Quest’estate si è confermato il dato divenuto ormai consueto verso la fine di agosto: anche nel 2018 la temperatura media registrata nel mondo è salita, facendo segnare un nuovo record. E tra luglio e settembre si è drammaticamente manifestata l’intera gamma di fenomeni associata al cambiamento climatico: incendi, siccità, nubifragi, uragani, afa record. Il campanello d’allarme sulle condizioni di salute della Terra sta suonando da anni, ma rimane inascoltato. L’ultimo grande tentativo di porre rimedio al cambiamento climatico, o almeno di rallentarlo, è stato l’accordo raggiunto a Parigi nel 2015, ma è bastato l’arrivo di un nuovo inquilino alla Casa Bianca perché buona parte delle linee guida e degli impegni scaturiti da quella conferenza fossero dimenticati.

C’è chi continua a inquinare molto, come i Paesi dell’Asia industrializzata o gli Stati Uniti, e chi ha fatto passi in avanti, come l’Unione Europea o la piccola Costa Rica, ma i “virtuosi” non pesano a sufficienza per bilanciare il tutto. Soprattutto perché è tornata protagonista una fonte energetica fossile che si pensava sarebbe stata totalmente eliminata dal ciclo produttivo: il carbone, responsabile per l’80% delle emissioni di CO2 del settore energetico. L’illusione dell’abbandono del carbone era stata alimentata dalla Cina, che da sola è responsabile del 50% del consumo globale e che fino al 2016 aveva ridotto il ricorso a questa fonte. Ma dal 2017 l’estrazione carbonifera a livello globale è tornata a crescere soprattutto per l’aumentata domanda dell’India, secondo Paese al mondo per consumo. Nel frattempo anche negli Stati Uniti l’industria del carbone, da tempo in declino, ha registrato un aumento di produttività e di export, così come promesso in campagna elettorale da Donald Trump. E anche la Germania non ha abbandonato definitivamente la lignite.

L’ennesima illusione che oggi ci viene proposta come soluzione all’inquinamento sono le automobili elettriche. Ma proprio l’aumento della domanda di elettricità ha paradossalmente fatto tornare protagonisti il carbone e la lignite: macchine pulite, elettricità sporca potrebbe essere lo slogan. Allo stesso modo l’industria “smart”, che si sgancia sempre di più dall’impiego diretto dei combustibili fossili, è dipendente dall’elettricità generata ancora in alta percentuale da energia fossile.

Il cambiamento climatico sta mutando le condizioni di vita, le abitudini e l’economia di molti territori. Così come nel Galles si stanno impiantando vigneti e in Groenlandia si torna a coltivare la terra, in Australia e in California la siccità e gli incendi stanno riducendo la capacità produttiva di un’agricoltura ormai a rischio. I profughi climatici non esistono più solo nelle previsioni e nei report, spesso giudicati “provocatori”, degli esperti dell’ONU: sono diventati una realtà drammatica, in Africa come in molte regioni in rapida desertificazione di Paesi ad alto reddito. Da un sondaggio condotto nel 2017 in 38 Paesi è emerso che il cambiamento climatico è considerato dal 61% del campione la seconda minaccia alla sicurezza del mondo dopo l’ISIS. Una minaccia molto selettiva dal punto di vista sociale, perché le sue conseguenze si abbattono soprattutto sui mondi rurali dove gli agricoltori non sono sostenuti dallo Stato, mentre nelle città il caldo uccide senzatetto, anziani e malati poveri, cioè quelle categorie che non possono permettersi abitazioni climatizzate e muoiono a decine, se non a centinaia, ormai ogni estate in Europa.

Del cambiamento climatico si discute ormai da decenni. Per molto tempo è rimasto un tema per ambientalisti e per scienziati, mentre la politica si limitava a fingere di ascoltare. Oggi le sue conseguenze bucano il muro del silenzio che sopra questa vicenda è stato costruito. Il cambiamento climatico non è più esercizio teorico, ma drammatica realtà percepita da qualsiasi cittadino. Eppure la politica continua a prendere tempo, incurante del fatto che il tempo è ormai quasi scaduto, prima che si giunga a scenari poco rassicuranti per tutti.

