Sono tuttora relativamente modeste le reazioni a un fatto di enorme gravità quale l’invasione armata di un Paese sovrano con l’intenzione di smembrarlo, sostituirne il governo e deciderne il futuro. Da molto tempo non succedeva nulla di simile: bisogna fare un salto all’indietro di tre decenni per trovare analogie. Nell’agosto del 1990 l’Iraq di Saddam Hussein invadeva il Kuwait con una guerra lampo durata 48 ore. La risposta della comunità internazionale portò alla prima guerra del Golfo, il primo conflitto nella storia condotto da una coalizione formata sulla base di risoluzioni delle Nazioni Unite, contro le quali nessuna potenza pose il veto. Perché l’invasione militare di uno Stato sovrano è uno spartiacque, viola un principio primordiale del diritto internazionale: si può essere in forte disaccordo ma il rispetto dei confini, cioè della sovranità di un Paese, rimane un baluardo. Perciò, nel discorso con il quale ha annunciato l’invasione, Vladimir Putin ha tentato di demolire la stessa ragione di essere dell’Ucraina. Un Paese, secondo l’autocrate di Mosca, che non avrebbe storia né cultura al di là di quelle comuni con la Russia, governato da una cricca di delinquenti e tossicodipendenti: quindi un Paese che non esiste, e l’intervento militare russo, mirato a “denazificarlo”, rappresenterebbe solo un tentativo di rimettere le cose in ordine.

Sul piano politico, i calcoli di Putin si sono però dimostrati errati. La Russia, se si esclude qualche Stato vassallo come la Bielorussia o il Venezuela, non ha incassato il sostegno che si aspettava. L’India e in modo più evidente la Cina in sede ONU si sono astenute, ma la loro disapprovazione è palpabile. Non soltanto perché un mondo in guerra, con l’inflazione che riparte, la corsa al riarmo e l’instabilità dei mercati non è un’ambiente favorevole per gli affari, ma perché il precedente che l’azione di Putin, qualora riuscisse, diventerebbe un pericolo per tutti. Il fatto che per colpire un Paese sovrano sia sufficiente delegittimarlo e affermare di correre in soccorso di una minoranza che è, o si ritiene, perseguitata potrebbe portare a focolai di guerra praticamente in tutto il mondo. Nel Kashmir indiano, nei tanti territori popolati dai curdi, in un’infinità di situazioni distribuite nel continente africano e anche nei mai pacificati Balcani. Se l’azione azzardata della Russia dovesse avere successo, aprirebbe le porte a un mondo definitivamente deregolamentato, privo perfino di una base comune di diritto. I calcoli fatti da Putin sono facili da intuire: debolezza di Joe Biden dopo la disfatta in Afghanistan, e quindi anche della Nato; debolezza dell’Unione Europea dopo la Brexit e la fine dell’era Merkel; supremazia militare della Russia nei confronti dell’Ucraina; effetto sorpresa. Tutti elementi reali, ma quello che Putin non ha considerato, ed è tipico dei regimi, è che l’azione militare avrebbe ricompattato i suoi nemici, cancellato i distinguo e rilanciato la cooperazione militare in chiave anti-russa.

Molti osservatori pensano che questo conflitto sia una specie di sequel della Guerra Fredda. In parte è davvero così, ma che si tratti solo di questo è la narrazione che Putin ha cercato di far passare, senza successo. La Russia di oggi non è l’Unione Sovietica e l’Ucraina non è il Quarto Reich, così come l’assedio di Kiev non è paragonabile a quello di Stalingrado. Semplicemente, un Paese molto potente ne ha attaccato uno assai meno potente. Il primo è un regime; il secondo, tra mille ambiguità, aspira a essere una democrazia, novità per una regione dove questo non è mai successo. Il mondo sta a guardare, è vero, ma è chiarissimo per chi tifa, perché Putin ha infranto un pilastro sacrosanto del diritto internazionale, forse senza nemmeno aver compreso bene le conseguenze.

