Una delle vittime eccellenti della pandemia è la democrazia. Ma non perché è stata istaurata una “dittatura sanitaria” da noi, ma perché 80 paesi nel 2020 hanno avuto arretramenti per quanto riguarda i diritti individuali e collettivi. Dal golpe in Myanmar alla riconquista talebana dell’Afghanistan, dalle leggi di emergenza bielorusse al golpe in Ciad. Con i difensori della terra ormai stabilmente diventati prima categoria tra gli assassinati per motivi politici. A questo lungo elenco ora si aggiunge la Tunisia, l’unico paese reduce della cosiddetta “primavera araba” che aveva segnato importanti passi in avanti sul piano della democrazia e dove torna la tentazione di ricadere nel modello classico dell’uomo forte, tipico dei regimi dell’area. Aggiungiamo la strage continua di giornalisti, le aggressioni anche mortali contro persone LGBT o di diversa etnia e religione, come i musulmani asiatici perseguitati in diversi paesi, per concludere che la salute del mondo non è buona. E tendenzialmente in peggioramento, perché continuiamo ad essere ancora nella fase del si salvi chi può. Mentre qualcuno sfila a Parigi o a Milano affermando di essere sotto una dittatura sanitaria, rischiando solo che il selfie venga male, in Myanmar sono già oltre mille le persone ammazzate perché scese in piazza a denunciare una vera dittatura. Si confondono dramma e farsa, si insultano le vittime della Shoah facendo paragoni allucinanti con i lager nazisti. E nel frattempo la democrazia è a rischio ovunque, non tanto per via delle restrizioni dovute alla crisi sanitaria, ma perché la pandemia è stata una grande occasione per dittatori, o aspiranti tali, per fare ulteriori passi verso il regime, sfruttando il clima di panico generalizzato e l’ossessionante martellamento dei media sul  Covid 19. Chi diceva l’anno scorso che si sarebbe usciti meglio di prima da questa crisi sbagliava tutto. Non usciremo bene di sicuro, soprattutto perché si continua a immaginare il mondo ridotto al triangolo del benessere tra Nord America, Europa e Oceania. I dati OMS ad oggi sono impietosi. È stato vaccinato con una dose il 27,3% dell’umanità e con due dose il 13,8%. Nel gruppo dei paesi a più basso reddito, a maggioranza africani, è stato vaccinato con almeno una dose solo l’1,1% degli abitanti. Basta leggere questi numeri per capire che sarà ancora molto lunga, e che a ogni tentativo di riapertura arriverà una variante maturata nei luoghi dove non c’è né sanità né vaccini, ma tanta miseria. È l’ennesima dimostrazione del fatto incontrovertibile che siamo tutti sulla stessa barca. Quanto dureranno così come le abbiamo conosciuto le democrazie occidentali se continuano i divieti e le chiusure? Quanto peserà ancora il protagonismo di regimi, quali la Cina o la Russia, in grado di sostenere altri regimi e di spingere le poche democrazie rimaste verso l’autoritarismo? Chi avrà il coraggio di prendere il toro di big pharma per le corna restituendo sovranità agli stati? Chi si ricorderà di chi non ha le risorse per fare fronte alla pandemia? Tante le domande, nessuna risposta da parte di chi dovrebbe fornirle. Iniziative come la Minimun Global Tax o la sospensione dei brevetti dei vaccini restano spot pubblicitari buoni per i Vertici, ma poi presto dimenticati. La sfida di oggi è riuscire a dare risposte alle varie emergenze rinforzando piuttosto che limitando la democrazia. Ma tenendo presente sempre che democrazia non è una sommatoria di individui, ma la costruzione e la cura di una comunità con diritti e doveri. È soprattutto che la democrazia vive se vive la politica, e se si fa politica guardando al domani.

Lanciamo questa campagna di crowdfunding per rendere possibile un nuovo progetto editoriale di OGzero, che riteniamo urgente e necessario: il libro di Alfredo Somoza, “Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart” , per conoscere e interpretare le dinamiche della globalizzazione in modo puntuale e documentato.

Perché una delle vittime eccellenti della pandemia – e dalla globalizzazione – è stata la democrazia e di conseguenza la libertà di stampa.

per info e sostegno: https://www.produzionidalbasso.com/project/siamo-gia-oltre-partecipa-al-progetto-di-attivismo-geopolitico/

