Il nuovo governo messicano sta affrontando una situazione senza precedenti: per la prima volta nella sua storia, da Paese di emigrazione o di passaggio, il Messico sta diventando meta finale di consistenti flussi migratori. Ciò accade non soltanto perché negli ultimi anni è diventato più difficile entrare negli Stati Uniti, e dunque i migranti cercano spontaneamente altre destinazioni, ma anche perché, in base all’accordo migratorio imposto da Donald Trump, i cittadini centroamericani che chiedono asilo negli Stati Uniti devono aspettare la risposta di Washington in territorio messicano. I tempi necessari per la pratica possono superare l’anno, e per chi viene respinto – oltre il 70% dei richiedenti – il Messico diventa, volente o nolente, la tappa finale del viaggio.

In un recente seminario organizzato nella capitale messicana dal ministero del Welfare e da Cepal (Comisión Económica para América Latina y el Caribe, la commissione economica per l’America Latina delle Nazioni Unite), con il sostegno di Eurosocial (il programma della Commissione Europea per sostenere le politiche di inclusione sociale in America Latina), si è discusso di povertà, esclusione e migrazioni. Temi non sempre collegati, in un continente che sconta da secoli alti tassi di povertà: il 30% della popolazione dell’America Latina è povero, il 10% indigente. Il fenomeno migratorio, dovuto a emergenze ambientali, economiche o politiche, sta diventando per la prima volta dirompente. Da Venezuela e Haiti sono usciti oltre 4 milioni di cittadini; dal triangolo centro-nordamericano costituito da Honduras, Salvador e Guatemala partono carovane di disperati che si incamminano verso nord formando gruppi, per tentare di proteggersi a vicenda. Non c’è capitale latinoamericana che non registri massicci arrivi da altri Paesi dell’area. Solo a Buenos Aires in tre anni sono arrivati 150.000 venezuelani, a Santiago del Cile sono entrati 250.000 haitiani. La Colombia poi ha superato il milione e mezzo di arrivi via terra di fuggiaschi dal vicino Venezuela, ormai al collasso.

Le risposte sono state finora di spontanea solidarietà, in alcuni casi di meditata agevolazione, come nel caso dell’Argentina, che ha validato per decreto i titoli di studio dei venezuelani, affinché possano continuare a esercitare le loro professioni. In Messico la riflessione è ancora più avanzata, partendo dalla premessa che, per il Paese, si tratta di un’opportunità storica per restituire parte di quanto ricevuto dai suoi emigrati all’estero. La politica ufficiale prevede l’erogazione di aiuti affinché i migranti centroamericani mettano radici stabili in Messico: ciò attraverso il lavoro, soprattutto nelle imprese del Nord del Paese e nel settore dell’agricoltura, ma anche grazie a prestiti agevolati per l’acquisto della casa e alla copertura medica e scolastica per i nuclei familiari.

Questa apertura parte da una constatazione oggettiva: nel 2030 anche in America Latina comincerà a verificarsi il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione, che ben conosciamo in Europa. Anche se il Messico è ancora giovane, ci si porta avanti con una politica migratoria aperta, che possa sostenere la demografia futura. È un ragionamento di respiro che manca totalmente in Europa, dove l’unica risposta al calo demografico è ridurre alla clandestinità i migranti, in quanto ormai legalmente non si può più entrare. I Paesi latinoamericani devono affrontare molti problemi, come noto, ma non si sono mai dimenticati la lezione della storia per quanto riguarda il diritto all’accoglienza e a rifarsi una vita. Si offrono diritti civili e di cittadinanza a chi arriva da altri Stati latinoamericani, oltre a dare cittadinanza automatica ai futuri figli dei migranti. Principi che Donald Trump sta tentando di cancellare negli Stati Uniti e che in Europa si sono persi da tempo.

