L’onda lunga della politica commerciale del presidente Donald Trump risveglia New Delhi. L’India ha imposto dazi più alti su un paniere di 28 beni importati dagli Stati Uniti, e le tariffe possono arrivare fino al 70%. È questa la risposta, che si concentra soprattutto sull’import agricolo, al rifiuto degli Stati Uniti di esentare dai dazi le importazioni di alluminio e acciaio indiano. L’India si è vista cancellare, infatti, un trattato che le consentiva di esportare sul mercato USA, senza imposte, merci per un valore fino a 5,7 miliardi all’anno. Per il Paese asiatico, sempre in bilico tra protezionismo e aperture di mercato, basta e avanza per programmare ritorsioni.

Nel 2018 lo scambio tra i due Stati aveva raggiunto un valore di 142 miliardi di dollari, ma ora rischia di calare notevolmente. Eppure, per gli Stati Uniti, l’India non è una rivale come la Cina, anzi: la potenza indiana è stata sempre favorita da Washington proprio in quanto argine all’espansionismo commerciale e militare della Cina in Asia. È l’India, infatti, che fa da contrappeso a Pechino nell’Oceano Indiano, anche dal punto di vista militare, soprattutto da quando lo Sri Lanka ha cominciato a gravitare nell’orbita cinese. La clava dei dazi, diventata l’architrave della politica estera di Trump, sta lasciando sul campo molti feriti proprio tra gli alleati storici degli Stati Uniti: India, Messico, Canada e ora anche l’Europa, contro la quale si prepara un attacco che prenderà di mira i settori dell’agroindustria e delle automobili.

La promessa contenuta nello slogan «America first», che ha caratterizzato la campagna elettorale di Trump, comincia mostrarsi in tutti i suoi aspetti con lo sviluppo di questa guerra commerciale. Per la prima volta dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno scelto di fare valere la loro potenza economica e militare non per confermare la supremazia geopolitica mondiale, bensì per avere un tornaconto economico immediato.

Che Trump non sarebbe stato un presidente interventista in politica estera era nelle cose. Ora però è chiaro che il mezzo ritiro degli USA dal Medio Oriente, l’inconsistenza nei confronti di Cuba e Venezuela, la latitanza dagli scenari africani e la scelta di sostenere in Europa soltanto il partito inglese della Brexit sono tutte tappe intermedie di una strategia. Che potremo denominare “Fortress America”: cioè trasformare il Paese-guida della globalizzazione in un mercato che torni a produrre in casa ciò che aveva delocalizzato, in una fortezza che si difende a ogni costo da chi vuole entrarvi, con il muro al confine o con le estorsioni nei confronti del Messico.

E nulla importa se, solo un mese fa, il segretario di Stato Mike Pompeo aveva firmato accordi di cooperazione militare con l’India o se, a parole, qualcuno ha minacciato l’invasione del Venezuela: prima l’economia, poi si vedrà. Questo rovesciamento della linea seguita dagli Stati Uniti negli ultimi 20 anni potrebbe avere risvolti positivi sul fronte interno: gli USA neo-protezionistici crescono e creano impiego, anche se non di qualità. Ma basterà questo a un Paese che avverte come proprio destino manifesto l’essere faro e guida della democrazia nel mondo? Probabilmente il tema non sfiora minimamente il Presidente, che ha una visione del mondo (e di come gestirlo) paragonabile a quella di un ragioniere, ma violento e capriccioso.

Da anni gli analisti più lucidi si prodigano in previsioni sui diversi scenari geopolitici di pericolo – dalle eterne tensioni mediorientali all’espansionismo russo – ma mai nessuno aveva messo in conto un cambio così radicale nella politica estera degli Stati Uniti. Per questo oggi mancano strumenti di comprensione, e si percepisce l’imbarazzo di chi considerava Washington come l’unica certezza negli equilibri internazionali e ora deve ricredersi. Lo scenario è cambiato: siamo tutti più soli, il “condominio Terra” sta entrando in una fase di anarchia in cui i singoli Paesi cercano di far prevalere solo i loro interessi, mentre i grandi temi comuni, come l’ambiente e la pace, tornano patrimonio della sola società civile. Alla fine, almeno questo non sarebbe una grande novità.