La Russia di Putin è una potenza fortemente sopravvalutata. E questo in virtù della sua storia, indissolubilmente legata all’esperienza dell’Unione Sovietica, e delle sue enormi dimensioni geografiche a cavallo tra Asia ed Europa. Ma le differenze con le due vere potenze globali, Cina e Stati Uniti, e anche con quella che fu l’Unione Sovietica, sono molto marcate. Piuttosto, la Russia è paragonabile ai grandi Paesi considerati “emergenti”, e in particolare al Brasile. La Russia è il primo Stato mondiale per superficie, il Brasile il quinto; entrambi ospitano le foreste più grandi del pianeta, l’Amazzonia e la foresta boreale siberiana; il peso demografico non è molto diverso; entrambi gli Stati sono organizzati in modo federale, il Brasile con un sistema presidenziale e la Russia semipresidenziale. Ma le somiglianze maggiori sono ravvisabili nella struttura economica: entrambi i Paesi sono grandi esportatori di commodities agricole e minerarie, e hanno praticamente un solo settore industriale di punta che contribuisce all’export: l’industria bellica per la Russia, quella aeronautica per il Brasile. Il PIL registrato nel 2021 è quasi uguale, attorno ai 1500 miliardi di dollari, 10 volte più modesto di quello cinese e 13 volte meno di quello degli USA. Sia il Brasile sia la Russia, infine, dipendono fortemente dalle importazioni di tecnologia e capitali, ma anche di beni di consumo.

La differenza tra queste grandi potenze regionali è data innanzitutto dalla collocazione geografica e dalla storia. Il Brasile è un Paese storicamente ancorato all’Occidente e fortemente legato agli Stati Uniti. Si trova in un contesto geografico, quello sudamericano, ritenuto marginale e nel quale da decenni non ci sono tensioni geopolitiche significative. La Russia, invece, a est si affaccia sugli Stati Uniti e sull’area del Pacifico, a sud confina con la Cina (e tramite i suoi  Stati-satellite anche con l’India), a ovest con l’Europa comunitaria. Occupa dunque una posizione centrale sullo scacchiere mondiale e le sue commodities, grano e soprattutto metano, alimentano le tavole e le case degli europei. Non è dunque solo il gigantesco apparato bellico nucleare russo a fare la differenza rispetto al Brasile, sotto il profilo geopolitico, ma anche la storia, la geografia e con essa la mappa dei “clienti”. Perciò Mosca, che una volta avremmo definito capitale di un Paese con caratteristiche da “Sud del mondo”, in questi ultimi mesi è stata meta di pellegrinaggi da parte dei big della Terra nel tentativo di risolvere la lunga crisi con l’Ucraina.

La Russia ha giocato tutte le sue fiches sulla partita ucraina, con l’obiettivo primario di archiviare definitivamente l’ipotesi di un ingresso della ex repubblica sovietica nella Nato. Ha deciso di affrontare un rischio calcolato, per il quale non ha valutato il proprio peso soltanto sulla base dei parametri esposti fin qui, ma ha anche usato il credito geopolitico accumulato negli ultimi anni con la guerra siriana, l’espansione in Africa e la penetrazione in America Latina. Soprattutto, Mosca ha messo sul piatto l’alleanza strategica con la Cina, il suo nuovo grande cliente e finanziatore, con la quale persegue interessi convergenti a livello globale. Proprio la Cina è il Paese che più ha da guadagnare con la crisi ucraina, che indebolisce gli Stati Uniti e l’Unione Europea e fa passare in secondo piano la propria competizione con gli USA, vera posta in gioco a livello globale.

In sintesi, la Russia di Vladimir Putin è una potenza regionale che può essere considerata globale per la sua estensione e posizione geografica e per la sua presenza geopolitica su altri scenari; ha un potente dispositivo militare ma un’economia modesta, dipendente dall’andamento dei prezzi delle commodities. Si tratta di un caso unico e irripetibile: spostando soldati e carri armati sta chiedendo un posto di riguardo tra i potenti, in quel G7 che non è mai diventato sul serio G8, e soprattutto vuole sedersi al tavolo con Cina e USA e trattare alla pari con la Nato. Chiede che siano riconosciuti i confini geopolitici della sua area d’influenza e respinge ogni interferenza sulla sua politica interna.

