Senza nemmeno accorgerci, il calendario delle festività del mondo sta cambiando. Perdono di significato le feste di tradizione religiosa o patriottiche, mentre vanno per la maggiore feste posticce o addirittura eventi globali basati solo sul consumo.

Feste posticce perché hanno perso il senso originale, come l’odierna Halloween del dolcetto o scherzetto, che con il giorno dei morti dei celti poco c’entra. Ma è proprio il Natale quello che anno dopo anno diventa più irriconoscibile. Il Natale, nel senso religioso e familiare della ricorrenza, è una festa di preghiera, di speranza e di condivisione: in questi termini coinvolgeva però solo i cristiani, e cioè una minoranza dell’umanità. Invece la moderna festa del Natale, da quando è diretta dal Babbo Natale scandinavo, coinvolge miliardi di persone in più. Il Natale della bontà e del dono, e soprattutto di quest’ultimo, è quindi il migliore volano per le vendite di fine anno. Arriviamo infine al Natale globale dei buoni sentimenti per la gioia dei fabbricanti di gadget (e di cibi pregiati). Una festa che non discrimina per appartenenza etnica o religiosa, ma solo per possibilità economica. Una festa laica che va bene in Italia e Germania, ma anche in India, Cina o Nigeria. Una festa non più comandata dal vescovo, ma dai media.

Il nuovo calendario delle festività scritto dalle multinazionali dello shopping si arricchisce ogni anno. San Valentino, da patrono degli innamorati e degli epilettici è diventato occasione per vendite di cioccolatini, fiori e biancheria, il tutto rigorosamente in colore rosso. Per poi arrivare all’ultima trovata, il cosiddetto Black Friday. La più grande operazione saldi mai organizzata nella storia umana derivata dal giorno dell’inizio dei saldi natalizi, successivo al giorno del ringraziamento, negli Stati Uniti. Già il Thanksgiving Day, che se ancora non celebriamo in tutto il mondo è solo perché gli allevamenti non sono in grado di fornire tacchini a qualche miliardo di persone.

Il calendario degli eventi della globalizzazione crea l’illusione di un mondo sempre più uguale, nei gusti e nei consumi, un mondo in realtà forgiato dalle multinazionali che offrono gli stessi prodotti ovunque, fabbricandoli dove è più conveniente e pagando le tasse dove praticamente non esistono. Sotto tanta allegria di cartapesta si celano però conflitti sindacali, sprechi di ogni natura, danni all’ambiente, concorrenza sleale con i commercianti dei paesi che, come in Italia, sono obbligati a rispettare il calendario dei saldi imposto dallo Stato e non dal mercato.

Le nuove feste globali sono feste antiche, per quanto stravolte, e insieme del futuro, che oggi vedono ancora una prevalenza di eventi derivati dalla tradizione occidentale, ma che domani potrebbero diventare di ispirazione orientale, come il capodanno cinese che possiamo scommettere sarà presto evento globale. Questo perché le nostre ricorrenze non hanno più radici, non hanno più carattere familiare o comunitario.

La festa globale, e soprattutto gli eventi tipo questo Venerdì Nero, è l’orgia del consumo che gonfia i bilanci delle grandi imprese. L’equazione “siamo più uguali, compriamo lo stesso, festeggiamo allo stesso modo” come sinonimo di un mondo aperto e più libero scricchiola pericolosamente, ma per ora è un grande affare per pochi.

Buoni acquisti!.

 

Alfredo Somoza

 

Shoppers reach for television sets as they compete to purchase retail items on Black Friday at a store in Sao Paulo, Brazil, November 24, 2016. REUTERS/Nacho Doce

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Nel 1988 il Cile di Pinochet si rimetteva per la prima volta al giudizio democratico. La dittatura intendeva legittimarsi e sancire la sua continuità con un referendum popolare ma, contrariamente ai piani, il popolo respinse la proposta con il 56% dei voti. Un risultato incredibile per uno dei Paesi-simbolo della lunga notte della Guerra Fredda, che fu possibile perché, chiudendo con le vecchie divisioni, le principali forze politiche – socialisti, socialdemocratici, radicali e democristiani – avevano dato vita alla Concertación: una coalizione di centrosinistra che avrebbe vinto le prime elezioni democratiche, nel 1989, per governare ininterrottamente per vent’anni.

