Fin dai tempi più remoti oro vuol dire ricchezza e potere. Per molte culture l’oro aveva origine divina, per molti popoli divenne moneta. Il colore unico di questo metallo duttile e malleabile e la sua incorruttibilità nel tempo lo hanno reso padrone universale degli scambi commerciali. Fu il motore del viaggio di Cristoforo Colombo verso l’Asia che si concluse nelle Americhe, fu alla base della grande accumulazione di capitali che finanziarono la Rivoluzione industriale alla fine del ’700 e fino agli anni ’70 del secolo scorso è stato la garanzia del denaro stampato sotto forma di banconote e di monete in metalli poveri: ogni Stato ha ancora le proprie riserve in oro, eredità di quando con i lingotti si garantiva la moneta, anche se oggi la massa monetaria stampata è di molto superiore al valore delle riserve di questo prezioso metallo.

Si sa che alcune istituzioni nazionali e internazionali mantengono riserve in oro particolarmente rilevanti, come la Fed statunitense, la Bundesbank tedesca, il Fondo Monetario Internazionale e Banca d’Italia, che detiene più di 2400 tonnellate d’oro, per un valore equivalente di circa 90 miliardi di euro. Quello che è meno noto è che, nel corso del Novecento, molti Paesi hanno spostato parte di queste riserve nei caveau di istituzioni straniere che garantivano solidità e sicurezza in caso di stravolgimenti politici. L’Italia, per esempio, conserva in proprio solo il 44% delle sue riserve, mentre una percentuale uguale è conservata dalla Federal Reserve negli Stati Uniti, il 6% in Svizzera e il 6% nel Regno Unito. New York e Londra sono da sempre i due principali forzieri mondiali dell’oro. Londra custodisce attualmente 200mila lingotti di 70 nazioni. Tra esse c’è il Venezuela, che qui ha lasciato in custodia il 10% delle sue riserve auree, pari a 600 milioni di dollari. Alla richiesta di rimpatrio avanzata da Caracas lo scorso agosto, la Banca d’Inghilterra ha dato per ora risposta negativa. Non è il primo caso: anche la Federal Reserve aveva bloccato per oltre un anno la richiesta tedesca di rimpatrio di 130 tonnellate di oro. Solo dopo la minaccia di uno scandalo diplomatico i lingotti ritornarono a Francoforte.

Il diniego inglese alla richiesta del governo di Nicolás Maduro illustra il nervosismo delle banche centrali di USA e Regno Unito per l’emorragia di depositi subita negli ultimi anni. Dal 2008, i forzieri della FED si sono alleggeriti di 7000 tonnellate di oro e da quelli di Londra ne sono uscite 400 tonnellate. Per entrambe le istituzioni si tratta di un problema: l’oro in custodia, che pure non può essere contabilizzato come risorsa propria, rafforza la solidità di chi lo custodisce. In tempi di Brexit soprattutto, una forte richiesta di rimpatri delle riserve auree si aggiungerebbe ai problemi che lo strappo con l’Europa sta creando e potrebbe avere ripercussioni negative sulla stabilità della sterlina. Il Venezuela, che ha problemi interni ben più gravi della Brexit, rimane invece a bocca asciutta, scoprendo che nel contratto di custodia, in lettere piccole, la Banca d’Inghilterra aveva scritto che può «non restituire l’oro sovrano in custodia e impedirne anche la visione». Proprio in base a quell’articolo, finora Londra ha risposto a Caracas che non restituisce l’oro perché «sospetta un utilizzo improprio». Una motivazione che non sta in piedi ovviamente, ma che diventa un forte segnale agli altri 70 Paesi, Italia inclusa, che hanno affidato parte loro riserve alla Banca d’Inghilterra: non provate a chiederle indietro.

