Dopo tante polemiche sulle prime misure in materia di politica estera adottate da Donald Trump, finalmente si comincia a vederne il senso, e soprattutto a capire a chi si ispira il presidente degli Stati Uniti. Ricostruendo velocemente i suoi primi passi, si parte dallo smantellamento del TPP, l’accordo economico del Pacifico che escludeva la Cina, fortemente voluto da Barack Obama, e dal congelamento del suo equivalente atlantico, il TTIP con l’Europa. Poi sono iniziate le minacce ai due Paesi nei confronti dei quali gli Stati Uniti, anno dopo anno, accumulano colossali disavanzi negli scambi commerciali: 350 miliardi di dollari con la Cina e altri 60 miliardi con il Messico. Poi la minaccia all’Europa di applicare ritorsioni sull’import se non verrà chiusa la vertenza sul blocco delle carni americane nell’Unione Europea.

Dalle intimidazioni verbali Trump è passato anche alle vie di fatto, per ribadire la potenza militare del suo Paese. Il bombardamento a colpi di missili Tomahawk di un aeroporto siriano (preventivamente svuotato di mezzi militari dai russi, che erano stati preavvertiti), il lancio in Afghanistan della bomba convenzionale più potente mai esistita, il viaggio della potente “Armada” verso la Corea. Nel complesso, il messaggio è stato chiarissimo. Prima alla Russia, all’Iran e alla Turchia, “invitate” a non provare nemmeno a spartirsi ciò che resta della Siria senza Washington al tavolo. Poi alla Cina, alla quale gli Stati Uniti hanno dimostrato che potrebbero cancellare dalla faccia della terra la Corea del Nord, storico alleato di Pechino, anche senza usare il nucleare.

I messaggi sono stati velocemente recepiti, con la Russia che ha abbassato il suo profilo sullo scenario mediorientale, accontentandosi di controllare i territori nei quali si trovano le sue basi militari siriane. E con la Cina che ha accettato una gigantesca concessione commerciale. Con l’accordo firmato tra USA e Cina la settimana scorsa, infatti, il mercato cinese si riapre alle carni statunitensi, bloccate dal 2003 per via della “mucca pazza”; inoltre la Cina apre anche alle sementi OGM prodotte dalle multinazionali USA, alle importazioni di shale gas e alle carte di credito Visa e Mastercard, che finora non potevano operare sul grande mercato asiatico. Di contro, gli statunitensi troveranno più carne di pollo nel piatto.

Come si può facilmente intuire, in questo accordo la parte del leone la fa Trump, che strappa una consistente riduzione del deficit commerciale negli scambi con la Cina. Ma Pechino cosa avrà in cambio, oltre a vendere petti di pollo? Molto, forse più di quanto ci si aspettava fino a poco tempo fa. Ma per rendersene conto occorre ampliare la prospettiva, facendo un passo indietro.

Con quest’ultima mossa Donald Trump ha inferto un’altra picconata a quel sistema di relazioni multilaterali che, in materia commerciale, è fatto da accordi bi e multilaterali e da convenzioni internazionali che fanno capo al WTO. La logica di Trump è quella di ignorare quei livelli e di costruire un sistema di accordi “one to one”, cioè bilaterali puri, nei quali far valere volta per volta la potenza statunitense, magari “agevolando” tali accordi con azioni militari dimostrative.

Le prime mosse di Trump preannunciano il ritorno degli USA all’esercizio di un ruolo di potenza “attiva”. E qui il riferimento storico è inevitabile, perché Donald Trump riprende una delle dottrine geopolitiche più antiche del suo Paese, quella enunciata dal presidente Theodore Roosevelt all’alba del ’900 e che fu battezzata Big Stick Policy, la politica del bastone. Non era esattamente la politica delle cannoniere di britannica memoria, cioè l’imposizione del proprio interesse attraverso le armi, ma una versione più diplomatica dello stesso approccio: il presidente Roosevelt sintetizzava il tutto con la frase «parla gentilmente e portati un grosso bastone; andrai lontano». Il grande bastone oggi è il potere militare – senza paragoni nella storia dell’umanità – detenuto dagli Stati Uniti. Circa il parlare gentilmente, di più non ci è dato sapere.