Le ideologie positiviste ottocentesche non prevedevano che un solo destino per l’intera Umanità: ripercorrere a tappe forzate l’evoluzione della cultura occidentale industriale. Questa visione totalizzante però, nei luoghi del resto del pianeta dove si erano verificati importanti flussi migratori dall’Europa e il modello occidentale aveva preso piede, si scontrava con le resistenze dei popoli indigeni o aborigeni che erano stati depredati delle loro terre e libertà. I luoghi dello scontro erano le grandi praterie e i grandi laghi nordamericani, la Pampa argentina e la Patagonia cilena, l’Australia e la Nuova Zelanda. Uno scontro che fu vinto dall’Occidente dal punto di vista militare, grazie alla superiorità tecnologica delle armi, al telegrafo e al treno, e soprattutto grazie all’infinita quantità di coloni e soldati che l’emigrazione europea forniva a ciclo continuo. In modi e con fortune diverse, i popoli nativi che vivevano nei luoghi strategici della globalizzazione del XIX secolo furono messi da parte, in alcuni casi addirittura scomparvero. La loro era una fine annunciata, almeno da quando la scienza dell’epoca aveva decretato che quei popoli non erano recuperabili al progresso, che non avrebbero mai potuto diventare bravi agricoltori né cambiare religione e lingua. Venivano definiti “fossili viventi”, relitti del passato ineluttabilmente destinati a scomparire nello scontro con la “civiltà”. Da qui discendevano le diverse teorie dell’epoca, sempre più in basso, fino a quella statunitense che diceva che l’unico indiano buono era quello morto e a quella argentina che considerava la ripugnanza l’unico sentimento possibile nei confronti degli indigeni. In questi due Paesi la guerra fu di sterminio.

In Australia e in Canada, invece, si scelse un altro approccio: quello di “ammazzare l’indiano nel bambino”. Sequestrare cioè i bambini, sottraendoli ai loro genitori amerindi o aborigeni per educarli in collegi, quasi sempre gestiti da religiosi, allo scopo di farli diventare “bianchi”, almeno nei costumi, nella lingua e nella fede. Fu uno dei genocidi culturali più articolati e duraturi di cui si abbia memoria. In Australia i sequestri iniziarono nel 1869 e finirono nel 1969, in Canada si cominciò nel 1863 per finire solo nel 1998. L’unica differenza tra i due Paesi è che in Canada finivano in collegio i bambini amerindi mentre in quelli australiani si rinchiudevano i figli di coppie miste, che così sarebbero cresciuti come il genitore bianco. Solo pochi popoli, come i Maori neozelandesi e i Mapuche cileni, riuscirono a superare, non senza traumi, la doppia sconfitta militare e culturale. I popoli originari non erano avversari degni di rispetto, ma selvaggi che andavano annientati o, nel migliore dei casi, ripuliti dalla loro cultura. Tutto era giustificato dalla pseudoscienza dell’epoca che classificava i popoli del mondo in modo gerarchico: in cima si trovava il cittadino di Londra, in fondo il cosiddetto “selvaggio” della Terra del Fuoco. Coloro che non erano in grado, o non volevano, salire lungo quella scala che portava alla “civiltà” potevano solo scomparire, per loro non c’era posto nel mondo del futuro. Questa visione determinista del positivismo influenzò sia il pensiero liberale sia quello marxista.

Oggi nei luoghi dove si consumarono questi orrori regna il politically correct, il dibattito politico è incentrato sui diritti civili, e le recenti scoperte di fosse comuni nei cortili dei collegi canadesi causano orrore. Sarebbe un grave errore, però, soffermarsi solo sugli aspetti tragici, cioè sulle stragi, e non ragionare sulle cause. Che, come sempre, furono ideologiche. In Canada come nella Germania hitleriana, a preparare il terreno agli esecutori furono quelle teorie, diffuse per troppo tempo, che spiegavano che c’erano uomini di serie A e di serie B. È il principio alla base di ogni razzismo, che immagina un mondo senza diversità. Una follia anche dal punto di vista scientifico, pari al terrapiattismo: eppure, anche se smentita dalla moderna genetica, quella teoria trova sempre terreno fertile per attecchire e infestare.

Da qualche anno, a livello europeo imperversa il dibattito sull’adozione di un bollino informativo sugli alimenti consumati nell’Unione. I candidati più forti si basano su due approcci diversi. “Nutri-score”, ideato in Francia, è un semaforo che indica con 5 sfumature tra il rosso e il verde la ricaduta sulla salute di ogni singolo alimento: il colore viene elaborato da un algoritmo che prende in esame parametri quali l’apporto calorico e il contenuto di grassi saturi, zuccheri e sale. Oltre alla Francia, sostengono Nutri-score anche da Germania e Belgio. Diversi Paesi dell’Est e del Sud del continente, Italia e Grecia in primis, invece lo criticano perché penalizzerebbe i prodotti ultra processati e diversi alimenti tipici della tradizione mediterranea Questi Paesi rilanciano proponendo “Nutrinform Battery”. Si tratta di un bollino a forma di batteria che indica non se il cibo sia da considerarsi buono o cattivo in sé, bensì quanto pesa percentualmente una singola porzione di quell’alimento sulla quantità totale di calorie, zuccheri, grassi, grassi saturi e sale che è consigliabile assumere in un giorno. Un meccanismo farraginoso e difficile da interpretare da parte del consumatore, meno immediato del semaforo del concorrente.

