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A due mesi dall’invasione russa dell’Ucraina, il conflitto bellico che si è generato resta sostanzialmente una guerra europea, anche se non mancano le ripercussioni sull’economia globale. È sempre più palese come il tentativo delle potenze occidentali di collocarlo al centro dell’attenzione e della solidarietà mondiali sia fallito. Fuori dalla cerchia dei Paesi aderenti alla NATO, al di là dei rari Paesi che presentano strette relazioni politiche ed economiche con la Russia, l’atteggiamento dominante è per la stragrande maggioranza quello della semplice indifferenza. Questa situazione si può leggere, almeno in parte, nel quadro del progressivo logoramento del diritto internazionale avvenuto negli ultimi decenni. Il rispetto delle regole, ad esempio l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite che vieta il ricorso agli eserciti per regolare i problemi tra gli Stati, non solo è stato clamorosamente violato dalla Russia di Putin nel 2022, ma anche dagli Stati Uniti di George W. Bush nel 2001 in Afghanistan e nel 2003 in Iraq. Per molti Paesi, anche gli interventi militari dei paesi NATO in Libia nel 2011 e in Kosovo nel 1999 rappresentavano forzature interventiste.

La questione è che siamo di fronte a un diritto internazionale à la carte, che serve per condannare il nemico ma mai per mettere in discussione le proprie azioni. Per i Paesi indifferenti al conflitto ucraino, la Russia sta esercitando il suo “diritto” di potenza tanto quanto altre potenze hanno fatto in passato. Questo a prescindere dalle farneticazioni con cui Vladimir Putin cerca di giustificarsi. Semplicemente assistono in modo neutrale a uno scontro che non sentono loro, e che considerano sulla scia di quanto le potenze mondiali – USA, Regno Unito, Francia, URSS e oggi Russia – hanno sempre fatto per tutelare i propri interessi: se necessario, combattendo guerre al di fuori del diritto internazionale. Questa alterazione del quadro della convivenza tra Stati risale ai tempi del colonialismo: forse non troppo paradossalmente, oggi sono anche alcuni Paesi ex coloniali a “giustificare” l’offensiva della Russia perché utile a difendere, anche se in modo maldestro e sanguinoso, i suoi interessi vitali di fronte ai Paesi NATO. I quali, in questo frangente, sono diventati legalisti.

Pochi, insomma, credono sinceramente nel diritto dell’Ucraina a essere uno Stato indipendente che decide in autonomia il proprio futuro; molti invece sondano la capacità militare russa, la debolezza di un’Europa assetata di risorse energetiche e l’efficacia degli armamenti utilizzati da entrambe le parti, in una partita di Risiko dove perderanno quasi tutti. Ma non tutti. Nella tradizione cinese, il vero vincitore di una guerra è chi non la combatte: e alla fine saranno i grandi Paesi rimasti neutrali a dover ricostruire, quando le armi taceranno, un tessuto di relazioni saltato in aria. Quando l’auspicato cessate il fuoco avverrà, il compito sarà immane: anzitutto si dovrà discutere dell’assetto territoriale ucraino, in secondo luogo discutere finalmente di aree di influenza tra Europa e Russia. L’Unione Europea dovrà decidere se dotarsi di un proprio dispositivo di sicurezza oppure continuare a prendere ordini da Washington attraverso la NATO. Ci sarà anche da riflettere sul diritto internazionale e le sue istituzioni, se sono definitivamente da buttare via o invece è possibile rilanciare la riforma del Consiglio di Sicurezza. E infine bisognerà tornare all’agenda del vero problema che mette in dubbio il futuro della Terra, il cambiamento climatico. Un’emergenza che, se non sarà affrontata collettivamente, non potrà mai essere risolta. La divisione manichea del mondo tra virtuosi e fuorilegge, a geometrie variabili, non aiuta a trovare soluzioni ai grandi temi. Se si vuole il rispetto del diritto internazionale occorre metterlo in condizioni di funzionare efficacemente; se si vuole discutere seriamente di cambiamento climatico bisogna fare lo sforzo di mettersi nei panni degli altri. Dialogo, politica e diplomazia dovrebbero essere le tre parole d’ordine per il dopoguerra, se avremo imparato qualcosa.

Per spiegare il conflitto russo-ucraino si sta facendo spesso riferimento alle teorie di Samuel Huntington, il politologo statunitense che nel 1993 contrappose il concetto di “scontro delle civiltà” alle tesi del collega Francis Fukuyama, il teorico della “fine della storia”. Huntington non credeva che la vittoria degli Stati Uniti sull’Unione Sovietica nella Guerra Fredda avrebbe portato a un mondo unipolare nel quale mercato e democrazia avrebbero prevalso per sempre; al contrario, ipotizzava che a breve si sarebbero riaccesi scontri “tra civiltà”. Nella sua idea di civiltà, però, si mescolavano alcuni dati di fatto con molta fantasia. Se è vero che esiste un mondo fortemente influenzato dall’Islam sotto il profilo culturale, occorre anche precisare che esso è politicamente disomogeneo; inoltre non è mai esistita una “civiltà latinoamericana” se non nella visione stereotipata che uno statunitense può avere del mondo che si sviluppa a sud del Río Bravo. È però un altro il punto sul quale Huntington ha operato una clamorosa forzatura: e cioè quando da una parte ha definito il concetto di “Occidente” sulla base della ricchezza, e quindi includendovi il Giappone, e dall’altra ha definito un mondo cristiano ortodosso, gravitante attorno alla Russia, su basi culturali.