 

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L’accordo preliminare della nuova intesa commerciale con il Messico è il primo atto concreto in materia di politica commerciale dell’amministrazione Trump. Ovviamente al netto dei dazi, che però da soli non costituiscono una politica. Finora l’inquilino della Casa Bianca si era prodigato in una serie di no, buttando via anni e anni di negoziati promossi dai suoi predecessori. Il primo no è stato quello al TPP, l’accordo di libero scambio del Pacifico fortemente voluto da Barak Obama. Più importante ancora il TTIP, l’accordo di libero scambio Usa-UE, che molto probabilmente non sarebbe passato per le divisioni tra i partner europei e per la pressione della società civile, ma che alla fine è stato congelato da Donald Trump in persona.

Con l’annuncio del pre-accordo con il Messico, al quale potrebbe aggiungersi il Canada, viene archiviato il Nafta, l’accordo di libero scambio del Nord America firmato da George Bush e inaugurato da Bill Clinton il primo gennaio del 1994. Il Nafta fu il primo di una nuova tipologia di accordo commerciale. Delineate alcune protezioni su pochi settori scelti dai firmatari, per il resto venivano abolite le frontiere commerciali e produttive tra i paesi creando un nuovo grande mercato praticamente unificato. Diverso dall’UE però, senza compensazioni, senza una politica estera commerciale comune, senza fondi strutturali, senza un governo né un controllo democratico come quello esercitato dal parlamento europeo. Per i paesi minori, Messico e Canada, l’accordo ha portato all’aumento dei loro scambi con gli USA, ma fino al punto di dipendere quasi interamente da quel mercato. Conseguenze non calcolate al momento della firma sono state ad esempio la delocalizzazione del lavoro statunitense in Messico per via del costo della manodopera, oppure il riversamento in Messico delle eccedenze agricole sovvenzionate statunitensi che hanno distrutto il mercato agricolo messicano dei piccoli e medi produttori. Quel mondo agricolo che velocemente si è riconvertito alla coltivazione di sostanze stupefacenti e passato sotto il controllo dei cartelli del crimine.   Dopo 24 anni, il Nafta è stato un affare per i grandi soggetti dell’economia dei tre paesi, dalle multinazionali ai signori della droga, ma molto di meno per i lavoratori, dagli operai di Detroit ai braccianti messicani. Il nuovo accordo che Usa e Messico firmeranno è un passo indietro rispetto al Nafta, visto che si tratta di un semplice accordo bilaterale (trilaterale se aderirà il Canada) di scambio commerciale. Non più un’area comune, un diritto specifico per risolvere le controversie, l’obbligo di dovere spalancare il proprio mercato. Uno dei punti cardini dell’intesa è alla voce automobili, di cui il Messico è un grande esportatore negli USA. L’accordo prevede che le auto esportate negli USA siano prodotte da operai che non guadagnano meno di 16 dollari l’ora, e che le parti utilizzate siano almeno al 90% prodotte nella regione (contro il 62% attuale). Con questa clausola, nessuno potrà più utilizzare il Messico per produrre macchine competitive in base al costo della manodopera o all’uso di parti provenienti dall’Oriente da esportare negli USA. Si suppone che clausole come questa riportino lavoro negli USA, cosa tuta da verificare. Il Messico torna invece libero di firmare accordi commerciali con altri paesi, cosa che il Nafta ostacolava anche se non impediva. La Cina, da quando ha vinto le elezioni Trump, fa la corte al Messico per firmare un importante accordo, ma anche l’area del Pacifico e il rapporto con il Sudamerica interessa molto a Città del Messico. Il paese che rischia di più è il Canada, in quanto parte integrante dell’economia statunitense che ora però rimette di nuovo le frontiere economiche. Per questo motivo Trudeau da tanta importanza alla firma del trattato CETA con l’Europa, anche il Canada ha bisogno di diversificare i clienti e i fornitori.

La risposta delle Borse all’annuncio del nuovo trattato è stata spumeggiante, non tanto perché l’accordo in sé sia positivo, ma perché dimostra la volontà della Casa Bianca di non portare fino in fondo sole politiche isolazionistiche. Trump ha applicato con successo la sua politica del dividere per fare pesare la potenza del suo paese. Non ha ridiscusso il Nafta insieme agli altri due partner, ma li ha affrontati uno ad uno.  Il presidente degli Stati Uniti sarà sì no-global, a modo suo ovviamente, ma capisce benissimo che il suo paese dipende dai rapporti con il mondo e l’economia le sta dando ragione. I numeri della crescita e dei nuovi posti di lavoro che si continuano a creare negli Stati Uniti varranno al momento del voto molto di più delle vecchie storie a sfondo sessuale.