La Cina ha compreso subito come funziona. Ha incassato il riconoscimento come principale partner asiatico di Washington e ha capito che, smantellando il TPP, gli Stati Uniti finiranno con l’agevolare indirettamente la crescita dell’influenza cinese nel Pacifico. Inoltre il picconamento americano del WTO, organismo che da sempre tiene d’occhio la Cina, potrebbe portare a un “liberi tutti” le cui conseguenze non è ancora possibile valutare, ma che sicuramente farà comodo agli interessi di Pechino.

Ecco, il mondo di Donald Trump è un mondo di relazioni bilaterali dove conta la forza militare, ma nel quale il tuo nemico può anche essere il tuo alleato: in cambio di un vantaggio economico si è disposti a “regalare” all’avversario un vantaggio geopolitico. O viceversa. Si tratta di una politica estera più che mai schiacciata sugli interessi economici della principale potenza, ma anche di una politica estera che lascia tantissimo campo libero all’iniziativa degli altri.

In politica internazionale si pone sempre una questione, che ovviamente vale anche per la politica interna: quella della serietà, del rispetto di quanto si sottoscrive insieme agli altri. Ma c’è anche un’altra questione vitale per ogni Stato – o insieme di Stati – che è quella dell’interesse nazionale. Negli USA, ancora una volta, quest’ultimo diventa il faro della politica estera. Magari, forse, un minimo di orgoglio nazionale “europeo” non guasterebbe neppure sulla nostra sponda dell’Atlantico.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

 

Da sola la demografia non spiega tutto, ma alcune cose sì. Per esempio, che Cina e India, due Paesi che insieme rappresentano oltre un terzo dell’umanità, dovessero prima o poi diventare protagonisti dell’economia globale era fuori discussione. Il punto sul quale è lecito dibattere è perché ciò sia accaduto così in ritardo. E qui le letture possono essere diverse: le interpretazioni storiche rimarcano le colpe del colonialismo, soprattutto quello britannico in India; quelle sociologiche possono appellarsi all’arcaismo della società cinese, millenariamente chiusa su se stessa, il cui isolamento continuò anche dopo l’avvento del comunismo, fino agli anni ’80 e alle prime riforme in senso aperturista.

Dal punto di vista economico, tutti concordano nel dire che la svolta è avvenuta con l’espansione del mercato interno, oltre che con la conquista del primato industriale a livello mondiale da parte della Cina.

Dopo Pechino, anche per New Delhi è arrivata l’ora della trasformazione. Da Paese povero e rurale, l’India sta diventando una grande protagonista dell’economia mondiale: e sarà proprio l’ex madrepatria britannica uno dei primi Stati a fare i conti con questa potenza emergente che, secondo un rapporto appena pubblicato dal FMI, entro il 2022 dovrebbe scavalcare come potenza economica prima il Regno Unito e poi la Germania, andando a posizionarsi al 4° posto dopo Stati Uniti, Cina e Giappone. Certamente, per raggiungere questo obiettivo, nei prossimi 5 anni l’India dovrà crescere a un tasso superiore a quello atteso per il 2017 (7,5%), attestandosi attorno al 10% annuo: ma per gli esperti del Fondo Monetario si tratta di un’impresa possibile.

A spingere il Paese sono i grandi investimenti del premier Narendra Modi nel progetto Make in India, che punta a far diventare anche l’India una “fabbrica del mondo” − in risposta alla Cina − aumentando il PIL del settore manifatturiero dal 17% attuale al 25%. Un obiettivo che può concretizzarsi solo grazie agli investimenti stranieri, che in effetti stanno arrivando senza sosta: nel solo 2015-16 sono stati pari a 55 miliardi di dollari USA. I fattori che potrebbero invece rallentare i piani di crescita indiana sono l’inadeguatezza delle infrastrutture, in parte ancora risalenti all’epoca coloniale, un sistema bancario da risanare, che attualmente fatica a elargire credito a chi vuole produrre, e un sistema fiscale che fa acqua da tutte le parti. A questo proposito, non sarà un’impresa facile l’armonizzazione fiscale tra i diversi Stati della confederazione, che finora hanno goduto di libertà per farsi reciproca concorrenza. Nei prossimi mesi sarà introdotta l’IVA nazionale, che creerà finalmente un mercato unico tra i 29 Stati.

