Scriveva Antonio Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere, a proposito della società dei suoi tempi: «Le grandi masse si sono staccate dalle ideologie tradizionali, non credono più a ciò in cui prima credevano, ecc. La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». La sua celebre frase si può applicare perfettamente anche alla situazione odierna della comunità mondiale. Finita la Guerra Fredda, nell’ambito della quale il mondo ha vissuto per decenni un equilibrio basato su due superpotenze che contrapponendosi reggevano l’ordine globale, ne è seguita una transizione che sembra non concludersi più. Le velleità di chi puntava a un mondo unipolare sotto guida statunitense si sono infrante, come dimostrano decine di situazioni nelle quali Washington non solo non è stata in grado di garantire l’ordine ma ha finito con l’accrescere il caos. Al tempo stesso si è dimostrata non percorribile anche la via dell’ordine multipolare, altra teorizzazione nata nel post-Guerra Fredda, che immaginava un equilibrio garantito da più potenze globali e regionali. L’utopia che le Nazioni Unite, opportunamente riformate, potessero farsi portatrici di un nuovo ordine multi-bilaterale è stata abbandonata da tempo. Ora si parla di un nuovo bipolarismo tra Stati Uniti e Cina: ma anche questa evoluzione, che pure in sé ha aspetti positivi dal punto di vista della regolamentazione del commercio internazionale, non appare destinata a incidere minimamente sull’attuale disordine geopolitico.

Il mondo ora sta regredendo velocemente a uno stadio simile a quello che precedette la Seconda guerra mondiale, quando le potenze lottavano tra loro per espandersi territorialmente e conquistare aree d’influenza economica. Quel periodo si caratterizzava, come quello attuale, per la corsa al riarmo, il montare di ideologie sempre più nazionaliste e xenofobe e per l’abbandono della politica come strumento per risolvere i conflitti. Gli appetiti economici si traducevano in conflittualità tra nazioni, le difficoltà economiche venivano oscurate dalla caccia a minoranze etniche o religiose sulle quali si faceva ricadere ogni colpa. E la propaganda prendeva il posto dell’informazione per modellare alla bisogna la coscienza dei cittadini. Sappiamo tutti come finì quella pagina della storia mondiale, quali furono le conseguenze, quanto fu spaventoso quel bagno di sangue, eppure comincia a sfuggirci l’insegnamento fondamentale. Cioè che il mondo è come un condominio, magari litigioso, ma alla fine costretto a trovare un accordo sulle misure da prendere.

La dimensione globale dei nostri problemi, dalla pace alla sicurezza alimentare passando ovviamente per il cambiamento climatico, non permette divisioni. Non è possibile pacificare il Medio Oriente, combattere le cause delle moderne migrazioni, salvare gli oceani seguendo politiche nazionali contrapposte. Soprattutto, verificata l’inefficacia di vecchie e nuove potenze, corre l’obbligo di riaprire i canali della mediazione e della definizione di politiche comuni, restituendo ossigeno a quelle istituzioni che rappresentano l’intera umanità. Le uniche carte che oggi si possono giocare sono quelle della legalità: non è permesso violare i confini sovrani di uno Stato, non si possono annientare minoranze etniche o religiose, esiste un dovere di accoglienza dettato dal diritto internazionale nei confronti dei perseguitati. E vanno messe in atto politiche radicali per contenere il cambiamento climatico. Non c’è nemmeno bisogno di capire come fare: su tutti questi temi esistono già convenzioni e capitoli del diritto internazionale discussi e approvati da anni, quando non da decenni. Ma c’è qualcuno in grado di applicarli e di farli rispettare da solo? No. L’unica risorsa rimasta al mondo è proprio la riscoperta delle pagine già scritte e condivise in materia di diritti e di obblighi, finora raramente applicate. Una buona metà del lavoro è fatta, rimane la metà più difficile. La si potrà concretizzare solo se, anche in questo caso, si riuscirà a comporre una comunità di nazioni che mettano al primo punto l’interesse comune. Se ciò non accadrà, la deriva in corso produrrà solo tragedie.