In pratica, la tesi di Nutrinform Battery è che nessun alimento in commercio è dannoso, tutto dipende dalle quantità assunte. Per Nutri-score, invece, esistono cibi dannosi che restano tali a prescindere dal contesto.

La strategia agricola europea Farm to Fork / Dal produttore al consumatore prevede che entro il 2022 un bollino di questo tipo sia introdotto su tutti gli alimenti, escludendo solo i prodotti IGP, DOP e STG. Diverse aziende multinazionali hanno già preventivamente annunciato che si adegueranno. E proprio quest’ultimo dato ci riporta con i piedi per terra rispetto al dibattito tecnico e politico, che appassiona solo gli addetti ai lavori. Andando a vedere il mondo dei consumi, infatti, ci si accorge che la logica del bollino non spaventa nessuno: sarà l’ennesima informazione che andrà ad aggiungersi a etichette già cariche di parole e numeri, magari in più lingue, ma anche di simboli, bolli di certificazione e codici a barre, il tutto in caratteri sempre più piccoli e illeggibili. L’eccesso di informazioni, alla fine, sta producendo l’effetto contrario rispetto a quello auspicato: il mondo del consumo è ormai diviso nettamente in due, una minoranza informata che spende tempo per studiare l’etichetta e una maggioranza che la ignora, anche per mancanza di tempo. È in questa seconda, grande categoria che si collocano i consumatori di trash food, molto consistenti in Paesi come gli Stati Uniti e in forte crescita anche in Europa: di fatto non compiono una scelta ponderata ma acquistano ciò che costa poco e disconoscono o ignorano le controindicazioni.

Il problema non è solo economico ma anche culturale. Ad esempio la verdura e la frutta di stagione non hanno prezzi proibitivi, ma per ragioni culturali vengono sempre più eliminate dalla dieta. Che è sempre più basata su cibi processati e da consumare rapidamente, come i wurstel o le patatine fritte, ma anche su specialità – per guardare all’Italia – come i salumi e i formaggi. E il cortocircuito si verifica qui: i produttori di alimenti tradizionali ricchi di grassi e sale, come gli insaccati, si rivolgono a un cliente che potrebbe rivelarsi sensibile al richiamo salutista, mentre i produttori di trash food non se ne preoccupano affatto, perché i loro consumatori ignorano i bollini.

In conclusione, la guerra del bollino alimentare in Europa è figlia di una visione utopica, nella quale tutti i consumatori leggono le etichette e si regolano di conseguenza. Ma la realtà è ben diversa perché il cibo, come sempre, è cultura e disponibilità economica. La questione vera sta a monte, ed è che anche nell’Europa mediterranea, dove ieri i poveri vivevano mangiando soprattutto pesce, olio d’oliva, pane, verdura e frutta, oggi vincono hamburger, merendine e patatine fritte. Che possono permettersi di farsi beffa di qualsiasi bollino. 

Al G7 di St Ives sono state svelate le linee guida dello scontro globale in corso. Una nuova versione della Guerra Fredda ancora senza nome, con alcuni protagonisti consolidati e qualche new entry. Anzitutto ritorna il G7, il club esclusivo dei Paesi occidentali più ricchi, che nel 1999 era stato superato dalla nascita del G20, il club allargato alle potenze emergenti che rappresenta il 68% della popolazione mondiale. La questione è che nello stesso “contenitore” del G20 si trovano tutti i novelli contendenti – USA, Cina e Russia – e quindi c’è poco da aspettarsi. Joe Biden, da leader della cordata occidentale, ha illustrato le differenze tra “noi”, Paesi democratici, e “loro”, il nuovo asse del male composto da Russia e Cina, oltre che da una serie di comprimari come Iran, Turchia e Venezuela.  

Durante la Guerra Fredda la differenza tra i due fronti era riassumibile in mercato versus economia pianificata e democrazia versus totalitarismo. Oggi sul mercato la pensano tutti allo stesso modo. Rimane invece, pesante come un macigno, la questione delle libertà e dello Stato di diritto. Ma è una distinzione affrontata solo a livello generico, senza scendere nel dettaglio. Ad esempio, il G7 non ha detto nulla sul Myanmar sotto il tallone dei militari sostenuti dalla Cina. La sensazione è che i diritti umani siano merce di scambio, da mettere sul piatto sulla bilancia commerciale, il vero centro dello scontro. L’Occidente, che si è trovato impreparato e debole davanti alla pandemia, ha capito traumaticamente che negli ultimi decenni il mondo si è sbilanciato troppo: all’improvviso si è manifestata appieno, con drammatiche conseguenze, la dipendenza dei Grandi dai cicli industriali cinesi e dalle materie prime dei Paesi che gravitano nell’orbita di Pechino. E dietro l’apripista cinese si delineano la Russia come potenza semi-globale e l’Iran e la Turchia come potenze regionali. Non solo. Il regime totalitario di Pechino ha saputo dare una risposta veloce ed efficace alla pandemia, con metodi che in democrazia sarebbero impossibili, preparandosi in anticipo a diventare la locomotiva della ripresa economica mondiale.