La lettura della geopolitica di Huntington è stata smentita più volte dalla storia recente. Il cosiddetto “mondo islamico” è stato sconvolto da lotte intestine tra sciiti e sunniti, e tra Stati e movimenti jihadisti. Dell’inconsistenza del concetto di mondo latinoamericano si è detto, e anche il “mondo africano” non è mai esistito. Soprattutto, il concetto di Occidente è ormai fuori dalla storia.


La definizione “Occidente” ha un preciso significato culturale, legato alle sue origini storico-religiose: collocando Gerusalemme al centro del mondo, come a lungo fecero i cristiani, Occidente era la collocazione geografica dell’Europa, terra cristiana per eccellenza. Ma l’Occidente di cui parla la stampa internazionale, quando afferma che la guerra di Putin all’Ucraina è una guerra “contro l’Occidente”, è altra cosa: una specie di club al quale si accede sulla base di parametri variabili, in base ora alla ricchezza, ora al sistema politico o alle libertà civili di cui godono i popoli.

Possono dunque essere “occidentali” i giapponesi, in grande maggioranza non cristiani e geograficamente collocati in Estremo Oriente, così come lo sono l’America Latina, anche quella indigena o affacciata sul Pacifico, e lo Stato ebraico di Israele. Nel primo caso perché ricchi e democratici, nel secondo perché cristiana, nel terzo perché popolato a maggioranza da cittadini di origine europea. “Occidente” è quindi un concetto che si può adattare alla bisogna, per spiegare qualsiasi cosa, e soprattutto per affermare che esiste un consenso unanime, appunto tra i Paesi “occidentali”, riguardo i valori di democrazia e libertà. Dato che in realtà è tutto da verificare, soprattutto perché del drappello considerato occidentale fanno parte Stati che continuano a occupare territori non loro, che discriminano minoranze etniche, che promuovono conflitti armati e vendono armi senza preoccuparsi dell’utilizzo che ne farà l’acquirente, che usano il diritto di veto all’ONU per favorire gli amici, sostenendo dittatori in giro per il mondo.

Non esistono infatti blocchi valoriali: nemmeno laddove vi sono profondi legami storico-culturali, come tra Ucraina e Russia. Per questo motivo Vladimir Putin non sta combattendo contro l’Occidente ma per garantirsi una “cintura di sicurezza” attorno alle frontiere occidentali russe. Principio discutibile e senza dubbio perseguito con il metodo sbagliato, ma l’ultimo dei pensieri di Putin, in queste ore, è quello di condurre una lotta nell’ambito di uno scontro di civiltà. Il mondo d’oggi, in realtà, è molto più semplice di quello della Guerra Fredda, essendo venuta a mancare la componente ideologica: lo scontro si riduce alla conquista, alla tutela e all’allargamento del potere. Non ci sono secondi fini ideali o etici, solo equilibri da ricomporre o da ribaltare. La vecchia idea di Occidente nulla c’entra con l’uso che di questa parola si fa in tempi di guerra. Soprattutto se si considera che gli stessi Paesi occidentali, negli ultimi decenni, hanno usato più volte la guerra come strumento di politica estera. Putin combatte, sbagliando metodo, per conservare la posizione di forza che il suo Paese si è costruito negli anni in Europa orientale. Non è un crociato del “mondo ortodosso” e non sta combattendo l’Occidente, ma soltanto un Paese più piccolo e debole del suo, che ha provato a essere indipendente e decidere da solo.

Stati Uniti e Regno Unito hanno deciso di sospendere gli acquisti di greggio russo come sanzione ulteriore nei confronti del governo di Mosca. Sanno che in questo modo colpiscono al cuore l’economia post-sovietica che dipende – come quella di un qualsiasi Paese in via di sviluppo – pressoché solo dalle commodities. Quando si parla di energia da fonte fossile su scala globale, però, non si può fare a meno della Russia. Seconda o terza al mondo per produzione di petrolio, secondo l’annata, dopo gli Stati Uniti e in un continuo testa a testa con l’Arabia Saudita, la Russia è però al primo posto tra i Paesi esportatori. Se tutte le esportazioni russe di petrolio venissero interrotte, il totale dei prodotti raffinati subirebbe un taglio del 10%. Restringendo lo sguardo all’Europa, scopriamo che il 60% del greggio esportato da Mosca è venduto a noi. Quasi lo stesso copione per il gas: la Russia è il secondo produttore al mondo (dopo gli Stati Uniti), e il 70% del suo export è diretto in Europa occidentale. Tra le grandi economie, quelle più dipendenti sono Germania e Italia, mentre Francia e Regno Unito non corrono grandi rischi. Men che meno gli Stati Uniti, che stanno già correndo ai ripari promettendo al Venezuela di Nicolás Maduro di dimenticare il passato in nome di un new deal energetico. L’embargo contro le vendite di fonti energetiche fossili da parte della Russia creerebbe dunque un grande scompenso a livello globale, e in modo particolare per l’Europa. Nell’immediato, non si riuscirebbe a colmare il vuoto facendo rientrare in famiglia il Venezuela né ricorrendo al gas liquefatto qatarino, da rigassificare.