 

 

L’informazione moderna spesso ignora i collegamenti tra eventi apparentemente distanti e diversi. Per questo i fatti dell’estate del 2019 sono stati di difficile lettura. Parliamo dell’effetto domino determinato lo scorso mese di maggio dalla decisione unilaterale di Donald Trump di applicare dazi alle merci cinesi. Al netto delle ragioni statunitensi sullo sbilanciamento ai loro danni dello scambio commerciale tra le due potenze, la sottomissione della Cina al volere dell’inquilino della Casa Bianca non si è verificata, smentendo Trump. La Cina, con il suo modo di agire diplomatico e senza spettacolarizzazioni, ha invece replicato da una parte abbassando ulteriormente il valore della propria moneta e rendendo quindi meno caro l’import di merci cinesi, e d’altro canto con ritorsioni dirette, concentrate soprattutto sull’export agricolo USA. Per quanto la Cina rimanga al momento il terzo acquirente di materie prime agricole statunitensi, nel 2018 ha dimezzato il valore delle importazioni rispetto all’anno precedente, scendendo a 9 miliardi di dollari, e per il 2019 si prevede l’azzeramento degli acquisti. La Cina comprava dagli USA soprattutto soia transgenica per alimentazione animale, carni suine e latticini. Il crollo dell’export verso il Paese asiatico è un duro colpo per il settore agricolo a stelle e strisce, che le abbondanti sovvenzioni erogate da Washington non riescono ad attutire.

A questa notizia si collega la vicenda amazzonica, con gli oltre 8.000 incendi, tutti dolosi, che quest’estate hanno devastato migliaia di chilometri quadrati di foresta. Il collegamento è semplice: la Cina deve ora aumentare esponenzialmente gli acquisti di soia in Brasile e in Argentina, per compensare i mancati acquisti negli Stati Uniti. Se a questa domanda si aggiunge un presidente come Jair Bolsonaro, che non vedeva l’ora di sfruttare l’Amazzonia brasiliana in senso produttivo, il rogo è servito.

Ma l’incendio estivo dell’Amazzonia ha riaperto un altro tavolo, quello dell’Unione Europea che aveva appena firmato un accordo di libero scambio con il Mercosur, quindi con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Un accordo le cui trattative si erano trascinate per oltre vent’anni, perché le lobby agricole dei grandi produttori europei, soprattutto Francia e Polonia, hanno sempre fatto pressioni affinché non si arrivasse alla firma. Cosa temono i produttori europei, fermo restando che i prodotti agricoli del Mercosur sono già sul nostro mercato da anni? L’abolizione dei dazi e quindi la perdita del differenziale dei prezzi artificiosamente favorevoli su carne, grano, frutta e vino europei. Irlanda e Austria hanno già dato indicazione negativa alla ratifica, e i roghi amazzonici sono stati l’alibi dei politici che avevano sottoscritto l’accordo, come Emmanuel Macron e Angela Merkel, per minacciarne la sospensione. Anche la grande lobby agricola europea, foraggiata da decenni di aiuti comunitari, ha strategicamente deciso di anteporre alle proprie ragioni di parte la critica agli accordi con quei Paesi che distruggono l’ecosistema e sfruttano la manodopera. Si appropriano quindi delle parole d’ordine dei movimenti che chiedono legittimamente che gli accordi di libero scambio avvengano con altre modalità e garanzie per lavoratori e consumatori per tutelare invece i loro interessi di parte.

Ed ecco dunque l’effetto domino: Trump che colpisce i cinesi, i cinesi che non comprano più grano negli Usa, il Brasile che si “attrezza” per aumentare la sua offerta agricola e l’opinione pubblica europea che viene usata come paravento dal grande agrobusiness continentale. Un intreccio che dimostra quanto il mondo sia ormai interconnesso e non consenta soluzioni individuali ai grandi temi dell’ambiente e della sicurezza alimentare. Ma anche come l’opinione pubblica possa essere facilmente strumentalizzata per tutelare i grandi interessi.