L’impresa più impegnativa però è quella di generare impiego per i 10 milioni di indiani che ogni anno si affacciano sul mercato del lavoro, in un Paese che tocca il miliardo e trecento milioni di abitanti e nel quale il 50% della popolazione ha meno di 25 anni.

Grandi lavori sono in corso, insomma, per permettere all’India di occupare quel posto che la storia e la demografia parrebbero garantirle per diritto. Ma non sempre le cose vanno in questa direzione. Nel gruppo dei Paesi Brics, per esempio, si guarda con apprensione al Brasile, potenza emergente che per qualche anno è stata sulla cresta dell’onda e che ora è precipitata in un’acuta crisi economica e politica, rivelandosi un gigante dai piedi di argilla, come quasi tutte le potenze emerse da poco dal Terzo Mondo. Economie fragili perché lo sviluppo a ritmi serrati spesso è figlio, più che di condizioni interne stabilmente mutate, di operazioni di speculazione internazionale: come quella di chi investiva enormi capitali in Brasile per sfruttare gli alti tassi di interesse, e dopo qualche anno si è ritirato dal Paese facendo precipitare l’economia locale.

Ma nel caso di Cina e India le cose sono diverse. La vastità e le infinite potenzialità del loro mercato interno riescono infatti a neutralizzare, almeno in parte, gli effetti dell’andamento globale dell’economia. L’enorme massa di cittadini è dunque garanzia di uno sviluppo (più o meno) sereno, ma costituisce anche una grandissima sfida, perché riuscire a garantire servizi, sanità, trasporti, cibo e opportunità di lavoro per questa marea di persone è un’impresa che rasenta il miracolo.

Comunque sia, il domani del pianeta apparterrà a queste potenze asiatiche, a lungo relegate ai margini, ma ormai in grado di rivoluzionare i rapporti economici mondiali degli ultimi 500 anni.

 

Molto probabilmente Marine Le Pen non aveva previsto di poter avere un concorrente a sinistra capace di affermarsi nella sua stessa fascia di elettorato e con gli stessi suoi cavalli di battaglia, tranne quello dell’immigrazione. La novità rappresentata da Jean-Luc Mélenchon al primo turno delle presidenziali francesi, in realtà, stupisce solo i commentatori che continuano a ragionare in termini di bipolarismo tra una sinistra definitivamente spostata al centro e una destra diventata estrema e popolare.

Nessuno considera la presenza di un filone della sinistra, fino a ieri minoritario, che ormai è in grado di capovolgere gli equilibri. Una sinistra oggi in forte crisi, ma che già ha governato a lungo in diversi Paesi sudamericani: Lula, Correa, Moráles, Chávez erano tutti esponenti di forze minoritarie che a un certo punto, dopo un decennio di riforme ispirate al liberismo in salsa latinoamericana, hanno saputo intercettare gli umori popolari.

Una sinistra che in Europa ha avuto il suo primo grande successo con la vittoria di Alexis Tsipras, nella Grecia fallita e sull’orlo del collasso sociale. Una sinistra, quella di Podemos, che ha rotto il bipolarismo spagnolo tra socialisti e popolari conquistando importanti città e impedendo la nascita delle larghe intese. Una sinistra, quella dei Verdi di Jesse Klaver, che ha contribuito a neutralizzare l’estrema destra di Geert Wilders nei Paesi Bassi.

Ma il fenomeno non riguarda solo l’America meridionale e l’Europa: nella corsa alle primarie per le ultime presidenziali negli USA, l’outsider democratico Bernie Sanders aveva intercettato lo stesso malessere e gli stessi elettori di Donald Trump, offrendo loro una prospettiva di sinistra.