Quell’oro, anche se patrimonio di Paesi terzi, per ora non si tocca, in attesa di vedere gli sviluppi della situazione internazionale. Così il metallo giallo torna d’attualità svolgendo la sua antica funzione principe, quella di bene rifugio al quale aggrapparsi quando il resto dell’economia tracolla. E conferma tutto il suo valore simbolico e psicologico: ancora per troppe persone nel mondo oro equivale a ricchezza, anche quando è ottenuto con mezzi opinabili e perfino se è di altrui proprietà.

 

 

 

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Si tiene nell’ultimo weekend di novembre a Buenos Aires la tredicesima riunione del G20, il forum di presidenti, ministri dell’Economia e governatori delle Banche centrali delle prime 20 economie mondiali, nato nel 1999. Il G20 è l’evoluzione del G8 (gruppo ristretto alle sole potenze occidentali più Giappone e Russia), rispetto al quale fotografa meglio la geografia dello sviluppo delineatasi dopo l’emersione di nuove potenze regionali e, nel caso della Cina, globali: gli Stati membri producono l’86% del PIL mondiale. Il G20 ha anche allargato la rappresentanza politica del suo “predecessore”, in quanto nei Paesi che ne fanno parte vive il 65% della popolazione mondiale.

Come il G8, anche il G20 è “soltanto” un forum nel quale si concordano politiche economiche e finanziarie che non hanno valore di legge. Non si tratta dunque di un ente legittimato dal diritto internazionale: anzi, secondo i suoi critici si sovrappone agli organi previsti dal sistema delle Nazioni Unite, come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, che offrono rappresentanza a tutti gli Stati del mondo.

Il tema principale di questa edizione sarà la ricomparsa dei dazi, che stavano progressivamente scomparendo e invece sono tornati prepotentemente d’attualità, spinti dagli Stati Uniti. A partire dal 23 marzo 2018 Washington ha introdotto infatti pesanti dazi sulle importazioni di acciaio (25%) e alluminio (10%) colpendo molti suoi partner storici, ma anche “obbligando” alcuni Paesi danneggiati, la Cina in primis, a dare il via a ritorsioni altrettanto pesanti. Una spirale che a catena potrebbe contagiare l’intero sistema-mondo, portando all’irrigidimento del mercato globale.

L’altro tema nell’agenda del G20 riguarda le criptovalute, in questo caso per promuovere maggiore trasparenza ed efficienza nel sistema finanziario, preso alla sprovvista dal boom delle monete virtuali: nuove valute che, per la prima volta, non vengono emesse da uno Stato sovrano. I rischi maggiori riguardano l’uso di bitcoin e di altre monete simili per evadere il fisco o finanziare attività illecite. Si deciderà quindi di applicare alle criptovalute lo standard previsto per le risorse crittografiche dalla Financial Action Task Force, in attesa di una norma ad hoc.

Sull’andamento dell’economia globale i ministri del G20 registrano una ripresa di circa il 4% su base annua, ma ne segnalano la fragilità e sottolineano il bisogno di continuare a puntare sull’inclusività. Occorre cioè scongiurare il rischio che la crescita coinvolga solo grandi aziende e ceti medi e alti.

Si tratta di temi importantissimi che però si limitano agli aspetti tecnici, senza affrontare (e senza riuscire a nascondere) le domande fondamentali: quale sarà il futuro della globalizzazione e, soprattutto, quali sono i margini per una sua governance?  Manca infatti uno slancio in questo senso, e i vari protagonisti della scena geopolitica hanno posizioni diversissime, come non capitava da molto tempo. Gli Stati Uniti di Donald Trump sono sempre più orientati verso politiche sovraniste a discapito di quell’ordine globale che essi stessi hanno contribuito a creare, dalla fine della Guerra Fredda in poi. L’Unione Europea si presenta in ordine sparso, ferita gravemente dalla Brexit e dalla crescita di forze ostili alla cooperazione. Le potenze emergenti sono nel pieno di profonde crisi politiche ed economiche, dal Brasile al Sudafrica. Sempre più solitaria, la Cina resta l’unica portavoce del bisogno – soprattutto suo – di preservare i flussi commerciali mondiali da dazi e chiusure. Nel complesso il G20 ci racconta di un mondo privo di leadership credibili e soprattutto senza un progetto comune. Da questo punto di vista, si sarebbe anche potuto sospendere il vertice di Buenos Aires per mancanza di volontà politica. Ma, come da copione, ci sarà comunque la foto ricordo da dare in pasto alla stampa: per continuare a fingere che la casa sia in ordine, anche se è vero il contrario.