Nel 2010 l’imprenditore di centrodestra Sebastián Piñera riuscì a diventare presidente per un mandato. Poi si tornò alla collaudata formula del centrosinistra, questa volta allargato ai comunisti. In questi lunghi anni la Concertación ha garantito stabilità istituzionale a un Paese radicalmente cambiato dopo la dittatura di Pinochet. Senza produrre strappi ha saputo limare le asprezze di una società privatizzata, garantendo un allargamento del welfare. Ma l’ha fatto molto timidamente, e senza mai mettere in discussione i “fondamentali pinochetisti” in materia lavorativa, previdenziale, educativa.

Paradossalmente il Cile è il Paese con la fascia di povertà estrema più bassa del Sudamerica, insieme all’Uruguay, ma la sua società resta fortemente divisa in classi separate da barriere inamovibili, e segnata al suo interno da una profonda frattura storica mai risolta, la questione della minoranza indigena mapuche. Anche le alleanze internazionali non sono cambiate rispetto ai tempi del regime. Il Cile è il Paese che ha sottoscritto il maggior numero di accordi bilaterali di libero scambio di tutto il continente; è diventato membro associato del Mercosur, il mercato comune dell’America Meridionale, ma mantiene rapporti saldissimi con gli Stati Uniti, l’Unione Europea e le principali potenze asiatiche.

Domenica prossima si voterà per il nuovo presidente della Repubblica e, per la prima volta, l’intero panorama dell’offerta politica cilena risulta frammentato. Oltre al candidato di socialisti e comunisti, il giornalista Alejandro Gullier, si presentano da soli Carolina Goić, della Democrazia Cristiana, la giornalista Beatriz Sánchez, sostenuta da un fronte libertario e ambientalista, e Marco Enríquez-Ominami, ex socialista che ha fondato il Partito Progressista. A destra, oltre all’ex presidente Piñera si candida José Kast, fuoriuscito dalla storica formazione pinochetista dell’UDI. I sondaggi sono spietati per il centrosinistra diviso. Al primo turno Piñera potrebbe ottenere tra il 40 e il 45% dei voti, non sufficienti per vincere al primo colpo, ma quanto basta per ipotecare il ballottaggio. Le spaccature nel campo della sinistra risalgono agli ultimi anni di governo della socialista Michelle Bachelet, che da un lato è stata sfiorata da diversi scandali legati alla corruzione e dall’altro non è riuscita a portare a termine alcune riforme che quattro anni aveva promesso, e che l’avevano proiettata verso la vittoria: come quella dell’università, che avrebbe dovuto porre fine all’approccio elitario introdotto dalla dittatura.

Al di là dei risultati, si può però concludere che, dopo 28 anni dalla transizione democratica, il Cile sta finalmente voltando pagina. Il fronte democratico, utile per tenere lontani dal governo gli eredi politici del dittatore, si è sfaldato. Come in quasi tutto il mondo, gli elettori ora stanno valutando programmi e persone: il voto utile, o il voto per il male minore, domenica andrà definitivamente in soffitta. La destra cilena si presenterà con il suo campione convinta di vincere, e i numeri per ora la confortano; la sinistra si presenta invece frammentata e litigiosa, con candidati che hanno opinioni contrastanti sul cammino percorso finora e sull’idea di Paese che vorrebbero. Molto normale, molto attuale.

I chiaroscuri delle elezioni di domenica sono tutti qui: da un lato finalmente la libertà di votare secondo coscienza, dall’altro la maggiore preparazione delle forze conservatrici, che hanno saputo rinnovarsi tirando fuori dal cilindro imprenditori bravi dal punto di vista mediatico, capaci di veicolare le idee di sempre in modo brillante e moderno. Inoltre queste elezioni sanciranno ulteriormente il cambiamento degli umori dei sudamericani, che dopo quanto accaduto in Paraguay, Argentina e Brasile stanno virando a destra anche in Cile. O meglio, chiariranno che sempre di più la pluralità litigiosa viene penalizzata. Una lezione che le destre di tutto il mondo hanno capito, mentre le sinistre continuano a ignorare. Sia pure con onorevoli eccezioni.

