Il 2 ottobre il Brasile torna alle urne per scegliere il suo presidente: sembra che sia passato un secolo, e non quattro anni, dalle elezioni precedenti. Quello del 2018 era un Brasile scosso dalle inchieste giudiziarie che avevano demolito i partiti al potere (il Partito dei Lavoratori di Lula e l’eterno blocco centrista del PMDB/MDB) e che si affidava a un capitano dell’esercito in congedo, con una vasta esperienza da parlamentare: Jair Messias Bolsonaro. Quelle elezioni erano state fortemente influenzate dalla decisione di incarcerare e privare dei diritti politici Luiz Inácio da Silva Lula, che all’epoca era dato come sicuro vincitore. Il resto della storia è noto. Sérgio Moro, il giudice alla guida della mega-inchiesta Lava Jato, che aveva inquisito Lula, è diventato ministro della Giustizia di Bolsonaro; soprattutto, il Tribunale Supremo Federale ha annullato le condanne contro Lula, tornato libero.

Rispetto al 2018, ciò che più è destinato a cambiare le cose è la pandemia, che ha colpito il Brasile con forza, non solo per cause naturali ma anche perché il presidente Bolsonaro si è comportato da “untore”: boicottando con tutte le sue forze il distanziamento e le altre misure di prevenzione, pubblicizzando improbabili farmaci miracolosi e, addirittura, organizzando raduni di folla nei momenti peggiori. Come Donald Trump, come il Boris Johnson dei primi tempi. Di quella triade di negazionisti del Covid-19, Bolsonaro è l’unico rimasto al potere: almeno per ora, perché ha deluso il suo elettorato non portando a termine le riforme (in realtà controriforme) promesse, rimaste impantanate, sacrificate a una propaganda quotidiana che ha raccontato ai brasiliani un mondo inesistente. Molte parole e pochi fatti, si potrebbe dire. Ma non è stato proprio così: durante il mandato di Bolsonaro qualcosa è accaduto. Sono state smantellate le agenzie che si occupano di monitorare l’Amazzonia, bruciata come mai nella storia; sono stati assediati i territori indigeni; si sono incentivati i coltivatori di soia perché aumentassero la loro capacità produttiva; sono state boicottate le reti e i mercati comuni regionali; è aumentata la dipendenza del Paese dal cliente cinese; e il Brasile è stato portato fuori dal gruppo di Paesi che contano: i due leader con i quali Bolsonaro ha avuto più contatti sono stati Donald Trump e Vladimir Putin.

La ferita più grande è stata, però, quella inferta alla democrazia. E anche qui in modo simile a quanto successo con il trumpismo. Svalutate le istituzioni, messi in dubbio i meccanismi democratici (addirittura quello elettorale), demolita l’idea che attraverso la democrazia sia possibile cambiare le cose. Oltre all’elogio della forza maschile e dell’uso delle armi, come da copione sovranista.

Anche questa volta il candidato in testa ai sondaggi è Lula, che a differenza di quattro anni fa potrà presentarsi. Il Brasile di Lula è in parte un ricordo, piacevole, del passato: il ricordo di un Paese che, cavalcando con destrezza il momento d’oro delle commodities, era riuscito da una parte a combattere davvero la povertà e dall’altra a diventare un player mondiale ascoltato e rispettato. Oggi non ci sono le condizioni per una ripetizione di questo exploit. Ci sono però quelle per un rilancio del multilateralismo, infranto da pandemie e guerre: il mondo ha bisogno del Brasile e viceversa. Il voto del 2 ottobre, da questo punto di vista, è uno spartiacque tra un Brasile che vuole tornare a crescere, anche socialmente, e un Brasile ancorato al sovranismo, maschilista, classista e violento, che non è mai scomparso.

Nel mezzo della pandemia, mentre tutta la stampa internazionale era impegnata nel dibattito sui vaccini, in Myanmar i militari ponevano fine alla breve parentesi democratica che si era aperta nel 2012. Era il primo febbraio del 2021: le moderate proteste della comunità internazionale furono messe a tacere dalla Cina, che fece valere il suo diritto di veto presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Era chiaro che, come sempre, i militari birmani agivano in modo coordinato con la Cina per tornare a governare col pugno di ferro un Paese del quale da tempo controllano buona parte dell’economia.

