La crisi economica iniziata nel 2008 sta confermando alcuni concetti fondamentali che già era possibile intuire molto tempo fa. Un mondo deregolamentato è facile preda di interessi economici che si fanno man mano più forti, perché è lo stesso potere economico a fornire l’impalcatura sulla quale si articolano i cambiamenti che investono le società. La cosiddetta rivoluzione smart ha modificato abitudini consolidate e posto problemi dei quali è difficile intravedere le soluzioni. Alla liberalizzazione del lavoro, con le società spaccate tra gli over 40, in buona parte ancora tutelati dalle vecchie regole, e i giovani senza orizzonti lavorativi, farà seguito il calo del fabbisogno di manodopera per via della robotizzazione.

Intanto sono state autorizzate le cosiddette ottimizzazioni fiscali, che hanno diviso il mondo del commercio e della produzione tra chi è sottoposto alla giurisdizione dei sistemi fiscali nazionali e chi, invece, riesce a evadere l’obbligo contributivo. Un tempo l’evasione fiscale era identificata con il piccolo commerciante o artigiano, oggi viene praticata su scala mondiale dai grandi gruppi multinazionali che operano e vendono ovunque, ma non pagano le tasse da nessuna parte. Le cifre che circolano sulle imposte non versate da uno solo dei giganti del web o dell’e-commerce sono di gran lunga superiori a quello che potrebbero evadere tutti gli idraulici del mondo.

Anche il consumatore sta cambiando, con innovazioni che tendono a isolarlo rendendo più difficile la socializzazione: dalle casse automatiche nei supermercati ai fattorini che consegnano qualsiasi cosa a domicilio 24 ore al giorno. Uomini e donne sono sempre più soli e sempre più impauriti, perché il richiudersi nella propria bolla, tra persone che la pensano tutte nello stesso modo, come accade nei social network, senza più frequentare nemmeno la pizzeria aumenta le distanze. Distanze dal confronto, dall’ascolto dell’altra campana, da tutte quelle persone che non sono esattamente come te.

Questa situazione che si sta consolidando in Occidente (e non solo) anticipa il mondo che verrà, e che alla fine non sarà così diverso da molti scenari prefigurati dalla letteratura fantascientifica: società suddivise in “isole” di persone, accomunate dallo stesso potere d’acquisto e dagli stessi gusti, per scelta o per necessità. Le bolle che si stanno creando riguardano la società tutta. Alla cultura dei ricchi si contrappone la cultura dei poveri. Se i media parlano di viaggi in luoghi esotici, se le proposte di alberghi partono da 500 euro a notte, se quando si parla di automobili si pensa come minimo al fuoristrada, se si pubblicizzano orologi da 2000 euro in su… è un costante suggerire alla maggioranza, a chi di fatto non potrà mai accedere a simili consumi, che esiste un altro mondo possibile, capovolgendo il celebre slogan di Porto Alegre. Un mondo da sogno il cui biglietto d’ingresso si vince alla nascita, oppure lo si può staccare se si ha una grande dose di fortuna. Ma, siccome i fortunati sono meno dello 0,1% della popolazione mondiale, i sogni sono destinati a infrangersi mentre le diseguaglianze continueranno a crescere.

In questi anni mediocri, la politica non ha saputo proporre nulla di efficace e attraente per tamponare la frammentazione sociale. Si è accontentata del mantenimento dello status quo, senza disturbare più di tanto il manovratore. La stagione delle riforme progressive, cioè intese a promuovere il progresso e l’inclusione, per ora sono archiviate. Invece si attuano riforme regressive, cioè quelle che tolgono diritti acquisiti o che li negano a categorie crescenti di persone. Una situazione prerivoluzionaria, si potrebbe dire. Ma all’orizzonte non si vedono grandi sconvolgimenti. Mancano due condizioni essenziali: il ritrovarsi in un progetto di cambiamento insieme a chi vive i tuoi stessi problemi e l’individuazione dell’antagonista. È vero che siamo tutti sulla stessa barca, come insistentemente ci suggeriscono gli spot, ma uno solo è il proprietario. Tutti gli altri sono ciurma.

