La conosciamo come “rivoluzione digitale”, ma non si tratta soltanto di una nuova frontiera tecnologica: apre anche altri orizzonti mai raggiunti prima, offrendo la straordinaria possibilità di collegare tra loro le persone in tutto il mondo. Microchip e Internet per la prima volta rendono inutili le frontiere, perché malgrado le barriere erette dai regimi la comunicazione tra le persone è sempre possibile, e senza correre troppi rischi. Per questo i giganti della Silicon Valley hanno puntato per anni sul concetto di libertà, di villaggio globale.

Questa retorica farcita di buoni sentimenti ha svelato pian piano la sua vera identità. È bastato poco tempo per passare dalla totale gratuità alla raccolta pubblicitaria. Ma dopotutto, abbiamo pensato, che problema c’è nel vedere qualche spot quando in cambio ci viene fornito un servizio gratis? Poi sono arrivate le rivelazioni sul modus operandi dei nuovi monopolisti della rete, società con base negli Stati Uniti ma residenti fiscalmente altrove, in quel mare dei Caraibi che fin dai tempi della filibusta offre ottimi nascondigli per il malloppo di chi vuole evitare di essere scoperto o tassato. Con il gioco delle tre tavolette fiscali, società multinazionali di dimensioni globali pagano sui loro profitti meno tasse, in percentuale, di quante ne versa un piccolo commerciante o un artigiano. Società contro le quali non si riesce a competere, perché le loro dimensioni sono tali da strangolare qualsiasi tentativo di concorrenza. Di fatto queste aziende, essendo state le pioniere del settore, non hanno mai avuto veri competitors.

La loro è una potenza costruita anche – anzi, fondamentalmente – con il sostegno dei consumatori. Oggi non è in crisi solo il commercio al dettaglio ma sono sofferenti anche le grandi catene di distribuzione territoriale. Sulla rete si può comprare di tutto e in qualsiasi momento, godendo anche di buoni prezzi dovuti all’economia di scala del venditore. Fin qui si è trattato di una tipica scalata alla vetta del commercio mondiale in un settore che non era regolamentato, un po’ perché del tutto nuovo e un po’ perché la politica a lungo ha venerato questi nuovi soggetti, divenuti i suggeritori di ogni consumatore al mondo.

Sulla carta resta ancora il vantaggio della libertà portata dalla rivoluzione digitale, ma questo è l’ultimo mito che sta crollando. Entrate ormai nella fase matura, le compagnie della rivoluzione che avrebbe dovuto aumentare il tasso di libertà nel mondo stanno cedendo a compromessi per non perdere nuovi e promettenti mercati. Nel 2016 Facebook ha introdotto un sistema che produce l’oscuramento di post provenienti da determinate aree geografiche. Questo per venire incontro ai bisogni della censura cinese, che non permette un uso aperto della rete. Nel febbraio 2018, il gigante Apple ha deciso di trasferire i dati degli utenti cinesi dai suoi device al cloud nazionale, cioè nel database in Cina, controllabile dal governo. In questo modo ha violato la fiducia e i termini contrattuali con i suoi utenti cinesi, i quali avevano sottoscritto un servizio che teneva i loro dati sensibili lontano dai confini nazionali.

Alcuni Paesi, tra cui quelli dell’Unione Europea, stanno correndo ai ripari soprattutto sull’aspetto fiscale, sia pure in grave ritardo. Ma la vicenda di Cambridge Analytics, e cioè la vendita della profilazione degli utenti Facebook per l’invio di pubblicità elettorale mirata, è suonata come l’ennesimo gigantesco campanello d’allarme. Si sta scoprendo ora che la rete e il mondo digitale non sono l’equivalente delle poste, come si diceva qualche anno fa. Sono sì un mezzo, ma hanno il potere di influenzare comportamenti, scelte, modi di pensare. Dietro non c’è un “grande vecchio”, bensì un gruppo di monopolisti che hanno una visione del mondo strumentale al loro business. Queste aziende si battono per evitare gli obblighi che pesano su qualsiasi altro operatore commerciale in nome della “rivoluzione” che esse stesse incarnano. Ma libertà, valori e tutto il resto della vulgata pubblicitaria sono solo la farcitura di questi nuove gigantesche macchine di fare profitti. Che, come quelle vecchie, non arretrano, ma anzi si piegano a qualsiasi tipo di regime, democratico o totalitario. Basta che girino i soldi.

