Pochi popoli al mondo sono così fortemente identificati con un territorio come i Masai della Tanzania e del Kenya. L’immagine della savana primordiale, ricca di fauna esotica altrove sparita, non può prescindere nel nostro immaginario dai Masai, allevatori transumanti di bovini, che da tempi antichi vengono considerati i signori di quei grandi spazi. Le mandrie pascolano custodite dai ragazzi di quest’etnia che si è sviluppata senza conoscere i moderni confini tra Stati, ma da qualche decennio devono evitare soprattutto le aree protette. Questo perché il turismo nella savana, che una volta era praticato da pochi e ricchi occidentali, è cresciuto velocemente. Non si tratta più di cacciatori, anche se nelle riserve private si continua a sparare sugli animali, ma di turisti da safari fotografico. Ed è così che gli uomini di queste terre sono progressivamente diventati ingombranti, con le loro mandrie che nulla hanno di esotico, almeno per chi cerca il brivido dell’incontro con il leone.

Come denuncia il californiano Oakland Institute nel suo dossier Losing the Serengeti, i Masai dalla Tanzania stanno perdendo progressivamente il possesso dei loro territori a causa dell’espansione delle aree protette e delle riserve private destinate ai turisti. Nel Paese africano è dunque tornata di moda una concezione del protezionismo molto vecchia, che si considerava superata: la natura va conservata allontanando gli abitanti ancestrali del territorio. Questo approccio un tempo era figlio di erronee interpretazioni dell’interazione tra i popoli indigeni e l’ambiente, mentre oggi deriva biecamente da interessi commerciali. Come in passato nelle Filippine e in Indonesia, dove interi popoli sono stati espulsi dalle loro terre per dare il via a progetti di ecoturismo, queste operazioni avvengono spesso in modo violento. Nel dossier si denuncia ad esempio la distruzione nel 2017 di 180 boma, le case tradizionali masai, a Loliondo, un villaggio tanzaniano quasi al confine con il Kenya.

Per fare posto a nuove strutture per turisti, migliaia di pastori sono stati espulsi con gravi danni per il loro bestiame. Ed è nato così l’ennesimo conflitto per la terra, in zone dove non esistevano titoli di proprietà né demarcazioni. Ora però, all’improvviso, vengono rilasciati permessi per l’insediamento di società specializzate nei safari, come la statunitense Tanzania Conservation Limited, che gestisce una riserva di 5100 ettari e la Ortello Business Corporation degli Emirati Arabi Uniti che controlla circa 150.000 ettari.

Nei difficili rapporti tra minoranze etniche e Stati nazionali si trovano condensate tutte le tipologie di conflitti esistenti al mondo. Conflitti ambientali provocati dall’industria mineraria e del legname, conflitti per l’acqua, veri e propri tentativi di etnocidio. È una situazione denunciata puntualmente dall’ong Survival International, che documenta costanti aggressioni contro popoli raramente in grado di opporre resistenza. In nome del turismo e dello sviluppo economico si stanno ora compiendo nuovi soprusi: dai boscimani del Kalahari in Botswana, ricacciati sempre più dentro il deserto per non disturbare l’industria turistica, agli indios dell’Amazzonia sfruttati dai tour operator come comparse mal retribuite nei viaggi di cosiddetto etno-turismo. La posta in gioco non è soltanto la terra, come in Tanzania, ma più spesso è la cultura locale, spacciata come “autentica” ma che deve essere recitata, e che finisce con il perdere vitalità, come qualcosa di fossilizzato nel tempo.

Il turista amante di questi “incontri” con gli indigeni fa finta di credere (o a volte crede veramente) che le persone che incontra vivano ancora seminude, che danzino tutti i giorni, che celebrino feste ogniqualvolta il pullman si ferma fuori dal villaggio. Grazie alla globalizzazione, gli zoo umani che si allestivano in Europa tra l’800 e il ’900 ora si possono visitare direttamente in loco. E questo ha peggiorato la situazione, perché a pagarne le conseguenze non sono solo i pochi individui strappati al loro mondo per essere esposti come animali a Parigi o a Bruxelles, ma interi popoli. Che insieme alla dignità rischiano di perdere la terra e di diventare profughi, resi tali non da guerre o carestie ma dai viaggiatori che, volendo incontrare culture esotiche, contribuiscono invece a una nuova e gigantesca violazione dei diritti dei popoli.