In poche parole, il gioco si è fatto duro e i Grandi hanno ripristinato il G7 per dimostrare che comandano ancora loro. Ma è davvero così? In prospettiva la risposta è probabilmente no, anche se al momento parzialmente sì. Oggi la forza dei Paesi del G7 non è il loro arsenale militare, imbattibile e costoso, ma la ricchezza dei loro mercati. Si tratta però di una ricchezza che scorre sempre di più verso altri Paesi, dispersa in milioni di rivoli, lasciando ai Grandi sempre di meno in termini di entrate fiscali e creazione di impiego. Il drenaggio economico favorisce chi possiede materie prime e, soprattutto, chi le trasforma, ed è destinato a tradursi anche in potere politico. Tuttavia i Paesi del G7, e soprattutto gli Stati Uniti, non sono preparati a cedere quote di governance mondiale alle nuove potenze, soprattutto perché culturalmente e politicamente le percepiscono come lontane. Ciò che non viene raccontato durante i vertici come quello di St Ives è che il mondo costruito dal colonialismo, e poi dal gioco delle potenze del ’900, è ormai poco difendibile. Che in molti Paesi africani, a fronte del lascito della Francia, ad esempio, si apprezza molto di più la Cina. O che in Centro America c’è una certa ostilità verso la retorica democratica di chi in passato copriva i colpi di Stato, e la fame alimenta i populismi di ogni segno.

I rivali della nuova Guerra Fredda hanno entrambi i piedi di argilla, se il piano della contesa è lo stato dei diritti a livello mondiale, e qualcuno ce li ha anche se ci si limita a considerare ciò che accade in casa sua. Ma, a differenza di quanto accadeva in passato, i grandi avversari di oggi sono legati indissolubilmente tra loro nella costruzione e nella gestione della globalizzazione. Dove conta di più chi fabbrica e chi vende un iPad che possedere un missile intercontinentale. 

La globalizzazione e l’osservatorio che è questo libro: attivati

Lanciamo questa campagna di crowdfunding per rendere possibile un nuovo progetto editoriale di OGzero, che riteniamo urgente e necessario: il libro di Alfredo Somoza, “Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart” , per conoscere e interpretare le dinamiche della globalizzazione in modo puntuale e documentato.

Smascherando le fake news, ma anche andando a indagare sui reali vantaggi della civiltà smart. Uno sguardo critico che vada oltre la retorica trionfalistica sul futuro dell’umanità. La globalizzazione è un fenomeno che ha cambiato la nostra vita con dinamiche nuove e riproposto in veste moderna altre molto antiche. Il libro racconta gli scenari dell’economia mondiale, della lotta per la terra e l’ambiente, dei diritti ottenuti e negati, del gioco delle potenze. Senza ideologismi né compromessi.

Il libro racconta il mondo nel quale siamo già sommersi, anche se ancora non ci è stato del tutto svelato. Il lavoro di Alfredo Somoza è ispirato all’idea che un altro mondo migliore sia ancora possibile, idea che lo accompagna dai tempi in cui partecipò al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre esattamente 20 anni fa. I testi saranno accompagnati da una sezione audio sul sito di ogzero.org con podcast di approfondimento dedicati.

Perché è importante il tuo coinvolgimento

Abbiamo pensato a una campagna di crowdfunding per coinvolgere le persone non esaurendo l’attivazione al semplice acquisto di un libro. Vogliamo utilizzare questa “scusa” per lanciare una community di attivisti geopolitici , a partire dal tema della manipolazione delle informazioni e della globalizzazione, con uno sguardo organico e un’interpretazione potente.

Partecipare alla campagna su Produzioni dal Basso è importante, perché il libro offre chiavi di lettura utili per interpretare il mondo che ci circonda, spesso a partire da notizie che non riescono a guadagnare i titoli dei giornali, talvolta per conflitto di interessi. Il progetto non comprende solo il libro, ma uno sguardo continuativo delle dinamiche globali e delle loro conseguenze. Un osservatorio che l’autore cura da 20 anni con aggiornamenti settimanali che si potranno continuare a seguire nel tempo. Molte cose che troverete in questo libro sarebbero censurate in diverse parti del mondo.

Perché una delle vittime eccellenti della pandemia – e dalla globalizzazione – è stata la democrazia e di conseguenza la libertà di stampa.

per info e sostegno: https://www.produzionidalbasso.com/project/siamo-gia-oltre-partecipa-al-progetto-di-attivismo-geopolitico/

Pubblicato: 12 giugno 2021 in Mondo
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Governare la globalizzazione

Evento epocale o solo un primo passo? I giudizi sulla proposta di introdurre una global tax sui profitti aziendali che i ministri dell’Economia del G7 presenteranno al prossimo G20 e all’OCSE sono diversi. Andando per ordine, da un lato è vero che si introduce il concetto di “tassa mondiale” prendendo atto, in grande ritardo, che la globalizzazione non può essere governata da un singolo Stato ma deve essere gestita in modo multilaterale. E questo dato è senza dubbio epocale.