Che cosa hanno in comune i leader e i soggetti politici che spesso esulano dalla definizione tradizionale di sinistra? Sono allo stesso tempo utopisti e pragmatici: spesso offrono soluzioni irrealizzabili ai problemi, ma comunicandole come se fossero a portata di mano. Sono tornati a occuparsi dei ceti popolari, cosa che la sinistra istituzionale non faceva da decenni: sapendo che oggi i ceti popolari sono eterogenei sia per interessi sia per provenienza etnica. Sono entrati nel cuore della guerra tra i poveri, indigeni versus immigrati, individuandone la causa prima e proponendo un fronte comune contro il potere: come alle origini del movimento socialista. Parlano una lingua comprensibile: dopo anni di intellettualismi elitari, sono in grado di farsi capire dal loro elettorato senza però cadere nella trappola dei populisti di destra. Una destra che parla sempre peggio dei suoi elettori e non si limita a rinunciare a educare attraverso la politica ma pare addirittura contenta di imbarbarirla.

Questi nuovi movimenti di sinistra sono oggi in crescita ovunque, ma non è detto che siano in grado di governare realtà più complesse di una città o di un Paese marginale. Questo perché la loro forza consiste nell’offrire come facili soluzioni che in realtà sono assai difficili da realizzare. Mélenchon per esempio, oltre a prospettare l’uscita della Francia dalla Nato, dal WTO, dalla Banca Mondiale e da tutti gli accordi commerciali, propone la chiusura del mercato interno mediante l’imposizione di dazi sulle merci in entrata. Un simile isolamento avrebbe costi molto alti per una potenza globale come la Francia, che sarebbe ripagata con lo stesso trattamento nei confronti delle merci e dei servizi che esporta.

Queste sono sicuramente suggestioni da campagna elettorale, ma fanno comunque riflettere. Le sinistre vincenti di oggi, ovviamente generalizzando, rinunciano alle riforme possibili per chiedere tutto e subito, oppure fanno saltare il tavolo. Paradossalmente questa radicalizzazione potrebbe accelerare e rendere più incisive le riforme necessarie per salvare il sistema multilaterale e l’Unione Europea. I radicali di oggi, insomma, sembrano avere il compito storico di risvegliare i riformisti – quelli che si sono rassegnati all’idea che le cose non possano cambiare – e di fermare l’avanzata delle destre estreme. Ma, come per gli aerei in partenza imminente, si tratta dell’ultima chiamata per la politica tutta, prima che vada in scena la fine di quel modo di convivere sempre più minoritario che i greci chiamarono democrazia.

 

 

Con il cambio di presidenza a Washington è entrato in crisi l’intero sistema mondiale degli accordi multilaterali. Gli Stati Uniti sono usciti dal TPP, l’area di libero di scambio del Pacifico, hanno di fatto sospeso il negoziato TTIP con l’Europa e messo in discussione il NAFTA con Messico e Canada, e ora minacciano perfino l’uscita dal WTO. Un mondo alla rovescia, nel quale la Cina difende la globalizzazione e si batte contro il protezionismo mentre gli Stati Uniti diventano sabotatori del libero mercato.

L’Unione Europea, che in questo weekend celebra i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma, ha invece riaperto a sorpresa un negoziato che languiva da anni. Quello con il Mercosur, l’unione di Paesi in assoluto più simile a quella comunitaria: perché tra Brasile, Uruguay, Argentina e Paraguay circolano non solo merci ma anche persone, mostrando semplicemente la carta d’identità; inoltre si sta insediando un parlamento e da anni si parla di moneta comune. I negoziati con l’Europa, iniziati nel 1995, parevano essersi bloccati dopo alcuni vertici conclusi senza successo. Addirittura negli ultimi quattro anni le parti non si sono nemmeno incontrate. Eppure lo scambio tra queste aree assomma 57 miliardi di euro di esportazioni europee e 47 miliardi di esportazioni del Mercosur. Una bilancia commerciale nettamente favorevole all’Europa, che però tentenna al momento di concludere.

Questo è accaduto perché la Francia ha esercitato il suo storico veto nei confronti di tutto ciò che riguarda il capitolo agricoltura. I Paesi del Mercosur, secondo Parigi, dovrebbero aprirsi senza dazi ai manufatti europei, mentre l’ingresso dei prodotti agricoli sudamericani sul mercato europeo dovrebbe essere contingentato. Uno scambio diseguale, impossibile da accettare visto quanto pesa l’agricoltura nell’economia dei Paesi sudamericani. Ora, però, sembra che l’aria stia cambiando, per via del naufragio del TTIP e dei timori di un mondo che si sta inesorabilmente chiudendo al libero scambio.

