Inizia a metà dell’800 la lunga storia di successo dei materiali plastici, che dopo la Seconda guerra mondiale sostituiscono man mano legno, tessuti e metallo in un’infinità di applicazioni. È il mix di versatilità ed economicità che ne ha determinato il successo: nel 1964 nel mondo se ne  producevano 15 milioni di tonnellate, oggi abbiamo superato da poco i 400 milioni di tonnellate.

Sebbene si possa ottenere da diverse fonti, la plastica rimane un materiale derivato soprattutto dal petrolio. Ed è protagonista di due tipi di problemi ambientali: il primo è proprio l’impiego del petrolio per la sua fabbricazione, il secondo è la difficoltà del suo smaltimento dopo l’uso.

Anche se la produzione si concentra per il 30% circa in Cina, per il 20% in Europa e per il 18% in America settentrionale, oggi tutto il mondo utilizza materie plastiche a prezzi irrisori, e solo pochi Paesi riciclano. Secondo il WWF, ogni anno finiscono in mare 8 milioni di tonnellate di plastica. In mari e oceani sono ormai “stoccati” 150 milioni di tonnellate di questo materiale che degradandosi (processo che può durare anche quattro secoli) dà vita al fenomeno delle microplastiche: granelli di plastica ingeriti dai pesci, che li immettono nella catena alimentare fino ad arrivare all’uomo. Questa piaga è in buona parte dovuta alle esportazioni di enormi quantità di plastica da eliminare verso l’Africa e non solo. Sono 680 mila le tonnellate di rifiuti che ogni anno gli Stati Uniti esportano in 96 Paesi disponibili a riceverli. In testa alla lista la Malaysia, il Messico, la Thailandia e poi Ghana, Uganda, Tanzania e altri Stati africani. Secondo le aziende statunitensi il materiale viene riciclato, ma la verità è che buona parte di questi rifiuti viene bruciata, liberando diossina, oppure dispersa nell’ambiente. Fino al 2019 l’Europa esportava al ritmo di 150 mila tonnellate al mese soprattutto in Cina, Paese che però è diventato riluttante a importare plastiche da riciclo, essendo ormai in grado di coprire il proprio fabbisogno internamente.

La plastica “bio” resta una soluzione parziale: è vero che si degrada in poco tempo, ma viene prodotta a partire da farina o amido di mais e di grano, o comunque da altri cerali. Produrla richiede quindi un incremento delle coltivazioni cerealicole, con l’impiego di massicce dosi di fertilizzanti e pesticidi (quasi sempre derivati dal petrolio), oltre alla destinazione a questo scopo di vaste estensioni di terre coltivabili, spesso a discapito della sicurezza alimentare.

Nel 2020 è arrivata anche la pandemia a peggiorare la situazione, con un aumento esponenziale della produzione di plastiche incentivato sia dal calo del prezzo del petrolio sia dal bisogno di miliardi di dispositivi di protezione personale: basti pensare a guanti e mascherine “usa e getta”. Ormai non facciamo più caso al ruolo della plastica nelle nostre vite, onnipresente nella nostra cultura materiale. La plastica, di cui non possiamo fare a meno, è la vera conquistatrice del mondo. Solo nel 2019, per la sua produzione, incenerimento e smaltimento si sono riversate nell’atmosfera 850 milioni di tonnellate di CO2, l’equivalente dell’impatto di 190 nuovi impianti a carbone da 500 megawatt. Secondo il World Economic Forum, entro il 2030 l’inquinamento è destinato a raddoppiare se si manterrà l’attuale trend di crescita dell’impiego di plastica, che potrebbe essere la responsabile del non raggiungimento degli obiettivi di Parigi 2015. Una riflessione urgente s’impone, soprattutto quando in nome della salute sono stati archiviati i problemi ambientali, come se non esistessero più, aggravando ulteriormente una situazione già compromessa.  

Tra ottobre e dicembre si tengono tre importanti appuntamenti elettorali nel continente americano. Si inizia il 18 ottobre con le presidenziali in Bolivia, Paese nel quale la democrazia è in sospeso dopo il mancato riconoscimento del risultato delle elezioni di un anno fa vinte da Evo Morales, che si era potuto ricandidare solo in base a un’azzardata sentenza della Corte Elettorale. Il suo partito, il Movimento per il Socialismo, schiera l’ex ministro degli Esteri Luis Arce che è in testa nei sondaggi, ma che – se si andrà al ballottaggio, com’è probabile – dovrà vedersela contro tutto il resto dello spettro politico. Nel mese di novembre si vota anche negli Stati Uniti. La differenza a favore del candidato democratico Joe Biden si è andata assottigliando in queste ultime settimane e molti pensano che non sia così campata in aria l’ipotesi di rielezione di Donald Trump. Ai primi di dicembre questa tornata si chiuderà con le legislative in Venezuela. Elezioni che andranno a rinnovare il Parlamento oggi controllato dall’opposizione, che ha però deciso di non presentare candidati per delegittimare il processo elettorale. Uno dei leader storici delle destre venezuelane, Henrique Capriles, per contro ha annunciato la presentazione di propri candidati spaccando il fronte.