 

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“Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste. E io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata!” I versi della poetessa Emma Lazarus scolpiti sul basamento della Statua della Libertà, con la quale la Francia rese omaggio alla grande nazione americana nel 1886, sono una pietra miliare della storia americana. Gli Stati Uniti come terra promessa, rifugio dei perseguitati e dei miserabili. Terra di opportunità per tutti – con l’eccezione dei nativi americani e, fino a tempi recenti, degli afroamericani – è uno degli elementi che più hanno definito l’identità degli Stati Uniti, e in generale di tutti i Paesi del continente. Se la cultura europea non ha un vissuto storico di inclusione, ma piuttosto di espulsione, per quella americana vale l’esatto contrario. Per questo motivo oggi le nuove restrizioni in materia migratoria introdotte da Donald Trump fanno tanto scalpore.

Non ci sarebbe storia statunitense senza il contributo dei milioni di uomini e donne che si riversarono nel continente americano, fuggiaschi dalle carestie come i Ford, i Reagan o i Kennedy, dalle persecuzioni per motivi religiosi come i padri fondatori, o più semplicemente in qualità di migranti economici come i Bush o i Trump. Paese geloso del suo ius soli, ma che oggi separa i padri dai figli dividendo famiglie che, dopo avere accarezzato il sogno americano, si ritrovano disperse tra due Paesi. Arrivando fino all’aberrazione dei veri e propri campi di detenzione per minorenni strappati alle madri durante l’attraversamento del confine sud. Ed è proprio quel lungo confine con il Messico il punto debole nella linea Maginot immaginata dall’attuale amministrazione. Dal confine lungo il Río Bravo e dai deserti si riversano ogni giorno le vittime delle politiche fallimentari degli Stati Uniti. Si tratta di profughi a tutti gli effetti, che scappano dalle guerre civili striscianti che colpiscono il Messico, il Guatemala, l’Honduras, El Salvador. Paesi centroamericani, quelli delle banane, dove Washington ha dettato legge per decenni, imponendo regimi, finanziando organizzazioni paramilitari, coprendo eccidi e genocidi. Paesi sconvolti dall’azione impunita delle maras, le gang originarie della California, dove i profughi salvadoregni crearono gruppi di autodifesa diventati poi bande criminali, successivamente esportate in Centroamerica con le politiche di deportazione di George Bush.

Peggio ancora il caso del Messico. Un grande Paese che dopo la firma del Nafta, il mercato economico dell’America Settentrionale, è stato scelto per il passaggio della droga verso il grande mercato statunitense. Il potere militare e finanziario dei cartelli messicani è diventato pari o superiore a quello dello Stato. La guerra alla droga del presidente uscente Enrique Peña Nieto ha prodotto negli ultimi anni oltre 60.000 vittime e un numero imprecisato, si stima circa 100.000, di desaparecidos del narco. La situazione messicana fotografa il fallimento della DEA, la Drug Enforcement Administration, e della CIA, che hanno voluto gestire il narcotraffico per tenerlo sotto controllo, spesso utilizzandolo anche per loschi motivi politici. Basta vedere uno dei tanti serial di Netflix sul fenomeno per capire come interi Stati siano stati consegnati alle forze del crimine che non solo uccidono, ma corrompono fino alle fondamenta la vita pubblica dei Paesi dove operano.

Il Mediterraneo degli Stati Uniti è largo pochi metri e per questo poco difendibile. Come per l’Europa rispetto all’Africa, l’unica prevenzione sarebbe favorire lo sviluppo economico e la lotta al crimine organizzato. Si punta invece sui muri e su politiche disumane, che hanno portato la stessa moglie del presidente Donald Trump a prendere le distanze. In un Paese dove è impossibile appellarsi al sangue o alla razza per distinguere chi è dentro da chi è fuori, l’ultima spiaggia è caricare di valenze negative il concetto di clandestino. Di quelle persone cioè che fuggono rischiando la propria vita e quella dei propri figli, di quelli che lavorano in nero nell’agricoltura o nei servizi, di quelli che vorrebbero a tutti i costi dimenticare l’incubo delle loro vite passate. Come i Ford, come i Kennedy, come i Trump. Ma quelli erano altri tempi. La Statua della Libertà simboleggia la Ragione che trionfa: oggi purtroppo molto di meno.

