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Pochi giorni fa una sentenza della Federal Court di San Francisco ha stabilito che la Bayer dovrà versare 80 milioni di dollari di risarcimento al coltivatore Andrew Herdeman, ammalatosi di cancro in seguito alla sua esposizione al diserbante Roundup, a base di glifosato. Il verdetto è destinato a riaprire il dossier sull’agricoltura OGM. La molecola del glifosato fu scoperta nel 1950, ma soltanto negli anni ’70 la multinazionale statunitense Monsanto cominciò a commercializzarla facendone la molecola fondamentale del Roundup, che divenne l’erbicida principe a livello mondiale. Soprattutto da quando il brevetto Monsanto è scaduto e anche altre aziende hanno cominciato a produrlo. Secondo studi indipendenti, le vendite mondiali del prodotto superano ormai le 800.000 tonnellate all’anno, per un valore di oltre 8 miliardi di dollari.

In Europa, il glifosato si commercializza non soltanto per uso agricolo ma anche come diserbante per giardini. Tuttavia il 49% di questo erbicida, classificato due anni fa dall’Agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità come “probabilmente cancerogeno”, viene utilizzato per irrorare i campi coltivati con sementi OGM. Questo perché le varietà geneticamente modificate, soprattutto la soia, vengono “progettate” in laboratorio per resistere al glifosato anche quando le piante sono già sviluppate. Ne deriva un uso dissennato del diserbante, praticamente durante tutto il ciclo vitale della pianta, con irrorazioni non solo manuali ma anche da aerei: in questo modo il diserbante viene sparso su superfici più vaste di quelle coltivate.

In Argentina, dove la soia OGM occupa ormai oltre il 60% delle superfici agricole, una legge di pochi anni fa vieta di spargere glifosato dal cielo a meno di 500 metri dai centri abitati. Una distanza ridicola per le fumigazione aeree, soprattutto in regioni ventose, come spesso accade in Argentina. I danni peggiori da glifosato vengono però dalla contaminazione delle falde acquifere. La presenza dell’erbicida viene rilevata in tutti gli acquedotti, con concentrazioni altissime nelle aree rurali, e nelle regioni in cui si usa intensivamente il glifosato gli studi non lasciano dubbi sulla maggior incidenza di tumori. Nella UE, la Commissione Europea continua a tentennare quando si tratta di vietarne l’uso.

Al netto della disputa scientifica sulla pericolosità del glifosato, la questione è anche politica. Il glifosato è indispensabile per l’agricoltura transgenica, e l’agricoltura transgenica è un’agricoltura senza contadini e senza biodiversità. Il modello OGM prevede infatti la coltivazione di una sola varietà per ogni specie, ha bisogno di vaste superfici da coltivare in modo intensivo e meccanizzato, richiede un abbondante uso di chimica e ingenti capitali per finanziare il ciclo produttivo. Già oggi l’agricoltura OGM produce derrate per il mercato alimentare e per l’allevamento e lo fa consumando gigantesche quantità di diserbanti, pesticidi e petrolio, con forti ricadute sull’ambiente e contribuendo al cambiamento climatico.

L’agricoltura OGM rende più poveri i terreni ed elimina la piccola e media produzione, mettendo così a rischio la sicurezza alimentare. Per questo motivo è sbagliato continuare la disputa scientifica sulla nocività degli OGM per l’organismo umano, finora mai dimostrata: sembra invece il caso di puntare sulla reale convenienza del modello OGM, soprattutto a lungo termine. L’agricoltura OGM non ha lo scopo di migliorare le condizioni dei più poveri, come auspicano gli scienziati favorevoli a questo modello, ma finisce solo con l’aumentare i profitti dell’agricoltura industriale, senza preoccuparsi del futuro dei terreni né della diversità agricola. L’agricoltura OGM è un’agricoltura senza agricoltori. E già solo questo dovrebbe fare riflettere.

 

 

Non è mai stata lineare la politica delle potenze, anzi. Quasi sempre dietro l’ostilità tra Paesi antagonisti si nasconde un negoziato in cui si cerca di definire un ordine regionale, se non mondiale. Uno dei bersagli di Donald Trump in campagna elettorale è stata la Cina, che vanta un gigantesco surplus commerciale con Washington. Una situazione inaccettabile per l’inquilino della Casa Bianca, il quale vorrebbe indurre Pechino a comprare di più negli Stati Uniti attraverso la minaccia di introdurre dazi sull’export cinese. Ma le minacce hanno preoccupato solo fino a un certo punto i cinesi, che nel 2018 hanno maturato il record storico di 323 miliardi di dollari di attivo nel commercio con gli USA. Una buona fetta di questo surplus torna però negli Stati Uniti, tramite l’acquisto di buoni del Tesoro emessi da Washington. Pur avendo venduto buona parte dei titoli statunitensi in suo possesso, la Cina rimane il secondo possessore straniero di debito pubblico americano (subito dopo il Giappone), per un ammontare di 1.600 miliardi di dollari.