 

L’onda lunga della politica commerciale del presidente Donald Trump risveglia New Delhi. L’India ha imposto dazi più alti su un paniere di 28 beni importati dagli Stati Uniti, e le tariffe possono arrivare fino al 70%. È questa la risposta, che si concentra soprattutto sull’import agricolo, al rifiuto degli Stati Uniti di esentare dai dazi le importazioni di alluminio e acciaio indiano. L’India si è vista cancellare, infatti, un trattato che le consentiva di esportare sul mercato USA, senza imposte, merci per un valore fino a 5,7 miliardi all’anno. Per il Paese asiatico, sempre in bilico tra protezionismo e aperture di mercato, basta e avanza per programmare ritorsioni.

Nel 2018 lo scambio tra i due Stati aveva raggiunto un valore di 142 miliardi di dollari, ma ora rischia di calare notevolmente. Eppure, per gli Stati Uniti, l’India non è una rivale come la Cina, anzi: la potenza indiana è stata sempre favorita da Washington proprio in quanto argine all’espansionismo commerciale e militare della Cina in Asia. È l’India, infatti, che fa da contrappeso a Pechino nell’Oceano Indiano, anche dal punto di vista militare, soprattutto da quando lo Sri Lanka ha cominciato a gravitare nell’orbita cinese. La clava dei dazi, diventata l’architrave della politica estera di Trump, sta lasciando sul campo molti feriti proprio tra gli alleati storici degli Stati Uniti: India, Messico, Canada e ora anche l’Europa, contro la quale si prepara un attacco che prenderà di mira i settori dell’agroindustria e delle automobili.

La promessa contenuta nello slogan «America first», che ha caratterizzato la campagna elettorale di Trump, comincia mostrarsi in tutti i suoi aspetti con lo sviluppo di questa guerra commerciale. Per la prima volta dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno scelto di fare valere la loro potenza economica e militare non per confermare la supremazia geopolitica mondiale, bensì per avere un tornaconto economico immediato.

Che Trump non sarebbe stato un presidente interventista in politica estera era nelle cose. Ora però è chiaro che il mezzo ritiro degli USA dal Medio Oriente, l’inconsistenza nei confronti di Cuba e Venezuela, la latitanza dagli scenari africani e la scelta di sostenere in Europa soltanto il partito inglese della Brexit sono tutte tappe intermedie di una strategia. Che potremo denominare “Fortress America”: cioè trasformare il Paese-guida della globalizzazione in un mercato che torni a produrre in casa ciò che aveva delocalizzato, in una fortezza che si difende a ogni costo da chi vuole entrarvi, con il muro al confine o con le estorsioni nei confronti del Messico.

E nulla importa se, solo un mese fa, il segretario di Stato Mike Pompeo aveva firmato accordi di cooperazione militare con l’India o se, a parole, qualcuno ha minacciato l’invasione del Venezuela: prima l’economia, poi si vedrà. Questo rovesciamento della linea seguita dagli Stati Uniti negli ultimi 20 anni potrebbe avere risvolti positivi sul fronte interno: gli USA neo-protezionistici crescono e creano impiego, anche se non di qualità. Ma basterà questo a un Paese che avverte come proprio destino manifesto l’essere faro e guida della democrazia nel mondo? Probabilmente il tema non sfiora minimamente il Presidente, che ha una visione del mondo (e di come gestirlo) paragonabile a quella di un ragioniere, ma violento e capriccioso.