 

Alfredo Somoza per #Esteri @RadioPopolare

 

315 euro contro 500. Questo il differenziale tra il prezzo internazionale di una tonnellata di zucchero raffinato e il costo della stessa quantità di zucchero prodotto in Europa. Da anni, come cittadini europei potremmo pagare lo zucchero la metà, se lo zucchero comprato all’estero riuscisse ad arrivare senza problemi fino ai consumatori. Invece i nostri produttori hanno potuto continuare a restare sul mercato perché l’importazione di zucchero extracomunitario è stata gravata di dazi che hanno portato il suo prezzo ai livelli di quello dello zucchero prodotto nell’UE.

Questa forma di protezionismo, molto diffusa nel comparto agricolo e agroalimentare anche in Stati Uniti, Canada e Giappone, teoricamente si colloca al di fuori delle regole stabilite dal WTO. In realtà, per ciò che riguarda il comparto agricolo, l’Organizzazione Mondiale del Commercio è impantanata in un round negoziale che si trascina da oltre dieci anni e pare destinato a non approdare a nulla.

La Commissione europea ha comunque scelto di mantenere gli impegni presi e di ridurre gradualmente le sovvenzioni agricole. E dal 1° ottobre lo zucchero europeo non sarà più tutelato. Si tratta di un’operazione complessa perché i bieticoltori (lo zucchero europeo si ricava dalla barbabietola e non dalla canna) hanno ora libertà non solo di produrre ma anche di esportare senza più dover rispettare quote prestabilite. Questa maggiore libertà ha portato all’aumento delle semine e ha colpito al ribasso le quotazioni internazionali della materia prima, in attesa dell’ingresso dello zucchero europeo sul mercato mondiale.

L’estate particolarmente calda fa prevedere una produzione record, attorno ai 20 milioni di tonnellate. I produttori europei potranno dunque disporre di grandi quantitativi di zucchero per provare a tornare sui mercati del Nordafrica e del Medio Oriente, abbandonati da oltre 10 anni. Rimane però il problema del maggior costo di produzione europeo. Alcuni analisti pensano che lentamente si allineerà con quello internazionale, ma per ora è solo una supposizione. Di certo, almeno in un primo momento, l’exploit delle esportazioni europee non farà crescere il prezzo internazionale dello zucchero: tendenzialmente l’aumento dell’offerta, cioè della quantità disponibile sul mercato, porta a una perdita di valore del prodotto.

Sul tema della concorrenza agricola tra l’Europa (e gli altri Paesi industrializzati) da un lato, e il resto del mondo dall’altro, si gioca anche la possibilità di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni rurali del Sud del pianeta. In una logica di governance globale, il punto oggi non è tanto come ridurre progressivamente le barriere per l’import dei prodotti. Piuttosto, si tratta di trovare un modo per mettere veramente in condizioni di parità gli agricoltori dei diversi Paesi: oggi solo quelli del Nord del mondo sono fortemente sostenuti da politiche protezionistiche.

Continuare a finanziare con denaro pubblico la produzione di pomodori nei Paesi Bassi o di zucchero in Francia vuol dire togliere agli Stati della sponda sud del Mediterraneo l’opportunità di sviluppare imprese agricole e creare posti di lavoro. Si dice di voler “aiutare a casa loro” le persone che migrano verso l’Europa, ma non si mettono mai in discussione le dinamiche produttive che potrebbero davvero creare lavoro, molto più di qualsiasi intervento di cooperazione allo sviluppo.

L’agricoltura europea oggi è in bilico. Se davvero si andrà lentamente a porre fine al sistema di aiuti e sovvenzioni, solo una parte di essa riuscirà a sopravvivere, trovando il suo posto in un libero mercato globale: con il rischio che vaste zone oggi coltivate vengano abbandonate all’incuria o alla speculazione edilizia.