Dall’altro lato, i critici mettono in discussione l’aliquota al 15% della tassazione, considerata un compromesso al ribasso rispetto al 21% proposto da Joe Biden. In effetti, il 15% si avvicina molto al 12,5% applicato dall’Irlanda, che è uno dei Paesi con la tassazione corporate più bassa. Inoltre c’è da considerare che la proposta deve essere ancora approvata dal G20 e dall’OCSE, e poi bisognerà trovare una formula che permetta di varare in contemporanea la stessa legge almeno nei 38 Paesi dell’OCSE. Soprattutto, rimane aperta una questione tecnica di portata gigantesca che riguarda la soglia dell’area “no tax”. Nella sua formulazione attuale, infatti, la tassa si applicherebbe solo alle aziende con margini di profitto sopra il 10% rispetto al fatturato: una soglia che raramente le grandi multinazionali superano. Ad esempio Amazon nel 2020, il suo anno “straordinario”, ha registrato un margine di profitto pari al 6,2%: ad anni luce dalla soglia minima. E le pochissime imprese che oggi superano la soglia del 10% lavorerebbero con i consulenti fiscali per “limarla”, così da restare nell’area “no tax”.

Il problema vero, quindi, non è l’aliquota del 15%, ma il fatto che i grandi gruppi – quelli che si vorrebbe colpire – raramente ufficializzano percentuali di redditività tali da far entrare in gioco la global tax, almeno così com’è prevista. Un pronostico semplice è che alla fine, se dopo il lungo iter questa proposta sarà approvata, i soldi veri che entreranno nelle casse degli Stati dove le multinazionali producono reddito saranno molto pochi, quasi nulla. Eppure il segnale dato dal G7 è importante lo stesso, perché suona come una sorta di avvertimento ai grandi operatori economici. Soprattutto, è importante perché arriva dal Paese che fino a pochi mesi fa, con la presidenza Trump, sabotava tutti gli organismi multilaterali e qualsiasi tentativo di intesa tra Stati. Se gli Stati Uniti decidono che la globalizzazione va governata, ci sono buone chances che qualcosa succeda.

Simbolicamente si segna un precedente inedito, che oggi vale per il fisco e domani potrebbe valere per l’ambiente, l’altro grande fronte sul quale l’azione isolata dei singoli Stati non può portare ad alcun effetto. Anche sul cambiamento climatico poco si è fatto negli ultimi quattro anni perché gli USA “negazionisti” di Donald Trump hanno boicottato qualsiasi iniziativa multilaterale. Uno scossone unitario su questo tema potrebbe, almeno a livello simbolico, far capire che si vuole voltare pagina anche qui. Per non parlare di democrazia e diritti umani, ma ora scivoliamo nell’utopia.

Comunque sia, la proposta del G7 sulla global tax non è “epocale”, ma nemmeno “poca cosa”. È un segnale di un nuovo approccio alla globalizzazione, accelerato dalla pandemia. Gli Stati si sono indebitati, hanno finanziato la ricerca e acquistato apparecchiature mediche, hanno firmato contratti a scatola chiusa per miliardi di dosi di vaccini, si sono fatti carico dei lavoratori e delle aziende costrette alla chiusura: ora hanno bisogno di passare il conto. Per necessità, si arriva a imporre regole fiscali anche a chi finora ne era stato esentato. Qualcosa che doveva succedere da tempo, ma che la pandemia ha reso urgente, fornendo alla politica l’alibi per riprendersi qualcuno dei poteri che aveva man mano abbandonati negli anni, e anche per recuperare il suo ruolo redistributivo.

Per default di uno Stato sovrano si intende l’incapacità di un Paese di onorare un debito e i suoi interessi. Quasi tutti i Paesi del mondo sono andati in default nella loro storia, con pochissime eccezioni. Agli Stati Uniti è capitato cinque volte, alla Germania tre, alla Spagna ben 15 volte (all’Italia, invece, mai). Ma per questi Paesi parliamo di tempi lontani.

Il campione dei nostri anni si trova in Sudamerica ed è l’Argentina con i suoi 8 default, più uno in arrivo se nei prossimi 60 giorni non si troverà un accordo per rinegoziare la rata di debito con il Club di Parigi scaduta lo scorso 31 maggio. Il rapporto conflittuale tra l’Argentina e i creditori internazionali risale praticamente alla sua indipendenza, con il primo prestito rilasciato al neo-paese sovrano nel 1824 dalla Baring Brothers Bank di Londra. Un milione di sterline che dopo soli tre anni, e un mancato pagamento, produssero il primo default nazionale. La storia delle relazioni pericolose tra banche e Argentina continua con un altro default alla fine del XVIII secolo per poi intensificarsi negli ultimi 40 anni: 1982, 1989, 2002, 2014 e con buone probabilità 2021.

