In Occidente si stanno avvicendando al potere forze politiche che hanno come punto di forza un obiettivo impensabile fino a poco tempo fa: smontare la globalizzazione. Ma che cos’è oggi la globalizzazione, e soprattutto come viene percepita? Per il grande capitale è stata una manna che ha spalancato mercati prima ermeticamente chiusi, che ha permesso di trovare manodopera a basso costo altrove e soprattutto di pagare meno tasse, talvolta addirittura nulla, grazie alla cosiddetta “ottimizzazione fiscale”. Gli imprenditori di dimensioni nazionali non hanno invece lo stesso vissuto: la concorrenza delle multinazionali ha ridotto le loro possibilità di sopravvivenza, e oggi i grandi marchi stanno occupando ogni nicchia produttiva e commerciale disponibile. Per le persone, per i privati cittadini, la situazione è ancora più complessa.

C’è chi ha migliorato le sue condizioni di vita, c’è chi invece è stato scartato, espulso dal lavoro. Questa è stata la conseguenza delle delocalizzazioni produttive, che hanno caratterizzato soprattutto la prima fase della globalizzazione. Milioni di nuovi posti di lavoro creati in Oriente, milioni di posti di lavoro in meno in Occidente. Nel frattempo l’offerta di lavoro è cambiata: l’alternativa all’impiego “di una volta” consiste spessissimo in occupazioni precarie, senza prospettive di carriera, con pochi diritti. È la situazione in cui si trovano, per esempio, centinaia di migliaia di distributori a domicilio delle merci ordinate via web. Così in Occidente è cresciuta la delusione per le promesse mancate, insieme alla paura di perdere anche ciò che resta dei diritti e del lavoro del passato.

Il programma dei cosiddetti populismi è molto semplice: dare risposte radicali ai problemi della globalizzazione, senza fare mediazioni e utilizzando un linguaggio diretto. Il nocciolo della proposta è l’idea che si possa tornare al passato, che si possa ricreare un mondo che a molti, ora, sembra idilliaco. Si pensa ad esempio che se una donna europea ricevesse sussidi dallo Stato farebbe molti figli, che dazi e barriere doganali possano rilanciare la produzione nazionale, che la forza militare sia una carta vincente. Il bersaglio preferito dei populismi sono i cittadini privi del diritto al voto, cioè gli immigrati, senza i quali in realtà molte società sarebbero boccheggianti. Dai messicani negli Stati Uniti agli africani e mediorientali di religione musulmana in Europa, gli immigrati diventano la dimostrazione di un complotto: “sostituzione etnica” la chiamano, un grande disegno per cancellare i popoli bianchi d’Europa. Versione aggiornata dei Protocolli dei Savi di Sion, il pamphlet scritto dalla polizia zarista per giustificare i pogrom contro gli ebrei che portò dritto all’Olocausto.

I politici arrivati al potere su queste idee si stanno moltiplicando velocemente, da Trump negli Stati Uniti a Orbán in Ungheria, dall’Italia “gialloverde” all’Austria. E molti arriveranno ancora. Oggi i difensori della globalizzazione sono i Paesi che ne hanno tratto quasi solo vantaggi, dalla Cina al Vietnam, mentre le forze che l’hanno sostenuta in Occidente sono in stato confusionale. Il non avere mai voluto vedere le distorsioni che la globalizzazione produceva, il non avere mai voluto introdurre correttivi e riforme oggi si paga. L’azione di questi governi per ora si concentra sulla distruzione del sistema multilaterale di relazioni economiche, ma presto si arriverà all’approdo naturale di ogni nazionalismo: il ritorno a scenari bellici. Questo perché, se non sei interessato a vendere i tuoi prodotti attraverso gli accordi, i mercati li apri con le cannoniere, come usava fare l’Impero britannico. Il XXI secolo, che doveva essere quello del consolidamento di una società globale, rischia dunque di essere quello del ritorno agli Stati-nazione. La democrazia è in ritirata ovunque, gli organismi internazionali sono stati messi a tacere.

Come ridare fiducia a chi ritiene di aver soltanto perso, con la globalizzazione? È questa la domanda alla quale la politica dovrà dare urgentemente risposta. Le proposte dovranno essere concrete, dirette e radicali, ma finalizzate a riformare, non a smontare l’esistente. Perché oltre la globalizzazione non c’è la possibilità di tornare a stare meglio, c’è solo quella di tornare all’era dei conflitti.

