Spesso il dibattito politico si incaglia sui massimi sistemi perché viene influenzato dagli slogan anziché dai fatti. Nel 1994 Norberto Bobbio pubblicava il saggio Destra e sinistra: per il filosofo torinese, la differenza tra le due storiche categorie della politica passava dal concetto di uguaglianza, e cioè di quanto una forza politica tenda ad agire o no per ridurre le diseguaglianze. Da questo punto di vista, un’analisi anche solo per sommi capi della proposta di bilancio federale 2021 che Donald Trump ha girato al Parlamento di Washington inchioda il 45° presidente dell’Unione.

La manovra, che ha una consistenza di 4800 miliardi di dollari, è ricca sia di tagli sia di aumenti di spesa. I capitoli ridimensionati riguardano, tra l’altro, il sostegno ai giovani che chiedono prestiti per l’università: si tratta di un meccanismo che ormai vede la gioventù istruita statunitense gravata di un debito di 1500 miliardi di dollari, a carico soprattutto di minoranze etniche e donne. Inoltre si riducono del 15% i fondi per l’edilizia popolare, in un Paese che sta vivendo la moltiplicazione delle baraccopoli, come quelle sui marciapiedi di Los Angeles, dove sono accampate in tende oltre 80.000 persone che non possono fare fronte all’alto costo degli affitti. Vengono ridotti anche i buoni pasto e le prestazioni del Medicaid, il sistema sanitario per gli anziani poveri, e calano del 6% i fondi per l’istituto nazionale per la sanità. Sull’ambiente il taglio è ancora più deciso: -26% di fondi per l’EPA, l’agenzia statunitense per la protezione ambientale. Dopotutto, il cambiamento climatico non esiste.

In Finanziaria vengono invece aumentate le spese per prorogare fino al 2025 il taglio delle tasse per i più ricchi. Vengono premiati i veterani delle guerre con l’aumento dei pacchetti assistenziali. Aumenta del 3% il budget per la sicurezza interna, mentre quello per la sicurezza nazionale complessivamente balza in avanti del 19%. Poi ci sono fondi per costruire centri di detenzione per immigrati clandestini, e si torna alla carica con il famigerato muro che divide gli USA dal Messico stanziando 2 miliardi di dollari. Inoltre si aumenta dello 0,3% la spesa per le armi, che ormai raggiunge ben 740 miliardi di dollari all’anno, più del PIL della Svizzera. Parallelamente si riducono del 21% gli aiuti in cooperazione internazionale.

Probabilmente durante il dibattito parlamentare qualcosa di questa Finanziaria cambierà, ma l’impianto è chiaro e ci restituisce uno spaccato del moderno populismo. Trump è andato al governo con il sostegno massiccio dei ceti bianchi impoveriti dalla desertificazione economica seguita alla delocalizzazione dell’industria. Finora non ha prodotto nulla a vantaggio di questo elettorato, ma si è concentrato sulla riduzione delle tasse ai più ricchi, cioè a se stesso, e alle corporation, che già pagano poche tasse grazie a raffinati meccanismi di ottimizzazione fiscale. Altro sforzo costante di Trump è quello finalizzato all’aumento della spesa per la sicurezza e per lo sviluppo di armi. È evidente che tale impianto porta all’aumento delle diseguaglianze e alla crescita di una fascia di marginalità che avvicina alcune zone degli Stati Uniti a quello che una volta si chiamava Terzo Mondo.

Al di là dei discorsi, la politica va misurata sui fatti: e per questo possiamo affermare, utilizzando le categorie di Norberto Bobbio, che Donald Trump, presidente populista e abbastanza popolare, si colloca senza dubbio a destra. Non perché rivendichi ideologicamente il suo essere di destra, ma perché lo ha scritto a caratteri cubitali nella sua Finanziaria.