Mentre si susseguono i processi farsa contro la leader Aung San Suu Kyi e i funzionari del governo deposto, la vera natura del golpe emerge con chiarezza: al centro di tutto c’è il controllo delle terre rare di cui il Myanmar è ricco. Con il nome “terre rare” oggi si indica un insieme di 17 elementi chimici della tavola periodica. L’uso di questi elementi è decisivo per la fabbricazione di magneti, superconduttori, fibre ottiche, catalizzatori e vari componenti usati per la produzione di autoveicoli ibridi. Si può affermare che, senza di essi, la rivoluzione tecnologica in corso difficilmente sarebbe avvenuta. Ma le terre che li contengono sono, appunto, rare: si concentrano in specifiche regioni del pianeta e i giacimenti sono in poche mani. La Cina controlla circa il 60% del mercato mondiale e il Myanmar un altro 10%. Dopo il golpe birmano sostenuto dalla Cina, la situazione è diventata quasi monopolistica.

Per motivi ambientali, considerato il pesante impatto ambientale dell’estrazione, dal 2016 la Cina ha cominciato a limitare l’attività sul suo suolo, andando però a estrarre altrove i preziosi minerali. La nuova frontiera è diventata ora il Kachin, una regione semi-autonoma del Myanmar scossa da conflitti armati e ora controllata da un gruppo alleato dei militari di Yangon. Il metodo di estrazione usato in Myanmar produce liquami tossici che vengono scaricati senza trattamenti, inquinando corsi d’acqua e terreni. Secondo l’ONG britannica Global Witness, che ha condotto una ricerca avvalendosi di immagini satellitari, i luoghi di estrazione birmani sono passati in pochi mesi «da qualche decina a oltre 2700 in 300 località». Il Myanmar, come la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica Centrafricana e altri Paesi, è entrato di diritto nel grande gioco delle materie prime strategiche gestito da Pechino, in barba alla democrazia e alla tutela ambientale. La situazione di mercato impone a tutti i fabbricanti di tecnologie “green” di rifornirsi dalla Cina e dai suoi Stati-satellite, che sono però la negazione del principio di sostenibilità. Come per il settore energetico europeo, che dipende dal gas russo e si trova a finanziare il conflitto ucraino, le terre rare sono fornite da chi ha calpestato i diritti umani e sta distruggendo l’ambiente su vasta scala. È questa, al di là della retorica trionfalistica, la più grande contraddizione della società smart, che promette futuri verdi ma è obbligata ad alimentarsi con materie prime tossiche. Forse anche per questa ragione il colpo di Stato dei militari birmani è scomparso velocemente dai titoli dei giornali: la macchina non si può inceppare, anche se per rifornirla bisogna chiudere gli occhi e far finta di niente. E quello birmano è diventato un golpe desaparecido.

Com’era prevedibile, il conflitto ucraino si è sdoppiato. Da un lato, pur servendo anche per testare nuove armi, ha assunto i caratteri di un conflitto novecentesco, talvolta addirittura di trincea, nel quale l’elemento umano è importante tanto quanto quello tecnologico. Dall’altro, è a tutti gli effetti un conflitto dei tempi della globalizzazione, nel quale vengono usate come armi le materie prime, l’energia, i legami economici e le alleanze geopolitiche, con contorno di fake news che sono la continuazione della guerra in corso.

Il punto è riuscire a interpretare l’interazione tra queste due modalità, così da capire il reale andamento del conflitto. Al momento, per l’Europa si sono rivelati più pesanti l’aumento del costo dell’energia e le difficoltà di approvvigionamento di fertilizzanti agricoli che la fuga degli ucraini: si pensava si sarebbero rovesciati sull’Unione Europea a decine di milioni, invece i profughi ucraini, numerosi soprattutto nella prima fase del conflitto, sono stati assorbiti senza grossi problemi e non si prospettano altri arrivi massicci. L’arma in assoluto più efficace nelle mani della Russia di Putin è stata finora il metano. Grazie ai gasdotti Mosca ha potuto finanziare il proprio sforzo bellico senza collassare, grazie ai prezzi cresciuti esponenzialmente e ai pagamenti puntuali da parte della stessa Europa che sta rifornendo gli ucraini di armi moderne. Nei primi sei mesi del conflitto i paesi UE hanno versato alla Russia 85 miliardi di euro a saldo della fattura energetica, il 70% della spesa bellica russa secondo fonti autorevoli.

Ora da parte russa arriva la minaccia di una sospensione totale del rifornimento di gas. La svolta può indicare due cose: o che il conflitto sta andando molto male per Putin, ridotto a usare un’arma estrema (e a doppio taglio) per far sì che all’Ucraina venga meno il sostegno europeo; oppure l’esatto contrario, e cioè che la Russia, diversificando il suo parco clienti e guardando soprattutto a Cina e India, si sarebbe messa nelle condizioni di poter minacciare il blocco all’Europa senza pagarne le conseguenze.

