Per molto tempo siamo stati prigionieri dell’idea che il concetto di “sicurezza” equivalesse esclusivamente a protezione da attacchi terroristici. Una bolla nella quale siamo finiti dopo l’11 settembre 2001, popolata da servizi di intelligence, da nuove e maggiori forme di controllo sui cittadini (e conseguenti restrizioni della privacy) e da gruppi jihadisti, ma anche da movimenti indipendentisti, fronti di opposizione a regimi autoritari e organizzazioni dedite al narcotraffico. La lotta al terrore, infatti, è stata sempre una categoria ambigua, sfruttata da diversi regimi per perseguitare gli oppositori e utile in Occidente a foraggiare l’industria bellica e quella della sicurezza, pubblica e privata.

Ora scopriamo che non eravamo preparati a garantire un’altra forma di sicurezza, quella sanitaria, anche se epidemie e pandemie sono note da tempi remoti. Ma siamo alle soglie anche di un’altra emergenza in arrivo, quella alimentare. Un tema poco discusso, di solito riservato agli addetti ai lavori, anche se in questo le cause del problema sono note a tutti. La sicurezza alimentare, infatti, oggi è a rischio per via del modello agroindustriale mondiale e del cambiamento climatico. Mentre il prezzo del petrolio è in caduta libera, stanno schizzando alle stelle le quotazioni dei cereali e della soia. Questo perché l’Australia, uno dei sette grandi produttori mondiali di cereali, con gli incendi di quest’anno ha perso il 50% del raccolto, mentre in Argentina è stata reintrodotta una tassa sull’export agricolo soprattutto di soia, che ne limita la disponibilità sui mercati internazionali, e altri grandi produttori come Russia e Stati Uniti stanno frenando le esportazioni per accumulare riserve strategiche. Il calo della produzione australiana ha portato diversi Paesi asiatici a rivolgersi al mercato statunitense e a quello europeo, dove però, per motivi climatici, si teme che i raccolti di quest’anno non saranno straordinari.

Si “scopre” quindi che i cereali, la base dell’alimentazione mondiale, potrebbero scarseggiare presto. E questo nell’anno in cui le coltivazioni dei Paesi del Corno d’Africa e dell’Africa Orientale sono state distrutte da una drammatica invasione di cavallette. La minore disponibilità di cereali e il conseguente aumento del prezzo non influirà soltanto sull’industria di trasformazione europea, ma anche sul sistema dell’allevamento continentale. Le conseguenze peggiori potrebbero verificarsi in Africa, dove una minima variazione del prezzo dei cereali è in grado di provocare carestie, alle quali seguono immancabilmente le cosiddette “rivolte del pane”, a loro volta premessa di instabilità politica che sfocia nell’autoritarismo. Questa crisi alimentare e umanitaria, prevedibile e annunciata, si potenzierà inevitabilmente sovrapponendosi a quella economica globale determinata dalla pandemia.

Il tracollo della grande agricoltura ci riconduce alla madre di tutte le questioni, il cambiamento climatico. Bene ha fatto Greta Thunberg, con il suo movimento ambientalista, a continuare a manifestare anche in mezzo alla pandemia di coronavirus, ovviamente online, perché il nodo climatico venga affrontato. Non si può sospendere l’attenzione su questo nodo cruciale perché ci sono altre emergenze. Anche perché il mondo ormai è in stato di perenne emergenza: si susseguono crisi tra loro diverse, ma quasi sempre generate da combinazioni di fattori riconducibili al cambiamento climatico e al modello di sviluppo seguito a livello mondiale. Se le risposte saranno sempre parziali, scoordinate, sviluppate su scala locale e non a livello internazionale, non si riuscirà mai a fare prevenzione. Non ci sarà lieto fine come nella fiaba dell’eroico bambino olandese, che tamponando con il dito la falla di una diga, riuscì a salvare i suoi concittadini dall’alluvione. Ci vorrebbero gli stati generali della Terra per costruire un’agenda condivisa. Ma questo oggi suona come un’utopia, siamo ancora troppi impegnati a capire come salvarci da soli.