La questione è che l’Europa, in questi decenni, ha sì costruito solidi legami commerciali ed economici con la Russia, ma mai legami politici, e ora ne paga il prezzo. Il blocco dell’import di gas naturale in Europa avrebbe senza dubbio l’effetto di raffreddare le ipotesi di ripresa economica e alimenterebbe processi inflazionari a livelli che non si vedono da molto tempo. Finora le sanzioni applicate alle banche russe hanno risparmiato quella di Gazprom, perché se non si potesse pagare il gas il rubinetto russo si chiuderebbe: e per questo Germania e Italia, come visto i due Paesi più dipendenti da Mosca, premono perché l’UE non si pieghi alla linea degli Stati Uniti. La situazione è paradossale e racconta meglio di mille analisi che cos’è l’odierno mondo globale e quanto siano profondi i legami di interdipendenza economica creati negli ultimi decenni. Ma Paesi che convivono sullo stesso continente, e che hanno saldi rapporti commerciali, restano antagonisti geopolitici. Entrambi con le mani legate per paura di perdere il fornitore oppure il cliente. È la polpetta avvelenata che ci hanno regalato da un lato la globalizzazione, dall’altra le ritrosie e i ritardi nell’uscita dalle energie fossili. Il grido d’allarme lanciato da Greta Thunberg e dalla sua generazione perché i “grandi” si occupassero finalmente del cambiamento climatico e della transizione energetica ora viene amplificato dalla crisi ucraina, perché energie rinnovabili non vuol dire solo aria pulita, ma anche maggiore indipendenza energetica e geopolitica. Due dimensioni che mancano all’Europa e che ora gli europei vorrebbero conquistare alla spicciolata. Ma manca il tempo: sostituire totalmente il fornitore russo potrebbe significare, a essere ottimisti, due o tre anni di privazioni, inflazione, rincaro di tutti i beni di prima necessità. Ciò che è stato costruito nei passati 40 anni non può essere smontato in due mesi. Questo è il bello e il brutto della globalizzazione: siamo tutti sulla stessa barca, nel bene e nel male. Ed è questa una lezione ancora più dura di quella del Covid per un’Europa che, se continuerà a muoversi in ordine sparso, sarà sempre più al traino di fattori che non può, o non vuole, governare

Sono tuttora relativamente modeste le reazioni a un fatto di enorme gravità quale l’invasione armata di un Paese sovrano con l’intenzione di smembrarlo, sostituirne il governo e deciderne il futuro. Da molto tempo non succedeva nulla di simile: bisogna fare un salto all’indietro di tre decenni per trovare analogie. Nell’agosto del 1990 l’Iraq di Saddam Hussein invadeva il Kuwait con una guerra lampo durata 48 ore. La risposta della comunità internazionale portò alla prima guerra del Golfo, il primo conflitto nella storia condotto da una coalizione formata sulla base di risoluzioni delle Nazioni Unite, contro le quali nessuna potenza pose il veto. Perché l’invasione militare di uno Stato sovrano è uno spartiacque, viola un principio primordiale del diritto internazionale: si può essere in forte disaccordo ma il rispetto dei confini, cioè della sovranità di un Paese, rimane un baluardo. Perciò, nel discorso con il quale ha annunciato l’invasione, Vladimir Putin ha tentato di demolire la stessa ragione di essere dell’Ucraina. Un Paese, secondo l’autocrate di Mosca, che non avrebbe storia né cultura al di là di quelle comuni con la Russia, governato da una cricca di delinquenti e tossicodipendenti: quindi un Paese che non esiste, e l’intervento militare russo, mirato a “denazificarlo”, rappresenterebbe solo un tentativo di rimettere le cose in ordine.

Sul piano politico, i calcoli di Putin si sono però dimostrati errati. La Russia, se si esclude qualche Stato vassallo come la Bielorussia o il Venezuela, non ha incassato il sostegno che si aspettava. L’India e in modo più evidente la Cina in sede ONU si sono astenute, ma la loro disapprovazione è palpabile. Non soltanto perché un mondo in guerra, con l’inflazione che riparte, la corsa al riarmo e l’instabilità dei mercati non è un’ambiente favorevole per gli affari, ma perché il precedente che l’azione di Putin, qualora riuscisse, diventerebbe un pericolo per tutti. Il fatto che per colpire un Paese sovrano sia sufficiente delegittimarlo e affermare di correre in soccorso di una minoranza che è, o si ritiene, perseguitata potrebbe portare a focolai di guerra praticamente in tutto il mondo. Nel Kashmir indiano, nei tanti territori popolati dai curdi, in un’infinità di situazioni distribuite nel continente africano e anche nei mai pacificati Balcani. Se l’azione azzardata della Russia dovesse avere successo, aprirebbe le porte a un mondo definitivamente deregolamentato, privo perfino di una base comune di diritto. I calcoli fatti da Putin sono facili da intuire: debolezza di Joe Biden dopo la disfatta in Afghanistan, e quindi anche della Nato; debolezza dell’Unione Europea dopo la Brexit e la fine dell’era Merkel; supremazia militare della Russia nei confronti dell’Ucraina; effetto sorpresa. Tutti elementi reali, ma quello che Putin non ha considerato, ed è tipico dei regimi, è che l’azione militare avrebbe ricompattato i suoi nemici, cancellato i distinguo e rilanciato la cooperazione militare in chiave anti-russa.