 

January 31, 2017

In Occidente si stanno avvicendando al potere forze politiche che hanno come punto di forza un obiettivo impensabile fino a poco tempo fa: smontare la globalizzazione. Ma che cos’è oggi la globalizzazione, e soprattutto come viene percepita? Per il grande capitale è stata una manna che ha spalancato mercati prima ermeticamente chiusi, che ha permesso di trovare manodopera a basso costo altrove e soprattutto di pagare meno tasse, talvolta addirittura nulla, grazie alla cosiddetta “ottimizzazione fiscale”. Gli imprenditori di dimensioni nazionali non hanno invece lo stesso vissuto: la concorrenza delle multinazionali ha ridotto le loro possibilità di sopravvivenza, e oggi i grandi marchi stanno occupando ogni nicchia produttiva e commerciale disponibile. Per le persone, per i privati cittadini, la situazione è ancora più complessa.

C’è chi ha migliorato le sue condizioni di vita, c’è chi invece è stato scartato, espulso dal lavoro. Questa è stata la conseguenza delle delocalizzazioni produttive, che hanno caratterizzato soprattutto la prima fase della globalizzazione. Milioni di nuovi posti di lavoro creati in Oriente, milioni di posti di lavoro in meno in Occidente. Nel frattempo l’offerta di lavoro è cambiata: l’alternativa all’impiego “di una volta” consiste spessissimo in occupazioni precarie, senza prospettive di carriera, con pochi diritti. È la situazione in cui si trovano, per esempio, centinaia di migliaia di distributori a domicilio delle merci ordinate via web. Così in Occidente è cresciuta la delusione per le promesse mancate, insieme alla paura di perdere anche ciò che resta dei diritti e del lavoro del passato.

Il programma dei cosiddetti populismi è molto semplice: dare risposte radicali ai problemi della globalizzazione, senza fare mediazioni e utilizzando un linguaggio diretto. Il nocciolo della proposta è l’idea che si possa tornare al passato, che si possa ricreare un mondo che a molti, ora, sembra idilliaco. Si pensa ad esempio che se una donna europea ricevesse sussidi dallo Stato farebbe molti figli, che dazi e barriere doganali possano rilanciare la produzione nazionale, che la forza militare sia una carta vincente. Il bersaglio preferito dei populismi sono i cittadini privi del diritto al voto, cioè gli immigrati, senza i quali in realtà molte società sarebbero boccheggianti. Dai messicani negli Stati Uniti agli africani e mediorientali di religione musulmana in Europa, gli immigrati diventano la dimostrazione di un complotto: “sostituzione etnica” la chiamano, un grande disegno per cancellare i popoli bianchi d’Europa. Versione aggiornata dei Protocolli dei Savi di Sion, il pamphlet scritto dalla polizia zarista per giustificare i pogrom contro gli ebrei che portò dritto all’Olocausto.

I politici arrivati al potere su queste idee si stanno moltiplicando velocemente, da Trump negli Stati Uniti a Orbán in Ungheria, dall’Italia “gialloverde” all’Austria. E molti arriveranno ancora. Oggi i difensori della globalizzazione sono i Paesi che ne hanno tratto quasi solo vantaggi, dalla Cina al Vietnam, mentre le forze che l’hanno sostenuta in Occidente sono in stato confusionale. Il non avere mai voluto vedere le distorsioni che la globalizzazione produceva, il non avere mai voluto introdurre correttivi e riforme oggi si paga. L’azione di questi governi per ora si concentra sulla distruzione del sistema multilaterale di relazioni economiche, ma presto si arriverà all’approdo naturale di ogni nazionalismo: il ritorno a scenari bellici. Questo perché, se non sei interessato a vendere i tuoi prodotti attraverso gli accordi, i mercati li apri con le cannoniere, come usava fare l’Impero britannico. Il XXI secolo, che doveva essere quello del consolidamento di una società globale, rischia dunque di essere quello del ritorno agli Stati-nazione. La democrazia è in ritirata ovunque, gli organismi internazionali sono stati messi a tacere.