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Il Gruppo dei 7, formalizzato nel 1986, ha accompagnato la storia delle relazioni internazionali nella delicata fase di transizione dalla Guerra Fredda alla globalizzazione. Formato dai soli paesi occidentali, si trovò un modo di includere, anche se in modo puramente formale, la Russia potenza nucleare nel G8.  Il G7 è stato fondato ufficialmente per facilitare le iniziative macroeconomiche condivise dai suoi membri. Il suo obiettivo resta quello di mettere a punto politiche economiche a breve termine tra i paesi partecipanti e monitorare gli sviluppi nell’economia mondiale. In breve, il G7 nasce con l’intenzione dichiarata di dare vita a un Direttorio economico mondiale per bypassare qualsiasi altra istanza multilaterale ribadendo il vecchio principio che il potere lo esercita chi è più forte. Ed è proprio su questo punto che il G7, formato dalle prime 7 economie mondiali degli anni ’80, dopo 20 anni era già superato. Quando cioè Cina, India e addirittura Brasile avevano superato per PIL alcuni membri del club. Erano gli effetti della globalizzazione che, spostando lavoro e investimenti in giro per il mondo, aveva anche contribuito alla crescita economica di diversi paesi. La risposta a questi mutamenti è stata, nel 1999, la nascita del G20. Il vertice dei governatori delle banche centrali e dei ministri delle finanze dei 20 paesi più industrializzati al mondo. Il G7 a questo punto si poteva considerare superato, ma invece no. Le sue riunioni, piuttosto inutili dal punto di vista pratico, servivano soprattutto a mandare un messaggio di unità di intenti al resto del mondo da parte del nocciolo duro dell’Occidente. Una recita più rivolta ai nemici che agli amici, ma soprattutto una periodica dichiarazione di fede nei dogmi e nei paradigmi della globalizzazione, del libero mercato, del mondo aperto al business. Dopo avere superato le contestazioni di massa a Seattle e a Genova, il G7 che si apre in Quebec rischia di implodere. Per la prima volta da quando c’è stata la svolta sovranista di Donald Trump negli Stati Uniti siederanno allo stesso tavolo gli attuali rivali commerciali. Il G7, da pulpito dal quale si condannavano i protezionismi degli altri, potrebbe diventare il ring dove si consumi lo strappo della famiglia occidentale. Cosa tiene insieme oggi gli Stati Uniti di Trump, la Gran Bretagna della Brexit, la Germania potenza isolata, e l’Italia gialloverde? Poco o niente, se non la paura del rompete le righe, del futuro incerto. Il G7, il Wto, il G20 sono stati tutti tentativi, per lo più falliti, di dare un ordine alle cose, di creare un sistema di regole, di tutele e di punizioni. Oggi i principali fautori di queste istanze non ci credono più, si defilano. E ognuno comincia a fare i conti sulle proprie risorse e sui propri numeri per essere considerato potenza.

Al G7 di Quebec si scatterà la foto ricordo di un mondo che non c’è quasi più. Dietro i sorrisi dei partecipanti si leggerà la preoccupazione per il futuro. Ogni qualvolta nel mondo è saltato il dialogo sono seguiti conflitti bellici. E il clima mondiale purtroppo fa presagire che questo esito potrebbe tornare realistico. Dai G7 si tentava sempre di trasmettere fiducia nel futuro, di fare sentire sicuri i cittadini perché i Grandi collaboravano. Per quanto fosse solo retorica il messaggio aveva la sua forza. Dal Quebec invece arriverà il segnale contrario, i Grandi non dialogano più e non credono più a una collaborazione, anzi, sono in piena guerra commerciale, che di solito anticipa quelle vere.

