L’elezione dell’Assemblea Costituente in Venezuela, duramente contestata  dall’opposizione, segna la fine ufficiale del chavismo. Il 41% di elettori che si sono recati alle urne dichiarato dal governo (senza dire cosa hanno votato), o il 12% dichiarato dall’opposizione, sono comunque numeri che nella migliore delle ipotesi certificano la fine di un progetto. Il chavismo senza popolo non può esistere.

In Venezuela era collassato lo Stato con il caracazo del 1989, la rivolta dei poveri della capitale venezuelana affogata nel sangue, che avrebbe spazzato via i vecchi partiti nazionali aprendo la stagione del parà Hugo Chávez. Il primo presidente uscito dalla disgregazione del sistema politica tradizionale. Un politico di razza, populista nei modi, ma in grado di comunicare sinceramente con il suo popolo. L’uomo che riuscì nell’impresa di ridistribuire la rendita petrolifera sulla quale campa il Venezuela da quasi un secolo. E’ innegabile che il welfare chavista abbia raggiunto settori della popolazione mai toccati da nessuna forma di assistenza. Lo scambio petrolio-medici con Cuba garantì per la prima volta a milioni di venezuelani la possibilità di curarsi. Un Venezuela che cavalcava l’onda del petrolio oltre i 100 dollari al barile, ma che continuava a perpetuare, anche se con soggetti diversi, la corruzione dell’apparato statale e parastatale. Anzi, il Venezuela chavista trasferisce una buona fetta di potere direttamente nelle mani dei militari, i quali chiuderanno i due occhi, ovviamente non gratis, sul passaggio della cocaina colombiana che dal Venezuela parte per i mercati del Nord. Il Venezuela, che ha sempre dipeso per la sua fortuna dalle esportazioni di greggio verso gli Stati Uniti, ha giocato con Chavez a tutto campo una politica di “non allineamento” che lo portò a solidarizzare con l’Iran, minacciare di rompere relazioni diplomatiche con Israele, vendere petrolio agli USA e ai cinesi, finanziare mega-raffinerie in Brasile, comprare bond argentini e regalare petrolio ai cubani. Uno sforzo immane dal punto di vista economico, un dissanguamento costante ai tempi delle vacche grasse, ma senza mai avere avuto un progetto economico sostenibile per un Venezuela che, dopo la scomparsa di Chavez e il notevole abbassamento del livello politico della nuova classe dirigente, sta portando il paese al collasso. I piani di industrializzazione che avrebbero dovuto ridurre la dipendenza dai paesi manifatturieri, la riforma agraria che avrebbe dovuto aumentare la capacità del paese nella produzione di alimenti sono falliti. Oggi, come 20 anni fa, il Venezuela dipende dal gas e dal petrolio per tentare di chiudere i conti pubblici e degli alimenti e i manufatti prodotti all’estero. Ma il peggio è arrivato con la successione di Chavez, morto prematuramente nel 2013, e l’arrivo al potere del suo successore “designato” Nicolas Maduro che aveva come unica virtù la sua fedeltà al leader e alla sua cerchia magica. Con Maduro la politica è scomparsa per lasciare luogo solo alla demagogia ai limiti del grottesco. Ogni ipotesi di programmazione economica è stata spazzata via dall’iperinflazione, dalla svalutazione della moneta, dalla fuga degli investitori. Maduro non aveva un piano B per fare fronte al prezzo di 35-40 dollari al barile di petrolio. L’inflazione, come sempre, ha ridotto gli stipendi a briciole, mentre la crisi ha svuotato gli scafali. Un caos che in qualsiasi altro paese avrebbe portato alle dimissioni del governo e a elezioni anticipate, ma che nel Venezuela post-chavista regge ancora perché l’esercito, la vera spina dorsale dello stato, non ha deciso ancora di abbandonare la barca.  E anche perché l’opposizione, unita solo dall’anti-chavismo, è formata da molte e contraddittorie personalità e non ha manifestato, finora, né leadership credibile né un programma politico oltre lo scontro di piazza. Nell’incendio venezuelano le vittime della violenza politica sono maggioritariamente ascrivibile al governo, ma tra le pieghe dell’opposizione circolano gruppi estremisti armati che hanno dato un loro contributo a fare crescere il saldo delle vittime. In linea di principio però, è lo Stato che dovrebbe garantire l’incolumità di chavisti e anti-chavisti e questo compito è stato drammaticamente mancato.