La Commissione ha chiesto all’Università di Manchester una simulazione delle ricadute che si avrebbero qualora si chiudesse l’accordo: e i risultati dicono che per i Paesi Mercosur i vantaggi si concentrerebbero sul settore agricolo, mentre si avrebbe un calo dell’occupazione in quel settore in Europa. In compenso l’UE avrebbe vantaggi per il suo settore manifatturiero. Fin qui nulla di nuovo. Ma c’è di più. Nonostante una crescita del PIL calcolata tra mezzo punto percentuale per l’Argentina e 1,5% per il Brasile, entrambi i Paesi sudamericani dovrebbero far fronte a un calo occupazionale dovuto al declino dei settori manifatturieri, che si concentrano nelle grandi città, non compensato dalla crescita dell’impiego nelle campagne. In buona sostanza si avrebbe un aumento del reddito agricolo ma il settore non avrebbe praticamente bisogno di manodopera aggiuntiva, essendo stato riconvertito agli OGM.

I dubbi su questo accordo non si esauriscono qui. Si legge infatti nel documento preparatorio al prossimo vertice che la modalità di risoluzione delle eventuali controversie saranno definite “alla luce dei TLC firmati recentemente”. Significa introdurre in questo accordo quella modalità ripudiata dai milioni di cittadini europei che hanno inondato Bruxelles di firme contro gli ISDS: cioè le commissioni arbitrali private che dovrebbero risolvere i contenziosi fra Stato e soggetti privati. L’Unione sta tentando di applicare, in breve sintesi, alcune delle logiche e degli strumenti dell’accordo per ora interrotto con gli Stati Uniti; e, soprattutto, pretende aperture dagli altri tenendo chiusi alcuni dei propri settori produttivi. Si tratta di un liberismo a targhe alterne fuori tempo massimo. L’Unione dovrebbe – eccome! – stabilire relazioni chiare e proficue con il Mercosur, e anche con la Cina e con i Paesi del Pacifico. Ma dovrebbe farlo definendo uno “specifico europeo” nelle relazioni commerciali internazionali, soprattutto ora che gli Stati Uniti si ritirano dalla scena internazionale. Per ora, invece, il comportamento dell’UE continua a risentire dei riflessi condizionati del periodo a stelle e strisce: un periodo che si sta chiudendo, anche se a Bruxelles non l’hanno ancora capito.

 

 

Il traffico di cocaina, si sa, è uno dei settori dell’economia illecita che più sono cresciuti negli ultimi 30 anni. Il mondo è stato ormai invaso dalla polverina bianca che vive una sua seconda giovinezza. “Seconda” perché la cocaina non è una droga nuova, come quelle di sintesi, ma ha una storia che risale al 1860, quando in un laboratorio tedesco venne isolato il principio attivo della foglia di coca. La cocaina – da non confondere con la foglia di coca, che contiene solo piccolissime quantità di questo alcaloide – si commercializzava in farmacia fino al 1920, quando l’ondata proibizionista la colpì insieme agli oppiacei. Le cronache a cavallo tra la fine dell’800 e i primi del ’900 sono ricche di particolari sulla diffusione della droga che garantiva un rendimento intellettuale e fisico sopra la norma, per poi sviluppare velocemente una tossicodipendenza.

Il divieto di commercializzarla non frenò certò la sua diffusione nei decenni successivi, ma fu a partire dagli anni ’70 che la cocaina divenne una droga veramente globale, grazie alla produzione e alla commercializzazione gestite da cartelli mafiosi.

A differenza del papavero da oppio, che cresce in tanti luoghi del pianeta, la foglia di coca ha una sua “preferenza geografica” proprio per le zone di cui è originaria, i contrafforti andini del Sudamerica. I tentativi di coltivazione fuori da Bolivia, Perù e Colombia non hanno mai dato risultati prosperi. Ed è quindi in questi tre Paesi che si è giocata la “lotta” al narcotraffico: una guerra che da ormai tre decenni è la priorità della politica statunitense per l’America Latina.

