Era facile intuire che il World Economic Forum 2026 sarebbe stato un momento importante e delicato, già prima che Børge Brende, il presidente di questo vertice economico che si tiene ogni anno a Davos, parlasse dell’attuale contesto geopolitico definendolo “il più complesso dal 1945 a oggi”. Difficile dargli torto: il club dei big dell’economia occidentale, che volta per volta ha ospitato i presidenti di Paesi del Sud globale considerati più vicini, si è trovato ad affrontare le profonde contraddizioni che si sono aperte al suo interno, tra guerre commerciali, azioni di forza condotte fuori dal diritto internazionale, minacce e insulti tra gli stessi membri del G7. Proprio nelle stesse ore in cui si apriva il WEF, tra Stati Uniti ed Europa scoppiava l’ennesima guerra dei dazi, stavolta per una questione geopolitica, il controllo della Groenlandia.

Il ciclone Trump si è presentato con la più grande delegazione statunitense di tutti i tempi, oltre al presidente ben cinque ministri; con un discorso incendiario ha sottolineato le sue mirabolanti azioni a favore della pace e i grandi risultati ottenuti in campo economico – per ora solo fantasie che nemmeno nel suo Paese, visti i sondaggi, riescono ad attecchire. La delegazione cinese si è invece presentata sottotono, presieduta dal vice-primo ministro He Lifeng. E ancora una volta la potenza asiatica si è caratterizzata per la sua volontà di rilanciare il multilateralismo, invitando al dialogo e opponendosi alle forzature, che siano dazi o azioni militari.

A Davos si è fatto lo sforzo di affrontare temi geopolitici quando, invece, il forum è nato per discutere di economia. Inevitabilmente sono emerse le distanze tra il mondo della finanza e dell’industria multinazionale, di ispirazione globale, e quello di Donald Trump, fatto di dazi e del ricorso disinvolto alla forza per imporre un ordine che, secondo le stesse parole del presidente, dovrebbe beneficiare fondamentalmente solo gli Stati Uniti. Il WEF è entrato così nella schiera degli ambiti di discussione e di conciliazione tra le potenze che una volta si identificavano con il concetto di Occidente, come il G7 e il WTO, organismi ormai in via di archiviazione.

Non solo il G20, ma i vertici dei Paesi Brics offrono spunti più interessanti e di più ampio respiro in un mondo nel quale regna il “si salvi chi può”, ma dove ancora si registrano anche importanti tentativi di creare alleanze multilaterali: come l’accordo tra la UE e il Mercosur o quelli che riguardano la nuova Via della Seta. Gli Stati Uniti, che potrebbero essere protagonisti del dialogo multilaterale facendo valere il loro peso, hanno invece scelto di fare da sé. Con la conseguenza di un crescente isolamento e, fin qui, senza che queste politiche abbiano generato ricadute positive sui cittadini statunitensi ai quali, due anni fa, era stata promessa una nuova era dell’oro.

Il cambiamento climatico produce effetti in tutto il mondo che pian piano si palesano ai nostri occhi: malattie tropicali migrano verso i climi temperati, come la dengue, e specie animali si comportano allo stesso modo, come i pappagalli verdi che stanno invadendo il Nord Italia. L’agricoltura o si adegua o muore, e in questo processo può scoprire nuove potenzialità. La produzione dei frutti tropicali, ad esempio, è da sempre monopolizzata, come dice il nome stesso, dai Paesi che si trovano nella fascia equatoriale del pianeta. Ma, per via del cambiamento climatico, adesso è possibile adattarla a regioni fino a ieri non adeguate. Come la Sicilia, dove la multinazionale (oggi svizzera) Chiquita ha appena annunciato la sua prima piantagione europea di banane.

Il banano, originario del Sudest asiatico tropicale, è stato uno degli alberi che più hanno viaggiato a bordo delle navi delle potenze coloniali e dei trafficanti di schiavi, conquistando un ruolo importante in Africa e, soprattutto, in America Centrale e nelle regioni settentrionali del Sudamerica. La banana era preziosa perché considerata un ottimo alimento per gli schiavi, anche nella sua versione “da cottura”, il platano. Ma la vera fortuna di questo frutto iniziò nei primi anni del ’900, quando i medici statunitensi cominciarono a consigliare alle mamme di far mangiare banane ai figli, in virtù dell’abbondanza di potassio e di altri nutrienti di qualità. La crescita della domanda internazionale trasformò il banano in un albero da piantagione, a discapito di vaste porzioni di foreste tropicali abbattute per coltivarlo. Questa espansione, che in breve avrebbe fatto diventare la banana il frutto più diffuso al mondo, fu gestita per decenni in regime di quasi monopolio dalla statunitense United Fruit Company, poi rinominata Chiquita.

Quell’azienda divenne una forza economica, politica e perfino militare in Paesi come Guatemala, Costa Rica, Honduras, Panama. Dettava legge, otteneva privilegi, nominava i governanti e, quando alle elezioni vinceva qualcuno che potesse intaccare i suoi interessi, lo rovesciava: ad esempio, accadde in Guatemala con il socialista Jacobo Árbenz, spodestato nel 1954 da un colpo di Stato e sostituito da una dittatura. I Paesi vittime della “piovra verde”, come era conosciuta la United Fruit, divennero così le “Repubbliche delle banane”.