 

Il rischio di svolte autoritarie motivate dalla necessità di far fronte alla pandemia comincia a diventare realtà. Con il voto di due terzi del Parlamento ungherese, Viktor Orbán ha sostanzialmente mutato la già debole democrazia ungherese in una dittatura che, come già successo più volte nella storia, inizia con un voto democratico. Il potere legislativo ungherese – che, come in tutte le democrazie, dovrebbe essere un potere altro e di garanzia rispetto a quelli esecutivo e giudiziario – ha votato per sospendere le proprie funzioni, trasferendo il potere in modo illimitato e senza scadenze al primo ministro.

Gli unici precedenti europei dell’ultimo secolo sono stati negli anni ’20 l’ascesa di Benito Mussolini e negli anni ’30 quella di Adolf Hitler, entrambi legittimati come dittatori dai rispettivi Parlamenti. Non è retorica parlare di dittatura nel caso ungherese: il primo ministro potrà governare a tempo illimitato decretando da solo, potrà sospendere elezioni, controllare gli organi di stampa e condannare fino a cinque anni di reclusione chi diffonde notizie “false” rispetto a quanto comunicato dal governo. L’accerchiamento degli autoritarismi ai confini dell’Unione Europea, di cui sono protagonisti i vari Putin, Erdoğan e al-Sisi, ha fatto breccia all’interno della Comunità. La risposta a quanto avvenuto in Ungheria sarà il vero banco di prova per gli altri 26 Paesi UE, che, in questo momento, non avevano bisogno di un nuovo fronte interno.

La svolta ungherese è stata preparata fin da quando è iniziata la pandemia. Le diverse batterie virtuali al servizio della galassia sovranista europea hanno da subito cominciato a sparare su due fronti. Il primo è quello del patriottismo, delle bandiere, del linguaggio militare, degli inni cantati dai balconi, colorando di nazionalismo patriottico quella che era ed è un’emergenza sanitaria. Il secondo è l’attacco sistematico all’Unione Europea, da sempre uno dei bersagli preferiti dai sovranisti. L’Unione, già provata dalla Brexit, in poco tempo ha fatto molto per la crisi, sospendendo il Patto di Stabilità e facendo pressione sulla Banca Centrale Europea che, nonostante le resistenze iniziali, ha lanciato un quantitative easing senza tetto. Il punto dolente è quello degli eurobond, cioè della socializzazione dei debiti nazionali dovuti alla crisi. Tema delicatissimo, perché la condivisione del debito è un tabù per molti Paesi europei. Ma al netto del giusto dibattitto, e della mediazione che alla fine si troverà, le batterie dell’odio hanno inondato il web di fake news sull’Europa matrigna, dalla quale uscire senza indugio.

In questo clima, la mossa di Orbán scivola via più facilmente. Da una parte l’UE è seriamente impegnata nel contrastare la pandemia, dall’altra si è formato un consenso trasversale antipolitico, anti-istituzionale e pro-soluzioni drastiche che rischia di trasformare Orbán nel simbolo della mitologica “mano forte” che dovrebbe sistemare tutto. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che una svolta del genere, per certi versi inedita, avvenisse all’interno dell’Unione Europea, considerata ancora come un bastione della democrazia. Anche su questo bisogna riflettere, cioè su come la democrazia non si stia affatto diffondendo, ma anzi stia addirittura vacillando nel continente dov’è nata. La prima precauzione, per evitare la diffusione di questo virus potenzialmente più letale del Covid-19, è ammainare le bandiere, ignorare gli appelli che parlano di patria o di nazione e, soprattutto, cancellare il linguaggio militare. Il coronavirus è una pandemia, non una guerra. I cittadini non sono soldati ma si adeguano alla situazione, adottano le misure richieste solo se sono consapevoli. La patria non c’entra nulla, conta la solidarietà. E chi solleva qualche critica alla gestione della crisi, infine, non è un criminale, ma un cittadino, una persona che esercita il diritto di parola: senza il quale non si è più in democrazia.

