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315 euro contro 500. Questo il differenziale tra il prezzo internazionale di una tonnellata di zucchero raffinato e il costo della stessa quantità di zucchero prodotto in Europa. Da anni, come cittadini europei potremmo pagare lo zucchero la metà, se lo zucchero comprato all’estero riuscisse ad arrivare senza problemi fino ai consumatori. Invece i nostri produttori hanno potuto continuare a restare sul mercato perché l’importazione di zucchero extracomunitario è stata gravata di dazi che hanno portato il suo prezzo ai livelli di quello dello zucchero prodotto nell’UE.

Questa forma di protezionismo, molto diffusa nel comparto agricolo e agroalimentare anche in Stati Uniti, Canada e Giappone, teoricamente si colloca al di fuori delle regole stabilite dal WTO. In realtà, per ciò che riguarda il comparto agricolo, l’Organizzazione Mondiale del Commercio è impantanata in un round negoziale che si trascina da oltre dieci anni e pare destinato a non approdare a nulla.

La Commissione europea ha comunque scelto di mantenere gli impegni presi e di ridurre gradualmente le sovvenzioni agricole. E dal 1° ottobre lo zucchero europeo non sarà più tutelato. Si tratta di un’operazione complessa perché i bieticoltori (lo zucchero europeo si ricava dalla barbabietola e non dalla canna) hanno ora libertà non solo di produrre ma anche di esportare senza più dover rispettare quote prestabilite. Questa maggiore libertà ha portato all’aumento delle semine e ha colpito al ribasso le quotazioni internazionali della materia prima, in attesa dell’ingresso dello zucchero europeo sul mercato mondiale.

L’estate particolarmente calda fa prevedere una produzione record, attorno ai 20 milioni di tonnellate. I produttori europei potranno dunque disporre di grandi quantitativi di zucchero per provare a tornare sui mercati del Nordafrica e del Medio Oriente, abbandonati da oltre 10 anni. Rimane però il problema del maggior costo di produzione europeo. Alcuni analisti pensano che lentamente si allineerà con quello internazionale, ma per ora è solo una supposizione. Di certo, almeno in un primo momento, l’exploit delle esportazioni europee non farà crescere il prezzo internazionale dello zucchero: tendenzialmente l’aumento dell’offerta, cioè della quantità disponibile sul mercato, porta a una perdita di valore del prodotto.

Sul tema della concorrenza agricola tra l’Europa (e gli altri Paesi industrializzati) da un lato, e il resto del mondo dall’altro, si gioca anche la possibilità di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni rurali del Sud del pianeta. In una logica di governance globale, il punto oggi non è tanto come ridurre progressivamente le barriere per l’import dei prodotti. Piuttosto, si tratta di trovare un modo per mettere veramente in condizioni di parità gli agricoltori dei diversi Paesi: oggi solo quelli del Nord del mondo sono fortemente sostenuti da politiche protezionistiche.

Continuare a finanziare con denaro pubblico la produzione di pomodori nei Paesi Bassi o di zucchero in Francia vuol dire togliere agli Stati della sponda sud del Mediterraneo l’opportunità di sviluppare imprese agricole e creare posti di lavoro. Si dice di voler “aiutare a casa loro” le persone che migrano verso l’Europa, ma non si mettono mai in discussione le dinamiche produttive che potrebbero davvero creare lavoro, molto più di qualsiasi intervento di cooperazione allo sviluppo.

L’agricoltura europea oggi è in bilico. Se davvero si andrà lentamente a porre fine al sistema di aiuti e sovvenzioni, solo una parte di essa riuscirà a sopravvivere, trovando il suo posto in un libero mercato globale: con il rischio che vaste zone oggi coltivate vengano abbandonate all’incuria o alla speculazione edilizia.