Occorre ripensare il ruolo dell’agricoltura nella nostra società, che significa anche ripensare il modello di consumo. L’orticoltura, l’agricoltura di vicinanza, il biologico sono settori importanti anche perché contribuiscono a rendere più sostenibile il nostro territorio. Invece sarebbe bene abbandonare progressivamente il mercato delle commodities, del grano, dello zucchero, della carne, anche per dare un’opportunità concreta a chi, altrove, dipende ancora fortemente dalla terra. Non si può pretendere di avere sempre tutto, e poi lamentarsi delle conseguenze.

 

Alfredo Somoza per #Esteri Radio Popolare

 

TO GO WITH AFP STORY BY EMMANUELLE MICHEL
A photo taken on December 3, 2014 shows sugar cubes at the Crystal Union Group refinery in Bazancourt, near the eastern city of Reims. The refinery, one of the largest in France, works night and day since the begining of the beet harvest. The plant transforms 22,000 tons of beets into 1,600 tons of sugar a day. AFP PHOTO / FRANCOIS NASCIMBENI (Photo credit should read FRANCOIS NASCIMBENI/AFP/Getty Images)

 

 

In Catalunya si sono confermati i pronostici più negativi. Come sempre, gli opposti nazionalismi quando si scontrano generano fratture che facilmente possono sfociare in violenza. Il nazionalismo “ispanico” di Mariano Rajoy e del suo partito, erede politico del franchismo, supportato da Re Felipe che ha rinunciato a fare l’arbitro, e il nazionalismo della piccola patria catalana, antico di secoli, che si materializza di nuovo in un contesto totalmente mutato rispetto al 1600. Quale futuro per un paese di 6,5 milioni di abitanti che all’improvviso si trova fuori dall’Europa, fuori dall’euro, fuori dall’ONU, non è riconosciuto da nessuno e si deve fare carico della sua parte del debito nazionale? Nessuno, è pura follia se l’indipendenza avviene senza una negoziazione, come nel caso della Cecoslovacchia, o senza una guerra, come per l’ex Jugoslavia. L’ingenuità dei politici nazionalisti catalani, minoritari in Catalunya, ma maggioritari nel parlamento locale per via della legge elettorale, fa il paio con la pochezza politica di Rajoy, che disconosce la parola “dialogo” e si comporta come se in Spagna ancora fosse in vigore il franchismo. Usando la Costituzione come una clava da brandire contro la regione che maggiormente ha contribuito alla modernizzazione della Spagna dal punto di vista economico, artistico e culturale. Una regione punita dallo statuto di Autonomia, che doveva essere migliorato negli anni 2000, in base agli accordi con i socialisti di Zapatero e che proprio grazie ai ricorsi presentati dai Popolari al Supremo spagnolo, è rimasta ridotta, e di molto se confrontata con quella ottenuta dei Paesi Baschi.  Ora il dado è tratto, o almeno così appare. La Catalunya è stata commissariata e i suoi leader politici rischiano i carcere. La  “commissario di Governo”, Soraya Saenz (Vice Presidente del Consiglio) si insedierà a Barcellona alla testa delle “forze di occupazione”, perché così saranno percepite da metà dei catalani, mandate da Madrid. Una situazione insostenibile che rischia di fare crescere ancora il blocco nazionalista. Alle elezioni annunciate il prossimo 21 dicembre queste forze politiche unite solo dall’indipendentismo e lontane anni luce per cultura politica, potrebbero guadagnare una larga maggioranza e dichiarare l’indipendenza di nuovo. Una situazione insostenibile. Per questo in Spagna è tempo di mediazione e di generosità. Mediazione tra le parti e generosità da parte di Madrid per trovare una soluzione che permetta ai catalani di potere dire che è valso la pena perché anche senza diventare indipendente sono diventati a tutti gli effetti una regione autonoma. Senza questa lucidità gli scenari sono tutti negativi, da quello più “leggero” del un continuo stillicidio tra nazionalisti e fedeli a Madrid in termini pacifici fino a una guerra civile, cosa che la Spagna e la Catalunya hanno già vissuto nel ‘900.