 

A distanza di una trentina di anni dalla sua nascita, il turismo responsabile come dimensione sostenibile della principale “industria” del terziario a livello mondiale, continua ad avere numeri molto piccoli. I viaggi fatti secondo principi di equità economica, sostenibilità ambientale e rispetto delle culture locali è diventato una nicchia di un gigantesco mercato nel quale continuano a farla da padroni villaggi turistici e crociere. La crociera turistica che negli anni ’70 veniva scelta da circa 500.000 persone, oggi trasportano oltre 25 milioni. I beach resort, strutture nelle quali si celebra l’abbondanza spesso in contesti di degrado e miseria, continua a tenere anche se deve scontare l’accusa di avere un impatto negativo sul territorio, anziché essere un’opportunità di sviluppo. Il fenomeno che sta travolgendo le città europee è invece legato all’abbattimento dei costi del trasporto. Masse di turisti indipendenti, per poche ore o giorni, si riversano sulle città d’arte che rischiano di collassare. La progressiva turisticizzazione dei centri storici, dove i residenti vengono man mano espulsi dal vertiginoso aumento del costo della vita e dalla riconversione delle abitazioni in camere d’albero grazie alle multinazionali del web come Airbnb, è ormai considerata un’emergenza. A Venezia, Miami, o Lisbona si rischia la città-cartolina, dove si recitano a vantaggio del turista tradizioni che nella pratica sono state cancellate dallo stesso turismo. A Barcellona e nelle Baleari sono nati addirittura movimenti di protesta. L’overtourism è un tema di riflessione scomodo, perché gli interessi dei bottegai e delle compagnie aeree e marittime, prevalgono su quelli dei cittadini, rischiando di rendere invivibili città che invece di ricevere benefici dal turismo raccolgono solo i guasti che provoca quando viene lasciato a briglia sciolta. Il turismo responsabile è sulla carta l’antitesi di tutto ciò, perché prevedendo l’incontro tra turista e comunità locale ha bisogno appunto di quest’ultima. Ma anche perché offrendo destinazioni alternative contribuisce, in piccolo, a decongestionare i grandi centri turistici. Il punto resta però quello del governo del fenomeno. La posizione di chiusura preventiva al turismo ha molto di elitario. Non si può rimpiangere i bei tempi andati quando solo i ricchi si potevano permettere di conoscere il mondo. Per la Francia ad esempio il turismo è un diritto, ma bisognerebbe aggiungere, è anche un diritto per i residenti porre dei limiti e stabilirne le modalità. Il turismo a differenza di altre attività economiche non si svolge in luogo chiuso, come le fabbriche o i centri commerciali, ma ovunque. Il turismo consuma beni comuni senza spesso contribuire alla loro gestione. E in questo caso il cliente non ha sempre ragione, la sostenibilità deve essere trovata nella mediazione tra gli interessi di residenti e visitatori. Per questo i promotori del turismo responsabile non parlano mai di turista responsabile, ma di turismo responsabile. Intendendo cioè il dialogo virtuoso tra comunità ospitante, operatore commerciale, e turista. Se si vorrà dare la possibilità al turismo di continuare a produrre reddito e lavoro bisognerà per forza arrivare a questa concertazione. La sostenibilità e la responsabilità non sono un optional, sono l’unica chiave di volta per il futuro del settore. Il turismo che prospera mettendo in vetrina la bellezza e la diversità di questo mondo non può permettersi di essere considerato uno dei fattori che contribuiscono al suo degrado.