 

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Nelle moderne analisi dei conflitti sui social, per lo più scritte da aspiranti strateghi, la guerra è tornata a essere un gigantesco Risiko. I conflitti vengono spiegati secondo teorie complottistiche di diversa natura, più o meno fantasiose, ma continuano a svolgersi su campi di battaglia reali, che sempre più spesso coincidono con le città. Sui media si assiste a una spettacolarizzazione dell’evento bellico in cui le vittime civili – solo quelle della propria parte, naturalmente – vengono usate a fini propagandistici. Questo accade non solo tra i gruppi belligeranti, cosa che rientrerebbe nella agghiacciante normalità della guerra, ma anche tra i “partigiani da tastiera” dell’una o dell’altra parte.

In Siria sono morti oltre 350.000 civili e circa 4 milioni di persone sono state costrette a fuggire altrove, ma si tratta di dati meno interessanti da commentare rispetto al duello a distanza tra Putin, Erdogan e Trump. In Venezuela, secondo l’ONU, è in corso la più grande crisi umanitaria verificatasi negli ultimi decenni in America Latina, ma sembra poca cosa rispetto alla guerra di propaganda incrociata tra i sostenitori di Guaidó e di Maduro. In Afghanistan il conflitto ha mietuto oltre 100.000 vite umane negli ultimi 15 anni, ma è un dettaglio rispetto al dibattito sul burka.

Ora è il turno della Libia, sconvolta dall’intervento Nato del 2011 contro Gheddafi. Ci spiegano che sono in ballo interessi petroliferi, ed è vero, e che dietro le varie forze in campo si celano l’Arabia Saudita e l’Isis, la Francia e l’Italia, ed è vero anche questo. Quello che nessuno racconta, però, è che da quasi dieci anni gli abitanti di un Paese un tempo relativamente prospero sono precipitati nella miseria e spesso rischiano la vita. E che in questo Stato fallito vivono in condizioni disumane oltre 700.000 immigrati da altri Paesi africani.

Il caso libico visto dall’Italia illustra il grado di cinismo imperante, che riduce la morte di un popolo a spettacolo elettorale. Fino a qualche giorno fa si raccontava la Libia come un Paese “dai porti sicuri”, oggi la capitale Tripoli è sotto assedio, e come in tutti gli ultimi conflitti presto si combatterà casa per casa e strada per strada: come è accaduto nelle scorse settimane a Baghouz in Siria, e prima a Baghdad o a Kabul. E saranno i civili a pagare il conto più salato, da tutti i punti di vista. Le moderne guerre, infatti, assomigliano sempre più alle guerriglie urbane degli anni ’70. Con la differenza che non si tratta di guerriglia bensì di conflitti in piena regola, che si svolgono tra le abitazioni senza che la popolazione sia stata evacuata. Per questo motivo, negli ultimi anni, il numero di vittime civili nei conflitti ha subito un’impennata spaventosa. Un recente rapporto delle Nazioni Unite sottolinea che le guerre attualmente in corso nel mondo coinvolgono 120 milioni di persone, e che le crisi umanitarie stanno aumentando, colpendo un numero maggiore di persone rispetto a quanto accadeva nei decenni precedenti. Sempre più diffusa è l’arma dello stupro di massa, difficilmente perseguibile. Alla fine del 2018, a causa di questi fenomeni 70 milioni di esseri umani, il numero più alto mai registrato, sono stati sradicati dalle loro terre.

Nel gioco della guerra virtuale questi dati vengono cancellati. Spariscono i morti e vengono travisati i superstiti, come quando i profughi di guerra diventano generici “migranti” da respingere. Dei conflitti interessano solo i risvolti economici o politici, reali o immaginari. La parola pace non viene più pronunciata, sopravvive solo nell’Angelus della domenica di papa Francesco. La scomparsa di un forte movimento per la pace ha creato un grande vuoto. C’è bisogno di un nuovo movimento che si batta per superare le partigianerie e perché i conflitti si risolvano attraverso la politica e non con le armi. Lavorare per la pace oggi non va più di moda, ma quanto sarebbe utile riscoprire questo valore per provare a cambiare volto al mondo!

Pochi giorni fa una sentenza della Federal Court di San Francisco ha stabilito che la Bayer dovrà versare 80 milioni di dollari di risarcimento al coltivatore Andrew Herdeman, ammalatosi di cancro in seguito alla sua esposizione al diserbante Roundup, a base di glifosato. Il verdetto è destinato a riaprire il dossier sull’agricoltura OGM. La molecola del glifosato fu scoperta nel 1950, ma soltanto negli anni ’70 la multinazionale statunitense Monsanto cominciò a commercializzarla facendone la molecola fondamentale del Roundup, che divenne l’erbicida principe a livello mondiale. Soprattutto da quando il brevetto Monsanto è scaduto e anche altre aziende hanno cominciato a produrlo. Secondo studi indipendenti, le vendite mondiali del prodotto superano ormai le 800.000 tonnellate all’anno, per un valore di oltre 8 miliardi di dollari.