Gli esperti propendono per la prima ipotesi, essendo innegabile che, dopo 7 mesi di conflitto, le armate di Mosca non sono riuscite a mettere in sicurezza nemmeno le due province del Donbas, obiettivo primario dell’invasione, e men che meno sono riuscite a piegare l’esercito o il popolo ucraino. Perché, alla fine, un conflitto viene deciso dalle armi. E le azioni sul campo, per quanto “novecentesche”, restano quelle dirimenti, anche se da noi si dibatte solo della sicurezza delle centrali nucleari e del mercato energetico, mentre dell’aspetto puramente militare della guerra non si parla quasi più.

Dissipate le polemiche, spenti i riflettori orientati dalle centrali della disinformazione, conterà vedere se, sul campo, la Russia sarà stata in grado di strappare o no un pezzo di territorio a uno Stato sulla carta molto più debole militarmente. Su questo verrà giudicato nel suo paese Vladimir Putin. Conterà solo se su quel pezzo di Ucraina sventolerà la bandiera gialloblu di Kiev oppure quella rossa blu e bianca di Mosca. Tutto il resto scomparirà. O quasi, perché a noi resterà l’ennesimo avvertimento sul fatto che la transizione energetica è urgente per motivi non solo ambientali ma anche strategici, e che la globalizzazione va rivista, tornando a tutelare i settori strategici e accorciando le filiere. Lezione che però avremmo già dovuto imparare dalla pandemia. Davanti al concentrato di eventi epocali che negli ultimi tre anni hanno colpito il mondo, una sola cosa non si può fare: tirare a campare.

Michail Gorbačëv è stato il curatore fallimentare di un sistema che crollò da solo. Un sistema, l’URSS, che aveva molti tratti originali, ma in comune con il precedente regime zarista la spinta imperialista. In nome dei valori cristiani e del nazionalismo in un caso, in nome del proletariato internazionale nell’altro. Dal Grande Gioco con la Gran Bretagna per il controllo dell’Asia centrale, porta d’accesso al forziere indiano, al confronto con gli USA in Europa e nel resto del mondo durante la Guerra Fredda, la Russia si è sempre sopravalutata. Non è lo stesso infatti percepirsi come superpotenza mondiale ed esserlo. La Russia imperiale e quella sovietica erano convinte che si potesse conquistare questa posizione grazie alla forza militare e all’intelligence. L’economia era solo una variabile secondaria, anche se è stata quella cha ha segnato sia la fine degli zar sia la fine dell’URSS. L’odierna Russia eredita la parte peggiore delle due esperienze passate. Il putinismo si basa su tre pilastri, il ripristino della radice cristiana e reazionaria dei tempi dello zar, la politica militare e di potenza dell’URSS e il moderno gangsterismo politico che cancella la democrazia e diventa predatore e padrone dello Stato. Nessuna delle tre Russie alla fine ha avuto i numeri per affermarsi come vera potenza globale, e quella putiniana impantanata in Ucraina lo sta scoprendo adesso. Un paese che ha lo stesso PIL del Brasile più le bombe atomiche. Gorbaciov alla fine è stato soltanto un uomo della transizione tra due fallimenti, un politico intellettualmente onesto che aveva capito che l’esperienza dell’URSS era ormai sepolta e che bisognava andare avanti, probabilmente senza guerre inutili. Lezione che Vladimir Putin, che ha sempre ripudiato Gorbačëv, non ha mai colto.

Questi mesi resteranno negli annali della meteorologia mondiale perché, ancora una volta, si sono battuti tutti i record di alte temperature. Ma non c’è solo questo. La continuità temporale tra la pandemia e la guerra in Ucraina ha incrinato definitivamente la narrazione ventennale sulla globalizzazione. Il paradigma secondo il quale un mondo economicamente interconnesso sarebbe stato un mondo senza guerra è stato smentito dai carri armati di Mosca: e non c’era Paese più inserito nello spazio economico europeo della Russia, con il suo ruolo di principale fornitore energetico dell’UE, ma anche di importante esportatore di prodotti agricoli e risorse minerarie. Malgrado ciò, è in corso una guerra che potremmo definire “all’antica”, finalizzata cioè a ridefinire confini, affermare una politica di potenza e consolidare il potere di un regime, in spregio alle varie sanzioni economiche finora applicate.

Nel frattempo, nel Pacifico Cina e Stati Uniti si fronteggiano per assicurarsi i punti strategici di un’area che molti pronosticano sarà lo scenario della prossima crisi. Nel resto del continente americano, marginale rispetto a questi giochi, si affermano uno dietro l’altro governi progressisti, spesso nati dalle lotte contro le peggiori ricadute della globalizzazione sull’ambiente e sulle persone.