 

Le regole che non si è voluto stabilire per gestire la globalizzazione degli anni ’90 non esistono neppure quando si tratta di far fronte a una pandemia. Ci sono dei protocolli, certo, e più o meno tutti, alla fine, faranno le stesse cose: ma in tempi diversi, senza sincronizzarsi, ripetendo i medesimi errori. Per affrontare un’emergenza come quella del Covid-19 tutti gli esperti più autorevoli dicono che, in mancanza di farmaci specifici, sono vitali il coordinamento e il tempismo. Quelli che ha messo in campo la Cina, dove tutto è iniziato, e dove un regime autoritario ha potuto applicare restrizioni draconiane a tempo di record senza che nessuno protestasse. O almeno, senza che giungesse notizia di proteste.

In Europa, in America Latina, negli Stati Uniti è guerra tra sindaci e governatori, tra governatori e governi centrali. Tutti in disaccordo sui tempi e sulla portata delle misure da intraprendere. Chi vorrebbe chiudere tutto da subito con i cittadini bloccati a casa, come i medici, e chi invece vorrebbe continuare a lavorare come se niente fosse o quasi, come gli industriali. Ma la litigiosità non si ferma agli organi di governo. Anche tra i cittadini scoppiano liti, virtuali o reali, circa i divieti di spostarsi. Un’opinione pubblica avvelenata dalle fake news circolanti in rete chiede di spingersi oltre rispetto a quanto i governi vogliono o possono fare. Il caso dei runners accusati di essere “untori”, in contrapposizione ai “passeggiatori di cani” che almeno per ora sono visti bene, la dice lunga su questa psicosi collettiva.

Umberto Eco diceva, poco prima di morire, che Internet aveva dato diritto di parola a legioni di imbecilli. In queste settimane, oltre agli imbecilli tout court, anche i complottisti, i dietrologi, i terroristi virtuali hanno una vasta platea. Si usano gli stessi copioni usati per l’AIDS negli anni ’90, per Ebola negli anni 2010, per la SARS poco tempo fa. Laboratori segreti dai quali sarebbero sfuggiti virus letali, potenze che attraverso la diffusione del Covid-19 vorrebbero conquistare il mondo, governi che nasconderebbero la verità. Come in un brutto film di James Bond, nel quale però non si sa se, alla fine, il criminale di turno che vuole conquistare il mondo sarà sconfitto dall’agente 007.

E purtroppo è normale che sia così, perché i seminatori di falsità e di panico sono attivi da sempre sulla rete. Se di solito sono seguiti da una minoranza di persone, nelle crisi la platea si allarga, e ciò succede anche perché chi dovrebbe essere un punto di riferimento ondeggia o si nasconde. Primi ministri che un giorno si dicono preoccupati e quello dopo minimizzano. Leader come Trump e Bolsonaro che addirittura ci scherzano sopra. Governatori che imputano l’epidemia all’abitudine di altri popoli di mangiare pipistrelli vivi. Ecco, se le istituzioni vacillano, allora perché non potrebbero avere ragione gli apocalittici della rete? La stessa politica è pesantemente influenzata dal dibattito online, dove tutte le opinioni valgono, idiozie comprese. Se questa crisi ci sta già lasciando un insegnamento è quello dell’urgenza di ripensare l’informazione fruibile oggi, che non sta più sui giornali ma in rete. Ma quali strumenti ci sono perché chiunque possa valutare cosa sta leggendo?

L’altro insegnamento è che solo istituzioni pubbliche efficienti e con tutte le risorse a disposizione possono arginare le derive autoritarie. Un servizio sanitario nazionale – quella geniale invenzione europea! – in grado di fare prevenzione e preparato all’emergenza è più rassicurante dell’esercito per strada. Infine, non va sottovalutato che sono i cittadini oggi a chiedere a gran voce che questi fenomeni siano governati dalle istituzioni politiche, anche a livello internazionale: è un ottimo viatico per rimettere finalmente mano al dossier abbandonato delle regole e delle pratiche comuni per il governo del mondo. Per quanto oggi tutti si stiano chiudendo entro i propri confini nazionali, è chiarissimo ormai che da soli non ci si salva.