In Europa, il glifosato si commercializza non soltanto per uso agricolo ma anche come diserbante per giardini. Tuttavia il 49% di questo erbicida, classificato due anni fa dall’Agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità come “probabilmente cancerogeno”, viene utilizzato per irrorare i campi coltivati con sementi OGM. Questo perché le varietà geneticamente modificate, soprattutto la soia, vengono “progettate” in laboratorio per resistere al glifosato anche quando le piante sono già sviluppate. Ne deriva un uso dissennato del diserbante, praticamente durante tutto il ciclo vitale della pianta, con irrorazioni non solo manuali ma anche da aerei: in questo modo il diserbante viene sparso su superfici più vaste di quelle coltivate.

In Argentina, dove la soia OGM occupa ormai oltre il 60% delle superfici agricole, una legge di pochi anni fa vieta di spargere glifosato dal cielo a meno di 500 metri dai centri abitati. Una distanza ridicola per le fumigazione aeree, soprattutto in regioni ventose, come spesso accade in Argentina. I danni peggiori da glifosato vengono però dalla contaminazione delle falde acquifere. La presenza dell’erbicida viene rilevata in tutti gli acquedotti, con concentrazioni altissime nelle aree rurali, e nelle regioni in cui si usa intensivamente il glifosato gli studi non lasciano dubbi sulla maggior incidenza di tumori. Nella UE, la Commissione Europea continua a tentennare quando si tratta di vietarne l’uso.

Al netto della disputa scientifica sulla pericolosità del glifosato, la questione è anche politica. Il glifosato è indispensabile per l’agricoltura transgenica, e l’agricoltura transgenica è un’agricoltura senza contadini e senza biodiversità. Il modello OGM prevede infatti la coltivazione di una sola varietà per ogni specie, ha bisogno di vaste superfici da coltivare in modo intensivo e meccanizzato, richiede un abbondante uso di chimica e ingenti capitali per finanziare il ciclo produttivo. Già oggi l’agricoltura OGM produce derrate per il mercato alimentare e per l’allevamento e lo fa consumando gigantesche quantità di diserbanti, pesticidi e petrolio, con forti ricadute sull’ambiente e contribuendo al cambiamento climatico.

L’agricoltura OGM rende più poveri i terreni ed elimina la piccola e media produzione, mettendo così a rischio la sicurezza alimentare. Per questo motivo è sbagliato continuare la disputa scientifica sulla nocività degli OGM per l’organismo umano, finora mai dimostrata: sembra invece il caso di puntare sulla reale convenienza del modello OGM, soprattutto a lungo termine. L’agricoltura OGM non ha lo scopo di migliorare le condizioni dei più poveri, come auspicano gli scienziati favorevoli a questo modello, ma finisce solo con l’aumentare i profitti dell’agricoltura industriale, senza preoccuparsi del futuro dei terreni né della diversità agricola. L’agricoltura OGM è un’agricoltura senza agricoltori. E già solo questo dovrebbe fare riflettere.

 

 

Marzo è un mese funesto per la storia sudamericana. Il 24 marzo cade l’anniversario del golpe di Jorge Videla in Argentina: oggi è diventato il Giorno della Memoria per la verità e la giustizia, in onore delle vittime dei militari. Il 31 marzo è il giorno in cui fu compiuto il colpo di Stato brasiliano che segnò l’inizio di un ventennio di dittature militari. In Argentina il Giorno della Memoria non si tocca, almeno per ora, ma in Brasile il presidente Jair Bolsonaro ha per la prima volta autorizzato a ricordare in chiave celebrativa i fatti del 31 marzo 1964.