 

 

 

 

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La polarizzazione della società venezuelana, divisa tra sostenitori del governo e dell’opposizione, risale ai tempi di Hugo Chávez, ma indubbiamente sono state le elezioni legislative del 2015, perse dal governo, a innescare gli strappi successivi. All’epoca si sarebbe dovuto siglare un patto di rispetto reciproco tra l’esecutivo e l’assemblea legislativa, ambedue eletti legittimamente. Da entrambi le parti, invece, prevalse la chiusura totale, con il rifiuto della “coabitazione” imposta dal voto dei cittadini. Il Parlamento iniziò da subito una campagna di delegittimazione del presidente della Repubblica, il quale rispose nel peggiore dei modi, insediando nel 2017 un’assemblea costituente che ha man mano scippato al Parlamento le sue prerogative. L’assemblea costituente avrebbe dovuto occuparsi solo della Costituzione, ma è diventata una Camera “su misura” e con un mandato senza scadenza, che ha legittimato ogni successivo passo dell’esecutivo. Eletta con un sistema che garantiva la maggioranza al presidente Maduro, si è infatti attribuita poteri ben al di là del dettato costituzionale. Il tutto è accaduto in una cornice di dissesto economico che in questi anni ha avuto pochi uguali nel mondo: il Venezuela è afflitto da iperinflazione, fuga di capitali, emigrazione di massa, penuria di generi alimentari. E la capacità di estrazione di greggio si è ridotta di due terzi rispetto a dieci anni fa. Dal punto di vista economico, insomma, è un Paese fallito, ma non affonda del tutto grazie alle sue riserve petrolifere.

Le vicende venezuelane si inscrivono nella casistica più ampia dei conflitti istituzionali in America Latina. Nel continente che a lungo è stato vittima delle ingerenze armate dei militari, la democrazia riconquistata non ha ancora raggiunto una maturità tale da metterla al riparo dai tentativi di stravolgerla. Non si tratta di una caratteristica che riguarda una sola parte politica: ci sono molti esempi, come Honduras o Paraguay, di presidenti di destra che hanno provato a forzare le regole, ma ci sono anche Paesi come Venezuela, Nicaragua e Bolivia in cui problemi simili si pongono con presidenti di estrazione progressista. Ciò conferma appunto la fragilità di una democrazia che si vorrebbe uguale a quella europea, ma che deve confrontarsi con contesti sociali spesso dilaniati dalla violenza del narcotraffico, dalla miseria, dalla mancanza di istruzione e di diritti.

Eppure questo sistema di governo e di convivenza civile, al netto di tutte le sue debolezze, resta il migliore, soprattutto se si pensa a ciò che i latinoamericani hanno conosciuto in passato. Le conquiste relative ai diritti civili e anche a quelli sociali, una società civile forte, il coraggio della stampa libera sono possibili solo in democrazia, e perfino in una democrazia non pienamente espressa. Si tratta di un principio di realtà difficilmente discutibile. Eppure, purtroppo, questo principio viene discusso proprio da coloro i quali dovrebbero essere i primi guardiani della democrazia, perché senza di essa non sarebbero mai arrivati al governo. Negli ultimi anni i leader progressisti, sia pur con diverse e nobili eccezioni, hanno provato a forzare le regole e a riscriverle da posizioni di potere, rifiutando di riconoscere gli oppositori come soggetti politici. Si tratta, più che di autoritarismo, del classico tentativo di perpetuarsi al potere senza pensare alla propria successione. Le giustificazioni per queste condotte in genere sono ben argomentate, spesso molto dotte, qualche volta fantasiose. In giro per il mondo c’è chi le accetta sostenendo che gli altri “sarebbero peggio”: ma in questo modo contribuisce a far sì che per molto tempo non si torni più a parlare di sinistra in America Latina. Chi non impara dagli errori e si rifiuta di fare autocritica scava la propria tomba politica. E non solo la propria.

 

L’autobomba che il 17 gennaio  ha provocato 21 vittime all’ingresso dalla Scuola di Polizia di Bogotá, in Colombia, ha fatto ripiombare il Paese nei tempi bui della lunga guerra civile, che si sperava fosse ormai superata. Responsabile sarebbe l’Esercito di Liberazione Nazionale, che qualche giorno più tardi ha rivendicato l’attentato: si tratta dell’unico gruppo di guerriglia ancora attivo, dopo che le FARC, ormai diventate forza politica democratica, hanno firmato un accordo di pace. Intanto, all’Avana, lo stesso Esercito di Liberazione Nazionale sta conducendo un negoziato con il governo colombiano per raggiungere un cessate il fuoco.