 

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Il caso dell’afroamericano massacrato dalla polizia di Memphis è solo uno dei tanti episodi di sangue che si continuano a registrare nelle società multietniche dove non tutte le componenti sono sullo stesso piano di parità. Nel caso delle società americane, dagli Stati Uniti al Brasile, sono gli afroamericani a finire più spesso in carcere e a subire episodi di violenza. E non perché ci sia una naturale inclinazione etnica al crimine, come affermato dagli pseudo sociologi-xenofobi oggi di moda, ma per tre ordini di motivi. Il primo riguarda la condizione sociale e l’emarginazione di una componente etnica ben precisa per motivi storici, come gli afroamericani in America o i rom in Romania, entrambi schiavizzati fino a metà dell’800. La seconda la maggiore attenzione della polizia nei confronti di chi appartiene a queste minoranze. La terza la considerazione dei reati da povertà, come il furto semplice, quali fonti di allarme e quindi amplificati dalla stampa.

In realtà per combattere le disparità sociali derivate dall’appartenenza ad una etnia si è fatto molto, negli Stati Uniti ad esempio con le positive discimination che hanno aperto college, università e posti di lavoro che erano storicamente negati agli afroamericani. Quello che nessuna legislazione può eliminare però è il residuo secolare di pregiudizi creati ad hoc per giustificare una situazione di sopruso.  Lo schiavo non era privato dalla libertà per via di un’ingiustizia, ma perché pigro, disordinato, non sapeva lavorare, viveva nella promiscuità, era poco intelligente. Giustificazioni buone per mettere a posto le coscienze davanti a fatti orrendi. La Gran Bretagna vittoriana aveva coniato addirittura un concetto per giustificare le violenze nei confronti dei popoli africani colonizzati: il “fardello dell’uomo bianco”. Cioè il colonialismo non era una grande macchina di sottrazione di forza lavoro e di materie prime ma bensì una missione, i colonialisti portavano la luce a popoli che vivevano al buio e nell’ignoranza. Popoli che poi si portavano nelle capitali europee da esibire negli appositi zoo-umani, perché i cittadini civilizzati potessero vedere di persona la selvaggità dei colonizzati. È questa la matrice più profonda e insidiosa del razzismo, non basata sul colore della pelle, ma sui rapporti di forza che si sono determinati nella storia degli ultimi secoli. Rapporti di forza basati sulla violenza e anche sull’invenzione di una superiorità culturale e intellettiva. Un mix che è entrato anche nella mentalità del dominato, come spiegava magistralmente l’antropologo statunitense Oscar Lewis nei suoi studi sulla povertà. Ma soprattutto del dominatore, anche tra i suoi ceti più modesti. La credenza della superiorità dei bianchi nei confronti dei neri non ha mai riguardato un élite, ma grandi masse. Tra i ceti più emarginati e poveri delle società occidentali il razzismo è stato, e resta, ben presente. Un razzismo che è anche consolatorio, perché inchioda qualcuno a un gradino più basso del tuo e trasmette l’ebrezza di appartenere a un’etnia superiore, con più diritti e opportunità, ma anche da difendere. Ed è stato questo il colonialismo, la sublimazione del concetto di guerra tra i poveri, dove non è mai esistito l’empatia tra le persone oppresse perché appartenenti a etnia con valori, virtuali, diversi. Poveri europei che si immolavano nelle guerre coloniali combattendo altri poveri. Sono queste le mele avvelenate che continuiamo a raccogliere nel XXI secolo. Cinesi furbi e silenziosi, africani balordi, arabi infidi, indios ieratici e rom ladri continuano a vivere nell’immaginario occidentale e ad essere strumentalizzati dalla politica. Per questi motivi, per gli afroamericani che tremano quando i loro figli escono di casa perché non sanno se torneranno vivi, la fine della schiavitù non è ancora arrivata.