 

 

Il primo turno delle elezioni presidenziali colombiane conferma la buona salute delle sinistre in America Latina. Questa potrebbe sembrare un’affermazione contradittoria rispetto alla vulgata che vorrebbe il declino inarrestabile di ogni istanza progressista, a partire dal fallimento del Venezuela bolivariano. Ed è questo l’equivoco, cioè credere che l’esperienza chavista rappresenti ancor oggi un’ipotesi di sinistra di governo in America Latina. Chávez, insieme a Correa, Morales e Lula, è stato uno dei protagonisti della conquista dei palazzi del potere, per la prima volta nella storia, da parte di personalità uscite dalle lotte sindacali, per la terra, per i diritti umani. Presidenti che intendevano porre le basi di un modello economico diverso, ma che puntavano anche a resettare le costituzioni di nazioni che ancora non riconoscevano le diversità, a partire dalla Bolivia, dove la maggioranza amerindia era invisibile. Questi uomini e queste donne hanno scommesso sull’allargamento dei diritti, non sul loro restringimento.

È stata la stagione dei matrimoni “per tutti”, dell’estensione del diritto all’aborto, dell’approvazione di norme sui diritti umani e del ripensamento del ruolo delle forze armate. Una stagione che effettivamente si è chiusa con la grande crisi economica mondiale, arrivata in America Latina con qualche anno di ritardo. L’incapacità di governare la crisi, la corruzione e il nepotismo, la volontà di perpetuarsi al potere sono stati i fenomeni che hanno segnato la caduta del PT (il Partito dei Lavoratori) in Brasile, del kirchnerismo in Argentina, del madurismo in Venezuela. I titoli dei giornali internazionali, che si occupano poco e male di America Latina, erano concordi: “la destra torna al potere”. Questo era vero solo in parte, perché in Argentina Mauricio Macri vinceva sul candidato peronista e Sebastian Piñera in Cile tornava alla Moneda, mentre in Brasile Dilma Rousseff veniva spedita a casa da un impeachment, ma era un errore trarre conseguenze lapidarie estendendole a tutto il continente.

Ciò che stava succedendo era che all’ombra dei grandi e contradditori personaggi degli anni 2000 stava nascendo una nuova sinistra, più moderna e ancora più pragmatica di quella di prima. Bastava fare qualche conto. In Cile, al primo turno le forze che si richiamano alla sinistra o al centrosinistra prendono insieme il 54% dei voti, e soprattutto, a sorpresa, si afferma con il 20% dei voti Beatriz Muñoz a capo di una coalizione di nuova sinistra. Lo stesso succede alle presidenziali in Colombia, dove arriva secondo, e va al ballottaggio contro il candidato della destra Iván Duque, Gustavo Petro, ex guerrigliero e sindaco di Bogotá, seguito a pochi voti da Sergio Fajardo, ex sindaco di Medellin, con una coalizione di centrosinistra. Insieme prendono quasi il 49% dei voti contro il 39% del candidato delle destre. Anche il Messico che andrà al voto il prossimo 1° luglio vede in testa a tutti i sondaggi Andrés Manuel López Obrador, un politico di sinistra in versione populista che per la prima volta potrebbe occupare la poltronissima di Città del Messico. Addirittura nel Costa rica sono tornati al governo i socialdemocratici rinnovati, che hanno battutto un predicatore evengelico.

Il fenomeno delle nuove sinistre, rispetto a quelle degli anni ’90 e 2000, si sta dispiegando a livello continentale. E questo perché il merito delle sinistre precedenti è stato aver vinto la battaglia culturale contro la destra liberale che aveva portato alcuni Paesi al fallimento totale. Anche se il Venezuela di Maduro rischia la stessa fine, i fondamentali ereditati da quelle esperienze in materia di protezione ai più deboli, diritti civili e ruolo dello Stato oggi non vengono messi in discussione dai contendenti. Nell’Argentina di Macri, ad esempio, il welfare peronista finora non è stato intaccato, così come in Cile Piñera non ha modificato le riforme dei socialisti, e addirittura in Venezuela gli oppositori di Maduro garantiscono che non toccheranno l’assistenza sanitaria universale. Se l’America Latina è stata sempre un laboratorio – nel bene e nel male – delle vicende politiche occidentali, ora si respira l’inizio di una nuova era. Che, contrariamente a quanto dicono molte analisi, non sarà regressiva, ma nella quale si cercherà di mantenere alti i principi di eguaglianza e di giustizia, senza però dimenticare la sostenibilità economica delle proprie scelte.