Quest’azienda, che tra il 2024 e il 2025 ha subito condanne in Colombia per avere pagato gruppi paramilitari per “difendere” le proprie piantagioni, ovviamente oggi si presenta in Europa con le migliori intenzioni in materia di sostenibilità ambientale e sociale. Un vero e proprio specchietto per le allodole, utile a fare dimenticare tutto il resto. E cioè che, nel mondo, le piantagioni di banane consumano foreste e immettono enormi quantità di pesticidi e di plastica nell’ambiente. E storicamente hanno prosperato grazie anche allo sfruttamento dei lavoratori. Le prime banane mediterranee saranno invece bio, orgogliosamente Made in Italy e sicuramente i lavoratori della piantagione saranno tutti in regola.

Mentre si discute di barriere tariffarie e dazi, si trascura la nuova concorrenza che si va profilando nella gamma di prodotti che rappresentano le uniche voci dell’export dei Paesi equatoriali e tropicali: frutta, caffè, cacao. Il cambiamento climatico metterà quei Paesi progressivamente in competizione con gli agricoltori di una parte Nord del mondo e le regole potrebbero cambiare: quando saranno Made in Italy o Made in Spain, difficilmente i manghi e le banane costeranno così poco come oggi, perché l’attuale prezzo stracciato è dovuto al saccheggio dell’ambiente e allo sfruttamento del lavoro. E forse, come in passato, questi prodotti torneranno a essere appannaggio dei soli ricchi: gli unici che una volta potevano permettersi il cacao, il caffè o i frutti esotici.

Come tutte le telenovele, la durata e i colpi di scena per tirarla avanti non si contano. L’Accordo UE-Mercosur, firmato in pompa magna due giorni fa ad Asunción, in Paraguay, dopo 25 anni di trattative, dovrà però ancora attendere il parere della Corte di giustizia europea, alla luce del voto odierno del Parlamento europeo, dove la mozione presentata dalla sinistra, e sostenuta dai “patrioti” di Bardella e Salvini, è passata per soli dieci voti di scarto.

Non importa quale sia il momento geopolitico, non importa che si tratti di un accordo nettamente favorevole all’industria, se solo si prova a uscire per un attimo dal tema agricolo. Per l’industria europea è una grande opportunità: l’industria produce il 24% del PIL europeo e occupa il 20% dei lavoratori, mentre l’agricoltura produce il 2,1% del PIL e occupa il 4,5% dei lavoratori. Ma sono più forti i trattori fuori dalle sedi comunitarie, capaci di saldare un’alleanza tra forze sulla carta molto lontane, come la Lega, il Rassemblement National, il M5S e le sinistre.

Giusti i timori sul capitolo agricolo, giustissimi. Per questo l’ultima bozza dell’accordo prevede clausole di salvaguardia rigidissime sulle norme sanitarie e sull’andamento del mercato, oltre a includere la tutela di ben 340 indicazioni geografiche, di cui 53 italiane. Non sarà possibile importare prodotti pseudo-italiani o pseudo-francesi e i marchi non potranno essere usati nei Paesi firmatari del Sud America.

Fin qui la parte commerciale, dove ha prevalso un mix di legittime preoccupazioni dei piccoli e medi agricoltori e la tutela dei privilegi acquisiti da parte della grande industria agroalimentare. L’altro aspetto, quello davvero nuovo, è nel campo della geopolitica. In un mondo nel quale stanno saltando le alleanze e le istanze multilaterali, due aree del pianeta che si sono date regole e aspirazioni simili cercano di avvicinarsi. Il Mercosur nasce nel 1985 dall’idea di usare la formula dell’UE per costruire un’area non solo commerciale, e comprende esclusivamente Paesi democratici (prevede infatti una clausola di esclusione in caso di interruzione della democrazia in uno Stato membro).

Per un’Unione europea sotto attacco, questo accordo è stato un tentativo di costruire nuove alleanze con Paesi finora ritenuti marginali ma che, nella nuova geografia globale, contano eccome, a cominciare dal Brasile. Per i Paesi del Mercosur, invece, rappresenta la possibilità di agganciarsi, almeno in parte, a un’area democratica e di bilanciare il rapporto con la Cina, parando al contempo i colpi che arrivano da Washington.

Ora potrebbero volerci anche due anni per concludere l’iter di ratifica, comunque non prima della sentenza della Corte. La Commissione potrebbe applicare l’accordo provvisoriamente — ne ha la facoltà — ma bisognerà capire se avrà la forza politica per farlo, con la Germania infuriata per le possibili perdite delle proprie industrie e la Francia forse soddisfatta perché i trattori potrebbero tornare nelle fattorie.

