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Le migrazioni umane risalgono alla notte dei tempi, a quando l’Homo sapiens si spinse fuori dalla natia Africa fino a conquistare ogni angolo della Terra. Una migrazione avvenuta a piedi, che man mano creava insediamenti e sottraeva spazi al mondo animale. Negli imperi del passato esistevano migrazioni, volontarie o forzate, che erano il risultato di conquiste territoriali e consolidavano un modello agricolo, economico e culturale. Migrazioni dovute anche a motivi climatici, per esempio in concomitanza dei periodi glaciali, determinarono la fine di Stati che sembravano eterni, come l’Impero romano. Imponenti movimenti di popoli si svilupparono attraverso i mari, come la grandiosa espansione dei popoli polinesiani nel Pacifico o, dal XV secolo in poi, quella degli europei lungo le rotte del colonialismo nascente. Ci sono stati migranti per motivi religiosi, come i puritani in America settentrionale e gli olandesi in Sudafrica; per conquistare nuove ricchezze e terre agricole strappandole ai popoli originari, come in America meridionale; o per superare ancestrali ingiustizie, con radici risalenti al Medioevo, come nella grande ondata che dalla metà dell’Ottocento svuotò intere regioni povere di Irlanda, Spagna, Portogallo e Italia.

Nel corso del Novecento i movimenti migratori cambiano direzione: dalla direttrice Nord-Sud si spostano su quella Sud-Nord. Da continenti che avevano ricevuto migranti europei (Africa, America centro-meridionale, parte dell’Asia) cominciano a partire migranti verso i Paesi del Nord, diventati più ricchi ma entrati in recessione demografica. L’invecchiamento della popolazione ha liberato milioni di posti di lavoro: l’economia di questi Stati richiede manodopera giovane e disposta a lavorare nell’industria e nell’agricoltura, poi anche nei servizi alla persona. Questa rimane una delle grandi contraddizioni dei flussi contemporanei di migrazione: sono vitali per l’andamento dell’economia dei Paesi più avanzati, ma questo loro ruolo non viene riconosciuto. Anzi, si dà vita a contraddizioni giuridiche, discriminazioni, talvolta strumentalizzazioni politiche.

Nella lunga storia delle migrazioni, il fatto di assoluta novità emerso in tempi recentissimi è l’uso dei migranti come arma di ricatto o come strumento per destabilizzare altri Paesi. È stata la Turchia a inaugurare questa fase, “monetizzando” l’accoglienza dei profughi siriani sul suo territorio per ottenere fondi europei e garantirsi immunità riguardo la svolta autoritaria in corso nel Paese. Anche il Messico vive una situazione paragonabile. Da terra di emigranti è diventato Paese di passaggio per i profughi centroamericani che vogliono entrare negli Stati Uniti: e ciò gli ha fornito un nuovo strumento per ottenere vantaggi da Washington. Ora è il turno della Bielorussia, che scaglia contro le frontiere polacche la forza d’urto di migliaia di migranti, allo scopo di calmierare le sanzioni contro il regime di Minsk imposto dall’Unione Europea. Sta seguendo la linea vincente della Turchia. Nel suo piccolo, anche la Libia in mano alle bande armate tiene sotto ricatto l’Italia, e incassa lauti aiuti. E il Marocco negozia con la Spagna per la sicurezza delle roccaforti spagnole di Ceuta e Melilla, prese d’assalto da giovani che vorrebbero entrare in Europa.

Questo mix esplosivo di autoritarismo e disperazione mette in seria difficoltà i Paesi presi di mira. Perché non si può sparare contro i civili, e l’opinione pubblica sopporta sì la presenza di lager e che si lasci la gente al freddo d’inverno, ma solo lontano dai propri confini. E poiché oggi i confini sono soltanto una convenzione, alla fine si negozia. È una triste realtà che non si riesce a superare e alla base della quale ci sono da un lato il fallimento dei Paesi dai quali la gente vuole solo scappare e dall’altro l’ipocrisia dei Paesi che credono sia possibile un mondo con isole di benessere accerchiate da un mare di disperazione. Un mondo che diventa sempre più simile ai quartieri chiusi latinoamericani per soli ricchi, dove si vive fingendo che tutto funzioni e di essere sicuri, ma solo perché al confine ci sono il filo spinato e le guardie armate a difendere la tranquillità.

epa09583235 A handout photo made available by Belta news agency shows asylum-seekers, refugees and migrants gathering at the Bruzgi-Kuznica Bialostocka border crossing, Belarus, 15 November 2021. Asylum-seekers, refugees and migrants, who arrived at the Belarus-Poland border checkpoint of Bruzgi-Kuznica Bialostocka, reportedly broke through part of the barriers set up by Poland. Migrants from the Middle East began to leave the spontaneous camp set up near the border. It was noted that a large convoy of migrants, accompanied by Belarusian security officials, went out towards the frontier checkpoint Bruzgi. Since 08 November, several thousand migrants have been trying to enter the EU and have set up camp in a forest belt adjacent to the border. EPA/OKSANA MANCHUK/BELTA HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