 

Nella nostra realtà colpita dalla pandemia di coronavirus, le notizie che riescono a superare la marea di racconti sulla chiusura degli esercizi pubblici, gli inni cantati a squarciagola dai balconi o i consigli dei vip per non ammalarsi ci parlano, come sempre, di un mondo contraddittorio. Da un lato si ha finalmente la prova pratica di ciò che gli ambientalisti e la scienza affermano da decenni: e cioè che la combustione di petrolio e di carbone è la principale causa dell’inquinamento atmosferico, e di conseguenza del cambiamento climatico. Nelle località colpite da Covid19, gli indici di inquinamento sono crollati per via della quarantena di massa. Dalla Cina alla pianura padana. È la tragica dimostrazione empirica di quanto già si sapeva.

Dall’altro lato, nel mondo continua ad avanzare il totalitarismo. La manovra a tenaglia di Vladimir Putin per perpetuarsi al potere in Russia sembra ormai riuscita. Nominalmente la Russia è una democrazia, pur essendo in mano a un piccolo gruppo di politici e di affaristi, e pur detenendo il triste record per numero di giornalisti ammazzati, trecento, negli ultimi vent’anni. E ha bisogno di continuare a rispettare le apparenze democratiche. Putin ha quindi fatto ricorso a uno dei più consolidati trucchi sporchi delle neodemocrazie dell’America Latina: cambiare le regole in corso d’opera. Ha varato una riforma costituzionale che permette a un cittadino di essere eletto per due volte presidente, ma conteggiando i mandati solo dalla data di promulgazione della riforma stessa. Ora che la Corte Costituzionale ha dato il via libera, manca solo la formalità di un referendum popolare, indetto per il prossimo 22 aprile, che ovviamente sarà vinto dal presidente in carica. Alla fine di questo iter, nel 2024 l’uomo che ha vinto in Crimea, Ucraina e Siria, Vladimir Putin, potrà ricandidarsi per altri due mandati. E continuerà a gestire un potere che è nelle sue mani ininterrottamente dal 1999: una carriera al vertice della Russia più lunga di quella di Stalin. Un potere così longevo concentrato nelle mani di una sola persona chiude ulteriormente gli spazi di libertà e di democrazia.

Lo stesso sta accadendo in Turchia e in Egitto, dove Erdoğan e al-Sisi fingono anch’essi di guidare Paesi democratici. In realtà questa situazione non interessa molto al resto del mondo: anzi, nel contesto caotico di oggi si sente ripetere in continuazione che i Saddam Hussein, i Gheddafi, i Mubarak garantivano almeno la stabilità. Siamo dunque di fronte a una riduzione degli spazi di libertà individuale in Occidente, prima per il terrorismo poi per il virus, e a un ritorno alle democrature, cioè delle dittature che si vestono di democrazia, altra invenzione del laboratorio politico latinoamericano. Le proteste si circoscrivono al Paese in questione, ma a livello internazionale, se non si ha il palato troppo fine, le cose vanno bene. Alla fine si cerca sempre stabilità: un bene che si può raggiungere con la coesione sociale e politica oppure con il totalitarismo. Purtroppo, la strada che oggi va per la maggiore è la seconda: è quella più semplice e che offre agli interlocutori internazionali le maggiori garanzie.