 

Alfredo Somoza

 

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Il rapporto sull’agricoltura statunitense nel 2017 appena elaborato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) conferma le evoluzioni in corso tra i grandi Paesi produttori di alimenti: una cerchia ristretta di Stati che garantisce la disponibilità di cibo sul pianeta. Sono i grandi produttori di cereali (in particolare mais, grano e riso) come l’Ucraina e la Russia, il Brasile e l’Argentina, l’Australia e la Francia, e ovviamente gli Stati Uniti e il Canada. Ma anche i giganti della soia, il legume di origine asiatica diventato il fulcro del mercato dei mangimi animali. Oggi la sua produzione si concentra nel continente americano (Argentina, Brasile e Stati Uniti), oltre che in Cina. Sono questi i Paesi che riescono a sviluppare un’agricoltura estensiva, fortemente meccanizzata e con largo uso di sementi geneticamente modificate. Storicamente, tra essi primeggiavano gli Stati Uniti. Ma ora le cose stanno cambiando.

Il calo dei prezzi delle materie prime agricole per via della superproduzione degli ultimi tre anni, la diminuzione dei sussidi da parte dello Stato e il boom del mercato energetico locale –che sottrae risorse e terreni all’agricoltura, destinandoli al fracking – stanno portando a un progressivo allentamento della capacità di produzione di alimenti del mercato a stelle e strisce. Il rapporto USDA sancisce il sorpasso subito da Washington nella produzione di due derrate che storicamente vedevano gli Stati Uniti come primi produttori: la soia, nella cui produzione sono stati superati dal Brasile, e il grano, in questo caso al primo posto oggi c’è Russia. Per quanto riguarda il mais, che è il cuore della frontiera agricola del Midwest, il Dipartimento dell’Agricoltura prevede che nel giro di pochi anni la produzione statunitense sarà superata da quelle brasiliana, argentina e ucraina. Nel 1980 gli Stati Uniti avevano il monopolio del 75% del mercato mondiale del mais, tra 10 anni la loro quota potrebbe scendere fino al 30%.

Le guerre commerciali annunciate da Donald Trump, così come l’uscita dalle associazioni multilaterali, potrebbero complicare notevolmente la situazione dell’agricoltura statunitense, che si vedrebbe sbarrata la porta d’ingresso di diversi mercati, mentre gli Stati concorrenti potrebbero godere dei vantaggi degli accordi di libero commercio ai quali partecipano. Questo cambiamento nelle classifiche mondiali della produzione di alimenti non è in sé negativo, ma ci ricorda quanto sia fragile la sicurezza alimentare globale, tenuta in piedi da un gruppo limitato di Paesi – una decina – che producono grandi eccedenze da riversare sul mercato. La pasta italiana per esempio, esportata in tutto il mondo, dipende per il 40% dalle importazioni di grano duro da Canada e Turchia: l’Italia è uno dei tantissimi Paesi che non producono la quantità di materia prima agricola che consumano.

Se però si guarda all’Africa si comprende che, se diminuisse la disponibilità globale di cereali, la situazione sarebbe drammatica. In diversi Paesi di quel continente la dipendenza dal grano d’importazione arriva a livelli altissimi, oltre il 70%. Per questo motivo bisogna monitorare con attenzione il mercato della produzione di alimenti di base: l’uscita o il declino di un gigante come gli Stati Uniti potrebbe creare, almeno nel medio termine, seri problemi di disponibilità di cereali. È una nuova sfida che si va a sommare a quella del cambiamento climatico che rende sterili, anno dopo anno, centinaia di migliaia di ettari di terreni agricoli.

 

Sono ormai passati cinque anni da quel celebre “buonasera” con il quale il papa venuto dalla fine del mondo si presentò ai fedeli. Fin dall’inizio, il primo papa gesuita è stato un sorvegliato speciale da parte dei poteri forti che gravitano attorno al Vaticano. Prelati e laici conservatori che con Wojtyla e Ratzinger avevano governato la Chiesa con mano ferma. Una Chiesa che però rischiava il collasso, e questo non solo per l’emorragia di fedeli soprattutto nel continente più importante della sua geopolitica, l’America Latina, ma anche per via di intrighi di corte diventati destabilizzanti. In questo senso le dimissioni di Benedetto XVI non erano state un semplice campanello d’allarme, ma la sirena che chiamava i vigili del fuoco.