L’allarme lanciato degli allevatori britannici di tacchini è l’ennesima conferma di come ormai a essere interdipendente non sia solo il mondo nella sua globalità, ma anche i singoli Stati al loro interno. Per mancanza di personale gli allevatori britannici non riusciranno a garantire il piatto re della tavola natalizia isolana: il tacchino, portato dall’America in Europa proprio dai coloni inglesi. Non solo: molte altre merci per la prima volta nella storia postbellica scarseggeranno e gli scaffali natalizi rimarranno semivuoti. Senza contare la crisi dell’autotrasporto dovuta alla mancanza di camionisti, quella della sanità e dell’assistenza alla persona e di molti altri mestieri e professioni. La Gran Bretagna imperiale, che si immaginava autarchica anche in materia di manodopera, sta per alzare bandiera bianca e già il governo, alla disperata, ha dovuto annunciare la concessione di alcune migliaia di permessi di lavoro a cittadini stranieri. È incredibile che un Paese quasi integralmente terziarizzato, che importa ben più della metà di quanto consuma, che esporta servizi finanziari, bancari e assicurativi e che per funzionare si serviva della manodopera delle ex colonie e dell’Europa comunitaria, abbia creduto di potersi sganciare senza contraccolpi dal suo grande mercato naturale, l’Unione Europea. Eppure Londra l’ha fatto davvero, cambiando le regole su merci e servizi e lasciando scoperti da un giorno all’altro centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Una sola volta era successo qualcosa di simile, ma era fiction hollywoodiana, nel film Un giorno senza messicani del 2004. Il film racconta la misteriosa scomparsa dei messicani dalla California, immersa in una strana nebbia. È il caos, lo Stato si paralizza.

La differenza è che nel caso della Brexit non si tratta di distopia, ma del risultato di una catena incredibile di errori di calcolo e di opportunità. Dal conservatore David Cameron che usò l’arma del referendum per ricattare l’Europa nel tentativo di ottenere maggiori vantaggi per il Regno Unito e restò scottato dal risultato pro-Brexit del 2016, passando per i goffi tentativi di Theresa May di negoziare un’uscita dignitosa, fino alla spregiudicatezza di Boris Johnson, il quale affermava che bisognava uscire dall’Unione al più presto, senza pensare alle conseguenze. Anzi, sostenendo che sarebbero state sicuramente positive.

L’errore di tutti questi politici è stato ragionare con parametri superati. Una volta un’economia forte, un esercito di rispetto e il prestigio internazionale erano sufficienti per poter stare da soli, e anche bene. Le materie prime che non si producevano si predavano, o quasi, dai Paesi coloniali e postcoloniali; e il personale di fatica lo si reclutava nei ceti bassi della società o con operazioni mirate di importazione di manodopera. Oggi tutto questo è stato superato dalla globalizzazione. Non solo i Paesi sono integrati in un sistema-mondo, ma anche le loro società riflettono in piccolo ciò che è il mondo odierno, una rete interdipendente. Una popolazione molto istruita e qualificata ha necessità, come complemento, di immigrati di diverse provenienze che occupino i posti di lavoro lasciati liberi, sognando di salire sull’ascensore sociale. Camerieri, idraulici, camionisti, infermieri, braccianti agricoli: lavoratori senza i quali si ferma tutto, come appunto sta succedendo nel Regno Unito. Lo stesso vale per le relazioni commerciali. Uscire da un mercato protetto, nel quale le tue merci viaggiavano senza problemi e dove potevi comprare come se fossi a casa tua, non è una questione che si risolve in pochi mesi. L’arroganza con la quale la politica del Regno Unito ha sognato di far tornare il proprio Paese la potenza di un tempo si è scontrata contro il muro della realtà. E tanti saranno i feriti.

Le ideologie positiviste ottocentesche non prevedevano che un solo destino per l’intera Umanità: ripercorrere a tappe forzate l’evoluzione della cultura occidentale industriale. Questa visione totalizzante però, nei luoghi del resto del pianeta dove si erano verificati importanti flussi migratori dall’Europa e il modello occidentale aveva preso piede, si scontrava con le resistenze dei popoli indigeni o aborigeni che erano stati depredati delle loro terre e libertà. I luoghi dello scontro erano le grandi praterie e i grandi laghi nordamericani, la Pampa argentina e la Patagonia cilena, l’Australia e la Nuova Zelanda. Uno scontro che fu vinto dall’Occidente dal punto di vista militare, grazie alla superiorità tecnologica delle armi, al telegrafo e al treno, e soprattutto grazie all’infinita quantità di coloni e soldati che l’emigrazione europea forniva a ciclo continuo. In modi e con fortune diverse, i popoli nativi che vivevano nei luoghi strategici della globalizzazione del XIX secolo furono messi da parte, in alcuni casi addirittura scomparvero. La loro era una fine annunciata, almeno da quando la scienza dell’epoca aveva decretato che quei popoli non erano recuperabili al progresso, che non avrebbero mai potuto diventare bravi agricoltori né cambiare religione e lingua. Venivano definiti “fossili viventi”, relitti del passato ineluttabilmente destinati a scomparire nello scontro con la “civiltà”. Da qui discendevano le diverse teorie dell’epoca, sempre più in basso, fino a quella statunitense che diceva che l’unico indiano buono era quello morto e a quella argentina che considerava la ripugnanza l’unico sentimento possibile nei confronti degli indigeni. In questi due Paesi la guerra fu di sterminio.