 

Dagli anni ’70 a oggi i crocieristi nel mondo sono passati da circa 500.000 a oltre 25 milioni: è il segmento del turismo che è cresciuto maggiormente nell’ultimo ventennio a livello globale, con un ritmo medio che sfiora il 20% all’anno. Mentre declinava il modello del beach resort “all inclusive”, perché i villaggi si scoprivano vulnerabili ad attentati terroristici, malattie e tsunami, il suo naturale sostituto era già pronto: la nave da crociera, che offre gli stessi comfort e in più garantisce la massima sicurezza immaginabile. Il passeggero che teme i luoghi ignoti non è nemmeno tenuto a scendere a terra. L’unico punto debole delle crociere sono i batteri, come quello della salmonella, che ogni tanto colpiscono a bordo generando situazioni a dir poco spiacevoli. Oppure i nuovi virus, come il coronavirus, che ha portato alla quarantena di oltre 3.000 persone in crociera al largo del Giappone per via di due casi sospetti. Ma si tratta di episodi isolati e marginali rispetto alla massa di persone trasportate dalle navi da crociera ogni anno.

L’aumento vertiginoso della domanda sta travolgendo le stesse compagnie armatrici. Dopo anni di investimenti, la maggiore capacità ricettiva ha comportato il problema di garantire un’occupazione dei posti letto costante nei diversi periodi dell’anno. Per questo è scattata l’ora del viaggio low cost, nel quale l’importante sono i numeri e non la qualità. Troppa gente imbarcata, troppo grandi le navi, troppa manodopera sottopagata e demotivata. Le crociere trasportano viaggiatori che rischiano di travolgere le città in cui si fermano per poche ore: migliaia di turisti scaricati tutti nello stesso momento e nello stesso punto, e che di solito si recano insieme a vedere gli stessi luoghi turistici. A Venezia, Miami, Barcellona o Atene ormai li temono, perché sono turisti che hanno i pasti e il pernottamento pagati a bordo, e sul posto si limitano a consumare, se va bene, qualche bibita e il gelato. Turisti che intasano le piazze, che rendono insostenibile la visita ai musei, che allontanano quei turisti che invece sarebbero disposti a spendere.

Ed è qui che si inserisce Ocean Cay, la prima destinazione inventata sulla quale scaricare turisti senza impatto ambientale. Si tratta di un isolotto artificiale creato negli anni ’70 nelle Bahamas per estrarre sabbia di aragonite, quella bianca per eccellenza. L’isolotto, abbandonato da tempo, e l’area marina circostante, per circa 100 chilometri quadrati, sono stati acquistati dal gigante delle crociere MSC per 50 milioni di dollari, ai quali si sono aggiunti circa 300 milioni destinati alle bonifiche. Ocean Cay è stata “ridisegnata” per i bisogni dei turisti da crociera che qui vengono portati per passare qualche giorno di mare. Su Ocean Cay lavorano 150 persone e sono state costruite otto spiagge, più una di servizio, tutte radiosamente bianche, essendo di aragonite. Sono stati inoltre piantumati 75.000 alberi e piante e costruiti 100 edifici in finto stile coloniale: bar, ristoranti e camere per il personale, visto che i turisti dormiranno sulle navi ancorate al largo.

Ocean Cay chiude il cerchio del mondo delle crociere. Non bastava la ricreazione di un mondo ideale a bordo: ora i turisti scenderanno a terra in un mondo altrettanto virtuale creato ex novo. Una finta spiaggia da cartolina in mezzo ai Caraibi. Se, oltre a rispondere a criteri di sicurezza, si punta sul serio anche a raggiungere obiettivi di sostenibilità, forse Ocean Cay potrebbe essere la prima risposta concreta ai problemi creati dal turismo di massa, allontanando dai luoghi vulnerabili coloro che dal viaggio si aspettano solo mare, sole e mojito. Non importa se in luoghi veri o falsi.