 

Pochi popoli al mondo sono così fortemente identificati con un territorio come i Masai della Tanzania e del Kenya. L’immagine della savana primordiale, ricca di fauna esotica altrove sparita, non può prescindere nel nostro immaginario dai Masai, allevatori transumanti di bovini, che da tempi antichi vengono considerati i signori di quei grandi spazi. Le mandrie pascolano custodite dai ragazzi di quest’etnia che si è sviluppata senza conoscere i moderni confini tra Stati, ma da qualche decennio devono evitare soprattutto le aree protette. Questo perché il turismo nella savana, che una volta era praticato da pochi e ricchi occidentali, è cresciuto velocemente. Non si tratta più di cacciatori, anche se nelle riserve private si continua a sparare sugli animali, ma di turisti da safari fotografico. Ed è così che gli uomini di queste terre sono progressivamente diventati ingombranti, con le loro mandrie che nulla hanno di esotico, almeno per chi cerca il brivido dell’incontro con il leone.

Come denuncia il californiano Oakland Institute nel suo dossier Losing the Serengeti, i Masai dalla Tanzania stanno perdendo progressivamente il possesso dei loro territori a causa dell’espansione delle aree protette e delle riserve private destinate ai turisti. Nel Paese africano è dunque tornata di moda una concezione del protezionismo molto vecchia, che si considerava superata: la natura va conservata allontanando gli abitanti ancestrali del territorio. Questo approccio un tempo era figlio di erronee interpretazioni dell’interazione tra i popoli indigeni e l’ambiente, mentre oggi deriva biecamente da interessi commerciali. Come in passato nelle Filippine e in Indonesia, dove interi popoli sono stati espulsi dalle loro terre per dare il via a progetti di ecoturismo, queste operazioni avvengono spesso in modo violento. Nel dossier si denuncia ad esempio la distruzione nel 2017 di 180 boma, le case tradizionali masai, a Loliondo, un villaggio tanzaniano quasi al confine con il Kenya.

Per fare posto a nuove strutture per turisti, migliaia di pastori sono stati espulsi con gravi danni per il loro bestiame. Ed è nato così l’ennesimo conflitto per la terra, in zone dove non esistevano titoli di proprietà né demarcazioni. Ora però, all’improvviso, vengono rilasciati permessi per l’insediamento di società specializzate nei safari, come la statunitense Tanzania Conservation Limited, che gestisce una riserva di 5100 ettari e la Ortello Business Corporation degli Emirati Arabi Uniti che controlla circa 150.000 ettari.

Nei difficili rapporti tra minoranze etniche e Stati nazionali si trovano condensate tutte le tipologie di conflitti esistenti al mondo. Conflitti ambientali provocati dall’industria mineraria e del legname, conflitti per l’acqua, veri e propri tentativi di etnocidio. È una situazione denunciata puntualmente dall’ong Survival International, che documenta costanti aggressioni contro popoli raramente in grado di opporre resistenza. In nome del turismo e dello sviluppo economico si stanno ora compiendo nuovi soprusi: dai boscimani del Kalahari in Botswana, ricacciati sempre più dentro il deserto per non disturbare l’industria turistica, agli indios dell’Amazzonia sfruttati dai tour operator come comparse mal retribuite nei viaggi di cosiddetto etno-turismo. La posta in gioco non è soltanto la terra, come in Tanzania, ma più spesso è la cultura locale, spacciata come “autentica” ma che deve essere recitata, e che finisce con il perdere vitalità, come qualcosa di fossilizzato nel tempo.

Il turista amante di questi “incontri” con gli indigeni fa finta di credere (o a volte crede veramente) che le persone che incontra vivano ancora seminude, che danzino tutti i giorni, che celebrino feste ogniqualvolta il pullman si ferma fuori dal villaggio. Grazie alla globalizzazione, gli zoo umani che si allestivano in Europa tra l’800 e il ’900 ora si possono visitare direttamente in loco. E questo ha peggiorato la situazione, perché a pagarne le conseguenze non sono solo i pochi individui strappati al loro mondo per essere esposti come animali a Parigi o a Bruxelles, ma interi popoli. Che insieme alla dignità rischiano di perdere la terra e di diventare profughi, resi tali non da guerre o carestie ma dai viaggiatori che, volendo incontrare culture esotiche, contribuiscono invece a una nuova e gigantesca violazione dei diritti dei popoli.

