resterà. Anche perché Londra e l’UE non hanno voluto discutere sulle barriere non tariffarie, cioè su tutte le normative a garanzia del consumatore e della sicurezza ambientale che permettono o vietano la circolazione di ogni merce estera nel mercato dei 27 Paesi membri. Si tratta di un insieme di regole spesso utilizzato ad arte per bloccare quei prodotti che possano fare concorrenza alle aziende europee, e talvolta ignorato quando si tratta di far fronte ai bisogni del mercato europeo, come l’import di soia ogm come foraggio per il bestiame. Il Regno Unito aveva sottovalutato questi due fattori: da un lato l’avvenuto adattamento della sua produzione ai bisogni, alle regole e ai costi dell’Unione Europea, dall’altro i tempi lunghi che servono per costruire una rete di accordi e di regole condivise con altri Paesi del mondo, e anche con l’UE stessa, ma da Paese extracomunitario. Hanno prevalso, invece, l’arroganza del pensarsi ancora come un impero capace di imporre regole e tempi e, soprattutto, il sognare che da soli sarebbe stato possibile ottenere maggiori vantaggi di quelli garantiti dal mercato comune.

Nel frattempo, il prezzo pagato dai britannici ha raffreddato gli animi sovranisti in Europa, e probabilmente ha permesso che per la prima volta a Bruxelles si sia deciso di sottoscrivere debito comune, come sta accadendo per il programma Next Generation UE.

Con il Regno Unito dentro, di certo l’Unione non avrebbe potuto fare ulteriori passi verso la costituzione di una federazione di Stati; ora, anche senza Londra, non è detto che quei Paesi che ieri usavano lo scetticismo inglese come alibi si dimostrino pronti a fare passi concreti. Eppure, in Europa siamo probabilmente di fronte all’ultima possibilità di intraprendere una fase di progressivo aumento delle competenze e delle responsabilità messe in comune. Sull’occupazione, sulla cittadinanza, sul welfare, sulla difesa, sulla politica estera e sulla fiscalità, è il momento di disegnare strade convergenti. Anche a rischio di perdere altri Stati oppure di ipotizzare, come già si fa, un’Unione “a due cerchi”, con un nucleo di Paesi che intraprendono una strada comune e un altro di Paesi collegati da accordi commerciali. Anche se di Europa non si parla da tempo, il momento è ora. Sarebbe la migliore uscita dalla pandemia. Tra l’altro, dando al mondo un segnale forte sul fatto che la cooperazione “rende” più delle guerre: tanto quelle tra gli eserciti quanto quelle combattute tra le economie.

 

FILE PHOTO: Anti-Brexit protesters hold flags and placards opposite the Houses of Parliament in London, Britain, October 17, 2018. REUTERS/Hannah McKay

Quando, il primo gennaio 1995, sulle rive svizzere del lago di Ginevra si inaugurò la sede dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, meglio nota con la sigla inglese WTO, al centro della politica mondiale c’era il fenomeno della “globalizzazione dei mercati”. Il WTO nasceva da un dibattito cominciato nel 1986 con l’Uruguay Round, finalizzato a stabilire regole condivise per il commercio mondiale. Un percorso, quindi, partito quando erano ancora in vita l’Unione Sovietica e il blocco che a essa faceva riferimento. Oggi al WTO aderiscono a pieno titolo 164 Paesi e altri 23 hanno lo status di osservatori. Insieme ai Paesi a economia di mercato partecipano anche gli ultimi Stati che si definiscono socialisti, come Cina e Cuba, con la sola eccezione della Corea del Nord.