Molti osservatori pensano che questo conflitto sia una specie di sequel della Guerra Fredda. In parte è davvero così, ma che si tratti solo di questo è la narrazione che Putin ha cercato di far passare, senza successo. La Russia di oggi non è l’Unione Sovietica e l’Ucraina non è il Quarto Reich, così come l’assedio di Kiev non è paragonabile a quello di Stalingrado. Semplicemente, un Paese molto potente ne ha attaccato uno assai meno potente. Il primo è un regime; il secondo, tra mille ambiguità, aspira a essere una democrazia, novità per una regione dove questo non è mai successo. Il mondo sta a guardare, è vero, ma è chiarissimo per chi tifa, perché Putin ha infranto un pilastro sacrosanto del diritto internazionale, forse senza nemmeno aver compreso bene le conseguenze.

La Russia di Putin è una potenza fortemente sopravvalutata. E questo in virtù della sua storia, indissolubilmente legata all’esperienza dell’Unione Sovietica, e delle sue enormi dimensioni geografiche a cavallo tra Asia ed Europa. Ma le differenze con le due vere potenze globali, Cina e Stati Uniti, e anche con quella che fu l’Unione Sovietica, sono molto marcate. Piuttosto, la Russia è paragonabile ai grandi Paesi considerati “emergenti”, e in particolare al Brasile. La Russia è il primo Stato mondiale per superficie, il Brasile il quinto; entrambi ospitano le foreste più grandi del pianeta, l’Amazzonia e la foresta boreale siberiana; il peso demografico non è molto diverso; entrambi gli Stati sono organizzati in modo federale, il Brasile con un sistema presidenziale e la Russia semipresidenziale. Ma le somiglianze maggiori sono ravvisabili nella struttura economica: entrambi i Paesi sono grandi esportatori di commodities agricole e minerarie, e hanno praticamente un solo settore industriale di punta che contribuisce all’export: l’industria bellica per la Russia, quella aeronautica per il Brasile. Il PIL registrato nel 2021 è quasi uguale, attorno ai 1500 miliardi di dollari, 10 volte più modesto di quello cinese e 13 volte meno di quello degli USA. Sia il Brasile sia la Russia, infine, dipendono fortemente dalle importazioni di tecnologia e capitali, ma anche di beni di consumo.

La differenza tra queste grandi potenze regionali è data innanzitutto dalla collocazione geografica e dalla storia. Il Brasile è un Paese storicamente ancorato all’Occidente e fortemente legato agli Stati Uniti. Si trova in un contesto geografico, quello sudamericano, ritenuto marginale e nel quale da decenni non ci sono tensioni geopolitiche significative. La Russia, invece, a est si affaccia sugli Stati Uniti e sull’area del Pacifico, a sud confina con la Cina (e tramite i suoi  Stati-satellite anche con l’India), a ovest con l’Europa comunitaria. Occupa dunque una posizione centrale sullo scacchiere mondiale e le sue commodities, grano e soprattutto metano, alimentano le tavole e le case degli europei. Non è dunque solo il gigantesco apparato bellico nucleare russo a fare la differenza rispetto al Brasile, sotto il profilo geopolitico, ma anche la storia, la geografia e con essa la mappa dei “clienti”. Perciò Mosca, che una volta avremmo definito capitale di un Paese con caratteristiche da “Sud del mondo”, in questi ultimi mesi è stata meta di pellegrinaggi da parte dei big della Terra nel tentativo di risolvere la lunga crisi con l’Ucraina.

La Russia ha giocato tutte le sue fiches sulla partita ucraina, con l’obiettivo primario di archiviare definitivamente l’ipotesi di un ingresso della ex repubblica sovietica nella Nato. Ha deciso di affrontare un rischio calcolato, per il quale non ha valutato il proprio peso soltanto sulla base dei parametri esposti fin qui, ma ha anche usato il credito geopolitico accumulato negli ultimi anni con la guerra siriana, l’espansione in Africa e la penetrazione in America Latina. Soprattutto, Mosca ha messo sul piatto l’alleanza strategica con la Cina, il suo nuovo grande cliente e finanziatore, con la quale persegue interessi convergenti a livello globale. Proprio la Cina è il Paese che più ha da guadagnare con la crisi ucraina, che indebolisce gli Stati Uniti e l’Unione Europea e fa passare in secondo piano la propria competizione con gli USA, vera posta in gioco a livello globale.

In sintesi, la Russia di Vladimir Putin è una potenza regionale che può essere considerata globale per la sua estensione e posizione geografica e per la sua presenza geopolitica su altri scenari; ha un potente dispositivo militare ma un’economia modesta, dipendente dall’andamento dei prezzi delle commodities. Si tratta di un caso unico e irripetibile: spostando soldati e carri armati sta chiedendo un posto di riguardo tra i potenti, in quel G7 che non è mai diventato sul serio G8, e soprattutto vuole sedersi al tavolo con Cina e USA e trattare alla pari con la Nato. Chiede che siano riconosciuti i confini geopolitici della sua area d’influenza e respinge ogni interferenza sulla sua politica interna.

Alla fine, la Russia non pretende nulla di diverso rispetto a quanto il mondo ha riconosciuto a Cina e USA. Il punto è che per ottenere quello status, al netto del favore di Pechino, Mosca può contare essenzialmente solo sulla propria forza militare, che da sola non basta per essere considerati una potenza mondiale, soprattutto se la recita dura troppo a lungo.