 

Le rivelazioni del sito di giornalismo investigativo The Intercept sui messaggi che si erano scambiati via Telegram il giudice Sérgio Moro, oggi ministro della Giustizia del governo Bolsonaro in Brasile, e il pubblico ministero Deltan Dallagnol, che ha guidato il team investigativo dell’inchiesta “Lava Jato” sul conto dell’ex presidente Inácio da Silva Lula hanno dato sostanza ai sospetti che si addensavano sulla tormentata vicenda. I messaggi sarebbero la prova del fatto che in Brasile c’è stato qualcosa che ricorda i golpe degli anni ‘70. Quando si parla di golpe bisogna essere molto cauti, si tratta di un concetto che però oggi andrebbe aggiornato. Il colpo di stato è un’anomalia in paesi formalmente democratici nei quali, davanti alla rottura di equilibri di potere, intervengono i militari in rappresentanza degli interessi offesi per rimettere a posto le cose. Questo lo schema classico degli anni ‘70. Ma ciò che sta venendo alla luce in Brasile indica nuove modalità di ingerenza altrettanto efficaci. La condanna di Lula a 12 anni di reclusione per corruzione passiva e riciclaggio era stata criticata da giuristi di tutto il mondo. Questo perché non sono mai state trovate prove che confermassero l’ipotesi investigativa. L’unico elemento presso in considerazione per condannare Lula sono state le dichiarazioni di un pentito, Léo Pinheiro, che in cambio ha avuto un forte sconto di pena. Sulla base di questa dubbia “prova”, senza altri riscontri, in nessun Paese democratico sarebbe stata possibile una condanna al carcere. Ma in Brasile, dove più volte in questi anni si è praticamente uscito dalla legalità, tanto è bastato per la condanna in primo grado e per la conferma da parte della Suprema Corte.

Nei giorni scorsi papa Francesco, rivolgendosi ai giudici che partecipavano in Vaticano a un vertice panamericano sui diritti sociali, ha denunciato il cosiddetto lawfare, ossia l’uso illegittimo del diritto con l’intento di danneggiare un avversario, arma spesso usata per minare processi sociali e politici emergenti. Secondo il papa, queste pratiche derivano da una combinazione di attività giudiziarie improprie e operazioni multimediali parallele. Il suo discorso ha anticipato di poco l’uscita della notizia sulle irregolarità della giustizia brasiliana nel caso Lula. Ma il problema, ovviamente, non riguarda solo il Brasile. Il lawfare sarebbe la nuova frontiera del golpe, un mix di indebite ingerenze della Magistratura sostenute da un fitto fuoco mediatico.

Molto si è scritto in questi ultimi anni sui cambiamenti in corso nella politica da quando è divenuto possibile creare o distruggere il consenso attraverso l’uso spregiudicato (e spesso illegale) dei nuovi media, in particolare diffondendo notizie false. Poco, invece, si è ragionato sull’uso spericolato delle inchieste giudiziarie per abbattere o consacrare politici, anche con un tornaconto personale da parte dei giudici, come nel caso del brasiliano Moro. L’imparzialità e la terzietà della Giustizia sono un pilastro dei sistemi democratici, ma spesso restano tali solo sulla carta. Questo accade soprattutto in Paesi dove la democrazia è fragile e ostaggio dei poteri forti. Quel che è certo, nel caso brasiliano, è che se Lula non fosse stato vittima di atti illegittimi da parte degli inquirenti, coperti e aizzati dai grandi gruppi editoriali, la storia politica del Paese avrebbe potuto avere un segno diverso.

Aldilà del nome che si voglia adoperare, il Brasile è stato vittima di un golpe in piena regola.

 

Un mondo di dazi?