 

A 200 anni dalla sua nascita, nessuno può negare l’importanza che Karl Marx ha avuto nella storia del pensiero politico. A differenza dei socialisti utopisti suoi contemporanei, fin dall’inizio Marx fu un pragmatico, fortemente influenzato da Hegel e dal positivismo: si pose per primo il problema del potere e di come esso sarebbe stato raggiunto dalle classi subalterne della rivoluzione industriale, cioè dal proletariato. Una storia europea, quella di Marx, fortemente influenzata dalle correnti di pensiero razionaliste che declinavano il concetto di progresso come panacea per il superamento della miseria, ben presente anche nel cuore dei Paesi ricchi. La povertà alla quale Marx faceva riferimento non era la miseria profonda del mondo rurale bensì la realtà urbana del lavoratore-povero che, malgrado il suo inserimento nel ciclo produttivo industriale, continuava a rimanere povero: una situazione che, ai tempi di Marx, la mano invisibile del mercato, per usare la fortunata metafora dell’economista scozzese Adam Smith, non era riuscita a cancellare.

Da qui l’intuizione geniale del giovane filosofo: di fronte all’intesa tra i capitalisti per perpetuare il loro potere, bisognava immaginare una fratellanza tra i lavoratori per strappare una fetta maggiore del valore del lavoro, o meglio, per appropriarsi dei mezzi di produzione. Al netto delle successive interpretazioni delle sue idee, che in vita Marx non vide mai concretizzarsi, l’idea-forza del suo pensiero fu il concetto della necessità dell’organizzazione degli oppressi per rovesciare l’ordine delle cose: è l’idea che sta alla base della cooperazione, del sindacato, dei partiti progressisti, il vero motore della storia popolare tra il XIX e il XX secolo. Non a caso, in questa stagione della globalizzazione, diversa da quella studiata magistralmente da Marx solo per via degli attori in campo, una delle migliori armi del capitale è proprio quella di spezzettare il lavoro, di frammentare la rappresentanza, di rendere i lavoratori precari e non solidali tra loro. Questo perché, appunto, storicamente l’unione ha sempre fatto la forza.

Le profezie di Marx sui soggetti e sui contesti che sarebbero stati protagonisti della rivoluzione sono state più volte smentite. Non fu la classe operaia dei Paesi industrializzati a plasmare il suo pensiero in politica, ma quella dei miserrimi contadini russi e poi dei contadini cinesi. Paradossalmente erano società che lo stesso Marx aveva definito arretrate, sulla base della superiorità eurocentrica del pensiero positivista rispetto a qualsiasi cultura altra.

In realtà, pensare che Marx abbia influenzato solo i regimi sovietici o il comunismo cinese è sbagliato. Il marxismo ha influenzato anche l’azione e le idee della galassia socialista e socialdemocratica che ha modellato la storia recente europea. Le conquiste sociali, uniche al mondo, del Vecchio Continente sono tutte, in qualche modo, figlie del pensiero di Marx. La socialdemocrazia – che propone una società organizzata nella quale i più forti sostengono i più deboli attraverso la fiscalità, e nella quale lo Stato è al centro non solo per le istanze redistributive ma anche come garante collettivo delle dinamiche del mercato – ha interpretato il pensiero di Marx in modo forse più realistico di quanto fecero i programmatori dell’economia pianificata dell’Unione Sovietica.

E questo è il punto: Marx auspicava la rivoluzione e l’instaurazione della dittatura del proletariato, oppure le considerava eventi che si sarebbero verificati, come in effetti accadde in diversi Paesi? Forse questo oggi è un dibattito sterile. Restano il pensiero, la capacità analitica e le idee del primo critico della globalizzazione, che però in essa vedeva sia grandi ingiustizie sia grandi potenzialità. Soprattutto se i soggetti deboli si fossero uniti per lottare insieme. Un pensiero formulato nell’800 che resta di incredibile attualità.

 

C’è un collegamento fra la notizia, molto amplificata dalla stampa, della causa vinta da 25 ragazzi contro lo Stato colombiano che non protegge come dovrebbe l’Amazzonia e i dati inquietanti dell’AIE, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, sull’aumento delle emissioni di CO2 a livello globale. Notizie positive, come quella colombiana, servono a rassicurarci e a far dimenticare la realtà dei fatti. Che sono impietosi. Secondo l’AIE, nel 2017 le emissioni responsabili del cambiamento climatico sono tornate a crescere: +1,4%, dopo tre anni in cui erano rimaste stabili. L’aumento ha fatto raggiungere alle emissioni il record storico di 32,3 miliardi di tonnellate emesse in un anno. Si tratta per giunta di un dato parziale, perché l’AIE misura solo le emissioni generate dalla produzione di energia e non l’incremento di CO2 dovuto all’agricoltura, all’allevamento di bestiame e alla deforestazione.

