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Le ideologie positiviste ottocentesche non prevedevano che un solo destino per l’intera Umanità: ripercorrere a tappe forzate l’evoluzione della cultura occidentale industriale. Questa visione totalizzante però, nei luoghi del resto del pianeta dove si erano verificati importanti flussi migratori dall’Europa e il modello occidentale aveva preso piede, si scontrava con le resistenze dei popoli indigeni o aborigeni che erano stati depredati delle loro terre e libertà. I luoghi dello scontro erano le grandi praterie e i grandi laghi nordamericani, la Pampa argentina e la Patagonia cilena, l’Australia e la Nuova Zelanda. Uno scontro che fu vinto dall’Occidente dal punto di vista militare, grazie alla superiorità tecnologica delle armi, al telegrafo e al treno, e soprattutto grazie all’infinita quantità di coloni e soldati che l’emigrazione europea forniva a ciclo continuo. In modi e con fortune diverse, i popoli nativi che vivevano nei luoghi strategici della globalizzazione del XIX secolo furono messi da parte, in alcuni casi addirittura scomparvero. La loro era una fine annunciata, almeno da quando la scienza dell’epoca aveva decretato che quei popoli non erano recuperabili al progresso, che non avrebbero mai potuto diventare bravi agricoltori né cambiare religione e lingua. Venivano definiti “fossili viventi”, relitti del passato ineluttabilmente destinati a scomparire nello scontro con la “civiltà”. Da qui discendevano le diverse teorie dell’epoca, sempre più in basso, fino a quella statunitense che diceva che l’unico indiano buono era quello morto e a quella argentina che considerava la ripugnanza l’unico sentimento possibile nei confronti degli indigeni. In questi due Paesi la guerra fu di sterminio.

In Australia e in Canada, invece, si scelse un altro approccio: quello di “ammazzare l’indiano nel bambino”. Sequestrare cioè i bambini, sottraendoli ai loro genitori amerindi o aborigeni per educarli in collegi, quasi sempre gestiti da religiosi, allo scopo di farli diventare “bianchi”, almeno nei costumi, nella lingua e nella fede. Fu uno dei genocidi culturali più articolati e duraturi di cui si abbia memoria. In Australia i sequestri iniziarono nel 1869 e finirono nel 1969, in Canada si cominciò nel 1863 per finire solo nel 1998. L’unica differenza tra i due Paesi è che in Canada finivano in collegio i bambini amerindi mentre in quelli australiani si rinchiudevano i figli di coppie miste, che così sarebbero cresciuti come il genitore bianco. Solo pochi popoli, come i Maori neozelandesi e i Mapuche cileni, riuscirono a superare, non senza traumi, la doppia sconfitta militare e culturale. I popoli originari non erano avversari degni di rispetto, ma selvaggi che andavano annientati o, nel migliore dei casi, ripuliti dalla loro cultura. Tutto era giustificato dalla pseudoscienza dell’epoca che classificava i popoli del mondo in modo gerarchico: in cima si trovava il cittadino di Londra, in fondo il cosiddetto “selvaggio” della Terra del Fuoco. Coloro che non erano in grado, o non volevano, salire lungo quella scala che portava alla “civiltà” potevano solo scomparire, per loro non c’era posto nel mondo del futuro. Questa visione determinista del positivismo influenzò sia il pensiero liberale sia quello marxista.

Oggi nei luoghi dove si consumarono questi orrori regna il politically correct, il dibattito politico è incentrato sui diritti civili, e le recenti scoperte di fosse comuni nei cortili dei collegi canadesi causano orrore. Sarebbe un grave errore, però, soffermarsi solo sugli aspetti tragici, cioè sulle stragi, e non ragionare sulle cause. Che, come sempre, furono ideologiche. In Canada come nella Germania hitleriana, a preparare il terreno agli esecutori furono quelle teorie, diffuse per troppo tempo, che spiegavano che c’erano uomini di serie A e di serie B. È il principio alla base di ogni razzismo, che immagina un mondo senza diversità. Una follia anche dal punto di vista scientifico, pari al terrapiattismo: eppure, anche se smentita dalla moderna genetica, quella teoria trova sempre terreno fertile per attecchire e infestare.

Da qualche anno, a livello europeo imperversa il dibattito sull’adozione di un bollino informativo sugli alimenti consumati nell’Unione. I candidati più forti si basano su due approcci diversi. “Nutri-score”, ideato in Francia, è un semaforo che indica con 5 sfumature tra il rosso e il verde la ricaduta sulla salute di ogni singolo alimento: il colore viene elaborato da un algoritmo che prende in esame parametri quali l’apporto calorico e il contenuto di grassi saturi, zuccheri e sale. Oltre alla Francia, sostengono Nutri-score anche da Germania e Belgio. Diversi Paesi dell’Est e del Sud del continente, Italia e Grecia in primis, invece lo criticano perché penalizzerebbe i prodotti ultra processati e diversi alimenti tipici della tradizione mediterranea Questi Paesi rilanciano proponendo “Nutrinform Battery”. Si tratta di un bollino a forma di batteria che indica non se il cibo sia da considerarsi buono o cattivo in sé, bensì quanto pesa percentualmente una singola porzione di quell’alimento sulla quantità totale di calorie, zuccheri, grassi, grassi saturi e sale che è consigliabile assumere in un giorno. Un meccanismo farraginoso e difficile da interpretare da parte del consumatore, meno immediato del semaforo del concorrente.