È questa la grande novità del nuovo ordine bipolare tra Stati Uniti e Cina. Non si tratta di potenze antagoniste sul piano dell’approccio al mercato né di due contendenti di pari potere bellico, come accadeva ai tempi della Guerra Fredda tra USA e URSS. I due Paesi sono invece profondamente integrati a livello di mercato e di produzione. Hanno solidi legami che possono essere ridiscussi, ma che non è possibile spezzare bruscamente. Da questo punto di vista Trump sta riscuotendo un grande successo. Sicuramente otterrà lo stop della svalutazione competitiva dello yuan, un maggiore rispetto dei brevetti industriali e nuove regole per facilitare lo sbarco di imprese statunitensi in Cina. E il surplus commerciale cinese probabilmente si ridimensionerà. Ma anche per la Cina, alla fine, l’accordo sarà interessante: Pechino avrà assicurata una maggiore stabilità economica in un momento di rallentamento della crescita e vedrà confermato il suo ruolo di potenza globale, pur se comprimaria degli Stati Uniti. La linea pare essere non più guerre commerciali ma una gestione condivisa dell’economia di mercato globale.

Il terzo soggetto di questa storia è l’Europa, socio preferenziale degli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale. La centralità che finora Washington ha attribuito alla partnership con l’Unione Europea sta venendo rapidamente meno, e la vittima designata dell’accordo USA-Cina potrebbe essere proprio la prima potenza del Vecchio Continente: la Germania, che rischia di vedersi applicare dazi del 25% sulle automobili esportate negli USA, attualmente tassate al 5%. La motivazione di questo “avvertimento”, e cioè che le auto europee sarebbero una «minaccia per la sicurezza nazionale», ha letteralmente scioccato il governo di Berlino. L’Unione Europea rischia così di diventare un vaso di coccio, stretta fra le due superpotenze, divisa all’interno e con giganteschi punti interrogativi sul suo futuro dopo la Brexit. A Washington, quando si tratta di scegliere i partner, sanno leggere le statistiche. L’Unione Europea che nel 1990 produceva il 23% del PIL mondiale oggi è scesa al 15%, la Cina intanto è salita dall’1,60% al 15,5% del PIL mondiale.

L’epoca della centralità dell’Atlantico nell’economia mondiale, durata oltre quattro secoli, si sta dunque esaurendo definitivamente. E il Pacifico è il nuovo Atlantico, o se si preferisce il nuovo Mediterraneo. La diarchia Stati Uniti-Cina sta cominciando a imporre un ordine mondiale, dopo i decenni di caos dovuti al vuoto lasciato dalla fine dell’URSS. Un ordine con due soci che in teoria potrebbero anche farsi reciprocamente del male, ma che hanno tutto l’interesse perché vi sia un clima favorevole agli affari. E ciascuno dei due sa che, per fare affari, è necessario che anche l’altro goda di buona salute.

Per l’Europa sta suonando l’ultima chiamata. L’unica, ormai remota possibilità di salvaguardare qualcosa della centralità del passato dipende dalla solidità di ciò che l’Unione Europea saprà costruire insieme. Il rompete le righe che molti auspicano sarebbe il regalo più gradito per la nuova coppia di soci globali.

 

President Donald Trump talks with Chinese President Xi Jinping, with their wives, first lady Melania Trump and Chinese first lady Peng Liyuan as they pose for photographers before dinner at Mar-a-Lago, Thursday, April 6, 2017, in Palm Beach, Fla. (AP Photo/Alex Brandon)

L’autobomba che il 17 gennaio  ha provocato 21 vittime all’ingresso dalla Scuola di Polizia di Bogotá, in Colombia, ha fatto ripiombare il Paese nei tempi bui della lunga guerra civile, che si sperava fosse ormai superata. Responsabile sarebbe l’Esercito di Liberazione Nazionale, che qualche giorno più tardi ha rivendicato l’attentato: si tratta dell’unico gruppo di guerriglia ancora attivo, dopo che le FARC, ormai diventate forza politica democratica, hanno firmato un accordo di pace. Intanto, all’Avana, lo stesso Esercito di Liberazione Nazionale sta conducendo un negoziato con il governo colombiano per raggiungere un cessate il fuoco.

Quasi nelle stesse ore esplodeva un’autobomba vicino al tribunale di Derry, città dell’Irlanda del Nord nota per la Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, quando il I Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico sparò contro i manifestanti irlandesi colpendo a morte 14 persone, tra le quali 6 minorenni. Per fortuna questa volta non ci sono state vittime. A compiere l’attentato sarebbe stata la “nuova IRA”, una formazione dissidente dall’antico gruppo irredentista irlandese, non più operativo dal 2010. Sono segnali in controtendenza, che riaccendono focolai di tensione in realtà mai sopiti del tutto.

La “giustificazione”, si fa per dire, di questo genere di terrorismo è legata ai fallimenti della politica: al fatto che il governo colombiano, di estrema destra, non ha manifestato la volontà di concludere un accordo di pace e alle incognite che la Brexit pone sul futuro delle due Irlande. Non si tratta degli unici casi: in giro per il pianeta esistono diversi episodi di ribellione armata, tutti però sempre più lontani da obiettivi comprensibili. Anche perché il mondo della lotta armata tradizionale non esiste più. I gruppi storici superstiti, così come quelli nati negli ultimi anni, sono fortemente inquinati da connivenze con la criminalità, o addirittura risultano direttamente coinvolti nella gestione di affari loschi, come la vendita di droga, pietre preziose e legname di provenienza illecita. Altro filone di lotta armata è quello della galassia jihadista, collegata economicamente e politicamente con i peggiori regimi della Terra. Non che la politica tradizionale sia estranea a “frequentazioni pericolose”, anzi: ma nel caso di gruppi che rivendicano l’uso di strategie terroristiche tutto diventa ancora più fumoso e incomprensibile.