Jorge Mario Bergoglio, italiano per ius sanguinis e argentino per ius soli, era la persona giusta. Da una parte una figura da spendere in America Latina, dove il Vaticano ha infatti recuperato autorevolezza evangelica e presenza politica, partecipando al processo di pace in Colombia e alla distensione tra Stati Uniti e Cuba. Dall’altra un uomo in grado di mettere ordine in casa, a Roma, facilitato dal suo essere un esterno rispetto al mondo della curia vaticana. Se nel primo caso Bergoglio ha funzionato, e si registra infatti un ritorno di fedeli nelle chiese latinoamericane, la casa romana non è ancora in ordine. Alla fermezza dimostrata nella vicenda dello IOR, tornato a essere davvero la banca vaticana dopo decenni in cui è stata una banca corsara offshore, non ha fatto eco altrettanta fermezza su altri dossier scottanti, ad esempio quello sulla pedofilia.

Chi si aspettava grandi rivoluzioni dell’ordinamento canonico, come per il tema del celibato dei sacerdoti, finora è rimasto deluso. Bergoglio si è dimostrato per quello che è sempre stato: un conservatore in termini di dottrina. Papa Francesco ha guadagnato però credito con il suo “fare politica”, mai partitica e mai interferendo nella situazione interna di un Paese, Italia compresa. La sua enciclica Laudato Si’ sui temi ambientali è stata non solo originale e coraggiosa, ma la prima in assoluto dedicata dalla Chiesa all’argomento. Lo stesso vale per i suoi interventi riguardanti il lavoro, la globalizzazione e le migrazioni. Temi che fanno parte sia del bagaglio familiare di Bergoglio, in quanto figlio di italiani emigrati in Sudamerica alla ricerca di condizioni di vita più dignitose, sia del suo bagaglio politico, essendo stato in gioventù militante peronista. E poi la disponibilità ad ascoltare e a capire, il rispetto per la persona sofferente, anche quando ha fatto scelte contrarie alla morale cattolica. In definitiva, la misericordia spinta al limite del superamento dell’infallibilità, “chi sono io per giudicare” appunto.

Il gesuita Bergoglio ha poi portato il suo stile a Roma, e come diceva Umberto Eco, per capirlo bisogna conoscere la storia del Paraguay e delle missioni gesuitiche. Non era mai successo prima che un pontefice non dormisse e non mangiasse in Vaticano, né che disdegnasse qualsiasi forma di lusso o di esibizione di potere e ricchezza. L’ispirazione di Bergoglio è chiaramente il poverello di Assisi, che tra l’altro fu modello di fede per Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù, nel XVI secolo.

Il gusto per la politica e per la diplomazia è un’altra caratteristica del primo papa sudamericano. Nella sua agenda non c’è solo l’America Latina ma ci sono anche pace e conflitti, riconciliazione con la Chiesa ortodossa e il grande sogno di recarsi in Cina sulle orme del gesuita Matteo Ricci, che visse lunghi anni alla corte dell’imperatore a Pechino, tra il XVI e il XVII secolo.

La forza di Bergoglio è stata quella di resistere all’attacco concentrico di stampa, intellettuali, teologi e sacerdoti conservatori che hanno messo in discussione le sue conoscenze teologiche, il suo modo di governare, la sua sincerità. Un attacco al papa come non si registrava da deccenni. Ma la Chiesa di Bergoglio ha resistito, rendendo onore a quell’altra parte della storia di solito ignorata: una storia fatta di sacerdoti e arcivescovi assassinati, come il nuovo santo Oscar Romero, e di cristiani che si battono per il lavoro e per l’ambiente, o che chiedono giustizia per i propri figli scomparsi. È difficile prevedere quale sarà il bilancio finale di questo pontificato, ma una cosa è sicura: dopo Francesco molte cose saranno cambiate per sempre. Gesti, sensibilità, simboli, temi francescani che grazie al primo papa gesuita hanno avuto finalmente diritto di cittadinanza nella Chiesa non potranno mai più essere ignorati.