In Australia e in Canada, invece, si scelse un altro approccio: quello di “ammazzare l’indiano nel bambino”. Sequestrare cioè i bambini, sottraendoli ai loro genitori amerindi o aborigeni per educarli in collegi, quasi sempre gestiti da religiosi, allo scopo di farli diventare “bianchi”, almeno nei costumi, nella lingua e nella fede. Fu uno dei genocidi culturali più articolati e duraturi di cui si abbia memoria. In Australia i sequestri iniziarono nel 1869 e finirono nel 1969, in Canada si cominciò nel 1863 per finire solo nel 1998. L’unica differenza tra i due Paesi è che in Canada finivano in collegio i bambini amerindi mentre in quelli australiani si rinchiudevano i figli di coppie miste, che così sarebbero cresciuti come il genitore bianco. Solo pochi popoli, come i Maori neozelandesi e i Mapuche cileni, riuscirono a superare, non senza traumi, la doppia sconfitta militare e culturale. I popoli originari non erano avversari degni di rispetto, ma selvaggi che andavano annientati o, nel migliore dei casi, ripuliti dalla loro cultura. Tutto era giustificato dalla pseudoscienza dell’epoca che classificava i popoli del mondo in modo gerarchico: in cima si trovava il cittadino di Londra, in fondo il cosiddetto “selvaggio” della Terra del Fuoco. Coloro che non erano in grado, o non volevano, salire lungo quella scala che portava alla “civiltà” potevano solo scomparire, per loro non c’era posto nel mondo del futuro. Questa visione determinista del positivismo influenzò sia il pensiero liberale sia quello marxista.

Oggi nei luoghi dove si consumarono questi orrori regna il politically correct, il dibattito politico è incentrato sui diritti civili, e le recenti scoperte di fosse comuni nei cortili dei collegi canadesi causano orrore. Sarebbe un grave errore, però, soffermarsi solo sugli aspetti tragici, cioè sulle stragi, e non ragionare sulle cause. Che, come sempre, furono ideologiche. In Canada come nella Germania hitleriana, a preparare il terreno agli esecutori furono quelle teorie, diffuse per troppo tempo, che spiegavano che c’erano uomini di serie A e di serie B. È il principio alla base di ogni razzismo, che immagina un mondo senza diversità. Una follia anche dal punto di vista scientifico, pari al terrapiattismo: eppure, anche se smentita dalla moderna genetica, quella teoria trova sempre terreno fertile per attecchire e infestare.

Da qualche anno, a livello europeo imperversa il dibattito sull’adozione di un bollino informativo sugli alimenti consumati nell’Unione. I candidati più forti si basano su due approcci diversi. “Nutri-score”, ideato in Francia, è un semaforo che indica con 5 sfumature tra il rosso e il verde la ricaduta sulla salute di ogni singolo alimento: il colore viene elaborato da un algoritmo che prende in esame parametri quali l’apporto calorico e il contenuto di grassi saturi, zuccheri e sale. Oltre alla Francia, sostengono Nutri-score anche da Germania e Belgio. Diversi Paesi dell’Est e del Sud del continente, Italia e Grecia in primis, invece lo criticano perché penalizzerebbe i prodotti ultra processati e diversi alimenti tipici della tradizione mediterranea Questi Paesi rilanciano proponendo “Nutrinform Battery”. Si tratta di un bollino a forma di batteria che indica non se il cibo sia da considerarsi buono o cattivo in sé, bensì quanto pesa percentualmente una singola porzione di quell’alimento sulla quantità totale di calorie, zuccheri, grassi, grassi saturi e sale che è consigliabile assumere in un giorno. Un meccanismo farraginoso e difficile da interpretare da parte del consumatore, meno immediato del semaforo del concorrente.

In pratica, la tesi di Nutrinform Battery è che nessun alimento in commercio è dannoso, tutto dipende dalle quantità assunte. Per Nutri-score, invece, esistono cibi dannosi che restano tali a prescindere dal contesto.

La strategia agricola europea Farm to Fork / Dal produttore al consumatore prevede che entro il 2022 un bollino di questo tipo sia introdotto su tutti gli alimenti, escludendo solo i prodotti IGP, DOP e STG. Diverse aziende multinazionali hanno già preventivamente annunciato che si adegueranno. E proprio quest’ultimo dato ci riporta con i piedi per terra rispetto al dibattito tecnico e politico, che appassiona solo gli addetti ai lavori. Andando a vedere il mondo dei consumi, infatti, ci si accorge che la logica del bollino non spaventa nessuno: sarà l’ennesima informazione che andrà ad aggiungersi a etichette già cariche di parole e numeri, magari in più lingue, ma anche di simboli, bolli di certificazione e codici a barre, il tutto in caratteri sempre più piccoli e illeggibili. L’eccesso di informazioni, alla fine, sta producendo l’effetto contrario rispetto a quello auspicato: il mondo del consumo è ormai diviso nettamente in due, una minoranza informata che spende tempo per studiare l’etichetta e una maggioranza che la ignora, anche per mancanza di tempo. È in questa seconda, grande categoria che si collocano i consumatori di trash food, molto consistenti in Paesi come gli Stati Uniti e in forte crescita anche in Europa: di fatto non compiono una scelta ponderata ma acquistano ciò che costa poco e disconoscono o ignorano le controindicazioni.