Il tutto è stato accompagnato da costosi processi, come la causa intentata dai cosiddetti fondi avvoltoi che alla fine vinsero la lunga battaglia sui titoli in default del 2002, da loro comprati al 15% del valore nominale e incassati alla fine al 100%, più gli interessi. E anche da violenti moti popolari, come nel tragico Natale del 2001 quando, nei giorni che precedettero l’ufficializzazione dell’insolvenza, furono uccise per strada 40 persone. Proprio il default del 2002 costò una lunga quarantena all’Argentina, esclusa dal mercato dei capitali per anni.

L’eredità peggiore di ogni nuovo default è il passaggio alla povertà, se non alla povertà estrema, di fasce sempre più ampie di cittadini. Al momento del ritorno alla democrazia, negli anni ’80, erano poveri il 20% degli argentini, nel 2020 si è toccato il 42%, con il 10,5% in povertà estrema. Questo perché, malgrado il sistema di welfare creato negli anni 2000, si è ristretta la base produttiva e di conseguenza sono diminuite le possibilità di trovare impiego nell’economia formale. In sostanza siamo di fronte a uno Stato che formula i suoi programmi in base al credito internazionale e vive alla giornata, senza un progetto di futuro. Ciò rende inefficace la lotta alla povertà, che si riduce a interventi spot in un contesto economico dove inflazione e iperinflazione sono una costante.

Eppure, malgrado tutto, non appena le cose sembrano mettersi meglio, ecco che per l’Argentina arrivano i capitali dall’estero. Come durante il governo di Mauricio Macri, che nel 2018 è riuscito a farsi concedere dal Fondo Monetario Internazionale il più grande prestito nella storia dell’organismo multilaterale: ben 50 miliardi di dollari USA. Oggi la corrente peronista kirchnerista, principale avversaria di Macri, considera il FMI alla pari del diavolo, ma è la stessa area politica che nel 2006 applaudiva Néstor Kirchner per aver rimborsato al Fondo Monetario Internazionale un debito di oltre 9 miliardi di dollari.

In questa fase a Washington ci si mostra comprensivi con l’Argentina, fondamentalmente perché Madame Lagarde, oggi a capo della BCE ma fino al 2019 presidente del FMI, deve ancora spiegare come sia stato possibile elargire il prestito-monstre del 2018 alla recidiva Argentina di Macri.

Comunque sia, gestire creditori e default in Argentina è diventato un’arte diffusa trasversalmente nella classe politica. Si tratta di abbondare in promesse in fase di prestito, lamentarsi e chiedere sconti con l’avvicinarsi delle scadenze e infine, se proprio va male, fallire senza rimpianti. Per poi ripartire con lo stesso ciclo, ma con un’Argentina più povera, con sempre meno fiducia da parte di chi potrebbe investire nel Paese, e sempre più persone che vivono d’assistenza pubblica, dunque a debito, e non del proprio lavoro. Un loop dal quale un Paese una volta ricco e pieno di opportunità, seconda casa per milioni di fuggiaschi dalla fame e dall’oppressione, non riesce a uscire. Un Paese una volta prospero e che oggi si ritrova con quasi metà della sua popolazione in povertà. Di default in default.

In Myanmar, il 24 maggio Aung San Suu Kyi è tornata per la prima volta ad apparire in pubblico dopo il colpo di Stato del 1° febbraio, giorno in cui è stata arrestata. Anche se in una situazione surreale, in qualità cioè di imputata con l’accusa di avere favorito un enorme broglio elettorale. Formalmente, infatti, i militari birmani non hanno compiuto un golpe per rovesciare un governo uscito nettamente vincitore dalle libere elezioni di novembre. Non hanno agito perché timorosi di perdere il malloppo conquistato nella precedente dittatura, mettendo le mani sulle miniere e su aziende di ogni tipo. Hanno agito invece per “tutelare la legalità”, come ha dichiarato U Thein Soe, presidente nominato dalla giunta militare al vertice della Commissione elettorale: la Commissione potrebbe perfino sciogliere la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di San Suu Kyi, che ha trionfato alle ultime elezioni.

I militari birmani, secondo l’auto-narrazione, sarebbero i giustizieri che vegliano sulla democrazia nel Paese, colpendo solo chi gioca sporco. Non sono certo gli unici dittatori che dichiarano di agire per il bene e la tutela di una democrazia a rischio. Ciò dimostra come i regimi sappiano che l’idea di democrazia è più forte di loro: nessuno può o vuole più qualificarsi come dittatore. Al limite si presentano come “uomini della provvidenza”, che permetteranno al popolo di godere appieno della democrazia una volta superata una qualsiasi emergenza, vera o presunta. Ovviamente ci sono sfumature che contraddistinguono le specifiche situazioni. Le tipologie di regime sono infatti innumerevoli. Si va da quelli che creano una “bolla” nella quale gli ignari cittadini si ritrovano chiusi, come in Corea del Nord, a quelli che avvelenano oppositori e uccidono giornalisti, ma inscenano processi elettorali apparentemente “puliti”, come in Russia, fino all’uso delle tecnologie più evolute per il controllo dei cittadini, dai filtri web al riconoscimento facciale, magari alternate al classico “pugno duro”, come accade in Cina. Nessuno di questi governi si considera un regime, ma si presenta come portatore di un certo tipo particolare di democrazia.