Occorre ripensare il ruolo dell’agricoltura nella nostra società, che significa anche ripensare il modello di consumo. L’orticoltura, l’agricoltura di vicinanza, il biologico sono settori importanti anche perché contribuiscono a rendere più sostenibile il nostro territorio. Invece sarebbe bene abbandonare progressivamente il mercato delle commodities, del grano, dello zucchero, della carne, anche per dare un’opportunità concreta a chi, altrove, dipende ancora fortemente dalla terra. Non si può pretendere di avere sempre tutto, e poi lamentarsi delle conseguenze.

 

Alfredo Somoza per #Esteri Radio Popolare

 

TO GO WITH AFP STORY BY EMMANUELLE MICHEL
A photo taken on December 3, 2014 shows sugar cubes at the Crystal Union Group refinery in Bazancourt, near the eastern city of Reims. The refinery, one of the largest in France, works night and day since the begining of the beet harvest. The plant transforms 22,000 tons of beets into 1,600 tons of sugar a day. AFP PHOTO / FRANCOIS NASCIMBENI (Photo credit should read FRANCOIS NASCIMBENI/AFP/Getty Images)

 

 

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In Catalunya si sono confermati i pronostici più negativi. Come sempre, gli opposti nazionalismi quando si scontrano generano fratture che facilmente possono sfociare in violenza. Il nazionalismo “ispanico” di Mariano Rajoy e del suo partito, erede politico del franchismo, supportato da Re Felipe che ha rinunciato a fare l’arbitro, e il nazionalismo della piccola patria catalana, antico di secoli, che si materializza di nuovo in un contesto totalmente mutato rispetto al 1600. Quale futuro per un paese di 6,5 milioni di abitanti che all’improvviso si trova fuori dall’Europa, fuori dall’euro, fuori dall’ONU, non è riconosciuto da nessuno e si deve fare carico della sua parte del debito nazionale? Nessuno, è pura follia se l’indipendenza avviene senza una negoziazione, come nel caso della Cecoslovacchia, o senza una guerra, come per l’ex Jugoslavia. L’ingenuità dei politici nazionalisti catalani, minoritari in Catalunya, ma maggioritari nel parlamento locale per via della legge elettorale, fa il paio con la pochezza politica di Rajoy, che disconosce la parola “dialogo” e si comporta come se in Spagna ancora fosse in vigore il franchismo. Usando la Costituzione come una clava da brandire contro la regione che maggiormente ha contribuito alla modernizzazione della Spagna dal punto di vista economico, artistico e culturale. Una regione punita dallo statuto di Autonomia, che doveva essere migliorato negli anni 2000, in base agli accordi con i socialisti di Zapatero e che proprio grazie ai ricorsi presentati dai Popolari al Supremo spagnolo, è rimasta ridotta, e di molto se confrontata con quella ottenuta dei Paesi Baschi.  Ora il dado è tratto, o almeno così appare. La Catalunya è stata commissariata e i suoi leader politici rischiano i carcere. La  “commissario di Governo”, Soraya Saenz (Vice Presidente del Consiglio) si insedierà a Barcellona alla testa delle “forze di occupazione”, perché così saranno percepite da metà dei catalani, mandate da Madrid. Una situazione insostenibile che rischia di fare crescere ancora il blocco nazionalista. Alle elezioni annunciate il prossimo 21 dicembre queste forze politiche unite solo dall’indipendentismo e lontane anni luce per cultura politica, potrebbero guadagnare una larga maggioranza e dichiarare l’indipendenza di nuovo. Una situazione insostenibile. Per questo in Spagna è tempo di mediazione e di generosità. Mediazione tra le parti e generosità da parte di Madrid per trovare una soluzione che permetta ai catalani di potere dire che è valso la pena perché anche senza diventare indipendente sono diventati a tutti gli effetti una regione autonoma. Senza questa lucidità gli scenari sono tutti negativi, da quello più “leggero” del un continuo stillicidio tra nazionalisti e fedeli a Madrid in termini pacifici fino a una guerra civile, cosa che la Spagna e la Catalunya hanno già vissuto nel ‘900.