Dunque il WTO è nato per regolamentare gli scambi tra gli Stati. Nei suoi primi anni, però, non si limitava a questo semplice ruolo: contestualmente promuoveva l’apertura dei mercati, mediante la rimozione di barriere doganali e protezionismi. Un approccio, questo, gradito anche ai Paesi più poveri, i quali speravano di abbattere finalmente la barriera che impediva al loro export agricolo di approdare sui mercati europeo e statunitense. Ma proprio sull’agricoltura il WTO registrò la prima grande sconfitta quando nel 2003, con il fallimento del Vertice di Cancún, in Messico, si interruppe il percorso avviato solo due anni prima con il Doha Round: un ciclo di negoziati mirato a integrare maggiormente i Paesi del Sud del mondo nell’economia globale, agendo sul commercio di beni agricoli e servizi.

A Cancún, infatti, i Paesi non occidentali si resero conto che da un lato il WTO chiedeva loro di aprirsi alle merci e ai servizi “made in USA” o “made in Europe”, ma dall’altro i mercati europei e nordamericani restavano chiusi ai prodotti agricoli provenienti dal resto del pianeta. In USA e UE l’agricoltura continuava a essere fortemente sovvenzionata e protetta dai governi: alla prova dei fatti, proprio gli Stati che chiedevano di liberalizzare i commerci mondiali si opponevano all’apertura dei loro mercati interni.

Mentre il Doha Round agonizzava, Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, gli Stati che avevano coalizzato il resto del mondo contro il blocco occidentale, davano vita al gruppo dei Paesi Brics e al G20 che, di fatto, ha preso il posto del G7.

Così il WTO ha perso la sua centralità, ma non per questo è scomparso. È rimasto soprattutto a fare da arbitro nelle controversie tra Stati circa la validità e l’applicazione degli accordi sottoscritti e i casi di dumping, cioè di concorrenza sleale attraverso prezzi ribassati grazie alle sovvenzioni dei governi. Sono migliaia le cause discusse davanti all’organo di risoluzione delle controversie del WTO. Si tratta di un tribunale vero e proprio, che delibera e impone multe e sanzioni interpretando gli accordi sottoscritti dagli Stati. Uno dei Paesi più presenti nelle controversie sono gli Stati Uniti. In questi anni Washington ha promosso 114 azioni contro altri Paesi, 19 delle quali contro l’Unione Europea, ricevendo a sua volta 129 denunce per avere violato le regole del WTO, 33 delle quali da parte dell’UE. Tutte queste cause legali dimostrano come l’apertura mondiale dei mercati, auspicata a parole, nella realtà sia stata osteggiata, evitata centinaia di volte, ricorrendo a strumenti protezionistici che avrebbero dovuto essere messi al bando.

L’ultimo attacco in ordine di tempo contro il WTO è stato lanciato proprio dagli Stati Uniti. Donald Trump, nella sua crociata contro ogni forma di multilateralismo, ha infatti trovato il modo di bloccare anche questo organismo. È accaduto quando, nel dicembre 2019, è scaduto il mandato di due su tre giudici della “corte d’appello” del tribunale del WTO: il boicottaggio statunitense ha impedito di rimpiazzarli, congelando di fatto le vertenze aperte. Il copione si è ripetuto a maggio 2020 quando, dimessosi il direttore generale Roberto Azevêdo, il blocco trumpiano ha reso impossibile la nomina di un successore. Con Joe Biden la situazione cambierà, o almeno così pare. Al posto di Azevêdo, dal primo marzo 2021 c’è l’economista nigeriana Ngozi Okonjo-Iweala e la macchina sembra pronta a ripartire. È difficile, però, che il WTO riesca davvero a diventare l’ago della bilancia nei rapporti commerciali mondiali, soprattutto in tempi di pandemia, che favoriscono nuovi e più forti protezionismi.

Il WTO ci ricorda una tappa della storia mondiale vicina nel tempo ma ormai lontana nello spirito. Un momento nel quale si era creduto che le regole del libero mercato “puro” fossero l’aspirazione dell’intera comunità mondiale. Era invece un’utopia, nel bene e nel male.