L’Africa è invece scomparsa dai radar, dopo il ridimensionamento del ruolo post-coloniale di Parigi. Sul continente è calata una sorta di “pax cinese”, qua e là sostenuta da mercenari russi, che garantisce un ordine precario, utile soltanto a coloro che dall’Africa continuano a ricavare profitti per sé, lasciando sul territorio quasi nulla.

Da qualsiasi lato lo si guardi, il mondo dell’estate 2022 appare carente di una cosa fondamentale: una politica multilaterale che riesca a porre le basi per la convivenza civile e a fronteggiare l’emergenza di una natura alterata dal cambiamento climatico. Le due questioni, in realtà, si intrecciano pericolosamente. Ai problemi creati all’agricoltura da un clima che, quest’anno, è stato molto secco quasi ovunque, si aggiungono i blocchi incrociati all’esportazione di grano dei due grandi produttori europei, Ucraina e Russia. Gli investimenti necessari per mitigare le emissioni di CO2 e favorire la transizione energetica vengono dirottati per pagare il rincaro dell’energia fossile e per sostenere la corsa al riarmo.

L’unica luce in fondo al tunnel è che un mondo così combinato non è l’ideale per il mondo degli affari, e non lo è nemmeno per gli Stati Uniti e la Cina, le uniche potenze globali. Nel caso della Cina, la sua tenuta può essere garantita solo dalla crescita ininterrotta dell’economia; per la tenuta del sistema degli Stati Uniti (e dell’Europa occidentale) è invece indispensabile fare in modo che la spaccatura sociale smetta di allargarsi, fenomeno che nelle urne si riflette nel voto di protesta oppure nell’astensione, e cioè in un tracollo della partecipazione alla vita democratica. Nelle democrazie, dall’Ottocento in poi, il principale fronte di lotta ha riguardato proprio l’allargamento della partecipazione, e con fatica si è arrivati dal ristretto nucleo iniziale di elettori (maschi benestanti) fino al suffragio universale. Oggi si sta progressivamente tornando a democrazie nelle quali a decidere sono sempre meno persone, e questo mina le fondamenta stesse del sistema.

In quest’estate 2022 non c’è soltanto una carenza di pace, di cibo e salute ambientale. C’è anche una totale mancanza di statisti. Cioè di donne e di uomini che riescano ad alzare la testa sopra il gregge e allunghino lo sguardo verso il futuro. Urge che qualcuno lo faccia, prima che sia tardi.

Le marcate anomalie climatiche di questi ultimi mesi, con temperature roventi e forte siccità, sono state erroneamente collegate da molti media al cambiamento climatico. In realtà vanno lette in modo diverso e più specifico: siamo in un anno della Niña. Significa che, verso la fine dello scorso anno, si è verificato un raffreddamento anomalo della fascia centrale dell’oceano Pacifico. Ciò determina una variazione nella circolazione dei venti (e dunque anche delle precipitazioni) che si traduce in siccità e alte temperature nell’emisfero settentrionale, mentre su buona parte dell’emisfero meridionale si scatenano piogge torrenziali e monsoni rinforzati. La Niña è un fenomeno speculare rispetto al più noto Niño, che prende nome dal fatto che i pescatori peruviani registravano anomalie nella temperatura dell’oceano nel periodo vicino al Natale: el Niño, “il Bambino”, si riferisce dunque al Bambin Gesù. Nessuno è mai riuscito a collegare in modo certo il riscaldamento e il raffreddamento anomali del Pacifico, situazioni che si verificano ogni 2-5 anni, al cambiamento climatico. Anche perché le prime testimonianze risalgono al 1891, quando un pescatore peruviano scriveva una lettera nella quale raccontava che si stava vivendo un anno di abbondanza perché i deserti erano diventati verdi e la pesca era stata abbondante e ricca. Le prime conseguenze delle alterazioni della temperatura delle acque sono gli insoliti comportamenti stagionali dei pesci e le anomale precipitazioni sulla costa peruviana. Ma l’intensificarsi di queste oscillazioni porta disastri su vasta scala: è accaduto ad esempio nel 1982, quando il Niño produsse devastazione e morte in America Latina per via delle alluvioni e degli uragani, in Indonesia e Oceania a causa della siccità. 