Per i Paesi sudamericani i colpi di Stato furono momenti drammatici: la frattura dell’ordine democratico portò a macroscopiche violazioni dei diritti umani. Eppure, a distanza di qualche decennio, la valenza negativa di quella stagione di dittature comincia a sfumare, probabilmente perché gran parte della popolazione sudamericana attuale è nata in tempo di democrazia, o comunque dopo le fasi più tragiche delle dittature. Ci si ricorda soltanto dell’“ordine” che i militari avevano imposto nella vita pubblica. Questa rimozione, o meglio questo fenomeno di memoria selettiva, si manifesta indipendentemente dalle caratteristiche politiche dei diversi regimi che – al di là del comune piano repressivo – avevano diverse visioni dell’economia e dello Stato. Ci furono dittature ultra-liberiste come quelle di Pinochet e Videla, ma anche governi militari nazionalisti, come quelli peruviani, boliviani e brasiliani. In Brasile, in particolare, la dittatura militare aveva una visione economico-politica che puntava a fare del Paese una potenza industriale regionale, con una forte partecipazione dello Stato nella gestione dei settori strategici. In politica estera i dittatori erano tutti alleati degli Stati Uniti in funzione anticomunista, ma anche sul piano internazionale si distinguevano progetti più o meno “sovranisti”.

Nel governo Bolsonaro siedono diversi esponenti provenienti dalle forze armate, alcuni in ruoli-chiave: addirittura alla vicepresidenza del Paese siede il generale Hamilton Mourão, erede politico dei militari che gestirono il potere per 20 anni. Ma si tratta di un’eredità parziale: la nostalgia per la dittatura che aleggia in Brasile riguarda solo gli aspetti repressivi, non sicuramente quelli programmatici. Le scelte di Bolsonaro non hanno nulla a che fare con le politiche economiche degli anni ’60: piuttosto, sono imparentate con la scuola di Chicago, dalla quale proviene il ministro dell’economia Paulo Guedes.

Gli elettori hanno votato Bolsonaro per la sua promessa di pugno di ferro, per la proposta di liberalizzare il possesso di armi per l’autodifesa. Ma non gradiscono certo il taglio delle pensioni e del welfare, né la privatizzazione delle risorse petrolifere. È questa la magia compiuta dalla comunicazione dei presidenti cosiddetti “anomali” ascesi al potere negli ultimi anni: con un sapiente uso dei social media hanno calcato la mano sulle proposte choc in materia di sicurezza, oscurando in questo modo tutti gli altri piani sociali ed economici. Questo non è accaduto solo in Sudamerica. La campagna martellante di Trump contro l’immigrazione e per la costruzione del muro al confine con il Messico ha oscurato presso l’opinione pubblica la più profonda riforma fiscale compiuta negli ultimi anni a favore delle grandi corporation e dei segmenti più ricchi della società. In Ungheria, la politica di “zero immigrazione” portata avanti da Viktor Orbán ha avuto come corollario una riforma del lavoro che impone straordinari obbligatori ai lavoratori, i quali però potranno incassare il compenso con tre anni di ritardo.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima: i politici che lisciano il pelo ai popoli, creando l’illusione che per avere qualcosa sia sufficiente volerla, hanno sempre finito per imporre politiche da lacrime e sangue. Nel frattempo si erode la democrazia, si calpesta la libertà di stampa, si alimenta la guerra tra i poveri. Questo schema, semplice ed efficace, è agevolato dal ruolo dei social media. Un tempo i populismi dovevano riempire le piazze: ora basta riempire il web di tweet, l’effetto è lo stesso. La democrazia oggi appare fragile più che mai, non può sopportare scossoni troppo forti, ma ha ancora il pregio di tutelare tutti. E permette di produrre cambiamenti anche profondi, raccogliendo consenso nel rispetto delle regole del gioco. Per sua natura, la democrazia ha bisogno di tempo: chi promette tutto e subito ha in mente un progetto autoritario. E di sicuro non farà gli interessi di quel popolo che pure lo acclama.

 

Nell’articolo pubblicato da Pino Arlacchi sul Manifesto lo scorso 27 febbraio 2019 dal titolo “Vi spiego il grande imbroglio della crisi in Venezuela, tra Wall Street e petrolio” ci sono diversi imbrogli. Imbrogli di natura ideologica, con affermazioni senza riscontro, e imbrogli usando dati non contestualizzati o relativi a periodi precedenti alla crisi venezuelana.