Lo storico conflitto irlandese presentava indubbiamente elementi di lotta di liberazione nazionale contro l’occupazione inglese, così come quello colombiano nacque nell’ambito della lotta tra latifondisti e contadini per il possesso della terra. Resta un mistero quale possa essere oggi l’utilità di attentati contro i simboli dello Stato per dirimere la questione Brexit o per accelerare un accordo di pace già in discussione. Ed è così che questi gruppi residui di lotta armata, ai quali vanno aggiunte anche alcune bande ribelli delle FARC in Colombia, di Sendero Luminoso in Perù e dell’ETA in Spagna, si rivelano perfetti per essere manipolati da quello stesso potere che dicono di voler combattere. Per la destra colombiana e per gli unionisti irlandesi sono una manna dal cielo, perché in un caso favoriscono ulteriori svolte repressive contro qualsiasi forma di dissidenza, nell’altro giustificano l’ombrello protettivo di Londra.

Non c’è nulla di romantico né di condivisibile nell’azione di queste schegge di gruppi rivoluzionari sopravvissute alla Guerra Fredda. Sono solo burattini in un gioco più grande, in mano ai poteri forti o agli Stati, che li usano o se ne liberano secondo i bisogni del momento. Rappresentano però anche un segnale di allarme sull’ulteriore deterioramento della democrazia, praticata nel mondo da un numero sempre minore di Paesi e picconata quotidianamente dall’interno. Il terrorismo scuote fortemente l’albero della democrazia perché, oltre alla risposta repressiva, obbliga a trovare una risposta politica. Quando la democrazia non è più in grado di proporre nulla per riformare il mondo e si accontenta dell’esistente, si apre la stagione della demagogia e del populismo: anche di quello armato.

 

Era inevitabile che la concorrenza tra i produttori di gas prima o poi coinvolgesse l’Europa, il primo mercato acquirente mondiale. Meno scontato che da un lato ci fosse la Russia, storico fornitore di metano via gasdotto, e dall’altra gli Stati Uniti, che fino a pochi anni fa erano a malapena autosufficienti. A mescolare le carte è stata la rivoluzione dello shale gas, e cioè di quel gas che si presenta intrappolato nelle argille anziché in giacimenti “convenzionali”: grazie alla scoperta di giganteschi giacimenti di questo genere nelle pianure centrali degli States, e all’adozione di nuove tecniche di sfruttamento soprassedendo sulle gravi ricadute negative per l’ambiente, Washington è diventata una potenza esportatrice di energia fossile.

Oggi negli Stati Uniti si estrae più petrolio che in Arabia Saudita e più gas che in Russia. Questo boom ha portato, tre anni fa, alla cancellazione del divieto di esportare petrolio e gas: una limitazione che risaliva ai tempi in cui il Paese era fortemente dipendente dall’importazione di fonti energetiche estere. Per gli esportatori statunitensi, tutte imprese private, si è così posto il problema del trasporto del gas via mare, e dunque della sua liquefazione. Gli impianti per liquefazione si sono già moltiplicati in Louisiana, Texas e Maryland, mentre diversi altri sono in cantiere.

Nell’Unione Europea invece la produzione è in declino e il continente è sempre più dipendente dalle importazioni. Gli acquisti sul mercato statunitense finora sono rimasti minimi: solo l’equivalente di 3 miliardi di metri cubi nel 2017, a fronte di un consumo di circa 500 miliardi. La Russia, attraverso il gigante Gazprom, da sola fornisce 200 miliardi di metri cubi, oltre il 40% del consumo europeo. La dipendenza dalla Russia è figlia delle leggi del mercato e non è certo dovuta alla mancanza di impianti di rigassificazione, anzi: i quasi 30 impianti europei vengono usati in media solo al 25% della loro capacità. Il gas statunitense sta infatti dirigendosi prevalentemente in Messico e in Asia, dove spunta prezzi migliori rispetto a quelli che potrebbe ottenere nel Vecchio Continente, che ha molte alternative a disposizione. Perciò le pressioni di Donald Trump affinché i Paesi europei aumentino le importazioni di shale gas made in USA cadono nel vuoto. Quello delle fonti energetiche è un mercato di operatori privati, che non hanno convenienza a fare sconti: gli europei non sono disposti a comprare a un prezzo più alto rispetto a quello offerto dai concorrenti. L’offensiva del gas, con la quale Washington vorrebbe controbilanciare la presenza russa, crolla proprio davanti alla politica dei prezzi, sulla quale non ci sono strumenti di intervento.

Gli unici Paesi che hanno dato segnali positivi agli Stati Uniti lo hanno fatto per motivi geopolitici e non economici. La Germania sta costruendo un terminal di rigassificazione che non è giustificato dall’andamento del mercato, ma è una risposta a Trump che ha accusato Berlino di essere sotto il controllo di Mosca dal punto di vista energetico. Poi ci sono Lituania e Polonia, che storicamente dipendevano al 100% dal metano russo e puntano a crearsi un’alternativa.