Non c’è spazio per una nuova nazione che vuole nascere per volontà unilaterale e non c’è spazio per un paese che occupa militarmente una sua regione e la governa con commissari. Se l’Europa servisse ancora a qualcosa, candidarsi, con il dovuto rispetto del ruolo di entrambi i contendenti, a luogo di mediazione sarebbe la sua priorità. Ma il piccolo cabotaggio di politici come Claude Junker, compagno di partito di Rajoy, allontana ancora di più l’Europa dalla gente. Nella crisi spagnola entrambe le parti sono fortemente europeiste, e forse ancora di più la Catalogna. Questo è il terreno comune sul quale giocare, accompagnando un popolo importante per storia e peso a ritrovare l’armonia necessaria per evitare tragedie. Dialogando, sempre.

 

Molto probabilmente Marine Le Pen non aveva previsto di poter avere un concorrente a sinistra capace di affermarsi nella sua stessa fascia di elettorato e con gli stessi suoi cavalli di battaglia, tranne quello dell’immigrazione. La novità rappresentata da Jean-Luc Mélenchon al primo turno delle presidenziali francesi, in realtà, stupisce solo i commentatori che continuano a ragionare in termini di bipolarismo tra una sinistra definitivamente spostata al centro e una destra diventata estrema e popolare.

Nessuno considera la presenza di un filone della sinistra, fino a ieri minoritario, che ormai è in grado di capovolgere gli equilibri. Una sinistra oggi in forte crisi, ma che già ha governato a lungo in diversi Paesi sudamericani: Lula, Correa, Moráles, Chávez erano tutti esponenti di forze minoritarie che a un certo punto, dopo un decennio di riforme ispirate al liberismo in salsa latinoamericana, hanno saputo intercettare gli umori popolari.

Una sinistra che in Europa ha avuto il suo primo grande successo con la vittoria di Alexis Tsipras, nella Grecia fallita e sull’orlo del collasso sociale. Una sinistra, quella di Podemos, che ha rotto il bipolarismo spagnolo tra socialisti e popolari conquistando importanti città e impedendo la nascita delle larghe intese. Una sinistra, quella dei Verdi di Jesse Klaver, che ha contribuito a neutralizzare l’estrema destra di Geert Wilders nei Paesi Bassi.

Ma il fenomeno non riguarda solo l’America meridionale e l’Europa: nella corsa alle primarie per le ultime presidenziali negli USA, l’outsider democratico Bernie Sanders aveva intercettato lo stesso malessere e gli stessi elettori di Donald Trump, offrendo loro una prospettiva di sinistra.

Che cosa hanno in comune i leader e i soggetti politici che spesso esulano dalla definizione tradizionale di sinistra? Sono allo stesso tempo utopisti e pragmatici: spesso offrono soluzioni irrealizzabili ai problemi, ma comunicandole come se fossero a portata di mano. Sono tornati a occuparsi dei ceti popolari, cosa che la sinistra istituzionale non faceva da decenni: sapendo che oggi i ceti popolari sono eterogenei sia per interessi sia per provenienza etnica. Sono entrati nel cuore della guerra tra i poveri, indigeni versus immigrati, individuandone la causa prima e proponendo un fronte comune contro il potere: come alle origini del movimento socialista. Parlano una lingua comprensibile: dopo anni di intellettualismi elitari, sono in grado di farsi capire dal loro elettorato senza però cadere nella trappola dei populisti di destra. Una destra che parla sempre peggio dei suoi elettori e non si limita a rinunciare a educare attraverso la politica ma pare addirittura contenta di imbarbarirla.