Una guerra spesso di facciata, che è servita a giustificare la presenza di militari e di agenti della DEA (Drug Enforcement Administration, l’organismo anti-droghe di Washington) in zone ad alta densità di lotte contadine e a ridosso della foresta amazzonica con le sue infinite risorse. Le tecniche usate sono state la repressione militare e la fumigazione con potenti e cancerogeni diserbanti. La strategia si è rivelata fallimentare: non solo non ha ridotto la coltivazione illegale di coca, ma ha addirittura rinforzato i cartelli criminali che hanno raggiunto, come in Colombia, lo status di “padroni” di intere regioni. E questo è avvenuto senza che i coltivatori di coca ne traessero alcun vantaggio: anzi, i contadini sono stati vittime sia dei narcos sia degli eserciti per un misero guadagno, anche perché sono falliti pure i piani di riconversione.

Mancanza di infrastrutture, distanza dalle città, variazioni dei prezzi di mercato hanno storicamente impedito che il mondo rurale della coca illegale potesse serenamente trovare alternative. Solo negli ultimi anni qualcosa è cambiato, e proprio nel Paese dove erano nati i primi cartelli della droga, la Bolivia. L’attuale governo di Evo Morales, ex sindacalista dei coltivatori della coca, sta raggiungendo risultati significativi. Senza sparare e senza fumigare le piante, ma grazie a investimenti che in questi anni hanno superato il miliardo di dollari per convincere i contadini a riconvertire le piante di coca “eccedenti”, cioè quelle la cui coltivazione non è giustificata dal fabbisogno del mercato legale.

La superficie coltivata a coca in Bolivia è così calata da 31.000 a 20.000 ettari in soli sei anni. Un’estensione che si avvicina di molto a quella ritenuta necessaria per soddisfare il solo consumo tradizionale della foglia, pari a 14.000 ettari. L’abbandono delle coltivazioni di coca è dovuto anche a politiche pubbliche che hanno offerto ai lavoratori concrete alternative, attraverso la costruzione di infrastrutture per il trasporto e la commercializzazione di prodotti agricoli, la formazione tecnica, le nuove industrie di trasformazione alimentare.

Nel frattempo in Colombia, dove da anni si è scelta la “linea dura”, i terreni coltivati a coca sono aumentati da 46.000 ettari a 96.000. E questo nel Paese nel quale gli Stati Uniti negli ultimi decenni hanno speso miliardi e miliardi di dollari per estirpare il problema.

Se l’assioma “dove c’è la mafia non c’è sviluppo” risponde al vero, è vero anche il contrario: dove c’è sviluppo le mafie perdono terreno. La Bolivia è ora impegnata nella depenalizzazione dell’uso della foglia di coca per alimenti e prodotti farmaceutici, come ulteriore passo verso la totale eliminazione delle coltivazioni illegali. La battaglia condotta da un Paese piccolo e povero si sta dunque dimostrando vincente: una lezione pratica per i sostenitori del proibizionismo repressivo, che finisce per foraggiare le mafie senza risolvere il problema.

Alfredo Somoza per #Esteri, Radio Popolare

 

L’Unione Europea dei nostri giorni assomiglia sempre di più a un cristallo incrinato. Le piccole e grandi fratture che rischiano di mandare tutto in frantumi ormai non si contano. A est ci sono due linee di frattura, una esterna e una interna. La prima è il rapporto con la Russia, inquinato dalla politica di accerchiamento della NATO, in stallo dopo i blitz di Mosca in Crimea e in Ucraina. L’altra, interna, riguarda i Paesi dell’ex blocco sovietico entrati a fare parte dell’Unione seguendo il miraggio della stabilità e delle potenzialità del mercato comune, ma che non intendono cedere sovranità né rispettare gli standard comunitari in materia di diritti civili, ritenuti troppo alti.