L’attuale crisi politica e militare che vede al centro l’Ucraina è determinata da due ordini di fattori, entrambi di natura geopolitica. In primo luogo siamo di fronte a un proseguimento della Guerra Fredda che, con altri metodi, continua a determinare i rapporti di forza tra Occidente e Russia: né la Nato ha mai rinunciato all’antico obiettivo di avvicinare sempre di più la propria forza militare al confine russo, né la Russia ha mai cambiato il suo giudizio su tale mossa, considerata un pericolo da scongiurare. Per trovare le radici di queste tensioni si può risalire fino al 1989, quando – almeno secondo la narrazione russa – George Bush senior e Mikhail Gorbaciov si accordarono affinché la riunificazione della Germania e il ritiro delle truppe sovietiche non aprissero le porte all’allargamento della Nato verso est. Fu Bill Clinton, invece, a insistere perché l’Unione Europea, quando arrivarono le domande di ingresso da parte dei Paesi dell’Est, richiedesse anche la volontà di “aderire ai principi” della Nato. Così è effettivamente andata sia per i Paesi baltici sia per diversi Stati “satellite” dell’Unione Sovietica, entrati sia nell’UE sia nella Nato.

Ma Mosca non cederà mai sull’Ucraina, che per Vladimir Putin rappresenta un limite invalicabile e che rimane legata alla sua identità storica di granaio, arsenale e miniera dell’URSS. L’Ucraina ha il destino nel suo stesso nome, che significa “al confine”: culturalmente e politicamente il Paese è diviso in due, una parte guarda all’Unione Europea e l’altra, anche per motivi linguistici, continua ad avere Mosca come punto di riferimento. Nel 2008 la richiesta dell’Ucraina di aderire alla Nato, caldeggiata dagli USA, era stata stoppata da Italia, Francia e Germania al Vertice di Bucarest; poi le tensioni sono continuate con l’annessione russa della Crimea e la secessione di fatto del Donbass.

Il secondo ordine di fattori all’origine di questa crisi riguarda il ruolo geopolitico della Russia. Il grande Paese euro-asiatico, potenza militare ma non economica, negli ultimi anni ha fatto passi da gigante per conquistare una leadership geopolitica su scala mondiale. Oltre a controllare la Bielorussia e avere stanziato contingenti militari in Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, si è affermata come riferimento politico per la Serbia, la Georgia e l’Armenia. Allargando lo sguardo, ha appena vinto il conflitto siriano insieme a Iran e Turchia sbaragliando l’ISIS e, insieme alla Turchia, controlla la Libia. Attraverso il Wagner Group, opaca società che gestisce mercenari ed è molto vicina al Cremlino, ha interessi in 23 Paesi africani e ha appena firmato un accordo con il Sudan per costruire una base navale sul Mar Rosso. In America Latina Putin ha promesso a Cuba e Venezuela sostegno militare in chiave antistatunitense e ha appena firmato un accordo con l’Argentina per fornire aerei da combattimento e addestramento ai militari.

Questo riposizionamento globale di Mosca è stato agevolato, economicamente e non solo, dalla firma dell’accordo per la fornitura di metano alla Cina, avvenuta nel 2014: oltre a garantire ai russi un cliente di prim’ordine in alternativa all’Europa, il patto ha sancito un’alleanza strategica con ricadute a livello mondiale. Semplificando, si è innescata una dinamica per la quale Mosca alza la voce e fa vedere le armi, poi Pechino media, ricuce e chiude gli accordi commerciali.

Tornando all’Ucraina, in questa prospettiva è necessario ricordare la differenza tra Cina e Russia: per gli USA la Cina è un nemico, la Russia “solo” un antagonista, tra l’altro fortemente dipendente dagli scambi commerciali con l’Occidente. Alla fine dei conti, con l’invio di truppe al confine ucraino Putin sta chiedendo che gli venga riconosciuto il ruolo di garante della stabilità in Europa e, di conseguenza, che i confini geopolitici russi siano rispettati: perciò l’Ucraina deve restare uno Stato cuscinetto. Potrebbe anche spuntarla, perché per gli USA la vera posta in gioco è nel Pacifico, non certo in Europa. Caso mai il problema ce l’ha l’Europa, che rischia una guerra e che, in ogni caso, dovrà gestire praticamente da sola l’ingombrante vicino russo.

Le migrazioni umane risalgono alla notte dei tempi, a quando l’Homo sapiens si spinse fuori dalla natia Africa fino a conquistare ogni angolo della Terra. Una migrazione avvenuta a piedi, che man mano creava insediamenti e sottraeva spazi al mondo animale. Negli imperi del passato esistevano migrazioni, volontarie o forzate, che erano il risultato di conquiste territoriali e consolidavano un modello agricolo, economico e culturale. Migrazioni dovute anche a motivi climatici, per esempio in concomitanza dei periodi glaciali, determinarono la fine di Stati che sembravano eterni, come l’Impero romano. Imponenti movimenti di popoli si svilupparono attraverso i mari, come la grandiosa espansione dei popoli polinesiani nel Pacifico o, dal XV secolo in poi, quella degli europei lungo le rotte del colonialismo nascente. Ci sono stati migranti per motivi religiosi, come i puritani in America settentrionale e gli olandesi in Sudafrica; per conquistare nuove ricchezze e terre agricole strappandole ai popoli originari, come in America meridionale; o per superare ancestrali ingiustizie, con radici risalenti al Medioevo, come nella grande ondata che dalla metà dell’Ottocento svuotò intere regioni povere di Irlanda, Spagna, Portogallo e Italia.