Sono tre processi elettorali apparentemente non collegati tra loro, ma che forniscono informazioni interessanti sulle condizioni di salute della democrazia in America. Ovviamente non è possibile fare paragoni fra lo stato delle libertà negli USA e in Venezuela, né sulla legittimità di Donald Trump rispetto a quella della presidente provvisoria della Bolivia Jeanine Áñez. Resta il fatto che nei tre Paesi si pone un problema di legittimità. Negli Stati Uniti Trump mette in dubbio la limpidezza del voto per corrispondenza, che a suo dire potrebbe essere manipolato dalle sinistre radicali che controllano il partito democratico. Oltre a cadere nel ridicolo con quest’affermazione, soprattutto pensando ai profili politici di Biden e della sua vice Kamala Harris, si intacca la credibilità delle poste e si insinua che i democratici potrebbero giocare sporco.

In Bolivia la crisi inizia proprio dalla legittimità della candidatura di un anno fa di Evo Morales. Non potendosi più ricandidare, Morales tentò la via della riforma costituzionale, che però fu bocciata dai cittadini tramite referendum. A cascata, l’opposizione non riconobbe la sua vittoria, probabilmente autentica, e poi vennero le sue dimissioni, il governo provvisorio e l’uso del termine “golpe” da parte dei sostenitori di Morales per descrivere ciò che era successo. Non fu delegittimato solo Morales, ma anche la sua affermazione e l’intero processo.

In Venezuela invece si ripete lo schema ormai collaudato con l’opposizione al governo di Nicolás Maduro, ormai da tempo uscito dai binari della democrazia, irrimediabilmente divisa: formata da oltre 30 sigle, non è riuscita a trovare un momento di unità fallendo nei vari tentativi di spallata, sia di piazza sia attraverso la nomina di un presidente alternativo. In Venezuela governo e opposizione si ritengono reciprocamente illegittimi.

Ed è questa la difficoltà della democrazia in America: la mancanza di riconoscimento reciproco tra le parti. Solo con poche eccezioni come in Uruguay, Cile o Costa Rica, le forze politiche non si combattono sul piano delle idee, ma su quello della legittimità. Sta saltando in aria la continuità istituzionale: i nuovi vincitori criminalizzano i predecessori e i perdenti non riconoscono la sconfitta. Sono scomparse la critica e l’autocritica. Si ha una politica sempre più simile al calcio, e tutto ciò alla fine indebolisce la democrazia. E non è soltanto un problema americano.

 

Vista dall’Italia, la vita sembra riprendere dopo l’incubo del Covid-19, ma nel resto del mondo non è affatto così. A distanza di mesi dall’inizio della pandemia, si possono valutare le conseguenze delle scelte che sono state fatte nei diversi Paesi, e soprattutto lo stato di salute delle società. In Europa, il continente che più di ogni altro destina risorse alla sanità pubblica e al welfare, il diverso andamento della pandemia riflette le scelte politiche operate a livello nazionale. La strategia dello struzzo di Boris Johnson è costata al Regno Unito il triste primato continentale di vittime, ma anche i tentennamenti della Spagna, del Belgio e della Francia hanno avuto pesanti conseguenze. Molto si è parlato del modello svedese, che alla fine non si è dimostrato efficace, soprattutto a confronto dei due Paesi confinanti, Norvegia e Finlandia, praticamente non toccate dalla pandemia.

Fuori dall’Europa il caos, perché la diffusione del virus è stata potenziata da due fattori: la povertà delle popolazioni (e delle risorse sanitarie) e politiche assolutamente non all’altezza della situazione. Tuttora i principali alleati del Covid-19 in Brasile, Perù, India sono la povertà dei cittadini, che significa mancanza di acqua pulita, di abitazioni decenti, di risparmi per fare fronte alla perdita del lavoro, e la mancanza di una sanità gratuita e accessibile. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, molto si è detto delle responsabilità di Donald Trump nella gestione dell’emergenza, senz’altro a ragione, ma poco si è riflettuto sul modello di società statunitense ormai frantumata in mondi non comunicanti, anzi ostili l’uno nei confronti dell’altro. Le resistenze a seguire le indicazioni elementari di prevenzione sono la conseguenza di profonde convinzioni, spesso basate sul sospetto e sulle più svariate teorie del complotto. La sanità pubblica, cannibalizzata negli anni dalle assicurazioni private e ulteriormente penalizzata da Trump, non è in grado di operare nessun tipo di intervento che non sia la fase ospedaliera, e anche questa non è a disposizione di tutti. E i poveri che vivono a Los Angeles in tende o in baracche, come quelli di Rio de Janeiro, non hanno la possibilità di attuare nessun tipo di distanziamento.

La pandemia, insomma, ha avuto lo stesso effetto del Luminol usato dalla polizia scientifica per rilevare tracce di sangue: ha messo a nudo gli sconvolgimenti sociali avvenuti negli ultimi decenni, quelli della scorpacciata ideologica anti-stato, della propaganda anti-istituzionale a prescindere, senza valutarne le conseguenze e senza prevedere una rete di protezione per i più deboli. Sono stati decenni di populismo contro gli interessi del popolo, lo dicono i numeri, quando si va a vedere chi si è arricchito e chi, invece, si è impoverito. Si attacca la politica perché costa troppo, come se la democrazia avesse un prezzo. Intanto i paladini della nuova era, le grandi corporation, con la cosiddetta “ottimizzazione fiscale” pagano tasse ridicole o non versano proprio nulla all’erario degli Stati nei quali operano.