Soltanto dagli anni ’70 si cominciò a studiare davvero il fenomeno, comprendendone via via le conseguenze globali. I climatologi collegarono le anomale temperature registrate nelle acque al largo del Perù a quanto accadeva negli stessi anni in Nord America. Si comprese che la Niña, in particolare, rende miti e poco nevosi gli inverni canadesi, aumenta la potenza degli uragani nell’Atlantico occidentale e nel mar dei Caraibi, genera siccità e alte temperature negli Stati Uniti meridionali e alluvioni in quelli nord-occidentali, così come sulla costa pacifica del Sud America e sulle Ande.

La fascia oceanica in cui si sviluppa il fenomeno viene chiamata dagli scienziati “piscina d’acqua calda”: va dal Perù fino alle coste orientali dell’Australia. In questa “vasca” l’acqua si scalda o si raffredda all’improvviso, e l’anomalia della temperatura, più bassa o più alta che sia, si manifesta verso dicembre. Accade ogni 3-4 anni: e allora si può stare certi che si verificherà un Niño o una Niña. Di questi fenomeni ormai conosciamo tutto, tranne l’origine, “mistero” che si aggiunge alle molte lacune della nostra conoscenza degli abissi oceanici e della biodiversità terrestre, classificata per meno di un decimo di quanto si stima sia la sua consistenza. Ad esempio sui batteri, fondamentali per la vita, la nostra conoscenza si ferma all’1% dell’esistente.

Conosciamo bene, invece, le origini del cambiamento climatico: non ci sono dubbi sulle responsabilità dell’uomo. Sappiamo che esso continua a eliminare biodiversità, modificare gli habitat animali e umani, mettere a rischio la sicurezza alimentare sulla Terra. Questo è lo stato dell’arte. Non riusciamo ancora a capire fenomeni così importanti come el Niño; non vogliamo affrontare fenomeni chiarissimi, perfino banali nella loro dinamica, come il cambiamento climatico. Entrambi i fenomeni hanno ricadute drammatiche: perciò quello dell’ambiente oggi non dovrebbe più essere considerato un tema divisivo, bensì come la più grande, e forse vitale, impresa che l’umanità dovrebbe affrontare con determinazione. Se solo si riuscisse a capire che è questa la vera emergenza globale, quella che rischia di porre il punto finale alla lunga storia del nostro genere.

Le guerre, almeno dai tempi della Grecia classica in poi, si sono combattute anche sui mari. Non solo: nella lunga parentesi di storia dell’umanità in cui la navigazione è stata l’unica via di comunicazione intercontinentale, il controllo dei punti critici e di passaggio tra un mare e l’altro è stato sempre un obiettivo strategico primario. Per questo motivo le isole e gli stretti hanno sempre avuto un ruolo importantissimo nella geopolitica delle potenze. Alcune isole hanno svolto, nei secoli passati, una funzione in qualche modo simile a quella delle portaerei: fungevano da basi militari in mezzo alle acque, oltre che da punti di scalo imprescindibili per le comunicazioni e il rifornimento delle flotte. Malta, Cipro, Hispaniola, Azzorre, Falkland, Réunion, Sant’Elena, Zanzibar, Diego Garcia, Molucche sono sempre state terre poco popolate e lontane da tutto, ma vitali per garantire porti sicuri dove ancorare e rifornire le navi.

Storicamente, la potenza che meglio è riuscita a controllare i passaggi oceanici è stata l’Inghilterra vittoriana, e la posizione dominante inglese è in buona parte sopravvissuta al declino post-imperiale. Oggi, a livello mondiale, il fronte di conflitto più caldo è quello del mar della Cina e del Pacifico. È qui che si sta giocando una partita che sembra uscita dal passato, nella quale ci si sfida per garantirsi il controllo di una miriade di isole insignificanti dal punto di vista demografico ed economico, ma fondamentali nelle strategie militari della Cina e degli Stati Uniti. Molto rumore ha fatto la decisione delle Isole Salomone di sottoscrivere un trattato economico e di sicurezza con la Cina, aprendo un varco in una zona dell’Oceania considerata da sempre legata agli Stati Uniti, tramite l’Australia. Sono 18 le nazioni insulari che fanno parte del Forum delle Isole del Pacifico: di queste ormai 10 stanno con Pechino, mentre due hanno riconosciuto Taiwan e altre sei sono alleate occidentali. È una partita a scacchi quella tra Cina e la coppia Australia-Stati Uniti, Paesi che recentemente insieme al Regno Unito hanno dato vita a un’alleanza militare, l’Aukus, in chiave anticinese. Pechino sta lavorando da anni per ottenere in concessione basi navali che le consentano di estendere virtualmente le proprie frontiere in funzione difensiva, mentre gli alleati degli Stati Uniti vorrebbero schiacciarla entro i propri confini continentali, garantendo inoltre l’indipendenza di Taiwan.