Quando un autocrate come il presidente bielorusso Aljaksandr Lukašėnka arriva a ordinare di dirottare un volo di linea di una compagnia occidentale per arrestare un suo oppositore, e ci riesce, siamo di fronte a un segnale chiaro: la pandemia ha molto accelerato il processo di involuzione della democrazia a livello globale. Il totalitarismo nelle sue cinquanta sfumature avanza ovunque, dal Myanmar al Mali, dalla Bielorussia al Nicaragua, dalla Turchia all’Ungheria. La risposta prodotta dallo sparuto gruppo di Paesi dove vige una democrazia compiuta è di solo ripudio verbale, e poco più. Anche perché i regimi hanno studiato a lungo i punti deboli dei loro avversari, e uno dei più evidenti è il terrore suscitato dall’arrivo di flussi migratori. Molti Paesi guidati da autocrazie o regimi hanno “fatto scorta” di profughi e migranti e ora li sfruttano per negoziare aiuti e omertà. Libia, Marocco, Turchia usano come una clava i profughi che dai loro territori vorrebbero entrare in Europa. Così possono continuare a raccontarsi non solo come Paesi democratici, ma addirittura come alleati dei Paesi di più antica democrazia, che li onorano dei loro aiuti.

Sono brutti tempi questi, perché il distinguo tra libertà e oppressione diviene sempre più sfumato. E, soprattutto, perché l’interdipendenza è una regola della globalizzazione che ormai prescinde dal tipo di governo alla guida dei singoli Stati. Democrazie e dittature sono reciprocamente utili, e anzi non possono fare a meno le une delle altri, e questo, alla lunga, favorisce chi è più forte. 

L’America Latina, che di solito anticipa ciò che succederà in altre regioni del pianeta, sta vivendo un veloce processo di rigenerazione a sinistra accelerato dall’emergenza sanitaria. Quel momento felice per i progressismi che erano stati gli anni 2000, con l’ondata dei presidenti bolivariani alla Chávez e alla Morales, i grandi progetti di unità politica e commerciale, il ripensamento delle relazioni internazionali, come ben sappiamo si era trasformato in una lunga fase di riflusso, per la verità ancora non finita. Basti pensare ai presidenti che ripropongono le solite ricette già fallite in passato, dall’ortodossia fondomonetarista di Lenín Moreno in Ecuador, che a giorni cederà la guida dell’Ecuador al “privatizzatore” Guillermo Lasso, all’eredità lasciata in Argentina da Mauricio Macri, indebitatosi con il FMI letteralmente come se non ci fosse un domani.

Nel frattempo, però, altri processi sono cresciuti dal basso, si sono forgiati nelle lotte contro le mega-minerie, l’agricoltura geneticamente modificata, la povertà, la violenza di genere. A un certo punto quei movimenti, espressione di una sinistra nuova, per quanto generica, spesso in conflitto con quella tradizionale, hanno cominciato a giocare sul serio. Alle recenti presidenziali in Ecuador sono stati vicinissimi ad andare al ballottaggio, in Cile hanno imposto l’elezione della Costituente, che hanno praticamente vinto, e si sono portati a casa importanti comuni come quello di Santiago. In Colombia la nuova sinistra si sta rinsaldando ora, nella lotta contro la riforma fiscale del governo Duque. In Perù, scegliendo di sostenere al ballottaggio contro Keiko Fujimori il candidato veteromarxista Castillo, sono riusciti a fargli accogliere molte delle loro istanze in materia di diritti. In altri Paesi la situazione è ancora bloccata tra un progressismo accusato di autoritarismo, come in Venezuela, oppure di corruzione e populismo, come in Argentina. Ma i semi, pur contraddittori, di una nuova stagione stanno germogliando dappertutto.

Papa Francesco è innegabilmente un punto di riferimento per questa galassia, ma soltanto per la parte che riguarda il lavoro, la società, la terra. È invece un antagonista sul terreno dei diritti individuali, soprattutto quelli di genere e l’aborto. Questo dato ci conferma la novità di quanto sta succedendo. I nuovi movimenti prendono le distanze dalla sinistra storica perché troppo propensa al compromesso, ma ne condividono la storica missione redistributiva; prendono le distanze dalla Chiesa sui diritti individuali ma ne condividono la visione sociale. Si tratta di forze che si collocano in un campo progressista ma senza ideologie, se non come sommatoria “fluida” delle varie culture politiche dei componenti.