Nel corso del Novecento i movimenti migratori cambiano direzione: dalla direttrice Nord-Sud si spostano su quella Sud-Nord. Da continenti che avevano ricevuto migranti europei (Africa, America centro-meridionale, parte dell’Asia) cominciano a partire migranti verso i Paesi del Nord, diventati più ricchi ma entrati in recessione demografica. L’invecchiamento della popolazione ha liberato milioni di posti di lavoro: l’economia di questi Stati richiede manodopera giovane e disposta a lavorare nell’industria e nell’agricoltura, poi anche nei servizi alla persona. Questa rimane una delle grandi contraddizioni dei flussi contemporanei di migrazione: sono vitali per l’andamento dell’economia dei Paesi più avanzati, ma questo loro ruolo non viene riconosciuto. Anzi, si dà vita a contraddizioni giuridiche, discriminazioni, talvolta strumentalizzazioni politiche.

Nella lunga storia delle migrazioni, il fatto di assoluta novità emerso in tempi recentissimi è l’uso dei migranti come arma di ricatto o come strumento per destabilizzare altri Paesi. È stata la Turchia a inaugurare questa fase, “monetizzando” l’accoglienza dei profughi siriani sul suo territorio per ottenere fondi europei e garantirsi immunità riguardo la svolta autoritaria in corso nel Paese. Anche il Messico vive una situazione paragonabile. Da terra di emigranti è diventato Paese di passaggio per i profughi centroamericani che vogliono entrare negli Stati Uniti: e ciò gli ha fornito un nuovo strumento per ottenere vantaggi da Washington. Ora è il turno della Bielorussia, che scaglia contro le frontiere polacche la forza d’urto di migliaia di migranti, allo scopo di calmierare le sanzioni contro il regime di Minsk imposto dall’Unione Europea. Sta seguendo la linea vincente della Turchia. Nel suo piccolo, anche la Libia in mano alle bande armate tiene sotto ricatto l’Italia, e incassa lauti aiuti. E il Marocco negozia con la Spagna per la sicurezza delle roccaforti spagnole di Ceuta e Melilla, prese d’assalto da giovani che vorrebbero entrare in Europa.

Questo mix esplosivo di autoritarismo e disperazione mette in seria difficoltà i Paesi presi di mira. Perché non si può sparare contro i civili, e l’opinione pubblica sopporta sì la presenza di lager e che si lasci la gente al freddo d’inverno, ma solo lontano dai propri confini. E poiché oggi i confini sono soltanto una convenzione, alla fine si negozia. È una triste realtà che non si riesce a superare e alla base della quale ci sono da un lato il fallimento dei Paesi dai quali la gente vuole solo scappare e dall’altro l’ipocrisia dei Paesi che credono sia possibile un mondo con isole di benessere accerchiate da un mare di disperazione. Un mondo che diventa sempre più simile ai quartieri chiusi latinoamericani per soli ricchi, dove si vive fingendo che tutto funzioni e di essere sicuri, ma solo perché al confine ci sono il filo spinato e le guardie armate a difendere la tranquillità.

epa09583235 A handout photo made available by Belta news agency shows asylum-seekers, refugees and migrants gathering at the Bruzgi-Kuznica Bialostocka border crossing, Belarus, 15 November 2021. Asylum-seekers, refugees and migrants, who arrived at the Belarus-Poland border checkpoint of Bruzgi-Kuznica Bialostocka, reportedly broke through part of the barriers set up by Poland. Migrants from the Middle East began to leave the spontaneous camp set up near the border. It was noted that a large convoy of migrants, accompanied by Belarusian security officials, went out towards the frontier checkpoint Bruzgi. Since 08 November, several thousand migrants have been trying to enter the EU and have set up camp in a forest belt adjacent to the border. EPA/OKSANA MANCHUK/BELTA HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

L’allarme lanciato degli allevatori britannici di tacchini è l’ennesima conferma di come ormai a essere interdipendente non sia solo il mondo nella sua globalità, ma anche i singoli Stati al loro interno. Per mancanza di personale gli allevatori britannici non riusciranno a garantire il piatto re della tavola natalizia isolana: il tacchino, portato dall’America in Europa proprio dai coloni inglesi. Non solo: molte altre merci per la prima volta nella storia postbellica scarseggeranno e gli scaffali natalizi rimarranno semivuoti. Senza contare la crisi dell’autotrasporto dovuta alla mancanza di camionisti, quella della sanità e dell’assistenza alla persona e di molti altri mestieri e professioni. La Gran Bretagna imperiale, che si immaginava autarchica anche in materia di manodopera, sta per alzare bandiera bianca e già il governo, alla disperata, ha dovuto annunciare la concessione di alcune migliaia di permessi di lavoro a cittadini stranieri. È incredibile che un Paese quasi integralmente terziarizzato, che importa ben più della metà di quanto consuma, che esporta servizi finanziari, bancari e assicurativi e che per funzionare si serviva della manodopera delle ex colonie e dell’Europa comunitaria, abbia creduto di potersi sganciare senza contraccolpi dal suo grande mercato naturale, l’Unione Europea. Eppure Londra l’ha fatto davvero, cambiando le regole su merci e servizi e lasciando scoperti da un giorno all’altro centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Una sola volta era successo qualcosa di simile, ma era fiction hollywoodiana, nel film Un giorno senza messicani del 2004. Il film racconta la misteriosa scomparsa dei messicani dalla California, immersa in una strana nebbia. È il caos, lo Stato si paralizza.