Per un Paese democratico però non è un grande affare vivere in un mondo sempre più affollato di dittatori o aspiranti tali. Sono contagiosi, diffondono un virus non meno letale di quelli biologici. Certamente la democrazia non si esporta e chi dice di farlo di solito nasconde seconde intenzioni. Ma le democrazie possono fare scelte, pensare al di là dei propri interessi contingenti. Avere permesso a Putin e a Erdoğan di mettere sotto ricatto l’Europa con il gas e con i profughi è stato un errore fatale. Per uscirne bisogna spezzare la nostra dipendenza energetica e farci carico del disastro umanitario del Mediterraneo. Si può fare, i due dittatori nostri vicini senza queste armi di ricatto sarebbero molto ma molto meno potenti. La democrazia è una scelta e deve fare scelte. Adagiarsi, lisciare il pelo, subire senza reagire i ricatti di regimi autoritari dimostra solo una cosa che non è però sempre vera, che chi usa la forza vince.

 

 

Il mondo disegnato dall’ultima ondata di globalizzazione degli anni ’90 è come un organismo vivente. I gangli che garantiscono il suo funzionamento sono distribuiti ovunque. Molto diverso da quello del periodo precedente, quando la divisione internazionale del lavoro era piuttosto rigida e la mobilità delle persone limitata. Diverse e profonde sono state le riforme che hanno riconfigurato il corpo dell’economia, fino a renderlo interconnesso: la possibilità di delocalizzare le produzioni e spostare i capitali, l’emergere di nuovi mercati consumatori, la rivoluzione tecnologica (alimentata da nuove materie prime strategiche), la deregolamentazione del traffico aereo. Anche i flussi migratori si sono per così dire liberalizzati. Dopo la fine dell’emigrazione europea vi erano stati forti innesti di manodopera dai Paesi ex coloniali verso l’Occidente e le possibilità di migrare per motivi economici si sono moltiplicate, anche come conseguenza del crollo demografico dei Paesi di vecchia industrializzazione.

Il mondo odierno funziona appunto come un organismo vivente che si alimenta di materie prime ma anche di industria di trasformazione, alta tecnologia, logistica, intermediazione e marketing. Tutto sparso in giro per i continenti, senza escludere praticamente nessun Paese. L’utopia dell’autosufficienza economica è tramontata da un pezzo e i nostalgici dell’autarchia sono sparute minoranze. E questo è stato possibile non solo per le grandi imprese transnazionali, che in prima battuta hanno cercato manodopera a basso costo per poi lanciarsi a conquistare anche i mercati dove avevano delocalizzato, ma anche per il segmento dell’economia sociale: il commercio equo e solidale è stato possibile grazie ai meccanismi che hanno permesso di spostare merci e investire in Paesi fino a ieri chiusi, fino a conquistare un proprio mercato consumatore mondiale, per quanto piccolo.

La globalizzazione dell’economia ha anticipato il bisogno di una globalizzazione delle regole, dei diritti e delle risposte collettive alle sfide mondiali. Tutti i problemi che oggi dovrebbero essere affrontati dalla politica internazionale richiedono una risposta multilaterale, che si tratti di cambiamento climatico, di moderne pandemie o di regolamentare il commercio. Resta aperto anche il capitolo della pace, con decine di conflitti più o meno dimenticati che continuano a provocare morte e distruzione davanti all’impotenza, o meglio all’arroganza, di chi vorrebbe risolverli senza coinvolgere tutti gli attori. Lo dimostrano il caso palestinese e quello libico, in cui i tentativi di mediazione escludono ora una delle parti in causa, e cioè i palestinesi, ora l’intera comunità, come accade in Libia.

La mancanza di consapevolezza, l’incapacità di capire che sarebbe ora di fermarsi per ripartire da regole e sforzi condivisi spinge la comunità mondiale verso l’impotenza. E si tratta di una sensazione motivata, perché senza unità di intenti nulla si può fare per reindirizzare l’andamento globale. La politica si divide tra chi resta muto, o al massimo ripete formule di circostanza, e chi invece pensa a come trarre vantaggio dal caos geopolitico. Alla fine sono tutti perdenti, perché in un clima così instabile ed emergenziale vi sono pochi spazi per ricavare benefici sostanziali. Ma tanto vale. Il termometro della Terra segna un pericoloso aumento della febbre ma i medici facenti funzione non se ne curano. È come se stessimo vivendo un dopoguerra traumatico, ma senza lo slancio che ha sempre caratterizzato i periodi di ricostruzione: e in questo clima le pubblicità dei consumi di lusso, l’esaltazione della banalità, il rifugio psicologico nei social network stridono più che mai. Il gioco si è fatto duro per tutti, ma al momento i duri non stanno giocando. O peggio, non hanno intenzione di farlo.