 

Una dopo l’altra, le tradizioni consumistiche create dagli inventori di eventi commerciali sono diventate ricorrenze mondiali. Negli Stati Uniti la spettacolarizzazione dell’evento commerciale allo scopo di indurre al consumo ha una lunga storia. Si è perfino cambiata la natura delle feste tradizionali, per esempio trasformando Babbo Natale in un testimonial della Coca Cola, oppure facendo dell’antica festa celtica di Halloween il momento clou dell’anno per i fabbricanti di maschere e di dolciumi. Ma il massimo lo si è raggiunto con il cosiddetto Black Friday, ricorrenza puramente commerciale che “cade” il giorno successivo alla Festa del Ringraziamento, quando gli statunitensi dovrebbero ricordare i nativi che salvarono i padri pellegrini da un inverno altrimenti destinato a cancellarli dal Nuovo Mondo, insegnando loro a coltivare mais e allevare tacchini. È un paradosso della storia: i salvatori non solo sono stati eliminati fisicamente, ma sono anche scomparsi dalla memoria collettiva.

Il Black Friday segna ufficialmente l’apertura delle vendite natalizie, con una logica rovesciata rispetto all’Europa: da noi i saldi si fanno alla fine della stagione, negli Stati Uniti all’inizio. Pare che il “nero” che colora questo venerdì sia dovuto all’imbottigliamento del traffico che si produsse a Filadelfia durante la prima edizione di questa grande svendita. Oggi i confini della sagra del consumo, che dura un fine settimana e si conclude con il Cyber Monday dedicato al mondo dell’informatica, sono globali. Non c’è nessun collegamento culturale, sociale o politico tra i consumatori dei vari Paesi che si lanciano alla ricerca di offerte nei negozi o su internet. È la sublimazione del consumo puro, indotto ed effimero.

Idealmente, il Black Friday è anche complementare alle strategie di invecchiamento anticipato dei prodotti elettronici. Smartphone, computer, tablet non devono durare più di tanto, e soprattutto non deve essere conveniente ripararli. E se questi (e altri) beni non devono avere una vita lunga, ecco le opportunità, come il Black Friday e il Cyber Monday, per accelerare il ricambio. Solo molto recentemente si è cominciato a mettere in discussione la cosiddetta “obsolescenza programmata”, ma ancora senza intaccare un ciclo di consumi sempre più veloce, che non vuole fare i conti né con la limitatezza delle risorse naturali né con i problemi ambientali legati alla produzione e allo smaltimento delle merci. A questo proposito la teoria della decrescita, ingiustamente bersagliata da sarcasmi e battute, racconta cose interessanti, soprattutto che si può essere felici e più sostenibili se diamo alle cose il loro giusto valore. Se ci ri-educhiamo al consumo, se scegliamo oggetti e strumenti di lavoro che durino nel tempo, se impariamo ad aggiustare le cose. Questo non significa essere più poveri, anzi, ma tornare a essere più ricchi di un bene prezioso che ormai ci sfugge di mano: il tempo per noi stessi e per gli altri.

In realtà una volta la vita funzionava così. E in quel caso sì, si era più poveri, ma non si trattava solo di austerità obbligata, c’era anche una scala di valori che rifiutava lo spreco alimentare e lo scarto di cose che potevano ancora essere utili. Gli oggetti ci accompagnavano a lungo e spesso si tramandavano da una generazione all’altra. Quale nostro oggetto di consumo potrà essere utilizzato da un nostro figlio? Probabilmente nessuno. L’ex presidente dell’Uruguay José Pepe Mujica ha detto, qualche anno fa: «Quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli». Il tempo di ciascuno di noi, e che spesso dilapidiamo, si chiama infatti libertà.