 

Per una serie di motivi, interni ed esterni, rispetto al passato oggi la scena internazionale è molto meno frequentata da parte delle grandi potenze. Gli Stati Uniti di Trump sono in piena fase di ripiego, impegnati a minare quei ponti che loro stessi avevano costruito con Asia, America Latina ed Europa. La Russia di Putin è fin troppo concentrata sul grande gioco della Siria e sul controllo dei confini con la NATO nell’Europa dell’Est. La Germania è ancora paralizzata dalla lunga trattativa per la formazione di un nuovo governo, il Regno Unito si sta leccando le ferite autoprovocate con la Brexit.

Solo la Cina dell’ormai presidente a vita Xi Jiping e la Francia di Emmanuel Macron sono attive in politica estera. Soprattutto Parigi sta approfittando del vuoto lasciato dai suoi principali competitor inglesi e tedeschi, e dell’insignificanza eterna dell’Italia, per rilanciare con forza la sua presenza in diversi scenari internazionali. Partendo dalla Cina, dove nella sua recente visita Macron ha fatto capire che si candida a essere alleato del gigante asiatico nella costruzione di una globalizzazione controllata, basata sulla reciprocità soprattutto in materia di delocalizzazione produttiva e di perdita di posti di lavoro. Il tema è già stato affrontato dall’inquilino dell’Eliseo nei confronti dei Paesi dell’Est europeo: cooperazione sì, dumping sociale sul costo del lavoro no. Ma l’asia non è solo Cina, in India Macron ha firmato accordi commerciali per 13 miliardi di euro con il governo Modi portando il livello di relazione tra i due stati a quello di “partnership strategica”. In buona sostanza, la Francia diventa l’alleato europeo chiave per New Delhi.

L’altro fronte che vede attiva Parigi è un “classico” della storia della Francia, progressivamente abbandonato nel tempo: il Medio Oriente. Il punto più alto dell’impegno di Macron è stata la mediazione tra Iran e Arabia Saudita che ha messo in sicurezza il Libano, strappando ai sauditi il premier libanese Saad Hariri, che era praticamente sequestrato a Riad ed è tornato a Beirut nel pieno dei suoi poteri.

Ultimo fronte di visibilità è l’Africa saheliana, il cortile di casa per i francesi, che sono impegnati in prima linea a tutela della stabilità dei regimi amici aggrediti dai gruppi jihadisti. Un grande impegno militare in condizioni difficili, ma che ha permesso la riconquista del Mali settentrionale e la tenuta del Niger, crocevia regionale. Fa parte del buon momento della diplomazia francese anche l’avere convinto l’Italia a impegnarsi militarmente in quella zona con la promessa di incidere sul controllo dei flussi dei migranti, tema che in realtà non interessa minimamente alla Francia.

Il punto centrale dell’offensiva di Macron resta però il processo di integrazione europea. Dopo la rottura con il Regno Unito, che a Parigi hanno più festeggiato che rimpianto, la Francia si considera la locomotiva che dovrebbe guidare l’Europa nel grande passo verso la costruzione di un’entità politica unica. Un passo da fare insieme all’alleato di ferro, la Germania, ma senza disdegnare la solidarietà dei Paesi mediterranei, soprattutto Spagna e Italia, per riuscire a strappare meno vincoli di bilancio al rigore di stampo teutonico. La Francia sta proponendo un modello di integrazione percorribile, con la creazione di un Ministero delle Finanze europeo, con un suo budget e con competenze per affrontare le crisi economiche anche sul fronte dell’occupazione. Non solo economia quindi, ma anche coesione sociale. E questo senza andare a toccare il parametro del 3% di deficit come massimo tollerato, per non urtare la sensibilità della cancelliera Merkel.

Emmanuel Macron ha davanti a sé una grande opportunità, quella di restituire alla Francia un ruolo da potenza globale. Oltre alle sue capacità personali, che il tempo confermerà o smentirà, è il contesto internazionale che sembra quasi congiurare per far tornare a splendere la stella di Parigi.