Pubblicato: 7 giugno 2019 in Senza categoria

Una parola che pareva scomparsa, o almeno in via di sparizione, è tornata di prepotente attualità. È il sostantivo dazio, derivato dal latino medievale datio che significava “l’atto di dare”. Nello schema frammentato di quel periodo della storia europea, i dazi costituivano una delle principali tasse che il potere incassava senza alcun costo: si esigeva, infatti, un pagamento per autorizzare il semplice transito di una merce. Più recentemente i dazi si sono trasformati in strumenti per regolare il mercato interno, gravando per esempio il costo delle merci prodotte all’estero al fine di tutelare la produzione nazionale, e sono divenuti parte importante negli accordi tra Stati.

Durante il periodo mercantilista questo strumento cominciò a essere usato in modo ambiguo. Le potenze europee neo-industrializzate alzavano barriere doganali e applicavano dazi sulle importazioni, ma pretendevano (e ottenevano a colpi di cannone) libero accesso ai mercati dell’Asia, dell’Africa o dell’America Latina. Arrivarono anche a distruggere interi comparti produttivi concorrenti per garantirsi il monopolio, come fece la Gran Bretagna dei telai meccanici nei confronti dei produttori di tessuti indiani quando nacque l’Impero. Durante la Guerra Fredda il problema non si poneva, la priorità era lo scontro tra i due blocchi, all’interno dei quali Stati Uniti e URSS dettavano le regole. Con l’avvio dell’ultima ondata di globalizzazione e l’apertura dei mercati mondiali alla circolazione di merci e capitali, pareva che i dazi potessero scomparire nei rapporti commerciali. Nel 1995 nacque l’Organizzazione Mondiale del Commercio, meglio nota con l’acronimo WTO, con l’obiettivo di eliminare progressivamente barriere doganali e dazi seguendo la linea dettata dalle potenze occidentali.

Al WTO è stato attribuito un ruolo centrale finché l’abbattimento delle barriere doganali andava a vantaggio dei suoi azionisti di maggioranza. Ma da quando la bilancia commerciale mondiale ha cominciato a pendere a favore della Cina e dell’Oriente, ecco che questa organizzazione è stata progressivamente marginalizzata. Le delocalizzazioni produttive, e ancor più la nascita di mercati consumatori giganteschi in Paesi fino a pochi anni fa poverissimi, hanno infatti rimescolato le carte: gli Stati Uniti, che avevano dato il via e guidato l’apertura dei mercati, hanno cominciato registrare uno spostamento della bilancia commerciale sempre più marcato a favore dei Paesi esteri. Cina, Canada, Messico, addirittura l’Europa hanno saldi positivi negli scambi con la prima potenza mondiale, che per prima aveva trasferito all’estero interi settori produttivi. Questa nuova situazione potrebbe rappresentare una grande opportunità per discutere le regole e la governance della globalizzazione: l’agenda dovrebbe certamente comprendere le pratiche commerciali sleali abbondantemente usate dalla Cina, ma anche i temi della fiscalità globale, dell’impatto ambientale, dei diritti dei lavoratori.

Se la comunità internazionale concordasse una maggiore omogeneità dei costi del lavoro e arrivasse a parametri condivisi di tutela dell’ambiente, il volto della globalizzazione cambierebbe ancora una volta. Invece la linea dettata da Washington va in tutt’altra direzione, e recupera i dazi come arma di politica estera: i dazi per colpire nemici, i dazi per colpire un popolo o una categoria. L’aspetto più paradossale di questo ritorno al passato è stata la mossa insolita con cui Donald Trump ha minacciato di imporre dazi contro il Messico se questo Paese non bloccherà il flusso di profughi centroamericani diretti verso la frontiera con gli USA. È chiaro che questi atteggiamenti allontanano la soluzione dei problemi e preparano un conflitto che vedrà tutti contro tutti: come nei tempi remoti del Medioevo, quando la visione del mondo coincideva con i confini del proprio feudo.