Il problema non è solo economico ma anche culturale. Ad esempio la verdura e la frutta di stagione non hanno prezzi proibitivi, ma per ragioni culturali vengono sempre più eliminate dalla dieta. Che è sempre più basata su cibi processati e da consumare rapidamente, come i wurstel o le patatine fritte, ma anche su specialità – per guardare all’Italia – come i salumi e i formaggi. E il cortocircuito si verifica qui: i produttori di alimenti tradizionali ricchi di grassi e sale, come gli insaccati, si rivolgono a un cliente che potrebbe rivelarsi sensibile al richiamo salutista, mentre i produttori di trash food non se ne preoccupano affatto, perché i loro consumatori ignorano i bollini.

In conclusione, la guerra del bollino alimentare in Europa è figlia di una visione utopica, nella quale tutti i consumatori leggono le etichette e si regolano di conseguenza. Ma la realtà è ben diversa perché il cibo, come sempre, è cultura e disponibilità economica. La questione vera sta a monte, ed è che anche nell’Europa mediterranea, dove ieri i poveri vivevano mangiando soprattutto pesce, olio d’oliva, pane, verdura e frutta, oggi vincono hamburger, merendine e patatine fritte. Che possono permettersi di farsi beffa di qualsiasi bollino. 

Per il Regno Unito, il bilancio del primo mese da Paese extracomunitario è stato nero. Contrariamente a quanto si diceva nel 2015, ai tempi della campagna referendaria che portò al voto favorevole all’uscita dall’UE, è crollato l’export con gli Stati comunitari, -40,7% in media, con punte del -63% nel settore alimentare. Nel frattempo è cresciuto di un misero 1,7% l’export verso altri Paesi, mentre l’import dall’UE è calato del 28,8%. Come facilmente prevedibile, tranne che per i fautori della Brexit, la perdita di una posizione di privilegio garantita dall’appartenenza a un mercato con regole comuni, e senza dazi interni, è difficilmente recuperabile con le aperture ad altri mercati esteri. Soprattutto perché la produzione britannica ha standard molto elevati (fino al 2020 erano quelli dell’Unione) e ciò determina prezzi più alti rispetto ai concorrenti esterni all’UE, statunitensi o asiatici.

Il governo di Boris Johnson minimizza, parlando di circostanza straordinaria, ma il problema resterà. Anche perché Londra e l’UE non hanno voluto discutere sulle barriere non tariffarie, cioè su tutte le normative a garanzia del consumatore e della sicurezza ambientale che permettono o vietano la circolazione di ogni merce estera nel mercato dei 27 Paesi membri. Si tratta di un insieme di regole spesso utilizzato ad arte per bloccare quei prodotti che possano fare concorrenza alle aziende europee, e talvolta ignorato quando si tratta di far fronte ai bisogni del mercato europeo, come l’import di soia ogm come foraggio per il bestiame. Il Regno Unito aveva sottovalutato questi due fattori: da un lato l’avvenuto adattamento della sua produzione ai bisogni, alle regole e ai costi dell’Unione Europea, dall’altro i tempi lunghi che servono per costruire una rete di accordi e di regole condivise con altri Paesi del mondo, e anche con l’UE stessa, ma da Paese extracomunitario. Hanno prevalso, invece, l’arroganza del pensarsi ancora come un impero capace di imporre regole e tempi e, soprattutto, il sognare che da soli sarebbe stato possibile ottenere maggiori vantaggi di quelli garantiti dal mercato comune.

Nel frattempo, il prezzo pagato dai britannici ha raffreddato gli animi sovranisti in Europa, e probabilmente ha permesso che per la prima volta a Bruxelles si sia deciso di sottoscrivere debito comune, come sta accadendo per il programma Next Generation UE.

Con il Regno Unito dentro, di certo l’Unione non avrebbe potuto fare ulteriori passi verso la costituzione di una federazione di Stati; ora, anche senza Londra, non è detto che quei Paesi che ieri usavano lo scetticismo inglese come alibi si dimostrino pronti a fare passi concreti. Eppure, in Europa siamo probabilmente di fronte all’ultima possibilità di intraprendere una fase di progressivo aumento delle competenze e delle responsabilità messe in comune. Sull’occupazione, sulla cittadinanza, sul welfare, sulla difesa, sulla politica estera e sulla fiscalità, è il momento di disegnare strade convergenti. Anche a rischio di perdere altri Stati oppure di ipotizzare, come già si fa, un’Unione “a due cerchi”, con un nucleo di Paesi che intraprendono una strada comune e un altro di Paesi collegati da accordi commerciali. Anche se di Europa non si parla da tempo, il momento è ora. Sarebbe la migliore uscita dalla pandemia. Tra l’altro, dando al mondo un segnale forte sul fatto che la cooperazione “rende” più delle guerre: tanto quelle tra gli eserciti quanto quelle combattute tra le economie.