Per #Esteri @RadioPopolare

 

Lo scrittore Joseph Conrad descrisse il “cuore di tenebra” dell’umanità di fine ’800 ambientando il suo celebre romanzo in quelle foreste primarie nel cuore dell’Africa che, all’epoca, erano dominio personale di Leopoldo II del Belgio. Lo Stato Libero del Congo era un Paese inventato, nato dalla bramosia di ricchezza del regnante di una delle nazioni più giovani d’Europa, ma capace di prendere parte da protagonista alla spartizione dell’Africa durante la Conferenza di Berlino celebrata dalle potenze colonialiste nel 1884-85.

Già all’epoca quelle terre attraversate dal fiume Congo erano fra le più ricche della Terra. Fornivano oro, avorio, legnami pregiati e schiavi, anche se la schiavitù era già stata formalmente abolita. Il saccheggio del Congo venne documentato dai cronisti dell’epoca ed è rimasto nella storia come un caso da manuale. Il regime di terrore e sfruttamento messo in piedi dal civilissimo re del Belgio causò dai 3 ai 5 milioni di vittime, in quello che molti storici considerano un genocidio in piena regola. Tristemente celebri le foto delle persone mutilate degli arti per aver rifiutato il lavoro forzato o per avere sottratto del cibo per sopravvivere. Nel 1908 il Parlamento di Bruxelles obbligò il sovrano a cedere i suoi possedimenti personali allo Stato. Nacque così il Congo Belga, diventato Zaire qualche anno dopo l’indipendenza (1960) e Repubblica Democratica del Congo dal 1997. Ma il destino di questo lembo d’Africa non è mai cambiato: era e resta uno delle regioni del pianeta in cui si concentrano le maggiori ricchezze del sottosuolo.

In Congo infatti non si trovano soltanto giganteschi giacimenti di minerali “tradizionali” (come rame e oro) e di diamanti, ma ci sono anche e soprattutto riserve di minerali di nuova generazione, quelli usati per le moderne tecnologie: coltan, cobalto, terre rare. Tesori che se gestiti in proprio, o almeno secondo regole standard, in modo onesto, renderebbero molto più ricchi gli 86 milioni di congolesi che oggi si devono invece accontentare di un PIL pro capite tra i più bassi al mondo, solo 495 dollari all’anno. Le responsabilità di questa situazione non possono essere attribuite soltanto alle voraci multinazionali minerarie che si spartiscono le risorse del Paese, ma anche a una politica nazionale corrotta fino al midollo. Forse però qualcosa potrebbe cambiare.

A gennaio il Parlamento della Repubblica Democratica del Congo ha approvato un nuovo codice minerario che introduce alcuni principi basilari, come un maggiore controllo pubblico sull’uso delle risorse minerarie, migliori condizioni di lavoro nelle miniere, attualmente alla pari di gironi infernali, e un aumento della pressione fiscale, oggi irrisoria, sugli introiti delle multinazionali. Una proposta che il mondo degli affari in Congo ha preso decisamente male. La multinazionale anglo-svizzera Glencore, colosso del settore minerario, le cinesi China Molybdenum e MMG, la britannica AngloGold Ashanti e la canadese Ivanhoe Mines hanno scritto al presidente Joseph Kabila perché non firmi la legge licenziata dal Parlamento. Nella lettera informano il presidente di avere costituito una nuova associazione con cui intendono sostituire la Camera delle Miniere, presieduta dall’azienda di Stato congolese, che non tutelerebbe i loro interessi.

Si tratta di una ribellione in piena regola da parte di imprese abituate a lavorare in Congo senza dover rispettare né vincoli né lavoratori, senza dover restituire nulla allo Stato attraverso la fiscalità. Il braccio di ferro è in corso, mentre si continua a consumare una delle contraddizioni più eclatanti dei nostri tempi: dal cuore di tenebra del Congo continuano a uscire imponenti ricchezze, fondamentali oggi per la nuova rivoluzione industriale, ieri per alimentare la macchina coloniale. Ma per gli abitanti di quelle sfortunate terre poco è cambiato.