Questi nuovi movimenti di sinistra sono oggi in crescita ovunque, ma non è detto che siano in grado di governare realtà più complesse di una città o di un Paese marginale. Questo perché la loro forza consiste nell’offrire come facili soluzioni che in realtà sono assai difficili da realizzare. Mélenchon per esempio, oltre a prospettare l’uscita della Francia dalla Nato, dal WTO, dalla Banca Mondiale e da tutti gli accordi commerciali, propone la chiusura del mercato interno mediante l’imposizione di dazi sulle merci in entrata. Un simile isolamento avrebbe costi molto alti per una potenza globale come la Francia, che sarebbe ripagata con lo stesso trattamento nei confronti delle merci e dei servizi che esporta.

Queste sono sicuramente suggestioni da campagna elettorale, ma fanno comunque riflettere. Le sinistre vincenti di oggi, ovviamente generalizzando, rinunciano alle riforme possibili per chiedere tutto e subito, oppure fanno saltare il tavolo. Paradossalmente questa radicalizzazione potrebbe accelerare e rendere più incisive le riforme necessarie per salvare il sistema multilaterale e l’Unione Europea. I radicali di oggi, insomma, sembrano avere il compito storico di risvegliare i riformisti – quelli che si sono rassegnati all’idea che le cose non possano cambiare – e di fermare l’avanzata delle destre estreme. Ma, come per gli aerei in partenza imminente, si tratta dell’ultima chiamata per la politica tutta, prima che vada in scena la fine di quel modo di convivere sempre più minoritario che i greci chiamarono democrazia.

 

 

Con il cambio di presidenza a Washington è entrato in crisi l’intero sistema mondiale degli accordi multilaterali. Gli Stati Uniti sono usciti dal TPP, l’area di libero di scambio del Pacifico, hanno di fatto sospeso il negoziato TTIP con l’Europa e messo in discussione il NAFTA con Messico e Canada, e ora minacciano perfino l’uscita dal WTO. Un mondo alla rovescia, nel quale la Cina difende la globalizzazione e si batte contro il protezionismo mentre gli Stati Uniti diventano sabotatori del libero mercato.

L’Unione Europea, che in questo weekend celebra i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma, ha invece riaperto a sorpresa un negoziato che languiva da anni. Quello con il Mercosur, l’unione di Paesi in assoluto più simile a quella comunitaria: perché tra Brasile, Uruguay, Argentina e Paraguay circolano non solo merci ma anche persone, mostrando semplicemente la carta d’identità; inoltre si sta insediando un parlamento e da anni si parla di moneta comune. I negoziati con l’Europa, iniziati nel 1995, parevano essersi bloccati dopo alcuni vertici conclusi senza successo. Addirittura negli ultimi quattro anni le parti non si sono nemmeno incontrate. Eppure lo scambio tra queste aree assomma 57 miliardi di euro di esportazioni europee e 47 miliardi di esportazioni del Mercosur. Una bilancia commerciale nettamente favorevole all’Europa, che però tentenna al momento di concludere.

Questo è accaduto perché la Francia ha esercitato il suo storico veto nei confronti di tutto ciò che riguarda il capitolo agricoltura. I Paesi del Mercosur, secondo Parigi, dovrebbero aprirsi senza dazi ai manufatti europei, mentre l’ingresso dei prodotti agricoli sudamericani sul mercato europeo dovrebbe essere contingentato. Uno scambio diseguale, impossibile da accettare visto quanto pesa l’agricoltura nell’economia dei Paesi sudamericani. Ora, però, sembra che l’aria stia cambiando, per via del naufragio del TTIP e dei timori di un mondo che si sta inesorabilmente chiudendo al libero scambio.

La Commissione ha chiesto all’Università di Manchester una simulazione delle ricadute che si avrebbero qualora si chiudesse l’accordo: e i risultati dicono che per i Paesi Mercosur i vantaggi si concentrerebbero sul settore agricolo, mentre si avrebbe un calo dell’occupazione in quel settore in Europa. In compenso l’UE avrebbe vantaggi per il suo settore manifatturiero. Fin qui nulla di nuovo. Ma c’è di più. Nonostante una crescita del PIL calcolata tra mezzo punto percentuale per l’Argentina e 1,5% per il Brasile, entrambi i Paesi sudamericani dovrebbero far fronte a un calo occupazionale dovuto al declino dei settori manifatturieri, che si concentrano nelle grandi città, non compensato dalla crescita dell’impiego nelle campagne. In buona sostanza si avrebbe un aumento del reddito agricolo ma il settore non avrebbe praticamente bisogno di manodopera aggiuntiva, essendo stato riconvertito agli OGM.