 

Tra i grandi accordi commerciali che l’Unione Europea continua a negoziare con altri gruppi di Paesi del mondo senza mai arrivare a una conclusione spicca quello con il Mercosur. L’associazione tra Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela, nata nel 1985, ha sempre considerato l’UE come il modello da seguire. Nel Mercosur ci sono due tra i più grandi produttori mondiali di alimenti, Argentina e Brasile; il Paese con le principali riserve di greggio al mondo, il Venezuela; e la più grande potenza industriale a sud dell’equatore, il Brasile, che inoltre dispone di un mercato di 280 milioni di persone, circa la metà della popolazione dell’UE.

Un accordo tra le due aree dovrebbe essere perfettamente complementare, dato che il maggior peso dei manufatti nell’export europeo è bilanciato da quello delle commodities nell’export dei Paesi Mercosur. Le agricolture, poi, sono in buona parte non concorrenziali tra loro: basti pensare ai prodotti tropicali del Brasile e alle stagioni invertite per la maturazione della frutta o del grano in Argentina. Un capitolo a sé è quello dei legami storici e culturali. Il Cono Sud americano non solo è stato colonizzato da Portogallo e Spagna, ma è stato trasformato dalle migrazioni europee avvenute a cavallo dell’800, in primis quelle italiana e spagnola, ma anche francese e tedesca. Le multinazionali europee non hanno mai delocalizzato qui, ma si sono insediate per produrre beni destinati a questi mercati: Pirelli, Fiat, Volkswagen, Chandon sono presenti sul mercato sudamericano da quasi un secolo. Un accordo tra UE e Mercosur sarebbe dunque la più naturale delle alleanze, sancendo l’esistenza di un’area di influenza europea in quella zona del pianeta che l’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro chiamava “neo-Europe”.

La pluridecennale trattativa tra i due blocchi è però molto difficile. Ogni volta che la volontà politica accelera, infatti, si scontra con lo stesso ostacolo: la tutela delle IGP europee. Bruxelles ha chiesto di inserire 357 “nomi”, 57 dei quali italiani, nella lista delle specialità che dovrebbero essere tutelate. In parole povere, se il Mercosur firmasse l’accordo dovrebbe vietare ai produttori locali di usare nomi di prodotti registrati in Europa, come Parmigiano-Reggiano o Chianti. La cosa incredibile è che quei prodotti vengono considerati da Bruxelles european sounding, quando sono invece prodotti ormai storici, portati in America oltre un secolo fa dagli emigrati. Parmigiano, mozzarella, malbec, roquefort o emmenthal prodotti in Argentina, in Uruguay o in Brasile non rappresentano tentativi di frode in “stile cinese”. Sono il frutto, ormai molto diverso dall’originale, dello spostamento oltre l’Atlantico di popoli europei che si sono portato dietro la loro cultura, anche agroalimentare.

La domanda è: il consumatore capisce la differenza tra il vino da uva italiana o francese prodotto in Argentina e quello “made in Europe”? Certo, se non altro per il prezzo molto più conveniente del primo. A nessuno sfuggono la diversità e la qualità quasi sempre superiore del prodotto europeo. La dimostrazione è il momento felice che il vino italiano sta vivendo in Brasile, dove nel 2017 l’export dalla Penisola è aumentato del 48%, per un valore di 35 milioni di euro. Di cosa si sta parlando, allora? Di un principio ormai assurdo e fuori dal tempo: cioè il voler regolamentare non solo il proprio mercato, cosa legittima soprattutto rispetto alla sicurezza alimentare, ma anche quello degli altri, sulla base del principio che solo i propri prodotti sono legittimi.

Questa guerra contro i mulini a vento, che per fortuna non inficia la crescita dell’export alimentare dell’UE, contribuisce all’isolamento europeo. Battere un colpo a favore del multilateralismo per contrastare il ritorno al bilateralismo voluto da Donald Trump sarebbe politicamente significativo, ma ci stiamo giocando questa occasione per due forme di parmigiano e qualche fiasco di vino.