 

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A 200 anni dalla sua nascita, nessuno può negare l’importanza che Karl Marx ha avuto nella storia del pensiero politico. A differenza dei socialisti utopisti suoi contemporanei, fin dall’inizio Marx fu un pragmatico, fortemente influenzato da Hegel e dal positivismo: si pose per primo il problema del potere e di come esso sarebbe stato raggiunto dalle classi subalterne della rivoluzione industriale, cioè dal proletariato. Una storia europea, quella di Marx, fortemente influenzata dalle correnti di pensiero razionaliste che declinavano il concetto di progresso come panacea per il superamento della miseria, ben presente anche nel cuore dei Paesi ricchi. La povertà alla quale Marx faceva riferimento non era la miseria profonda del mondo rurale bensì la realtà urbana del lavoratore-povero che, malgrado il suo inserimento nel ciclo produttivo industriale, continuava a rimanere povero: una situazione che, ai tempi di Marx, la mano invisibile del mercato, per usare la fortunata metafora dell’economista scozzese Adam Smith, non era riuscita a cancellare.

Da qui l’intuizione geniale del giovane filosofo: di fronte all’intesa tra i capitalisti per perpetuare il loro potere, bisognava immaginare una fratellanza tra i lavoratori per strappare una fetta maggiore del valore del lavoro, o meglio, per appropriarsi dei mezzi di produzione. Al netto delle successive interpretazioni delle sue idee, che in vita Marx non vide mai concretizzarsi, l’idea-forza del suo pensiero fu il concetto della necessità dell’organizzazione degli oppressi per rovesciare l’ordine delle cose: è l’idea che sta alla base della cooperazione, del sindacato, dei partiti progressisti, il vero motore della storia popolare tra il XIX e il XX secolo. Non a caso, in questa stagione della globalizzazione, diversa da quella studiata magistralmente da Marx solo per via degli attori in campo, una delle migliori armi del capitale è proprio quella di spezzettare il lavoro, di frammentare la rappresentanza, di rendere i lavoratori precari e non solidali tra loro. Questo perché, appunto, storicamente l’unione ha sempre fatto la forza.

Le profezie di Marx sui soggetti e sui contesti che sarebbero stati protagonisti della rivoluzione sono state più volte smentite. Non fu la classe operaia dei Paesi industrializzati a plasmare il suo pensiero in politica, ma quella dei miserrimi contadini russi e poi dei contadini cinesi. Paradossalmente erano società che lo stesso Marx aveva definito arretrate, sulla base della superiorità eurocentrica del pensiero positivista rispetto a qualsiasi cultura altra.

In realtà, pensare che Marx abbia influenzato solo i regimi sovietici o il comunismo cinese è sbagliato. Il marxismo ha influenzato anche l’azione e le idee della galassia socialista e socialdemocratica che ha modellato la storia recente europea. Le conquiste sociali, uniche al mondo, del Vecchio Continente sono tutte, in qualche modo, figlie del pensiero di Marx. La socialdemocrazia – che propone una società organizzata nella quale i più forti sostengono i più deboli attraverso la fiscalità, e nella quale lo Stato è al centro non solo per le istanze redistributive ma anche come garante collettivo delle dinamiche del mercato – ha interpretato il pensiero di Marx in modo forse più realistico di quanto fecero i programmatori dell’economia pianificata dell’Unione Sovietica.

E questo è il punto: Marx auspicava la rivoluzione e l’instaurazione della dittatura del proletariato, oppure le considerava eventi che si sarebbero verificati, come in effetti accadde in diversi Paesi? Forse questo oggi è un dibattito sterile. Restano il pensiero, la capacità analitica e le idee del primo critico della globalizzazione, che però in essa vedeva sia grandi ingiustizie sia grandi potenzialità. Soprattutto se i soggetti deboli si fossero uniti per lottare insieme. Un pensiero formulato nell’800 che resta di incredibile attualità.