 

Le recenti elezioni legislative in Perù hanno confermato un dato che ormai è una costante in tutto il continente americano: lo sbarco in politica delle religioni carismatiche e delle sette religiose. Nel caso peruviano, la seconda forza uscita dalle urne, il Frepap, nasce dalla Missione Israelita del Nuovo Patto Universale, la chiesa millenarista e messianica fondata da Ezequiel Ataucusi Gamonal nel 1968. Nella vicina Bolivia, uno dei candidati che si contenderanno la presidenza il prossimo maggio è il predicatore evangelico Chi Hyun Chung, nato in Corea del Sud e trasferitosi da bambino insieme alla famiglia nel Paese sudamericano. Nel 2018 in Costa Rica arrivò al ballottaggio per la presidenza della Repubblica il cantante cristiano Fabricio Alvarado, sostenuto dal partito evangelico Restaurazione Nazionale, mentre in Colombia si registrava il flop di Todos Somos Colombia, il partito di Jorge Trujillo, fondatore della chiesa Casa del Regno. Ma in realtà queste chiese hanno già espresso presidenti: come l’ex dittatore e genocida José Efraín Ríos Montt, che fu poi democraticamente eletto presidente del Parlamento del Guatemala grazie alla sua conversione al pentecostalismo; oppure il più famoso di tutti, Jair Bolsonaro, presidente del Brasile e frequentatore della chiesa battista.

Tutte queste esperienze politico-religiose hanno molto in comune. Innanzitutto l’essere fortemente conservatrici e il considerare i diritti ottenuti dal mondo LGBT e la legalizzazione dell’aborto volontario come una dimostrazione del fatto che si è imboccata la strada che porta a Sodoma e Gomorra. Proprio questa avversione per i diritti civili diventa il principale punto di contatto con il mondo conservatore tradizionale, che da sempre dichiara di battersi per difendere i valori appunto “della tradizione”, che in America Latina equivale a difendere i diritti dei bianchi, maschi e benestanti. Ma lo stesso avviene anche negli Stati Uniti, dove i neocon, provenienti soprattutto dalle piccole chiese rurali, sostengono da anni i candidati repubblicani più restii a riconoscere i diritti civili.

Per questi nuovi protagonisti della politica americana, la discesa in campo è paradossalmente “apolitica”: dichiarano di volere solo vegliare sui principi morali. Ufficialmente, rivendicano dunque una funzione da controllori piuttosto che da forza candidata a governare. Usano le forme di rappresentanza offerte dalla democrazia ma non ne condividono il principio di fondo, e cioè il diritto all’esistenza di visioni diverse del mondo, e anche della famiglia. Sfruttano come ariete la democrazia, insomma, ma vorrebbero ridurla a specchio delle loro convinzioni. Finora queste chiese erano state dietro le quinte, limitandosi a portare acqua ai politici loro più vicini, ma da alcuni anni cominciano a esprimere propri candidati. Hanno così giocato un ruolo fondamentale nell’avvicinare una base popolare ai partiti conservatori: un elettorato che non si sentiva rappresentato dalla politica tradizionale e che ora partecipa alla politica con lo spirito del crociato che combatte il male.

Tutto ciò accade perché i poveri e i poverissimi hanno trovato in queste chiese ascolto e soprattutto una rete di protezione, laddove lo Stato non esiste. Chiese come cooperative, alle quali si versa la decima dello stipendio, ma dalle quali si riceve un aiuto quando c’è bisogno. È questa la conseguenza, l’onda lunga della politica vaticana che allontanò i sacerdoti che aderivano alla Teologia della Liberazione, spalancando così le porte ad altre religioni. Il punto è che non siamo di fronte a una disputa teologica: l’ingresso in politica di chiese organizzate in partito rinforza quei settori conservatori, finora minoritari, che finalmente possono candidarsi a vincere in democrazia. Democrazia che loro stessi mettono in pericolo una volta insediati. Non solo l’elenco dei Paesi democratici si è ristretto negli ultimi anni, ma all’interno di essi ci sono forze sempre più rilevanti che mirano a trasformare la democrazia in teocrazia. E non parliamo di Medio Oriente, ma di America.