Alla fine, la Russia non pretende nulla di diverso rispetto a quanto il mondo ha riconosciuto a Cina e USA. Il punto è che per ottenere quello status, al netto del favore di Pechino, Mosca può contare essenzialmente solo sulla propria forza militare, che da sola non basta per essere considerati una potenza mondiale, soprattutto se la recita dura troppo a lungo.

Sulle montagne del Messico centrale già diecimila anni fa si coltivava l’aguacate, l’avocado, il cui nome nella lingua degli olmechi significa “testicolo”. Alla sua raccolta le donne non potevano partecipare. Con l’avocado già nei tempi precolombiani si confezionava un mole, una salsa speziata che veniva addensata con farina di mais: praticamente il guacamole, diventato oggi un prodotto di largo consumo negli Stati Uniti e in forte crescita anche in Europa. Proprio il successo planetario del guacamole ha fatto “esplodere” il mercato dell’avocado, insieme alla recente rivalutazione delle le proprietà nutrizionali di questo frutto che contiene vitamina A ed E, sali minerali, acido folico, omega3 e grassi buoni. Insomma, un concentrato di elementi preziosi per l’organismo umano.

L’avocado ancora oggi si produce soprattutto nel Paese dov’è stato “scoperto”: il Messico è il primo produttore mondiale con il 40% del mercato, a differenza di quanto accade con altre varietà tropicali che da tempo sono diffuse soprattutto in terre lontane da quelle d’origine, come il caffe arabo-etiopico coltivato in America o il cacao americano coltivato in Africa. E in Messico la moltiplicazione delle piantagioni illegali di avocado, costituite su terreni per i quali non si hanno titoli, è diventata un grandissimo problema ambientale. Si calcola che per coltivare avocado vengano abbattuti 800 ettari di foresta all’anno, con uno sfruttamento intensivo delle fonti idriche e un uso di quantità industriali di prodotti chimici, con alti tassi di inquinamento e di erosione del terreno. Il prezzo pagato ai produttori può toccare i 2,5 dollari al chilo, un’enormità rispetto a qualsiasi altro prodotto agricolo latinoamericano: per questo l’avocado è chiamato “oro verde”.

L’aumento della produzione messicana, si diceva, è avvenuto attraverso la moltiplicazione delle piantagioni illegali, ricavate abbattendo le foreste per impiantare alberi di avocado. Ciò è accaduto inizialmente su iniziativa di piccoli e medi produttori locali, ma il fenomeno ha attirato molto velocemente l’interesse dei cartelli del narcotraffico, che per impossessarsi del business hanno combattuto guerre tra di loro, oltre che contro i produttori locali. I primi furono quelli della Familia Michoacana e dei Caballeros Templarios, respinti dai contadini in armi che avevano costituito una propria milizia; poi arrivarono Los Viagras e soprattutto il Jalisco Nueva Generación, per impossessarsi di una parte della torta. Per i narcos il mercato dell’avocado presenta tre caratteristiche preziose che nessun altro settore offre tutte insieme. Anzitutto è un mercato lecito, sul quale si può “lavare” e riciclare denaro sporco; offre un margine di guadagno molto elevato; e ha gli USA come principale cliente mondiale, che sono anche il maggior cliente del mercato della droga. Ciò significa che si possono utilizzare i camion che trasportano gli avocado per far viaggiare anche gli altri “prodotti”: un frutto svuotato può contenere fino a 250 grammi di cocaina o eroina. Riciclaggio e affari legali come copertura per il narcotraffico, praticamente il massimo per qualsiasi cartello.