 

La multinazionale dell’abbigliamento sportivo Nike ha subito una sconfitta storica, senza che ci sia stato nemmeno bisogno di approdare in tribunale. La nuova scarpa della collezione Air Force 1 doveva portare un disegno, su fondo nero, in omaggio a Portorico, l’isola caraibica “associata” agli Stati Uniti. Il disegno riproduceva la rana Coquí, un piccolo batrace originario proprio di Portorico. Ma ecco che approssimazione e superficialità hanno trasformato l’operazione in un furto ai danni di Panama, e più precisamente dell’etnia Kuna. Un popolo che vive sull’arcipelago di San Blás, al largo della costa nord-orientale, verso la Colombia, difendendo con unghie e denti la sua autonomia culturale e anche territoriale.

L’arte kuna si esprime con uno dei prodotti più alti della cultura materiale americana, le molas: splendidi tessuti colorati che ormai da anni sono ambiti dai collezionisti d’arte. I Kunas attribuiscono a queste stoffe un valore insieme culturale e religioso. Le molas sono infatti le “tele” sulle quali raffigurano la loro mitologia. Per i creativi Nike, invece, le molas erano solo drappi colorati con uno stile affascinante. Ed ecco che l’omaggio a Porto Rico si è trasformato in un furto di proprietà intellettuale ai danni di un intero popolo. O meglio, in un caso di appropriazione culturale, tema al quale l’opinione pubblica nordamericana è sensibilissima. La denuncia dei Kunas ha fatto il giro del mondo grazie ai social network, costringendo l’azienda a sospendere la vendita delle scarpe incriminate e a riconoscere che si era creato un equivoco, ammettendo che per disegnare la rana Coquí portoricana erano state usate come modello le molas dei Kunas panamensi.

L’episodio potrebbe chiudersi qui, con un lieto fine. In realtà il furto di proprietà intellettuali e culturali ai danni dei popoli indigeni del mondo è un male antico mai debellato. Cominciò ai tempi del colonialismo, quando l’archeologia e la sedicente antropologia dell’epoca saccheggiavano opere d’arte, paramenti religiosi, addirittura corpi umani per riempire i musei “dell’uomo” delle capitali europee. E perdura ancora oggi, ad esempio con l’uso di simboli dei popoli nativi a scopo pubblicitario. Molte “scoperte” ancestrali di questi popoli sono state nel tempo brevettate a beneficio di aziende internazionali.

La tutela del diritto d’autore, da tempo ben regolamentata nel caso di persone fisiche o imprese, ha una storia recentissima quando riguarda i popoli. Anzi, al di là di poche eccezioni, non esiste ancora una codifica chiara, un riconoscimento formale dell’appartenenza di un bene tradizionale a un popolo. Oggi però l’uso dei social, e la crescente importanza della “reputazione” delle imprese, patrimonio che si può perdere velocemente, stanno portando a una forzatura in senso positivo della legge. Da un punto di vista legale, Nike avrebbe potuto tranquillamente usare le molas dei Kunas: non avrebbe di sicuro perso una causa davanti a un giudice, sempre ammesso che ci fosse margine per portarla in tribunale. Invece ha deciso di ritirare il prodotto dal mercato, come di solito le aziende fanno quando vengono colpite da una sanzione: di fatto, ha riconosciuto che non era proprietaria di quel prodotto culturale. Questo per tutelare la sua reputazione, per non finire nel mirino di campagne di boicottaggio. Di questi tempi, infatti, spesso la paura di finire alla gogna conta più delle sentenze dei tribunali. Altra novità sulla quale riflettere pensando al mondo del futuro.

 

La campagna per il rinnovo del Parlamento europeo è stata clamorosamente sottotono. E non solo perché l’afflato europeista dei cittadini è in calo da tempo, ma anche perché la maggioranza che non è ostile all’UE non identifica l’Unione con un’entità che possa risolvere i suoi problemi. La vera crisi dell’Unione Europea, insomma, più che dalle forze sovraniste contrarie al progetto federativo, è testimoniata dal poco entusiasmo dei favorevoli. L’Europa che per la generazione del dopoguerra significò pace e prosperità, e per le generazioni degli anni ’80 e ’90 è stata sinonimo di confini aperti e moneta unica, è diventata una sorta di gabbia nel quale si è quasi condannati a restare perché l’uscita sarebbe peggiore. È un sentimento da un lato sicuramente influenzato dalla Brexit, che ha abbassato l’intensità dei canti delle sirene sui benefici dell’uscita dall’Unione, e dall’altro dalla sensazione ormai diffusa che Bruxelles sia lontana da tutto e da tutti.