Arlacchi afferma che le responsabilità vanno cercate “nelle barbare sanzioni americane contro Il Venezuela decise da Obama nel 2015 e inasprite da Trump nel 2017 e nel 2018”. Intendendo che si tratti di sanzioni simili a quelle applicate per decenni contro Cuba, che colpivano gli interessi dello Stato cubano tutto. L’embargo Usa a Cuba prevedeva forti sanzioni contro le imprese statunitensi che avessero relazioni con l’isola, mentre qualsiasi impresa straniera che avesse relazioni con Cuba poteva essere colpita nei suoi interessi negli Stati Uniti.  Nel caso venezuelano invece, si è trattato, fino al febbraio 2019, di sanzioni ad personam, cioè contro persone del vertice del governo o delle imprese statali venezuelane per quanto riguarda i visti per entrare negli USA e i loro attivi (conti correnti, proprietà) negli Stati Uniti. Non contro imprese Usa presenti in Venezuela, ne venezuelane del settore energetico che operano in territorio statunitense.

Il 9 marzo 2015 il governo Obama colpisce 7 funzionari, tra i quali il capo dei servizi di intelligence Gustavo Gonzalez Lopez. Il 19 maggio 2017 vengono colpiti con lo stesso tipo di sanzioni i sette membri della Sala Costituzionale perché avrebbero usurpato i poteri dell’Assemblea Nazionale. Il 31 luglio 2017 viene colpito personalmente Nicolas Maduro. Il 9 agosto 2017 i funzionari dell’Assemblea Costituente che aveva preso i poteri dell’assemblea Nazionale. Il 19 marzo 2018, governo Trump, viene vietato ai cittadini statunitensi di operare con le monete virtuali venezuelane, il petro. Il 18 maggio 2018 viene colpito Diosdado Cabello (insieme a sua moglie e a suo fratello). Il 25 settembre 2018 viene colpita la moglie di Maduro, Cilia Flores, Delcy Rodriguez, Padrino Lopez e altri funzionari del governo. Il 1 novembre 2018 viene vietato esportare oro in Venezuela dagli Stati Uniti. L’8 gennaio ancora sanzioni ad personam contro sette personalità del governo e contro 23 entità affini al governo tra le quali Globovision. Il 28 gennaio 2019 infine, vengono cancellati gli ordini d’acquisto statunitense di petrolio di PDVSA e viene ceduto il controllo dei conti correnti dell’impresa petrolifera e della sua filiale negli stati Uniti CITGO al governo provvisorio di Juan Guaidò. Soltanto queste ultime, del 2019, si possono considerare sanzioni contro il Venezuela, anche se relative al riconoscimento di un governo alternativo

Come si può facilmente dedurre da questo elenco, gli Stati Uniti, a differenza del caso cubano, non hanno mai voluto colpire lo Stato venezuelano ma singole persone fisiche. Tra l’altro, nel caso le stesse avessero “attivi” negli Usa o possedessero un visto d’ingresso. Strane sanzioni contro un paese formalmente membro della “troika del male”, perché ovviamente molti dei colpiti avevano infatti sia soldi che proprietà in Nord America e si recavano frequentemente negli Stati Uniti. Per chiudere questo punto, le sanzioni non hanno impedito al Venezuela, fino al gennaio 2018, di continuare ad avere gli Stati Uniti come principale cliente per il suo petrolio e come principale importatore di beni di consumo e  New York come principale piazza per emettere debito.

Sul capitolo indicatori, vengono riportati nell’articolo indicatori risalenti agli anni d’oro di Hugo Chavez, in un periodo di ciclo positivo economico per l’economia sudamericana e con il petrolio sopra i 110 dollari al barile. Gli indicatori che in quegli anni portarono a un abbassamento della povertà dal 40% al 7%, se considerati oggi dicono che la povertà è risalita al 73% con il 49% in estrema povertà (dati ONU), lo stesso si dica della malnutrizione dal 21% al 5% , ma oggi tornata al 19%.

Secondo Arlacchi, che non cita le fonti, “tra il 2013 e il 2017 l’aggressione finanziaria contro il Venezuela è costata tra il 110 e il 160% del suo PIL, cioè tra 245 e 350 miliardi. Senza le sanzioni, l’economia venezuelana si sarebbe sviluppata agli stessi tassi dell’Argentina”. Oltre alla fantasia su cifre che superano il PIL, e che quindi non possono essere realistiche né collegate alle sanzioni prima enumerate, la crescita dell’Argentina tra il 2013 e il 2017 è stata negativa. Non solo si parla senza sapere cosa si dice di un paese, ma addirittura di due.