Più interessante è l’impatto che lo sbarco statunitense sul mercato europeo del gas ha avuto sulla politica dei prezzi dei fornitori storici. Russia, Algeria e Norvegia hanno rivisto le loro politiche, finora quasi da monopoliste, per venire incontro ad alcune richieste dei clienti, per esempio la fine dell’indicizzazione dei prezzi del gas al costo del petrolio. Dunque per l’Europa la concorrenza energetica rappresenta sicuramente un vantaggio, mentre per gli Stati Uniti è un buco nell’acqua: anziché penetrare nel mercato più ricco del mondo, hanno stimolato i Paesi concorrenti a migliorare la loro offerta. L’idea di Donald Trump, e cioè che le questioni geopolitiche potessero pesare più di quelle economiche, si è dimostrata solo un’illusione: è l’ennesima constatazione dell’allontanamento progressivo degli USA dall’Europa, al quale fa da contraltare un avvicinamento tra gli Stati Uniti e l’Oriente. Dopo 500 anni di protagonismo, l’Atlantico sta progressivamente perdendo la sua centralità a vantaggio del Pacifico.

 

La luna di miele tra il premier ungherese Viktor Orbán e i suoi concittadini pare stia finendo. Il campione europeo dei sovranisti, il politico che è riuscito nell’impresa di blindare totalmente il suo Paese per impedire l’arrivo di migranti ora viene contestato in piazza. E ciò accade proprio per le conseguenze della sua politica di chiusura, che ha portato l’Ungheria ad avere un disperato bisogno di manodopera. Ma siccome Orbán non è disposto a cedere sui migranti, ecco che per accontentare le grandi aziende tedesche che hanno investito in Ungheria si inventa un provvedimento subito battezzato “legge schiavitù”. In pratica si obbligano i lavoratori a garantire 400 ore di straordinari all’anno – praticamente due mesi e mezzo di lavoro aggiuntivo – ritardando, però, il pagamento di questa prestazione fino a tre anni.

L’Ungheria non è la sola ad avere problemi di questo tipo, secondo l’indice europeo Manpower delle imprese che fanno fatica a coprire posizioni lavorative. In testa a questa classifica figurano la Romania con l’81% di imprese in difficoltà e la Bulgaria con il 68%. L’Ungheria è al 51%, alla pari con la Germania, e infine si trovano Svezia e Finlandia con il 42%. Sono numeri che smentiscono chiaramente gli allarmi di invasione in corso, svelando la realtà oltre la propaganda. La verità è che da un lato i Paesi europei stanno scontando il calo demografico generalizzato, che anno dopo anno assottiglia la popolazione giovanile e attiva, e dall’altro le aspettative lavorative dei giovani europei non coincidono con l’offerta di una parte del mercato del lavoro, quella che necessita di manodopera poco o per nulla qualificata. Anche negli Stati dove questi lavori vengono ben retribuiti, per esempio in Germania. Poi c’è il caso dei Paesi dell’Est, che scontano anche l’emigrazione avvenuta dopo la caduta del Muro di Berlino.

Questa situazione sta mettendo a repentaglio la sostenuta crescita economica registrata in questi anni. Le imprese tedesche, francesi, italiane che hanno investito in Bulgaria, Romania o Ungheria, attirate dal basso costo del lavoro locale, non avevano previsto che, con la libera circolazione dei cittadini europei, ci sarebbe stata una consistente emorragia di manodopera dall’Est verso i mercati più ricchi. E oggi fanno fatica a trovare lavoratori.

Fuori dall’Europa la situazione non è molto diversa: dall’Australia al Giappone, e ovviamente anche negli Stati Uniti, l’economia richiede manodopera che localmente non è reperibile. Il muro di Trump da questo punto di vista assomiglia molto al filo spinato di Orbán: pura propaganda che, a medio termine, mette in difficoltà le imprese e anche le famiglie, perché una quota consistente dei flussi migratori trova occupazione proprio nei servizi alle persone.

Le migrazioni non sono mai entrate seriamente in un ragionamento di governance globale. Solo il timido Global Compact appena approvato dalle Nazioni Unite comincia a riflettere su una situazione che è variegata e complessa, anche se spesso viene descritta come univoca e pericolosa. Dal punto di vista del diritto non si possono confondere, e questo è certo, i rifugiati con i migranti economici. Ma non è possibile nemmeno considerare i primi come pesi morti da mantenere solo perché obbligati dalla legge, e guardare i secondi come potenziali delinquenti. I rifugiati, oltre che lavoratori, possono essere strumento di politica internazionale, testimoniando con la loro stessa presenza le angherie inflitte dai tanti regimi che opprimono interi popoli. I migranti economici sono invece un bisogno vitale del sistema produttivo europeo e occidentale, così come lo sono stati in passato, al tempo in cui nacquero e si svilupparono gli Stati americani.