Stiamo assistendo a una delle prime puntate di una nuova Guerra Fredda, che in Ucraina e in Africa è già diventata molto calda. C’è però una differenza abissale rispetto al passato, ed è che USA e Cina, le due potenze globali, sono sì antagoniste sul piano militare e politico, ma anche perfettamente integrate tra loro dal punto di vista economico. Questa contraddizione macroscopica, che ai tempi dell’URSS era inimmaginabile, fa sì che ci siano fortissimi rapporti di interdipendenza tra le potenze rivali. Legami vitali per entrambe le parti, che nessuno può davvero permettersi di recidere.

È dunque la globalizzazione a relativizzare gli effetti delle guerre. È una situazione che stiamo vivendo anche in Europa, con l’UE che è fortemente schierata a difesa, anche armata, dell’Ucraina, ma che in questi mesi di guerra ha versato a Mosca oltre 50 miliardi di euro per pagare l’energia importata. Le difficoltà dell’Europa, dipendente dal gas e dal petrolio russo, sono le stesse che gli Stati Uniti incontrerebbero nel caso dovessero arrivare a un conflitto aperto con la Cina. Le industrie e l’agricoltura statunitensi, e le tasche dei consumatori, non reggerebbero a un embargo sull’import cinese. E anche per la Cina sarebbe un disastro perdere il principale mercato di sbocco delle sue merci.

Tutta la complessità e tutta la nuova fragilità del mondo stanno qui. È una situazione inedita e ancora non compresa fino in fondo, che mette in crisi addirittura lo strumento più antico di risoluzione delle controversie: le guerre. Forse non lo hanno capito nemmeno gli stessi Paesi che ora sono impegnati a giocare la partita del Pacifico, contendendosi isole e punti chiave: agiscono per riflesso condizionato, perché si è fatto sempre così, ma le vere guerre oggi non si combattono con le navi, si vincono o si perdono sul tavolo dell’economia.

Il voto al primo turno nelle elezioni presidenziali colombiane conferma l’esistenza di un’ondata punitiva nei confronti delle forze politiche che hanno governato durante la pandemia. Federico Gutiérrez, l’erede designato del presidente uscente Iván Duque, ha raccolto appena il 23% dei voti, risultato che per la prima volta esclude la destra colombiana dalla corsa per il potere. Qualcosa di simile era già successo in Perù, Paese “terremotato” dall’arrivo al potere di Pedro Castillo, l’insegnante marxista che è riuscito a battere la candidata delle destre Keiko Fujimori; e anche in Cile, dove i voti della destra tradizionale, che era al governo, non sono stati sufficienti a José Antonio Kast per battere al secondo turno la sorpresa progressista Gabriel Boric. Analoghi sconvolgimenti si preannunciano in Brasile a ottobre, con il probabile ritorno alla presidenza di Luiz Inácio Lula da Silva che, stando ai sondaggi, dovrebbe battere il Trump tropicale Jair Bolsonaro. 

Molti si sono affrettati a parlare di un ritorno della sinistra al governo, ma questa lettura fotografa solo una parte della realtà. Senza dubbio le macroscopiche disfunzionalità della sanità pubblica, che negli anni è stata smantellata in quasi tutta l’America meridionale a favore dei privati, hanno fatto tornare attuale un’idea del ruolo dello Stato più affine a quella delle sinistre; ma dietro questi risultati elettorali c’è anche un grande rifiuto della politica complessivamente intesa, a prescindere dagli schieramenti. Questa pulsione, presente da sempre nel continente del “¡Que se vayan todos!”, è ulteriormente cresciuta durante la pandemia, quando i privilegi della politica sono stati messi a nudo risultando ancora più insopportabili. Basti pensare al caso del presidente argentino Alberto Fernández, che durante il lockdown partecipava a feste private nella residenza ufficiale. O allo stesso Bolsonaro che, mentre la gente moriva per strada, prendeva in giro chi usava la mascherina e incitava la folla ad assembrarsi. Non importa se questi leader fossero di destra o di sinistra: forse per la prima volta sono stati giudicati per la loro incapacità di governare e per la loro arroganza, quella che li ha portati a pensare di essere al di sopra delle leggi da loro stessi dettate.

I risultati delle ultime elezioni sono figli, insomma, sia della sete di giustizia sociale sia di un diffuso desiderio di vendetta contro il potere e i suoi privilegi. Inizia così una stagione che potrebbe incidere fortemente sulla realtà sudamericana, ma che paradossalmente potrebbe introdurre misure radicali anche di segno opposto rispetto a quelle auspicate dalle proteste popolari. È probabile, ad esempio, che ci sia un ripensamento delle politiche sanitarie e di welfare; ma esiste anche il rischio che cominci una repressione del dissenso e che le proposte politiche avanzate in nome dell’“anticasta” finiscano con il riprendere ideologie economiche restrittive già tristemente sperimentate.