Droga e avocado seguono le stesse autostrade che dal Messico portano negli Stati Uniti e sono gestite dagli stessi soggetti. La differenza è che la prima si vende sul mercato illegale, dove i cartelli impongono le regole, l’altro sul mercato legale, dove le regole le fa lo Stato. Per questo le minacce telefoniche a un agente sanitario statunitense incaricato di ispezionare i campi in Messico hanno portato al momentaneo blocco dell’import negli USA di avocado del Michoacán, Stato messicano a ovest della capitale, affacciato sul Pacifico. Si tratta di un avvertimento che serve però anche a rilanciare l’industria dell’avocado negli Stati Uniti, oggi ottavo produttore mondiale. Sono troppi soldi, quelli generati da questo frutto tropicale, destinato secondo le proiezioni a diventare in pochi anni il primo per consumi a livello globale superando ananas e banane, per lasciarli in mano al Messico e soprattutto ai cartelli della droga. Con i quali si possono peraltro fare accordi e affari, ma senza che si sappia.

«Se una razza non ha una storia, non ha delle tradizioni utili, essa diventa un fattore insignificante nel pensiero del mondo, e si trova in pericolo di essere sterminata». Così scriveva Carter Godwin Woodson, lo storico afroamericano che nel 1915 fondò l’Associazione per lo Studio della Vita e della Storia dei Neri Americani. Sottolineando l’importanza di recuperare la propria storia e farla conoscere, nel 1926 Woodson annunciò la nascita della Settimana della Storia dei Neri. Un appuntamento annuale fissato a febbraio, diventato nel 1970 Mese per la Storia dei Neri e nel 1976 evento nazionale, quando il presidente Gerald Ford lo inserì nel calendario ufficiale degli Stati Uniti. Qualche anno più tardi anche il Canada e il Regno Unito hanno adottato questa modalità di ripercorrere la storia dei popoli afroamericani, a lungo negata e oscurata. Letteratura, scienza, arti, politica sono solo alcuni campi nei quali si ricorda il contributo della storia nera alla nascita delle nazioni americane. Gli afroamericani sono stati infatti una componente importantissima nella storia del Nordamerica in entrambe le fasi della loro presenza: come manodopera schiava, nella produzione di quelle materie prime che, poi trasformate, fecero diventare gli Stati Uniti una potenza industriale; e successivamente da uomini e donne liberi, impegnati in ogni settore della vita pubblica della federazione. Grazie all’informazione e più in generale ai vari media a partire da cinema e televisione, sappiamo molte cose sulla lenta emancipazione degli afroamericani statunitensi, dalla schiavitù fino all’elezione del primo presidente nero nel 2009.

In realtà, la diaspora nera nel continente americano è stata ancora più cospicua nell’America non anglosassone, almeno numericamente, con le varie enclave afroamericane delle ex colonie spagnole, le isole caraibiche già francesi o inglesi, oggi a maggioranza afrodiscendente, e con il Brasile, grande colonia schiavista portoghese. Eppure in Italia è poco e frammentario ciò che si sa del mondo afroamericano dell’America Latina. Il libro di Diego Battistessa America Latina afrodiscendente, una storia di (R)esistenza, pubblicato dalle Edizioni Arcoiris, va a colmare questo vuoto. I 133 milioni di afrodiscendenti latinoamericani, un quarto dei quali vive nel solo Brasile, hanno una loro storia che raramente è stata raccontata dalla storia ufficiale, anche in America. Battistessa incrina lo stereotipo del nero che soffre passivamente sotto la frusta del padrone nella piantagione e ci illustra numerose pagine di ribellione, con i profili dei condottieri che guidarono la diaspora a ritrovare una nuova libertà nei quilombos brasiliani, nei palenques della Colombia o nelle Blue Mountains giamaicane: repubbliche e regni africani indipendenti in terre americane, perché l’anelito di libertà non era stato annientato dalla frusta dei capataces

Si tratta di storie di resistenza ma anche di partecipazione alle guerre per l’emancipazione dagli Stati coloniali europei, soprattutto nei Paesi del Cono Sud, fino alla grande rivoluzione nera che portò all’indipendenza di Haiti nel 1804, secondo Paese americano dopo gli Stati Uniti a liberarsi dal colonialismo. Storie di ieri e di oggi, perché la lotta per i diritti degli afroamericani, che ancora scontano la loro posizione subordinata al mondo dei bianchi, non è cessata. Anzi, nell’ultimo capitolo del suo libro Battistessa ci racconta le odierne battaglie di donne afroamericane che su diversi fronti continuano una lotta centenaria.