Europa sfida gli USA

Pubblicato: 31 gennaio 2020 in Europa, Mondo
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Talvolta i primi passi, anche se in sé poco significativi, possono dare l’idea della direzione verso la quale si è diretti. Da tempo si discute di fine del multilateralismo, di spinte sovraniste che mettono a rischio il sistema di regole condivise. Non si erano individuate, però, le possibili contromosse da parte dell’Unione Europea, uno dei protagonisti più interessati, insieme alla Cina, a evitare guerre commerciali che potrebbero colpire il proprio export. L’antidoto individuato dall’UE è stato provare a rimettere in piedi l’organo di appello del meccanismo di risoluzione delle controversie commerciali del WTO, paralizzato ormai da due anni. E cioè da quando Donald Trump ha cominciato a denunciarlo come lento e “di parte”, cosa totalmente falsa, e soprattutto a bloccarlo, impedendo che fossero nominati due nuovi giudici al posto di quelli il cui mandato era scaduto.

Quest’organo di appello si occupa, o dovrebbe occuparsi, dei ricorsi in appello presentati dopo le sentenze di primo grado nelle cause su dazi, dumping e sussidi tra i 164 Stati che fanno parte del WTO. Come tutto l’impianto dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, nasce nel 1995 sulla base dell’illusione, poi smentita dai fatti, che gli Stati fossero tutti così convinti delle magnifiche sorti di un mercato globale aperto e dotato di regole comuni da poter decidere sempre all’unanimità. Ed è proprio questo uno dei seri problemi del WTO: raggiungere l’unanimità su temi critici, come l’agricoltura, oppure resistere alle spinte sovraniste da parte di Paesi forti come gli Stati Uniti. L’UE, che preferisce continuare a lavorare dentro le regole – anche perché quelle attuali lasciano ampio margine di manovra ai Paesi comunitari, ad esempio in materia di protezioni del mercato interno – ha sparigliato il gioco. Ha citato l’articolo 25 del protocollo per la risoluzione delle controversie, che prevede che i Paesi membri si possano rivolgere anche a forme volontarie di arbitrato, e così facendo ha lanciato l’idea di un tribunale parallelo, su base volontaria, rispetto a quello ufficiale bloccato dagli Stati Uniti.

All’appello comunitario hanno risposto positivamente al momento 16 Paesi extraeuropei, tra i quali alcuni alleati di ferro degli USA, come Australia, Nuova Zelanda e Messico, ma anche due dei pesi massimi dei Paesi Brics, come Cina e Brasile. A questo punto la mossa europea diventa la prima sfida in campo aperto agli Stati Uniti, che invece hanno scelto di usare come metro della loro politica commerciale soltanto i rapporti di forza, in modo da schiacciare, uno alla volta, i diversi partner. Esattamente com’è successo con la rinegoziazione dell’accordo NAFTA con Canada e Messico, condotto da Washington con un partner alla volta, che non aveva vie di scampo davanti alle richieste statunitensi. Non è sicuramente una novità che la Cina reciti la parte del Paese rispettoso delle regole e campione del multilateralismo. Lo è invece che si crei un asse tra Cina ed Europa per resistere alle spinte unilaterali degli Stati Uniti.

Sono gli Stati  Uniti, già usciti dall’accordo per il clima, latitanti in sede ONU e ora bypassati nel WTO, che rischiano seriamente di restare fuori dal sistema di relazioni internazionali. La mossa dell’Europa è un segnale forte in questo senso, e anche un segno inaspettato di vitalità. Questo gioco a mani libere guidato da Bruxelles va spiegato, però, anche in rapporto alla Brexit. Con il Regno Unito ancora dentro l’UE, probabilmente ci sarebbe stato un veto su questa mossa. Invece ora l’Unione Europea a guida tedesco-francese, senza la zavorra di Londra, torna a fare politica, almeno sul piano commerciale. È un giocatore che nessuno si aspettava ma che, se vuole, può modificare molti degli equilibri precari che si sono consolidati negli ultimi anni, e aggregare alleati insospettabili.