È tempo di outsider, come il colombiano Rodolfo Hernández, l’argentino Javier Milei o i già citati Pedro Castillo e Gabriel Boric. Persone totalmente diverse per cultura politica e civica, accomunate dall’esser state portate al successo dalla pandemia, che ha spazzato via una classe dirigente per spalancare le porte a una nuova. Come accadde dopo la fine della Guerra Fredda, quando in America Latina tornò possibile per le sinistre salire democraticamente al potere, oggi la pandemia permette di trovarsi eletto a chiunque sappia cavalcare il malcontento o riesca a costruire una solida rete di base, come nel caso cileno. Magari senza esperienza, senza una forza politica in parlamento, senza i numeri. E questo diventa un grande rischio per una democrazia che, in questi anni, non ha trasformato le società latinoamericane se non per quanto riguarda i diritti civili individuali. La speranza è che alcuni dei politici agevolati dalle autostrade aperte dalla pandemia, come Boric e, probabilmente, Castillo e Lula, possano ripristinare una leadership progressista nel subcontinente che serva a rinforzare i legami reciproci e a ridare protagonismo a un continente da molto tempo ai margini della scena.

Nella narrazione e nello svolgimento della guerra ucraina c’è qualcosa che non torna. O meglio, che ci insegna come anche questo conflitto sia influenzato dai legami che la globalizzazione ha creato a partire dagli anni ’90 del secolo scorso.

La bolletta energetica che l’Europa ha pagato alla Russia dal 24 febbraio in poi si aggira attorno ai 50 miliardi di euro. Una cifra gigantesca, versata da Paesi che stanno sostenendo politicamente e militarmente l’Ucraina, parte offesa del conflitto. Il rischio geopolitico comportato dall’avere un fornitore così ingombrante per il petrolio e il gas, fino a costruire gasdotti e oleodotti di importanza paragonabile a quella delle vene che fanno scorrere il sangue nell’organismo umano, non è mai stato valutato seriamente. Tutto ciò è avvenuto nonostante le valutazioni di chi si occupa di politica internazionale, e che da anni spiegava i pericoli della dipendenza da un Paese che, parallelamente alla sua crescita geopolitica globale, misurabile dalla Siria alla Crimea, dalla Libia all’Africa centrale, stava mutando natura politica, fino a diventare un regime in cui i giornalisti vengono ammazzati e gli oppositori avvelenati.

Gli allarmi, però, non sono mai stati presi in considerazione. Per il grande business energetico la Russia offriva tutti i vantaggi possibili sia per la vicinanza sia per la politica dei prezzi, e permetteva così di rimandare la transizione energetica. Un tema, questo, che fino all’anno scorso era declinato soltanto in termini ambientali, e che oggi viene presentato come una questione fondamentale per la sovranità europea.

Per uscire dal pasticcio non bastano i viaggi diplomatici in Congo o in Mozambico, il gas statunitense e quello algerino. I tempi sono lunghi. E gli stessi problemi che oggi si hanno con la Russia domani potrebbero emergere con altri fornitori, trattandosi per la maggior parte di Paesi instabili. Le complicità di questa dipendenza vanno cercate non solo nel mondo imprenditoriale ma anche (e maggiormente) in quello politico, che per anni ha caldeggiato la stessa alleanza energetica con la Russia oggi considerata un cappio al collo. Dal mondo politico tedesco, che vede addirittura l’ex cancelliere Gerhard Schröder sedere nel consiglio d’amministrazione di Gazprom, fino all’intera galassia sovranista, che ha intessuto con Mosca legami politici ed economici mai chiariti fino in fondo.

L’Europa è stata incapace di stabilire un dialogo politico che portasse a un nuovo patto di convivenza continentale con la Russia, ma non ha esitato a legarsi a doppia mandata con lo stesso Paese in campo energetico. Le reazioni di questi mesi sono state dettate dalla disperazione – si va dalla riapertura delle centrali a carbone alla rivalutazione ambientale dell’energia nucleare – ma tutto avviene cercando di nascondere il dato macroscopico della dipendenza energetica, mai davvero interrotta. La propaganda di guerra ha fatto passare come una grande mossa l’embargo deciso dall’Unione nei confronti del petrolio russo, che per ora non arriverà più solo là dove era già marginale, mentre continuerà a scorrere verso i Paesi che da esso dipendono. Proprio la questione energetica, che si sovrappone a quelle del grano, dei metalli e degli altri prodotti delle zone di guerra, non permette di analizzare questo conflitto come in passato, con i buoni e i cattivi contrapposti su fronti ben distinti. Oggi entrambe le parti sono fortemente interdipendenti. E i loro legami sono così forti che nemmeno una guerra riesce a scioglierli.