 

FILE PHOTO: Anti-Brexit protesters hold flags and placards opposite the Houses of Parliament in London, Britain, October 17, 2018. REUTERS/Hannah McKay

I romanzi storici ucronici, cioè che ipotizzano esiti storici diversi da quelli che realmente si sono verificati, esistono da sempre. Non si contano quelli, ad esempio, sul destino del mondo dopo la vittoria del nazismo, fortunatamente mai avvenuta. Ma quando lo scrittore è un professore di letteratura specializzato in eventi storici, la ricostruzione fantasiosa del passato può diventare molto attuale. Nel suo romanzo Civilizzazioni Laurent Binet, titolare della cattedra di Letteratura all’Università Paris VIII, riscrive la storia della scoperta dell’America. I vichinghi portano il ferro e il cavallo in America, Cristoforo Colombo finisce prigioniero e muore a Cuba, mentre gli Incas scoprono l’Europa e conquistano un vasto impero nel “nuovo mondo”, che sarebbe l’Europa. Il tutto storicamente “fila”, si fa per dire, grazie all’uso di veri documenti dell’epoca modificati al punto giusto e al coinvolgimento dei personaggi più noti del periodo, dall’imperatore Inca Atahualpa a Martin Lutero, passando per Carlo V e Solimano il Magnifico.

Al di là della trama, avvincente e ricca di colpi di scena, colpisce come l’autore sia riuscito a rovesciare lo sguardo del conquistatore. Non sono i cronisti spagnoli che raccontano religione, usi e costumi degli Incas, ma gli Incas che descrivono l’Europa e si interrogano su una civiltà che ritengono per molti aspetti barbarica. Uno dei punti forti della storia inventata da Binet è quello che riguarda la pretesa dei credenti del “Dio inchiodato”, come viene chiamato Gesù Cristo, di possedere la verità assoluta in materia di fede, tanto da realizzare sacrifici umani, attraverso il fuoco, con coloro che ritengono eretici. Le tasse? Una follia. La nobiltà proprietaria terriera? Altra follia, perché la terra è dell’imperatore che l’amministra per conto del Sole: i contadini devono contribuire all’impero con una parte del loro lavoro e non pagando tributi, e devono vivere degnamente e avere da mangiare, cosa non scontata a quei tempi. L’Inca, sovrano prima di Spagna e poi del Sacro Romano Impero, impone riforme quali la libertà di culto, l’eliminazione dei tributi in moneta o grano, la ripartizione su base comunitaria delle terre, l’introduzione della coltivazione di patate, mais e quinoa su vasta scala. Tutto ciò sconvolge l’Europa, facendo saltare tutti gli equilibri preesistenti. Musulmani ed ebrei convertiti con la forza, donne perseguitate perché considerate streghe, e soprattutto la moltitudine di contadini miserrimi, massacrati dai nobili e dall’oppressione ecclesiastica, vedono in quel sovrano arrivato dall’Atlantico una speranza di riscatto.

È una storia di fantasia, ma fa riflettere sulla visione unica dell’Occidente che nei secoli ha conquistato, annientato e poi descritto le civiltà altre come formate da individui arretrati, oppressi, incapaci di intendere e volere. È così che si è persa l’occasione di imparare, di contaminarsi reciprocamente, di evitare inutili stragi. Ma questo non è successo per caso. Al misero contadino spagnolo o tedesco bisognava raccontare che nelle Americhe vivevano popoli barbari e adoratori del demonio perché non scoprissero che, invece, sulle Ande i contadini vivevano molto meglio di loro, che la terra era di tutti e che in caso di bisogno lo Stato provvedeva a sfamare la gente grazie ai risparmi accumulati dalla collettività. Un Inca sovrano nell’Europa del ’500 sarebbe stato infatti davvero rivoluzionario. Ovviamente la storia andò in modo diverso, e nelle terre del Perù fu introdotto il sistema europeo del latifondo e del lavoro schiavo. Ma la grande perdita fu il totale offuscamento della visione che gli altri hanno avuto sul nostro mondo e su di noi. Una storia tarata sullo sguardo di una solo cultura è una storia monca, e soprattutto è una storia che sancisce come verità atti che, invece, furono molto opinabili.

 

 

Europa sfida gli USA

Pubblicato: 31 gennaio 2020 in Europa, Mondo
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Talvolta i primi passi, anche se in sé poco significativi, possono dare l’idea della direzione verso la quale si è diretti. Da tempo si discute di fine del multilateralismo, di spinte sovraniste che mettono a rischio il sistema di regole condivise. Non si erano individuate, però, le possibili contromosse da parte dell’Unione Europea, uno dei protagonisti più interessati, insieme alla Cina, a evitare guerre commerciali che potrebbero colpire il proprio export. L’antidoto individuato dall’UE è stato provare a rimettere in piedi l’organo di appello del meccanismo di risoluzione delle controversie commerciali del WTO, paralizzato ormai da due anni. E cioè da quando Donald Trump ha cominciato a denunciarlo come lento e “di parte”, cosa totalmente falsa, e soprattutto a bloccarlo, impedendo che fossero nominati due nuovi giudici al posto di quelli il cui mandato era scaduto.