Nel mondo globalizzato non solo le multinazionali viaggiano e si insediano altrove: si muovono anche le persone, seguendo le offerte del mercato del lavoro. È una realtà così semplice da essere disarmante, eppure viene negata. Finché il popolo che doveva essere tutelato dall’invasione straniera scende in piazza per protestare contro il suo stesso leader sovranista, che ne ha reso le condizioni di lavoro simili a una moderna schiavitù.

 

Tra i grandi accordi commerciali che l’Unione Europea continua a negoziare con altri gruppi di Paesi del mondo senza mai arrivare a una conclusione spicca quello con il Mercosur. L’associazione tra Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela, nata nel 1985, ha sempre considerato l’UE come il modello da seguire. Nel Mercosur ci sono due tra i più grandi produttori mondiali di alimenti, Argentina e Brasile; il Paese con le principali riserve di greggio al mondo, il Venezuela; e la più grande potenza industriale a sud dell’equatore, il Brasile, che inoltre dispone di un mercato di 280 milioni di persone, circa la metà della popolazione dell’UE.

Un accordo tra le due aree dovrebbe essere perfettamente complementare, dato che il maggior peso dei manufatti nell’export europeo è bilanciato da quello delle commodities nell’export dei Paesi Mercosur. Le agricolture, poi, sono in buona parte non concorrenziali tra loro: basti pensare ai prodotti tropicali del Brasile e alle stagioni invertite per la maturazione della frutta o del grano in Argentina. Un capitolo a sé è quello dei legami storici e culturali. Il Cono Sud americano non solo è stato colonizzato da Portogallo e Spagna, ma è stato trasformato dalle migrazioni europee avvenute a cavallo dell’800, in primis quelle italiana e spagnola, ma anche francese e tedesca. Le multinazionali europee non hanno mai delocalizzato qui, ma si sono insediate per produrre beni destinati a questi mercati: Pirelli, Fiat, Volkswagen, Chandon sono presenti sul mercato sudamericano da quasi un secolo. Un accordo tra UE e Mercosur sarebbe dunque la più naturale delle alleanze, sancendo l’esistenza di un’area di influenza europea in quella zona del pianeta che l’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro chiamava “neo-Europe”.

La pluridecennale trattativa tra i due blocchi è però molto difficile. Ogni volta che la volontà politica accelera, infatti, si scontra con lo stesso ostacolo: la tutela delle IGP europee. Bruxelles ha chiesto di inserire 357 “nomi”, 57 dei quali italiani, nella lista delle specialità che dovrebbero essere tutelate. In parole povere, se il Mercosur firmasse l’accordo dovrebbe vietare ai produttori locali di usare nomi di prodotti registrati in Europa, come Parmigiano-Reggiano o Chianti. La cosa incredibile è che quei prodotti vengono considerati da Bruxelles european sounding, quando sono invece prodotti ormai storici, portati in America oltre un secolo fa dagli emigrati. Parmigiano, mozzarella, malbec, roquefort o emmenthal prodotti in Argentina, in Uruguay o in Brasile non rappresentano tentativi di frode in “stile cinese”. Sono il frutto, ormai molto diverso dall’originale, dello spostamento oltre l’Atlantico di popoli europei che si sono portato dietro la loro cultura, anche agroalimentare.

La domanda è: il consumatore capisce la differenza tra il vino da uva italiana o francese prodotto in Argentina e quello “made in Europe”? Certo, se non altro per il prezzo molto più conveniente del primo. A nessuno sfuggono la diversità e la qualità quasi sempre superiore del prodotto europeo. La dimostrazione è il momento felice che il vino italiano sta vivendo in Brasile, dove nel 2017 l’export dalla Penisola è aumentato del 48%, per un valore di 35 milioni di euro. Di cosa si sta parlando, allora? Di un principio ormai assurdo e fuori dal tempo: cioè il voler regolamentare non solo il proprio mercato, cosa legittima soprattutto rispetto alla sicurezza alimentare, ma anche quello degli altri, sulla base del principio che solo i propri prodotti sono legittimi.

Questa guerra contro i mulini a vento, che per fortuna non inficia la crescita dell’export alimentare dell’UE, contribuisce all’isolamento europeo. Battere un colpo a favore del multilateralismo per contrastare il ritorno al bilateralismo voluto da Donald Trump sarebbe politicamente significativo, ma ci stiamo giocando questa occasione per due forme di parmigiano e qualche fiasco di vino.

 

Gli oltre cinquecentomila manifestanti che a Londra hanno chiesto una seconda opportunità per esprimersi sulla Brexit rappresentano la più spettacolare e visibile protesta contro il salto nel buio che l’insipienza dei ceti politici inglesi ha provocato. Le responsabilità non sono però le stesse per tutti.