Da anni gli analisti più lucidi si prodigano in previsioni sui diversi scenari geopolitici di pericolo – dalle eterne tensioni mediorientali all’espansionismo russo – ma mai nessuno aveva messo in conto un cambio così radicale nella politica estera degli Stati Uniti. Per questo oggi mancano strumenti di comprensione, e si percepisce l’imbarazzo di chi considerava Washington come l’unica certezza negli equilibri internazionali e ora deve ricredersi. Lo scenario è cambiato: siamo tutti più soli, il “condominio Terra” sta entrando in una fase di anarchia in cui i singoli Paesi cercano di far prevalere solo i loro interessi, mentre i grandi temi comuni, come l’ambiente e la pace, tornano patrimonio della sola società civile. Alla fine, almeno questo non sarebbe una grande novità.

 

Il caso dell’afroamericano massacrato dalla polizia di Memphis è solo uno dei tanti episodi di sangue che si continuano a registrare nelle società multietniche dove non tutte le componenti sono sullo stesso piano di parità. Nel caso delle società americane, dagli Stati Uniti al Brasile, sono gli afroamericani a finire più spesso in carcere e a subire episodi di violenza. E non perché ci sia una naturale inclinazione etnica al crimine, come affermato dagli pseudo sociologi-xenofobi oggi di moda, ma per tre ordini di motivi. Il primo riguarda la condizione sociale e l’emarginazione di una componente etnica ben precisa per motivi storici, come gli afroamericani in America o i rom in Romania, entrambi schiavizzati fino a metà dell’800. La seconda la maggiore attenzione della polizia nei confronti di chi appartiene a queste minoranze. La terza la considerazione dei reati da povertà, come il furto semplice, quali fonti di allarme e quindi amplificati dalla stampa.

In realtà per combattere le disparità sociali derivate dall’appartenenza ad una etnia si è fatto molto, negli Stati Uniti ad esempio con le positive discimination che hanno aperto college, università e posti di lavoro che erano storicamente negati agli afroamericani. Quello che nessuna legislazione può eliminare però è il residuo secolare di pregiudizi creati ad hoc per giustificare una situazione di sopruso.  Lo schiavo non era privato dalla libertà per via di un’ingiustizia, ma perché pigro, disordinato, non sapeva lavorare, viveva nella promiscuità, era poco intelligente. Giustificazioni buone per mettere a posto le coscienze davanti a fatti orrendi. La Gran Bretagna vittoriana aveva coniato addirittura un concetto per giustificare le violenze nei confronti dei popoli africani colonizzati: il “fardello dell’uomo bianco”. Cioè il colonialismo non era una grande macchina di sottrazione di forza lavoro e di materie prime ma bensì una missione, i colonialisti portavano la luce a popoli che vivevano al buio e nell’ignoranza. Popoli che poi si portavano nelle capitali europee da esibire negli appositi zoo-umani, perché i cittadini civilizzati potessero vedere di persona la selvaggità dei colonizzati. È questa la matrice più profonda e insidiosa del razzismo, non basata sul colore della pelle, ma sui rapporti di forza che si sono determinati nella storia degli ultimi secoli. Rapporti di forza basati sulla violenza e anche sull’invenzione di una superiorità culturale e intellettiva. Un mix che è entrato anche nella mentalità del dominato, come spiegava magistralmente l’antropologo statunitense Oscar Lewis nei suoi studi sulla povertà. Ma soprattutto del dominatore, anche tra i suoi ceti più modesti. La credenza della superiorità dei bianchi nei confronti dei neri non ha mai riguardato un élite, ma grandi masse. Tra i ceti più emarginati e poveri delle società occidentali il razzismo è stato, e resta, ben presente. Un razzismo che è anche consolatorio, perché inchioda qualcuno a un gradino più basso del tuo e trasmette l’ebrezza di appartenere a un’etnia superiore, con più diritti e opportunità, ma anche da difendere. Ed è stato questo il colonialismo, la sublimazione del concetto di guerra tra i poveri, dove non è mai esistito l’empatia tra le persone oppresse perché appartenenti a etnia con valori, virtuali, diversi. Poveri europei che si immolavano nelle guerre coloniali combattendo altri poveri. Sono queste le mele avvelenate che continuiamo a raccogliere nel XXI secolo. Cinesi furbi e silenziosi, africani balordi, arabi infidi, indios ieratici e rom ladri continuano a vivere nell’immaginario occidentale e ad essere strumentalizzati dalla politica. Per questi motivi, per gli afroamericani che tremano quando i loro figli escono di casa perché non sanno se torneranno vivi, la fine della schiavitù non è ancora arrivata.