La condizione femminile nella realtà afroamericana è il tema di un altro libro pubblicato in Italia recentemente su questo tema: Mujeres.Frammenti di vita dal cuore dei Caraibi dell’antropologo Raúl Zecca Castel, sempre edito da Arcoiris. Zecca Castel segue la vita di sette donne di origine haitiana che vivono nei bateyes della Repubblica Dominicana, i villaggi dei braccianti della canna da zucchero che tuttora ricordano drammaticamente i tempi della schiavitù. È importante che in Italia siano stati pubblicati questi due libri su un tema apparentemente estraneo alla nostra storia e che invece ci appartiene, anche se lo abbiamo oscurato dimenticando il passato da colonizzatori in Africa.

L’attuale crisi politica e militare che vede al centro l’Ucraina è determinata da due ordini di fattori, entrambi di natura geopolitica. In primo luogo siamo di fronte a un proseguimento della Guerra Fredda che, con altri metodi, continua a determinare i rapporti di forza tra Occidente e Russia: né la Nato ha mai rinunciato all’antico obiettivo di avvicinare sempre di più la propria forza militare al confine russo, né la Russia ha mai cambiato il suo giudizio su tale mossa, considerata un pericolo da scongiurare. Per trovare le radici di queste tensioni si può risalire fino al 1989, quando – almeno secondo la narrazione russa – George Bush senior e Mikhail Gorbaciov si accordarono affinché la riunificazione della Germania e il ritiro delle truppe sovietiche non aprissero le porte all’allargamento della Nato verso est. Fu Bill Clinton, invece, a insistere perché l’Unione Europea, quando arrivarono le domande di ingresso da parte dei Paesi dell’Est, richiedesse anche la volontà di “aderire ai principi” della Nato. Così è effettivamente andata sia per i Paesi baltici sia per diversi Stati “satellite” dell’Unione Sovietica, entrati sia nell’UE sia nella Nato.

Ma Mosca non cederà mai sull’Ucraina, che per Vladimir Putin rappresenta un limite invalicabile e che rimane legata alla sua identità storica di granaio, arsenale e miniera dell’URSS. L’Ucraina ha il destino nel suo stesso nome, che significa “al confine”: culturalmente e politicamente il Paese è diviso in due, una parte guarda all’Unione Europea e l’altra, anche per motivi linguistici, continua ad avere Mosca come punto di riferimento. Nel 2008 la richiesta dell’Ucraina di aderire alla Nato, caldeggiata dagli USA, era stata stoppata da Italia, Francia e Germania al Vertice di Bucarest; poi le tensioni sono continuate con l’annessione russa della Crimea e la secessione di fatto del Donbass.

Il secondo ordine di fattori all’origine di questa crisi riguarda il ruolo geopolitico della Russia. Il grande Paese euro-asiatico, potenza militare ma non economica, negli ultimi anni ha fatto passi da gigante per conquistare una leadership geopolitica su scala mondiale. Oltre a controllare la Bielorussia e avere stanziato contingenti militari in Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, si è affermata come riferimento politico per la Serbia, la Georgia e l’Armenia. Allargando lo sguardo, ha appena vinto il conflitto siriano insieme a Iran e Turchia sbaragliando l’ISIS e, insieme alla Turchia, controlla la Libia. Attraverso il Wagner Group, opaca società che gestisce mercenari ed è molto vicina al Cremlino, ha interessi in 23 Paesi africani e ha appena firmato un accordo con il Sudan per costruire una base navale sul Mar Rosso. In America Latina Putin ha promesso a Cuba e Venezuela sostegno militare in chiave antistatunitense e ha appena firmato un accordo con l’Argentina per fornire aerei da combattimento e addestramento ai militari.