Non c’è spazio per una nuova nazione che vuole nascere per volontà unilaterale e non c’è spazio per un paese che occupa militarmente una sua regione e la governa con commissari. Se l’Europa servisse ancora a qualcosa, candidarsi, con il dovuto rispetto del ruolo di entrambi i contendenti, a luogo di mediazione sarebbe la sua priorità. Ma il piccolo cabotaggio di politici come Claude Junker, compagno di partito di Rajoy, allontana ancora di più l’Europa dalla gente. Nella crisi spagnola entrambe le parti sono fortemente europeiste, e forse ancora di più la Catalogna. Questo è il terreno comune sul quale giocare, accompagnando un popolo importante per storia e peso a ritrovare l’armonia necessaria per evitare tragedie. Dialogando, sempre.

 

Domenica si vota in Argentina per le legislative di medio termine. Sono infatti ormai passati due anni dalla vittoria del leader del centrodestra, l’imprenditore Mauricio Macri, che era riuscito a battere al secondo turno il candidato peronista Daniel Scioli. Due anni intensi e relativamente senza grandi scossoni, nel senso che il governo ha dovuto dosare spesso in misura omeopatica il suo programma liberista, in quanto non ha una maggioranza propria in Parlamento.

Le modeste riforme che Macri è riuscito a varare sono passate grazie alle abilità di gestione dell’aula degli alleati radicali e soprattutto grazie alle divisioni sempre più marcate all’interno del peronismo, che resta la forza più importante del Paese ma è diviso in tre tronconi. La grande sconfitta del 2015, Cristina Kirchner, è imbrigliata da diversi processi penali, con accuse che vanno dall’arricchimento illecito alle connivenze con potenze straniere per insabbiare inchieste giudiziarie per atti di terrorismo. Le cause sono tuttora in corso e non sono arrivate a sentenza, diversamente da quelle intentate a diversi funzionari del suo governo, accusati di episodi gravissimi di corruzione. La Kirchner si è dunque molto indebolita, non è amata da tutti, eppure resta il leader più in vista della galassia peronista.

La candidatura al senato di Cristina Kirchner per la provincia di Buenos Aires, che potrebbe garantirle l’immunità per i suoi guai con la giustizia, deve fare i conti appunto con le divisioni interne. Infatti i sondaggi rilevano un testa a testa con l’anonimo candidato macrista Esteban Bullrich, spiegabile soltanto perché una parte consistente dell’elettorato peronista si rifiuta di votare per Cristina.

Sono questi gli elementi che al momento garantiscono a Macri una navigazione nemmeno tanto complicata. Ma la divisione dei nemici non basterà a garantirgli la rielezione tra due anni. Il suo governo ha finora affrontato alcuni temi con tempistiche discutibili, ad esempio la fine improvvisa delle sovvenzioni statali all’energia e ai trasporti che ha portato a forti aumenti dei prezzi. Sul versante dei diritti umani sta mal gestendo il caso di un militante della causa degli indigeni mapuche della Patagonia scomparso da fine agosto dopo uno scontro con la Gendarmeria nazionale. Tema che ha creato una forte mobilitazione nazionale e internazionale, ma che pare destinato a non incidere sul voto di domenica.

L’unica iniziativa di rilievo che l’amministrazione Macri è riuscita ad avviare è stato un grande piano di opere pubbliche, molto atteso in un Paese che scontava decenni di ritardi. Treni, strade, ponti, aeroporti si sono moltiplicati seguendo il modello già applicato nella città di Buenos Aires, precedentemente amministrata proprio dall’ingegnere Macri, che è il rampollo di una delle più potenti famiglie con interessi nell’edilizia. Gli investimenti in infrastrutture sono stati soprattutto a debito, un debito che è fortemente aumentato in questi due anni perché i capitali internazionali che avrebbero dovuto inondare l’Argentina post peronista non si sono visti.

Buenos Aires, dov’è iniziato il declino dei governi progressisti sudamericani, non è più da sola. Nel frattempo in Brasile è stato decapitato il governo di Dilma Rousseff con l’impeachment, e il Venezuela è precipitato in una crisi profonda. Molti sono i punti in comune tra queste esperienze e non sempre positivi, a partire dal poco controllo sul tema della corruzione.

Dalle elezioni in Argentina di domenica difficilmente uscirà un vincitore netto. Ma sicuramente Mauricio Macri potrà continuare nella sua modesta navigazione, mentre i suoi principali avversari rimangono impegnati a parare i colpi della giustizia.