Paradossalmente la pandemia è servita per smascherare molte di queste ipocrisie, ma ha anche rafforzato la tendenza all’autoritarismo già in atto da prima. Nuovi e vecchi “uomini forti” si rinsaldano al potere in America Latina, Africa, Asia ed Europa dell’Est. In diversi Paesi le misure messe in atto per contenere la pandemia sono servite per introdurre ulteriori leggi repressive. Molte elezioni sono state rimandate a data da destinarsi, molti Parlamenti sono chiusi o funzionano a malapena in streaming. Questa la sfida attuale per l’Europa: garantire la sicurezza sanitaria dei cittadini senza lasciarsi tentare dalla facilità con la quale si possono bypassare le regole democratiche. Salute e libertà, non salute o libertà.

 

Come era già avvenuto nell’Europa colpita dalla peste nera nel XIV secolo, anche la pandemia del 2020 ha, tra i suoi lasciti, il rafforzamento e la crescita di particolari attori economici.

La peste nera fu uno dei fattori di decollo del capitalismo, agevolando la concentrazione della produzione tessile in singole imprese sempre più grandi, che gestivano da sole tutta la fase del ciclo di lavoro, dalla coltivazione del lino alla proprietà dei telai fino alla commercializzazione dei tessuti. Oggi la filiera dei “vincenti” è più complessa, ma ripete quella stessa logica. Sono le grandi corporation a fare la parte del leone, mentre sprofondano il piccolo commercio, l’artigianato, le piccole e medie imprese. In prima fila ci sono i supermercati, che dispongono di grandi capacità logistiche, di ampi spazi per garantire il distanziamento e di personale da adibire alle nuove funzioni di prevenzione sanitaria. Ma, parlando di commercio, ancora più importante è il boom delle piattaforme online, che hanno potuto continuare a vendere qualsiasi prodotto anche durante le chiusure più rigide dettate dal lockdown. Jeff Bezos, proprietario di Amazon, dall’inizio del 2020 ha visto crescere il suo patrimonio personale di 25 miliardi di dollari.

Altra vincitrice è stata l’industria dell’intrattenimento in streaming: non solo le piattaforme che consentono di vedere film e serie TV a pagamento, come Netflix o Amazon Prime, ma anche YouTube e Google, con i suoi servizi di distribuzione digitale; e sempre in ambito web ha vinto anche la galassia dei social, con la triade Facebook, Instagram, Twitter. Gli acquisti online si pagano quasi sempre con carte di credito o di debito, e dunque affari d’oro anche per Mastercard e Visa. Ultimo anello della catena a trarre beneficio dalla situazione sono le imprese di logistica che garantiscono le consegne a domicilio: come UPS, DHL, Deliveroo o Just Eat.

Il quadro non è però semplice, perché non si è rafforzato soltanto il mondo delle grandi corporation, ma anche lo Stato. Era fuori dal copione che ciò potesse accadere, ma la pandemia ha portato con sé la necessità di imporre regole, esercitare controllo, sostenere economicamente imprese e cittadini. Dopo decenni di scientifico “smontaggio” del ruolo della politica, si è chiesto allo Stato di garantire l’incolumità dei cittadini e di aiutare finanziariamente i più colpiti. Cioè di tornare a fare politica. Questo è accaduto parallelamente all’accettazione pressoché collettiva della più grande restrizione dei diritti individuali dai tempi della Seconda guerra mondiale. Proprio come nell’Europa dei secoli lontani, quando si imponeva il coprifuoco per ridurre il contagio e per prevenire le ricadute dopo la prima ondata di peste, i governi di oggi hanno dichiarato il lockdown e si dicono pronti a nuove chiusure.

La classe politica mondiale si è velocemente spostata verso l’interventismo in economia per stimolare la crescita, in puro stile keynesiano: fino all’anno scorso, anche questo era inimmaginabile. Ma le manovre espansive dovranno essere finanziate dal fisco, quando il ricorso al debito non sarà più possibile. E qui sorge la grande contraddizione destinata a emergere presto. Cioè l’incompatibilità tra i vincitori, tra le grandi corporation che sfruttano il lavoro precario e sfuggono alla fiscalità, e gli Stati chiamati a garantire i diritti, che vuol dire anche trattamenti previdenziali e assistenziali per i lavoratori, e che hanno bisogno di tasse e contributi per finanziarsi. Oggi, nella classifica delle prime 100 realtà economiche mondiali, 31 sono Stati e 69 sono imprese. Molte corporation sono dunque ben più importanti, a livello di bilancio, di decine di Paesi messi assieme. Sarà quindi un bel match, nel quale gli spettatori sono due volte giocatori: sia come clienti delle imprese sia come cittadini degli Stati. Per questo è urgente il ripensamento delle regole (o non-regole) della globalizzazione, che hanno liberato fenomenali risorse ma anche deregolamentato in modo insostenibile diritti ed economia. Un patto tra capitale e Stato deve essere all’ordine del giorno, prima che si inneschi una deriva che potrebbe essere più pericolosa della pandemia.