 

È una battaglia silenziosa che si combatte da anni: l’Unione Europea, contro i desiderata dell’agroindustria continentale, resta l’unica area al mondo nella quale è vietata la coltivazione di prodotti geneticamente modificati. Il divieto, però, riguarda il consumo umano e non quello animale: la soia e il mais consumati quotidianamente nei nostri allevamenti provengono per il 95% da Argentina, Brasile, Canada e USA, dove si coltiva con semi transgenici; e solo per il 5% sono prodotti in Europa, e quindi non OGM. È questa la prima contraddizione dell’Europa, che impone regole ai propri agricoltori ma deve fare i conti con un mercato mondiale delle commodities ormai quasi interamente OGM. Nel mondo sono infatti ben 190 milioni gli ettari di suolo coltivati a soia, mais, cotone, canna da zucchero o barbabietola geneticamente modificati.

La normativa europea che ha stoppato gli OGM risale a quasi vent’anni fa, e oggi in Europa ci sono solo due piccole eccezioni, per un totale di 120.000 ettari di mais transgenico coltivati in Spagna e Portogallo. In base al principio di precauzione l’UE ha vietato anche la sperimentazione in campo aperto, in modo da evitare contaminazioni: gli OGM non saranno autorizzati finché la scienza non chiarirà le loro ricadute sulla salute umana. Ma dopo vent’anni non ci sono ancora risposte definitive, anche se molto si è discusso, ad esempio, sulle conseguenze dell’impiego del diserbante glifosato, utilizzato per questo tipo di coltivazioni e ancora legale in Europa.

Il fronte di lotta per ottenere l’apertura dei campi europei agli OGM si sposta ora sulla ricerca. È stato chiesto, in particolare, di rivedere la regolamentazione distinguendo tra OGM e forme di innovazione scientifica non OGM. La Corte di Giustizia europea ha però chiarito che le restrizioni sugli OGM sono da intendersi come riguardanti tutte le tecniche di mutagenesi, estensibili cioè anche a tutte le pratiche che vanno a modificare una parte di una molecola di DNA. Secondo i sostenitori della ricerca, la differenza starebbe invece nell’introdurre nel DNA un gene della stessa specie anziché di un’altra, come avviene con gli OGM propriamente detti. E così questa possibile “scorciatoia” verso l’apertura agli OGM per via scientifica è stata respinta. Il problema, infatti, era e resta squisitamente politico.

Il divieto introdotto in Europa nel 2001 nasceva da preoccupazioni relative alla sicurezza alimentare, ma col passare del tempo è diventato uno strumento della politica agricola comunitaria, che cerca di favorire i piccoli e medi produttori, penalizzando invece le imprese agricole di grandi dimensioni. Soltanto i grandi proprietari, infatti, potrebbero realmente beneficiare degli OGM. Inoltre, attraverso il divieto si protegge la produzione locale rispetto al mercato mondiale. L’Unione Europea deve in ogni caso tenere conto del fronte dei consumatori, che è sicuramente d’accordo sul divieto ai prodotti transgenici, anche se probabilmente ignora che la carne europea è nutrita quasi esclusivamente da OGM.

Fuori dall’Europa, invece, le voci contrarie agli OGM sono state molto deboli, e soprattutto si sono concentrate su specifici aspetti riguardanti l’uso del glifosato oppure il modello agricolo OGM, che ha favorito il grande agro-business a discapito dell’agricoltura familiare. Oggi nessuno considera più l’ipotesi che l’OGM, in sé, produca danni alla salute umana.
A distanza di vent’anni dall’emanazione del divieto, anche in Europa il principio di cautela dovrebbe essere ormai largamente superato. Eppure da noi si continua ufficialmente a parlare di scienza, quando quella degli OGM è una questione di politica agricola e di qualità del prodotto. In questo modo si continua a rimandare il dibattito, senza prendere in considerazione – per esempio – il fatto che oggi il principale produttore mondiale di sementi transgeniche è la tedesca Bayer, che ha acquistato Monsanto. Il muro anti-OGM, in realtà già franato per i mangimi, continuerà così a contraddistinguere l’Europa rispetto alle dinamiche globali.