Fino alla prossima puntata, quando finalmente (se una fine ci sarà) o i Paesi del Mercosur diranno grazie e addio, oppure l’Europa riuscirà a superare il veto dei produttori di zucchero da barbabietola

La guerra per il controllo delle terre rare continua e si allarga, diventando a tutto campo. Nel settore, finora quasi monopolizzato dalla Cina, stanno infatti irrompendo gli Stati Uniti, consapevoli che la loro industria hi-tech, civile e militare, sarebbe destinata a dipendere da Pechino, se non riusciranno a controllare le forniture di questi elementi chimici. L’accordo per 8,5 miliardi di dollari sottoscritto pochi mesi fa con l’Australia ha creato euforia sui mercati, ma siamo ancora molto lontani da un ribilanciamento dei pesi: tuttora la Cina controlla circa il 70% dell’estrazione mondiale, anche grazie alla subordinazione del Myanmar, Paese governato da una giunta militare sostanzialmente insediata dal governo cinese. Intanto, gli Stati Uniti conducono non solo operazioni legali, come l’accordo con l’Australia, ma anche azioni in aperta violazione del diritto internazionale, e ne sono testimonianza la situazione che si è creata in Venezuela e le minacce alla Groenlandia. A Washington devono però fare i conti anche con un altro punto debole, ossia la loro scarsissima capacità di raffinazione delle terre rare. Oggi il 92% della produzione mondiale viene raffinato in Cina, un monopolio che si somma a quello dei magneti pronti per l’industria (98%).

A lungo sottovalutati dalle potenze occidentali, i 17 elementi chimici noti come terre rare sono fondamentali per l’elettronica, le energie rinnovabili (dalle turbine eoliche alle auto elettriche) e il comparto della difesa. Una buona parte dell’“impazzimento” della geopolitica registrato negli ultimi mesi è dovuto proprio a questo risveglio brusco degli Stati Uniti, gigante che mantiene sì il primato in molti settori strategici, ma ha scoperto di avere i piedi d’argilla per via delle forniture dei minerali di base. Ne abbiamo avuto evidenza nell’aprile scorso, quando la Cina ha tagliato l’export di terre rare, che stava crescendo rapidamente: a marzo, si era registrato un aumento del 20% anno su anno. Quella mossa aveva portato all’alleggerimento dei dazi imposti da Donald Trump, consapevole di non poter prescindere, per il momento, dalla Cina.

La mossa venezuelana degli Stati Uniti, intervenuti con la forza per rimuovere Nicolás Maduro, pare avere inaugurato una nuova fase nella contesa: con le buone o con le cattive, dicono, costruiremo il nostro pool di fornitori. Possibilmente togliendo di mezzo la concorrenza cinese. Il petrolio pesante del Venezuela, usato soprattutto per la raffinazione del gasolio e per la produzione di asfalto, era infatti più utile alla Cina di quanto lo sarà agli Stati Uniti, che non avevano particolare necessità di questo tipo di fonte energetica. La parallela rivendicazione della Groenlandia nasce anche da un’altra considerazione: alla presenza di riserve di terre rare si aggiunge il ruolo centrale dell’isola nelle nuove rotte transpolari.

Ma l’offensiva di Washington non si ferma qui. Tra i “vantaggi” che Trump potrebbe ottenere dalla sua politica estera, e in particolare dal suo ruolo di mediatore, anche se di parte, nel conflitto russo-ucraino, c’è il controllo delle ricche risorse minerarie del Donbass: ferro, manganese, titanio, uranio, gas naturale, petrolio e… terre rare. Parafrasando lastorica massima Follow the money, oggi si potrebbe dire Follow the minerals: innumerevoli conflitti sono scoppiati per il controllo del petrolio o dell’acqua, oggi le risorse più ambite sono le terre rare. Che in realtà non sono così rare in natura, ma che devono trovarsi in grandi concentrazioni perché l’estrazione sia redditizia.

La Cina può ancora contare sui suoi numerosi avamposti in Africa, che le garantiscono coltan, uranio, rame e plutonio. Proprio in questo continente, a breve, potrebbe scatenarsi un’altra fase della guerra per il controllo più generale delle materie prime. Le due potenze partono da presupposti simili e si equivalgono: dai Paesi africani, entrambe sono interessate a comprare. Più difficile sarà per gli USA scardinare i rapporti commerciali tra la Cina e i grandi produttori di cibo visto che, a differenza di Pechino, Washington non acquista cereali o carne, ma punta a venderli.