 

Il litio è il più leggero dei metalli. Abbondante in natura, ma fortemente concentrato in poche regioni del pianeta, ha cominciato a essere usato in tempi recenti. È stato scoperto dall’industria bellica convenzionale durante la Seconda Guerra Mondiale per poi diventare vitale nella fabbricazione di ordigni nucleari. Anche l’industria civile utilizza il litio per ridurre la temperatura di fusione di vetro e ceramiche e per potenziare le capacità dell’olio per motori. Ma il vero boom di questo minerale alcalino è legato al mondo degli accumulatori di energia. A partire dal 2000 circa, gli ioni di litio sono diventati parte fondamentale delle batterie che alimentano gli smartphone e tutti gli altri apparecchi elettronici di ultima generazione. Ora il suo impiego sta conoscendo un ulteriore rilancio con la rivoluzione dell’elettronica applicata all’automobile. Le batterie che muovono i veicoli ibridi e quelli elettrici sono fabbricati col litio, materia prima di base che al momento non conosce rivali.

E qui si passa alla geopolitica, perché nel mondo i Paesi che hanno grandi disponibilità di litio sono l’Australia, la Cina e, soprattutto, tre Stati del Cono Sud, il triangolo meridionale del Sudamerica: Bolivia, Cile e Argentina. Insieme dispongono di riserve per almeno 15 milioni di tonnellate, più di metà del totale sfruttabile conosciuto a livello mondiale. In Bolivia, nel solo Salar di Uyuni, un deserto di sale, si calcola che vi siano tra i 5 e i 9 milioni di tonnellate di riserve. In Borsa l’aumento globale del parco automotore elettrico e soprattutto le previsioni di sviluppo del settore hanno già fatto scoppiare la febbre del litio, con il raddoppio del prezzo internazionale tra il 2016 e il 2017. Ora è sceso in campo il maggiore produttore mondiale di auto elettriche, la californiana Tesla, che ha avviato trattative per investire nella società cilena Sociedad Química y Minera, il maggiore fornitore mondiale di litio per batterie. Tesla non è l’unica azienda a muoversi in questa direzione: la prima casa automobilistica cinese, Great Wall Motors, possiede già il 3,5% dell’australiana Pilbara Metals, mentre la giapponese Toyota detiene il 15% della Orocobre, australiana con operatività in America Meridionale.

Le case europee puntano invece a garantirsi la fornitura di cobalto, altro metallo utilizzato per le batterie delle auto elettriche. La tedesca BMW sta firmando contratti per assicurarsi il rifornimento per i prossimi 10 anni. Il primo produttore di cobalto non si trova in America ma in Africa: è la Repubblica Democratica del Congo, che dispone di più di metà delle riserve mondiali. L’altro colosso tedesco, la Volkswagen, non è ancora riuscita nel suo tentativo di assicurarsi i rifornimenti. Il tutto sta avvenendo in sordina, ma tendenzialmente le cose si complicheranno, visti l’aumento dei prezzi delle materie prime e il numero relativamente esiguo dei fornitori.

Intanto, nel cuore delle Ande sta nascendo un nuovo Medio Oriente. O un nuovo Eldorado, a 500 anni dal saccheggio coloniale delle miniere sudamericane. Come la Storia ci insegna, la corsa al petrolio è stata foriera di conflitti e sciagure, con poche eccezioni, per molti popoli che ne possedevano i giacimenti. Ora è il tempo del litio. Al momento non si ipotizzano conflitti per il suo controllo, ma sempre la Storia ci ricorda che alla fine dell’800 vi fu una guerra tra Cile, Bolivia e Perù per il controllo dei grandi giacimenti di salnitro che si trovavano al confine fra i tre Paesi, all’incirca nella stessa zona dove oggi si estrae il litio. Con il salnitro si fabbricavano polvere da sparo e fertilizzanti, due prodotti vitali per la rivoluzione industriale e l’espansione coloniale. Oggi il litio anticipa un’altra era, quella del superamento del motore a scoppio, ma i timori che i meccanismi di appropriazione di questa risorsa possano ripetere il solito copione è alto. Solo il tempo ci dirà se i Paesi dove si trova il metallo della svolta sostenibile saranno, tra qualche decennio, davvero più ricchi o se dovranno ritenersi ancora una volta saccheggiati.