 

I romanzi storici ucronici, cioè che ipotizzano esiti storici diversi da quelli che realmente si sono verificati, esistono da sempre. Non si contano quelli, ad esempio, sul destino del mondo dopo la vittoria del nazismo, fortunatamente mai avvenuta. Ma quando lo scrittore è un professore di letteratura specializzato in eventi storici, la ricostruzione fantasiosa del passato può diventare molto attuale. Nel suo romanzo Civilizzazioni Laurent Binet, titolare della cattedra di Letteratura all’Università Paris VIII, riscrive la storia della scoperta dell’America. I vichinghi portano il ferro e il cavallo in America, Cristoforo Colombo finisce prigioniero e muore a Cuba, mentre gli Incas scoprono l’Europa e conquistano un vasto impero nel “nuovo mondo”, che sarebbe l’Europa. Il tutto storicamente “fila”, si fa per dire, grazie all’uso di veri documenti dell’epoca modificati al punto giusto e al coinvolgimento dei personaggi più noti del periodo, dall’imperatore Inca Atahualpa a Martin Lutero, passando per Carlo V e Solimano il Magnifico.

Al di là della trama, avvincente e ricca di colpi di scena, colpisce come l’autore sia riuscito a rovesciare lo sguardo del conquistatore. Non sono i cronisti spagnoli che raccontano religione, usi e costumi degli Incas, ma gli Incas che descrivono l’Europa e si interrogano su una civiltà che ritengono per molti aspetti barbarica. Uno dei punti forti della storia inventata da Binet è quello che riguarda la pretesa dei credenti del “Dio inchiodato”, come viene chiamato Gesù Cristo, di possedere la verità assoluta in materia di fede, tanto da realizzare sacrifici umani, attraverso il fuoco, con coloro che ritengono eretici. Le tasse? Una follia. La nobiltà proprietaria terriera? Altra follia, perché la terra è dell’imperatore che l’amministra per conto del Sole: i contadini devono contribuire all’impero con una parte del loro lavoro e non pagando tributi, e devono vivere degnamente e avere da mangiare, cosa non scontata a quei tempi. L’Inca, sovrano prima di Spagna e poi del Sacro Romano Impero, impone riforme quali la libertà di culto, l’eliminazione dei tributi in moneta o grano, la ripartizione su base comunitaria delle terre, l’introduzione della coltivazione di patate, mais e quinoa su vasta scala. Tutto ciò sconvolge l’Europa, facendo saltare tutti gli equilibri preesistenti. Musulmani ed ebrei convertiti con la forza, donne perseguitate perché considerate streghe, e soprattutto la moltitudine di contadini miserrimi, massacrati dai nobili e dall’oppressione ecclesiastica, vedono in quel sovrano arrivato dall’Atlantico una speranza di riscatto.

È una storia di fantasia, ma fa riflettere sulla visione unica dell’Occidente che nei secoli ha conquistato, annientato e poi descritto le civiltà altre come formate da individui arretrati, oppressi, incapaci di intendere e volere. È così che si è persa l’occasione di imparare, di contaminarsi reciprocamente, di evitare inutili stragi. Ma questo non è successo per caso. Al misero contadino spagnolo o tedesco bisognava raccontare che nelle Americhe vivevano popoli barbari e adoratori del demonio perché non scoprissero che, invece, sulle Ande i contadini vivevano molto meglio di loro, che la terra era di tutti e che in caso di bisogno lo Stato provvedeva a sfamare la gente grazie ai risparmi accumulati dalla collettività. Un Inca sovrano nell’Europa del ’500 sarebbe stato infatti davvero rivoluzionario. Ovviamente la storia andò in modo diverso, e nelle terre del Perù fu introdotto il sistema europeo del latifondo e del lavoro schiavo. Ma la grande perdita fu il totale offuscamento della visione che gli altri hanno avuto sul nostro mondo e su di noi. Una storia tarata sullo sguardo di una solo cultura è una storia monca, e soprattutto è una storia che sancisce come verità atti che, invece, furono molto opinabili.

 

 

Negli ultimi decenni la struttura sociale del mondo si è profondamente modificata. Soprattutto, è cambiata sia la natura dei soggetti che la compongono sia quella dei loro reciproci rapporti. Semplificando: lo schema classico emerso dalla rivoluzione industriale prevedeva un capitalista, proprietario dei mezzi e spesso anche dei luoghi di produzione, e una massa di salariati che contribuiva all’impresa esclusivamente attraverso il lavoro. La società di oggi, terziarizzata e globalizzata, prevede invece un capitalista proprietario soltanto di una piattaforma telematica e una massa di micro-imprenditori che contribuiscono all’impresa non solo con il proprio lavoro ma anche con i propri mezzi. Le grandi aziende di oggi non possiedono ciò che commercializzano e con chi vi lavora hanno rapporti poco o per nulla regolamentati, senza obblighi reciproci, basati su accordi che si possono rescindere in qualsiasi momento.