 

Le cosiddette “terre rare” sono un insieme di 17 elementi chimici della tavola periodica: più precisamente, il gruppo comprende lo scandio, l’ittrio e i lantanoidi. L’uso di questi minerali è decisivo per la fabbricazione di magneti, superconduttori, fibre ottiche, catalizzatori e vari componenti usati per la produzione di veicoli ibridi. Si può affermare che la rivoluzione tecnologica in corso, senza i minerali contenuti nelle terre rare, difficilmente sarebbe avvenuta. Ma non tutti le hanno a disposizione: la produzione mondiale, infatti, è concentrata in Cina (che da sola garantisce il 62% del mercato), USA (12%), Myanmar e Australia (10% ciascuno). Poi restano le briciole. Un discorso a parte meriterebbero i giacimenti ancora inesplorati o poco sfruttati, molti dei quali localizzati in regioni incontaminate e preziose per l’equilibrio ecologico del pianeta, ad esempio in Groenlandia, Brasile, Tanzania: non a caso, le potenze protagoniste del grande gioco geopolitico si stanno interessando di questi punti nodali.

È evidente che per la Cina, primo produttore mondiale di alta elettronica, essere praticamente monopolista di terre rare rappresenta la perfetta quadratura del cerchio: soprattutto dopo il colpo di Stato in Myanmar, Paese che ora potrebbe aiutare Pechino nell’evoluzione della guerra commerciale con gli USA. Cina e Myanmar controllano insieme il 72% del mercato attuale dei minerali strategici: stranamente, finora nessuno ha messo in relazione il golpe dei militari supportato da Pechino con questo dato.

Le terre rare sono la carta che Pechino si giocherà con Joe Biden nella trattativa per ripristinare le relazioni commerciali tra le due potenze, dopo lo strappo voluto da Donald Trump. Biden, che non ha mai detto di voler eliminare le sanzioni alla Cina, sta studiando la messa a punto di una “lista nera” comprendente oltre 70 imprese cinesi considerate vicine al ministero della Difesa cinese, per non dire che ne sono emanazioni dirette. Imprese sospettate di condurre operazioni di intelligence all’estero per la Cina nei settori dell’industria bellica. Ma se gli USA punissero queste aziende il gioco si farebbe ancora più complesso. Ad esempio, ciascuno dei nuovi aerei militari F35 della Lockheed ha bisogno di 400 chilogrammi di terre rare nei circuiti elettrici e nei magneti: quantità che solo la Cina è in grado di vendere. E mentre Pechino annuncia un restringimento della produzione, gli Stati Uniti sono sempre più preoccupati dalla dipendenza del loro dispositivo di difesa dalla Cina, che rimane il loro principale antagonista economico e, in prospettiva, militare.

Altre restrizioni all’export potrebbero venire da un incremento del consumo interno cinese di terre rare, ora che è stata lanciata una gigantesca operazione di rottamazione di vecchie auto e camion per incentivare l’ibrido e l’elettrico. Ed ecco che questa crisi, inquadrata in un campo più largo, si rivela l’ennesima dimostrazione di come la potenza della tecnologia debba fare i conti – ancora e probabilmente per sempre – con le limitate risorse disponibili sulla terra e con chi le controlla. Ieri petrolio e gas naturale, poi litio e coltan, oggi le terre rare sono le materie prime minerali che fanno girare il mondo da un secolo e mezzo.

Per possederle, o per controllare chi le possiede, sono state combattute guerre, si sono organizzati colpi di Stato, occupazioni di Paesi, operazioni di corruzione di massa. Questo perché la logica che da sempre prevale, e che pare sia eterna, è quella del tentativo di accaparrarsi in esclusiva una fonte di rifornimento così da prevalere sul rivale di turno, ovviamente senza mai ipotizzare forme di cooperazione per lo sfruttamento. E questo non vale solo per i minerali. Stiamo vedendo lo stesso meccanismo nella gestione globale dei vaccini, dove il principio del diritto alla cura, inteso come diritto umano, è stato archiviato in fretta tra Stati che diventano predoni di dosi e laboratori che speculano sulla vita delle persone.  