 

Isla de Pescadores, Salt lake Uyuni in Bolivia

Mentre Donald Trump minaccia di reintrodurre dazi a difesa della produzione statunitense e l’Europa continua a difendere a spada tratta il multilateralismo e gli accordi tra Stati in  materia di eliminazione di dazi, la stessa Unione Europea non riesce a concludere l’accordo con il Mercosur. L’accordo commerciale con cinque Paesi del Sudamerica (Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e Venezuela) è in trattativa da oltre 15 anni: ogniqualvolta sembra che stia per essere firmato, spuntano i veti dal settore agricolo. La lobby dell’agroalimentare europeo, destinataria del 45% dei fondi comunitari, ma che occupa solo il 6% della forza lavoro continentale, difende con unghie e denti la sua posizione di privilegio basata sul ferreo contingentamento dell’import agricolo e sulla pioggia di contributi ricevuti dalle istituzioni comunitarie.

Questo protezionismo da manuale dovrebbe essere destinato a esaurirsi, ma solo sulla carta: nella pratica le cose stanno andando diversamente. L’accordo Europa-Mercosur si sarebbe potuto concludere già quando il Brasile, potenza industriale, ha accettato di eliminare i dazi sulle autovetture europee, soprattutto quelle del segmento del lusso. Era questo il segnale che si aspettava per siglare l’accordo. Ma a quel punto il comparto agricolo ha risposto aprendo due fronti: quello relativo alla quota di carne che si può importare dal Sudamerica e l’annosa vicenda dei marchi alimentari.

Come l’accordo con il Canada, quello con il Mercosur prevede la tutela di 57 tipicità, ma questo non è bastato al settore agroalimentare, soprattutto a quello italiano. Secondo Coldiretti, infatti, i Paesi del Mercosur sono quelli dove più si verifica il fenomeno dell’Italian sounding, cioè la contraffazione di marchi italiani. Ma si tratta di un dato falso e che dimostra solo chiusura mentale. In Uruguay, Argentina e Brasile, infatti, sono stati gli emigrati italiani (ed europei in generale) a produrre in loco Provolone, Parmigiano, Chianti e Fontina. E non certo da ieri, ma da oltre un secolo, ben prima che qualcuno si sognasse di parlare di “marchi” da tutelare. Non si tratta quindi di contraffazioni, bensì di prodotti dell’emigrazione italiana, francese, svizzera. Una specie di “made in Europe” globale.

Equiparare il Parmesano della Pampa con il Parmesan cinese è totalmente fuori luogo, così come pretendere che queste produzione storiche dei Paesi di emigrazione europea possano scomparire all’improvviso. Il paradosso è che i prodotti “originali”, cioè quelli davvero fatti in Europa, sono già presenti sui mercati sudamericani, ma hanno prezzi accessibili solo per una minoranza di persone. Il Parmigiano-Reggiano, che costa all’incirca 20 euro al chilo, non potrà mai essere un prodotto di massa in Sudamerica.

Una politica lungimirante dovrebbe piuttosto puntare a creare un’associazione tra produttori europei e sudamericani per migliorare la qualità dei prodotti nati dall’emigrazione, da indirizzare magari verso la conquista di quei mercati terzi, in Asia o in Africa, dove gli originali sono improponibili per via del costo. Prevalgono invece la chiusura e la tutela autolesionistica, perché alla fine ogni chiusura porta a una ritorsione in nome della reciprocità.

Per l’Europa, una volta ancora, l’impossibilità di concludere accordi in un mondo sempre più frammentato – e con grandi concorrenti come la Cina, gli Stati Uniti e prossimamente anche il Regno Unito – è dovuta al comparto agricolo. Che senza dubbio è giusto tutelare in nome della territorialità, del suo ruolo di presidio ambientale e dell’importanza che esso riveste per le culture locali, ma che non può continuare a dettare la linea alla società europea nella sua interezza.

La priorità dell’agricoltura è antica quanto è antico il processo di unificazione europeo, e ha sempre avuto alla base il principio della sicurezza alimentare. Oggi però questo principio è garantito anche dal commercio globale di alimenti, e dunque andrebbero ridiscusse le priorità complessive del comparto produttivo europeo. Industria, servizi, ricerca hanno pari o superiore dignità rispetto all’agricoltura, ma ancora una volta devono subire il diktat dei produttori di formaggio.