 

L’ingerenza aperta e non contrastata di Russia e Turchia in Libia conferma, se ce ne fosse bisogno, la previsione contenuta nel lavoro del 2013 di Charles Kupchan, docente di Relazioni internazionali alla Georgetown University, intitolato Nessuno controlla il mondo. Kupchan scrive che il secolo che stiamo vivendo non apparterrà a nessuno. Non sarà degli Stati Uniti né dell’Europa, perché l’Occidente attraversa un declino economico e politico che lo priverà di quella preminenza di cui gode fin dal Rinascimento. Ma non sarà neppure di Cina, Russia o India, perché nessuno dei Paesi emergenti ha i numeri per imporsi come nuova potenza dominante. Sarà più libero, nel senso che ognuno potrà svilupparsi secondo il modello che preferisce, ma anche più complesso, perché non esisterà un baricentro capace di garantire la stabilità, e i vari attori coprotagonisti sul palcoscenico non parleranno la stessa lingua in termini di valori “universali” condivisi. I Paesi emergenti sulla scena internazionale, infatti, non seguono più necessariamente il modello della democrazia liberale e del capitalismo. In Medio Oriente i movimenti islamisti hanno tratto quasi ovunque benefici dalle cosiddette “primavere arabe”. In Cina c’è un regime autocratico che adotta l’economia di mercato, mentre India e Brasile scivolano verso il populismo. La Russia, piegata la resistenza europea, sta riconquistando velocemente lo spazio geopolitico dell’Unione Sovietica e torna a essere un giocatore globale. Costruire una politica di alleanze multilaterali è sempre più difficile, come si è potuto verificare con il fallimento dei vertici sul cambiamento climatico. Insomma, questo secolo non sarà di nessuno. E dire che, visto dal Novecento, il XXI secolo doveva essere l’era della Cina oppure dell’India. Qualche economista era perfino pronto a scommettere sul Brasile, mentre i neoconservatori americani puntavano sul ritorno alla supremazia degli Stati Uniti.

Oggi le democrazie occidentali rappresentano meno della metà della ricchezza mondiale, e il loro rallentamento economico va di pari passo con la crescita di altre potenze, “minori” fino a ieri, ma che oggi dispongono di arsenali di tutto rispetto e soprattutto, nel caso della Cina, di un potere economico immenso. Quali strutture politiche e sociali s’imporranno, se le democrazie dei due lati dell’Atlantico non si ergeranno più a controllori dell’ordine globale? Vivremo certamente in un mondo più instabile e complicato. Presto la maggior parte delle dieci principali potenze economiche non sarà democratica. O meglio, si tratta di Paesi nei quali la democrazia si declina in modo diverso rispetto all’ortodossia: sistemi a partito unico, come in Cina; o a leader unico, come in Russia o Turchia; populismi e nazionalismi di destra, anche violenti, come in Brasile e India, e Stati controllati dal potere religioso come l’Iran.

Da dove cominciare? Fermo restando che le istituzioni multilaterali globali, come il WTO o le Nazioni Unite, in questa fase non sono agibili, l’unico modo per provare a porre rimedio alla deriva in corso è ripartire dalle istituzioni regionali, come l’Unione Europea, il Mercosur e i trattati asiatici. Per l’Occidente la missione storica – se mai è davvero stata tale – di “esportatore della democrazia” si è esaurita. Non potendo imporre un modello di democrazia, è però importante che resti alta l’asticella della difesa dei diritti umani e ambientali. È quasi l’unico piano sul quale si può riuscire a costruire un ponte se non verso le istituzioni, almeno verso la società civile di questi Paesi.

Sarà davvero – e anzi lo è già – un mondo di nessuno, e bisogna attrezzarsi. Un mondo nel quale non ci si può aspettare nulla da nessuno, dove ogni certezza, perfino quella della solidarietà atlantica, è ormai saltata. Un mondo più difficile e pericoloso, nel quale occorre sforzarsi di tenere in vita la speranza di ricreare un concerto tra le nazioni, per trovare insieme un nuovo ordine condiviso, basato su rapporti pacifici e di cooperazione.

Il 2019 che scivola via non sarà ricordato di certo per i traguardi raggiunti in materia di politica internazionale. Anche se il bilancio, come sempre, presenta chiaroscuri.