Questo riposizionamento globale di Mosca è stato agevolato, economicamente e non solo, dalla firma dell’accordo per la fornitura di metano alla Cina, avvenuta nel 2014: oltre a garantire ai russi un cliente di prim’ordine in alternativa all’Europa, il patto ha sancito un’alleanza strategica con ricadute a livello mondiale. Semplificando, si è innescata una dinamica per la quale Mosca alza la voce e fa vedere le armi, poi Pechino media, ricuce e chiude gli accordi commerciali.

Tornando all’Ucraina, in questa prospettiva è necessario ricordare la differenza tra Cina e Russia: per gli USA la Cina è un nemico, la Russia “solo” un antagonista, tra l’altro fortemente dipendente dagli scambi commerciali con l’Occidente. Alla fine dei conti, con l’invio di truppe al confine ucraino Putin sta chiedendo che gli venga riconosciuto il ruolo di garante della stabilità in Europa e, di conseguenza, che i confini geopolitici russi siano rispettati: perciò l’Ucraina deve restare uno Stato cuscinetto. Potrebbe anche spuntarla, perché per gli USA la vera posta in gioco è nel Pacifico, non certo in Europa. Caso mai il problema ce l’ha l’Europa, che rischia una guerra e che, in ogni caso, dovrà gestire praticamente da sola l’ingombrante vicino russo.

La scoperta delle proprietà rinvigorenti dei frutti dell’albero di Coffea, originario dell’antica provincia etiopica di Kefa, viene attribuita a un pastore che osservò come le sue capre fossero più vispe dopo avere mangiato da quell’albero. Furono poi gli Arabi, che cominciarono a coltivarlo nella Penisola arabica, a farci conoscere fin dal Medioevo le proprietà del caffè in infusione. Questo prodotto, raro e costosissimo, conosce una svolta con il colonialismo, quando si scopre la possibilità di coltivarlo in quasi tutti i climi tropicali e subtropicali. La varietà arabica, più leggera come sapore e più povera di caffeina, viene impiantata in Centro e Sud America, mentre quella robusta, dal sapore più forte, viene esportata in Oriente. Dal XVII secolo in poi il caffè entra a far parte della trilogia dei cosiddetti “coloniali”, al vertice del commercio mondiale insieme allo zucchero e al cacao. Il consumo di caffè, e di questi altri prodotti, diventa di massa, si afferma tra i primi consumi globali e vive una continua crescita.

Storicamente il caffè detiene un primato tra le materie prime agricole provenienti da Paesi in via di sviluppo, posizionandosi dietro solo al petrolio per il valore generato: oggi 11,5 miliardi di dollari USA all’anno. Sono oltre 10 milioni le tonnellate di caffè prodotte, equivalenti a oltre 400 miliardi di tazzine, da 125 milioni di persone di 75 diversi Paesi.

Due sono i mercati dove si decide il valore del caffè: New York per la varietà arabica e Londra per la robusta. Ci sono caffè low cost, ad esempio quelli vietnamiti, caffè di qualità altissima come quello delle Blue Mountains giamaicane, caffè “bio” e tanto caffè equo e solidale, cioè prodotto usando criteri di equità nei confronti dei contadini che lo coltivano. Insomma, c’è un mondo intero dietro quella tazzina che è uno degli elementi culturali unificanti a livello globale, se è vero che in Cina, storicamente Paese del tè, il caffè sta progressivamente conquistando le preferenze delle famiglie.

Ora il rischio maggiore che incombe su questo mercato è rappresentato dal cambiamento climatico. Che sta colpendo anzitutto il “gigante” del caffè, il Brasile, che tra gelate e siccità ha perso il 19% del raccolto ed esporterà, si stima, il 37% in meno. Anche la Colombia, secondo produttore mondiale, registra un calo del 22% della produzione. Aggiungiamo la guerra civile in Etiopia, patria storica del caffè, e la riduzione della disponibilità di varietà robusta vietnamita per via delle restrizioni legate al Covid.