 

Gli oltre cinquecentomila manifestanti che a Londra hanno chiesto una seconda opportunità per esprimersi sulla Brexit rappresentano la più spettacolare e visibile protesta contro il salto nel buio che l’insipienza dei ceti politici inglesi ha provocato. Le responsabilità non sono però le stesse per tutti.

C’è chi, come Nigel Farage, ha lottato anni per portare il Regno Unito fuori dall’UE, nostalgico di un Impero che non esiste più da almeno 80 anni e convinto che l’insularità, storica garanzia dell’indipendenza del Regno Unito, nel XXI secolo sia ancora una barriera difensiva. C’è chi nel Labour Party non si è speso quanto avrebbe dovuto, lisciando il pelo al sentiment degli elettori. Ma il massimo responsabile è David Cameron, che volle ripetere la mossa compiuta della signora Thatcher nel 1984, quando ottenne il rebate, cioè la restituzione di parte dei contributi versati all’UE. Ogni anno, infatti, a Londra vengono rimborsati i due terzi dei contributi versati a Bruxelles in eccedenza rispetto a quanto il Paese riceve: circa 4 miliardi di euro all’anno. La Lady di Ferro aveva ottenuto il rebate minacciando di ritirare il Regno Unito dalla CEE; Cameron andò oltre quando, nel 2014, promise un referendum consultivo sulla permanenza nell’UE. Una spada di Damocle con la quale, in effetti, piegò i partner europei, che nel 2016 gli concessero quanto richiesto: soprattutto l’eliminazione del percorso già tracciato verso un’Unione più stretta.

La storica rivendicazione di Londra, contraria alla trasformazione dell’UE in qualcosa di più di un accordo commerciale tra Stati, è da sempre condivisa da Washington, che preferisce alleati deboli con i quali trattare singolarmente. Forte di questo successo negoziale, che sarebbe entrato in vigore solo dopo il referendum, Cameron dichiarò che avrebbe dato indicazione di voto favorevole alla permanenza nell’Unione. Quello che lo scommettitore di Londra non sapeva era che una vera macchina mediatica fatta di fake news, bugie, disinformazione si era abbattuta soprattutto sui cittadini delle zone rurali e dei piccoli centri urbani. E così il 23 giugno 2016 è entrato nella storia perché, per la prima volta, un Paese ha votato sì all’uscita e non all’ingresso nell’Unione Europea. È stata la prima “vittoria” dei manipolatori della rete come Steve Bannon, consulente per la comunicazione di Donald Trump, che dopo pochi mesi avrebbe vinto le presidenziali in USA. Manipolazione scientifica, che ha portato i cittadini di alcune contee depresse del Galles, sostenute fortemente dai finanziamenti comunitari, a votare contro chi garantiva loro il reddito.

Parole d’ordine: sovranismo, rifiuto dell’immigrazione, miglioramento dell’economia senza l’UE. Il copione, dalla Brexit in poi, si è ripetuto spesso e non solo in Europa.  Ma, finita l’ubriacatura, la trattativa per la separazione si è rivelata tutta in salita. L’Unione Europea, divisa quasi su tutto, sul fronte Brexit si è dimostrata incredibilmente compatta. Londra non può uscire gratis e soprattutto non può ripristinare la frontiera fra le due Irlande. La conseguenza più dolorosa per il governo conservatore è stata la scelta degli operatori finanziari e delle grandi aziende con sede nel Regno Unito, che da subito si sono attrezzati per tamponare un’uscita rovinosa migrando nel Continente. Oggi si sa che l’uscita senza negoziato – a meno che all’ultimo momento non si riesca a salvare capra e cavoli – avrà ricadute pesantissime per l’economia britannica. Chi ha votato leave perché pensava che sarebbe stato meglio ha capito che invece accadrà il contrario. Un errore, compiuto da una classe politica mediocre, sancito democraticamente ai tempi della manipolazione di massa via web. Una lezione non solo per il Regno Unito.