Quest’organo di appello si occupa, o dovrebbe occuparsi, dei ricorsi in appello presentati dopo le sentenze di primo grado nelle cause su dazi, dumping e sussidi tra i 164 Stati che fanno parte del WTO. Come tutto l’impianto dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, nasce nel 1995 sulla base dell’illusione, poi smentita dai fatti, che gli Stati fossero tutti così convinti delle magnifiche sorti di un mercato globale aperto e dotato di regole comuni da poter decidere sempre all’unanimità. Ed è proprio questo uno dei seri problemi del WTO: raggiungere l’unanimità su temi critici, come l’agricoltura, oppure resistere alle spinte sovraniste da parte di Paesi forti come gli Stati Uniti. L’UE, che preferisce continuare a lavorare dentro le regole – anche perché quelle attuali lasciano ampio margine di manovra ai Paesi comunitari, ad esempio in materia di protezioni del mercato interno – ha sparigliato il gioco. Ha citato l’articolo 25 del protocollo per la risoluzione delle controversie, che prevede che i Paesi membri si possano rivolgere anche a forme volontarie di arbitrato, e così facendo ha lanciato l’idea di un tribunale parallelo, su base volontaria, rispetto a quello ufficiale bloccato dagli Stati Uniti.

All’appello comunitario hanno risposto positivamente al momento 16 Paesi extraeuropei, tra i quali alcuni alleati di ferro degli USA, come Australia, Nuova Zelanda e Messico, ma anche due dei pesi massimi dei Paesi Brics, come Cina e Brasile. A questo punto la mossa europea diventa la prima sfida in campo aperto agli Stati Uniti, che invece hanno scelto di usare come metro della loro politica commerciale soltanto i rapporti di forza, in modo da schiacciare, uno alla volta, i diversi partner. Esattamente com’è successo con la rinegoziazione dell’accordo NAFTA con Canada e Messico, condotto da Washington con un partner alla volta, che non aveva vie di scampo davanti alle richieste statunitensi. Non è sicuramente una novità che la Cina reciti la parte del Paese rispettoso delle regole e campione del multilateralismo. Lo è invece che si crei un asse tra Cina ed Europa per resistere alle spinte unilaterali degli Stati Uniti.

Sono gli Stati  Uniti, già usciti dall’accordo per il clima, latitanti in sede ONU e ora bypassati nel WTO, che rischiano seriamente di restare fuori dal sistema di relazioni internazionali. La mossa dell’Europa è un segnale forte in questo senso, e anche un segno inaspettato di vitalità. Questo gioco a mani libere guidato da Bruxelles va spiegato, però, anche in rapporto alla Brexit. Con il Regno Unito ancora dentro l’UE, probabilmente ci sarebbe stato un veto su questa mossa. Invece ora l’Unione Europea a guida tedesco-francese, senza la zavorra di Londra, torna a fare politica, almeno sul piano commerciale. È un giocatore che nessuno si aspettava ma che, se vuole, può modificare molti degli equilibri precari che si sono consolidati negli ultimi anni, e aggregare alleati insospettabili.

 

L’informazione moderna spesso ignora i collegamenti tra eventi apparentemente distanti e diversi. Per questo i fatti dell’estate del 2019 sono stati di difficile lettura. Parliamo dell’effetto domino determinato lo scorso mese di maggio dalla decisione unilaterale di Donald Trump di applicare dazi alle merci cinesi. Al netto delle ragioni statunitensi sullo sbilanciamento ai loro danni dello scambio commerciale tra le due potenze, la sottomissione della Cina al volere dell’inquilino della Casa Bianca non si è verificata, smentendo Trump. La Cina, con il suo modo di agire diplomatico e senza spettacolarizzazioni, ha invece replicato da una parte abbassando ulteriormente il valore della propria moneta e rendendo quindi meno caro l’import di merci cinesi, e d’altro canto con ritorsioni dirette, concentrate soprattutto sull’export agricolo USA. Per quanto la Cina rimanga al momento il terzo acquirente di materie prime agricole statunitensi, nel 2018 ha dimezzato il valore delle importazioni rispetto all’anno precedente, scendendo a 9 miliardi di dollari, e per il 2019 si prevede l’azzeramento degli acquisti. La Cina comprava dagli USA soprattutto soia transgenica per alimentazione animale, carni suine e latticini. Il crollo dell’export verso il Paese asiatico è un duro colpo per il settore agricolo a stelle e strisce, che le abbondanti sovvenzioni erogate da Washington non riescono ad attutire.

A questa notizia si collega la vicenda amazzonica, con gli oltre 8.000 incendi, tutti dolosi, che quest’estate hanno devastato migliaia di chilometri quadrati di foresta. Il collegamento è semplice: la Cina deve ora aumentare esponenzialmente gli acquisti di soia in Brasile e in Argentina, per compensare i mancati acquisti negli Stati Uniti. Se a questa domanda si aggiunge un presidente come Jair Bolsonaro, che non vedeva l’ora di sfruttare l’Amazzonia brasiliana in senso produttivo, il rogo è servito.