La differenza è che nel caso della Brexit non si tratta di distopia, ma del risultato di una catena incredibile di errori di calcolo e di opportunità. Dal conservatore David Cameron che usò l’arma del referendum per ricattare l’Europa nel tentativo di ottenere maggiori vantaggi per il Regno Unito e restò scottato dal risultato pro-Brexit del 2016, passando per i goffi tentativi di Theresa May di negoziare un’uscita dignitosa, fino alla spregiudicatezza di Boris Johnson, il quale affermava che bisognava uscire dall’Unione al più presto, senza pensare alle conseguenze. Anzi, sostenendo che sarebbero state sicuramente positive.

L’errore di tutti questi politici è stato ragionare con parametri superati. Una volta un’economia forte, un esercito di rispetto e il prestigio internazionale erano sufficienti per poter stare da soli, e anche bene. Le materie prime che non si producevano si predavano, o quasi, dai Paesi coloniali e postcoloniali; e il personale di fatica lo si reclutava nei ceti bassi della società o con operazioni mirate di importazione di manodopera. Oggi tutto questo è stato superato dalla globalizzazione. Non solo i Paesi sono integrati in un sistema-mondo, ma anche le loro società riflettono in piccolo ciò che è il mondo odierno, una rete interdipendente. Una popolazione molto istruita e qualificata ha necessità, come complemento, di immigrati di diverse provenienze che occupino i posti di lavoro lasciati liberi, sognando di salire sull’ascensore sociale. Camerieri, idraulici, camionisti, infermieri, braccianti agricoli: lavoratori senza i quali si ferma tutto, come appunto sta succedendo nel Regno Unito. Lo stesso vale per le relazioni commerciali. Uscire da un mercato protetto, nel quale le tue merci viaggiavano senza problemi e dove potevi comprare come se fossi a casa tua, non è una questione che si risolve in pochi mesi. L’arroganza con la quale la politica del Regno Unito ha sognato di far tornare il proprio Paese la potenza di un tempo si è scontrata contro il muro della realtà. E tanti saranno i feriti.

Le ideologie positiviste ottocentesche non prevedevano che un solo destino per l’intera Umanità: ripercorrere a tappe forzate l’evoluzione della cultura occidentale industriale. Questa visione totalizzante però, nei luoghi del resto del pianeta dove si erano verificati importanti flussi migratori dall’Europa e il modello occidentale aveva preso piede, si scontrava con le resistenze dei popoli indigeni o aborigeni che erano stati depredati delle loro terre e libertà. I luoghi dello scontro erano le grandi praterie e i grandi laghi nordamericani, la Pampa argentina e la Patagonia cilena, l’Australia e la Nuova Zelanda. Uno scontro che fu vinto dall’Occidente dal punto di vista militare, grazie alla superiorità tecnologica delle armi, al telegrafo e al treno, e soprattutto grazie all’infinita quantità di coloni e soldati che l’emigrazione europea forniva a ciclo continuo. In modi e con fortune diverse, i popoli nativi che vivevano nei luoghi strategici della globalizzazione del XIX secolo furono messi da parte, in alcuni casi addirittura scomparvero. La loro era una fine annunciata, almeno da quando la scienza dell’epoca aveva decretato che quei popoli non erano recuperabili al progresso, che non avrebbero mai potuto diventare bravi agricoltori né cambiare religione e lingua. Venivano definiti “fossili viventi”, relitti del passato ineluttabilmente destinati a scomparire nello scontro con la “civiltà”. Da qui discendevano le diverse teorie dell’epoca, sempre più in basso, fino a quella statunitense che diceva che l’unico indiano buono era quello morto e a quella argentina che considerava la ripugnanza l’unico sentimento possibile nei confronti degli indigeni. In questi due Paesi la guerra fu di sterminio.

In Australia e in Canada, invece, si scelse un altro approccio: quello di “ammazzare l’indiano nel bambino”. Sequestrare cioè i bambini, sottraendoli ai loro genitori amerindi o aborigeni per educarli in collegi, quasi sempre gestiti da religiosi, allo scopo di farli diventare “bianchi”, almeno nei costumi, nella lingua e nella fede. Fu uno dei genocidi culturali più articolati e duraturi di cui si abbia memoria. In Australia i sequestri iniziarono nel 1869 e finirono nel 1969, in Canada si cominciò nel 1863 per finire solo nel 1998. L’unica differenza tra i due Paesi è che in Canada finivano in collegio i bambini amerindi mentre in quelli australiani si rinchiudevano i figli di coppie miste, che così sarebbero cresciuti come il genitore bianco. Solo pochi popoli, come i Maori neozelandesi e i Mapuche cileni, riuscirono a superare, non senza traumi, la doppia sconfitta militare e culturale. I popoli originari non erano avversari degni di rispetto, ma selvaggi che andavano annientati o, nel migliore dei casi, ripuliti dalla loro cultura. Tutto era giustificato dalla pseudoscienza dell’epoca che classificava i popoli del mondo in modo gerarchico: in cima si trovava il cittadino di Londra, in fondo il cosiddetto “selvaggio” della Terra del Fuoco. Coloro che non erano in grado, o non volevano, salire lungo quella scala che portava alla “civiltà” potevano solo scomparire, per loro non c’era posto nel mondo del futuro. Questa visione determinista del positivismo influenzò sia il pensiero liberale sia quello marxista.