 

Nella letteratura contemporanea c’è un connubio che si ripete nel tempo e che potrebbe lasciare perplesso il lettore superficiale: calcio e sinistra.  E questo perché oggi associamo quasi automaticamente il mondo del calcio al grande capitalismo e il tifo da stadio alla estrema destra razzista. Ma il calcio è sempre stato altro, fondamentalmente uno dei più luccicanti palcoscenici della riscossa sociale. Il fuoriclasse come la sublimazione plastica e quasi divina di un sentimento di rabbia e di ribellione. Non a caso questo filone nasce nel Rio de la Plata, con grandi scrittori come Osvaldo Soriano e Eduardo Galeano che hanno raccontato il calcio come la riscossa degli oppressi. Nel Pantheon degli idoli popolari di questo gioco inventato dagli inglesi e che arricchisce da un secolo la cultura popolare della civiltà latina moderna, non ci sono solo Maradona, Garrincha o Tabarez. C’è anche Massimo Palanca, Massimeddu, l’incredibile autore di tredici gol dalla bandierina. Una prodezza mai uguagliata che permisero al Catanzaro, anzi al Catanzharu, di avere i suoi 5 minuti di gloria in Serie A. Come poteva mancare questo prodigio del calcio nel racconto di una gioventù consumata negli anni ’70 nel cuore del “movimento” nella città calabrese?

Ettore Castagna ci fa partecipe dei suoi ricordi di quegli anni nei quali si viveva l’onda lunga del ’68 e dalle provocazioni e il bisogno di rottura si era passati alla concretizzazione legislativa e normativa di nuovi diritti. E Palanca cosa c’entra? Con i suoi 13 gol collega la massa di ricordi di scuola, di famiglia, di amicizia, di lotta, di sesso del giovane protagonista. Che non lo conosce però e che con lui non parla se non in un dialogo immaginario. Palanca è la dimostrazione che l’utopia è realizzabile, che le cose più folli, come segnare un gol dalla bandierina non sono solo possibili, ma che si possono ripetere quasi a volontà. Non è un calciatore, è un condottiero, un grande timoniere, è il Mao Zedong del calcio. Ed è qui che la storia diventa “sudamericana”, cioè segnata da una dimensione metafisica, folle e anarchica che mescola i piani. Cosa c’entra il calcio con la rivoluzione? Tutto e nulla, dipende da chi e come lo interpreta.

Castagna ci regala un affresco vivissimo di una periferia della periferia dove le idee del ’68 erano germogliate, ma lo sapevano soltanto i diretti protagonisti. Le immagini che ci tornano in mente del ’68 parigino, o dell’autonomo che alza la pistola contro la polizia a Milano sono sempre immagini delle grandi città, dei luoghi dove i movimenti si radicalizzano e si moltiplicano e soprattutto trovano chi li racconti. C’è una storia minore di lotte e di idee che viene poco esplorata. Di persone che sono “emigrate” alla ricerca della grande storia portandosi dietro però le piccole storie della provincia, spesso più autentiche. L’abbinamento tra Palanca e il Movimento del ’77 a Catanzaro non poteva che uscire dalla penna di un protagonista di queste lotte “minori”, a sua volta emigrato verso Nord.  Una storia inaspettata che si collega idealmente a lotte e sogni di mondi molto lontani, anche oltreoceano. A dimostrazione dell’universalità dei valori di libertà e anche dei valori del calcio quando diventa metafora di una vita migliore, dove le cose sono possibili. L’utopia diceva Galeano serve a camminare, a darci la direzione. Palanca aveva quel ruolo, con i suoi gol dalla bandierina ci dava un segnale chiaro, ci indicava che tutto è possibile. O almeno così ci sarebbe piaciuto che fosse.

 

Ettore Castagna

Tredici gol dalla bandierina

Collana: Velvet
Rubbettino Editore, 260 pg, 16 euro.