Si dà per certo che al centro della costruzione comunitaria ci siano i vincoli e la disciplina di bilancio, mentre pare a tutti impossibile costruire uno stato sociale condiviso a livello europeo e una difesa unificata, definire un salario minimo europeo e approdare all’armonizzazione fiscale. Come sempre, quando parliamo di Europa, dobbiamo fare la tara alla propaganda avversa, che la qualifica per quello che non è: una realtà terza. La costruzione europea, e in ultima istanza tutto ciò che si decide a Bruxelles, è invece frutto della volontà politica degli Stati membri. Nemmeno il Parlamento europeo, l’unico organo democraticamente eletto dell’Unione, ha poteri sufficienti per contrastare ciò che decidono la Commissione europea e il Consiglio europeo, organo composto dai capi di Stato o di governo dei Paesi membri.

Altro punto che impedisce un giudizio sereno sul valore dell’Unione è la quasi completa ignoranza delle sue reali prerogative, e cioè di quali competenze siano state davvero trasferite a Bruxelles e quali siano, invece, ancora esclusivamente sotto la responsabilità degli Stati membri. Nel primo caso troviamo le politiche agricole, i diritti dei consumatori, l’ambiente, la sicurezza alimentare. In questi campi, sui quali ha competenza l’UE, in Europa sono stati raggiunti gli standard più alti al mondo. Ma non solo: i vincoli posti dall’Unione in merito al rispetto dello stato di diritto da parte dei Paesi membri sono oggi l’unica garanzia per i cittadini di diversi Paesi dell’Est, dove progetti autoritari tentano di erodere le conquiste democratiche. Infine, non soltanto in 60 anni non si sono mai registrati conflitti tra Paesi membri, ma grazie all’UE ogni cittadino ha una possibilità in più per difendersi e far valere i suoi diritti, grazie alla Corte europea di giustizia che può ribaltare una sentenza nazionale. E tutto ciò con un costo bassissimo. La tanto vituperata euro-burocrazia costa infatti molto meno delle spese per la gestione degli Stati membri.

Ma cos’è che non va, allora? Non funzionano alcuni meccanismi che, pur nascendo da ragioni storiche, oggi andrebbero superati, come l’unanimità nelle decisioni. Altri meccanismi sono invece poco attuati: per esempio la cooperazione rafforzata, che potrebbe favorire senza strappi la creazione di un’Europa “a due cerchi”. Il primo che si consolida e procede verso la creazione di una vera entità multinazionale, il secondo che resta agganciato al mercato comune in attesa di decidere se accelerare oppure uscirne. In questo senso, l’allargamento dell’UE avvenuto negli ultimi anni ha rappresentato un danno. Bisognava prima definire meglio la natura dell’Unione e approvare la Costituzione, e solo poi procedere a includere nuovi Paesi. Ora però non è tempo di guardare indietro ma di attuare riforme profonde. Sarebbe bene che non fosse il solito asse franco-tedesco a trainare gli altri Stati, ma che si formasse anche un asse del Mediterraneo, nel quale l’Italia potrebbe giocare un ruolo fondamentale.

L’Europa del 2019 vacilla tra dissoluzione e rilancio. Gli elettori manderanno un segnale in questo senso, ma la sopravvivenza dell’Europa come entità politica potrà essere frutto solo di una classe dirigente capace di uno sguardo lungimirante e di uscire da logiche solo nazionali, come accadde nel 1957, quando i padri fondatori firmarono il Trattato di Roma. All?Europa del 2019 manca una nuova utopia, che indichi la direzione, che proponga nuove lotte e nuove conquiste.