I motivi di questa crescita sono riconducibili in buona parte alla ripresa dell’economia mondiale e all’aumento dei consumi in India e in Cina. Ma il principale indiziato rimane la nostra dipendenza, ancora strettissima, dall’energia fossile. L’anno scorso il consumo di carbone è tornato ad aumentare, mentre quello di petrolio ha raddoppiato il ritmo di crescita rispetto a 10 anni fa. Questo grazie al boom del fracking e alle maggiori possibilità di sfruttare il greggio offshore. Gli obiettivi di riduzione fissati alla Conferenza sul Clima di Parigi restano un ricordo sfuocato rispetto alla sete di energia che si manifesta non appena il ciclo economico si rimette in moto.

Il dato dell’aumento delle emissioni non è omogeneo. Gli Stati Uniti, grazie ancora ai provvedimenti della precedente amministrazione e all’uso massiccio di shale gas, segnano mezzo punto in meno rispetto al 2016. India e Cina sono cresciute del 2%, che significa molto in termini assoluti, pur rallentando rispetto agli anni precedenti. La sorpresa vera arriva dall’Europa, che dopo essere stata la prima della classe negli anni 2000, nel 2017 ha aumentato le sue emissioni dell’1,5%. Complessivamente un dato inquietante, che porta l’AIE a scrivere nel suo rapporto che gli sforzi per combattere il cambiamento climatico sono insufficienti. L’allarme è confermato dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale, agenzia dell’ONU che ha constatato come gli ultimi tre anni siano stati i più caldi nella storia, preannunciando che il 2018 seguirà questa tendenza.

La concentrazione di CO2 nell’atmosfera, 400 parti per milione, va oltre qualsiasi variazione naturale che si sia registrata negli ultimi 800.000 anni. L’agenzia meteorologica dell’ONU stima che la situazione resterà su questi livelli per generazioni a venire. E qui torniamo ai ragazzi colombiani che hanno denunciato con successo lo Stato per i danni inflitti all’Amazzonia, in quanto ha leso i loro diritti generazionali: le future generazioni, anche se dovessero lavorare insieme per ridurre le emissioni di CO2, pagheranno comunque le conseguenze dell’uso dissennato di combustibili fossili fatto dalle generazioni precedenti. E non c’è da riporre grandi speranze, almeno sul breve periodo, nella cosiddetta rivoluzione delle rinnovabili, che resta ancora marginale e non fa la differenza. Senza dubbio la direzione resta quella del ridimensionamento dei consumi e della moltiplicazione della capacità installata di rinnovabili, ma ancora a lungo sarà il petrolio ad accompagnarci, insieme al carbone. Costano relativamente poco e ce n’è a sufficienza per portarci dritti nell’apocalisse climatica.

Immaginare un futuro diverso, e fare di conseguenza gli investimenti necessari, è uno sforzo sistematicamente rimandato a tempi migliori. Per questo fa tanto rumore la notizia dei bravissimi ragazzi che hanno vinto la causa contro uno Stato in nome dei diritti delle prossime generazioni, e così poco si parla di quei dati che implacabilmente ci ricordano che le cose, per ora, non sono affatto cambiate.

 

 

Una delle certezze più salde nelle relazioni internazionali da oltre mezzo secolo era che nella Cuba post rivoluzionaria comandavano i Castro. Ora le cose cambieranno, anche se non del tutto, e cioè con il dimissionario Presidente Raul Castro che resterà a capo del Partito Comunista e controllerà ancora le forze armate, i due pilastri della Rivoluzione.