La politica internazionale si è prepotentemente riproposta al centro dell’interesse dei cittadini di tutto il mondo. Non capitava dai tempi della Guerra Fredda che una delle principali paure delle persone riguardasse la propria incolumità in caso di guerra. Nella lunga parentesi della globalizzazione, iniziata nell’ultimo decennio del XX secolo, i timori più diffusi, almeno in Occidente, riguardavano invece il lavoro e l’economia. Un’importante novità, che colpisce tutti con la stessa intensità, è il tono che la politica, non solo statunitense, sta usando per costruire la propria narrazione. Oggi vengono apertamente pronunciate cose che di solito venivano taciute, ed è come se riuscissimo ad assistere al “dietro le quinte” finora gelosamente custodito. Donald Trump, ad esempio, spiega di volere l’arresto di Maduro per reati di narcotraffico, ma dopo due minuti racconta dei giacimenti di petrolio e delle altre ricchezze del Venezuela che pensa di conquistare. Putin dice di agire solo per proteggere la minoranza russofona nel Donbass, ma poi fa votare al suo Parlamento l’annessione di quella regione al territorio della Russia. Stiamo vivendo, insomma, un periodo nel quale non occorre più interpretare concetti ermetici né decodificare messaggi cifrati. Basta seguire le conferenze stampa di Trump per conoscere il pensiero reale che motiva ogni azione della politica estera di Washington.

Ciò che ne emerge è una realtà devastante: la via neo-imperiale imboccata dalle potenze contemporanee, Stati Uniti, Russia e Cina, presenta strette analogie con i peggiori momenti della stagione coloniale e imperiale ottocentesca. C’è chi agisce in base alla propria forza militare, come Russia e Stati Uniti, chi in base al suo peso industriale e commerciale, come la Cina in Africa. Entrambe le dimensioni erano possedute dal Regno Unito al tempo della regina Vittoria, che costruì il più grande impero mai esistito. Ma siamo nel XXI secolo: oggi le notizie corrono velocemente e i cittadini hanno gli elementi per riconoscere gli inganni. I venezuelani hanno giustamente festeggiato la caduta di Maduro, ma il modo in cui si uscirà dal suo regime è ancora nebuloso, e non saranno certo felici se si realizzerà ciò che Trump ha preannunciato sul futuro politico economico del loro Paese, eterodiretto da Washington.

Sono tutti scenari estranei al diritto internazionale, che si rivela una sorta di illusione condivisa solo da alcuni Paesi, in genere quelli senza aspirazioni imperiali, mentre ci illudevamo potesse essere una realtà universalmente riconosciuta. Tutti gli interventi militari degli ultimi anni sono stati compiuti fuori dal suo perimetro – dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Libia a Gaza, da Panama all’Ucraina – da parte di Paesi, su tutti Israele, Russia e Stati Uniti, che non solo non riconoscono il diritto internazionale ma negano anche l’autorità della Corte penale internazionale, nel senso che fanno prevalere il proprio ordinamento (e i propri interessi) su qualsiasi regola condivisa con gli altri Stati.

Oggi ci stupiamo, dunque, di qualcosa che non dovrebbe affatto sorprenderci. L’intervento militare in Venezuela è illegale per noi, ma non per gli Stati Uniti. E vincono loro, perché possono permetterselo militarmente. Agli altri non resta che continuare, per quanto possibile, a costruire un nuovo ordine multilaterale di regole condivise: stavolta senza sperare nell’aiuto di chi invece, nel caos, prospera. 

Il 2025 è stato un anno molto intenso dal punto di vista degli avvenimenti mondiali. Sul piano economico, si è registrato un rallentamento delle previsioni di crescita: l’inflazione rimane un dato persistente e, soprattutto, le tensioni geopolitiche continuano a incidere sui prezzi e sulla disponibilità di materie prime e merci. Sono diversi i fattori che hanno contribuito a peggiorare la situazione internazionale, dalle conseguenze del cambiamento climatico, che incidono sempre di più sui mercati agricoli, alla linea seguita dalla presidenza Trump, che ha scatenato una guerra commerciale a colpi di dazi con pochi precedenti nell’ultimo secolo. Ma il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha avuto conseguenze anche sull’agenda politica globale. Temi come la questione ambientale e la regolamentazione dell’Intelligenza Artificiale sono stati praticamente cancellati: il cambiamento climatico viene ignorato perché le ricette per combatterlo passano dal progressivo abbandono dell’energia fossile, di cui gli Stati Uniti sono recentemente diventati grandi esportatori; l’IA perché monopolizzata da poche aziende della West Coast che hanno attivamente sostenuto la rielezione Trump. Su entrambi i temi, la politica ha fatto un passo indietro e concesso la gestione a soggetti privati, prevalentemente statunitensi.

La Cina, però, non è stata a guardare. Ha giocato tutte le sue carte diplomatiche perché la COP30 di Belém non fosse un totale fallimento, sostenendo il gruppo di Stati, guidati da Colombia e Paesi Bassi, che hanno deciso di autoconvocarsi per andare oltre i magri accordi raggiunti in sede ONU. Così, mentre gli Stati Uniti oggi sono i picconatori del multilateralismo nel mondo e impongono la loro volontà con le armi del commercio o, in senso letterale, con quelle delle cannoniere, la Cina è diventata la grande potenza “costruttiva”, che intesse relazioni di cooperazione tra i Paesi. Sull’IA, la competizione tra Pechino e la Silicon Valley è all’ultimo sangue, perché è chiaro che dal controllo di queste nuove tecnologie passa il futuro dell’economia e non solo: l’IA è destinata a rimodellare la società e forse il nostro stesso cervello. Al momento, opera al di fuori di ogni controllo in Occidente e sotto il controllo di un regime in Cina.