Quasi nelle stesse ore esplodeva un’autobomba vicino al tribunale di Derry, città dell’Irlanda del Nord nota per la Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, quando il I Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico sparò contro i manifestanti irlandesi colpendo a morte 14 persone, tra le quali 6 minorenni. Per fortuna questa volta non ci sono state vittime. A compiere l’attentato sarebbe stata la “nuova IRA”, una formazione dissidente dall’antico gruppo irredentista irlandese, non più operativo dal 2010. Sono segnali in controtendenza, che riaccendono focolai di tensione in realtà mai sopiti del tutto.

La “giustificazione”, si fa per dire, di questo genere di terrorismo è legata ai fallimenti della politica: al fatto che il governo colombiano, di estrema destra, non ha manifestato la volontà di concludere un accordo di pace e alle incognite che la Brexit pone sul futuro delle due Irlande. Non si tratta degli unici casi: in giro per il pianeta esistono diversi episodi di ribellione armata, tutti però sempre più lontani da obiettivi comprensibili. Anche perché il mondo della lotta armata tradizionale non esiste più. I gruppi storici superstiti, così come quelli nati negli ultimi anni, sono fortemente inquinati da connivenze con la criminalità, o addirittura risultano direttamente coinvolti nella gestione di affari loschi, come la vendita di droga, pietre preziose e legname di provenienza illecita. Altro filone di lotta armata è quello della galassia jihadista, collegata economicamente e politicamente con i peggiori regimi della Terra. Non che la politica tradizionale sia estranea a “frequentazioni pericolose”, anzi: ma nel caso di gruppi che rivendicano l’uso di strategie terroristiche tutto diventa ancora più fumoso e incomprensibile.

Lo storico conflitto irlandese presentava indubbiamente elementi di lotta di liberazione nazionale contro l’occupazione inglese, così come quello colombiano nacque nell’ambito della lotta tra latifondisti e contadini per il possesso della terra. Resta un mistero quale possa essere oggi l’utilità di attentati contro i simboli dello Stato per dirimere la questione Brexit o per accelerare un accordo di pace già in discussione. Ed è così che questi gruppi residui di lotta armata, ai quali vanno aggiunte anche alcune bande ribelli delle FARC in Colombia, di Sendero Luminoso in Perù e dell’ETA in Spagna, si rivelano perfetti per essere manipolati da quello stesso potere che dicono di voler combattere. Per la destra colombiana e per gli unionisti irlandesi sono una manna dal cielo, perché in un caso favoriscono ulteriori svolte repressive contro qualsiasi forma di dissidenza, nell’altro giustificano l’ombrello protettivo di Londra.

Non c’è nulla di romantico né di condivisibile nell’azione di queste schegge di gruppi rivoluzionari sopravvissute alla Guerra Fredda. Sono solo burattini in un gioco più grande, in mano ai poteri forti o agli Stati, che li usano o se ne liberano secondo i bisogni del momento. Rappresentano però anche un segnale di allarme sull’ulteriore deterioramento della democrazia, praticata nel mondo da un numero sempre minore di Paesi e picconata quotidianamente dall’interno. Il terrorismo scuote fortemente l’albero della democrazia perché, oltre alla risposta repressiva, obbliga a trovare una risposta politica. Quando la democrazia non è più in grado di proporre nulla per riformare il mondo e si accontenta dell’esistente, si apre la stagione della demagogia e del populismo: anche di quello armato.

 

Era inevitabile che la concorrenza tra i produttori di gas prima o poi coinvolgesse l’Europa, il primo mercato acquirente mondiale. Meno scontato che da un lato ci fosse la Russia, storico fornitore di metano via gasdotto, e dall’altra gli Stati Uniti, che fino a pochi anni fa erano a malapena autosufficienti. A mescolare le carte è stata la rivoluzione dello shale gas, e cioè di quel gas che si presenta intrappolato nelle argille anziché in giacimenti “convenzionali”: grazie alla scoperta di giganteschi giacimenti di questo genere nelle pianure centrali degli States, e all’adozione di nuove tecniche di sfruttamento soprassedendo sulle gravi ricadute negative per l’ambiente, Washington è diventata una potenza esportatrice di energia fossile.