Si scrive ancora di uno stato “poco indebitato”. Così era ai tempi di Chavez, oggi il Venezuela, secondo diverse stime, ha un debito estero di oltre 175 miliardi di dollari, di cui 66 miliardi in mano alla Cina. A dimostrazione di quale fosse il boicottaggio della finanza di Wall Street al Venezuela, il 40% del debito è in mano a Goldman Sachs e a Blackrock credit, entrambi colossi statunitensi che continuarono a finanziare il Venezuela fino alla fine del 2017.

Lo svarione più macroscopico dell’articolo però riguarda l’inflazione. Secondo Arlacchi, “durante il 2018 si sviluppa in Venezuela una crisi umanitaria interamente indotta, che si accompagna a un’iperinflazione altrettanto fasulla, senza basi fondamentali nell’economia”.  I dati della World Bank dicono che nel 2015 si registrava già un processo inflazionario grave, del 180% su base annua, nel 2016 si arrivava al 274%, nel 2017 al 2616% quindi iperinflazione, nel 2018 al 1.698.488% e per il 2019 si prevede il 2.295.000%. Se per Arlacchi, il 2.615% del 2017 non era già iperinflazione allora i conti tornano.

La conclusione è che la crisi umanitaria nella quale è precipitato il Venezuela è dovuta fondamentalmente alla caduta del prezzo del petrolio, al ciclo economico sfavorevole, alla corruzione dilagante, all’emissione di moneta senza freni, alla mancanza cronica di investimenti negli impianti estrattivi o nelle centrali idroelettriche.

Il Venezuela è un paese che subisce ingerenze straniere? Molte e da anni. Dagli Stati Uniti anzitutto, che non va dimenticato, sostennero un fallimentare colpo di Stato contro Hugo Chavez nel 2002. Da Cuba, che controlla gli apparati della sicurezza dello Stato, dalla Cina, che “guida” l’economia di guerra venezuelana scambiando debito per petrolio, dalla Russia che ha una pedina geopolitica in Sud America e fornisce l’intero arsenale dell’esercito venezuelano. Mosca è ora sede per l’Europa delle imprese venezuelane controllandone gli attivi.

I dati ACNUR raccontano un paese dal quale in tre anni sono fuggiti 3,4 milioni di cittadini, oltre il 10% della popolazione, e che in prospettiva saranno 5 milioni, il 18% della popolazione. Si tratta de “il più grande flusso di profughi nella storia contemporanea latinoamericana in così poco tempo”. Un dato che non viene menzionato nell’articolo e che racconta invece il fallimento di un modello che tra le tante colpe sicuramente ha avuto quella di non sapere adeguare l’economia nazionale al ciclo economico sfavorevole emettendo moneta senza controllo, svendendo il greggio e indebitandosi al punto di perdere la sua sovranità, un caposaldo di Chavez, rispetto ai “volenterosi” che aiutano il paese agonizzante.  Ma soprattutto, la responsabilità di avere aggiunto alla crisi economica una crisi politica senza precedenti dando vita a un parlamento parallelo “di fiducia” per potere perpetuarsi e considerato l’opposizione come “terrorista”. Non è che le cose potrebbero cambiare nel breve e forse nel medio periodo nel caso cambi regime, ma l’agonia del Venezuela va fermata e sono i venezuelani a doverla fermare. Senza ingerenze di figuri quali Bolsonaro o Trump, senza la “mano amica” di Russia, Cuba o Cina.

Come nel 1989, quando il caracazo segnò la fine della vecchia repubblica aprendo la strada al bolivarismo, oggi il Venezuela è alla vigilia di un nuovo cambiamento, che dovrà maturare però in Venezuela e non a Washington, Pechino o Mosca. Come allora, il paese soffre il suo destino di ricco gigante petrolifero anche se quella ricchezza è anche la sua maledizione.