I conflitti in corso si sono moltiplicati in parte perché le potenze regionali, nel caos geopolitico attuale, si sentono libere di usare la forza per regolare i loro conti con i vicini. Non solo la Russia, che ha invaso l’Ucraina ormai da quasi quattro anni, ma anche la Thailandia che si scontra con la Cambogia, la vecchia lite per il Kashmir tra India e Pakistan, il processo di progressiva occupazione della Cisgiordania da parte di Israele dopo l’annessione di fatto della Striscia di Gaza. L’altro focolaio di tensioni militari ruota attorno alla strumentalizzazione del problema narcotraffico, che diventa alibi per giustificare violazioni del diritto internazionale e poter agire evitando il coinvolgimento del Congresso. È ciò che stanno facendo gli Stati Uniti al largo del Venezuela, dove da mesi staziona una flotta di guerra che ufficialmente spara e affonda navi sospettate di trasportare droga, ma in realtà sta esercitando una pressione illegale contro l’illegale governo di Nicolás Maduro. Insomma, si pretende di combattere i regimi violando i diritti sui quali si dovrebbe basare la convivenza pacifica tra gli Stati.

Nel complesso, il 2025 è stato un anno contraddistinto da una grande confusione e, anche, macchiato da conflitti sanguinosi in Sudan, a Gaza, in Ucraina. La pace al momento sembra un miraggio, perché le vengono anteposte questioni geopolitiche ed economiche che creano benefici soltanto al comparto bellico. Non potrebbe essere altrimenti, quando i negoziati per la pace sono portati avanti non da diplomatici ma da faccendieri. Le prospettive per il 2026 non sono certo rosee, ma in tanti parti del mondo il “tappo” della corruzione e della cattiva politica è saltato, grazie soprattutto alle proteste civili e all’azione politica dei giovani; e questo movimento è forse il dato più positivo per i mesi a venire.

“Sì, è un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana” avrebbe detto Franklin Delano Roosevelt riferendosi al dittatore nicaraguense Anastasio Somoza García. Il weekend scorso abbiamo avuto una versione aggiornata dello stesso concetto da parte di un altro presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha deciso di graziare l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, condannato a 45 anni di carcere da un tribunale di Manhattan per stretti legami con il Cartello di Sinaloa ai tempi del “Chapo” Guzmán. Questa improvvisa voglia di grazia è arrivata a 48 ore dal voto in Honduras, nel quale Trump è entrato a gamba tesa per tirare la volata a Nasry Asfura, del Partido Nacional, sul quale pesava la macchia di un predecessore dello stesso partito finito all’ergastolo negli USA. È un modo spudorato per tentare di influenzare il processo elettorale in un altro Paese, ma non del tutto nuovo: qualcosa di simile si era visto già lo scorso ottobre, alla vigilia del voto legislativo in Argentina, quando Trump aveva dichiarato che il piano di salvataggio dell’economia argentina sarebbe diventato effettivo solo se a vincere le elezioni fosse stato Javier Milei. Le elezioni le ha poi vinte Milei, ma dei 20 miliardi annunciati dalla Casa Bianca forse ne arriveranno soltanto cinque.

L’attivismo in stile anni ’80 degli Stati Uniti nel loro ex “cortile di casa” è motivato esclusivamente da considerazioni geopolitiche. In passato Washington costruì, a costo di sostenere le peggiori dittature dell’epoca, una sorta di cordone sanitario per impedire che l’URSS acquistasse nuovi alleati nelle Americhe. Oggi, la potenza contro la quale sono puntate tutti le armi statunitensi, dalla finanza agli eserciti, è la Cina: Paese, che durante gli anni di latitanza degli USA, ha conquistato una posizione di rilievo in quasi tutta l’America Latina. In qualche caso anche in compagnia della Russia di Putin, molto presente in Venezuela, Cuba e Nicaragua come fornitrice di armi.

La politica trumpiana verso l’America Latina ha però radici ideologiche molto più antiche, risalenti al 1823, quando il presidente statunitense James Monroe lanciò la dottrina dell’“América para los americanos”: l’Europa non avrebbe più esercitato ingerenze nel continente americano e, viceversa, gli Stati Uniti non si sarebbero mai impicciati negli affari degli europei. Fu una delle staffette storiche tra le potenze, sempre citata dai manuali di storia, anche se ai primi dell’800 gli Stati Uniti erano soltanto una potenza regionale emergente.

Tornando all’attualità, il punto debole della politica neo-imperiale di Trump è che la Cina offre ai Paesi latinoamericani ciò che gli USA non possono offrire, e cioè la possibilità di commerciare a tutto campo: compra quasi tutte le commodities latinoamericane e investe nell’industria e nelle infrastrutture locali come gli Stati Uniti non sono in grado o non sono interessati a fare. Per questo Trump, nella propria politica, ricorre anche alla minaccia militare, come dimostra il dispiegamento navale al largo del Venezuela. Ciò nonostante, è una politica che a medio termine risulta perdente, perché oggi nemmeno gli Stati Uniti riuscirebbero a mantenere il proprio status quo senza i rapporti commerciali e finanziari con Pechino.