Oggi negli Stati Uniti si estrae più petrolio che in Arabia Saudita e più gas che in Russia. Questo boom ha portato, tre anni fa, alla cancellazione del divieto di esportare petrolio e gas: una limitazione che risaliva ai tempi in cui il Paese era fortemente dipendente dall’importazione di fonti energetiche estere. Per gli esportatori statunitensi, tutte imprese private, si è così posto il problema del trasporto del gas via mare, e dunque della sua liquefazione. Gli impianti per liquefazione si sono già moltiplicati in Louisiana, Texas e Maryland, mentre diversi altri sono in cantiere.

Nell’Unione Europea invece la produzione è in declino e il continente è sempre più dipendente dalle importazioni. Gli acquisti sul mercato statunitense finora sono rimasti minimi: solo l’equivalente di 3 miliardi di metri cubi nel 2017, a fronte di un consumo di circa 500 miliardi. La Russia, attraverso il gigante Gazprom, da sola fornisce 200 miliardi di metri cubi, oltre il 40% del consumo europeo. La dipendenza dalla Russia è figlia delle leggi del mercato e non è certo dovuta alla mancanza di impianti di rigassificazione, anzi: i quasi 30 impianti europei vengono usati in media solo al 25% della loro capacità. Il gas statunitense sta infatti dirigendosi prevalentemente in Messico e in Asia, dove spunta prezzi migliori rispetto a quelli che potrebbe ottenere nel Vecchio Continente, che ha molte alternative a disposizione. Perciò le pressioni di Donald Trump affinché i Paesi europei aumentino le importazioni di shale gas made in USA cadono nel vuoto. Quello delle fonti energetiche è un mercato di operatori privati, che non hanno convenienza a fare sconti: gli europei non sono disposti a comprare a un prezzo più alto rispetto a quello offerto dai concorrenti. L’offensiva del gas, con la quale Washington vorrebbe controbilanciare la presenza russa, crolla proprio davanti alla politica dei prezzi, sulla quale non ci sono strumenti di intervento.

Gli unici Paesi che hanno dato segnali positivi agli Stati Uniti lo hanno fatto per motivi geopolitici e non economici. La Germania sta costruendo un terminal di rigassificazione che non è giustificato dall’andamento del mercato, ma è una risposta a Trump che ha accusato Berlino di essere sotto il controllo di Mosca dal punto di vista energetico. Poi ci sono Lituania e Polonia, che storicamente dipendevano al 100% dal metano russo e puntano a crearsi un’alternativa.

Più interessante è l’impatto che lo sbarco statunitense sul mercato europeo del gas ha avuto sulla politica dei prezzi dei fornitori storici. Russia, Algeria e Norvegia hanno rivisto le loro politiche, finora quasi da monopoliste, per venire incontro ad alcune richieste dei clienti, per esempio la fine dell’indicizzazione dei prezzi del gas al costo del petrolio. Dunque per l’Europa la concorrenza energetica rappresenta sicuramente un vantaggio, mentre per gli Stati Uniti è un buco nell’acqua: anziché penetrare nel mercato più ricco del mondo, hanno stimolato i Paesi concorrenti a migliorare la loro offerta. L’idea di Donald Trump, e cioè che le questioni geopolitiche potessero pesare più di quelle economiche, si è dimostrata solo un’illusione: è l’ennesima constatazione dell’allontanamento progressivo degli USA dall’Europa, al quale fa da contraltare un avvicinamento tra gli Stati Uniti e l’Oriente. Dopo 500 anni di protagonismo, l’Atlantico sta progressivamente perdendo la sua centralità a vantaggio del Pacifico.