In Venezuela purtroppo i pronostici sono pessimi. Le ipotesi sono tre, la trasformazione del governo in regime dittatoriale con la sospensione delle elezioni del 2018 e l’annullamento del Parlamento in mano agli oppositori, l’ulteriore radicalizzazione delle piazze fino al crollo dello Stato, e come conseguenza di questo secondo scenario, l’intervento dei militari “per mettere ordine”. Tre ipotesi drammatiche conseguenze del rifiuto di accettare un tavolo per il dialogo avanzato da più parti e nel quale discutere le modalità di convivenza fino alle elezioni presidenziali.

Per la democrazia in Sud America, così difficilmente riconquistata, si preannunciano ancora una volta tempi difficili. Oggi la sinistra sudamericana è chiamata a prendere atto della sua fase declinante e a riflettere seriamente sugli errori commessi e sui correttivi da adottare se vorrà tornare a interpretare società rimaste ancora ingiuste. Le ragioni che hanno spinto milioni di cittadini a dare fiducia al chavismo restano praticamente tutte. Le questioni della sicurezza e della trasparenza sono tanto importanti quanto la lotta alla povertà e i diritti civili. Senza dimenticare che la spesa redistributiva senza entrate che la coprano è sicura fonte di sciagure come si è visto in Venezuela, ma anche in Argentina. La sovranità, giustamente rivendicata, passa anche dal non avere bisogno di indebitarsi o di emettere moneta insieme a inflazione. Invece, la democrazia per alcuni settori della sinistra sudamericana, ed europea, è tornata “borghese” perché stanno vincendo in alcuni paesi le destre. Non ci sono seri ragionamenti né autocritica sulle cause della disfatta, si ripropongono con forza le teorie del “complotto imperialista”. Si torna agli slogan contro il neoliberismo e l’autoritarismo di destra, senza spiegare e spiegarsi perché si sta tornando a diventare minoranza, quali sono stati i problemi che hanno portato all’allontanamento delle grandi masse popolari. Si cercano alleati silenti, quali Putin e la Cina, pur di sopravvivere.

Oggi a Caracas il post-chavismo è arrivato al capolinea, anche se non finisce ora. Più che mai è il momento di riflettere sul Venezuela in ginocchio e di discutere senza paraocchi ideologici. La sinistra in America Latina continua ad essere utile, ma se è anche onesta, trasparente, pragmatica, democratica e popolare.

 

Raramente, nel corso della Storia, la democrazia è stata lo strumento per cambiamenti anche radicali come è successo in quest’ultimo anno, almeno nei pochi Paesi dove la forma di governo merita davvero tale nome. Pare dunque sia arrivata una risposta alla domanda calzante che da anni si pongono diversi studiosi: la democrazia riuscirà a sopravvivere al XXI secolo?

Nel senso che, attraverso il voto, i cittadini di diversi Paesi occidentali hanno promosso cambiamenti davvero profondi, piacciano o meno. Negli Stati Uniti, l’elezione del candidato “di rottura” Donald Trump contro la candidata “del sistema” Hillary Clinton; la Brexit che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’UE; il ridimensionamento dei partiti xenofobi nei Paesi Bassi e in Francia; l’incredibile risultato di Alexis Tsipras nella Grecia in rovine e quello della sinistra portoghese; e la fine del bipolarismo in Spagna e Italia. Fenomeni senz’altro molto diversi, a volte contraddittori, ma che nel complesso raccontano la vitalità dello strumento democratico, non più ingessato dalle logiche della Guerra Fredda.

Oggi l’elettorato è mobile e il voto va a premiare chi ha saputo dialogare, o urlare più forte, spiegare le sue ragioni: in ogni caso, vince chi riesce a farsi percepire come interessato ai problemi concreti. Ed è questo il nocciolo della questione. La democrazia non è una forma di governo eterna e nemmeno perfetta; è piuttosto una soluzione a problemi contingenti che ha acquisito una sacralità a dire il vero non sempre meritata. Questo perché i suoi opposti sono il populismo, che esclude il dissenso, e il totalitarismo, che il dissenso lo elimina. Ma se la democrazia smette di essere lo strumento attraverso il quale i cittadini possono scegliere le soluzioni ai problemi, e dunque attuare cambiamenti reali − perché le soluzioni sono già scritte, perché “ce lo chiede l’Europa” o perché gli Stati si sono imposti vincoli volontari − la pretesa della democrazia di essere garanzia di giustizia ed efficienza risulta infondata.