A sud-ovest si consuma la frattura con la Turchia di Erdogan, prima sopportato e foraggiato in nome del contrasto all’immigrazione, ora considerato invece un provocatore dell’Unione stessa. A sud c’è la frattura più profonda, quella mediterranea, con l’impossibilità di dialogare con la sponda meridionale del mare nostrum in preda a una crisi profonda che, nel caso della Libia, ha portato al collasso dello Stato.

Sul fronte atlantico si delinea un’altra doppia frattura. La prima con gli Stati Uniti di Trump che rinnegano il negoziato per la creazione di un area di libero commercio con l’UE e annunciano una battaglia commerciale a colpi di protezionismo, l’altra con il Regno Unito, che non ha mai amato l’Europa unita e ha deciso di uscirne. Ma non è finita, c’è anche la  frattura generata dagli impegni di bilancio sottostanti alla moneta unica, che vede schierati i “rigoristi” del Nord contro i “flessibilisti” del Sud.

A 60 anni dalla nascita della Comunità Economica Europea tutto lascia intuire che, alla fine, non hanno vinto i fautori dell’ipotesi federale, i cosiddetti Stati Uniti d’Europa, ma piuttosto coloro i quali vorrebbero spostare il percorso europeo verso un semplicissimo mercato unico. Un’era di libero scambio per merci e servizi senza altri vincoli, per la quale paradossalmente si è sempre battuto il Regno Unito: merci libere di viaggiare, persone bloccate dai muri. E sono proprio i muri i simboli di questa regressione, perché nascono proprio in quei Paesi che, per decenni, sono rimasti dietro la “cortina di ferro” sovietica, e che ora rifiutano assistenza a chi scappa da guerre e persecuzioni.

Al di là di come andrà a finire la questione-Brexit, si è tornati a parlare di una vecchia idea, la fantomatica “Europa a due velocità”. Una cerchia di Paesi che si impegnano a rinforzare i legami reciproci e altri Paesi che, invece, si accontentano di partecipare al mercato comune. Se questa linea si imponesse, sarebbe la più bruciante sconfitta per le politiche di questi ultimi 20 anni di allargamento dei confini senza costrutto, di lancio di una moneta senza Stato, di strategie di difesa senza eserciti: una linea che ha creato più danni che benefici.

L’Europa a 28, senza strumenti di governance e veri poteri decisionali, è diventata un elefante paralizzato. L’accelerazione della moneta unica senza una Costituzione comune, la mancata armonizzazione fiscale, la sperequazione delle politiche sociali, le delocalizzazioni interne sono oggi nell’occhio del ciclone dell’opinione pubblica. In buona parte la frittata è fatta: ora bisogna capire come uscirne. Innanzitutto, ed è un presupposto senza il quale tutto il resto si renderebbe inutile, a 60 anni dalla nascita della Comunità i leader che parteciperanno ai festeggiamenti di Roma si dovrebbero guardare in faccia, e con onestà dirsi se sono o non sono disponibili ad andare avanti. Le “due velocità” dovrebbero trasformarsi in un “dentro o fuori”. Se resteranno solo i legami commerciali, non ci sarà nemmeno bisogno di una grande burocrazia, e meno ancora di un Parlamento europeo. L’UE ci costerebbe molto meno, ma perderemmo molte conquiste non solo materiali. Perderemmo soprattutto la cittadinanza dell’unica regione del pianeta nella quale si è tentato di costruire un’area di civiltà e democrazia, e non solo un recinto economico. Un tentativo che – anche se in queste ore molti lo dimenticano – per la prima volta nella storia europea ha evitato guerre e fame.

Oggi i nemici dell’Europa comunitaria, interni ed esterni, sono numerosi e si moltiplicano. Ed è anche questo un segnale che la posta in gioco continua a essere alta.

 

L’agonia del WTO

Pubblicato: 12 marzo 2017 in Mondo
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Quando, il primo gennaio del 1995, sulle rive del Lago di Ginevra in Svizzera si inaugurava la sede dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il WTO in inglese, il fenomeno che è stato definito “globalizzazione dei mercati” era al centro della politica mondiale. Il WTO nasceva da un dibattito cominciato nel 1986 con l’Uruguay Round, finalizzato a stabilire regole condivise per il commercio mondiale. Un percorso, quindi, partito quando ancora erano in vita l’Unione Sovietica e il blocco che a essa faceva riferimento.