 

La luna di miele tra il premier ungherese Viktor Orbán e i suoi concittadini pare stia finendo. Il campione europeo dei sovranisti, il politico che è riuscito nell’impresa di blindare totalmente il suo Paese per impedire l’arrivo di migranti ora viene contestato in piazza. E ciò accade proprio per le conseguenze della sua politica di chiusura, che ha portato l’Ungheria ad avere un disperato bisogno di manodopera. Ma siccome Orbán non è disposto a cedere sui migranti, ecco che per accontentare le grandi aziende tedesche che hanno investito in Ungheria si inventa un provvedimento subito battezzato “legge schiavitù”. In pratica si obbligano i lavoratori a garantire 400 ore di straordinari all’anno – praticamente due mesi e mezzo di lavoro aggiuntivo – ritardando, però, il pagamento di questa prestazione fino a tre anni.

L’Ungheria non è la sola ad avere problemi di questo tipo, secondo l’indice europeo Manpower delle imprese che fanno fatica a coprire posizioni lavorative. In testa a questa classifica figurano la Romania con l’81% di imprese in difficoltà e la Bulgaria con il 68%. L’Ungheria è al 51%, alla pari con la Germania, e infine si trovano Svezia e Finlandia con il 42%. Sono numeri che smentiscono chiaramente gli allarmi di invasione in corso, svelando la realtà oltre la propaganda. La verità è che da un lato i Paesi europei stanno scontando il calo demografico generalizzato, che anno dopo anno assottiglia la popolazione giovanile e attiva, e dall’altro le aspettative lavorative dei giovani europei non coincidono con l’offerta di una parte del mercato del lavoro, quella che necessita di manodopera poco o per nulla qualificata. Anche negli Stati dove questi lavori vengono ben retribuiti, per esempio in Germania. Poi c’è il caso dei Paesi dell’Est, che scontano anche l’emigrazione avvenuta dopo la caduta del Muro di Berlino.

Questa situazione sta mettendo a repentaglio la sostenuta crescita economica registrata in questi anni. Le imprese tedesche, francesi, italiane che hanno investito in Bulgaria, Romania o Ungheria, attirate dal basso costo del lavoro locale, non avevano previsto che, con la libera circolazione dei cittadini europei, ci sarebbe stata una consistente emorragia di manodopera dall’Est verso i mercati più ricchi. E oggi fanno fatica a trovare lavoratori.

Fuori dall’Europa la situazione non è molto diversa: dall’Australia al Giappone, e ovviamente anche negli Stati Uniti, l’economia richiede manodopera che localmente non è reperibile. Il muro di Trump da questo punto di vista assomiglia molto al filo spinato di Orbán: pura propaganda che, a medio termine, mette in difficoltà le imprese e anche le famiglie, perché una quota consistente dei flussi migratori trova occupazione proprio nei servizi alle persone.

Le migrazioni non sono mai entrate seriamente in un ragionamento di governance globale. Solo il timido Global Compact appena approvato dalle Nazioni Unite comincia a riflettere su una situazione che è variegata e complessa, anche se spesso viene descritta come univoca e pericolosa. Dal punto di vista del diritto non si possono confondere, e questo è certo, i rifugiati con i migranti economici. Ma non è possibile nemmeno considerare i primi come pesi morti da mantenere solo perché obbligati dalla legge, e guardare i secondi come potenziali delinquenti. I rifugiati, oltre che lavoratori, possono essere strumento di politica internazionale, testimoniando con la loro stessa presenza le angherie inflitte dai tanti regimi che opprimono interi popoli. I migranti economici sono invece un bisogno vitale del sistema produttivo europeo e occidentale, così come lo sono stati in passato, al tempo in cui nacquero e si svilupparono gli Stati americani.

Nel mondo globalizzato non solo le multinazionali viaggiano e si insediano altrove: si muovono anche le persone, seguendo le offerte del mercato del lavoro. È una realtà così semplice da essere disarmante, eppure viene negata. Finché il popolo che doveva essere tutelato dall’invasione straniera scende in piazza per protestare contro il suo stesso leader sovranista, che ne ha reso le condizioni di lavoro simili a una moderna schiavitù.

 

Per definire questo Natale non si può certo usare l’aggettivo “sereno”. Il mondo è come in apnea, in attesa di capire quale piega prenderà la situazione internazionale nei prossimi anni. Il 2018 stato un anno pieno di segnali non proprio rassicuranti: soprattutto per la messa in discussione della dimensione multilaterale nei rapporti fra gli Stati, a partire dalla situazione dall’Unione Europea per arrivare agli accordi commerciali internazionali. Più che all’affermazione del sovranismo stiamo assistendo al ritorno della politica delle cannoniere, e cioè a dinamiche tipiche dei tempi in cui le grandi potenze coloniali piegavano altri popoli a suon di cannonate. Una politica che, nel XXI secolo, forse può essere esercitata dagli Stati Uniti e, in misura molto minore, da Russia e Cina, ma non certo da quelle piccole nazioni dell’Est europeo o del Mediterraneo che si comportano come se avessero qualche chance di cavarsela da sole.