I dubbi su questo accordo non si esauriscono qui. Si legge infatti nel documento preparatorio al prossimo vertice che la modalità di risoluzione delle eventuali controversie saranno definite “alla luce dei TLC firmati recentemente”. Significa introdurre in questo accordo quella modalità ripudiata dai milioni di cittadini europei che hanno inondato Bruxelles di firme contro gli ISDS: cioè le commissioni arbitrali private che dovrebbero risolvere i contenziosi fra Stato e soggetti privati. L’Unione sta tentando di applicare, in breve sintesi, alcune delle logiche e degli strumenti dell’accordo per ora interrotto con gli Stati Uniti; e, soprattutto, pretende aperture dagli altri tenendo chiusi alcuni dei propri settori produttivi. Si tratta di un liberismo a targhe alterne fuori tempo massimo. L’Unione dovrebbe – eccome! – stabilire relazioni chiare e proficue con il Mercosur, e anche con la Cina e con i Paesi del Pacifico. Ma dovrebbe farlo definendo uno “specifico europeo” nelle relazioni commerciali internazionali, soprattutto ora che gli Stati Uniti si ritirano dalla scena internazionale. Per ora, invece, il comportamento dell’UE continua a risentire dei riflessi condizionati del periodo a stelle e strisce: un periodo che si sta chiudendo, anche se a Bruxelles non l’hanno ancora capito.

 

 

L’Unione Europea dei nostri giorni assomiglia sempre di più a un cristallo incrinato. Le piccole e grandi fratture che rischiano di mandare tutto in frantumi ormai non si contano. A est ci sono due linee di frattura, una esterna e una interna. La prima è il rapporto con la Russia, inquinato dalla politica di accerchiamento della NATO, in stallo dopo i blitz di Mosca in Crimea e in Ucraina. L’altra, interna, riguarda i Paesi dell’ex blocco sovietico entrati a fare parte dell’Unione seguendo il miraggio della stabilità e delle potenzialità del mercato comune, ma che non intendono cedere sovranità né rispettare gli standard comunitari in materia di diritti civili, ritenuti troppo alti.

A sud-ovest si consuma la frattura con la Turchia di Erdogan, prima sopportato e foraggiato in nome del contrasto all’immigrazione, ora considerato invece un provocatore dell’Unione stessa. A sud c’è la frattura più profonda, quella mediterranea, con l’impossibilità di dialogare con la sponda meridionale del mare nostrum in preda a una crisi profonda che, nel caso della Libia, ha portato al collasso dello Stato.

Sul fronte atlantico si delinea un’altra doppia frattura. La prima con gli Stati Uniti di Trump che rinnegano il negoziato per la creazione di un area di libero commercio con l’UE e annunciano una battaglia commerciale a colpi di protezionismo, l’altra con il Regno Unito, che non ha mai amato l’Europa unita e ha deciso di uscirne. Ma non è finita, c’è anche la  frattura generata dagli impegni di bilancio sottostanti alla moneta unica, che vede schierati i “rigoristi” del Nord contro i “flessibilisti” del Sud.

A 60 anni dalla nascita della Comunità Economica Europea tutto lascia intuire che, alla fine, non hanno vinto i fautori dell’ipotesi federale, i cosiddetti Stati Uniti d’Europa, ma piuttosto coloro i quali vorrebbero spostare il percorso europeo verso un semplicissimo mercato unico. Un’era di libero scambio per merci e servizi senza altri vincoli, per la quale paradossalmente si è sempre battuto il Regno Unito: merci libere di viaggiare, persone bloccate dai muri. E sono proprio i muri i simboli di questa regressione, perché nascono proprio in quei Paesi che, per decenni, sono rimasti dietro la “cortina di ferro” sovietica, e che ora rifiutano assistenza a chi scappa da guerre e persecuzioni.