Come ridare fiducia a chi ritiene di aver soltanto perso, con la globalizzazione? È questa la domanda alla quale la politica dovrà dare urgentemente risposta. Le proposte dovranno essere concrete, dirette e radicali, ma finalizzate a riformare, non a smontare l’esistente. Perché oltre la globalizzazione non c’è la possibilità di tornare a stare meglio, c’è solo quella di tornare all’era dei conflitti.

Il Gruppo dei 7, formalizzato nel 1986, ha accompagnato la storia delle relazioni internazionali nella delicata fase di transizione dalla Guerra Fredda alla globalizzazione. Formato dai soli paesi occidentali, si trovò un modo di includere, anche se in modo puramente formale, la Russia potenza nucleare nel G8.  Il G7 è stato fondato ufficialmente per facilitare le iniziative macroeconomiche condivise dai suoi membri. Il suo obiettivo resta quello di mettere a punto politiche economiche a breve termine tra i paesi partecipanti e monitorare gli sviluppi nell’economia mondiale. In breve, il G7 nasce con l’intenzione dichiarata di dare vita a un Direttorio economico mondiale per bypassare qualsiasi altra istanza multilaterale ribadendo il vecchio principio che il potere lo esercita chi è più forte. Ed è proprio su questo punto che il G7, formato dalle prime 7 economie mondiali degli anni ’80, dopo 20 anni era già superato. Quando cioè Cina, India e addirittura Brasile avevano superato per PIL alcuni membri del club. Erano gli effetti della globalizzazione che, spostando lavoro e investimenti in giro per il mondo, aveva anche contribuito alla crescita economica di diversi paesi. La risposta a questi mutamenti è stata, nel 1999, la nascita del G20. Il vertice dei governatori delle banche centrali e dei ministri delle finanze dei 20 paesi più industrializzati al mondo. Il G7 a questo punto si poteva considerare superato, ma invece no. Le sue riunioni, piuttosto inutili dal punto di vista pratico, servivano soprattutto a mandare un messaggio di unità di intenti al resto del mondo da parte del nocciolo duro dell’Occidente. Una recita più rivolta ai nemici che agli amici, ma soprattutto una periodica dichiarazione di fede nei dogmi e nei paradigmi della globalizzazione, del libero mercato, del mondo aperto al business. Dopo avere superato le contestazioni di massa a Seattle e a Genova, il G7 che si apre in Quebec rischia di implodere. Per la prima volta da quando c’è stata la svolta sovranista di Donald Trump negli Stati Uniti siederanno allo stesso tavolo gli attuali rivali commerciali. Il G7, da pulpito dal quale si condannavano i protezionismi degli altri, potrebbe diventare il ring dove si consumi lo strappo della famiglia occidentale. Cosa tiene insieme oggi gli Stati Uniti di Trump, la Gran Bretagna della Brexit, la Germania potenza isolata, e l’Italia gialloverde? Poco o niente, se non la paura del rompete le righe, del futuro incerto. Il G7, il Wto, il G20 sono stati tutti tentativi, per lo più falliti, di dare un ordine alle cose, di creare un sistema di regole, di tutele e di punizioni. Oggi i principali fautori di queste istanze non ci credono più, si defilano. E ognuno comincia a fare i conti sulle proprie risorse e sui propri numeri per essere considerato potenza.

Al G7 di Quebec si scatterà la foto ricordo di un mondo che non c’è quasi più. Dietro i sorrisi dei partecipanti si leggerà la preoccupazione per il futuro. Ogni qualvolta nel mondo è saltato il dialogo sono seguiti conflitti bellici. E il clima mondiale purtroppo fa presagire che questo esito potrebbe tornare realistico. Dai G7 si tentava sempre di trasmettere fiducia nel futuro, di fare sentire sicuri i cittadini perché i Grandi collaboravano. Per quanto fosse solo retorica il messaggio aveva la sua forza. Dal Quebec invece arriverà il segnale contrario, i Grandi non dialogano più e non credono più a una collaborazione, anzi, sono in piena guerra commerciale, che di solito anticipa quelle vere.