 

La guerra dei dazi tra gli Stati Uniti e la Cina è soltanto la prima scaramuccia in grande stile di un conflitto più ampio in corso da tempo. Se durante la Guerra Fredda il primato tra le due potenze si giocava sulla forza militare e sulle armi nucleari, in questa fase la supremazia – pur continuando a poggiare sull’apparato bellico – si baserà soprattutto sulla potenza economica e sulla capacità di controllare i settori strategici della nuova economia. Il piano di Pechino, sintetizzato nel progetto Made in China 2025, prevede il raggiungimento della parità economica con gli Stati Uniti tra soli 6 anni, mentre il sorpasso nel campo dell’intelligenza artificiale è previsto nel 2030. Le caratteristiche di questo scontro per l’egemonia sono dunque in buona misura originali rispetto al passato: questo perché, mentre ai tempi della Guerra Fredda le due potenze prosperavano all’interno di sistemi economici autonomi l’uno dall’altro, oggi i duellanti fanno parte dello stesso mercato globale, anzi, ne sono i pilastri. Entrambi hanno reso possibile la globalizzazione, entrambi sono fermamente capitalisti e ormai sono interdipendenti. La Cina dipende dal mercato statunitense per mantenere i suoi ritmi di crescita e dare sbocco alle proprie merci, gli USA dipendono dalla Cina in qualità di acquirente del debito pubblico, dei prodotti agricoli e dell’alta tecnologia statunitensi.

Non si era mai visto uno scontro tra due Paesi che sono il primo mercato (gli USA per la Cina) e il secondo creditore (la Cina per gli USA) l’uno dell’altro. Tuttavia anche gli altri conflitti post-Guerra Fredda nascondono spesso la stessa grande contraddizione: vedono contrapposti Stati fortemente vincolati da legami commerciali o produttivi. Su scala minore sono emblematici i casi del Venezuela di Nicolás Maduro, osteggiato da Washington (e sostenuto da Russia e Cina) pur avendo sempre avuto come primo cliente gli Stati Uniti; e dell’Iran, che in Medio Oriente sostiene regimi ostili all’Europa ma ha bisogno dello sbocco di mercato europeo per il suo petrolio. È l’eredità della globalizzazione, che negli anni ’90 scardinò chiusure e barriere, spostando competenze e capitali. Proprio per via di questi legami, oggi i conflitti combattuti con le armi riguardano pochi scenari: regioni per lo più marginali per l’economia mondiale, come nel caso palestinese, oppure Paesi che sono oggetto di una contesa tra grandi portatori di interesse, come nel caso della Libia.

Ma la situazione è comunque pericolosa. Se non altro perché, contestualmente alla crescita di questi conflitti, sta tramontando l’intero impianto multilaterale mondiale: dagli accordi commerciali alle azioni contro il cambiamento climatico, dalla mediazione per risolvere le guerre alla tutela dei diritti umani. È un gigantesco “liberi tutti” nel quale emergono quotidiane violazioni di ogni tipo di regola senza che si registri nemmeno una protesta formale. La lotta per la supremazia, oppure per la sopravvivenza, non ammette che si perda tempo a riflettere sulle conseguenze prodotte dal moltiplicarsi di autoritarismi e totalitarismi. E intanto la democrazia sta visibilmente arretrando, anno dopo anno.

È questa la grande differenza tra l’epoca della Guerra Fredda, quando i contendenti propugnavano due tipi diversi di democrazia, con mercato e senza mercato, e la situazione di oggi, in cui si lotta solo per il controllo del mercato, a prescindere da tutto il resto. Questa nuova Guerra Fredda senza ideologia sancisce il trionfo dell’economia, alla quale dagli anni ’90 è stato delegato ogni potere di indirizzo. Ma il mondo non è un’azienda, e il rischio per tutti è che i Paesi in gara per la supremazia sono armati fino ai denti.