Al WTO, istituito per regolamentare gli scambi dei Paesi del blocco occidentale, oggi aderiscono a pieno titolo 164 Paesi, mentre altri 22 hanno lo status di osservatori. E non partecipano solo i Paesi a economia di mercato, ma anche gli ultimi Stati che si definiscono socialisti, come Cina e Cuba, con la sola eccezione della Corea del Nord.

In realtà il WTO non ha svolto solo il ruolo di semplice regolatore degli scambi, ma ha contestualmente promosso l’apertura dei mercati mediante la rimozione di barriere doganali e protezionismi. Un approccio, questo, gradito anche ai Paesi ancora considerati del Sud del mondo che, per esempio, vedevano frapporsi una barriera inespugnabile tra il loro export agricolo e il grande mercato europeo o statunitense. Ma proprio sull’agricoltura il WTO ha registrato la sua prima grande sconfitta.

Nel 2001 viene lanciato il Doha Round per integrare maggiormente i Paesi del Sud del mondo nell’economia mondiale, agendo sul commercio di beni agricoli e servizi. Ma già nel 2003 il meccanismo si inceppa, con il fallimento del Vertice WTO a Cancún, in Messico. I Paesi non occidentali, infatti, si rendono conto che da un lato il WTO chiede loro di aprirsi alle merci e ai servizi “made in USA” o “made in Europe”, mentre dall’altro i mercati europei e nordamericani rimangono chiusi ai prodotti agricoli provenienti dal resto del pianeta: in USA e UE l’agricoltura continua a essere fortemente sovvenzionata e protetta dai governi. Alla prova dei fatti, proprio gli Stati che chiedevano di liberalizzare i commerci mondiali si oppongono a liberalizzare i loro mercati interni.

Il Doha Round è ormai moribondo: nel frattempo quei Paesi che hanno coalizzato il resto del mondo contro il blocco occidentale sono diventati protagonisti globali, dando vita al gruppo dei Paesi Brics e al G20 che, di fatto, ha preso il posto del G7. Ma il WTO non è scomparso. È rimasto soprattutto a fare da arbitro nelle controversie sugli Stati per quanto riguarda la validità degli accordi sottoscritti e i casi di dumping, cioè di concorrenza sleale attraverso prezzi bassi perché sovvenzionati dai governi. Sono migliaia le cause discusse in questi anni davanti all’organo di risoluzione delle controversie del WTO. Un tribunale vero e proprio, che dirime e impone multe e sanzioni interpretando gli accordi sottoscritti dagli Stati.

Uno dei Paesi più presenti nelle controversie è paradossalmente quello che, finora, ha ottenuto più vantaggi dalla globalizzazione: gli Stati Uniti. Washington ha promosso in questi anni 114 azioni contro altri Paesi, di cui 19 contro l’Unione Europea, ricevendo a sua volta 129 denunce per avere violato le regole del WTO, 33 delle quali da parte dell’UE. E gli Stati Uniti sono presenti come parte terza in altre 137 cause. Uno stillicidio di procedimenti, un meccanismo che fagocita i suoi stessi ideatori. E che dimostra come l’apertura mondiale dei mercati, che puntava a essere illimitata e a superare ogni ostacolo, nella realtà sia stata evitata centinaia di volte, usando strumenti che dovevano essere messi al bando.

Adesso il WTO rischia l’affossamento definitivo: pare che – come preannunciato – la nuova amministrazione statunitense stia cercando il modo di aggirare le sue normative, arrivando perfino a minacciare l’uscita dall’organizzazione. L’idea degli scambi commerciali di Donald Trump non è esattamente quella del movimento no global, che si batteva per un altro mondo possibile. Non è quella di un riformatore intenzionato a ridiscutere le regole affinché la globalizzazione sia un vantaggio e non un problema. Il suo è semplicemente il vecchio modello ottocentesco delle cannoniere: dividi i rivali, esercita la tua forza nel confronto uno a uno e porta a casa risultati vantaggiosi solo per te. America first, il resto del mondo si accomodi.