 

Le rivelazioni del sito di giornalismo investigativo The Intercept sui messaggi che si erano scambiati via Telegram il giudice Sérgio Moro, oggi ministro della Giustizia del governo Bolsonaro in Brasile, e il pubblico ministero Deltan Dallagnol, che ha guidato il team investigativo dell’inchiesta “Lava Jato” sul conto dell’ex presidente Inácio da Silva Lula hanno dato sostanza ai sospetti che si addensavano sulla tormentata vicenda. I messaggi sarebbero la prova del fatto che in Brasile c’è stato qualcosa che ricorda i golpe degli anni ‘70. Quando si parla di golpe bisogna essere molto cauti, si tratta di un concetto che però oggi andrebbe aggiornato. Il colpo di stato è un’anomalia in paesi formalmente democratici nei quali, davanti alla rottura di equilibri di potere, intervengono i militari in rappresentanza degli interessi offesi per rimettere a posto le cose. Questo lo schema classico degli anni ‘70. Ma ciò che sta venendo alla luce in Brasile indica nuove modalità di ingerenza altrettanto efficaci. La condanna di Lula a 12 anni di reclusione per corruzione passiva e riciclaggio era stata criticata da giuristi di tutto il mondo. Questo perché non sono mai state trovate prove che confermassero l’ipotesi investigativa. L’unico elemento presso in considerazione per condannare Lula sono state le dichiarazioni di un pentito, Léo Pinheiro, che in cambio ha avuto un forte sconto di pena. Sulla base di questa dubbia “prova”, senza altri riscontri, in nessun Paese democratico sarebbe stata possibile una condanna al carcere. Ma in Brasile, dove più volte in questi anni si è praticamente uscito dalla legalità, tanto è bastato per la condanna in primo grado e per la conferma da parte della Suprema Corte.

Nei giorni scorsi papa Francesco, rivolgendosi ai giudici che partecipavano in Vaticano a un vertice panamericano sui diritti sociali, ha denunciato il cosiddetto lawfare, ossia l’uso illegittimo del diritto con l’intento di danneggiare un avversario, arma spesso usata per minare processi sociali e politici emergenti. Secondo il papa, queste pratiche derivano da una combinazione di attività giudiziarie improprie e operazioni multimediali parallele. Il suo discorso ha anticipato di poco l’uscita della notizia sulle irregolarità della giustizia brasiliana nel caso Lula. Ma il problema, ovviamente, non riguarda solo il Brasile. Il lawfare sarebbe la nuova frontiera del golpe, un mix di indebite ingerenze della Magistratura sostenute da un fitto fuoco mediatico.

Molto si è scritto in questi ultimi anni sui cambiamenti in corso nella politica da quando è divenuto possibile creare o distruggere il consenso attraverso l’uso spregiudicato (e spesso illegale) dei nuovi media, in particolare diffondendo notizie false. Poco, invece, si è ragionato sull’uso spericolato delle inchieste giudiziarie per abbattere o consacrare politici, anche con un tornaconto personale da parte dei giudici, come nel caso del brasiliano Moro. L’imparzialità e la terzietà della Giustizia sono un pilastro dei sistemi democratici, ma spesso restano tali solo sulla carta. Questo accade soprattutto in Paesi dove la democrazia è fragile e ostaggio dei poteri forti. Quel che è certo, nel caso brasiliano, è che se Lula non fosse stato vittima di atti illegittimi da parte degli inquirenti, coperti e aizzati dai grandi gruppi editoriali, la storia politica del Paese avrebbe potuto avere un segno diverso.