 

C’è un collegamento fra la notizia, molto amplificata dalla stampa, della causa vinta da 25 ragazzi contro lo Stato colombiano che non protegge come dovrebbe l’Amazzonia e i dati inquietanti dell’AIE, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, sull’aumento delle emissioni di CO2 a livello globale. Notizie positive, come quella colombiana, servono a rassicurarci e a far dimenticare la realtà dei fatti. Che sono impietosi. Secondo l’AIE, nel 2017 le emissioni responsabili del cambiamento climatico sono tornate a crescere: +1,4%, dopo tre anni in cui erano rimaste stabili. L’aumento ha fatto raggiungere alle emissioni il record storico di 32,3 miliardi di tonnellate emesse in un anno. Si tratta per giunta di un dato parziale, perché l’AIE misura solo le emissioni generate dalla produzione di energia e non l’incremento di CO2 dovuto all’agricoltura, all’allevamento di bestiame e alla deforestazione.

I motivi di questa crescita sono riconducibili in buona parte alla ripresa dell’economia mondiale e all’aumento dei consumi in India e in Cina. Ma il principale indiziato rimane la nostra dipendenza, ancora strettissima, dall’energia fossile. L’anno scorso il consumo di carbone è tornato ad aumentare, mentre quello di petrolio ha raddoppiato il ritmo di crescita rispetto a 10 anni fa. Questo grazie al boom del fracking e alle maggiori possibilità di sfruttare il greggio offshore. Gli obiettivi di riduzione fissati alla Conferenza sul Clima di Parigi restano un ricordo sfuocato rispetto alla sete di energia che si manifesta non appena il ciclo economico si rimette in moto.

Il dato dell’aumento delle emissioni non è omogeneo. Gli Stati Uniti, grazie ancora ai provvedimenti della precedente amministrazione e all’uso massiccio di shale gas, segnano mezzo punto in meno rispetto al 2016. India e Cina sono cresciute del 2%, che significa molto in termini assoluti, pur rallentando rispetto agli anni precedenti. La sorpresa vera arriva dall’Europa, che dopo essere stata la prima della classe negli anni 2000, nel 2017 ha aumentato le sue emissioni dell’1,5%. Complessivamente un dato inquietante, che porta l’AIE a scrivere nel suo rapporto che gli sforzi per combattere il cambiamento climatico sono insufficienti. L’allarme è confermato dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale, agenzia dell’ONU che ha constatato come gli ultimi tre anni siano stati i più caldi nella storia, preannunciando che il 2018 seguirà questa tendenza.

La concentrazione di CO2 nell’atmosfera, 400 parti per milione, va oltre qualsiasi variazione naturale che si sia registrata negli ultimi 800.000 anni. L’agenzia meteorologica dell’ONU stima che la situazione resterà su questi livelli per generazioni a venire. E qui torniamo ai ragazzi colombiani che hanno denunciato con successo lo Stato per i danni inflitti all’Amazzonia, in quanto ha leso i loro diritti generazionali: le future generazioni, anche se dovessero lavorare insieme per ridurre le emissioni di CO2, pagheranno comunque le conseguenze dell’uso dissennato di combustibili fossili fatto dalle generazioni precedenti. E non c’è da riporre grandi speranze, almeno sul breve periodo, nella cosiddetta rivoluzione delle rinnovabili, che resta ancora marginale e non fa la differenza. Senza dubbio la direzione resta quella del ridimensionamento dei consumi e della moltiplicazione della capacità installata di rinnovabili, ma ancora a lungo sarà il petrolio ad accompagnarci, insieme al carbone. Costano relativamente poco e ce n’è a sufficienza per portarci dritti nell’apocalisse climatica.

Immaginare un futuro diverso, e fare di conseguenza gli investimenti necessari, è uno sforzo sistematicamente rimandato a tempi migliori. Per questo fa tanto rumore la notizia dei bravissimi ragazzi che hanno vinto la causa contro uno Stato in nome dei diritti delle prossime generazioni, e così poco si parla di quei dati che implacabilmente ci ricordano che le cose, per ora, non sono affatto cambiate.

 

 

Una delle certezze più salde nelle relazioni internazionali da oltre mezzo secolo era che nella Cuba post rivoluzionaria comandavano i Castro. Ora le cose cambieranno, anche se non del tutto, e cioè con il dimissionario Presidente Raul Castro che resterà a capo del Partito Comunista e controllerà ancora le forze armate, i due pilastri della Rivoluzione.