«Con la democrazia si mangia, si cura, si educa», disse una volta Raúl Ricardo Alfonsín, il presidente che riportò la democrazia in Argentina dopo la notte della dittatura. Appunto, se in democrazia accade che qualcuno fa fatica a mangiare, non riesce a farsi curare e non può mandare i figli a scuola, è la democrazia stessa a perdere credibilità. Alla domanda oggi di moda su cosa sia il populismo (e quanto siano populisti i diversi partiti e movimenti che dal Nordamerica all’Europa si appellano ai “sentimenti del popolo”), si può rispondere solo affermando che il populismo prospera laddove la democrazia è impotente perché resa incapace di garantire i diritti sanciti da costituzioni e convenzioni internazionali.

Quando la democrazia viene sequestrata dai rigoristi di bilancio, che antepongono i conti pubblici alla salute del popolo, il popolo dà retta più facilmente ai demagoghi che antepongono la spesa pubblica alla tenuta dei conti, portando a disastri annunciati. Ecco, la democrazia dovrebbe essere il sistema nel quale trovano mediazione due aspirazioni che, se contrapposte, rischiano di portare a cortocircuiti come quello venezuelano e quello greco. Ma la democrazia dovrebbe essere anche lo strumento per cambiare radicalmente la visione e la configurazione di una società. Non basta più dire, come Churchill, che si tratta del peggior sistema di governo esistente a esclusione di tutti gli altri. La democrazia non merita di essere tollerata in quanto male minore. In questi mesi, piaccia o non piaccia, abbiamo avuto la prova che può (ancora) essere strumento di cambiamento. Ma se il sistema impedirà che i cambiamenti si concretizzino, anche la strada democratica sarà presto dimenticata. E quando questo è accaduto in passato, sono arrivate solo guerre e tragedie.

 

 

 

 

Sorgente: Eppur si muove: una nuova ondata di proteste scuote la “democrazia controllata” putiniana

C’è un tempismo sospetto nel succedersi degli eventi mediorientali degli ultimi giorni. E’ come un meccanismo impazzito che genera movimenti e reazioni che si manifestano anche a migliaia di chilometri dai luoghi dello scontro. La politica estera statunitense, dai tempi di Bush figlio e della sua lotta al terrore basata sugli interventi in Afganistan e in Iraq, sta incassando frutti indigesti. Il mondo sunnita, fedele alleato di Washington è ora destabilizzato, il mondo sciita che gravita attorno all’Iran, storico antagonista di Washington, è uscito vincitore.

Il collasso dell’Iraq è stata la prima puntata della riscossa di Teheran che non soltanto vedeva sciogliersi il suo principale antagonista, ma in pochi mesi insediava un governo “amico” a Bagdad. La seconda puntata della riscossa iraniana è stata la sua vincente discesa nel conflitto siriano-iracheno, insieme a curdi e russi, per stroncare il progetto dell’Isis di creare un “arco sunnita” che superasse i confini coloniali stabiliti da Francia e Gran Bretagna nel 1916. Il “Sunnistan” dell’Isis è stato un progetto sostenuto politica e finanziariamente dalle monarchie del Golfo e in primis dall’Arabia Saudita e dalla Turchia. L’Isis è un esercito belligerante con truppe e generali provenienti dai ranghi dell’esercito iracheno che aveva in comune con Al Quaida soltanto l’aspetto propagandistico, perché la sua dimensione terroristica finora è stata scagliata soltanto contro i paesi impegnati a combatterli sul campo: Francia, Gran Bretagna, Iran, Turchia (dal voltafaccia di Erdogan), Russia. Al posto del mancato arco sunnita, si è rinforzato quello sciita, che da Teheran arriva in Libano passando dalla Siria e dall’Iraq.