In pratica, la tesi di Nutrinform Battery è che nessun alimento in commercio è dannoso, tutto dipende dalle quantità assunte. Per Nutri-score, invece, esistono cibi dannosi che restano tali a prescindere dal contesto.

La strategia agricola europea Farm to Fork / Dal produttore al consumatore prevede che entro il 2022 un bollino di questo tipo sia introdotto su tutti gli alimenti, escludendo solo i prodotti IGP, DOP e STG. Diverse aziende multinazionali hanno già preventivamente annunciato che si adegueranno. E proprio quest’ultimo dato ci riporta con i piedi per terra rispetto al dibattito tecnico e politico, che appassiona solo gli addetti ai lavori. Andando a vedere il mondo dei consumi, infatti, ci si accorge che la logica del bollino non spaventa nessuno: sarà l’ennesima informazione che andrà ad aggiungersi a etichette già cariche di parole e numeri, magari in più lingue, ma anche di simboli, bolli di certificazione e codici a barre, il tutto in caratteri sempre più piccoli e illeggibili. L’eccesso di informazioni, alla fine, sta producendo l’effetto contrario rispetto a quello auspicato: il mondo del consumo è ormai diviso nettamente in due, una minoranza informata che spende tempo per studiare l’etichetta e una maggioranza che la ignora, anche per mancanza di tempo. È in questa seconda, grande categoria che si collocano i consumatori di trash food, molto consistenti in Paesi come gli Stati Uniti e in forte crescita anche in Europa: di fatto non compiono una scelta ponderata ma acquistano ciò che costa poco e disconoscono o ignorano le controindicazioni.

Il problema non è solo economico ma anche culturale. Ad esempio la verdura e la frutta di stagione non hanno prezzi proibitivi, ma per ragioni culturali vengono sempre più eliminate dalla dieta. Che è sempre più basata su cibi processati e da consumare rapidamente, come i wurstel o le patatine fritte, ma anche su specialità – per guardare all’Italia – come i salumi e i formaggi. E il cortocircuito si verifica qui: i produttori di alimenti tradizionali ricchi di grassi e sale, come gli insaccati, si rivolgono a un cliente che potrebbe rivelarsi sensibile al richiamo salutista, mentre i produttori di trash food non se ne preoccupano affatto, perché i loro consumatori ignorano i bollini.

In conclusione, la guerra del bollino alimentare in Europa è figlia di una visione utopica, nella quale tutti i consumatori leggono le etichette e si regolano di conseguenza. Ma la realtà è ben diversa perché il cibo, come sempre, è cultura e disponibilità economica. La questione vera sta a monte, ed è che anche nell’Europa mediterranea, dove ieri i poveri vivevano mangiando soprattutto pesce, olio d’oliva, pane, verdura e frutta, oggi vincono hamburger, merendine e patatine fritte. Che possono permettersi di farsi beffa di qualsiasi bollino. 

Per il Regno Unito, il bilancio del primo mese da Paese extracomunitario è stato nero. Contrariamente a quanto si diceva nel 2015, ai tempi della campagna referendaria che portò al voto favorevole all’uscita dall’UE, è crollato l’export con gli Stati comunitari, -40,7% in media, con punte del -63% nel settore alimentare. Nel frattempo è cresciuto di un misero 1,7% l’export verso altri Paesi, mentre l’import dall’UE è calato del 28,8%. Come facilmente prevedibile, tranne che per i fautori della Brexit, la perdita di una posizione di privilegio garantita dall’appartenenza a un mercato con regole comuni, e senza dazi interni, è difficilmente recuperabile con le aperture ad altri mercati esteri. Soprattutto perché la produzione britannica ha standard molto elevati (fino al 2020 erano quelli dell’Unione) e ciò determina prezzi più alti rispetto ai concorrenti esterni all’UE, statunitensi o asiatici.

Il governo di Boris Johnson minimizza, parlando di circostanza straordinaria, ma il problema resterà. Anche perché Londra e l’UE non hanno voluto discutere sulle barriere non tariffarie, cioè su tutte le normative a garanzia del consumatore e della sicurezza ambientale che permettono o vietano la circolazione di ogni merce estera nel mercato dei 27 Paesi membri. Si tratta di un insieme di regole spesso utilizzato ad arte per bloccare quei prodotti che possano fare concorrenza alle aziende europee, e talvolta ignorato quando si tratta di far fronte ai bisogni del mercato europeo, come l’import di soia ogm come foraggio per il bestiame. Il Regno Unito aveva sottovalutato questi due fattori: da un lato l’avvenuto adattamento della sua produzione ai bisogni, alle regole e ai costi dell’Unione Europea, dall’altro i tempi lunghi che servono per costruire una rete di accordi e di regole condivise con altri Paesi del mondo, e anche con l’UE stessa, ma da Paese extracomunitario. Hanno prevalso, invece, l’arroganza del pensarsi ancora come un impero capace di imporre regole e tempi e, soprattutto, il sognare che da soli sarebbe stato possibile ottenere maggiori vantaggi di quelli garantiti dal mercato comune.