 

La morte di Ernesto Cardenal, sacerdote, poeta e guerrigliero nicaraguense scomparso il primo marzo, riporta di attualità una delle pagine della guerra fredda “a bassa intensità” che si è combattuta in America Latina tra gli anni ’60 e gli anni ’90 del secolo scorso.

La Teologia della Liberazione era nata tra il Sud e il Centro America dietro la spinta del Concilio Vaticano II, che aveva aperto le porte della Chiesa cattolica al mondo contemporaneo. Era stata una rivoluzione, per i cattolici latinoamericani, potersi esprimere per la prima volta fuori dai canoni di un’ortodossia che, in quel continente, aveva sancito il connubio tra Conquista e fede.

La Chiesa era sempre stata vicina a chi esercitava il potere: spagnoli e portoghesi prima, aristocrazie creole dopo. Salvo rare e magnifiche eccezioni, la Chiesa istituzionale non aveva mai ascoltato la voce dei poveri, degli oppressi dal colonialismo e dalla storia. Con la Teologia della Liberazione Cristo non era più biondo né aveva le sembianze dei conquistatori spagnoli, ma diventava meticcio, mulatto, nero, indio. Cardenal – così come Gustavo Gutiérrez, Pedro Casaldáliga, Carlos Mugica, Ignacio Martín-Baró, Helder Câmara, Evaristo Arns, Tomás Balduíno parlavano la lingua dei poveri e con i poveri vivevano. Si moltiplicavano le parrocchie nelle baraccopoli delle grandi città come nelle zone rurali. La Teologia della Liberazione parlava di un nuovo tipo di peccato, quello “sociale”, dal quale non era possibile liberarsi con la confessione e la penitenza, ma soltanto attraverso la giustizia. Non quella divina ma quella degli uomini, che dovevano avere una vita degna su questa terra.

Per molti cattolici vicini alla Teologia della Liberazione fu inevitabile mischiarsi con chi in quegli anni lottava per ottenere profonde riforme sociali, più democrazia e diritti. Il prezzo da pagare per questa scelta fu enorme. Massacri, stragi, uomini e donne spariti nel nulla e tanta incomprensione da parte del Vaticano, guidato da un papa forgiato nelle lotte del suo Paese, la Polonia, dove le parti erano invertite. E che per questo non poteva capire, non conoscendo, cosa succedeva nel continente con più cattolici al mondo. Gli aderenti alla Teologia della Liberazione furono espulsi dalla Chiesa, talvolta denunciati agli squadroni della morte. Il disegno di normalizzazione si completò con la nomina di vescovi conservatori, lontani dai poveri e amanti della ricchezza, molti dei quali membri dell’Opus Dei. La conseguenza di questa scelta fu il rapido successo di religioni carismatiche, come gli evangelisti e i pentecostali, oppure di vere e proprie sette che sbarcarono in America Latina grazie ai cospicui finanziamenti ricevuti dai loro fedeli negli Stati Uniti, e che andarono a occupare il vuoto lasciato dai cattolici.