Il progetto del Sunnistan è ora fallito regalando prestigio alla Russia, rilanciando la causa curda, rinforzando gli hezbollah sciiti del Libano e soprattutto regalando all’Iran la posizione di unica potenza militare regionale. Le mosse dell’Arabia Saudita dopo il passaggio di Donald Trump rispetto al Qatar sono difficili da decifrare. Il Qatar sicuramente ha finanziato i Fratelli Musulmani e anche l’Isis (come l’Arabia Saudita), ma era l’unico degli statarelli del Golfo ad avere buoni rapporti con l’Iran e forse questo è bastato per la messa al bando. Nemmeno 72 ore dopo, è stato colpito dall’Isis il cuore istituzionale e simbolico dell’Iran. Il Mausoleo di Khomeini e l’unico Parlamento dell’area che in qualche modo ricordi la democrazia sono stati l’obiettivo dell’Isis in ritirata che sancisce con questo attentato lo status dell’Iran come vittima e non come generatore del terrorismo. Anche gli attentati a Parigi e Londra vanno letti così, l’Isis è allo sbando e sull’orlo di perdere le sue roccaforti in Iraq e Siria, quindi raddoppia gli attentati contro i “crociati” alleati sfruttando l’abbondante manodopera pronta al martirio. Una strategia che senza più capacità belligerante sul campo mediorientale è perdente e residuale.

L’Arabia Saudita con le misure anti-Qatar vorrebbe fare dimenticare velocemente la sua sconfitta geopolitica. Non solo il suo “braccio armato” non è riuscito a consolidare il sunnistan, ma l’intervento militare nello Yemen sta diventando un vero e proprio Vietnam. Se Donald Trump ha promesso nel suo viaggio di sostenere questa politica, che anzitutto destabilizza i suoi alleati (il Qatar ospita la più grande base militare USA della regione), sarà l’Arabia Saudita a pagare il conto. Indebitandosi per comprare armi e ancora armi che potrebbero servire solo per un certo tipo di conflitto, quello contro l’Iran. Una scalation bellica tra Iran e Arabia Saudita rischierebbe di trascinarsi dietro l’intero mondo arabo e le potenze globali, Usa e Russia in primis. Uno scenario da dottor Stranamore, quale sembra essere la cifra della nuovo diplomazia di Washington.

In conclusione, stiamo vivendo l’inizio della fine del conflitto siriano-iracheno e la notizia è che è stato perso dall’Arabia Saudita e dai suoi vassalli. Stanno vincendo un mix di forze che vanno dalla Russia all’Iran, passando dai curdi che diventeranno a tutti gli effetti forze di “stabilizzazione” a conflitto concluso. Gli Stati Uniti hanno puntato sul cavallo perdente, anche se almeno Obama sancì la fine delle ostilità sul nucleare iraniano generando un credito nei confronti degli ayatollah, mentre l’Europa ha sbagliato tutto dall’inizio, aprendo l’autostrada della Jihad ai ragazzi che volevano andare a rovesciare Assad in Siria per ritrovarseli ora di ritorno radicalizzati e con esperienza militare.

E’ come se si fosse giocata una grande partita che ha spostato confini, sfere di influenza, popolazioni, capitali e che ci consegnerà un nuovo Medio Oriente, non più disegnato sui confini coloniali, ma sulla visione dei vincitori. Una riscrittura degli equilibri geopolitici che, come sempre in quella martoriata zona del pianeta, sta avvenendo in un drammatico bagno di sangue.

 

Lo chiamavano cara de piña, faccia da ananas, per via delle cicatrici sul volto lasciate dal vaiolo.  Manuel Antonio Noriega Moreno fece una folgorante carriera nella Guardia Nacional del Panama all’ombra di uno dei personaggi più carismatici degli anni ’70 in America Latina, il colonnello Omar Torrijos. Torrijos, che governava di fatto la semi-colonia statunitense centroamericana, è tuttora considerato un eroe in Panama perché riuscì a strappare al presidente James Carter la restituzione della sovranità sul Canale che unisce Atlantico e Pacifico. Alla morte di Torrijos nel 1981, in uno di quegli incidenti di aerei sospetti così frequenti nella storia dell’America latina, Noriega prese il potere e istaurò un regime basato sulla polizia segreta e la repressione, ma imprescindibile per la geopolitica della Guerra Fredda. Il Panama diventò il centro di ogni operazione clandestina e di ogni traffico tra Nord e Sud America. Noriega era sul libro paga della CIA guidata da Bush senior, ma anche l’uomo di fiducia di Pablo Escobar e del Cartello di Medellìn. Noriega fece transitare le armi per i Contras che volevano rovesciare la rivoluzione sandinista, ma creò canali per il finanziamento di Cuba. Noriega fu il grande burattinaio dell’affaire Irangate che coinvolse l’amministrazione di Ronald Reagan per la triangolazione di armi e cocaina tra il Medio Oriente e il Centro America per finanziare la guerriglia anti-sandinista e vendere armi sottobanco all’Iran. Grazie a Noriega, il Cartello di Medellìn riuscì a creare una testa di ponte per la cocaina a Miami. Questo gioco ad alto rischio si inceppò e alla vigilia del natale del 1989 27.000 marines invasero il Panama per darle la caccia e portarlo in un carcere degli Stati Uniti. L’operazione Giusta Causa provocò almeno 3.000 vittime tra i civili e il processo al colonnello si concluse con 41 anni di carcere. Ma al vecchio alleato caduto in disgrazia fu concesso un favore al quale ci teneva tanto. Riuscì ad ottenere lo status di prigioniero di guerra e ad assistere al processo in alta uniforme. Dopotutto quell’uniforme la aveva utilizzata per difendere per un decennio gli interessi degli Stati Uniti in Centro America.