L’emergere di questi nuovi movimenti sta dando vita a una fase di transizione, nella quale può capitare – come in Cile nel 2017 e in Ecuador nel 2021 – che vinca un presidente di destra con un seguito minoritario rispetto alla somma dei candidati progressisti. Il non accettare mediazioni al ribasso appare infatti una caratteristica propulsiva dei nuovi movimenti politici, disposti a consegnare il Paese alle destre, per poi organizzare l’opposizione di piazza e rinforzarsi alla base. Questa è la maggiore contraddizione ma ciò che sta accadendo ricorda i tempi lontanissimi in cui socialisti e comunisti arrivavano a governare partendo dalle lotte di contadini e operai. La differenza è che oggi si comincia dalle lotte per il diritto a una casa decente per chi vive nelle baraccopoli, per la legalizzazione dell’aborto o contro i disastri ambientali prodotti dall’estrazione mineraria. Sono le nuove frontiere della sofferenza ignorate dalla sinistra istituzionale, e che ora stanno trovando rappresentanza politica. A differenza di quanto accade in Europa, in America Latina il malcontento sociale prima o poi si incanala a sinistra. Sta succedendo anche questa volta. 

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La musica di Bob Marley, scomparso 40 anni fa, ha dato notorietà a una storia che rasenta l’incredibile e che si è svolta tra gli Stati Uniti, la Giamaica e l’Etiopia. Il personaggio da cui bisogna partire per comprendere le parole di Marley è Marcus Mosiah Garvey, sindacalista nato in Giamaica nel 1887 ma vissuto a lungo negli Stati Uniti, dove si trasferì durante la Prima guerra mondiale. Pochi anni prima aveva cominciato a occuparsi delle condizioni di lavoro e di vita degli afroamericani in Giamaica, fondando la Universal Negro Improvement Association, e continuò a farlo nella sua seconda patria. Garvey aveva in mente un grande e originale disegno, quello di riportare in Africa i discendenti degli schiavi, convinto che non avrebbero mai potuto riconquistare la libertà in quella terra di esilio forzato.

Garvey predicava anche una profezia contenuta nella Bibbia amarica che prefigurava l’incoronazione di un imperatore nero in Africa, destinato a estirpare il male e scacciare i dominatori.  Quell’imperatore, nella visione di Garvey, si insediò sul trono dell’Etiopia nel 1930: era Ras Tafari Maconnèn, meglio noto con il nome di Hailé Selassié I, secondo la tradizione discendente da re Salomone e dalla regina di Saba. L’incarnazione della profezia divenne il punto di riferimento di una nuova religione nazionalista, il rastafarianesimo. Garvey riuscì a formare un governo africano in esilio a Harlem e a fondare una compagnia di navigazione, la Black Star Line, per rimpatriare afroamericani in Africa. Qualche decennio dopo, alcuni rasta che vivevano in comunità in Giamaica si trasferirono davvero in Etiopia per vivere nella terra del Leone di Giuda. Hailé Selassié non poteva credere di poter contare su persone che lo consideravano una divinità, arrivate da un’isola distante migliaia di chilometri. 

Questa storia si intreccia con quella di un genere musicale, il reggae, evoluzione dello ska che divenne il veicolo per la diffusione planetaria del rastafarianesimo: soprattutto grazie proprio a Bob Marley, nato in uno slum giamaicano nel 1945, esponente di spicco di un movimento musicale che con lui divenne universale. In Marley non ci sono solo i temi religiosi legati al rastafarianesimo, a partire dalla preghiera a Jah (Geova) e dall’appello ad abbandonare Babilonia-Giamaica per andare in Africa. In Marley c’è tutto Garvey. C’è una religiosità che va aiutata fumando quotidianamente ganja, la marijuana giamaicana.  E ci sono anche la protesta sociale e la voglia di riscossa. Marley è un musicista che ha reso universale la Giamaica per le sue capacità artistiche straordinarie e che ha raccontato una storia che ha radici profonde nel passato del suo Paese, dove le comunità di maroons, schiavi fuggiti dalle piantagioni, costruirono villaggi indipendenti nel cuore delle Blue Mountains, ma anche la storia di Marcus Garvey, oggi dichiarato eroe nazionale, il sindacalista che voleva risolvere la discriminazione alle radici rimpatriando i neri in Africa. E infine l’incredibile collegamento con il Negus etiopico, simbolo di riscossa per i discendenti degli schiavi nei Caraibi.

È una storia che non sembra vera, eppure è soltanto una delle tante storie incredibili che si incontrano nella storia americana. Tutto alla fine si concentra in un solo nome, Robert Nesta Marley detto Bob, morto di cancro a Miami l’11 maggio 1981 e rimasto nella galleria dei musicisti immortali. In soli 36 anni di vita aveva rivoluzionato la scena musicale mondiale, fatto conoscere una religione, diffuso le idee di Garvey e denunciato la povertà e la violenza degli slum giamaicani. Un fuoriclasse che non è mai scomparso da questo mondo, perché la sua musica è frutto della storia, denuncia della schiavitù e speranza di cambiamento: in altre parole, musica classica del ’900.