 

Alfredo Somoza per #Esteri #RadioPopolare

 

Qualcosa di inquietante comincia a emergere dal blindato mondo dello shale statunitense, cioè delle compagnie petrolifere che sfruttano giacimenti di metano e di greggio con la tecnica detta “di fratturazione idraulica”. In pratica, si estraggono idrocarburi attraverso la frantumazione a grande profondità di scisti argillosi che ne contengono quantità significative. Oggi i giganti dello shale gas sono gli Stati Uniti, l’Argentina, l’Algeria, il Canada. Quelli dello shale oil sono sempre USA e Argentina, insieme a Russia e Australia.

Secondo gli esperti è negli Stati Uniti – dove questa industria estrattiva è nata e si è sviluppata – che si trovano le riserve più importanti: soprattutto attorno al gigantesco bacino di Permian, tra il Texas e il New Mexico, che nasconderebbe 60 miliardi di barili di greggio, pari alle riserve del più grande giacimento al mondo di petrolio tradizionale, quello di Ghawar in Arabia Saudita. Eppure è proprio negli States che da quattro mesi le previsioni dell’Agenzia governativa per l’energia, l’EIA, correggono al ribasso le stime sull’estrazione. Non senza polemiche, come quella avviata dal “re dello shale” Harold Hamm, consulente di Donald Trump, che ha accusato l’EIA di avere sovrastimato in passato le proprie previsioni del 100%. La correzione, per ora, parla di una minore produzione di circa 200.000 barili al mese di quel greggio che avrebbe dovuto rendere gli Stati Uniti non solo autosufficienti, ma addirittura esportatori.

Le discrepanze rispetto alle attese, e comunque l’oggettivo rallentamento nell’estrazione, pare siano dovute a questioni più pesanti rispetto a banali errori di calcolo compiuti in passato. La causa sarebbe piuttosto lo stress del Bacino, sottoposto a trivellazioni troppo ravvicinate. Un campanello d’allarme gigantesco, perché riporta subito al grande tema della stabilità geologica di quei terreni che in questi anni sono stati trasformati in una sorta di enorme forma di gruviera, con migliaia di trivellazioni in profondità che non solo hanno contaminato le falde acquifere e avvelenato i fiumi con i liquidi chimici utilizzati nel processo industriale, ma starebbero sostanzialmente rendendo il suolo complessivamente instabile.

La Pioneer Natural Resources, una delle principali società al mondo dello shale oil, in un suo recente report ha scritto di pozzi che stanno diventando difficili da gestire, lasciando intendere che potrebbe essersi verificato il cosiddetto “frac hit”, cioè il danneggiamento di pozzi adiacenti. Un fenomeno che è dovuto alla trivellazione intensiva in poco spazio e che in una prima fase provoca perdita di pressione. Sarebbe questo il risultato della febbre da shale degli anni scorsi, quando si è avuta una corsa senza precauzioni all’aumento dell’estrazione. Un’accelerazione scriteriata dovuta anche all’indebitamento crescente delle società coinvolte, che hanno subito grosse perdite per via del calo del prezzo del greggio derivato dalle politiche dell’OPEC. Con il petrolio a prezzi bassi, molte imprese del mondo shale non riuscivano nemmeno coprire i costi operativi.

Questa situazione, per ora tenuta relativamente riservata, potrebbe mettere in crisi i piani energetici dell’amministrazione Trump, che si basano sul rifiuto di ogni compromesso per contrastare il cambiamento climatico e sul raggiungimento dell’autonomia energetica attraverso i combustibili fossili. Gli Stati Uniti, e anche il Canada, rischiano di pagare prezzi altissimi alla diffusione di queste modalità invasive e distruttive di estrazione petrolifera, avviando vastissimi territori a un futuro da incubo, tra inquinamento, fragilità geologica e sismicità indotta in costante aumento.

Una delle frontiere che dovrebbero essere invalicabili è stata superata: quella che sacrifica la vita e la Terra, in senso lato, a un modello di consumo fuori controllo. Almeno si spera che l’esempio di ciò che sta accadendo nelle pianure statunitensi sia di monito per gli altri Paesi che hanno riserve di questo tipo, ma che sono ancora in tempo per ragionare sulla reale convenienza del loro sfruttamento.