La situazione è ingarbugliata ed è probabile che, alla fine, saranno i Paesi latini a pagare il conto. Oppure no, perché a differenza dell’URSS durante la Guerra Fredda, che pretendeva l’adesione al proprio modello ideologico e politico, la Cina non chiede nulla. Fa affari con dittature e democrazie, governi di destra e di sinistra, adottando un pragmatismo che a Washington è sconosciuto, ma che di questi tempi risulta molto apprezzato. Si tratta di fare politica su un livello diverso, senza immischiarsi negli affari interni di altri Paesi, e di essere pazienti: una strategia di lungo respiro, difficile da intaccare con le sfilate di portaerei o con le minacce via social.

C’è un paradosso che domina la nuova stagione della politica estera statunitense: per difendere l’idea di un’America forte e autosufficiente, Donald Trump è costretto a riannodare i fili con quei Paesi che per anni ha indicato come avversari strategici. La promessa dell’“America First”, agitata come un vessillo identitario, si scontra oggi con la realtà di un’economia globale che non può essere imbrigliata nei confini del nazionalismo economico. E così, mentre la Casa Bianca rimodula i piani tariffari e rilancia negoziati bilaterali, due giganti si stagliano all’orizzonte come partner imprescindibili: Cina e India.

Il nodo principale è quello dei dazi. Dopo un’escalation di minacce e ritorsioni, Washington si trova a gestire un intreccio commerciale molto più complesso di quanto non fosse all’epoca del primo mandato di Trump. L’industria statunitense, dalla manifattura all’hi-tech, è profondamente inserita in catene del valore globali che passano necessariamente per Pechino e New Delhi. Componentistica, semiconduttori, materiali rari, farmaceutica, tessile e prodotti agricoli: direttamente o indirettamente, quasi ogni comparto dipende da forniture asiatiche. La retorica autarchica si è schiantata contro il muro della praticabilità. Negli ultimi mesi la Casa Bianca ha dunque avviato trattative più morbide con la Cina, mirando a un compromesso che salvaguardi gli interessi dei lavoratori statunitensi senza pregiudicare la stabilità delle imprese. L’obiettivo è ridurre alcuni dazi che pesano sull’importazione di beni intermedi, cruciali per l’industria nazionale, in cambio di garanzie sulle pratiche commerciali cinesi e sull’accesso al mercato. Trump non lo dice apertamente, ma il confronto frontale con Pechino ha generato un effetto boomerang: diversi settori statunitensi, dall’automotive all’elettronica di consumo, hanno denunciato costi insostenibili. E a dettare la linea, alla fine, è stata la realtà economica più che l’ideologia.

Parallelamente si gioca la partita con l’India e, a differenza della Cina, qui la posta in gioco non è solo commerciale ma anche geopolitica: oggi l’India è un partner strategico per la costruzione di un fronte asiatico alternativo all’area d’influenza cinese. Per questo Washington intende limare i contrasti tariffari che si sono accumulati negli anni, anche a costo di concessioni dal valore simbolico. Le imprese americane puntano a un accesso più ampio al mercato indiano, in particolare nei settori agricolo e tecnologico, mentre l’India chiede condizioni più favorevoli per l’export di prodotti farmaceutici e informatici. Entrambi i governi sanno che un’intesa agevolerebbe le catene di fornitura e ridurrebbe la dipendenza dalla Cina, un obiettivo condiviso anche se non sempre apertamente dichiarato.

Riallacciare i rapporti con i due colossi asiatici non è, per gli Stati Uniti, soltanto una mossa tattica, di riaggiustamento. È invece il riconoscimento implicito del fatto che l’economia nazionale non può permettersi una politica commerciale isolazionista. Da un punto di vista strategico, la competitività degli Stati Uniti passa dalla capacità di rimanere integrati nel sistema globale, non dalla volontà di sottrarsene. E in un mondo dominato da flussi di merci, di capitali e, sempre più, anche di dati, l’illusione dell’autarchia è diventata un lusso troppo costoso perfino per Washington. Lo dimostra, per esempio, la recente eliminazione dei dazi al 10% sui prodotti tropicali quali banane e caffè, che erano ricaduti interamente sui consumatori.

Il concetto di “America First”, comunque, non scompare. Cambia pelle e si trasforma da slogan muscolare in strategia di equilibrio: difendere gli interessi nazionali non significa più chiudere le porte, ma negoziare con maggiore pragmatismo. Cina e India, da rivali ingombranti, diventano interlocutori obbligati di una superpotenza che deve fare i conti con la complessità interdipendente del XXI secolo. Il risultato è una politica commerciale più sfumata, meno ideologica. Un ritorno alla realtà dopo anni di proclami. Perché anche per il Paese che, di fatto, è ancora il centro del mondo, la geopolitica segue una legge antica: nessuno è davvero sovrano, quando il potere viaggia lungo le rotte del commercio globale.