Ma l’incendio estivo dell’Amazzonia ha riaperto un altro tavolo, quello dell’Unione Europea che aveva appena firmato un accordo di libero scambio con il Mercosur, quindi con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Un accordo le cui trattative si erano trascinate per oltre vent’anni, perché le lobby agricole dei grandi produttori europei, soprattutto Francia e Polonia, hanno sempre fatto pressioni affinché non si arrivasse alla firma. Cosa temono i produttori europei, fermo restando che i prodotti agricoli del Mercosur sono già sul nostro mercato da anni? L’abolizione dei dazi e quindi la perdita del differenziale dei prezzi artificiosamente favorevoli su carne, grano, frutta e vino europei. Irlanda e Austria hanno già dato indicazione negativa alla ratifica, e i roghi amazzonici sono stati l’alibi dei politici che avevano sottoscritto l’accordo, come Emmanuel Macron e Angela Merkel, per minacciarne la sospensione. Anche la grande lobby agricola europea, foraggiata da decenni di aiuti comunitari, ha strategicamente deciso di anteporre alle proprie ragioni di parte la critica agli accordi con quei Paesi che distruggono l’ecosistema e sfruttano la manodopera. Si appropriano quindi delle parole d’ordine dei movimenti che chiedono legittimamente che gli accordi di libero scambio avvengano con altre modalità e garanzie per lavoratori e consumatori per tutelare invece i loro interessi di parte.

Ed ecco dunque l’effetto domino: Trump che colpisce i cinesi, i cinesi che non comprano più grano negli Usa, il Brasile che si “attrezza” per aumentare la sua offerta agricola e l’opinione pubblica europea che viene usata come paravento dal grande agrobusiness continentale. Un intreccio che dimostra quanto il mondo sia ormai interconnesso e non consenta soluzioni individuali ai grandi temi dell’ambiente e della sicurezza alimentare. Ma anche come l’opinione pubblica possa essere facilmente strumentalizzata per tutelare i grandi interessi.

 

Il caso dell’afroamericano massacrato dalla polizia di Memphis è solo uno dei tanti episodi di sangue che si continuano a registrare nelle società multietniche dove non tutte le componenti sono sullo stesso piano di parità. Nel caso delle società americane, dagli Stati Uniti al Brasile, sono gli afroamericani a finire più spesso in carcere e a subire episodi di violenza. E non perché ci sia una naturale inclinazione etnica al crimine, come affermato dagli pseudo sociologi-xenofobi oggi di moda, ma per tre ordini di motivi. Il primo riguarda la condizione sociale e l’emarginazione di una componente etnica ben precisa per motivi storici, come gli afroamericani in America o i rom in Romania, entrambi schiavizzati fino a metà dell’800. La seconda la maggiore attenzione della polizia nei confronti di chi appartiene a queste minoranze. La terza la considerazione dei reati da povertà, come il furto semplice, quali fonti di allarme e quindi amplificati dalla stampa.

In realtà per combattere le disparità sociali derivate dall’appartenenza ad una etnia si è fatto molto, negli Stati Uniti ad esempio con le positive discimination che hanno aperto college, università e posti di lavoro che erano storicamente negati agli afroamericani. Quello che nessuna legislazione può eliminare però è il residuo secolare di pregiudizi creati ad hoc per giustificare una situazione di sopruso.  Lo schiavo non era privato dalla libertà per via di un’ingiustizia, ma perché pigro, disordinato, non sapeva lavorare, viveva nella promiscuità, era poco intelligente. Giustificazioni buone per mettere a posto le coscienze davanti a fatti orrendi. La Gran Bretagna vittoriana aveva coniato addirittura un concetto per giustificare le violenze nei confronti dei popoli africani colonizzati: il “fardello dell’uomo bianco”. Cioè il colonialismo non era una grande macchina di sottrazione di forza lavoro e di materie prime ma bensì una missione, i colonialisti portavano la luce a popoli che vivevano al buio e nell’ignoranza. Popoli che poi si portavano nelle capitali europee da esibire negli appositi zoo-umani, perché i cittadini civilizzati potessero vedere di persona la selvaggità dei colonizzati. È questa la matrice più profonda e insidiosa del razzismo, non basata sul colore della pelle, ma sui rapporti di forza che si sono determinati nella storia degli ultimi secoli. Rapporti di forza basati sulla violenza e anche sull’invenzione di una superiorità culturale e intellettiva. Un mix che è entrato anche nella mentalità del dominato, come spiegava magistralmente l’antropologo statunitense Oscar Lewis nei suoi studi sulla povertà. Ma soprattutto del dominatore, anche tra i suoi ceti più modesti. La credenza della superiorità dei bianchi nei confronti dei neri non ha mai riguardato un élite, ma grandi masse. Tra i ceti più emarginati e poveri delle società occidentali il razzismo è stato, e resta, ben presente. Un razzismo che è anche consolatorio, perché inchioda qualcuno a un gradino più basso del tuo e trasmette l’ebrezza di appartenere a un’etnia superiore, con più diritti e opportunità, ma anche da difendere. Ed è stato questo il colonialismo, la sublimazione del concetto di guerra tra i poveri, dove non è mai esistito l’empatia tra le persone oppresse perché appartenenti a etnia con valori, virtuali, diversi. Poveri europei che si immolavano nelle guerre coloniali combattendo altri poveri. Sono queste le mele avvelenate che continuiamo a raccogliere nel XXI secolo. Cinesi furbi e silenziosi, africani balordi, arabi infidi, indios ieratici e rom ladri continuano a vivere nell’immaginario occidentale e ad essere strumentalizzati dalla politica. Per questi motivi, per gli afroamericani che tremano quando i loro figli escono di casa perché non sanno se torneranno vivi, la fine della schiavitù non è ancora arrivata.