Con la fine della parte più drammatica del conflitto siriano si è riacceso lo scontro decennale tra turchi e curdi, e diverse forze jihadiste, che sulla carta sarebbero state tra gli sconfitti, sono invece finite sotto l’ala di Erdoğan nell’offensiva per il controllo delle frontiere. Il despota di Ankara è riuscito nell’impresa di riposizionarsi in Siria, per tornare a contare in Medio Oriente: ora le sue mire si estendono sulla Libia, a dimostrazione della volontà di fare diventare la Turchia un giocatore di peso nell’intera regione. Anche la Russia di Putin, dopo aver incassato il risultato nella vicenda siriana, ora sta intervenendo direttamente su diversi fronti africani con l’arma dei contractors, o meglio dei mercenari, seguendo l’esempio inaugurato dagli Stati Uniti con la guerra dell’Iraq.

Fuori da questo contesto, è scomparsa dai radar la questione nordcoreana. Dopo gli incontri tra Donald Trump e Kim Jong-un è come se l’armamento nucleare del Paese asiatico si fosse volatilizzato. Non è stato annunciato il disarmo, non è stato consentito l’accesso di ispettori ai siti nucleari nordcoreani, eppure la diplomazia USA canta vittoria. Questa vicenda conferma ancora una volta che, per i regimi ostili agli Stati Uniti, l’unica assicurazione sulla vita è l’arma nucleare. E proprio perché non la possiede, l’Iran sta pagando il prezzo salato di sanzioni economiche che hanno creato un diffuso malessere tra la popolazione. Si tratta della stessa arma economica utilizzata contro Cuba, rimpiombata nei tempi bui del “periodo speciale”.

Le linee di frattura esistenti si sono ulteriormente aggravate. Fratture sociali, come quelle che hanno alimentato le rivolte in Ecuador, Cile e Libano; fratture politiche, che hanno destabilizzato la Bolivia e Hong Kong, fratture del sistema multilaterale di relazioni, con il fallimento della conferenza Cop25 sul cambiamento climatico e l’agonia dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, meglio nota come WTO. Il mondo che, secondo la retorica della globalizzazione, marciava sempre più compatto verso un futuro di crescita, prosperità e superamento dei confini, a fine 2019 si ritrova invece con rigurgiti nazionalisti e razzisti pressoché ovunque, con l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, con oltre 6.000 chilometri di muri vecchi e nuovi, che tentano inutilmente di arginare le conseguenze del grande disordine. Sono, queste, tutte conseguenze del mancato raggiungimento di un nuovo ordine dopo la fine di quello bipolare della Guerra Fredda. Davanti al fallimento del tentativo degli Stati Uniti di reggere da soli l’equilibrio internazionale, le medie e grandi potenze scalpitano per occupare, influenzare, determinare gli equilibri di singole parti del mondo, nel tentativo di consolidare i propri cortili di casa.

L’unica altra grande potenza globale oltre gli USA, la Cina, basa la sua forza sul commercio e quando interviene su altri fronti, come in Africa, lo fa sempre per tutelare i rifornimenti di materie prime del suo apparato produttivo. Tutte le altre potenze, dalla Russia alla Turchia passando per l’India, possono solo permettersi di consolidare i loro hinterland, operando al massimo interventi “spot” fuori contesto geografico, come fa Putin in Venezuela o a Cuba. Nulla di solido, nulla di duraturo.

Il 2020 sarà anno di elezioni negli Stati Uniti e il risultato potrebbe confermare o modificare questo quadro. Ormai, nel campo occidentale, resta solo Washington. Dopo la Brexit, l’Unione Europea conta ancora meno, e soprattutto non riesce a superare la sua crisi di identità. Come si diceva una volta del Giappone, l’UE è sempre più un gigante economico e un nano politico. Questo vuoto di politica, che nessuno per ora è in grado di colmare, resta il grande punto interrogativo sul futuro prossimo. Se l’Europa si dovesse svegliare, questo racconto andrà riscritto. Se invece continuerà a dormire, avremo ancora sogni agitati.