 

 

Il primo turno delle elezioni presidenziali colombiane conferma la buona salute delle sinistre in America Latina. Questa potrebbe sembrare un’affermazione contradittoria rispetto alla vulgata che vorrebbe il declino inarrestabile di ogni istanza progressista, a partire dal fallimento del Venezuela bolivariano. Ed è questo l’equivoco, cioè credere che l’esperienza chavista rappresenti ancor oggi un’ipotesi di sinistra di governo in America Latina. Chávez, insieme a Correa, Morales e Lula, è stato uno dei protagonisti della conquista dei palazzi del potere, per la prima volta nella storia, da parte di personalità uscite dalle lotte sindacali, per la terra, per i diritti umani. Presidenti che intendevano porre le basi di un modello economico diverso, ma che puntavano anche a resettare le costituzioni di nazioni che ancora non riconoscevano le diversità, a partire dalla Bolivia, dove la maggioranza amerindia era invisibile. Questi uomini e queste donne hanno scommesso sull’allargamento dei diritti, non sul loro restringimento.

È stata la stagione dei matrimoni “per tutti”, dell’estensione del diritto all’aborto, dell’approvazione di norme sui diritti umani e del ripensamento del ruolo delle forze armate. Una stagione che effettivamente si è chiusa con la grande crisi economica mondiale, arrivata in America Latina con qualche anno di ritardo. L’incapacità di governare la crisi, la corruzione e il nepotismo, la volontà di perpetuarsi al potere sono stati i fenomeni che hanno segnato la caduta del PT (il Partito dei Lavoratori) in Brasile, del kirchnerismo in Argentina, del madurismo in Venezuela. I titoli dei giornali internazionali, che si occupano poco e male di America Latina, erano concordi: “la destra torna al potere”. Questo era vero solo in parte, perché in Argentina Mauricio Macri vinceva sul candidato peronista e Sebastian Piñera in Cile tornava alla Moneda, mentre in Brasile Dilma Rousseff veniva spedita a casa da un impeachment, ma era un errore trarre conseguenze lapidarie estendendole a tutto il continente.

Ciò che stava succedendo era che all’ombra dei grandi e contradditori personaggi degli anni 2000 stava nascendo una nuova sinistra, più moderna e ancora più pragmatica di quella di prima. Bastava fare qualche conto. In Cile, al primo turno le forze che si richiamano alla sinistra o al centrosinistra prendono insieme il 54% dei voti, e soprattutto, a sorpresa, si afferma con il 20% dei voti Beatriz Muñoz a capo di una coalizione di nuova sinistra. Lo stesso succede alle presidenziali in Colombia, dove arriva secondo, e va al ballottaggio contro il candidato della destra Iván Duque, Gustavo Petro, ex guerrigliero e sindaco di Bogotá, seguito a pochi voti da Sergio Fajardo, ex sindaco di Medellin, con una coalizione di centrosinistra. Insieme prendono quasi il 49% dei voti contro il 39% del candidato delle destre. Anche il Messico che andrà al voto il prossimo 1° luglio vede in testa a tutti i sondaggi Andrés Manuel López Obrador, un politico di sinistra in versione populista che per la prima volta potrebbe occupare la poltronissima di Città del Messico. Addirittura nel Costa rica sono tornati al governo i socialdemocratici rinnovati, che hanno battutto un predicatore evengelico.

Il fenomeno delle nuove sinistre, rispetto a quelle degli anni ’90 e 2000, si sta dispiegando a livello continentale. E questo perché il merito delle sinistre precedenti è stato aver vinto la battaglia culturale contro la destra liberale che aveva portato alcuni Paesi al fallimento totale. Anche se il Venezuela di Maduro rischia la stessa fine, i fondamentali ereditati da quelle esperienze in materia di protezione ai più deboli, diritti civili e ruolo dello Stato oggi non vengono messi in discussione dai contendenti. Nell’Argentina di Macri, ad esempio, il welfare peronista finora non è stato intaccato, così come in Cile Piñera non ha modificato le riforme dei socialisti, e addirittura in Venezuela gli oppositori di Maduro garantiscono che non toccheranno l’assistenza sanitaria universale. Se l’America Latina è stata sempre un laboratorio – nel bene e nel male – delle vicende politiche occidentali, ora si respira l’inizio di una nuova era. Che, contrariamente a quanto dicono molte analisi, non sarà regressiva, ma nella quale si cercherà di mantenere alti i principi di eguaglianza e di giustizia, senza però dimenticare la sostenibilità economica delle proprie scelte.