Aldilà del nome che si voglia adoperare, il Brasile è stato vittima di un golpe in piena regola.

 

Un mondo di dazi?

Pubblicato: 7 giugno 2019 in Senza categoria

Una parola che pareva scomparsa, o almeno in via di sparizione, è tornata di prepotente attualità. È il sostantivo dazio, derivato dal latino medievale datio che significava “l’atto di dare”. Nello schema frammentato di quel periodo della storia europea, i dazi costituivano una delle principali tasse che il potere incassava senza alcun costo: si esigeva, infatti, un pagamento per autorizzare il semplice transito di una merce. Più recentemente i dazi si sono trasformati in strumenti per regolare il mercato interno, gravando per esempio il costo delle merci prodotte all’estero al fine di tutelare la produzione nazionale, e sono divenuti parte importante negli accordi tra Stati.

Durante il periodo mercantilista questo strumento cominciò a essere usato in modo ambiguo. Le potenze europee neo-industrializzate alzavano barriere doganali e applicavano dazi sulle importazioni, ma pretendevano (e ottenevano a colpi di cannone) libero accesso ai mercati dell’Asia, dell’Africa o dell’America Latina. Arrivarono anche a distruggere interi comparti produttivi concorrenti per garantirsi il monopolio, come fece la Gran Bretagna dei telai meccanici nei confronti dei produttori di tessuti indiani quando nacque l’Impero. Durante la Guerra Fredda il problema non si poneva, la priorità era lo scontro tra i due blocchi, all’interno dei quali Stati Uniti e URSS dettavano le regole. Con l’avvio dell’ultima ondata di globalizzazione e l’apertura dei mercati mondiali alla circolazione di merci e capitali, pareva che i dazi potessero scomparire nei rapporti commerciali. Nel 1995 nacque l’Organizzazione Mondiale del Commercio, meglio nota con l’acronimo WTO, con l’obiettivo di eliminare progressivamente barriere doganali e dazi seguendo la linea dettata dalle potenze occidentali.

Al WTO è stato attribuito un ruolo centrale finché l’abbattimento delle barriere doganali andava a vantaggio dei suoi azionisti di maggioranza. Ma da quando la bilancia commerciale mondiale ha cominciato a pendere a favore della Cina e dell’Oriente, ecco che questa organizzazione è stata progressivamente marginalizzata. Le delocalizzazioni produttive, e ancor più la nascita di mercati consumatori giganteschi in Paesi fino a pochi anni fa poverissimi, hanno infatti rimescolato le carte: gli Stati Uniti, che avevano dato il via e guidato l’apertura dei mercati, hanno cominciato registrare uno spostamento della bilancia commerciale sempre più marcato a favore dei Paesi esteri. Cina, Canada, Messico, addirittura l’Europa hanno saldi positivi negli scambi con la prima potenza mondiale, che per prima aveva trasferito all’estero interi settori produttivi. Questa nuova situazione potrebbe rappresentare una grande opportunità per discutere le regole e la governance della globalizzazione: l’agenda dovrebbe certamente comprendere le pratiche commerciali sleali abbondantemente usate dalla Cina, ma anche i temi della fiscalità globale, dell’impatto ambientale, dei diritti dei lavoratori.

Se la comunità internazionale concordasse una maggiore omogeneità dei costi del lavoro e arrivasse a parametri condivisi di tutela dell’ambiente, il volto della globalizzazione cambierebbe ancora una volta. Invece la linea dettata da Washington va in tutt’altra direzione, e recupera i dazi come arma di politica estera: i dazi per colpire nemici, i dazi per colpire un popolo o una categoria. L’aspetto più paradossale di questo ritorno al passato è stata la mossa insolita con cui Donald Trump ha minacciato di imporre dazi contro il Messico se questo Paese non bloccherà il flusso di profughi centroamericani diretti verso la frontiera con gli USA. È chiaro che questi atteggiamenti allontanano la soluzione dei problemi e preparano un conflitto che vedrà tutti contro tutti: come nei tempi remoti del Medioevo, quando la visione del mondo coincideva con i confini del proprio feudo.