Queste aziende poi, grazie a raffinati (e legali) processi di dirottamento degli utili verso Paesi a bassa fiscalità, non contribuiscono in base al loro fatturato al sostegno della comunità in cui operano. Quando però un loro lavoratore “rimane per strada”, si ammala o ha un incidente sul lavoro, resta a carico dell’assistenza pubblica. È la realtà dei cosiddetti riders, nome che evoca cavalcate in spazi sconfinati ma che, in realtà, nasconde una delle forme più aggiornate di sfruttamento lavorativo. I riders sono stati decisivi nelle fasi di lockdown per garantire una serie enorme di servizi e di consegna delle merci, ma paradossalmente le loro retribuzioni medie, a livello globale, sono ulteriormente scese: questo perché la stessa crisi, causando disoccupazione, produceva più potenziali riders per le consegna a domicilio.

La figura professionale del rider ci parla della frammentazione della società e del mondo del lavoro attuali, che qualcuno descrive come neo-feudali. Lo storico fattorino era un lavoratore al gradino retributivo più basso di un’azienda, ma godeva di tutti i benefici dei contratti e della possibilità di fare carriera. I riders, come gli autisti di Uber o i lavoratori di Amazon, fanno parte di una categoria a sé, senza i diritti né le garanzie di altri lavoratori e senza possibilità di uscire dalla condizione in cui si trovano. Negli Stati Uniti questo fenomeno è ormai studiato da anni: quella americana è una società che si divide per etnie, per fasce di reddito e anche per tipo di lavoro, cioè tra chi sta in un circuito garantito, di solito coloro che producono tangibilmente qualcosa, e tutti gli altri, cioè i distributori, gli impiegati dei call center, l’esercito senza volto di chi si occupa dell’assistenza alla persona. In un Paese come gli Stati Uniti, in cui i servizi non sono universali, queste ultime categorie possono accedere solo a una sanità di seconda classe, se sono fortunate, mangiano cibi di seconda classe e di conseguenza soffrono patologie “da poveri” come obesità, diabete, ipertensione. E sono state tra le principali vittime del Covid-19.

In Europa la situazione cambia leggermente, grazie alla sanità e alla scuola universalistiche, ma esiste il fenomeno dell’invisibilità degli immigrati irregolari. La nostra è una società, insomma, che si sta abituando a convivere con le disuguaglianze e a non combatterle più. La stessa frammentazione sociale agevola la moltiplicazione dei ghetti, quelli da ricchi e quelli da poveri. In questo schema polarizzato, il tradizionale ceto medio, figlio del dopoguerra europeo, tende sempre più a scomparire. La modernità sta quindi portando a uno schema sociale più vicino a quello precedente alla rivoluzione industriale che a quello degli anni ’60 del XX secolo. E tutto ciò sta accadendo nell’indifferenza e con una bassissima intensità di conflitti: diventano degni di nota solo quelli sui diritti civili e quelli individuali, raramente quelli collettivi. Oggi il desiderio di arricchirsi personalmente, come gli influencer alla moda, prevale su quello di ridurre la ricchezza di pochi a vantaggio di tutti. È il consumismo, quello che ha spazzato via buona parte delle ideologie.

 

Il settore economico destinato a risentire più a lungo della pandemia di coronavirus è probabilmente il turismo. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale del Turismo delle Nazioni Unite, nel 2020 il comparto soffrirà una contrazione compresa tra il 60 e l’80%, destinata a mettere a rischio 120 milioni di posti di lavoro, con perdite per oltre mille miliardi di dollari. Un crollo senza precedenti, che conferma quanto questo settore economico, che a livello mondiale vale da solo un terzo del totale dei servizi, sia al tempo stesso importante e volatile. Ciò perché il turismo si svolge su tutto il territorio, a differenza delle attività commerciali o industriali che sono circoscritte in spazi predeterminati. Condivide la quotidianità dei cittadini, risente dei loro problemi, sfrutta i loro momenti felici.

Negli anni scorsi si era già pagato un prezzo pesante, tuttavia la crisi si era focalizzata in singoli Paesi o regioni, esposti al rischio di attentati terroristici, sequestri o fenomeni naturali estremi. Mai, invece, in un secolo di storia ci si era trovati a fare i conti con una pandemia che impone la separazione fisica tra le persone come regola non discutibile. Il cosiddetto “distanziamento sociale” è però difficile da praticare, e perfino da immaginare, nel modello di turismo che ha dominato gli ultimi decenni. Oggi quelle pratiche turistiche che garantiscono i grandi numeri sono tutte controindicate: basti pensare alle città d’arte con i loro spazi affollati, ai grandi parchi tematici, ai villaggi turistici, ai “divertimentifici” e soprattutto alle crociere. Chi si trovava in crociera all’inizio della pandemia ha vissuto l’incubo della reclusione su navi diventate focolai infettivi, al largo di Paesi che rifiutavano ogni accoglienza. Da spensierate isole del lusso e dei consumi senza freni a lazzaretti carichi di persone malate e respinte, il passaggio è stato breve. Questo settore del turismo, che negli ultimi dieci anni aveva conosciuto un vero boom, sconterà a lungo la sfiducia dei consumatori.