 

 

 

La tragedia della follia sfiorata a San Donato Milanese è stata abbondantemente sfruttata a fine propagandistici da chi è riuscito a fare passare una nuova categorizzazione del terrorismo e dei gesti folli. Se l’attentatore, come Luca Traini o il killer della Nuova Zelanda, uccidono in nome del suprematismo bianco contro la cosiddetta “sostituzione etnica”, allora si tratta di un gesto individuale, sicuramente dettato dalla follia. Se invece il criminale è di origini migratorie, anche se di seconda o terza generazione, allora il suo gesto è una caratteristica della sua etnia e/o nazionalità e/o religione. Frasi tipo “è un gesto folle, però…” oppure, “terremo alta la guardia, per noi resta prioritario il terrorismo islamico”, dopo l’uccisione di 49 musulmani in preghiera svelano appunto questa logica. Il terrorismo islamico è un fenomeno che potenzialmente coinvolge due miliardi di musulmani, il terrorismo bianco, come dice Trump, “è frutto di un pugno di persone cattive”.  Insomma, Luca Traini è un pazzo, Ousseynou Sy, nato in Francia quindi francese e cittadino italiano acquisito, è un “senegalese”, cioè rappresenta una nazionalità che collettivamente è responsabile dell’attentato. Questo perché la narrazione suprematista e sovranista ha bisogno di una linearità binaria, tutto il bene di qua, tutto il male di là. Se uno dei “nostri” sbaglia, è un caso isolato, un “pazzo”, se uno dei loro sbaglia, ecco che il suo gesto rappresenta la negatività complessiva della sua etnia. Ma il racconto si è inceppato dopo poche ore dei fatti di San Donato, quando si è scoperto che due dei tre “piccoli eroi” della tragedia sfiorata si chiamano Adam e Rami, figli di genitori marocchini e egiziani, nati in Italia ma non italiani. E quando i genitori hanno approfittato delle telecamere per chiedere la cittadinanza per i figli è calato il gelo sulla vicenda. Allo sbrigativo “vedremo” di Salvini si è aggiunto il “non è un tema presente nel contratto di governo e comunque va affrontato in Europa nel quadro della cittadinanza europea “ di  Di Maio. Peccato che questa sia una fake news perché non esiste ne è allo studio nessuna ipotesi di “cittadinanza europea”, questione che resta assolutamente di responsabilità dei singoli paesi membri. Lo ius soli può aspettare dunque, e i bambini se verranno “graziati” dal Presidente della repubblica lo saranno perché “eroi” e non perché nati in Italia.

Diciamo però due cose sul tormentato tema dello ius soli, che in Italia contrariamente a quanto dice e pensa la maggior parte della stampa e dell’opinione pubblica esiste da quando è stata sancita la nuova legge sulla cittadinanza nel 1992. Chi nasce in Italia e risiede continuativamente fino al diciottesimo anno ha il diritto di chiedere la cittadinanza italiana fino al compimento del diciannovesimo anno. Ha cioè solo 12 mesi per esercitare un diritto. Ed è questo il punto centrale, lo ius soli esiste ma è discriminatorio di chi nasce in Italia, nel senso che uno straniero residente in Italia ha diritto a chiedere la cittadinanza dopo soli 10 anni, mentre chi invece è nato qui deve aspettare 18. La media europea per il conferimento della cittadinanza ius soli è di circa 6 anni, cioè coincide grosso modo con l’inizio del percorso scolastico e quindi della vita sociale del bambino. Nel Continente americano è invece automatico alla nascita.

Con la vicenda di Rami e Adam l’aggiornamento dello ius soli a criteri e tempistiche di civiltà è tornato a sfiorare la comunicazione, ma solo per un secondo. I bambini nati in Italia dovranno ancora a lungo sentirsi stranieri fino a maggiore età e non potranno ad esempio fare un semestre o anno all’estero alle superiori, come migliaia di bambini italiani, perché perderebbero la continuità della residenza. Ma si ricordino Salvini e Di Maio che comunque, per quanto la legge di cittadinanza italiana sia una legge pessima e che vada senz’altro riformata, quei bambini ce la faranno a diventare cittadini come tutti i nati in Italia. E un giorno voteranno.