Eppure questo non è stato un anno di sole negatività. Se non altro perché il rischio bellico nucleare della Corea del Nord è stato almeno momentaneamente stoppato, grazie al dialogo con gli Stati Uniti. In Medio Oriente il conflitto siriano è calato di intensità anche grazie al risoluto intervento russo, che ha colpito duramente l’ISIS, mentre la Turchia, con una piroetta degna di menzione, è passata dalla parte dei vincitori per portare avanti la sua guerra infinita contro il popolo curdo. Intanto, all’interno dei confini nazionali, l’autocrate Erdogan è riuscito nell’impresa di reprimere il dissenso e cambiare natura allo Stato nel completo silenzio internazionale: anzi, con l’Europa che sta finanziando le sue controriforme, pagando il dazio richiesto perché la Turchia non riapra le porte della rotta migratoria balcanica.

Dalla vicenda siriana, Putin è riuscito a ottenere un reddito politico che ha subito speso sul fronte dell’Ucraina. In sostanza, la posizione centrale assunta dalla Russia sullo scacchiere euro-asiatico permette a Mosca di infischiarsi dall’embargo europeo e di continuare la politica di consolidamento e di allargamento dei confini ereditati al momento del crollo dell’URSS.

In America Latina a fare da contraltare alle affermazioni delle destre, anche estreme come in Colombia e in Brasile, c’è stata la prima vittoria di un presidente proveniente dalla sinistra in Messico, il “socio povero” degli Stati Uniti. Anche in Africa si registrano segnali contraddittori sul fronte dei conflitti in corso, come quello nelle regioni settentrionali della Nigeria e quello tra anglofoni e francofoni in Camerun. Le buone notizie sono la fine dell’antica ostilità tra Etiopia ed Eritrea e la stabilizzazione crescente dell’Africa australe. Per il Nordafrica, invece, sono ancora tempi difficili: dalla Libia, dove la ricostruzione di uno stato unitario è boicottata dai signori della guerra, all’Egitto, sotto una dittatura che ormai ha zittito qualsiasi forma di protesta.

 

La pagina più vergognosa del 2018 è stata la Cop24 in Polonia sul cambiamento climatico, o meglio il suo fallimento, perché il carbone continuerà a regnare indisturbato in tutto il mondo. Ai problemi posti dalla globalizzazione e dall’ambiente si sta rispondendo con il ritorno al passato, senza capire che è impossibile riavvolgere il filo della storia. Un fallimento che è l’emblema di un atteggiamento più generale, e di una politica urlata che ricorre a un linguaggio sempre più diretto e propone solo soluzioni semplici. Una politica che fa un uso sapiente dei social per creare, manipolare e spacciare notizie che così diventano verità e consenso.

Prima di lasciarci, Umberto Eco aveva parlato di Internet dicendo che la rete aveva reso autorevoli una legione di imbecilli, quelli che una volta parlavano solo al bar. Il punto è che ormai gli “imbecilli da tastiera” sono solo gli strumenti di chi, invece, se ne intende fin troppo della vecchia arte della manipolazione di massa. Attuata oggi con mezzi mai immaginati prima.

Il mondo del 2019 dovrà chiedersi se va bene continuare a distruggere quanto si è fatto fino a ieri senza costruire nulla di nuovo, lasciando il potere di governare il presente e indirizzare il futuro a chi manovra l’opinione pubblica da dietro le quinte del mondo digitale. La legge fiscale di Trump, la riforma pensionistica di Bolsonaro in Brasile, la flat tax italiana lasciano facilmente capire che, anche questa volta, i populisti finiranno molto presto per colpire quello stesso popolo che dicono di rappresentare. Una lezione che ormai dovremmo conoscere bene, ma che in molti abbiamo dimenticato.