 

Il populismo ha origini ottocentesche, risalenti ai movimenti antizaristi e socialisti della Russia. Successivamente il concetto fondamentale del populismo, cioè l’autoproclamarsi unici e legittimi rappresentanti di un intero “popolo”, ha avuto differenti derive ed evoluzioni. Anche se vengono classificati in altro modo, nazismo e fascismo nacquero come movimenti populisti, poi degenerati verso il totalitarismo. Una delle varianti più note del populismo è quella latinoamericana, variamente declinata da Getúlio Vargas e Juan Domingo Perón fino a Hugo Chávez. Più recentemente, con Donald Trump hanno conosciuto il populismo anche gli Stati Uniti, così come in Europa, e in particolar modo in Italia, sono cresciuti diversi partiti, di destra o di sinistra, che ricalcano quell’impronta. 

Una delle caratteristiche politiche del populismo è l’arrivare al potere in nome dell’interesse esclusivo di un popolo, o di un ceto sociale “popolare”, per poi agire nel senso opposto. Tra i casi più clamorosi si possono citare le esperienze di Alberto Fujimori e Carlos Menem, presidenti rispettivamente del Perù e dell’Argentina, che smantellarono il welfare e massacrarono i pensionati e la scuola. Ma anche Trump, presentatosi come il “crociato” dei bianchi impoveriti, nei suoi quattro anni di mandato ha varato una sola riforma fiscale importante, ed era a favore delle grandi corporation.

Esiste infine un altro populismo, più subdolo e meno riconoscibile: quello delle aziende della Silicon Valley. Marchi che hanno lavorato per anni per essere percepiti come rivoluzionari, presentandosi perfino come salvatori del genere umano, come profeti di un futuro mondo smart nel quale tutto sarà più bello e facile. Uber, AirBnb, WeWork, JustEat, Amazon, e ovviamente i venditori di software e device ipertecnologici, promettono un futuro migliore e più democratico. L’autonarrazione di questi marchi è sempre la stessa: lavorano esclusivamente per il nostro bene, ci rappresentano, ci danno ciò di cui abbiamo bisogno e che avremmo sempre voluto avere. Questo populismo mediatico appare rassicurante anche perché usa in malafede la fiducia nella scienza e nell’innovazione. In malafede perché solo di business si tratta, senza altro scopo che non sia vendere un prodotto, veicolarlo attraverso la pubblicità.

Si tratta di gruppi talvolta sostenuti da investitori pericolosi, come l’Arabia Saudita, e che sfuggono a uno dei presupposti fondamentali del capitalismo: redistribuire una parte del profitto a favore della comunità attraverso le tasse. Così, piattaforme che per alcuni hanno reso il mondo più smart lo hanno imbarbarito per molti altri. Il lavoro ridotto a un precariato estremo e senza vie d’uscita, l’imposizione di prodotti e prezzi, la desertificazione dei tessuti produttivi locali sono solo alcune delle criticità prodotte dai populisti della Silicon Valley. Che non hanno bisogno di elezioni per governare e, per di più, hanno trovato una formidabile alleata nella pandemia di Covid-19. Che continuano indisturbati ad accumulare miliardi nei forzieri dei paradisi fiscali caraibici. E che hanno accumulato una massa enorme di informazioni sulle nostre vite, sui nostri gusti e sulle nostre paure, come mai nessuno aveva nemmeno sognato di poter fare nell’intera storia dell’umanità.

Questi populisti ci accompagnano continuamente, tramite le app che tutti abbiamo installato nei nostri smartphone e ogni volta che acquistiamo i loro servizi e prodotti. Non è come quando si va dal fornaio sotto casa e si sa che quel signore vende semplicemente un bene che ha prodotto, destinato a uno scopo preciso. I populisti californiani della Silicon Valley non si limitano a venderci farina e acqua: ci vendono l’idea che saranno loro a cambiarci la vita, a renderci più liberi e democratici anche se viviamo sotto un regime, a renderci tutti fratelli anche se tre quarti dell’umanità non possono spostarsi liberamente, a cancellare le differenze di genere e di etnia anche se nella vita reale femminicidi e xenofobia sono in crescita. È un bel mondo quello dei populisti della Silicon Valley. Nessuno prima aveva mai pensato che per vendere una merce ci fosse bisogno di una fantastica narrazione, di spararla così grossa. Loro lo hanno fatto, e per questo sono diventati miliardari. Grazie a noi che facciamo finta di crederci. Almeno per ora.