Cuba, una piccola isola caraibica, è stata un gigante politico per il peso che la Rivoluzione di Fidel e di Che Guevara del 1959 ebbe sull’America Latina e su tutto il mondo, ma anche per la sua vicinanza geografica al gigante statunitense. La Cuba dei fratelli Castro è stata la zanzara fastidiosa che punzecchiò l’impero dall’interno del suo cortile di casa. Il prezzo per questo protagonismo cubano è stato l’alleanza di ferro con l’Unione Sovietica che l’avvocato liberal-democratico Fidel Castro dovette accettare, ma alla cubana. Permettendo ad esempio che continuasse a funzionare regolarmente la Chiesa cattolica, la santeria afrocubana e la massoneria. L’ideologia del castrismo si è più ispirata alle idee del poeta-patriota José Martì che combatté contro gli spagnoli alla fine dell’800, che al marxismo-leninismo. Il vero collante della Rivoluzione non è mai stato infatti la dimensione ideologica, ma l’aspirazione all’indipendenza dal vicino del Nord. Le gesta di Fidel Castro misero a nudo le contraddizioni, percepite dalla grande massa dei latinoamericani, tra i grandi ideali e slanci della guerra anticoloniale dell’800 e le pesanti ingiustizie sociali e politiche nelle quali continuava a versare il continente non più assoggettati alla Spagna, ma sotto la pesante influenza degli Stati Uniti. Non fu però il marxismo-leninismo a rendere Fidel Castro e la sua rivoluzione il primo movimento politico globale della modernità che seppe sfruttare i media e la cultura per creare consenso, ma le istanze di giustizia sociale. Come disse Fidel Castro nella dichiarazione dell’Avana del 1960: “non offriamo agli uomini soltanto libertà ma anche pane, non offriamo agli uomini solo pane, ma anche libertà…Noi non siamo né di destra né di sinistra, né di centro. Noi vogliamo andare oltre rispetto a destra e sinistra”. Quale sia poi il concetto di libertà in un paese nel quale l’informazione e la politica sono monopolio dello Stato e di un partito unico è altro discorso. Un paese nel quale il dissenso politico, e a lungo anche l’omosessualità sono stati perseguitati duramente.

I Castro sono stati implacabili nel gestire il potere impedendo l’emergere di altre figure che potessero fare ombra soprattutto a Fidel, ma anche a Raul che ha ricevuto l’investitura come presidente dal fratello nel 2006. Una transizione indolore in una situazione di tensione perché Cuba, anche grazie all’embargo e ai madornali errori politici di Washington, si è sempre considerato, a torto o a ragione, un paese in guerra. La transizione complessa e travagliata condotta da Raul Castro aveva ottenuto con Obama, e grazie anche alla mediazione di Papa Francesco, praticamente la fine dell’embargo e il beneplacito di Washington al suo modello di stampo cinese che Fidel non amava tanto. Ma con Donald Trump alla Casa Bianca le carte si sono rimescolate ancora e tutto si è fermato.

Alcuni successi certi invece di quest’ultimo periodo della fase castrista sono stati nel 2004 la creazione dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe) insieme a Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua e altri Stati dei Caraibi: un’alleanza che ha garantito a Cuba il rifornimento di greggio venezuelano a prezzo politico in cambio di assistenza militare, sanitaria e scolastica, uno scambio che nessun altro produttore avrebbe mai accettato. Nel 2010 si è avverato invece il sogno cubano di creare una comunità dei Paesi americani alternativa all’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) con sede a Washington, e che nel 1962 aveva espulso l’isola caraibica per la sua adesione al blocco sovietico. Altro merito di Raul è stato il consolidamento dei rapporti con la Cina, oltre al mantenimento di quelli privilegiati con la Russia. Entrambe i paesi difendono le cause cubane in ambito internazionale e sono forti investitori nell’economia dell’isola.

La Cuba che ora lascia, anche se a metà, Raul è un paese colto e istruito, con buoni medici e insegnanti, con incredibili artisti e musicisti, con una grande sete di apertura e di rinnovamento. E’ anche un paese sospeso nel vuoto, con un grande passato ma con un futuro incerto. A Cuba stiamo assistendo a uno spettacolo raro: il passaggio di poteri da una famiglia che li deteneva da oltre mezzo secolo a una nuova generazione di politici senza strappi né drammi. Altro indicatore dell’eccezionalità cubana che però non può spiegare da sola la complessità della politica, e l’importanza, di quella piccola isola caraibica.