Nel frattempo, il prezzo pagato dai britannici ha raffreddato gli animi sovranisti in Europa, e probabilmente ha permesso che per la prima volta a Bruxelles si sia deciso di sottoscrivere debito comune, come sta accadendo per il programma Next Generation UE.

Con il Regno Unito dentro, di certo l’Unione non avrebbe potuto fare ulteriori passi verso la costituzione di una federazione di Stati; ora, anche senza Londra, non è detto che quei Paesi che ieri usavano lo scetticismo inglese come alibi si dimostrino pronti a fare passi concreti. Eppure, in Europa siamo probabilmente di fronte all’ultima possibilità di intraprendere una fase di progressivo aumento delle competenze e delle responsabilità messe in comune. Sull’occupazione, sulla cittadinanza, sul welfare, sulla difesa, sulla politica estera e sulla fiscalità, è il momento di disegnare strade convergenti. Anche a rischio di perdere altri Stati oppure di ipotizzare, come già si fa, un’Unione “a due cerchi”, con un nucleo di Paesi che intraprendono una strada comune e un altro di Paesi collegati da accordi commerciali. Anche se di Europa non si parla da tempo, il momento è ora. Sarebbe la migliore uscita dalla pandemia. Tra l’altro, dando al mondo un segnale forte sul fatto che la cooperazione “rende” più delle guerre: tanto quelle tra gli eserciti quanto quelle combattute tra le economie.

 

FILE PHOTO: Anti-Brexit protesters hold flags and placards opposite the Houses of Parliament in London, Britain, October 17, 2018. REUTERS/Hannah McKay

I romanzi storici ucronici, cioè che ipotizzano esiti storici diversi da quelli che realmente si sono verificati, esistono da sempre. Non si contano quelli, ad esempio, sul destino del mondo dopo la vittoria del nazismo, fortunatamente mai avvenuta. Ma quando lo scrittore è un professore di letteratura specializzato in eventi storici, la ricostruzione fantasiosa del passato può diventare molto attuale. Nel suo romanzo Civilizzazioni Laurent Binet, titolare della cattedra di Letteratura all’Università Paris VIII, riscrive la storia della scoperta dell’America. I vichinghi portano il ferro e il cavallo in America, Cristoforo Colombo finisce prigioniero e muore a Cuba, mentre gli Incas scoprono l’Europa e conquistano un vasto impero nel “nuovo mondo”, che sarebbe l’Europa. Il tutto storicamente “fila”, si fa per dire, grazie all’uso di veri documenti dell’epoca modificati al punto giusto e al coinvolgimento dei personaggi più noti del periodo, dall’imperatore Inca Atahualpa a Martin Lutero, passando per Carlo V e Solimano il Magnifico.

Al di là della trama, avvincente e ricca di colpi di scena, colpisce come l’autore sia riuscito a rovesciare lo sguardo del conquistatore. Non sono i cronisti spagnoli che raccontano religione, usi e costumi degli Incas, ma gli Incas che descrivono l’Europa e si interrogano su una civiltà che ritengono per molti aspetti barbarica. Uno dei punti forti della storia inventata da Binet è quello che riguarda la pretesa dei credenti del “Dio inchiodato”, come viene chiamato Gesù Cristo, di possedere la verità assoluta in materia di fede, tanto da realizzare sacrifici umani, attraverso il fuoco, con coloro che ritengono eretici. Le tasse? Una follia. La nobiltà proprietaria terriera? Altra follia, perché la terra è dell’imperatore che l’amministra per conto del Sole: i contadini devono contribuire all’impero con una parte del loro lavoro e non pagando tributi, e devono vivere degnamente e avere da mangiare, cosa non scontata a quei tempi. L’Inca, sovrano prima di Spagna e poi del Sacro Romano Impero, impone riforme quali la libertà di culto, l’eliminazione dei tributi in moneta o grano, la ripartizione su base comunitaria delle terre, l’introduzione della coltivazione di patate, mais e quinoa su vasta scala. Tutto ciò sconvolge l’Europa, facendo saltare tutti gli equilibri preesistenti. Musulmani ed ebrei convertiti con la forza, donne perseguitate perché considerate streghe, e soprattutto la moltitudine di contadini miserrimi, massacrati dai nobili e dall’oppressione ecclesiastica, vedono in quel sovrano arrivato dall’Atlantico una speranza di riscatto.

È una storia di fantasia, ma fa riflettere sulla visione unica dell’Occidente che nei secoli ha conquistato, annientato e poi descritto le civiltà altre come formate da individui arretrati, oppressi, incapaci di intendere e volere. È così che si è persa l’occasione di imparare, di contaminarsi reciprocamente, di evitare inutili stragi. Ma questo non è successo per caso. Al misero contadino spagnolo o tedesco bisognava raccontare che nelle Americhe vivevano popoli barbari e adoratori del demonio perché non scoprissero che, invece, sulle Ande i contadini vivevano molto meglio di loro, che la terra era di tutti e che in caso di bisogno lo Stato provvedeva a sfamare la gente grazie ai risparmi accumulati dalla collettività. Un Inca sovrano nell’Europa del ’500 sarebbe stato infatti davvero rivoluzionario. Ovviamente la storia andò in modo diverso, e nelle terre del Perù fu introdotto il sistema europeo del latifondo e del lavoro schiavo. Ma la grande perdita fu il totale offuscamento della visione che gli altri hanno avuto sul nostro mondo e su di noi. Una storia tarata sullo sguardo di una solo cultura è una storia monca, e soprattutto è una storia che sancisce come verità atti che, invece, furono molto opinabili.

 

 

Europa sfida gli USA

Pubblicato: 31 gennaio 2020 in Europa, Mondo
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Talvolta i primi passi, anche se in sé poco significativi, possono dare l’idea della direzione verso la quale si è diretti. Da tempo si discute di fine del multilateralismo, di spinte sovraniste che mettono a rischio il sistema di regole condivise. Non si erano individuate, però, le possibili contromosse da parte dell’Unione Europea, uno dei protagonisti più interessati, insieme alla Cina, a evitare guerre commerciali che potrebbero colpire il proprio export. L’antidoto individuato dall’UE è stato provare a rimettere in piedi l’organo di appello del meccanismo di risoluzione delle controversie commerciali del WTO, paralizzato ormai da due anni. E cioè da quando Donald Trump ha cominciato a denunciarlo come lento e “di parte”, cosa totalmente falsa, e soprattutto a bloccarlo, impedendo che fossero nominati due nuovi giudici al posto di quelli il cui mandato era scaduto.

Quest’organo di appello si occupa, o dovrebbe occuparsi, dei ricorsi in appello presentati dopo le sentenze di primo grado nelle cause su dazi, dumping e sussidi tra i 164 Stati che fanno parte del WTO. Come tutto l’impianto dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, nasce nel 1995 sulla base dell’illusione, poi smentita dai fatti, che gli Stati fossero tutti così convinti delle magnifiche sorti di un mercato globale aperto e dotato di regole comuni da poter decidere sempre all’unanimità. Ed è proprio questo uno dei seri problemi del WTO: raggiungere l’unanimità su temi critici, come l’agricoltura, oppure resistere alle spinte sovraniste da parte di Paesi forti come gli Stati Uniti. L’UE, che preferisce continuare a lavorare dentro le regole – anche perché quelle attuali lasciano ampio margine di manovra ai Paesi comunitari, ad esempio in materia di protezioni del mercato interno – ha sparigliato il gioco. Ha citato l’articolo 25 del protocollo per la risoluzione delle controversie, che prevede che i Paesi membri si possano rivolgere anche a forme volontarie di arbitrato, e così facendo ha lanciato l’idea di un tribunale parallelo, su base volontaria, rispetto a quello ufficiale bloccato dagli Stati Uniti.

All’appello comunitario hanno risposto positivamente al momento 16 Paesi extraeuropei, tra i quali alcuni alleati di ferro degli USA, come Australia, Nuova Zelanda e Messico, ma anche due dei pesi massimi dei Paesi Brics, come Cina e Brasile. A questo punto la mossa europea diventa la prima sfida in campo aperto agli Stati Uniti, che invece hanno scelto di usare come metro della loro politica commerciale soltanto i rapporti di forza, in modo da schiacciare, uno alla volta, i diversi partner. Esattamente com’è successo con la rinegoziazione dell’accordo NAFTA con Canada e Messico, condotto da Washington con un partner alla volta, che non aveva vie di scampo davanti alle richieste statunitensi. Non è sicuramente una novità che la Cina reciti la parte del Paese rispettoso delle regole e campione del multilateralismo. Lo è invece che si crei un asse tra Cina ed Europa per resistere alle spinte unilaterali degli Stati Uniti.

Sono gli Stati  Uniti, già usciti dall’accordo per il clima, latitanti in sede ONU e ora bypassati nel WTO, che rischiano seriamente di restare fuori dal sistema di relazioni internazionali. La mossa dell’Europa è un segnale forte in questo senso, e anche un segno inaspettato di vitalità. Questo gioco a mani libere guidato da Bruxelles va spiegato, però, anche in rapporto alla Brexit. Con il Regno Unito ancora dentro l’UE, probabilmente ci sarebbe stato un veto su questa mossa. Invece ora l’Unione Europea a guida tedesco-francese, senza la zavorra di Londra, torna a fare politica, almeno sul piano commerciale. È un giocatore che nessuno si aspettava ma che, se vuole, può modificare molti degli equilibri precari che si sono consolidati negli ultimi anni, e aggregare alleati insospettabili.

 

L’informazione moderna spesso ignora i collegamenti tra eventi apparentemente distanti e diversi. Per questo i fatti dell’estate del 2019 sono stati di difficile lettura. Parliamo dell’effetto domino determinato lo scorso mese di maggio dalla decisione unilaterale di Donald Trump di applicare dazi alle merci cinesi. Al netto delle ragioni statunitensi sullo sbilanciamento ai loro danni dello scambio commerciale tra le due potenze, la sottomissione della Cina al volere dell’inquilino della Casa Bianca non si è verificata, smentendo Trump. La Cina, con il suo modo di agire diplomatico e senza spettacolarizzazioni, ha invece replicato da una parte abbassando ulteriormente il valore della propria moneta e rendendo quindi meno caro l’import di merci cinesi, e d’altro canto con ritorsioni dirette, concentrate soprattutto sull’export agricolo USA. Per quanto la Cina rimanga al momento il terzo acquirente di materie prime agricole statunitensi, nel 2018 ha dimezzato il valore delle importazioni rispetto all’anno precedente, scendendo a 9 miliardi di dollari, e per il 2019 si prevede l’azzeramento degli acquisti. La Cina comprava dagli USA soprattutto soia transgenica per alimentazione animale, carni suine e latticini. Il crollo dell’export verso il Paese asiatico è un duro colpo per il settore agricolo a stelle e strisce, che le abbondanti sovvenzioni erogate da Washington non riescono ad attutire.

A questa notizia si collega la vicenda amazzonica, con gli oltre 8.000 incendi, tutti dolosi, che quest’estate hanno devastato migliaia di chilometri quadrati di foresta. Il collegamento è semplice: la Cina deve ora aumentare esponenzialmente gli acquisti di soia in Brasile e in Argentina, per compensare i mancati acquisti negli Stati Uniti. Se a questa domanda si aggiunge un presidente come Jair Bolsonaro, che non vedeva l’ora di sfruttare l’Amazzonia brasiliana in senso produttivo, il rogo è servito.

Ma l’incendio estivo dell’Amazzonia ha riaperto un altro tavolo, quello dell’Unione Europea che aveva appena firmato un accordo di libero scambio con il Mercosur, quindi con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Un accordo le cui trattative si erano trascinate per oltre vent’anni, perché le lobby agricole dei grandi produttori europei, soprattutto Francia e Polonia, hanno sempre fatto pressioni affinché non si arrivasse alla firma. Cosa temono i produttori europei, fermo restando che i prodotti agricoli del Mercosur sono già sul nostro mercato da anni? L’abolizione dei dazi e quindi la perdita del differenziale dei prezzi artificiosamente favorevoli su carne, grano, frutta e vino europei. Irlanda e Austria hanno già dato indicazione negativa alla ratifica, e i roghi amazzonici sono stati l’alibi dei politici che avevano sottoscritto l’accordo, come Emmanuel Macron e Angela Merkel, per minacciarne la sospensione. Anche la grande lobby agricola europea, foraggiata da decenni di aiuti comunitari, ha strategicamente deciso di anteporre alle proprie ragioni di parte la critica agli accordi con quei Paesi che distruggono l’ecosistema e sfruttano la manodopera. Si appropriano quindi delle parole d’ordine dei movimenti che chiedono legittimamente che gli accordi di libero scambio avvengano con altre modalità e garanzie per lavoratori e consumatori per tutelare invece i loro interessi di parte.

Ed ecco dunque l’effetto domino: Trump che colpisce i cinesi, i cinesi che non comprano più grano negli Usa, il Brasile che si “attrezza” per aumentare la sua offerta agricola e l’opinione pubblica europea che viene usata come paravento dal grande agrobusiness continentale. Un intreccio che dimostra quanto il mondo sia ormai interconnesso e non consenta soluzioni individuali ai grandi temi dell’ambiente e della sicurezza alimentare. Ma anche come l’opinione pubblica possa essere facilmente strumentalizzata per tutelare i grandi interessi.

 

Il caso dell’afroamericano massacrato dalla polizia di Memphis è solo uno dei tanti episodi di sangue che si continuano a registrare nelle società multietniche dove non tutte le componenti sono sullo stesso piano di parità. Nel caso delle società americane, dagli Stati Uniti al Brasile, sono gli afroamericani a finire più spesso in carcere e a subire episodi di violenza. E non perché ci sia una naturale inclinazione etnica al crimine, come affermato dagli pseudo sociologi-xenofobi oggi di moda, ma per tre ordini di motivi. Il primo riguarda la condizione sociale e l’emarginazione di una componente etnica ben precisa per motivi storici, come gli afroamericani in America o i rom in Romania, entrambi schiavizzati fino a metà dell’800. La seconda la maggiore attenzione della polizia nei confronti di chi appartiene a queste minoranze. La terza la considerazione dei reati da povertà, come il furto semplice, quali fonti di allarme e quindi amplificati dalla stampa.

In realtà per combattere le disparità sociali derivate dall’appartenenza ad una etnia si è fatto molto, negli Stati Uniti ad esempio con le positive discimination che hanno aperto college, università e posti di lavoro che erano storicamente negati agli afroamericani. Quello che nessuna legislazione può eliminare però è il residuo secolare di pregiudizi creati ad hoc per giustificare una situazione di sopruso.  Lo schiavo non era privato dalla libertà per via di un’ingiustizia, ma perché pigro, disordinato, non sapeva lavorare, viveva nella promiscuità, era poco intelligente. Giustificazioni buone per mettere a posto le coscienze davanti a fatti orrendi. La Gran Bretagna vittoriana aveva coniato addirittura un concetto per giustificare le violenze nei confronti dei popoli africani colonizzati: il “fardello dell’uomo bianco”. Cioè il colonialismo non era una grande macchina di sottrazione di forza lavoro e di materie prime ma bensì una missione, i colonialisti portavano la luce a popoli che vivevano al buio e nell’ignoranza. Popoli che poi si portavano nelle capitali europee da esibire negli appositi zoo-umani, perché i cittadini civilizzati potessero vedere di persona la selvaggità dei colonizzati. È questa la matrice più profonda e insidiosa del razzismo, non basata sul colore della pelle, ma sui rapporti di forza che si sono determinati nella storia degli ultimi secoli. Rapporti di forza basati sulla violenza e anche sull’invenzione di una superiorità culturale e intellettiva. Un mix che è entrato anche nella mentalità del dominato, come spiegava magistralmente l’antropologo statunitense Oscar Lewis nei suoi studi sulla povertà. Ma soprattutto del dominatore, anche tra i suoi ceti più modesti. La credenza della superiorità dei bianchi nei confronti dei neri non ha mai riguardato un élite, ma grandi masse. Tra i ceti più emarginati e poveri delle società occidentali il razzismo è stato, e resta, ben presente. Un razzismo che è anche consolatorio, perché inchioda qualcuno a un gradino più basso del tuo e trasmette l’ebrezza di appartenere a un’etnia superiore, con più diritti e opportunità, ma anche da difendere. Ed è stato questo il colonialismo, la sublimazione del concetto di guerra tra i poveri, dove non è mai esistito l’empatia tra le persone oppresse perché appartenenti a etnia con valori, virtuali, diversi. Poveri europei che si immolavano nelle guerre coloniali combattendo altri poveri. Sono queste le mele avvelenate che continuiamo a raccogliere nel XXI secolo. Cinesi furbi e silenziosi, africani balordi, arabi infidi, indios ieratici e rom ladri continuano a vivere nell’immaginario occidentale e ad essere strumentalizzati dalla politica. Per questi motivi, per gli afroamericani che tremano quando i loro figli escono di casa perché non sanno se torneranno vivi, la fine della schiavitù non è ancora arrivata.

 

La campagna per il rinnovo del Parlamento europeo è stata clamorosamente sottotono. E non solo perché l’afflato europeista dei cittadini è in calo da tempo, ma anche perché la maggioranza che non è ostile all’UE non identifica l’Unione con un’entità che possa risolvere i suoi problemi. La vera crisi dell’Unione Europea, insomma, più che dalle forze sovraniste contrarie al progetto federativo, è testimoniata dal poco entusiasmo dei favorevoli. L’Europa che per la generazione del dopoguerra significò pace e prosperità, e per le generazioni degli anni ’80 e ’90 è stata sinonimo di confini aperti e moneta unica, è diventata una sorta di gabbia nel quale si è quasi condannati a restare perché l’uscita sarebbe peggiore. È un sentimento da un lato sicuramente influenzato dalla Brexit, che ha abbassato l’intensità dei canti delle sirene sui benefici dell’uscita dall’Unione, e dall’altro dalla sensazione ormai diffusa che Bruxelles sia lontana da tutto e da tutti.

Si dà per certo che al centro della costruzione comunitaria ci siano i vincoli e la disciplina di bilancio, mentre pare a tutti impossibile costruire uno stato sociale condiviso a livello europeo e una difesa unificata, definire un salario minimo europeo e approdare all’armonizzazione fiscale. Come sempre, quando parliamo di Europa, dobbiamo fare la tara alla propaganda avversa, che la qualifica per quello che non è: una realtà terza. La costruzione europea, e in ultima istanza tutto ciò che si decide a Bruxelles, è invece frutto della volontà politica degli Stati membri. Nemmeno il Parlamento europeo, l’unico organo democraticamente eletto dell’Unione, ha poteri sufficienti per contrastare ciò che decidono la Commissione europea e il Consiglio europeo, organo composto dai capi di Stato o di governo dei Paesi membri.

Altro punto che impedisce un giudizio sereno sul valore dell’Unione è la quasi completa ignoranza delle sue reali prerogative, e cioè di quali competenze siano state davvero trasferite a Bruxelles e quali siano, invece, ancora esclusivamente sotto la responsabilità degli Stati membri. Nel primo caso troviamo le politiche agricole, i diritti dei consumatori, l’ambiente, la sicurezza alimentare. In questi campi, sui quali ha competenza l’UE, in Europa sono stati raggiunti gli standard più alti al mondo. Ma non solo: i vincoli posti dall’Unione in merito al rispetto dello stato di diritto da parte dei Paesi membri sono oggi l’unica garanzia per i cittadini di diversi Paesi dell’Est, dove progetti autoritari tentano di erodere le conquiste democratiche. Infine, non soltanto in 60 anni non si sono mai registrati conflitti tra Paesi membri, ma grazie all’UE ogni cittadino ha una possibilità in più per difendersi e far valere i suoi diritti, grazie alla Corte europea di giustizia che può ribaltare una sentenza nazionale. E tutto ciò con un costo bassissimo. La tanto vituperata euro-burocrazia costa infatti molto meno delle spese per la gestione degli Stati membri.

Ma cos’è che non va, allora? Non funzionano alcuni meccanismi che, pur nascendo da ragioni storiche, oggi andrebbero superati, come l’unanimità nelle decisioni. Altri meccanismi sono invece poco attuati: per esempio la cooperazione rafforzata, che potrebbe favorire senza strappi la creazione di un’Europa “a due cerchi”. Il primo che si consolida e procede verso la creazione di una vera entità multinazionale, il secondo che resta agganciato al mercato comune in attesa di decidere se accelerare oppure uscirne. In questo senso, l’allargamento dell’UE avvenuto negli ultimi anni ha rappresentato un danno. Bisognava prima definire meglio la natura dell’Unione e approvare la Costituzione, e solo poi procedere a includere nuovi Paesi. Ora però non è tempo di guardare indietro ma di attuare riforme profonde. Sarebbe bene che non fosse il solito asse franco-tedesco a trainare gli altri Stati, ma che si formasse anche un asse del Mediterraneo, nel quale l’Italia potrebbe giocare un ruolo fondamentale.

L’Europa del 2019 vacilla tra dissoluzione e rilancio. Gli elettori manderanno un segnale in questo senso, ma la sopravvivenza dell’Europa come entità politica potrà essere frutto solo di una classe dirigente capace di uno sguardo lungimirante e di uscire da logiche solo nazionali, come accadde nel 1957, quando i padri fondatori firmarono il Trattato di Roma. All?Europa del 2019 manca una nuova utopia, che indichi la direzione, che proponga nuove lotte e nuove conquiste.

 

Il voto in Spagna conferma una tendenza che buona parte della stampa non vuole considerare, soprattutto quando si parla di Europa. La delusione provocata dagli aspetti negativi della globalizzazione, dalla precarizzazione del lavoro all’aumento delle fragilità sociali sta spingendo l’elettorato medio occidentale su due binari, quello della mobilità e quello della radicalizzazione. Non si vota – se non marginalmente – su base ideologica, ma volta per volta si valuta l’offerta politica. Si premiano inoltre le estreme, a destra e a sinistra, ma anche quei partiti storici che riescono a rinverdire i loro principi fondativi. Democristiani, come quelli dell’Est, che siano fermamente ancorati ai valori tradizionali oppure socialisti, come quelli mediterranei, che si rivolgano a un elettorato popolare e non di soli ceti medi-alti. Negli Stati Uniti si scopre, o si riscopre, la parola socialismo, in Europa i socialisti che vincono sono quelli che guardano a sinistra e cercano di costruire alleanze larghe. Come in Portogallo, come sicuramente in Spagna e come in Grecia, dove Syriza è già di per sé un partito-coalizione in cui convivono diverse sensibilità. Con l’eccezione dell’Italia, nel Mediterraneo sta tornando il tempo della sinistra.

L’altra novità è a nord, dove si assiste a una forte crescita dei partiti verdi che hanno saputo rinnovarsi, mantenendo al centro dell’agenda l’ambiente ma non limitandosi al solo tema ambientale. In comune con le esperienze del Mediterraneo c’è il pragmatismo dei nuovi leader. Nessuno spacca il capello in quattro su aspetti ideologici, nessuno dice no senza offrire un’alternativa, tutti sono europeisti, tutti sanno che i diritti individuali sono solo una parte del capitolo dei diritti, che include anche quelli collettivi e sociali.

La stagione che si sta aprendo al di là dell’Atlantico ha molti punti in comune con quella europea e seppellirà quello che negli Stati Uniti chiamano “neoliberismo con diritti individuali”. Cioè la visione di una società frammentata dal punto di vista sociale, privatizzata nell’accesso ai servizi, polarizzata dal punto di vista del reddito, ma con la libertà di sposarsi tra persone dello stesso sesso o di non essere discriminati per motivi religiosi. Oggi la società sta chiedendo garanzie sui “fondamentali” che tengono unita una comunità: lavoro, casa, educazione, salute. Una risposta a questa domanda arriva dalla destra estrema, fino a ieri all’interno della destra moderata, ed è la vecchia ricetta che addossa le colpe a categorie precise (immigrati, minoranze). Un’altra risposta arriva da sinistra, con la riforma della fiscalità, il rilancio dei servizi pubblici, gli investimenti per la crescita dell’impiego. Nel primo caso, la violenza diventa inevitabile: violenza contro le persone e contro le regole della democrazia. Nel secondo caso, invece, i diritti acquisiti vengono tutelati e si evita lo scontro sociale.

I risultati di questi ultimi appuntamenti elettorali paiono confermare una tendenza verso le soluzioni riformiste e non autoritarie. In questo senso, il disastro politico provocato dalla Brexit nel Regno Unito ha avuto un impatto non indifferente sull’opinione pubblica. È stata la dimostrazione palese di quale sia il prezzo che si paga quando si sostengono proposte demagogiche, tra l’altro basate su falsità. Anche negli Stati Uniti l’elettorato che ha sostenuto Donald Trump sta riflettendo: non sono arrivate misure reali a favore dei bianchi impoveriti, bensì una riforma fiscale a favore dei più ricchi e delle corporation. I democratici sono stati scossi dall’ondata di sinistra portata da Bernie Sanders, che ha coagulato attorno a sé una nuova generazione di militanti giovani e fortemente spostati a sinistra.

È come se il tempo dei social media, manipolabili e manipolatori, quale veicolo principale della politica fosse in declino. Riprende forza, invece, il rapporto personale tra politica e cittadino, per discutere e tornare a credere che in democrazia è possibile stabilire nuove regole di convivenza, aggiornare le tutele sociali, ripensare il lavoro nel terzo millennio.

 

Pochi giorni fa una sentenza della Federal Court di San Francisco ha stabilito che la Bayer dovrà versare 80 milioni di dollari di risarcimento al coltivatore Andrew Herdeman, ammalatosi di cancro in seguito alla sua esposizione al diserbante Roundup, a base di glifosato. Il verdetto è destinato a riaprire il dossier sull’agricoltura OGM. La molecola del glifosato fu scoperta nel 1950, ma soltanto negli anni ’70 la multinazionale statunitense Monsanto cominciò a commercializzarla facendone la molecola fondamentale del Roundup, che divenne l’erbicida principe a livello mondiale. Soprattutto da quando il brevetto Monsanto è scaduto e anche altre aziende hanno cominciato a produrlo. Secondo studi indipendenti, le vendite mondiali del prodotto superano ormai le 800.000 tonnellate all’anno, per un valore di oltre 8 miliardi di dollari.

In Europa, il glifosato si commercializza non soltanto per uso agricolo ma anche come diserbante per giardini. Tuttavia il 49% di questo erbicida, classificato due anni fa dall’Agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità come “probabilmente cancerogeno”, viene utilizzato per irrorare i campi coltivati con sementi OGM. Questo perché le varietà geneticamente modificate, soprattutto la soia, vengono “progettate” in laboratorio per resistere al glifosato anche quando le piante sono già sviluppate. Ne deriva un uso dissennato del diserbante, praticamente durante tutto il ciclo vitale della pianta, con irrorazioni non solo manuali ma anche da aerei: in questo modo il diserbante viene sparso su superfici più vaste di quelle coltivate.

In Argentina, dove la soia OGM occupa ormai oltre il 60% delle superfici agricole, una legge di pochi anni fa vieta di spargere glifosato dal cielo a meno di 500 metri dai centri abitati. Una distanza ridicola per le fumigazione aeree, soprattutto in regioni ventose, come spesso accade in Argentina. I danni peggiori da glifosato vengono però dalla contaminazione delle falde acquifere. La presenza dell’erbicida viene rilevata in tutti gli acquedotti, con concentrazioni altissime nelle aree rurali, e nelle regioni in cui si usa intensivamente il glifosato gli studi non lasciano dubbi sulla maggior incidenza di tumori. Nella UE, la Commissione Europea continua a tentennare quando si tratta di vietarne l’uso.

Al netto della disputa scientifica sulla pericolosità del glifosato, la questione è anche politica. Il glifosato è indispensabile per l’agricoltura transgenica, e l’agricoltura transgenica è un’agricoltura senza contadini e senza biodiversità. Il modello OGM prevede infatti la coltivazione di una sola varietà per ogni specie, ha bisogno di vaste superfici da coltivare in modo intensivo e meccanizzato, richiede un abbondante uso di chimica e ingenti capitali per finanziare il ciclo produttivo. Già oggi l’agricoltura OGM produce derrate per il mercato alimentare e per l’allevamento e lo fa consumando gigantesche quantità di diserbanti, pesticidi e petrolio, con forti ricadute sull’ambiente e contribuendo al cambiamento climatico.

L’agricoltura OGM rende più poveri i terreni ed elimina la piccola e media produzione, mettendo così a rischio la sicurezza alimentare. Per questo motivo è sbagliato continuare la disputa scientifica sulla nocività degli OGM per l’organismo umano, finora mai dimostrata: sembra invece il caso di puntare sulla reale convenienza del modello OGM, soprattutto a lungo termine. L’agricoltura OGM non ha lo scopo di migliorare le condizioni dei più poveri, come auspicano gli scienziati favorevoli a questo modello, ma finisce solo con l’aumentare i profitti dell’agricoltura industriale, senza preoccuparsi del futuro dei terreni né della diversità agricola. L’agricoltura OGM è un’agricoltura senza agricoltori. E già solo questo dovrebbe fare riflettere.