 

È morto a 90 anni l’ex presidente argentino Carlos Saul Menem. Figlio di immigrati siriani sunniti, cominciò la sua carriera nel peronismo della remota e spopolata provincia di La Rioja per poi scalare tutte le posizioni fino alla presidenza della repubblica tra il 1989 e l 1999. Arrivò alla Casa Rosada promettendo una “rivoluzione produttiva” che avrebbe creato milioni di posti di lavoro e fatto diventare l’argentina “potenza”. Era il primo peronista vincente dal ritorno alla democrazia nel 1983 ed ereditava un paese in preda all’iperinflazione. Il suo super-ministro dell’Economia, Domingo Cavallo, impose la parità tra il peso e il dollaro 1 a 1 e l’inflazione infatti in tre anni fu domata perché il peso era diventato “moneta forte” in quanto agganciato al dollaro. Ma si cominciavano a vedere le crepe del modello perché le materie prime e le merci argentine in dollari erano care e conveniva piuttosto importare che produrre. La sua politica si completava con lo smantellamento dello stato ereditato da Peron: privatizzazione delle aziende pubbliche, distruzione del sistema pensionistico, abbandono della scuola, inizio del precariato, svendita delle terre del demanio, smantellamento della rete ferroviaria che collegava le province ai porti. Quando lo intervistai per Paese Sera nel 1989 anticipava le premesse di ciò che sarebbe stato il suo governo “il mio modello è Ronald Reagan”. Ma in versione terzomondista, con un seguito di faccendieri, nani e ballerine, con l’arricchimento suo e dei suoi seguaci. Un potere cafone che venne riassunto nel titolo di un libro di successo all’epoca: “Pizza e champagne” che parlava di “orgia della corruzione”.

Nel paese che consegnò nel 1999 aveva chiuso l’industria, si erano arricchite le imprese straniere che avevano comprato le imprese pubbliche e che operavano senza nessun tipo di regolamentazione, in regime di semi-monopolio privato e senza fare mai investimenti. Nell’Argentina menemista non esisteva la concorrenza, anche se gli operatori economici erano privati. Iberia, Repsol, Telecom, Camuzzi, Benetton erano solo alcuni dei nomi del grande capitale europeo che accorse alla corte di Menem e che senza investire quasi nulla, si portarono a casa tutto. L’inflazione era infatti solo un ricordo, ma dal 1997 il paese era in deflazione. Praticamente tutto era fermo. Due anni dopo il passaggio dei poteri arrivò il default del 2001 che finì l’opera iniziata negli anni ’90.

In Argentina il protocollo prevede tre giorni di lutto nazionale per la morte di un ‘ex presidente. In realtà il lutto non sarà solo protocollare, il potere peronista oggi al potere, così come il mondo dal quale proviene Mauricio Macrì, devono moltissimo a Menem. La faccia del “progressismo” peronista del dopo default, Nestor Kirchner, era stato anche lui della partita di Menem da governatore della sua provincia patagonica. Menem è stata la faccia più bizzarra di quel movimento inspiegabile che è il peronismo, all’interno del quale si trova tutto e il contrario di tutto. Molti dei mali dell’odierna Argentina hanno origine proprio negli anni di gloria del presidente che voleva portare il suo paese nel “primo mondo”, e finì per condannarlo invece alla povertà e alla marginalità.