Al di là di come andrà a finire la questione-Brexit, si è tornati a parlare di una vecchia idea, la fantomatica “Europa a due velocità”. Una cerchia di Paesi che si impegnano a rinforzare i legami reciproci e altri Paesi che, invece, si accontentano di partecipare al mercato comune. Se questa linea si imponesse, sarebbe la più bruciante sconfitta per le politiche di questi ultimi 20 anni di allargamento dei confini senza costrutto, di lancio di una moneta senza Stato, di strategie di difesa senza eserciti: una linea che ha creato più danni che benefici.

L’Europa a 28, senza strumenti di governance e veri poteri decisionali, è diventata un elefante paralizzato. L’accelerazione della moneta unica senza una Costituzione comune, la mancata armonizzazione fiscale, la sperequazione delle politiche sociali, le delocalizzazioni interne sono oggi nell’occhio del ciclone dell’opinione pubblica. In buona parte la frittata è fatta: ora bisogna capire come uscirne. Innanzitutto, ed è un presupposto senza il quale tutto il resto si renderebbe inutile, a 60 anni dalla nascita della Comunità i leader che parteciperanno ai festeggiamenti di Roma si dovrebbero guardare in faccia, e con onestà dirsi se sono o non sono disponibili ad andare avanti. Le “due velocità” dovrebbero trasformarsi in un “dentro o fuori”. Se resteranno solo i legami commerciali, non ci sarà nemmeno bisogno di una grande burocrazia, e meno ancora di un Parlamento europeo. L’UE ci costerebbe molto meno, ma perderemmo molte conquiste non solo materiali. Perderemmo soprattutto la cittadinanza dell’unica regione del pianeta nella quale si è tentato di costruire un’area di civiltà e democrazia, e non solo un recinto economico. Un tentativo che – anche se in queste ore molti lo dimenticano – per la prima volta nella storia europea ha evitato guerre e fame.

Oggi i nemici dell’Europa comunitaria, interni ed esterni, sono numerosi e si moltiplicano. Ed è anche questo un segnale che la posta in gioco continua a essere alta.

 

Come facilmente prevedibile la situazione debitoria della Grecia, che non ha avuto la possibilità di rinegoziare il suo debito, con un’economia in calo costante e tagli alla spesa pubblica oltre l’immaginabile, sta precipitando. A differenza delle puntate precedenti, però, questa volta i veri protagonisti della vicenda sono divisi. La Troika, formata dalla BCE, dalla Commissione Europea e dal FMI, è riuscita a domare i diversi governi greci di destra e sinistra che si sono succeduti negli ultimi anni, senza mai aver trovato – o soltanto ipotizzato – una soluzione per questa crisi debitoria che non fossero i tagli alla spesa corrente.

Alexis Tsipras, inaspettatamente per quanti pensavano fosse un populista incosciente, ha varato tagli alla spesa pubblica pari a circa il 30% del PIL greco: un record mondiale che, però, va letto insieme al calo del 25% della produzione economica del Paese rispetto al periodo precedente alla crisi del debito. In sostanza, il limone è stato spremuto fino in fondo. Ormai non c’è più nulla da tagliare. Eppure la crisi non solo rimane, ma è ulteriormente peggiorata perché l’economia continua a perdere colpi. A fine giugno, Atene rischia di non poter pagare gli stipendi di quel poco di settore pubblico che è sopravvissuto, e a luglio difficilmente potrà onorare la rata di un prestito in scadenza. In quest’estate incandescente, dunque, al referendum sulla Brexit si aggiunge l’ipotesi di default della Grecia. Nel frattempo, gli “sminatori” che dovrebbero disinnescare la bomba greca sono sempre più divisi.