Per il Regno Unito, il bilancio dei primi sei anni da Paese extracomunitario non è di sicuro positivo. Contrariamente a quanto dicevano nel 2016 i sostenitori dell’uscita dall’Europa, l’export con gli Stati comunitari è crollato: -40,7% in media, con punte del -63% nel settore alimentare. Nel frattempo l’export verso altri Paesi è cresciuto di un misero 1,7%, mentre l’import dall’UE è calato del 28,8%. A questi dati si sommano i numeri negativi dovuti alla pandemia e alla guerra in Ucraina. Il governatore della Banca d’Inghilterra, la banca centrale del Regno Unito, recentemente ha definito “apocalittico” lo scenario che va delineandosi per i cittadini britannici: calo del PIL, calo della sterlina rispetto al dollaro, aumento dei prezzi alimentari, inflazione al 9% su base annua. Intanto da vari sondaggi emerge il dramma sociale di un Paese nel quale un quarto della popolazione salta i pasti per risparmiare e due terzi non possono permettersi di tenere acceso il riscaldamento quanto vorrebbero.

Ovviamente si tratta di problemi comuni a molti Paesi in questa fase. Oltremanica, però, le criticità sono amplificate dalla solitudine del Regno Unito in campo internazionale e dalla sua autoesclusione dal mercato più ricco al mondo, quello comunitario. Come facilmente prevedibile, la perdita della posizione di privilegio garantita dall’appartenenza a un mercato con regole comuni, e senza dazi interni, è difficilmente recuperabile attraverso le aperture ad altri mercati esteri. Soprattutto perché la produzione britannica ha standard molto elevati e ciò determina prezzi più alti rispetto a quelli praticati dai concorrenti esterni all’UE, statunitensi o asiatici.  Londra aveva sottovalutato questi due fattori: da un lato l’avvenuto adattamento della sua produzione ai bisogni, alle regole e ai costi dell’Unione Europea, dall’altro i tempi lunghi che servono per costruire una rete di accordi e regole condivise con altri Paesi del mondo, e anche con l’UE stessa, dovendo ora interagire da Paese extracomunitario.

Il sogno tardo-imperialista alla base della Brexit, cioè rimettere la Gran Bretagna al centro del mondo, come ai tempi della regina Vittoria, appariva già in sé un obiettivo ridicolo. Guardando poi le valutazioni alla base di quel progetto, erano evidentemente fuori luogo l’importanza attribuita al Commonwealth e la fiducia nella reale consistenza di questa organizzazione: si è scambiata per un’opportunità economica quella che, in realtà, è poco più di una semplice concessione alla nostalgia di Londra. Hanno prevalso, invece, l’arroganza del pensarsi ancora come un impero capace di imporre agli altri le proprie regole e i propri tempi, e soprattutto il sognare che da soli sarebbe stato possibile ottenere vantaggi maggiori di quelli garantiti dal mercato comune.

Nel frattempo, il prezzo pagato dai britannici ha raffreddato gli animi sovranisti in Europa. E probabilmente proprio le difficoltà di Londra fuori dall’Unione hanno fatto sì che, per la prima volta, a Bruxelles si sia deciso emettere debito comune, come sta accadendo per il programma Next Generation EU. Tuttavia, non è detto che quegli Stati che ieri usavano lo scetticismo inglese come alibi per giustificare i loro tentennamenti, ora si dimostrino pronti a compiere passi concreti verso un maggiore coordinamento europeo. Che andrebbe invece programmato, anche a rischio di perdere per strada altri Paesi oppure di ipotizzare, come ha abbozzato Emmanuel Macron, un’Unione “a due velocità”: e cioè con un nucleo di Stati che intraprendono una strada comune e un altro nucleo di Stati collegati da accordi commerciali. L’esempio della deriva del Regno Unito, che in tempi di globalizzazione si era illuso di potercela fare da solo, dovrebbe spronare tutti i Paesi membri verso la ricerca di nuove formule di convivenza più avanzate. Solo così, in un mondo nel quale le potenze stanno tornando sulla scena in modo aggressivo, l’Europa potrà trovare un suo ruolo. Oppure, rompendo le righe, tutti i 27 Stati potrebbero tornare a essere come la Gran Bretagna: isole ai margini.