 

Nel 1985 l’economista egiziano Samir Amin formulava la “teoria dello sganciamento” ipotizzando la creazione di flussi commerciali e politici “sud-sud” come unica via per il superamento dei rapporti iniqui tra il Nord e il Sud del mondo. In sostanza Amin considerava questa come l’arma risolutiva in mano ai Paesi del “Terzo Mondo” per porre fine alla loro storica dipendenza dai rapporti coloniali e neocoloniali con l’Occidente. Molto tempo è passato e alcuni tentativi sono stati fatti, a partire dalla creazione del Mercosur, primo blocco economico interamente formato da Paesi sudamericani. Ma la svolta, con la materializzazione delle teorie di Amin, potrebbe verificarsi ora, proprio dove meno ce la si aspettava.

È l’Africa, infatti, che grazie ai rapporti “stretti” con la Cina, criticatissimi dalle vecchie potenze coloniali, ha trovato la spinta per integrarsi economicamente, da sola. Il 1° gennaio di quest’anno, nel silenzio assordante della stampa mondiale, è nata l’area di libero scambio più grande al mondo: il Trattato di Libero Commercio Continentale Africano, noto con l’acronimo inglese AfCFTA, riunisce 54 Paesi africani al fine di realizzare un’unione doganale, abbattendo dazi e armonizzando le regole commerciali. Non si tratta di un’unificazione che ambisce alla costruzione di una nuova entità sovranazionale – come invece l’Unione Europea e, almeno sulla carta, il Mercosur – ma del tentativo di agevolare la circolazione di merci e servizi in tutto il continente, con l’obiettivo dell’autosufficienza. In pratica l’intero continente diventerà area di libero scambio, con la sola esclusione dell’Eritrea. Parliamo di un miliardo e duecentomila persone, una popolazione in crescita veloce, e di 2.500 miliardi di dollari di PIL.

Secondo i pronostici, entro i prossimi 7 anni l’unificazione delle regole e dei dazi sulle merci porterà a una crescita del 7% del PIL di questo continente-area economica e a un aumento pari a 500 miliardi di dollari nello scambio tra i Paesi dell’area. Attualmente il 90% dell’export africano è diretto fuori dal continente: per fare un confronto, la quota di export dell’Unione Europea diretta all’esterno dell’UE è del 40%. Accrescere l’incidenza del commercio infracontinentale spezzerebbe la dipendenza totale dai mercati terzi. I motivi dell’attuale scarsità degli scambi tra Paesi africani sono diversi. Sicuramente ciò dipende dal fatto che l’export africano è costituito soprattutto da materie prime, ma un peso notevole hanno anche le difficoltà concrete a muovere merci e spostare servizi tra i Paesi senza finire imbrigliati nella rete di dazi, corruzione, ostacoli burocratici.

Alla decisione storica di costituire una zona di libero scambio di portata continentale non è estraneo il peso acquisito in Africa dalla Cina, primo importatore, esportatore e investitore internazionale nel continente. La Cina non ha soltanto sostituito i tradizionali legami postcoloniali con i Paesi europei o con gli Stati Uniti, ma ha effettuato enormi investimenti sulle infrastrutture e sulla trasformazione in loco delle materie prime, dando il via alla nascita di un settore industriale in diversi Stati africani. Per la Cina, l’Africa non è soltanto un cliente da maltrattare o un fornitore da sfruttare, come è sempre stata per tutti gli altri “partner”, ma un continente strategico sul quale investire. La creazione dell’area di libero scambio diventerà un volano ulteriore per la presenza produttiva cinese perché le merci prodotte (o le materie prime trasformate) localmente potranno essere spostate da una regione all’altra del continente senza pagare dazi. Si tratta di una mossa mai nemmeno immaginata da Paesi come Francia, Belgio, Regno Unito, Germania o Italia, che concepirono l’Africa come uno scrigno dal quale trafugare tesori senza restituire nulla.

Eppure l’Africa che oggi decide di cominciare a camminare tutta insieme ha una forza che va oltre l’interesse contingente di Pechino e costituisce un precedente a livello mondiale. Il fatto che un insieme di Paesi le cui frontiere furono disegnate a tavolino dai governi europei decida di creare una comunità con regole comuni, e di superare almeno in parte quei confini, è una delle migliori notizie degli ultimi anni, anche se quasi nessuno l’ha rilevato.