L’accordo per l’istituzione della global minimum tax – l’imposta minima globale del 15% sui profitti delle multinazionali – è figlio di uno dei tentativi più ambiziosi compiuti negli ultimi decenni per riequilibrare la fiscalità internazionale. Nato nell’alveo dell’OCSE e sostenuto con forza dall’amministrazione statunitense, il progetto punta a contrastare l’elusione fiscale e la corsa al ribasso delle aliquote fiscali che da anni caratterizza la competizione tra Stati. Eppure, mentre gli occhi del mondo sono puntati sugli effetti attesi in termini di gettito e giustizia fiscale, in Europa cresce la preoccupazione che la global tax possa trasformarsi in un boomerang. A prima vista, il Vecchio Continente, e l’Unione Europea in particolare, sembrerebbero avere tutto da guadagnare: molti Paesi membri registrano da tempo perdite fiscali significative a causa del trasferimento artificiale dei profitti verso giurisdizioni più favorevoli, spesso interne alla stessa UE. L’armonizzazione minima, quindi, appare una risposta logica. Tuttavia, la dinamica competitiva tra i Paesi UE e il diverso peso delle economie nazionali rischiano di creare un quadro meno favorevole del previsto.

Il primo nodo critico riguarda gli Stati che negli anni hanno costruito parte della propria attrattività economica su un regime fiscale di vantaggio. Irlanda, Paesi Bassi e Lussemburgo hanno espresso più volte le loro riserve, temendo un indebolimento del proprio modello di sviluppo. Ma la vera incognita non è solo la resistenza politica: è l’effetto complessivo sull’ecosistema europeo. Se il vantaggio comparato di queste economie venisse meno, l’Europa non guadagnerebbe automaticamente maggiore competitività a livello globale. Anzi, rischierebbe di vedere investimenti importanti spostarsi verso regioni extraeuropee, dove l’innalzamento al 15% è percepito come trascurabile data la presenza di altre condizioni favorevoli, come il basso costo del lavoro o varie forme di deregulation.

Un secondo elemento di fragilità riguarda il ruolo degli Stati Uniti. Washington ha sostenuto l’accordo, ma l’iter di approvazione interna procede a fasi alterne, condizionato dalle tensioni tra Congresso e Casa Bianca. Il rischio è che l’UE applichi pienamente la global tax mentre altre grandi economie restano attardate, generando un’asimmetria normativa. Per le multinazionali con base americana o asiatica, l’Europa potrebbe così diventare un’area fiscalmente più onerosa, con la probabile conseguenza di scoraggiare nuovi insediamenti produttivi.

Sul fronte interno, l’UE si trova a fare i conti con la propria struttura decisionale. La fiscalità resta materia di competenza nazionale e vige il principio di unanimità: ciò ha portato a compromessi che rischiano di indebolire l’impatto della riforma. In alcuni casi, gli Stati membri stanno cercando di compensare l’aumento dell’aliquota minima attraverso altri strumenti di vantaggio, come incentivi settoriali o agevolazioni su ricerca e sviluppo. La conseguenza potrebbe essere una nuova forma di competizione interna, più opaca e meno controllabile.

Non va poi sottovalutato l’effetto sui colossi digitali, che rappresentano uno dei principali target della global tax. Molte big tech hanno costruito la loro presenza europea attraverso strutture che passano per Paesi a fiscalità più bassa. Con l’introduzione dell’aliquota minima globale, alcuni di questi gruppi potrebbero riconsiderare l’organizzazione delle proprie filiali o ridurre gli investimenti nei Paesi comunitari, privilegiando mercati più dinamici e con una popolazione più giovane.

Infine, c’è la questione del tempismo. In un momento segnato da forti tensioni geopolitiche, l’Europa sta attraversando una fase di rallentamento economico e aumento dei costi energetici, e ha difficoltà nel mantenere la propria competitività industriale. In questo contesto, qualsiasi intervento che possa essere percepito come un aggravio fiscale rischia di amplificare l’incertezza. Senza una strategia comune di attrazione degli investimenti, la global tax potrebbe accentuare le divisioni interne anziché ridurle.

L’obiettivo dichiarato della riforma resta condivisibile: garantire che le multinazionali contribuiscano in modo equo ai bilanci pubblici. Ma l’UE, pur essendo tra le regioni più impegnate nella lotta all’elusione, non può ignorare il rischio di diventare l’area dove il nuovo sistema produce gli effetti più rigidi. La sfida resta quella di trasformare la global tax in un’opportunità di riequilibrio, evitando che i principi di giustizia fiscale si traducano in un ulteriore freno alla competitività del continente.

Attorno alla metà degli anni Ottanta, il “buco dell’ozono” fu tra le prime emergenze ambientali globali a scuotere la coscienza collettiva. Le immagini satellitari che rivelavano la presenza di una sorta di voragine chimica nell’atmosfera sopra l’Antartide divennero il simbolo della prima, storica presa di coscienza da parte dell’umanità del proprio potere distruttivo sull’ambiente a livello planetario. Quarant’anni dopo, la storia del buco dell’ozono racconta una rara vittoria della cooperazione internazionale, ma introduce anche un nuovo capitolo di sfide inattese, legate all’industria spaziale e alla proliferazione di satelliti in orbita attorno alla Terra.