 

 

 

Nel mondo dell’agribusiness globale il quattro è diventato il numero magico. Sono quattro le aree geografiche che producono le grandi eccedenze di cereali, legumi e oleaginose che tengono in piedi il mercato mondiale dell’alimentazione di base: i Paesi sudamericani del Mercosur (in particolare Brasile, Argentina, Uruguay), le due potenze nordamericane (Stati Uniti e Canada), la Russia insieme ad altri Paesi ex sovietici (Ucraina e Kazakistan) e l’Australia.

Sono quattro anche le multinazionali che riforniscono questi mercati di sementi, soprattutto OGM, e di prodotti chimici per l’agricoltura. Dopo un aggressivo processo di acquisizioni, infatti, ormai sono rimaste sul mercato − controllandolo per oltre l’80% − la francese Dupont, ChemChina e le tedesche Basf e Bayer. E sono sempre quattro le multinazionali che stoccano, trasportano e commercializzano oltre il 70% delle materie prime alimentari: l’olandese Louis Dreyfus, e le statunitensi ADM, Bunge e Cargill. In tutto, dunque, solo otto imprese e una decina di Paesi hanno la responsabilità di garantire la “sicurezza alimentare” del pianeta, determinando prezzo, tipo di produzione, qualità, disponibilità, reperibilità. Insieme gestiscono un mercato globale spesso ignorato dai media e che non ama farsi troppa pubblicità.

Tra i produttori di sementi è scomparso recentemente un nome scomodo, simbolo della rivoluzione transgenica: Monsanto, acquisito da Bayer. Nel mondo degli intermediari di alimenti, due dei quattro big (Cargill e Dreyfus) non sono quotati in borsa, pur fatturando insieme 160 miliardi di dollari annui, e ciò consente loro di evitare vari obblighi di trasparenza. Ma perché la segretezza torna comoda a questi giganti del commercio mondiale? Perché da produttori e commercializzatori di sementi e grano si sono trasformati in tasselli del grande mercato della speculazione finanziaria.

Future e opzioni sono strumenti nati per tutelare il produttore e i suoi clienti, mettendoli al riparo dall’oscillazione dei prezzi e anticipando capitali da investire. Oggi invece sono diventati strumenti puramente speculativi, che distorcono i prezzi dei prodotti determinando bolle speculative e rovinose cadute. Le società di commercializzazione offrono ormai i loro servizi finanziari all’esterno, attraverso fondi speculativi che possono determinare aumenti o cali del valore delle materie prime. Alla fine, il possesso fisico della merce diventa secondario: per gli investitori, ciò che conta è solo la differenza tra il prezzo di acquisto e quello di vendita.

In termini di soggetti coinvolti, la filiera che garantisce i cereali a quei Paesi che non sono in grado di soddisfare da soli il proprio fabbisogno è molto “corta”. Così come è corta quella che rifornisce i Paesi ricchi di cacao e caffè. Parallelamente sono sempre di meno, numericamente parlando, le varietà di alimenti coltivati. Il principale indiziato di questo fenomeno è l’agricoltura OGM, che punta tutto su grandi estensioni coltivate con una sola varietà di prodotto: un’agricoltura che non prevede contadini, totalmente meccanizzata, con uso massiccio di diserbanti come il glifosato, seriamente sospettato di essere nocivo per la salute umana. Ne deriva un impoverimento della biodiversità alimentare spesso giustificato con la maggiore capacità produttiva di questo tipo di agricoltura, che consentirebbe di far fronte all’aumento della popolazione mondiale.