 

Pochi popoli al mondo sono così fortemente identificati con un territorio come i Masai della Tanzania e del Kenya. L’immagine della savana primordiale, ricca di fauna esotica altrove sparita, non può prescindere nel nostro immaginario dai Masai, allevatori transumanti di bovini, che da tempi antichi vengono considerati i signori di quei grandi spazi. Le mandrie pascolano custodite dai ragazzi di quest’etnia che si è sviluppata senza conoscere i moderni confini tra Stati, ma da qualche decennio devono evitare soprattutto le aree protette. Questo perché il turismo nella savana, che una volta era praticato da pochi e ricchi occidentali, è cresciuto velocemente. Non si tratta più di cacciatori, anche se nelle riserve private si continua a sparare sugli animali, ma di turisti da safari fotografico. Ed è così che gli uomini di queste terre sono progressivamente diventati ingombranti, con le loro mandrie che nulla hanno di esotico, almeno per chi cerca il brivido dell’incontro con il leone.

Come denuncia il californiano Oakland Institute nel suo dossier Losing the Serengeti, i Masai dalla Tanzania stanno perdendo progressivamente il possesso dei loro territori a causa dell’espansione delle aree protette e delle riserve private destinate ai turisti. Nel Paese africano è dunque tornata di moda una concezione del protezionismo molto vecchia, che si considerava superata: la natura va conservata allontanando gli abitanti ancestrali del territorio. Questo approccio un tempo era figlio di erronee interpretazioni dell’interazione tra i popoli indigeni e l’ambiente, mentre oggi deriva biecamente da interessi commerciali. Come in passato nelle Filippine e in Indonesia, dove interi popoli sono stati espulsi dalle loro terre per dare il via a progetti di ecoturismo, queste operazioni avvengono spesso in modo violento. Nel dossier si denuncia ad esempio la distruzione nel 2017 di 180 boma, le case tradizionali masai, a Loliondo, un villaggio tanzaniano quasi al confine con il Kenya.

Per fare posto a nuove strutture per turisti, migliaia di pastori sono stati espulsi con gravi danni per il loro bestiame. Ed è nato così l’ennesimo conflitto per la terra, in zone dove non esistevano titoli di proprietà né demarcazioni. Ora però, all’improvviso, vengono rilasciati permessi per l’insediamento di società specializzate nei safari, come la statunitense Tanzania Conservation Limited, che gestisce una riserva di 5100 ettari e la Ortello Business Corporation degli Emirati Arabi Uniti che controlla circa 150.000 ettari.

Nei difficili rapporti tra minoranze etniche e Stati nazionali si trovano condensate tutte le tipologie di conflitti esistenti al mondo. Conflitti ambientali provocati dall’industria mineraria e del legname, conflitti per l’acqua, veri e propri tentativi di etnocidio. È una situazione denunciata puntualmente dall’ong Survival International, che documenta costanti aggressioni contro popoli raramente in grado di opporre resistenza. In nome del turismo e dello sviluppo economico si stanno ora compiendo nuovi soprusi: dai boscimani del Kalahari in Botswana, ricacciati sempre più dentro il deserto per non disturbare l’industria turistica, agli indios dell’Amazzonia sfruttati dai tour operator come comparse mal retribuite nei viaggi di cosiddetto etno-turismo. La posta in gioco non è soltanto la terra, come in Tanzania, ma più spesso è la cultura locale, spacciata come “autentica” ma che deve essere recitata, e che finisce con il perdere vitalità, come qualcosa di fossilizzato nel tempo.

Il turista amante di questi “incontri” con gli indigeni fa finta di credere (o a volte crede veramente) che le persone che incontra vivano ancora seminude, che danzino tutti i giorni, che celebrino feste ogniqualvolta il pullman si ferma fuori dal villaggio. Grazie alla globalizzazione, gli zoo umani che si allestivano in Europa tra l’800 e il ’900 ora si possono visitare direttamente in loco. E questo ha peggiorato la situazione, perché a pagarne le conseguenze non sono solo i pochi individui strappati al loro mondo per essere esposti come animali a Parigi o a Bruxelles, ma interi popoli. Che insieme alla dignità rischiano di perdere la terra e di diventare profughi, resi tali non da guerre o carestie ma dai viaggiatori che, volendo incontrare culture esotiche, contribuiscono invece a una nuova e gigantesca violazione dei diritti dei popoli.