C’è chi, come Nigel Farage, ha lottato anni per portare il Regno Unito fuori dall’UE, nostalgico di un Impero che non esiste più da almeno 80 anni e convinto che l’insularità, storica garanzia dell’indipendenza del Regno Unito, nel XXI secolo sia ancora una barriera difensiva. C’è chi nel Labour Party non si è speso quanto avrebbe dovuto, lisciando il pelo al sentiment degli elettori. Ma il massimo responsabile è David Cameron, che volle ripetere la mossa compiuta della signora Thatcher nel 1984, quando ottenne il rebate, cioè la restituzione di parte dei contributi versati all’UE. Ogni anno, infatti, a Londra vengono rimborsati i due terzi dei contributi versati a Bruxelles in eccedenza rispetto a quanto il Paese riceve: circa 4 miliardi di euro all’anno. La Lady di Ferro aveva ottenuto il rebate minacciando di ritirare il Regno Unito dalla CEE; Cameron andò oltre quando, nel 2014, promise un referendum consultivo sulla permanenza nell’UE. Una spada di Damocle con la quale, in effetti, piegò i partner europei, che nel 2016 gli concessero quanto richiesto: soprattutto l’eliminazione del percorso già tracciato verso un’Unione più stretta.

La storica rivendicazione di Londra, contraria alla trasformazione dell’UE in qualcosa di più di un accordo commerciale tra Stati, è da sempre condivisa da Washington, che preferisce alleati deboli con i quali trattare singolarmente. Forte di questo successo negoziale, che sarebbe entrato in vigore solo dopo il referendum, Cameron dichiarò che avrebbe dato indicazione di voto favorevole alla permanenza nell’Unione. Quello che lo scommettitore di Londra non sapeva era che una vera macchina mediatica fatta di fake news, bugie, disinformazione si era abbattuta soprattutto sui cittadini delle zone rurali e dei piccoli centri urbani. E così il 23 giugno 2016 è entrato nella storia perché, per la prima volta, un Paese ha votato sì all’uscita e non all’ingresso nell’Unione Europea. È stata la prima “vittoria” dei manipolatori della rete come Steve Bannon, consulente per la comunicazione di Donald Trump, che dopo pochi mesi avrebbe vinto le presidenziali in USA. Manipolazione scientifica, che ha portato i cittadini di alcune contee depresse del Galles, sostenute fortemente dai finanziamenti comunitari, a votare contro chi garantiva loro il reddito.

Parole d’ordine: sovranismo, rifiuto dell’immigrazione, miglioramento dell’economia senza l’UE. Il copione, dalla Brexit in poi, si è ripetuto spesso e non solo in Europa.  Ma, finita l’ubriacatura, la trattativa per la separazione si è rivelata tutta in salita. L’Unione Europea, divisa quasi su tutto, sul fronte Brexit si è dimostrata incredibilmente compatta. Londra non può uscire gratis e soprattutto non può ripristinare la frontiera fra le due Irlande. La conseguenza più dolorosa per il governo conservatore è stata la scelta degli operatori finanziari e delle grandi aziende con sede nel Regno Unito, che da subito si sono attrezzati per tamponare un’uscita rovinosa migrando nel Continente. Oggi si sa che l’uscita senza negoziato – a meno che all’ultimo momento non si riesca a salvare capra e cavoli – avrà ricadute pesantissime per l’economia britannica. Chi ha votato leave perché pensava che sarebbe stato meglio ha capito che invece accadrà il contrario. Un errore, compiuto da una classe politica mediocre, sancito democraticamente ai tempi della manipolazione di massa via web. Una lezione non solo per il Regno Unito.

 

Tra le vittime della grande crisi economica iniziata nel 2008 c’è sicuramente il multilateralismo. Almeno, il multilateralismo inteso come l’armonizzazione regionale dei mercati delle merci, dei servizi e dei capitali in preparazione di un unico mercato mondiale, secondo l’orizzonte prospettato dal WTO: una realtà che già esiste nell’Unione Europea, nel Nafta e nel Mercosur, dove le merci girano senza dazi né barriere, anche se, nel caso del Nafta, lo stesso non vale per le persone. La presidenza Obama si era congedata con la fine dei negoziati per un grande accordo regionale (cioè il TPP, l’area di libero scambio di 12 Stati dell’area del Pacifico), e con il TTIP con l’Unione Europea in discussione. La presidenza di Donald Trump ha ribaltato il tavolo cambiando radicalmente strategia, passando dalla costruzione di aree di libero scambio che escludessero la Cina all’isolazionismo e alle ritorsioni per equilibrare la bilancia degli scambi laddove questa pende a sfavore di Washington.

Per questo le comunità multilaterali non interessano a Trump, perché portano benefici a tutte le parti in gioco e non modificano, se non di poco, il saldo finale. Il TPP ha subito un duro colpo da quando gli USA si sono ritirati, ma gli altri Stati del “club” hanno deciso di continuare lo stesso da soli. Trattandosi di un’area di Paesi del Pacifico, è scontato che la Cina proverà a subentrare alla potenza americana. Il TTIP pareva morto e sepolto, ma a sorpresa il segretario statunitense al Commercio Wilbur Ross ha comunicato alla commissaria europea al Commercio, Cecilia Malmström, di essere pronto a chiedere al suo Parlamento un mandato negoziale per riaprire le trattative. È più una minaccia che una prospettiva di cooperazione: per Trump la ripresa del negoziato TTIP significherebbe tornare a insistere su quei punti che hanno precedentemente stoppato il dialogo, per esempio le questioni dell’agroalimentare e della giustizia, per poi ritenersi libero di applicare dazi e penalità all’Europa rea di non voler accettare la sua “generosa offerta”.