Nel 2014 la scelta di un papa latinoamericano è stata dettata anche dall’inesorabile emorragia di fedeli: un tentativo di recuperare terreno, ma forse non sufficiente. Le nuove chiese cristiane sono giovani, dinamiche, aggressive, fanno politica e per la prima volta hanno fornito una base popolare ai partiti conservatori. Il fenomeno Bolsonaro in Brasile non si spiegherebbe altrimenti. La scomparsa di Ernesto Cardenal ci ricorda quella stagione di unità di intenti tra laici e credenti in nome del bene comune. Sembra preistoria, ma prima o poi la scintilla scatterà di nuovo, perché le ingiustizie provocate dall’ancestrale disuguaglianza latinoamericana sono ancora attuali. Augusto César Sandino lottò contro l’occupazione straniera del suo Paese a cavallo tra gli anni ’20 e ’30 del Novecento. Cinquant’anni dopo, in suo nome si fece una rivoluzione contro un terribile dittatore. Oggi Ernesto Cardenal ci lascia, ma il suo esempio non è materia per gli storici. Farà sicuramente ancora strada.

 

 

 

L’annus horribilis è cominciato nell’estate 2019 con gli incendi dolosi in Amazzonia, conseguenza dell’attuale malgoverno brasiliano e della guerra commerciale tra USA e Cina, che lasciava presagire una crescita della domanda di soia per gli allevamenti del gigante asiatico, che non avrebbe comprato più dai farmers statunitensi. L’illusione è stata breve, perché Donald Trump ha presto capito che la sua era una guerra persa. Ma nel frattempo l’Amazzonia ha pagato un prezzo altissimo per le tensioni commerciali. Dopo pochi mesi altri incendi, questa volta dovuti al clima impazzito, hanno devastato l’Australia governata da un premier che nega il cambiamento climatico. E ancora l’invasione delle cavallette che ha distrutto l’agricoltura del Corno d’Africa e di vaste zone dell’Africa orientale.

Poi l’inverno più caldo di cui si abbia memoria, con punte di 20 °C nell’Antartide, ci ha regalato l’epidemia di coronavirus, originata in Cina e diventata in poche settimane quasi globale. Il regime cinese ha tenuto nascosta la notizia per un mese, lasciando circolare liberamente turisti e imprenditori cinesi e stranieri, prima di scegliere la via del pugno di ferro, come solo i regimi appunto sanno fare.

Ora gli economisti ci raccontano che nel 2020 si perderà quasi un punto e mezzo della crescita economica globale, ma sono dati provvisori. Si sta andando tutti dritti verso la recessione, che in realtà è già preannunciata da tempo. E non sarà soltanto un calo dei consumi e di conseguenza dell’occupazione: si vivranno momenti drammatici per quanto riguarda la sicurezza alimentare in diverse zone del pianeta dove cavallette, siccità, land grabbing e desertificazione avanzano. Sono fatti non necessariamente collegati tra loro, ma che insieme mettono paura. Situazioni drammatiche che ci ricordano qual è la vera agenda della Terra, che la politica continua a ignorare. I grandi del pianeta sono tutti impegnati in giochi di potere, chi per allargare la sua influenza come la Russia, chi per blindare i propri confini come gli USA. E c’è anche chi invece resta muto e impotente, come l’Europa. Si lavora sull’emergenza e sulle sue conseguenze, mentre da molto tempo si è abbandonata la prevenzione e ancora non si intravede una nuova stagione di riforme che porti la comunità internazionale a prendere in mano il destino collettivo.

C’è però una differenza rispetto al passato. Oggi si sa tutto. La scienza è univoca, ad esempio, sul cambiamento climatico. Ma già 20 anni fa i movimenti ambientalisti, contadini e per un consumo sostenibile hanno anticipato ciò che sarebbe successo, e nel frattempo hanno anche proposto idee e soluzioni. Come fece per esempio Alex Langer, il cui pensiero torna prepotentemente di attualità, chiedendo di agire localmente pensando globalmente. Invece oggi la dimensione locale diventa una gabbia autocostruita e quella globale è percepita solo come un pericolo: e così si rischia forte. Allo stato attuale, rivendicare uno sguardo internazionalista non è più una questione ideologica, ma semplicemente l’unico metodo per cominciare a costruire il mondo di domani, ponendo fine a questa lunga fase di transizione che rischia di riconsegnarci un mondo peggiore di quello che ci siamo lasciati dietro le spalle.