A suo tempo, Berlino ha voluto includere nella Troika anche il FMI, sebbene detenga solo un modestissimo 4,7% del debito greco, ritenendo che questa sarebbe stata l’unica soluzione per imporre norme rigide e non negoziabili alle cicale greche. L’organismo con sede a Washington si è infatti guadagnato sul campo una fama di tutto rispetto, anche se in tempi recenti le sue politiche hanno prodotto fallimenti, sommosse, colpi di stato, miseria. Ma nel caso greco il FMI sta facendo davvero il suo lavoro di valutazione della sostenibilità del debito, e dopo avere constatato che più austerità è impossibile, è fermamente convinto che la soluzione passi da una moratoria radicale, con prestiti a tassi del 1,5% da non ripagare fino al 2040. In sostanza, non propone la ristrutturazione del debito attraverso un taglio, come si fa dopo un default, ma rimanderebbe a tempi migliori il problema, ridando nel frattempo ossigeno al Paese perché possa riprendersi. Questo dopo avere fatto una feroce autocritica «sulle correzioni strozza-crescita, insieme con l’austerità, che hanno provocato una depressione economica e innescato una spirale negativa sul debito che ha poi richiesto continuamente nuovi aggiustamenti ».

Il fondo Monetario propone ora una soluzione abbastanza sensata, ma deve fare i conti con la Germania. Il Paese della cancelliera Merkel deve far approvare dal Parlamento ogni concessione in tema di gestione dei crediti, e una proposta del genere potrebbe essere affondata dalla destra della CDU dando fiato alle forze antieuropeiste. La razionale Germania, di fronte a uno dei nodi più insidiosi sulla via della salvezza o dell’affondamento dell’Unione Europea, è paralizzata dal timore che una via di uscita per la crisi debitoria greca si trasformi in consenso per le opposizioni populiste.

I dissidi tra Berlino e Washington passano anche dalla geopolitica. Per gli Stati Uniti, la Grecia va sostenuta perché si trova tra i Balcani e la Turchia, con la Russia troppo vicina. Un’avanguardia occidentale in terre incognite che oggi si trova fortemente sotto pressione anche per via dell’arrivo di masse di richiedenti asilo dalla vicina Turchia, Paese nel quale è in corso un colpo di Stato “bianco” e che l’UE ha premiato recentemente con miliardi di euro. Per i tedeschi, la cui politica è impregnata di etica luterana, la Grecia invece va punita per avere mentito sui conti, e obbligata senza via di scampo a sottostare alle regole imposte da loro stessi. Una situazione che non può durare a lungo, perché di mezzo ci sono anzitutto i cittadini greci sofferenti, ma anche il futuro dell’Europa. Se oggi si tornasse a votare in Grecia per dire sì o no alle ricette della Troika, ci sarebbero solo no. È infatti difficile fidarsi a lungo di una ricetta che non ti fa guarire, che anzi ti fa stare peggio, e nel frattempo continuare a fingere che forse tutto va per il meglio. Ringraziando pure il dottore.

 

Alfredo Somoza

 

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Nella notte del 13 febbraio 1933 il Reichstag tedesco andò in fumo. Il “colpevole” fu trovato seminudo e nascosto dietro il palazzo, era un militante comunista. Hitler prese la palla al balzo per fare approvare al vecchio presidente von Hindenburg il Decreto dell’incendio del Reichstag che aboliva la maggior parte dei diritti civili contenuti nella Costituzione di Weimar. Fu l’inizio del totalitarismo in Germania.

Nella notte del 15 luglio 2016, in Turchia è andato in scena un tentativo maldestro di colpo di Stato rientrato dopo poche ore e dai contorni ancora tutti da chiarire. Soprattutto per quanto riguarda la consapevolezza dei soldati che vi parteciparono (soprattutto quelli di leva),  il ruolo degli Stati Uniti e della Russia, il ruolo dei servizi d’intelligence turchi. Dubbi e misteri di una lunga notte funestata dal sangue di oltre 300 persone.