 

Fin dai tempi più remoti oro vuol dire ricchezza e potere. Per molte culture l’oro aveva origine divina, per molti popoli divenne moneta. Il colore unico di questo metallo duttile e malleabile e la sua incorruttibilità nel tempo lo hanno reso padrone universale degli scambi commerciali. Fu il motore del viaggio di Cristoforo Colombo verso l’Asia che si concluse nelle Americhe, fu alla base della grande accumulazione di capitali che finanziarono la Rivoluzione industriale alla fine del ’700 e fino agli anni ’70 del secolo scorso è stato la garanzia del denaro stampato sotto forma di banconote e di monete in metalli poveri: ogni Stato ha ancora le proprie riserve in oro, eredità di quando con i lingotti si garantiva la moneta, anche se oggi la massa monetaria stampata è di molto superiore al valore delle riserve di questo prezioso metallo.

Si sa che alcune istituzioni nazionali e internazionali mantengono riserve in oro particolarmente rilevanti, come la Fed statunitense, la Bundesbank tedesca, il Fondo Monetario Internazionale e Banca d’Italia, che detiene più di 2400 tonnellate d’oro, per un valore equivalente di circa 90 miliardi di euro. Quello che è meno noto è che, nel corso del Novecento, molti Paesi hanno spostato parte di queste riserve nei caveau di istituzioni straniere che garantivano solidità e sicurezza in caso di stravolgimenti politici. L’Italia, per esempio, conserva in proprio solo il 44% delle sue riserve, mentre una percentuale uguale è conservata dalla Federal Reserve negli Stati Uniti, il 6% in Svizzera e il 6% nel Regno Unito. New York e Londra sono da sempre i due principali forzieri mondiali dell’oro. Londra custodisce attualmente 200mila lingotti di 70 nazioni. Tra esse c’è il Venezuela, che qui ha lasciato in custodia il 10% delle sue riserve auree, pari a 600 milioni di dollari. Alla richiesta di rimpatrio avanzata da Caracas lo scorso agosto, la Banca d’Inghilterra ha dato per ora risposta negativa. Non è il primo caso: anche la Federal Reserve aveva bloccato per oltre un anno la richiesta tedesca di rimpatrio di 130 tonnellate di oro. Solo dopo la minaccia di uno scandalo diplomatico i lingotti ritornarono a Francoforte.

Il diniego inglese alla richiesta del governo di Nicolás Maduro illustra il nervosismo delle banche centrali di USA e Regno Unito per l’emorragia di depositi subita negli ultimi anni. Dal 2008, i forzieri della FED si sono alleggeriti di 7000 tonnellate di oro e da quelli di Londra ne sono uscite 400 tonnellate. Per entrambe le istituzioni si tratta di un problema: l’oro in custodia, che pure non può essere contabilizzato come risorsa propria, rafforza la solidità di chi lo custodisce. In tempi di Brexit soprattutto, una forte richiesta di rimpatri delle riserve auree si aggiungerebbe ai problemi che lo strappo con l’Europa sta creando e potrebbe avere ripercussioni negative sulla stabilità della sterlina. Il Venezuela, che ha problemi interni ben più gravi della Brexit, rimane invece a bocca asciutta, scoprendo che nel contratto di custodia, in lettere piccole, la Banca d’Inghilterra aveva scritto che può «non restituire l’oro sovrano in custodia e impedirne anche la visione». Proprio in base a quell’articolo, finora Londra ha risposto a Caracas che non restituisce l’oro perché «sospetta un utilizzo improprio». Una motivazione che non sta in piedi ovviamente, ma che diventa un forte segnale agli altri 70 Paesi, Italia inclusa, che hanno affidato parte loro riserve alla Banca d’Inghilterra: non provate a chiederle indietro.

Quell’oro, anche se patrimonio di Paesi terzi, per ora non si tocca, in attesa di vedere gli sviluppi della situazione internazionale. Così il metallo giallo torna d’attualità svolgendo la sua antica funzione principe, quella di bene rifugio al quale aggrapparsi quando il resto dell’economia tracolla. E conferma tutto il suo valore simbolico e psicologico: ancora per troppe persone nel mondo oro equivale a ricchezza, anche quando è ottenuto con mezzi opinabili e perfino se è di altrui proprietà.