Ma la pandemia ha messo in luce anche altri problemi, come quello delle città consumate dall’overtourism. Barcellona, Amsterdam, Venezia prima morivano a causa dell’eccesso di turismo, ora per la sua mancanza. Città ipersfruttate, dove spesso i residenti, espulsi dai centri storici proprio dai turisti, si ribellavano all’esodo, ora sono diventate organismi in crisi d’astinenza dalla droga-turismo.

L’agenzia delle Nazioni Unite per il turismo ha lanciato come parola d’ordine lo slogan “la sostenibilità è la nuova normalità”, auspicando che il turismo riparta da principi più sani e, appunto, sostenibili. Per gli operatori che hanno sempre lavorato sui grandi numeri sarà molto difficile tradurre in fatti concreti questa visione. Nessuna impresa turistica potrebbe sopravvivere, visti i margini risicati del settore, al dimezzamento dei clienti necessario per garantire il distanziamento. E tutta la filiera corre lo stesso rischio, in primis i vettori aerei, fortemente sostenuti, negli ultimi mesi, dagli Stati di appartenenza. L’aspetto positivo potrebbe essere invece la valorizzazione di un altro turismo, fatto di piccoli numeri e di destinazioni di vicinanza, capace per la sua stessa natura di evitare l’affollamento. Il turismo responsabile, una piccola nicchia del mercato globale, ha oggi l’opportunità, finora mai nemmeno immaginata, di proporsi non soltanto come modello di equità sociale e di sostenibilità ambientale, ma anche di buona pratica per la ripartenza. In questa fase, il turismo possibile sarà per forza sperimentale: bisognerà scrivere nuove regole per la convivenza e per la convivialità. Piccoli numeri, si diceva, ma servono anche conoscenza e rispetto del territorio e delle persone, e sostegno ai soggetti colpiti dallo tsunami economico. Valori che oggi sono auspicati dalle Nazioni Unite, ma che nel mondo del turismo responsabile sono pratica corrente da molti anni.

Poi ovviamente ci vorrà anche la politica, per immaginare come spalmare i flussi turistici in modo da disintossicare le destinazioni del turismo di massa, come aumentare le ricadute economiche sulle comunità locali, come proteggere la salute dei turisti senza uccidere i valori alla base del turismo: incontrare, conoscere, condividere.

 

La complessità delle società che hanno un passato di schiavismo o segregazionismo può essere letta come una sovrapposizione, e anzi quasi una coincidenza matematica, tra l’appartenenza etnica dei cittadini e la loro appartenenza a una precisa condizione sociale. Praticamente, in quei contesti, il povero non è prigioniero solo della sua condizione sociale, ma anche della sua identità etnica. È così nei Paesi con una storia schiavista, come gli Stati Uniti e il Brasile, nei confronti degli afroamericani, è così nei Paesi segregazionisti nei confronti di neri o aborigeni, come il Sudafrica o l’Australia, ed è così anche là dove ancora vige il razzismo coloniale, come in Bolivia o Guatemala nei confronti degli indios. Società povere e società ricche, tutte sono accomunate dall’esclusione delle “minoranze etniche” (che, in realtà, talvolta sono maggioranze) dall’educazione, dalla sicurezza, dall’abitazione, dal lavoro qualificato. In questi Stati la popolazione carceraria è costituita soprattutto da appartenenti alle etnie emarginate e le politiche repressive si accaniscono contro i più poveri, che vivono ghettizzati nei quartieri degradati, con alti tassi di tossicodipendenze, alcolismo e violenze domestiche.

Gli Stati Uniti sono forse l’esempio più evidente dei guasti profondi generati dalla crescita economica senza un vero progetto di integrazione sociale e culturale. La loro storia vede la conquista dell’indipendenza dall’Inghilterra da parte di un gruppo di coloni anglosassoni e scandinavi che hanno usurpato i territori dei nativi, destinati a essere sistematicamente eliminati, e che hanno dato vita a una società schiavista. Al momento della nascita del Paese, erano cittadini di quella nazione solo i bianchi discendenti dai coloni. I neri erano schiavi, gli “indiani” considerati stranieri da combattere. L’espansione verso ovest aggiunse agli esclusi i chicanos, cioè i messicani, indios o meticci, che vivevano da sempre in California, nel Texas, nel Colorado, nel New Messico, diventati Stati dell’Unione. Gli Stati Uniti divennero quindi una grande democrazia multietnica, ma solo in teoria. Gli amerindi superstiti furono riconosciuti cittadini solo nel 1924, rimanendo comunque oggetto di discriminazione fino al 1964 insieme ai neri, che erano stati ufficialmente schiavi fino al 1865 per divenire poi vittime dell’apartheid negli Stati del Sud.

Tutta la mitologia degli Stati Uniti cozza contro questa storia. La tradizione del pranzo di Ringraziamento dei coloni puritani nacque per ringraziare non solo Dio, ma anche i nativi che li avevano salvati da morte sicura donando loro tacchini e pannocchie di mais: eppure questa origine fu “dimenticata” per evitare di dover riconoscere nulla agli amerindi. È il caso di ricordare che il padre della patria, George Washington, non volle nella Costituzione della nascente Unione riferimenti alla schiavitù perché lui stesso era proprietario di schiavi.