 

La multinazionale dell’abbigliamento sportivo Nike ha subito una sconfitta storica, senza che ci sia stato nemmeno bisogno di approdare in tribunale. La nuova scarpa della collezione Air Force 1 doveva portare un disegno, su fondo nero, in omaggio a Portorico, l’isola caraibica “associata” agli Stati Uniti. Il disegno riproduceva la rana Coquí, un piccolo batrace originario proprio di Portorico. Ma ecco che approssimazione e superficialità hanno trasformato l’operazione in un furto ai danni di Panama, e più precisamente dell’etnia Kuna. Un popolo che vive sull’arcipelago di San Blás, al largo della costa nord-orientale, verso la Colombia, difendendo con unghie e denti la sua autonomia culturale e anche territoriale.

L’arte kuna si esprime con uno dei prodotti più alti della cultura materiale americana, le molas: splendidi tessuti colorati che ormai da anni sono ambiti dai collezionisti d’arte. I Kunas attribuiscono a queste stoffe un valore insieme culturale e religioso. Le molas sono infatti le “tele” sulle quali raffigurano la loro mitologia. Per i creativi Nike, invece, le molas erano solo drappi colorati con uno stile affascinante. Ed ecco che l’omaggio a Porto Rico si è trasformato in un furto di proprietà intellettuale ai danni di un intero popolo. O meglio, in un caso di appropriazione culturale, tema al quale l’opinione pubblica nordamericana è sensibilissima. La denuncia dei Kunas ha fatto il giro del mondo grazie ai social network, costringendo l’azienda a sospendere la vendita delle scarpe incriminate e a riconoscere che si era creato un equivoco, ammettendo che per disegnare la rana Coquí portoricana erano state usate come modello le molas dei Kunas panamensi.

L’episodio potrebbe chiudersi qui, con un lieto fine. In realtà il furto di proprietà intellettuali e culturali ai danni dei popoli indigeni del mondo è un male antico mai debellato. Cominciò ai tempi del colonialismo, quando l’archeologia e la sedicente antropologia dell’epoca saccheggiavano opere d’arte, paramenti religiosi, addirittura corpi umani per riempire i musei “dell’uomo” delle capitali europee. E perdura ancora oggi, ad esempio con l’uso di simboli dei popoli nativi a scopo pubblicitario. Molte “scoperte” ancestrali di questi popoli sono state nel tempo brevettate a beneficio di aziende internazionali.

La tutela del diritto d’autore, da tempo ben regolamentata nel caso di persone fisiche o imprese, ha una storia recentissima quando riguarda i popoli. Anzi, al di là di poche eccezioni, non esiste ancora una codifica chiara, un riconoscimento formale dell’appartenenza di un bene tradizionale a un popolo. Oggi però l’uso dei social, e la crescente importanza della “reputazione” delle imprese, patrimonio che si può perdere velocemente, stanno portando a una forzatura in senso positivo della legge. Da un punto di vista legale, Nike avrebbe potuto tranquillamente usare le molas dei Kunas: non avrebbe di sicuro perso una causa davanti a un giudice, sempre ammesso che ci fosse margine per portarla in tribunale. Invece ha deciso di ritirare il prodotto dal mercato, come di solito le aziende fanno quando vengono colpite da una sanzione: di fatto, ha riconosciuto che non era proprietaria di quel prodotto culturale. Questo per tutelare la sua reputazione, per non finire nel mirino di campagne di boicottaggio. Di questi tempi, infatti, spesso la paura di finire alla gogna conta più delle sentenze dei tribunali. Altra novità sulla quale riflettere pensando al mondo del futuro.