La Cuba della Revolución probabilmente finisce qui, il sogno dei fratelli Castro e dei barbudos viene consegnato alla storia come una pagina imprescindibile del ‘900

 

Quando si parla di violenza urbana si parla soprattutto di America Latina. Nella lista delle prime 50 città più pericolose al mondo, 43 appartengono al subcontinente americano. Se si aggiungono le 4 città degli Stati Uniti, la quota americana sale al 94%. La misurazione dell’indice di pericolosità si basa sul tasso di omicidi ogni 100.000 abitanti. Il primato lo detiene Los Cabos, nello Stato messicano della Bassa California del Sud, dove la guerra tra i narcos costa 111,3 morti ogni 100.000 abitanti. Segue Caracas, capitale del Venezuela, con 111,2 omicidi, che detiene il primato per il numero totale di assassinati all’anno: 3387. I due Paesi con il maggior numero di città in questa classifica sono il Messico, con 5 città, e il Brasile, ben 17.

Questi numeri dovrebbero stimolare un dibattito serio sulla caratteristiche dei conflitti contemporanei. Oggi il mondo sta vivendo contemporaneamente un mix di conflitti convenzionali, come la guerra in Siria, di conflitti legati al controllo delle risorse, come quello in corso in Congo, e di conflitti dovuti al collasso sociale, come quelli latinoamericani.

Da tanti punti di vista il Messico è da considerarsi uno Stato fallito, per quanto ufficialmente ancora integro. La conseguenza dell’adesione al mercato Nafta, con gli Stati Uniti e il Canada, è stata la distruzione della piccola e media agricoltura, non in grado di reggere l’urto delle eccedenze statunitensi vendute sottocosto perché sovvenzionate con denaro pubblico. Milioni di contadini (e di ettari di suolo) hanno dovuto trovare una nuova occupazione. Oltre all’esodo di massa verso le città, centinaia di migliaia di produttori si sono riconvertiti alla coltivazione del papavero da oppio o della cannabis. Intanto crescevano il potere di fuoco e la potenza economica dei cartelli della droga.

In Brasile, dopo il successo delle politiche di lotta alla povertà dei governi di Lula, la crisi è tornata a colpire i più poveri, riproponendo lo schema classico di una delle società più polarizzate dal punto di vista sociale.

Ma non sono solo questi Paesi ad avere città praticamente fuori controllo. Le capitali centroamericane sono vittime delle gang importate dagli Stati Uniti, quelle andine e quelle delle pampas sono sempre più insicure. In America Latina, e in parte degli Stati Uniti, la fine degli investimenti sociali, che ha abbandonato al loro destino i più poveri, secondo i dettami delle politiche degli ultimi 20 anni, ha allargato le fasce del disagio. In passato quelle stesse classi partecipavano alle lotte per una maggiore giustizia sociale e spesso erano protagoniste di veri cambiamenti, ma nell’attuale era post-ideologica prevale una visione individuale alla risoluzione dei problemi, fortemente veicolata dai media. E il “si salvi chi può” ha portato alla moltiplicazione esponenziale del crimine, favorito dall’enorme quantità di manodopera disponibile.

Società come quella brasiliana, argentina o colombiana, che per decenni hanno ignorato le gigantesche contraddizioni che si andavano creando in città sempre più frammentante, con i ricchi chiusi nei quartieri privati e i poveri chiusi nella cultura dell’emarginazione, oggi pagano un prezzo altissimo. Quei condomini di lusso separati da un muro dalla miseria spiegano la realtà meglio di un trattato sociologico: ci voleva poco perché gli esclusi tentassero di scavalcare i muri e di prendersi ciò che era loro negato dal destino. Il narcotraffico poi è stato come la benzina sul fuoco, essendo l’unica attività economica moderna e globale di successo a portata di mano dei diseredati. Basta saper sparare e accettare il fatto che non si vivrà a lungo.

Il narcotraffico ha portato ai poveri non solo la droga ma anche le armi. Li ha organizzati militarmente ed eliminato ogni oppositore, arrivando a gestire il voto e a controllare i media. Per questi motivi la violenza in America Latina non è un fenomeno passeggero, ne potrà mai essere combattuta solo con le armi. Le radici della violenza si trovano nella società, cioè nei rapporti economici, nella storia, nella discriminazione etnica e sociale. E i paesi latinoamericane avrebbero urgente bisogno di guardare al proprio interno e di ricominciare da capo.