Cuba, una piccola isola caraibica, è stata un gigante politico per il peso che la Rivoluzione di Fidel e di Che Guevara del 1959 ebbe sull’America Latina e su tutto il mondo, ma anche per la sua vicinanza geografica al gigante statunitense. La Cuba dei fratelli Castro è stata la zanzara fastidiosa che punzecchiò l’impero dall’interno del suo cortile di casa. Il prezzo per questo protagonismo cubano è stato l’alleanza di ferro con l’Unione Sovietica che l’avvocato liberal-democratico Fidel Castro dovette accettare, ma alla cubana. Permettendo ad esempio che continuasse a funzionare regolarmente la Chiesa cattolica, la santeria afrocubana e la massoneria. L’ideologia del castrismo si è più ispirata alle idee del poeta-patriota José Martì che combatté contro gli spagnoli alla fine dell’800, che al marxismo-leninismo. Il vero collante della Rivoluzione non è mai stato infatti la dimensione ideologica, ma l’aspirazione all’indipendenza dal vicino del Nord. Le gesta di Fidel Castro misero a nudo le contraddizioni, percepite dalla grande massa dei latinoamericani, tra i grandi ideali e slanci della guerra anticoloniale dell’800 e le pesanti ingiustizie sociali e politiche nelle quali continuava a versare il continente non più assoggettati alla Spagna, ma sotto la pesante influenza degli Stati Uniti. Non fu però il marxismo-leninismo a rendere Fidel Castro e la sua rivoluzione il primo movimento politico globale della modernità che seppe sfruttare i media e la cultura per creare consenso, ma le istanze di giustizia sociale. Come disse Fidel Castro nella dichiarazione dell’Avana del 1960: “non offriamo agli uomini soltanto libertà ma anche pane, non offriamo agli uomini solo pane, ma anche libertà…Noi non siamo né di destra né di sinistra, né di centro. Noi vogliamo andare oltre rispetto a destra e sinistra”. Quale sia poi il concetto di libertà in un paese nel quale l’informazione e la politica sono monopolio dello Stato e di un partito unico è altro discorso. Un paese nel quale il dissenso politico, e a lungo anche l’omosessualità sono stati perseguitati duramente.

I Castro sono stati implacabili nel gestire il potere impedendo l’emergere di altre figure che potessero fare ombra soprattutto a Fidel, ma anche a Raul che ha ricevuto l’investitura come presidente dal fratello nel 2006. Una transizione indolore in una situazione di tensione perché Cuba, anche grazie all’embargo e ai madornali errori politici di Washington, si è sempre considerato, a torto o a ragione, un paese in guerra. La transizione complessa e travagliata condotta da Raul Castro aveva ottenuto con Obama, e grazie anche alla mediazione di Papa Francesco, praticamente la fine dell’embargo e il beneplacito di Washington al suo modello di stampo cinese che Fidel non amava tanto. Ma con Donald Trump alla Casa Bianca le carte si sono rimescolate ancora e tutto si è fermato.

Alcuni successi certi invece di quest’ultimo periodo della fase castrista sono stati nel 2004 la creazione dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe) insieme a Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua e altri Stati dei Caraibi: un’alleanza che ha garantito a Cuba il rifornimento di greggio venezuelano a prezzo politico in cambio di assistenza militare, sanitaria e scolastica, uno scambio che nessun altro produttore avrebbe mai accettato. Nel 2010 si è avverato invece il sogno cubano di creare una comunità dei Paesi americani alternativa all’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) con sede a Washington, e che nel 1962 aveva espulso l’isola caraibica per la sua adesione al blocco sovietico. Altro merito di Raul è stato il consolidamento dei rapporti con la Cina, oltre al mantenimento di quelli privilegiati con la Russia. Entrambe i paesi difendono le cause cubane in ambito internazionale e sono forti investitori nell’economia dell’isola.

La Cuba che ora lascia, anche se a metà, Raul è un paese colto e istruito, con buoni medici e insegnanti, con incredibili artisti e musicisti, con una grande sete di apertura e di rinnovamento. E’ anche un paese sospeso nel vuoto, con un grande passato ma con un futuro incerto. A Cuba stiamo assistendo a uno spettacolo raro: il passaggio di poteri da una famiglia che li deteneva da oltre mezzo secolo a una nuova generazione di politici senza strappi né drammi. Altro indicatore dell’eccezionalità cubana che però non può spiegare da sola la complessità della politica, e l’importanza, di quella piccola isola caraibica.

La Cuba della Revolución probabilmente finisce qui, il sogno dei fratelli Castro e dei barbudos viene consegnato alla storia come una pagina imprescindibile del ‘900