Oggi nei luoghi dove si consumarono questi orrori regna il politically correct, il dibattito politico è incentrato sui diritti civili, e le recenti scoperte di fosse comuni nei cortili dei collegi canadesi causano orrore. Sarebbe un grave errore, però, soffermarsi solo sugli aspetti tragici, cioè sulle stragi, e non ragionare sulle cause. Che, come sempre, furono ideologiche. In Canada come nella Germania hitleriana, a preparare il terreno agli esecutori furono quelle teorie, diffuse per troppo tempo, che spiegavano che c’erano uomini di serie A e di serie B. È il principio alla base di ogni razzismo, che immagina un mondo senza diversità. Una follia anche dal punto di vista scientifico, pari al terrapiattismo: eppure, anche se smentita dalla moderna genetica, quella teoria trova sempre terreno fertile per attecchire e infestare.

Da qualche anno, a livello europeo imperversa il dibattito sull’adozione di un bollino informativo sugli alimenti consumati nell’Unione. I candidati più forti si basano su due approcci diversi. “Nutri-score”, ideato in Francia, è un semaforo che indica con 5 sfumature tra il rosso e il verde la ricaduta sulla salute di ogni singolo alimento: il colore viene elaborato da un algoritmo che prende in esame parametri quali l’apporto calorico e il contenuto di grassi saturi, zuccheri e sale. Oltre alla Francia, sostengono Nutri-score anche da Germania e Belgio. Diversi Paesi dell’Est e del Sud del continente, Italia e Grecia in primis, invece lo criticano perché penalizzerebbe i prodotti ultra processati e diversi alimenti tipici della tradizione mediterranea Questi Paesi rilanciano proponendo “Nutrinform Battery”. Si tratta di un bollino a forma di batteria che indica non se il cibo sia da considerarsi buono o cattivo in sé, bensì quanto pesa percentualmente una singola porzione di quell’alimento sulla quantità totale di calorie, zuccheri, grassi, grassi saturi e sale che è consigliabile assumere in un giorno. Un meccanismo farraginoso e difficile da interpretare da parte del consumatore, meno immediato del semaforo del concorrente.

In pratica, la tesi di Nutrinform Battery è che nessun alimento in commercio è dannoso, tutto dipende dalle quantità assunte. Per Nutri-score, invece, esistono cibi dannosi che restano tali a prescindere dal contesto.

La strategia agricola europea Farm to Fork / Dal produttore al consumatore prevede che entro il 2022 un bollino di questo tipo sia introdotto su tutti gli alimenti, escludendo solo i prodotti IGP, DOP e STG. Diverse aziende multinazionali hanno già preventivamente annunciato che si adegueranno. E proprio quest’ultimo dato ci riporta con i piedi per terra rispetto al dibattito tecnico e politico, che appassiona solo gli addetti ai lavori. Andando a vedere il mondo dei consumi, infatti, ci si accorge che la logica del bollino non spaventa nessuno: sarà l’ennesima informazione che andrà ad aggiungersi a etichette già cariche di parole e numeri, magari in più lingue, ma anche di simboli, bolli di certificazione e codici a barre, il tutto in caratteri sempre più piccoli e illeggibili. L’eccesso di informazioni, alla fine, sta producendo l’effetto contrario rispetto a quello auspicato: il mondo del consumo è ormai diviso nettamente in due, una minoranza informata che spende tempo per studiare l’etichetta e una maggioranza che la ignora, anche per mancanza di tempo. È in questa seconda, grande categoria che si collocano i consumatori di trash food, molto consistenti in Paesi come gli Stati Uniti e in forte crescita anche in Europa: di fatto non compiono una scelta ponderata ma acquistano ciò che costa poco e disconoscono o ignorano le controindicazioni.

Il problema non è solo economico ma anche culturale. Ad esempio la verdura e la frutta di stagione non hanno prezzi proibitivi, ma per ragioni culturali vengono sempre più eliminate dalla dieta. Che è sempre più basata su cibi processati e da consumare rapidamente, come i wurstel o le patatine fritte, ma anche su specialità – per guardare all’Italia – come i salumi e i formaggi. E il cortocircuito si verifica qui: i produttori di alimenti tradizionali ricchi di grassi e sale, come gli insaccati, si rivolgono a un cliente che potrebbe rivelarsi sensibile al richiamo salutista, mentre i produttori di trash food non se ne preoccupano affatto, perché i loro consumatori ignorano i bollini.

In conclusione, la guerra del bollino alimentare in Europa è figlia di una visione utopica, nella quale tutti i consumatori leggono le etichette e si regolano di conseguenza. Ma la realtà è ben diversa perché il cibo, come sempre, è cultura e disponibilità economica. La questione vera sta a monte, ed è che anche nell’Europa mediterranea, dove ieri i poveri vivevano mangiando soprattutto pesce, olio d’oliva, pane, verdura e frutta, oggi vincono hamburger, merendine e patatine fritte. Che possono permettersi di farsi beffa di qualsiasi bollino.