 

L’elenco dei Paesi nei quali la democrazia arretra continua ad allungarsi. Si va alle limitazioni alla libertà di espressione, come in Russia, Iran o Ungheria, fino ai colpi di Stato condotti secondo tradizione, come quello recentissimo in Myanmar. Le potenze che si muovono dietro le quinte di questo arretramento dei diritti politici e individuali su scala mondiale sono quasi sempre le stesse. Pur non formando un asse vero e proprio, hanno interessi coincidenti: tutte vogliono impedire lo sviluppo di strumenti democratici che potrebbero mettere in discussione la natura di un regime o i privilegi di una classe politica corrotta. Russia, Iran, Cina e Turchia sono gli alfieri e i propagatori dei metodi totalitari di gestione del dissenso. Si tratta di Paesi che possono avvalersi di diversi strumenti per conquistare amicizie: dal loro peso economico alle conoscenze tecnologico-scientifiche, dal petrolio all’appoggio politico, garantendo sostegno presso gli organismi multilaterali. I generali golpisti birmani, ad esempio, sono stati graziati dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU grazie al veto imposto dalla Cina, alleata storica della dittatura birmana, che ha bocciato una bozza di risoluzione a favore del ripristino della democrazia.

Nei decenni, la politica dei veti incrociati ha coperto buona parte dei crimini commessi da Stati o gruppi di potere. Di fatto, l’equilibrio trovato durante la Guerra Fredda, con l’assegnazione a cinque Paesi di posti fissi e potere di veto in seno al Consiglio di Sicurezza, ha neutralizzato l’organismo che sulla carta dovrebbe vegliare sulla sicurezza e sul rispetto dei diritti nel mondo. Russia, Cina, Stati Uniti, Regno Unito e Francia continuano a essere al di sopra di tutte le altre nazioni, almeno nell’organo ONU nel quale si affrontano le questioni più delicate. Di una riforma del Consiglio di Sicurezza si è discusso molto negli anni scorsi. L’ipotesi che si era fatta strada non era di mettere fine allo strapotere dei cinque “grandi” sugli altri 188 Paesi, ma puntava ad allargare la cerchia dei membri permanenti ad alcune potenze emergenti, come Nigeria, India o Brasile. Eppure nemmeno questo è stato possibile: il club dei 5 è molto esclusivo e non intende ammettere nuovi soci.

Alla fine dei conti, l’obiettivo mai dichiarato dai membri permanenti è impedire il funzionamento della cabina di regia dell’ONU sulle crisi mondiali. In modo da avere le mani libere per decidere di volta in volta se sostenere o attaccare regimi che si mettono fuori dal diritto internazionale. Per fare un esempio pratico, la mancanza di condanna del golpe birmano da parte dell’ONU ha prodotto due effetti: i Paesi occidentali probabilmente torneranno ad applicare sanzioni unilaterali al Myanmar, ma d’altra parte la Cina potrà continuare a investire nel Paese, e sostanzialmente a gestirlo, senza violare nessuna regola del diritto internazionale. Una situazione della quale sono vittime soprattutto i birmani che con tanta fatica avevano riconquistato nel 2015 una democrazia, sicuramente condizionata, ma sempre meglio della dittatura militare.

Il mondo va avanti così, e nulla lascia intendere che si voglia o si possa cambiare registro. La platea delle nuove potenze (o aspiranti tali) cresce di giorno in giorno e ciascuna pretende di avere le mani libere come quelle storiche. Per questo la situazione dei diritti e della democrazia nel mondo è sempre peggiore. Anno dopo anno si accorcia l’elenco dei Paesi dove si possono dire pubblicamente cose come quelle che stiamo affermando ora. È l’altra faccia della narrazione della globalizzazione come grande forza che ha rimodellato i rapporti tra i popoli, creando una cultura comune. È vero che consumiamo sempre di più gli stessi prodotti in regioni distanti del mondo, ma la globalizzazione dei diritti è ancora di là da venire.