L’obiettivo sarebbe nobile, ma in realtà la scelta di questo tipo di agricoltura rende l’alimentazione sulla Terra meno sicura e più esposta a variazioni di prezzo, a cali produttivi dovuti a parassiti, muffe, insetti che si modificano a loro volta per colpire piante che in teoria dovrebbero esserne immuni. La sicurezza alimentare è fragilissima e sta diventando sempre più insicura: si tratta di uno dei grandi temi dell’umanità, ma rimane chiuso nel cassetto dove la politica nasconde le cose che ritiene poco importanti.

Alfredo Somoza per Radio Popolare, Esteri.

 

Nel Venezuela sconvolto dall’ennesima morte di due manifestanti, e ormai sono 66 i morti di entrambi le parti, le posizioni restano sempre inconciliabili. Il vicepresidente di AN (opposizione) Freddy Guevara, ha annunciato l’ennesima marcia per venerdì contro “la dittatura” e un’altra sabato contro “la censura”. Entrambe ancora una volta organizzate dal MUD (Tavolo dell’unità democratica) che raggruppa tutto l’arco oppositore, di destra, di centro e di sinistra. Un fronte pasticciato, che non potrebbe esprimere una linea politica perché popolato da forze lontane anni luce l’una dall’altra, ma che trova un inedito momento di unità nelle manifestazioni di piazza e sull’obiettivo di rovesciare il governo di Nicolàs Maduro.

Un tormentone che attraversa la sinistra, soprattutto italiana, è quanto siano “gli Stati Uniti” a guidare questa rivolta. Probabilmente molto poco, nel senso che senza dubbio ci sono interessi di Washington dietro alcuni dei personaggi dell’opposizione, ma il livello di instabilità venezuelana preoccupa gli USA che sono sempre i principali acquirenti di greggio bolivariano. L’opposizione riuscirà a rovesciare Maduro? Probabilmente no, almeno finché l’esercito sarà con il Presidente. Sicuramente riuscirà a battere il chavismo quando si vada alle urne il prossimo anno, ma difficilmente potrà costruire una maggioranza coesa una volta venuto a meno il collante del anti-chavismo.

L’altro vicepresidente che ha parlato ieri è quello del PSUV (il partito chavista), Diosdado Cabello, uomo forte proveniente dall’esercito e successore mancato di Chavez. Nel suo programma televisivo “Con el mazo dando” (più o meno “dando mazzate”) ha ribadito che non “possiamo innescare una guerra civile. La violenza e il terrorismo comandate dai dirigenti dell’opposizione, carica di odio contro il nostro popolo, deve trovare una risposta nella giustizia”. In parole povere, non possiamo ammazzare per strada i manifestanti dell’opposizione senza dare vita a una guerra civile. Vanno perseguitati e giudicati severamente con la giustizia. Una posizione che a parole può apparire brutale, ma che nasconde un messaggio all’esecutivo sull’uso della forza. L’esercito, interpretando Cabello, non è disponibile a reprimere il popolo. E non è poco.

Il punto oggi per il Venezuela sconvolto economicamente, con la popolazione in deficit di medicine e di cibo, con gli stipendi divorati dall’iperinflazione e con una manifestazione violenta al giorno è come uscirne. Manca la consapevolezza che si è chiuso un ciclo da entrambe le parti. Il chavismo che non vuole rassegnarsi a perdere il potere, l’opposizione che non riesce a diventare un movimento di popolo democratico e che soprattutto sta rimandando a domani l’evidente problema di leadership e di contenuti che si porrà quando si avvicinerà il voto previsto per il 2018.

L’unica proposta sensata al momento è quella di fermare le morti violente e di fare tornare alla calma gli abitanti dei grandi centri urbani istituendo un tavolo di mediazione, come richiesto da Papa Francesco, per gestire questa transizione. Per ora i settori oltranzisti di entrambi le parti hanno rispedito la proposta al mittente. Tra “dittatori” e “terroristi” il dialogo è difficile si sa, ma il Venezuela non merita di finire come nel 1989, quando la repressione del Caracazo, la protesta spontanea dei poveri di Caracas, provocò oltre 3000 vittime. Da quelle ceneri nacque il chavismo, anche se i dirigenti che hanno ricevuto l’eredità del colonnello e gli oppositori a un governo fino a prova contrario eletto democraticamente, lo hanno dimenticato.