Dunque il negoziato, come affermava il Comitato No TTIP, non era davvero su un binario morto, e oggi potrebbe preludere a una vera e propria guerra commerciale. I contenuti critici del TTIP non riguardano più solo il principio di precauzione sull’alimentare, gli OGM o i tribunali privati. Ora quel trattato potrebbe diventare una clava da usare contro l’Unione Europea perché si adegui ai bisogni dell’inquilino della Casa Bianca. Trump deve disperatamente portare a casa risultati prima delle elezioni di midterm (cioè di metà mandato) che daranno un segnale forte per capire se la sua avventura si concluderà tra due anni oppure tra sei.

Se il trumpismo non sarà un fenomeno destinato a scomparire a breve, l’Europa dovrà rivedere le sue priorità da subito e immaginare un suo posizionamento nel mondo a prescindere da Washington. Il Mercosur sudamericano aspetta da 15 anni la firma di un accordo di libero scambio e in Africa, proprio la settimana scorsa, è nata l’African Continental Trade Area, formata da 44 Stati che elimineranno il 90% di dazi e tasse sulle merci africane e apriranno alla libera circolazione delle persone. Il futuro del multilateralismo, ai tempi dello sbando statunitense, passa sempre di più dai Paesi che fino a poco tempo fa erano ermeticamente chiusi: in questo mondo alla rovescia, almeno questa è una buona notizia. Starà all’Europa dimostrare di essere in grado di costruire con questi Paesi rapporti equilibrati e reciprocamente vantaggiosi. C’è spazio per un nuovo multilateralismo che convenga a tutti, soprattutto a quelle aree come l’Africa finora escluse dalla globalizzazione.

Alfredo Somoza per #Esteri @RadioPopolare

 

Sono ormai passati cinque anni da quel celebre “buonasera” con il quale il papa venuto dalla fine del mondo si presentò ai fedeli. Fin dall’inizio, il primo papa gesuita è stato un sorvegliato speciale da parte dei poteri forti che gravitano attorno al Vaticano. Prelati e laici conservatori che con Wojtyla e Ratzinger avevano governato la Chiesa con mano ferma. Una Chiesa che però rischiava il collasso, e questo non solo per l’emorragia di fedeli soprattutto nel continente più importante della sua geopolitica, l’America Latina, ma anche per via di intrighi di corte diventati destabilizzanti. In questo senso le dimissioni di Benedetto XVI non erano state un semplice campanello d’allarme, ma la sirena che chiamava i vigili del fuoco.

Jorge Mario Bergoglio, italiano per ius sanguinis e argentino per ius soli, era la persona giusta. Da una parte una figura da spendere in America Latina, dove il Vaticano ha infatti recuperato autorevolezza evangelica e presenza politica, partecipando al processo di pace in Colombia e alla distensione tra Stati Uniti e Cuba. Dall’altra un uomo in grado di mettere ordine in casa, a Roma, facilitato dal suo essere un esterno rispetto al mondo della curia vaticana. Se nel primo caso Bergoglio ha funzionato, e si registra infatti un ritorno di fedeli nelle chiese latinoamericane, la casa romana non è ancora in ordine. Alla fermezza dimostrata nella vicenda dello IOR, tornato a essere davvero la banca vaticana dopo decenni in cui è stata una banca corsara offshore, non ha fatto eco altrettanta fermezza su altri dossier scottanti, ad esempio quello sulla pedofilia.

Chi si aspettava grandi rivoluzioni dell’ordinamento canonico, come per il tema del celibato dei sacerdoti, finora è rimasto deluso. Bergoglio si è dimostrato per quello che è sempre stato: un conservatore in termini di dottrina. Papa Francesco ha guadagnato però credito con il suo “fare politica”, mai partitica e mai interferendo nella situazione interna di un Paese, Italia compresa. La sua enciclica Laudato Si’ sui temi ambientali è stata non solo originale e coraggiosa, ma la prima in assoluto dedicata dalla Chiesa all’argomento. Lo stesso vale per i suoi interventi riguardanti il lavoro, la globalizzazione e le migrazioni. Temi che fanno parte sia del bagaglio familiare di Bergoglio, in quanto figlio di italiani emigrati in Sudamerica alla ricerca di condizioni di vita più dignitose, sia del suo bagaglio politico, essendo stato in gioventù militante peronista. E poi la disponibilità ad ascoltare e a capire, il rispetto per la persona sofferente, anche quando ha fatto scelte contrarie alla morale cattolica. In definitiva, la misericordia spinta al limite del superamento dell’infallibilità, “chi sono io per giudicare” appunto.

Il gesuita Bergoglio ha poi portato il suo stile a Roma, e come diceva Umberto Eco, per capirlo bisogna conoscere la storia del Paraguay e delle missioni gesuitiche. Non era mai successo prima che un pontefice non dormisse e non mangiasse in Vaticano, né che disdegnasse qualsiasi forma di lusso o di esibizione di potere e ricchezza. L’ispirazione di Bergoglio è chiaramente il poverello di Assisi, che tra l’altro fu modello di fede per Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù, nel XVI secolo.

Il gusto per la politica e per la diplomazia è un’altra caratteristica del primo papa sudamericano. Nella sua agenda non c’è solo l’America Latina ma ci sono anche pace e conflitti, riconciliazione con la Chiesa ortodossa e il grande sogno di recarsi in Cina sulle orme del gesuita Matteo Ricci, che visse lunghi anni alla corte dell’imperatore a Pechino, tra il XVI e il XVII secolo.