 

Alfredo Somoza per #Esteri #RadioPopolare

 

L’estate 2017 sarà ricordata per le temperature sopra la media, per la persistente siccità in Europa e per i devastanti uragani nei Caraibi. Il cambiamento climatico colpisce pesantemente sia chi ne nega l’esistenza, visto che in Florida si trova la residenza più amata dal presidente statunitense Trump, sia chi continua a temporeggiare.

Ma il clima impazzito e l’immobilità della politica non sono che una parte del grande caos che caratterizza questi mesi. L’impunita dimostrazione di forza della Corea del Nord nei confronti dei cugini del Sud, del Giappone e degli Stati Uniti non ha precedenti. Uno solo è l’obiettivo del regime di Pyongyang: il riconoscimento con tutti i crismi del suo ruolo di potenza nucleare. Secondo gli esperti, sono almeno 60 gli ordigni in possesso dei nordcoreani, che tra l’altro sarebbero in grado di annientare mezza Corea del Sud col solo uso delle armi convenzionali.

Nel gioco a scacchi della politica internazionale Pechino, alleata di ferro della dinastia Kim, ha segnato una vittoria. Ormai la Cina è l’unico Paese in grado di rapportarsi con i nordcoreani, e questo suo ruolo di moderatrice – si fa per dire – l’ha molto rivalutata agli occhi di Donald Trump. Vale la pena ricordare che la Cina, almeno fino alla fine della campagna elettorale negli USA, era considerata solo un bersaglio da colpire duramente con dazi all’export, misure delle quali ormai non si parla più.

Un’altra importante notizia estiva riguarda i flussi di migranti nel Mediterraneo: ormai esauriti gli approdi di rifugiati in uscita dalla Siria, oggi ad attraversare il mare sono soprattutto migranti economici agevolati dal caos libico. Questa situazione ha messo a dura prova l’Unione Europea, già scossa dalla Brexit. È stato chiarito in tutti i modi che i Paesi dell’Est non intendono rispettare il piano di redistribuzione dei richiedenti asilo giunti in Grecia e in Italia, a conferma che il principio di solidarietà alla base del processo di integrazione europea è ormai solo retorica.

Dalla crisi greca alla crisi dei profughi il motto è “si salvi chi può”, e l’Unione si sta riducendo ad area di libero scambio commerciale. Senza ideali, senza volontà politica, senza spinte dal basso, l’UE si avvia verso un declino che a un certo punto non potrà che diventare crollo, con conseguenze pesanti soprattutto per i Paesi meno in grado di affrontare da soli il mondo globalizzato. Cioè quasi tutti gli Stati membri.

In un mondo senza leadership politiche credibili, con il suo viaggio in Colombia papa Francesco si è confermato voce autorevole per i latinoamericani. Il suo non era un viaggio facile: al momento il processo di pace è solo una firma sulla carta, mentre la società colombiana resta fortemente divisa. La scommessa di Bergoglio, il suo appello alla riconciliazione e al perdono non erano rivolti solo ai colombiani ma anche ai vicini venezuelani. Allo stesso modo, la richiesta di pentimento indirizzata ai sicari dei cartelli dei narcos non parlava solo ai colombiani ma anche ai messicani. Il rilancio della politica per risolvere i conflitti e la fiducia nel dialogo come strumento di pace, elementi costanti nei discorsi del Papa, sono merce rara e, anche se la politica non lo capisce, sanno toccare in profondità il cuore delle persone.

L’estate 2017 verrà ricordata per queste e altre cose, ma soprattutto per la maledetta sensazione che il mondo si trovi a un bivio, in una fase di transizione: e, forse per la prima volta da molto tempo, la transizione non appare indirizzata verso una situazione migliore. La paura delle catastrofi naturali, la perdita delle sicurezze individuali e il timore di nuove guerre sono generalizzati. Dall’ottimismo della globalizzazione siamo passati al pessimismo della dissoluzione. Perché tutti sappiamo che, se il mondo regredisce a una giungla, l’unica legge valida è che vince sempre e solo il più forte.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare