Archivio per la categoria ‘Europa’

Tra le vittime della grande crisi economica iniziata nel 2008 c’è sicuramente il multilateralismo. Almeno, il multilateralismo inteso come l’armonizzazione regionale dei mercati delle merci, dei servizi e dei capitali in preparazione di un unico mercato mondiale, secondo l’orizzonte prospettato dal WTO: una realtà che già esiste nell’Unione Europea, nel Nafta e nel Mercosur, dove le merci girano senza dazi né barriere, anche se, nel caso del Nafta, lo stesso non vale per le persone. La presidenza Obama si era congedata con la fine dei negoziati per un grande accordo regionale (cioè il TPP, l’area di libero scambio di 12 Stati dell’area del Pacifico), e con il TTIP con l’Unione Europea in discussione. La presidenza di Donald Trump ha ribaltato il tavolo cambiando radicalmente strategia, passando dalla costruzione di aree di libero scambio che escludessero la Cina all’isolazionismo e alle ritorsioni per equilibrare la bilancia degli scambi laddove questa pende a sfavore di Washington.

Per questo le comunità multilaterali non interessano a Trump, perché portano benefici a tutte le parti in gioco e non modificano, se non di poco, il saldo finale. Il TPP ha subito un duro colpo da quando gli USA si sono ritirati, ma gli altri Stati del “club” hanno deciso di continuare lo stesso da soli. Trattandosi di un’area di Paesi del Pacifico, è scontato che la Cina proverà a subentrare alla potenza americana. Il TTIP pareva morto e sepolto, ma a sorpresa il segretario statunitense al Commercio Wilbur Ross ha comunicato alla commissaria europea al Commercio, Cecilia Malmström, di essere pronto a chiedere al suo Parlamento un mandato negoziale per riaprire le trattative. È più una minaccia che una prospettiva di cooperazione: per Trump la ripresa del negoziato TTIP significherebbe tornare a insistere su quei punti che hanno precedentemente stoppato il dialogo, per esempio le questioni dell’agroalimentare e della giustizia, per poi ritenersi libero di applicare dazi e penalità all’Europa rea di non voler accettare la sua “generosa offerta”.

Dunque il negoziato, come affermava il Comitato No TTIP, non era davvero su un binario morto, e oggi potrebbe preludere a una vera e propria guerra commerciale. I contenuti critici del TTIP non riguardano più solo il principio di precauzione sull’alimentare, gli OGM o i tribunali privati. Ora quel trattato potrebbe diventare una clava da usare contro l’Unione Europea perché si adegui ai bisogni dell’inquilino della Casa Bianca. Trump deve disperatamente portare a casa risultati prima delle elezioni di midterm (cioè di metà mandato) che daranno un segnale forte per capire se la sua avventura si concluderà tra due anni oppure tra sei.

Se il trumpismo non sarà un fenomeno destinato a scomparire a breve, l’Europa dovrà rivedere le sue priorità da subito e immaginare un suo posizionamento nel mondo a prescindere da Washington. Il Mercosur sudamericano aspetta da 15 anni la firma di un accordo di libero scambio e in Africa, proprio la settimana scorsa, è nata l’African Continental Trade Area, formata da 44 Stati che elimineranno il 90% di dazi e tasse sulle merci africane e apriranno alla libera circolazione delle persone. Il futuro del multilateralismo, ai tempi dello sbando statunitense, passa sempre di più dai Paesi che fino a poco tempo fa erano ermeticamente chiusi: in questo mondo alla rovescia, almeno questa è una buona notizia. Starà all’Europa dimostrare di essere in grado di costruire con questi Paesi rapporti equilibrati e reciprocamente vantaggiosi. C’è spazio per un nuovo multilateralismo che convenga a tutti, soprattutto a quelle aree come l’Africa finora escluse dalla globalizzazione.

Alfredo Somoza per #Esteri @RadioPopolare

 

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Sono ormai passati cinque anni da quel celebre “buonasera” con il quale il papa venuto dalla fine del mondo si presentò ai fedeli. Fin dall’inizio, il primo papa gesuita è stato un sorvegliato speciale da parte dei poteri forti che gravitano attorno al Vaticano. Prelati e laici conservatori che con Wojtyla e Ratzinger avevano governato la Chiesa con mano ferma. Una Chiesa che però rischiava il collasso, e questo non solo per l’emorragia di fedeli soprattutto nel continente più importante della sua geopolitica, l’America Latina, ma anche per via di intrighi di corte diventati destabilizzanti. In questo senso le dimissioni di Benedetto XVI non erano state un semplice campanello d’allarme, ma la sirena che chiamava i vigili del fuoco.

Jorge Mario Bergoglio, italiano per ius sanguinis e argentino per ius soli, era la persona giusta. Da una parte una figura da spendere in America Latina, dove il Vaticano ha infatti recuperato autorevolezza evangelica e presenza politica, partecipando al processo di pace in Colombia e alla distensione tra Stati Uniti e Cuba. Dall’altra un uomo in grado di mettere ordine in casa, a Roma, facilitato dal suo essere un esterno rispetto al mondo della curia vaticana. Se nel primo caso Bergoglio ha funzionato, e si registra infatti un ritorno di fedeli nelle chiese latinoamericane, la casa romana non è ancora in ordine. Alla fermezza dimostrata nella vicenda dello IOR, tornato a essere davvero la banca vaticana dopo decenni in cui è stata una banca corsara offshore, non ha fatto eco altrettanta fermezza su altri dossier scottanti, ad esempio quello sulla pedofilia.

Chi si aspettava grandi rivoluzioni dell’ordinamento canonico, come per il tema del celibato dei sacerdoti, finora è rimasto deluso. Bergoglio si è dimostrato per quello che è sempre stato: un conservatore in termini di dottrina. Papa Francesco ha guadagnato però credito con il suo “fare politica”, mai partitica e mai interferendo nella situazione interna di un Paese, Italia compresa. La sua enciclica Laudato Si’ sui temi ambientali è stata non solo originale e coraggiosa, ma la prima in assoluto dedicata dalla Chiesa all’argomento. Lo stesso vale per i suoi interventi riguardanti il lavoro, la globalizzazione e le migrazioni. Temi che fanno parte sia del bagaglio familiare di Bergoglio, in quanto figlio di italiani emigrati in Sudamerica alla ricerca di condizioni di vita più dignitose, sia del suo bagaglio politico, essendo stato in gioventù militante peronista. E poi la disponibilità ad ascoltare e a capire, il rispetto per la persona sofferente, anche quando ha fatto scelte contrarie alla morale cattolica. In definitiva, la misericordia spinta al limite del superamento dell’infallibilità, “chi sono io per giudicare” appunto.

Il gesuita Bergoglio ha poi portato il suo stile a Roma, e come diceva Umberto Eco, per capirlo bisogna conoscere la storia del Paraguay e delle missioni gesuitiche. Non era mai successo prima che un pontefice non dormisse e non mangiasse in Vaticano, né che disdegnasse qualsiasi forma di lusso o di esibizione di potere e ricchezza. L’ispirazione di Bergoglio è chiaramente il poverello di Assisi, che tra l’altro fu modello di fede per Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù, nel XVI secolo.

Il gusto per la politica e per la diplomazia è un’altra caratteristica del primo papa sudamericano. Nella sua agenda non c’è solo l’America Latina ma ci sono anche pace e conflitti, riconciliazione con la Chiesa ortodossa e il grande sogno di recarsi in Cina sulle orme del gesuita Matteo Ricci, che visse lunghi anni alla corte dell’imperatore a Pechino, tra il XVI e il XVII secolo.

La forza di Bergoglio è stata quella di resistere all’attacco concentrico di stampa, intellettuali, teologi e sacerdoti conservatori che hanno messo in discussione le sue conoscenze teologiche, il suo modo di governare, la sua sincerità. Un attacco al papa come non si registrava da deccenni. Ma la Chiesa di Bergoglio ha resistito, rendendo onore a quell’altra parte della storia di solito ignorata: una storia fatta di sacerdoti e arcivescovi assassinati, come il nuovo santo Oscar Romero, e di cristiani che si battono per il lavoro e per l’ambiente, o che chiedono giustizia per i propri figli scomparsi. È difficile prevedere quale sarà il bilancio finale di questo pontificato, ma una cosa è sicura: dopo Francesco molte cose saranno cambiate per sempre. Gesti, sensibilità, simboli, temi francescani che grazie al primo papa gesuita hanno avuto finalmente diritto di cittadinanza nella Chiesa non potranno mai più essere ignorati.

 

Per una serie di motivi, interni ed esterni, rispetto al passato oggi la scena internazionale è molto meno frequentata da parte delle grandi potenze. Gli Stati Uniti di Trump sono in piena fase di ripiego, impegnati a minare quei ponti che loro stessi avevano costruito con Asia, America Latina ed Europa. La Russia di Putin è fin troppo concentrata sul grande gioco della Siria e sul controllo dei confini con la NATO nell’Europa dell’Est. La Germania è ancora paralizzata dalla lunga trattativa per la formazione di un nuovo governo, il Regno Unito si sta leccando le ferite autoprovocate con la Brexit.

Solo la Cina dell’ormai presidente a vita Xi Jiping e la Francia di Emmanuel Macron sono attive in politica estera. Soprattutto Parigi sta approfittando del vuoto lasciato dai suoi principali competitor inglesi e tedeschi, e dell’insignificanza eterna dell’Italia, per rilanciare con forza la sua presenza in diversi scenari internazionali. Partendo dalla Cina, dove nella sua recente visita Macron ha fatto capire che si candida a essere alleato del gigante asiatico nella costruzione di una globalizzazione controllata, basata sulla reciprocità soprattutto in materia di delocalizzazione produttiva e di perdita di posti di lavoro. Il tema è già stato affrontato dall’inquilino dell’Eliseo nei confronti dei Paesi dell’Est europeo: cooperazione sì, dumping sociale sul costo del lavoro no. Ma l’asia non è solo Cina, in India Macron ha firmato accordi commerciali per 13 miliardi di euro con il governo Modi portando il livello di relazione tra i due stati a quello di “partnership strategica”. In buona sostanza, la Francia diventa l’alleato europeo chiave per New Delhi.

L’altro fronte che vede attiva Parigi è un “classico” della storia della Francia, progressivamente abbandonato nel tempo: il Medio Oriente. Il punto più alto dell’impegno di Macron è stata la mediazione tra Iran e Arabia Saudita che ha messo in sicurezza il Libano, strappando ai sauditi il premier libanese Saad Hariri, che era praticamente sequestrato a Riad ed è tornato a Beirut nel pieno dei suoi poteri.

Ultimo fronte di visibilità è l’Africa saheliana, il cortile di casa per i francesi, che sono impegnati in prima linea a tutela della stabilità dei regimi amici aggrediti dai gruppi jihadisti. Un grande impegno militare in condizioni difficili, ma che ha permesso la riconquista del Mali settentrionale e la tenuta del Niger, crocevia regionale. Fa parte del buon momento della diplomazia francese anche l’avere convinto l’Italia a impegnarsi militarmente in quella zona con la promessa di incidere sul controllo dei flussi dei migranti, tema che in realtà non interessa minimamente alla Francia.

Il punto centrale dell’offensiva di Macron resta però il processo di integrazione europea. Dopo la rottura con il Regno Unito, che a Parigi hanno più festeggiato che rimpianto, la Francia si considera la locomotiva che dovrebbe guidare l’Europa nel grande passo verso la costruzione di un’entità politica unica. Un passo da fare insieme all’alleato di ferro, la Germania, ma senza disdegnare la solidarietà dei Paesi mediterranei, soprattutto Spagna e Italia, per riuscire a strappare meno vincoli di bilancio al rigore di stampo teutonico. La Francia sta proponendo un modello di integrazione percorribile, con la creazione di un Ministero delle Finanze europeo, con un suo budget e con competenze per affrontare le crisi economiche anche sul fronte dell’occupazione. Non solo economia quindi, ma anche coesione sociale. E questo senza andare a toccare il parametro del 3% di deficit come massimo tollerato, per non urtare la sensibilità della cancelliera Merkel.

Emmanuel Macron ha davanti a sé una grande opportunità, quella di restituire alla Francia un ruolo da potenza globale. Oltre alle sue capacità personali, che il tempo confermerà o smentirà, è il contesto internazionale che sembra quasi congiurare per far tornare a splendere la stella di Parigi.

Per #Esteri @RadioPopolare

 

Mentre Donald Trump minaccia di reintrodurre dazi a difesa della produzione statunitense e l’Europa continua a difendere a spada tratta il multilateralismo e gli accordi tra Stati in  materia di eliminazione di dazi, la stessa Unione Europea non riesce a concludere l’accordo con il Mercosur. L’accordo commerciale con cinque Paesi del Sudamerica (Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e Venezuela) è in trattativa da oltre 15 anni: ogniqualvolta sembra che stia per essere firmato, spuntano i veti dal settore agricolo. La lobby dell’agroalimentare europeo, destinataria del 45% dei fondi comunitari, ma che occupa solo il 6% della forza lavoro continentale, difende con unghie e denti la sua posizione di privilegio basata sul ferreo contingentamento dell’import agricolo e sulla pioggia di contributi ricevuti dalle istituzioni comunitarie.

Questo protezionismo da manuale dovrebbe essere destinato a esaurirsi, ma solo sulla carta: nella pratica le cose stanno andando diversamente. L’accordo Europa-Mercosur si sarebbe potuto concludere già quando il Brasile, potenza industriale, ha accettato di eliminare i dazi sulle autovetture europee, soprattutto quelle del segmento del lusso. Era questo il segnale che si aspettava per siglare l’accordo. Ma a quel punto il comparto agricolo ha risposto aprendo due fronti: quello relativo alla quota di carne che si può importare dal Sudamerica e l’annosa vicenda dei marchi alimentari.

Come l’accordo con il Canada, quello con il Mercosur prevede la tutela di 57 tipicità, ma questo non è bastato al settore agroalimentare, soprattutto a quello italiano. Secondo Coldiretti, infatti, i Paesi del Mercosur sono quelli dove più si verifica il fenomeno dell’Italian sounding, cioè la contraffazione di marchi italiani. Ma si tratta di un dato falso e che dimostra solo chiusura mentale. In Uruguay, Argentina e Brasile, infatti, sono stati gli emigrati italiani (ed europei in generale) a produrre in loco Provolone, Parmigiano, Chianti e Fontina. E non certo da ieri, ma da oltre un secolo, ben prima che qualcuno si sognasse di parlare di “marchi” da tutelare. Non si tratta quindi di contraffazioni, bensì di prodotti dell’emigrazione italiana, francese, svizzera. Una specie di “made in Europe” globale.

Equiparare il Parmesano della Pampa con il Parmesan cinese è totalmente fuori luogo, così come pretendere che queste produzione storiche dei Paesi di emigrazione europea possano scomparire all’improvviso. Il paradosso è che i prodotti “originali”, cioè quelli davvero fatti in Europa, sono già presenti sui mercati sudamericani, ma hanno prezzi accessibili solo per una minoranza di persone. Il Parmigiano-Reggiano, che costa all’incirca 20 euro al chilo, non potrà mai essere un prodotto di massa in Sudamerica.

Una politica lungimirante dovrebbe piuttosto puntare a creare un’associazione tra produttori europei e sudamericani per migliorare la qualità dei prodotti nati dall’emigrazione, da indirizzare magari verso la conquista di quei mercati terzi, in Asia o in Africa, dove gli originali sono improponibili per via del costo. Prevalgono invece la chiusura e la tutela autolesionistica, perché alla fine ogni chiusura porta a una ritorsione in nome della reciprocità.

Per l’Europa, una volta ancora, l’impossibilità di concludere accordi in un mondo sempre più frammentato – e con grandi concorrenti come la Cina, gli Stati Uniti e prossimamente anche il Regno Unito – è dovuta al comparto agricolo. Che senza dubbio è giusto tutelare in nome della territorialità, del suo ruolo di presidio ambientale e dell’importanza che esso riveste per le culture locali, ma che non può continuare a dettare la linea alla società europea nella sua interezza.

La priorità dell’agricoltura è antica quanto è antico il processo di unificazione europeo, e ha sempre avuto alla base il principio della sicurezza alimentare. Oggi però questo principio è garantito anche dal commercio globale di alimenti, e dunque andrebbero ridiscusse le priorità complessive del comparto produttivo europeo. Industria, servizi, ricerca hanno pari o superiore dignità rispetto all’agricoltura, ma ancora una volta devono subire il diktat dei produttori di formaggio.

 

 

 

315 euro contro 500. Questo il differenziale tra il prezzo internazionale di una tonnellata di zucchero raffinato e il costo della stessa quantità di zucchero prodotto in Europa. Da anni, come cittadini europei potremmo pagare lo zucchero la metà, se lo zucchero comprato all’estero riuscisse ad arrivare senza problemi fino ai consumatori. Invece i nostri produttori hanno potuto continuare a restare sul mercato perché l’importazione di zucchero extracomunitario è stata gravata di dazi che hanno portato il suo prezzo ai livelli di quello dello zucchero prodotto nell’UE.

Questa forma di protezionismo, molto diffusa nel comparto agricolo e agroalimentare anche in Stati Uniti, Canada e Giappone, teoricamente si colloca al di fuori delle regole stabilite dal WTO. In realtà, per ciò che riguarda il comparto agricolo, l’Organizzazione Mondiale del Commercio è impantanata in un round negoziale che si trascina da oltre dieci anni e pare destinato a non approdare a nulla.

La Commissione europea ha comunque scelto di mantenere gli impegni presi e di ridurre gradualmente le sovvenzioni agricole. E dal 1° ottobre lo zucchero europeo non sarà più tutelato. Si tratta di un’operazione complessa perché i bieticoltori (lo zucchero europeo si ricava dalla barbabietola e non dalla canna) hanno ora libertà non solo di produrre ma anche di esportare senza più dover rispettare quote prestabilite. Questa maggiore libertà ha portato all’aumento delle semine e ha colpito al ribasso le quotazioni internazionali della materia prima, in attesa dell’ingresso dello zucchero europeo sul mercato mondiale.

L’estate particolarmente calda fa prevedere una produzione record, attorno ai 20 milioni di tonnellate. I produttori europei potranno dunque disporre di grandi quantitativi di zucchero per provare a tornare sui mercati del Nordafrica e del Medio Oriente, abbandonati da oltre 10 anni. Rimane però il problema del maggior costo di produzione europeo. Alcuni analisti pensano che lentamente si allineerà con quello internazionale, ma per ora è solo una supposizione. Di certo, almeno in un primo momento, l’exploit delle esportazioni europee non farà crescere il prezzo internazionale dello zucchero: tendenzialmente l’aumento dell’offerta, cioè della quantità disponibile sul mercato, porta a una perdita di valore del prodotto.

Sul tema della concorrenza agricola tra l’Europa (e gli altri Paesi industrializzati) da un lato, e il resto del mondo dall’altro, si gioca anche la possibilità di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni rurali del Sud del pianeta. In una logica di governance globale, il punto oggi non è tanto come ridurre progressivamente le barriere per l’import dei prodotti. Piuttosto, si tratta di trovare un modo per mettere veramente in condizioni di parità gli agricoltori dei diversi Paesi: oggi solo quelli del Nord del mondo sono fortemente sostenuti da politiche protezionistiche.

Continuare a finanziare con denaro pubblico la produzione di pomodori nei Paesi Bassi o di zucchero in Francia vuol dire togliere agli Stati della sponda sud del Mediterraneo l’opportunità di sviluppare imprese agricole e creare posti di lavoro. Si dice di voler “aiutare a casa loro” le persone che migrano verso l’Europa, ma non si mettono mai in discussione le dinamiche produttive che potrebbero davvero creare lavoro, molto più di qualsiasi intervento di cooperazione allo sviluppo.

L’agricoltura europea oggi è in bilico. Se davvero si andrà lentamente a porre fine al sistema di aiuti e sovvenzioni, solo una parte di essa riuscirà a sopravvivere, trovando il suo posto in un libero mercato globale: con il rischio che vaste zone oggi coltivate vengano abbandonate all’incuria o alla speculazione edilizia.

Occorre ripensare il ruolo dell’agricoltura nella nostra società, che significa anche ripensare il modello di consumo. L’orticoltura, l’agricoltura di vicinanza, il biologico sono settori importanti anche perché contribuiscono a rendere più sostenibile il nostro territorio. Invece sarebbe bene abbandonare progressivamente il mercato delle commodities, del grano, dello zucchero, della carne, anche per dare un’opportunità concreta a chi, altrove, dipende ancora fortemente dalla terra. Non si può pretendere di avere sempre tutto, e poi lamentarsi delle conseguenze.

 

Alfredo Somoza per #Esteri Radio Popolare

 

TO GO WITH AFP STORY BY EMMANUELLE MICHEL
A photo taken on December 3, 2014 shows sugar cubes at the Crystal Union Group refinery in Bazancourt, near the eastern city of Reims. The refinery, one of the largest in France, works night and day since the begining of the beet harvest. The plant transforms 22,000 tons of beets into 1,600 tons of sugar a day. AFP PHOTO / FRANCOIS NASCIMBENI (Photo credit should read FRANCOIS NASCIMBENI/AFP/Getty Images)

 

 

In Catalunya si sono confermati i pronostici più negativi. Come sempre, gli opposti nazionalismi quando si scontrano generano fratture che facilmente possono sfociare in violenza. Il nazionalismo “ispanico” di Mariano Rajoy e del suo partito, erede politico del franchismo, supportato da Re Felipe che ha rinunciato a fare l’arbitro, e il nazionalismo della piccola patria catalana, antico di secoli, che si materializza di nuovo in un contesto totalmente mutato rispetto al 1600. Quale futuro per un paese di 6,5 milioni di abitanti che all’improvviso si trova fuori dall’Europa, fuori dall’euro, fuori dall’ONU, non è riconosciuto da nessuno e si deve fare carico della sua parte del debito nazionale? Nessuno, è pura follia se l’indipendenza avviene senza una negoziazione, come nel caso della Cecoslovacchia, o senza una guerra, come per l’ex Jugoslavia. L’ingenuità dei politici nazionalisti catalani, minoritari in Catalunya, ma maggioritari nel parlamento locale per via della legge elettorale, fa il paio con la pochezza politica di Rajoy, che disconosce la parola “dialogo” e si comporta come se in Spagna ancora fosse in vigore il franchismo. Usando la Costituzione come una clava da brandire contro la regione che maggiormente ha contribuito alla modernizzazione della Spagna dal punto di vista economico, artistico e culturale. Una regione punita dallo statuto di Autonomia, che doveva essere migliorato negli anni 2000, in base agli accordi con i socialisti di Zapatero e che proprio grazie ai ricorsi presentati dai Popolari al Supremo spagnolo, è rimasta ridotta, e di molto se confrontata con quella ottenuta dei Paesi Baschi.  Ora il dado è tratto, o almeno così appare. La Catalunya è stata commissariata e i suoi leader politici rischiano i carcere. La  “commissario di Governo”, Soraya Saenz (Vice Presidente del Consiglio) si insedierà a Barcellona alla testa delle “forze di occupazione”, perché così saranno percepite da metà dei catalani, mandate da Madrid. Una situazione insostenibile che rischia di fare crescere ancora il blocco nazionalista. Alle elezioni annunciate il prossimo 21 dicembre queste forze politiche unite solo dall’indipendentismo e lontane anni luce per cultura politica, potrebbero guadagnare una larga maggioranza e dichiarare l’indipendenza di nuovo. Una situazione insostenibile. Per questo in Spagna è tempo di mediazione e di generosità. Mediazione tra le parti e generosità da parte di Madrid per trovare una soluzione che permetta ai catalani di potere dire che è valso la pena perché anche senza diventare indipendente sono diventati a tutti gli effetti una regione autonoma. Senza questa lucidità gli scenari sono tutti negativi, da quello più “leggero” del un continuo stillicidio tra nazionalisti e fedeli a Madrid in termini pacifici fino a una guerra civile, cosa che la Spagna e la Catalunya hanno già vissuto nel ‘900.

Non c’è spazio per una nuova nazione che vuole nascere per volontà unilaterale e non c’è spazio per un paese che occupa militarmente una sua regione e la governa con commissari. Se l’Europa servisse ancora a qualcosa, candidarsi, con il dovuto rispetto del ruolo di entrambi i contendenti, a luogo di mediazione sarebbe la sua priorità. Ma il piccolo cabotaggio di politici come Claude Junker, compagno di partito di Rajoy, allontana ancora di più l’Europa dalla gente. Nella crisi spagnola entrambe le parti sono fortemente europeiste, e forse ancora di più la Catalogna. Questo è il terreno comune sul quale giocare, accompagnando un popolo importante per storia e peso a ritrovare l’armonia necessaria per evitare tragedie. Dialogando, sempre.

 

Molto probabilmente Marine Le Pen non aveva previsto di poter avere un concorrente a sinistra capace di affermarsi nella sua stessa fascia di elettorato e con gli stessi suoi cavalli di battaglia, tranne quello dell’immigrazione. La novità rappresentata da Jean-Luc Mélenchon al primo turno delle presidenziali francesi, in realtà, stupisce solo i commentatori che continuano a ragionare in termini di bipolarismo tra una sinistra definitivamente spostata al centro e una destra diventata estrema e popolare.

Nessuno considera la presenza di un filone della sinistra, fino a ieri minoritario, che ormai è in grado di capovolgere gli equilibri. Una sinistra oggi in forte crisi, ma che già ha governato a lungo in diversi Paesi sudamericani: Lula, Correa, Moráles, Chávez erano tutti esponenti di forze minoritarie che a un certo punto, dopo un decennio di riforme ispirate al liberismo in salsa latinoamericana, hanno saputo intercettare gli umori popolari.

Una sinistra che in Europa ha avuto il suo primo grande successo con la vittoria di Alexis Tsipras, nella Grecia fallita e sull’orlo del collasso sociale. Una sinistra, quella di Podemos, che ha rotto il bipolarismo spagnolo tra socialisti e popolari conquistando importanti città e impedendo la nascita delle larghe intese. Una sinistra, quella dei Verdi di Jesse Klaver, che ha contribuito a neutralizzare l’estrema destra di Geert Wilders nei Paesi Bassi.

Ma il fenomeno non riguarda solo l’America meridionale e l’Europa: nella corsa alle primarie per le ultime presidenziali negli USA, l’outsider democratico Bernie Sanders aveva intercettato lo stesso malessere e gli stessi elettori di Donald Trump, offrendo loro una prospettiva di sinistra.

Che cosa hanno in comune i leader e i soggetti politici che spesso esulano dalla definizione tradizionale di sinistra? Sono allo stesso tempo utopisti e pragmatici: spesso offrono soluzioni irrealizzabili ai problemi, ma comunicandole come se fossero a portata di mano. Sono tornati a occuparsi dei ceti popolari, cosa che la sinistra istituzionale non faceva da decenni: sapendo che oggi i ceti popolari sono eterogenei sia per interessi sia per provenienza etnica. Sono entrati nel cuore della guerra tra i poveri, indigeni versus immigrati, individuandone la causa prima e proponendo un fronte comune contro il potere: come alle origini del movimento socialista. Parlano una lingua comprensibile: dopo anni di intellettualismi elitari, sono in grado di farsi capire dal loro elettorato senza però cadere nella trappola dei populisti di destra. Una destra che parla sempre peggio dei suoi elettori e non si limita a rinunciare a educare attraverso la politica ma pare addirittura contenta di imbarbarirla.

Questi nuovi movimenti di sinistra sono oggi in crescita ovunque, ma non è detto che siano in grado di governare realtà più complesse di una città o di un Paese marginale. Questo perché la loro forza consiste nell’offrire come facili soluzioni che in realtà sono assai difficili da realizzare. Mélenchon per esempio, oltre a prospettare l’uscita della Francia dalla Nato, dal WTO, dalla Banca Mondiale e da tutti gli accordi commerciali, propone la chiusura del mercato interno mediante l’imposizione di dazi sulle merci in entrata. Un simile isolamento avrebbe costi molto alti per una potenza globale come la Francia, che sarebbe ripagata con lo stesso trattamento nei confronti delle merci e dei servizi che esporta.

Queste sono sicuramente suggestioni da campagna elettorale, ma fanno comunque riflettere. Le sinistre vincenti di oggi, ovviamente generalizzando, rinunciano alle riforme possibili per chiedere tutto e subito, oppure fanno saltare il tavolo. Paradossalmente questa radicalizzazione potrebbe accelerare e rendere più incisive le riforme necessarie per salvare il sistema multilaterale e l’Unione Europea. I radicali di oggi, insomma, sembrano avere il compito storico di risvegliare i riformisti – quelli che si sono rassegnati all’idea che le cose non possano cambiare – e di fermare l’avanzata delle destre estreme. Ma, come per gli aerei in partenza imminente, si tratta dell’ultima chiamata per la politica tutta, prima che vada in scena la fine di quel modo di convivere sempre più minoritario che i greci chiamarono democrazia.