La forza di Bergoglio è stata quella di resistere all’attacco concentrico di stampa, intellettuali, teologi e sacerdoti conservatori che hanno messo in discussione le sue conoscenze teologiche, il suo modo di governare, la sua sincerità. Un attacco al papa come non si registrava da deccenni. Ma la Chiesa di Bergoglio ha resistito, rendendo onore a quell’altra parte della storia di solito ignorata: una storia fatta di sacerdoti e arcivescovi assassinati, come il nuovo santo Oscar Romero, e di cristiani che si battono per il lavoro e per l’ambiente, o che chiedono giustizia per i propri figli scomparsi. È difficile prevedere quale sarà il bilancio finale di questo pontificato, ma una cosa è sicura: dopo Francesco molte cose saranno cambiate per sempre. Gesti, sensibilità, simboli, temi francescani che grazie al primo papa gesuita hanno avuto finalmente diritto di cittadinanza nella Chiesa non potranno mai più essere ignorati.

 

Per una serie di motivi, interni ed esterni, rispetto al passato oggi la scena internazionale è molto meno frequentata da parte delle grandi potenze. Gli Stati Uniti di Trump sono in piena fase di ripiego, impegnati a minare quei ponti che loro stessi avevano costruito con Asia, America Latina ed Europa. La Russia di Putin è fin troppo concentrata sul grande gioco della Siria e sul controllo dei confini con la NATO nell’Europa dell’Est. La Germania è ancora paralizzata dalla lunga trattativa per la formazione di un nuovo governo, il Regno Unito si sta leccando le ferite autoprovocate con la Brexit.

Solo la Cina dell’ormai presidente a vita Xi Jiping e la Francia di Emmanuel Macron sono attive in politica estera. Soprattutto Parigi sta approfittando del vuoto lasciato dai suoi principali competitor inglesi e tedeschi, e dell’insignificanza eterna dell’Italia, per rilanciare con forza la sua presenza in diversi scenari internazionali. Partendo dalla Cina, dove nella sua recente visita Macron ha fatto capire che si candida a essere alleato del gigante asiatico nella costruzione di una globalizzazione controllata, basata sulla reciprocità soprattutto in materia di delocalizzazione produttiva e di perdita di posti di lavoro. Il tema è già stato affrontato dall’inquilino dell’Eliseo nei confronti dei Paesi dell’Est europeo: cooperazione sì, dumping sociale sul costo del lavoro no. Ma l’asia non è solo Cina, in India Macron ha firmato accordi commerciali per 13 miliardi di euro con il governo Modi portando il livello di relazione tra i due stati a quello di “partnership strategica”. In buona sostanza, la Francia diventa l’alleato europeo chiave per New Delhi.

L’altro fronte che vede attiva Parigi è un “classico” della storia della Francia, progressivamente abbandonato nel tempo: il Medio Oriente. Il punto più alto dell’impegno di Macron è stata la mediazione tra Iran e Arabia Saudita che ha messo in sicurezza il Libano, strappando ai sauditi il premier libanese Saad Hariri, che era praticamente sequestrato a Riad ed è tornato a Beirut nel pieno dei suoi poteri.

Ultimo fronte di visibilità è l’Africa saheliana, il cortile di casa per i francesi, che sono impegnati in prima linea a tutela della stabilità dei regimi amici aggrediti dai gruppi jihadisti. Un grande impegno militare in condizioni difficili, ma che ha permesso la riconquista del Mali settentrionale e la tenuta del Niger, crocevia regionale. Fa parte del buon momento della diplomazia francese anche l’avere convinto l’Italia a impegnarsi militarmente in quella zona con la promessa di incidere sul controllo dei flussi dei migranti, tema che in realtà non interessa minimamente alla Francia.

Il punto centrale dell’offensiva di Macron resta però il processo di integrazione europea. Dopo la rottura con il Regno Unito, che a Parigi hanno più festeggiato che rimpianto, la Francia si considera la locomotiva che dovrebbe guidare l’Europa nel grande passo verso la costruzione di un’entità politica unica. Un passo da fare insieme all’alleato di ferro, la Germania, ma senza disdegnare la solidarietà dei Paesi mediterranei, soprattutto Spagna e Italia, per riuscire a strappare meno vincoli di bilancio al rigore di stampo teutonico. La Francia sta proponendo un modello di integrazione percorribile, con la creazione di un Ministero delle Finanze europeo, con un suo budget e con competenze per affrontare le crisi economiche anche sul fronte dell’occupazione. Non solo economia quindi, ma anche coesione sociale. E questo senza andare a toccare il parametro del 3% di deficit come massimo tollerato, per non urtare la sensibilità della cancelliera Merkel.

Emmanuel Macron ha davanti a sé una grande opportunità, quella di restituire alla Francia un ruolo da potenza globale. Oltre alle sue capacità personali, che il tempo confermerà o smentirà, è il contesto internazionale che sembra quasi congiurare per far tornare a splendere la stella di Parigi.

Per #Esteri @RadioPopolare