 

 

 

Nel dibattito su questa fase della pandemia, incentrato sulle vaccinazioni, mancano notizie sulla maggior parte dei Paesi del mondo. I contratti per miliardi di dollari e per quantità di dosi che talvolta sono pari a 5 o 6 volte il numero di abitanti riguardano l’Unione Europea, Stati Uniti, Australia, Israele, Giappone, Bahrein e pochi altri. Così abbiamo Paesi dove i cittadini potrebbero teoricamente essere vaccinati più volte e altri nei quali non si sa nemmeno se si vedrà mai un vaccino. Questo accade perché la gestione della pandemia e delle sue conseguenze sanitarie, economiche e sociali resta affidata a iniziative “individuali”, senza che nulla sia stato deciso a livello di comunità mondiale. In questa logica da “si salvi chi può” prevalgono soltanto la disponibilità economica e il peso politico che gli Stati possono far valere davanti ai fornitori di macchinari sanitari, di medicinali o di vaccini.

Lo stesso è successo con le compensazioni alle famiglie e alle imprese colpite dalla crisi economica. Negli Stati Uniti è stato appena approvato un maxi programma da 2000 miliardi di dollari per sostenere famiglie, piccole e medie imprese e rafforzare il settore sanitario. In Europa, l’UE ha creato un precedente storico, decidendo di emettere debito comune per affrontare la crisi, oltre a chiudere un occhio sull’aumento del debito di ciascun Paese. Gli organismi internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale, per la prima volta nella loro storia danno disco verde alla corsa all’indebitamento globale e approvano i piani di stimolo economico. Ma nei Paesi senza risorse si è potuto fare poco o nulla.

Da noi l’attenzione verso i problemi del resto del mondo è comprensibilmente calata con l’esplodere della pandemia e della povertà interna. Anche il sistema della cooperazione internazionale, che trasferisce risorse e competenze nei Paesi del Sud del mondo, annaspa: è difficile spiegare ai propri cittadini che si chiede aiuto a favore di popolazioni lontane. In questo quadro, nel quale le reti di solidarietà sono saltate, acquisisce maggiore significato l’iniziativa di uno storico tour operator torinese specializzato nel turismo responsabile. Viaggi Solidali ha deciso di organizzare viaggi virtuali per devolvere alle comunità locali dei Paesi in cui lavora le quote che vengono tradizionalmente destinate dai turisti al sostegno dei progetti locali. Si tratta delle quote di solidarietà, un meccanismo caratteristico del turismo responsabile che riserva una quota del prezzo del viaggio (da 50 a 70 euro, in media) a sostegno di un progetto visitato durante il viaggio stesso. Non è quindi il pagamento di un servizio prestato al turista, ma un contributo a sostegno di un progetto ambientale, produttivo, di promozione dei diritti o di tutela culturale.

Nel turismo responsabile, quando non si riesce a far partire un gruppo non si perdono soltanto reddito e lavoro per chi è coinvolto direttamente: è l’intera comunità locale che ne soffre perché viene meno il sostegno dei viaggiatori a progetti che la riguardano in senso ampio. Con l’operazione “turisti solidali” si manderà un segnale concreto di vicinanza a queste realtà oggi dimenticate da tutti, per tenere in vita i legami di partenariato tra operatori europei e comunità nel Sud del mondo. Un segnale concreto con cui si tenta anche di far vivere i legami tra cittadini di diversi Paesi, sulla base dei principi di sostenibilità ed equità del turismo responsabile. Sapendo che il turismo, quando ripartirà, sarà un turismo di piccoli numeri, senza affollamenti e lontano, almeno agli inizi, dalle destinazioni del turismo di massa. Si aprirà un’opportunità inedita per le comunità che propongono un turismo responsabile, di comunità e sostenibile: oggi bisogna aiutarle a resistere perché siano pronte per la ripartenza.