Siccome la storia non si cancella, a distanza di secoli si pagano ancora i danni di quelle ingiustizie e violenze originarie. Le politiche di tolleranza zero degli anni ’80 hanno criminalizzato la povertà, associata al colore della pelle, dando mano libera a una polizia violenta, nella quale lavorano non pochi squilibrati seguaci del suprematismo bianco. Se nelle città degli Stati Uniti è scoppiata l’ennesima rivolta è perché la società è attraversata da una frattura profondissima. Il concetto di comunità, nella realtà statunitense, definisce più un recinto che un insieme di persone. C’è la comunità afroamericana, c’è quella latina e c’è quella bianca. C’è la comunità che vive nei quartieri dei ricchi e quella che vive nei quartieri dei poveri, con giustizia e sanità da ricchi o da poveri. Ogni comunità gode di un pezzo, o degli avanzi, di ciò che il sistema offre.

Pochi diritti sociali sono universali negli Stati Uniti, e sono stati ottenuti solo con la lotta. Lotta che diventa disperata e talvolta violenta quando si innesca il detonatore della questione razziale. Il ciclo si ripete uguale a se stesso: afroamericani arrabbiati che spaventano i bianchi, bianchi che temono di perdere il loro status e che votano solo per autodifesa, ma anche minoranze che votano solo chi parla loro. La storia dice che l’esclusione, il razzismo, la violenza hanno minato dall’interno quella che per molti è la madre di tutte le democrazie. E la cronaca, per chi la vuole interpretare, ce lo ricorda spesso.

 

Non soltanto in Europa ma anche in America Latina la pandemia sta mettendo a nudo i differenti approcci alla salute dei vari Stati. I Paesi latinoamericani che meglio se la stanno cavando sono Cuba, Costa Rica, Paraguay e Uruguay. I primi due per via dei loro avanzati sistemi di medicina preventiva territoriale: Cuba e Costa Rica hanno una struttura sanitaria che prevede al vertice l’ospedale, come accade ovunque, ma poggia su un’ampia e solida base articolata in ambulatori e, soprattutto, personale medico e paramedico in costante contatto con la popolazione, anche a domicilio. Negli anni, entrambi i Paesi hanno investito soprattutto sulle risorse umane, per intervenire prima che i pazienti si aggravino tanto da dover essere ospedalizzati.

Uruguay e Paraguay, in Sudamerica, sono stati invece i due Paesi che hanno applicato con più tempismo e intelligenza le misure di prevenzione e controllo del contagio. Senza demagogia – e anzi, quasi in silenzio – si sono mossi per tempo, controllando il focolaio entro la fine di aprile. L’Uruguay poi ha incassato il risultato dei massicci investimenti sulla sanità fatti negli ultimi quindici anni dai governi del Frente Amplio di Tabaré Vázquez e Pepe Mujica.

Il panorama cambia radicalmente quando si valutano i grandi Paesi dell’area, soprattutto il Brasile, che in questi giorni ha superato per numero di decessi giornalieri degli Stati Uniti. I quattro grandi errori che hanno fatto precipitare la situazione in Brasile partono dall’azione del presidente Jair Bolsonaro, che non solo ha minimizzato la pandemia, ma ha anche costantemente istigato la popolazione contro ogni misura di prevenzione ordinata dai governatori locali. Non solo: è stata la stessa presidenza a inondare il web e la televisione di fake news che volevano il coronavirus in tutto uguale a un raffreddore, o che proclamavano la clorochina come rimedio universale per Covid-19. Ascoltare ogni giorno il proprio presidente minimizzare il pericolo ha generato una sensazione di falsa sicurezza che ha favorito i comportamenti a rischio. Altro errore è stato la quarantena a macchia di leopardo, con gli Stati governati dalle forze del centrosinistra che hanno imposto il lockdown, mentre quelli governati dagli alleati di Bolsonaro hanno continuato come se niente fosse.  E ancora: si sono susseguiti tre ministri della Sanità in 30 giorni, i primi due cacciati perché avrebbero voluto seguire le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel frattempo, contrariamente ai pronostici locali che prevedevano un ritorno della situazione sotto controllo a metà maggio, è appena iniziata la fase peggiore. Questa tempesta perfetta si è abbattuta sulla struttura sanitaria del Brasile, un sistema diviso tra sanità privata d’eccellenza, e sanità di bassa qualità per i poveri, che peraltro non copre nemmeno l’intera popolazione. Sono infatti gli abitanti delle favelas che stanno pagando il prezzo maggiore. Quei quartieri spesso senz’acqua e senza servizi che soltanto durante il governo di Lula ebbero un minimo di attenzione sanitaria, grazie all’intervento di medici cubani. Medici che, a differenza di quelli brasiliani, andavano davvero a lavorare nelle favelas e che Bolsonaro, tra i suoi primi atti di governo, ha rimandato a casa.