Lo strato di ozono è una sottile fascia di gas che si concentra nella stratosfera, tra i 15 e i 35 chilometri di quota. La sua funzione è vitale: assorbe la maggior parte delle radiazioni ultraviolette provenienti dal Sole, proteggendo la vita sulla Terra da squilibri negli ecosistemi marini e terrestri e da degenerazioni genetiche, che nel caso dell’uomo significano tumori cutanei. Negli anni Settanta, alcuni scienziati individuarono il principale colpevole del suo deterioramento: i clorofluorocarburi (CFC), gas largamente impiegati in frigoriferi, aerosol e sistemi di condizionamento. Queste sostanze, una volta rilasciate nell’atmosfera, migrano verso la stratosfera, dove le loro molecole si spezzano liberando atomi di cloro che distruggono le molecole di ozono, in una reazione a catena. L’allarme divenne concreto nel 1985, quando una squadra di ricercatori del British Antarctic Survey scoprì un assottigliamento record dello strato di ozono sopra l’Antartide. Le indagini satellitari della NASA confermarono la presenza un buco di dimensioni continentali, e la comunità internazionale capì che il problema non poteva più essere ignorato.

La risposta fu rapida e, per molti versi, esemplare. Nel 1987, 46 Paesi firmarono il Protocollo di Montreal, un accordo vincolante per la progressiva eliminazione delle sostanze responsabili dell’impoverimento dell’ozono, in particolare CFC, Halon e altre sostanze chimiche alogenate. L’accordo venne rafforzato nel corso degli anni con numerosi emendamenti e oggi conta la partecipazione di 198 Stati, praticamente la totalità dei membri delle Nazioni Unite. Secondo le valutazioni dell’ONU, si tratta del trattato ambientale più efficace mai adottato: ha impedito l’immissione nell’atmosfera di miliardi di tonnellate di sostanze ozono-lesive e ha permesso un lento ma costante processo di recupero dello strato protettivo. Le stime più recenti dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale e del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente indicano che, proseguendo ai ritmi attuali, intorno alla metà del XXI secolo lo strato di ozono potrebbe tornare ai livelli pre-1980. Un risultato che dimostra come la cooperazione globale, sostenuta dalla scienza, possa produrre effetti concreti e duraturi.

Tuttavia, mentre la Terra tenta di guarire le ferite del passato, nuove preoccupazioni si affacciano all’orizzonte. Il boom dell’industria spaziale – alimentata da colossi come SpaceX, Amazon e OneWeb – e il lancio di migliaia di satelliti stanno introducendo nell’atmosfera quantità crescenti di sostanze potenzialmente dannose per l’ozono. Ogni razzo rilascia in stratosfera particelle di fuliggine, ossidi di azoto e composti del cloro e dell’alluminio derivanti dai propellenti. Queste sostanze, pur in quantità molto inferiori rispetto ai CFC del passato, esercitano il loro impatto proprio nella regione dell’atmosfera in cui si trova lo strato di ozono. Secondo uno studio pubblicato nel 2023 sulla rivista Earth’s Future, le emissioni dei lanci spaziali potrebbero crescere di dieci volte entro il 2030, con effetti ancora poco compresi sulla chimica stratosferica. Inoltre, il rientro in atmosfera di satelliti dismessi o bruciati durante il rientro genera una “pioggia” di nanoparticelle metalliche che potrebbero alterare l’equilibrio chimico delle fasce superiori dell’atmosfera, compromettendo i progressi ottenuti in decenni di politiche ambientali.

La corsa allo Spazio, un tempo monopolio delle superpotenze, è oggi un business globale che coinvolge centinaia di aziende private. La cosiddetta “mega-costellazione” di satelliti pensata per fornire internet ad alta velocità in ogni punto del pianeta (e, tra poco, un cloud per l’intera umanità) promette vantaggi tecnologici e sociali indiscutibili, ma pone interrogativi urgenti sulla sostenibilità del modello attuale.

La comunità scientifica chiede regole più chiare e una nuova governance internazionale che tenga conto dell’impatto atmosferico dei lanci e dei rientri spaziali. Se il buco dell’ozono fu il campanello d’allarme della fine del Novecento, la sfida odierna è non ripetere lo stesso errore su scala orbitale, magari illudendosi che lo Spazio sia un altrove senza relazioni con la Terra. Ogni razzo che attraversa l’atmosfera lascia una traccia invisibile, ma concreta, nel delicato equilibrio del nostro pianeta. Nel cielo, dove un tempo vedevamo solo stelle, ora orbitano migliaia di satelliti: simboli di progresso, ma anche potenziali agenti di un nuovo tipo di inquinamento. La sfida è assicurarsi che il futuro dell’esplorazione spaziale non comprometta la sottile barriera che, da milioni di anni, ci protegge dal Sole.