Al netto delle dinamiche e delle responsabilità del golpe mancato, ciò che ricorda da vicino l’incendio del Reichstag è stato il dopo. Stato di emergenza, liste già pronte di migliaia di persone da incarcerare o da radiare (militari, giudici ordinari, giudici costituzionali, giornalisti). Torture, linciaggi e vendette ai danni dei soldati arresi. Un progetto di Costituzione presidenzialista di stampo autoritario già scritta. Stato di emergenza permanente con divieto di espatrio per i dipendenti pubblici. Possibile reintroduzione della pena di morte. Distruzione progettata dei simboli della laicità turca di Istanbul (Centro culturale Ataturk, Piazza Taksim) per costruire nuove moschee e caserme militari per i fedelissimi.

La Turchia in bilico tra l’Europa e Asia sta definitivamente rompendo gli ormeggi con l’Europa per posizionarsi saldamente in una nuova collocazione, a cavallo tra i Balcani, la Russia e il Medio Oriente. Progetta una politica da potenza regionale autonoma, ma sotto l’ombrello della NATO, in quella parte del mondo che gli Stati Uniti non riescono più a influenzare e che l’Europa ha praticamente data per persa.

Non è indifferente in questo disegno la configurazione politica che assumerà il nuovo sultanato. Presidenzialismo forte, libertà di stampa e di opposizione controllata o repressa, Parlamento addomesticato. Un modello che Erdogan non ha fatto fatica a individuare, è bastato voltarsi verso Mosca per trovarlo. Sarà un regime più “democratico” di quello di Al Sisi, caposaldo dei regimi “anti islamisti”, ma meno rassicurante di quello putiniano. Anche perché nel caso turco gioca un ruolo non indifferente la vicenda religiosa che collega Ankara con le monarchie sunnite e con i gruppi dell’estremismo salafiti sul campo nei diversi scenari di guerra.

E’ l’Europa? Dopo il sollievo per il golpe mancato si è passati velocemente alle perplessità. La minaccia più pesante nei confronti di chi sta violando ogni diritti umano nella gestione del dopo-golpe e mettendo a tacere ogni forma di opposizione è stata “così non entrerà in Europa”.   Ma qualcuno pensa seriamente che oggi l’ingresso all’UE, che per la Turchia come si sa è solo un miraggio, possa garantire qualcosa di più dei vantaggi di istaurare un regime? L’Europa in crisi profonda, che non sa ancora come risolvere i problemi posti dalla Brexit, dalle tensioni ad est e dalla crisi economica è ancora convinta di essere attrattiva per qualcuno?

L’unico legame della Turchia con le democrazie occidentali rimane la NATO, che come sappiamo non si strappa le vesti sulla democrazia nei paesi membri. I turchi (ma anche i portoghesi e i greci) sono stati nella NATO in democrazia e sotto le giunte militari, indistintamente. Dobbiamo temere per i diritti umani e civili in Turchia e, con molta probabilità, si intensificherà la guerra strisciante contro ogni ipotesi di autonomia dei kurdi. Un Erdogan più forte è anche una pessima notizia per gli equilibri mediorientali. Nella spartizione siriana in corso, tra aree di influenza russo-alauiti, sciite e kurde anche la Turchia rivendicherà la sua fetta che con ogni probabilità coinciderà con quella kurda.

La balcanizzazione del Medio Oriente è un orizzonte sempre più attuale, e dalle macerie dei confini disegnati dagli accordi post-coloniali emergerà anche una potenza geografica, demografica, a cavallo tra Europa e Asia che avremo potuto includere per tempo nella costruzione europea “sganciandola” da tentazioni islamiste e autoritarie, ma che la miopia della politica nostrana ha regalato a quel mondo sempre più ostile e caotico che chiude da Ovest e da Sud il Vecchio Continente.

 

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