 

Ora che Lula è in prigione è tempo di bilanci e di prospettiva. Il dibattito sui limiti della magistratura quando fa supplenza della politica è sempre attuale. Ieri per l’Italia, oggi per il Brasile, il punto di partenza è sempre lo stesso: una classe politica logorata che si aggrappa al potere spartendosi il bottino e che non riesce a gestire l’economia di un paese in crisi. Aggiungiamo il crollo della fiducia dei cittadini, le campagne mediatiche che mettono in circolo notizie false e mirate, il protagonismo del magistrato d’assalto che non solo diventa famoso, ma che nei fatti decide le sorti del futuro politico del paese. In Italia Mani Pulite, politicamente parlando, partorì Berlusconi e Di Pietro, in Brasile Lava Jato per ora non ha partorito nulla, ma è in crescita nei sondaggi un ex-militare che propone la pena di morte e, se scendesse in campo, il giudice Sergio Moro sicuramente avrebbe un buon seguito. Tutto questo ovviamente al netto di fenomeni corruttivi reali che hanno macchiato ogni schieramento politico.

Troppo simile a Mani Pulite? Si e no. In Italia la seconda repubblica nata dalla maxi inchiesta è stata finora figlia della prima. Non si è registrata nessuna rottura reale né discontinuità. Le forze politiche predominanti, con eccezione del M5S, sono tutte figlie della stagione precedente. In Brasile la situazione è invece più complessa. E questo perché un grande paese federale ha delle complicate dinamiche locali. La grande figura carismatica che si candida a presidente della federazione fa la differenza, a prescindere spesso dalle forze che lo sostengono. Senza Lula il PT non sarebbe mai andato al potere. Quando nel 2002 l’ex sindacalista vinse la presidenza del Brasile, il PT raggiunse la percentuale più alta della sua storia, il 17,7%. Ed è in questo numero che sta il dramma brasiliano. Un paese che ha un sistema elettorale proporzionale per l’elezione dei parlamentari e maggioritario a doppio turno per quella del presidente. Non c’è quasi mai stato un presidente con maggioranza propria in parlamento. I voti per governare si devono conquistare, o comprare, da sempre. Questo spiega l’importanza di un partito fantasma, il PMDB, che vinse soltanto ai primi tempi del ritorno alla democrazia per poi diventare una federazione di cacichi locali che riesce ad avere sempre una consistente pattuglia in parlamento da mettere al servizio del vincitore di turno. Loro hanno governato con la destra di Fernando Enrique Cardoso e anche con la sinistra di Lula e Dilma, della quale il vicepresidente era proprio l’attuale presidente provvisorio, Michel Temer del PMDB.

Qual è stata la più grande colpa politica del Partito dei Lavoratori? Non avere mai nemmeno provato a riformare un sistema caratterizzato dala spartizione spesso corrotta.  Anche se bisogna dare atto che fu proprio Lula a fare approvare la legge “Scheda pulita” che dichiara ineleggibili le persone con condanne definitive per corruzione, crimini politici, razzismo e narcotraffico.  Ma ovviamente non è bastato, è oggi non è solo il PT, ma l’intero sistema dei partiti, soprattutto il centrodestra tradizionale, che è in crisi. Una crisi che colpisce il livello federale della politica brasiliana, cioè il governo con sede a Brasilia che ha il compito di garantire la coesione sociale ed economica di un paese grande come un continente. Un paese formato da almeno quattro mondi diversi e lontani, il ricco centro-sud industriale, il poverissimo nordest, l’isola amazzonica e i frammenti sparsi della sterminata provincia brasiliana. Il grottesco impeachment di Dilma Roussef, le denunce quotidiane di corruzione nei confronti del presidente provvisorio Temer, il carcere di Lula, le manifestazioni a suo favore e i fuochi di artificio nei quartieri ricchi di Sao Paolo per festeggiare la sua prigione sono sintomi di un paese che è sempre meno coeso. Alle ultime elezioni si era visto un Brasile spaccato in due dal voto, con le aree povere dove vinceva la sinistra e quelle più ricche dove prevaleva il centro destra. Lula era stato in grado di governare per entrambi, senza fratture, raccogliendo consensi ovunque. Lui è stato un grande riformista in campo sociale ed economico che ha governato per tutti, non per pochi. Oggi il Brasile che “conta” lo ha dimenticato e seppellito e vorrebbe tornare all’antico paese per pochi, quelli di sempre. Mancano però, a destra e a sinistra, figure con altrettanto carisma come ebbe Lula in grado di tenere insieme il paese, di fare tornare i tempi del Brasile potenza emergente. Questo diventa oggi il problema numero uno: chi è in grado di ridare fiducia ai cittadini, di affrontare con riforme profonde il nodo della corruzione, di continuare la lotta alla povertà, di uscire dalla crisi economica? Il gigante addormentato che si stava svegliando è di nuovo precipitato in un sonno profondo, che rischia presto di diventare incubo.