 

La campagna per il rinnovo del Parlamento europeo è stata clamorosamente sottotono. E non solo perché l’afflato europeista dei cittadini è in calo da tempo, ma anche perché la maggioranza che non è ostile all’UE non identifica l’Unione con un’entità che possa risolvere i suoi problemi. La vera crisi dell’Unione Europea, insomma, più che dalle forze sovraniste contrarie al progetto federativo, è testimoniata dal poco entusiasmo dei favorevoli. L’Europa che per la generazione del dopoguerra significò pace e prosperità, e per le generazioni degli anni ’80 e ’90 è stata sinonimo di confini aperti e moneta unica, è diventata una sorta di gabbia nel quale si è quasi condannati a restare perché l’uscita sarebbe peggiore. È un sentimento da un lato sicuramente influenzato dalla Brexit, che ha abbassato l’intensità dei canti delle sirene sui benefici dell’uscita dall’Unione, e dall’altro dalla sensazione ormai diffusa che Bruxelles sia lontana da tutto e da tutti.

Si dà per certo che al centro della costruzione comunitaria ci siano i vincoli e la disciplina di bilancio, mentre pare a tutti impossibile costruire uno stato sociale condiviso a livello europeo e una difesa unificata, definire un salario minimo europeo e approdare all’armonizzazione fiscale. Come sempre, quando parliamo di Europa, dobbiamo fare la tara alla propaganda avversa, che la qualifica per quello che non è: una realtà terza. La costruzione europea, e in ultima istanza tutto ciò che si decide a Bruxelles, è invece frutto della volontà politica degli Stati membri. Nemmeno il Parlamento europeo, l’unico organo democraticamente eletto dell’Unione, ha poteri sufficienti per contrastare ciò che decidono la Commissione europea e il Consiglio europeo, organo composto dai capi di Stato o di governo dei Paesi membri.

Altro punto che impedisce un giudizio sereno sul valore dell’Unione è la quasi completa ignoranza delle sue reali prerogative, e cioè di quali competenze siano state davvero trasferite a Bruxelles e quali siano, invece, ancora esclusivamente sotto la responsabilità degli Stati membri. Nel primo caso troviamo le politiche agricole, i diritti dei consumatori, l’ambiente, la sicurezza alimentare. In questi campi, sui quali ha competenza l’UE, in Europa sono stati raggiunti gli standard più alti al mondo. Ma non solo: i vincoli posti dall’Unione in merito al rispetto dello stato di diritto da parte dei Paesi membri sono oggi l’unica garanzia per i cittadini di diversi Paesi dell’Est, dove progetti autoritari tentano di erodere le conquiste democratiche. Infine, non soltanto in 60 anni non si sono mai registrati conflitti tra Paesi membri, ma grazie all’UE ogni cittadino ha una possibilità in più per difendersi e far valere i suoi diritti, grazie alla Corte europea di giustizia che può ribaltare una sentenza nazionale. E tutto ciò con un costo bassissimo. La tanto vituperata euro-burocrazia costa infatti molto meno delle spese per la gestione degli Stati membri.

Ma cos’è che non va, allora? Non funzionano alcuni meccanismi che, pur nascendo da ragioni storiche, oggi andrebbero superati, come l’unanimità nelle decisioni. Altri meccanismi sono invece poco attuati: per esempio la cooperazione rafforzata, che potrebbe favorire senza strappi la creazione di un’Europa “a due cerchi”. Il primo che si consolida e procede verso la creazione di una vera entità multinazionale, il secondo che resta agganciato al mercato comune in attesa di decidere se accelerare oppure uscirne. In questo senso, l’allargamento dell’UE avvenuto negli ultimi anni ha rappresentato un danno. Bisognava prima definire meglio la natura dell’Unione e approvare la Costituzione, e solo poi procedere a includere nuovi Paesi. Ora però non è tempo di guardare indietro ma di attuare riforme profonde. Sarebbe bene che non fosse il solito asse franco-tedesco a trainare gli altri Stati, ma che si formasse anche un asse del Mediterraneo, nel quale l’Italia potrebbe giocare un ruolo fondamentale.

L’Europa del 2019 vacilla tra dissoluzione e rilancio. Gli elettori manderanno un segnale in questo senso, ma la sopravvivenza dell’Europa come entità politica potrà essere frutto solo di una classe dirigente capace di uno sguardo lungimirante e di uscire da logiche solo nazionali, come accadde nel 1957, quando i padri fondatori firmarono il Trattato di Roma. All?Europa del 2019 manca una nuova utopia, che indichi la direzione, che proponga nuove lotte e nuove conquiste.