 

Foto LaPresse – Mourad Balti Touati
21/02/2017 Milano (Ita) – Piazza Scala
Cronaca
Flash mob a sostegno dello Ius Soli, organizzato da Italia sono anch’io e Italiani senza Cittadinanza
Nella foto: il flash mob

Umberto Eco è stato il più grande analista, nei suoi saggi e attraverso i suoi romanzi, delle bufale costruite ad arte per essere usate come strumento di lotta politica. O peggio, per giustificare la discriminazione e l’eliminazione di minoranze etniche o religiose. Nel suo romanzo Il cimitero di Praga svelava la trama ideata dalla polizia segreta dello zar di Russia per creare consenso attorno ai pogrom contro gli ebrei, basata sui Protocolli dei Savi di Sion. Clamoroso falso storico, i Protocolli raccontano che un gruppo di potenti banchieri ebrei si sarebbe riunito nella cittadina svizzera di Sion per condividere un piano allo scopo di conquistare il mondo. È la “teoria del complotto” che funestamente ha fatto più strada, citata anche da Adolf Hitler e, più recentemente, da un senatore italiano. Ma non è certo l’unica.

Oggi vanno per la maggiore altre due teorie complottiste: quella del Gruppo Bilderberg, secondo la quale massoni e banchieri si sarebbero dati un piano per dominare il mondo, e quella della sostituzione etnica, attribuita al filosofo austriaco Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, aristocratico paneuropeista vissuto tra il 1894 e il 1972. I complottisti hanno individuato negli scritti di Kalergi un passaggio che, secondo loro, nasconderebbe un piano finalizzato a sostituire la popolazione autoctona europea con immigrati africani e asiatici. Ovviamente si tratta di una lettura totalmente campata in aria del complesso lavoro del filosofo, che fu un attento osservatore della società dei suoi tempi. In nome della lotta a questa presunta “ideologia della sostituzione”, molto citata nell’ambito del cosiddetto sovranismo in Europa come negli Stati Uniti, si sono verificati diversi attacchi criminali contro immigrati non bianchi e di religione islamica. È il caso della recente strage di Christchurch, in Nuova Zelanda. Ma la lotta contro il piano Kalergi era anche una delle “motivazioni” del massacro di Utøya del 2011, in Norvegia, che fece 69 vittime tra i giovani militanti del Partito Laburista, considerato parte di quel fantomatico complotto.

Ma è possibile credere a un complotto che mira a sostituire la popolazione bianca con immigrati neri? È già ridicolo porre la domanda. Tuttavia, andando indietro nella storia, si possono trovare diversi casi, anche macroscopici, di sostituzione etnica. Furono compiuti nel lungo e drammatico processo di colonizzazione del mondo da parte delle potenze europee, a partire dal XV secolo, calpestando i diritti alla terra e alla vita di popolazioni native. Quello più clamoroso fu l’eliminazione delle popolazioni autoctone delle Americhe, “sostituite” da coloni bianchi e schiavi africani. Non meno importante fu la colonizzazione britannica dell’Australia e della Nuova Zelanda: le popolazioni aborigene e polinesiane furono private dei diritti, espropriate della loro terra  e spesso ridotte demograficamente ai minimi termini da milioni di coloni portati dall’Europa. Ed è questo il paradosso del piano Kalergi: il gruppo  umano che oggi combatte anche attraverso le stragi l’idea di una sostituzione etnica, cioè i bianchi di origine europea, discende da coloro che si sono macchiati delle più massicce e violente sostituzioni etniche della storia.

A differenza di quanto accade nel caso del fondamentalismo religioso, qui non esiste quel fossato ideologico che separa le minoranze criminali dalle istituzioni e dalla massa dei fedeli. Terroristi e rispettabili politici che citano il piano Kalergi credono esattamente nelle stesse cose. E questo si può facilmente constatare nelle dichiarazioni dei politici sovranisti, dal Senato australiano fino al Viminale a Roma, che davanti alla strage in Nuova Zelanda hanno affermato che il rischio reale resta sempre l’integralismo islamico. Questo accade perché il complottismo è stato sdoganato come ideologia: nessun fatto di sangue può modificare la narrazione che vede tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Questa lettura binaria della realtà, che da sempre serve da collante ai terroristi, diventa pericolosissima quando viene adottata dalla politica, perché giustifica, minimizza, derubrica fatti di enorme gravità, creando addirittura consenso sociale verso chi uccide.

Oggi avremmo bisogno di tanti intellettuali come Umberto Eco per spiegare il riproporsi di un meccanismo che, partendo da fatti inesistenti, ha generato nel secolo scorso ideologie responsabili dello sterminio di milioni di persone. Davanti alle bufale che veicolano la negazione della vita umana, nessuna giustificazione va accettata e nessun ragionamento può essere condiviso.