Questo schema si ripete in diversi Paesi dell’area, sanità per ricchi e sanità per poveri, e nemmeno per tutti. In Perù, Bolivia, Colombia, Cile, Messico e Argentina, malgrado risposte politiche più adeguate rispetto a quella brasiliana e numeri meno drammatici, i problemi sono gli stessi, e risalgono agli anni ’90, quando l’ondata di privatizzazioni si diffuse in quasi tutto il continente. Centralità dell’ospedale, abbandono del territorio e della prevenzione, sbandamenti politici. Il coronavirus non poteva trovare migliore terreno per mettere a nudo le contraddizioni sociali generate dalla politica dell’odierna America Latina.

 

Al di là delle facili retoriche, la pandemia di Covid-19 è destinata a lasciare segni profondi, che si evidenzieranno nei prossimi mesi. Anzitutto, una rinnovata spinta a investire nella sanità e nella ricerca scientifica pubbliche, unica garanzia di efficaci risposte davanti a situazioni come queste. I Paesi e gli enti locali che, nel corso degli anni, hanno scelto di non puntare sulla sanità pubblica per favorire quella privata stanno pagando un prezzo altissimo. Dagli Stati Uniti al Regno Unito, dal Brasile alla Lombardia, quando si è trattato di fronteggiare un evento drammatico di vasta portata come la pandemia, la sanità privata ha mostrato di colpo tutti i suoi limiti. Aziende che hanno come obiettivo la massimizzazione dei profitti danno priorità a quelle patologie le cui cure offrono maggiori margini di guadagno: non erano dunque pronte a farsi carico di una massa di contagiati bisognosi di unità di terapia intensiva e respiratori, e mancavano tanto di personale medico specializzato quanto di dispositivi di protezione personale.

Paradossalmente, Paesi molto più poveri hanno reagito meglio. A Cuba, in Costa Rica, Sierra Leone e addirittura nella Repubblica Democratica del Congo si è vista l’importanza della medicina territoriale preventiva, capace di difendere la popolazione dal propagarsi del contagio. Ambulatori locali, paramedici in costante contatto con la popolazione, conoscenza dei metodi di protezione dai virus e bassa ospedalizzazione sono state le armi vincenti, mentre altrove si assisteva al tracollo della medicina altamente specializzata, incentrata sull’ospedalizzazione e su ingenti finanziamenti.

L’altro tema che sta emergendo dal dibattitto in sede OMS è la responsabilità del mancato coordinamento tra i Paesi nel momento della diffusione della pandemia. Tradotto: l’abbandono – anzi, il boicottaggio – del multilateralismo ha ostacolato gli scambi di informazioni e l’uniformità nella risposta al virus, favorendo invece la competizione per accaparrarsi l’ipotetico vaccino, che ha visto in campo anche i servizi di spionaggio. Si tratta di una declinazione in termini sanitari di quegli stessi problemi che già erano emersi in relazione all’economia e alla risoluzione dei conflitti. Il mondo che era entrato nella pandemia diviso, litigioso, scosso da guerre “vere” e guerre commerciali ne sta uscendo sconfitto. Perché davanti a sfide globali servono risposte globali, che si parli di sanità o di cambiamento climatico.

Da questa crisi emerge un terzo tema. I regimi autoritari o dittatoriali, che in un primo momento sembravano quelli in grado di dare le risposte più efficaci, hanno mentito. In verità, non era difficile immaginarlo. Russia, Cina, Turchia, Egitto hanno nascosto e manipolato i dati, finché la situazione è esplosa in tutta la sua gravità. Proprio quei ritardi, quelle reticenze hanno probabilmente agevolato il contagio nelle sue prime fasi, con le ricadute a lungo termine che ora stiamo vedendo. Ma anche tra i Paesi democratici ci sono stati casi di negazionismo e di ritardi nell’azione di arginamento del contagio. Negli Stati Uniti, in Brasile, nel Regno Unito i massimi esponenti delle istituzioni sono rei di avere minimizzato ciò che stava succedendo, incentivando anzi i cittadini a prendere alla leggera le misure di precauzione.

Fondamentale, infine, il tema della comunicazione. Nelle prime settimane abbiamo registrato un’impennata di fake news e teorie complottiste che hanno riproposto alcuni “classici”, come i famigerati laboratori segreti in cui si fabbricherebbero virus letali. La vera novità, però, è di segno opposto: ed è che la comunicazione scientifica ha riguadagnato il suo ruolo, conquistando un’autorevolezza che poche volte le era stata riconosciuta in passato. Le notizie (e anche i dubbi) di medici, ricercatori, esperti dei diversi aspetti della materia hanno avuto grande eco e hanno influenzato le scelte politiche. Per qualche mese c’è stata un’inedita ricomposizione della fiducia tra la grande maggioranza dei cittadini e il mondo della scienza, messa in crisi negli anni scorsi dal proliferare e dal pontificare di “esperti da tastiera”.

Il mondo di domani probabilmente non sarà migliore, ma senza dubbio dovrà prendere atto di queste linee di tendenza. Forse per la prima volta, come non era mai accaduto nemmeno per il tema ambientale, si è capito fino in fondo che siamo tutti sulla stessa barca: e che è meglio che il capitano e il suo equipaggio siano capaci, preparati e trasparenti.