 

Tra le vittime della grande crisi economica iniziata nel 2008 c’è sicuramente il multilateralismo. Almeno, il multilateralismo inteso come l’armonizzazione regionale dei mercati delle merci, dei servizi e dei capitali in preparazione di un unico mercato mondiale, secondo l’orizzonte prospettato dal WTO: una realtà che già esiste nell’Unione Europea, nel Nafta e nel Mercosur, dove le merci girano senza dazi né barriere, anche se, nel caso del Nafta, lo stesso non vale per le persone. La presidenza Obama si era congedata con la fine dei negoziati per un grande accordo regionale (cioè il TPP, l’area di libero scambio di 12 Stati dell’area del Pacifico), e con il TTIP con l’Unione Europea in discussione. La presidenza di Donald Trump ha ribaltato il tavolo cambiando radicalmente strategia, passando dalla costruzione di aree di libero scambio che escludessero la Cina all’isolazionismo e alle ritorsioni per equilibrare la bilancia degli scambi laddove questa pende a sfavore di Washington.

Per questo le comunità multilaterali non interessano a Trump, perché portano benefici a tutte le parti in gioco e non modificano, se non di poco, il saldo finale. Il TPP ha subito un duro colpo da quando gli USA si sono ritirati, ma gli altri Stati del “club” hanno deciso di continuare lo stesso da soli. Trattandosi di un’area di Paesi del Pacifico, è scontato che la Cina proverà a subentrare alla potenza americana. Il TTIP pareva morto e sepolto, ma a sorpresa il segretario statunitense al Commercio Wilbur Ross ha comunicato alla commissaria europea al Commercio, Cecilia Malmström, di essere pronto a chiedere al suo Parlamento un mandato negoziale per riaprire le trattative. È più una minaccia che una prospettiva di cooperazione: per Trump la ripresa del negoziato TTIP significherebbe tornare a insistere su quei punti che hanno precedentemente stoppato il dialogo, per esempio le questioni dell’agroalimentare e della giustizia, per poi ritenersi libero di applicare dazi e penalità all’Europa rea di non voler accettare la sua “generosa offerta”.

Dunque il negoziato, come affermava il Comitato No TTIP, non era davvero su un binario morto, e oggi potrebbe preludere a una vera e propria guerra commerciale. I contenuti critici del TTIP non riguardano più solo il principio di precauzione sull’alimentare, gli OGM o i tribunali privati. Ora quel trattato potrebbe diventare una clava da usare contro l’Unione Europea perché si adegui ai bisogni dell’inquilino della Casa Bianca. Trump deve disperatamente portare a casa risultati prima delle elezioni di midterm (cioè di metà mandato) che daranno un segnale forte per capire se la sua avventura si concluderà tra due anni oppure tra sei.

Se il trumpismo non sarà un fenomeno destinato a scomparire a breve, l’Europa dovrà rivedere le sue priorità da subito e immaginare un suo posizionamento nel mondo a prescindere da Washington. Il Mercosur sudamericano aspetta da 15 anni la firma di un accordo di libero scambio e in Africa, proprio la settimana scorsa, è nata l’African Continental Trade Area, formata da 44 Stati che elimineranno il 90% di dazi e tasse sulle merci africane e apriranno alla libera circolazione delle persone. Il futuro del multilateralismo, ai tempi dello sbando statunitense, passa sempre di più dai Paesi che fino a poco tempo fa erano ermeticamente chiusi: in questo mondo alla rovescia, almeno questa è una buona notizia. Starà all’Europa dimostrare di essere in grado di costruire con questi Paesi rapporti equilibrati e reciprocamente vantaggiosi. C’è spazio per un nuovo multilateralismo che convenga a tutti, soprattutto a quelle aree come l’Africa finora escluse dalla globalizzazione.

Alfredo Somoza per #Esteri @RadioPopolare