Come già i problemi e i cali di produzione del grano, del mais e della carne, anche la “crisi” del caffè ci ricorda la fragilità del mercato mondiale dei consumi di massa, che dipende da pochi Paesi in grado di esportare grandi quantitativi. Paesi che sono sempre più soggetti alle conseguenze del cambiamento climatico e, quindi, alla perdita di produzione. Negli ultimi 12 mesi i prezzi dell’arabica sono balzati da 128 dollari la libbra a 244: un aumento che, sommandosi a quelli dell’energia e della logistica, lascia prevedere un costo della tazzina più caro del 50% tra pochi mesi. Lo stesso sta succedendo per il prezzo del grano e della carne, beni che non si possono certo considerare voluttuari ma di sopravvivenza. La sicurezza alimentare del pianeta è sempre più a rischio perché il cambiamento climatico, oltre a colpire a turno i pochi grandi esportatori di derrate alimentari, riduce ovunque la capacità di autoproduzione.

Il consumo del caffè è anche cultura, e in diverse culture se ne “leggono” i fondi per indovinare il futuro. Oggi però non serve la caffeomanzia per sapere che l’aumento di qualche decimo di euro della tazzina non è soltanto una seccatura, ma ci racconta che il mondo sta andando verso un futuro complesso.

Il fantasma dell’inflazione torna a riaffacciarsi sull’Occidente. Per quest’anno in Europa si prevede un tasso del 5%, il più alto dalla nascita dell’euro, mentre negli USA si dovrebbe toccare il 7%, la percentuale più alta dal 1982. Non è un fenomeno nuovo, anzi: la prima grande ondata di inflazione colpì l’Europa alla fine del ’500 quando l’aumento della popolazione e l’arrivo di ingentissime quantità di oro e argento (depredate dal continente americano dagli spagnoli) fecero salire i prezzi dei beni. Un grande studioso di questi fenomeni fu il premio Nobel John Maynard Keynes, che sottolineò come l’inflazione incida sulla distribuzione della ricchezza concentrando i profitti sul capitale, mentre i salari vengono erosi nel loro valore reale. E, a leggere i dati di questi giorni, si ha conferma dell’esattezza delle teorie che Keynes formulò ai primi del Novecento. Nei primi due anni di pandemia i dieci uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari; nello stesso periodo 163 milioni di persone sono cadute in povertà. Questi i dati del dossier sulle disuguaglianze in pandemia pubblicato da Oxfam all’apertura del Forum di Davos 2022.

Il ritorno dell’inflazione in Occidente – altrove l’inflazione non era mai scomparsa – è dovuto anche all’emergenza sanitaria e alla politica “Covid zero” attuata dalla Cina. Il grande Paese asiatico si trova a monte praticamente di tutti i processi industriali al mondo, in qualità di fornitore. Al suo interno ha una geografia produttiva caratterizzata da distretti specializzati. Ci sono città che fabbricano semiconduttori, altre specializzate nelle plastiche, altre ancora nelle batterie oppure negli smartphone. La politica del governo cinese per sradicare il Covid è quella di procedere alla chiusura di ogni attività nell’intero distretto urbano, incluse le fabbriche, al verificarsi dei primi casi di positività. È la stessa politica che hanno adottato anche Nuova Zelanda, Australia e Singapore, abbandonandola però all’arrivo dei vaccini. In Cina recentemente sono bastate tre positività a Yuzhou, città di oltre un milione di abitanti, per dichiarare un lockdown “duro”. Ogni città ferma significa un distretto produttivo fermo, e di conseguenza un prodotto che rischia di scarseggiare. Si è formato così un gigantesco collo di bottiglia: la mancanza di rifornimenti dalla Cina sta colpendo diversi settori produttivi nel mondo, con un conseguente aumento dei prezzi di quei prodotti che via via scarseggiano sul mercato. Si aggiunge l’aumento dei costi dell’energia e, di conseguenza, anche della logistica: e l’uscita dalla crisi economica si allontana. Quest’anno la Cina dovrebbe crescere del 4,3%, un ritmo non sufficiente a trainare la crescita globale in modo significativo.

Per superare i colli di bottiglia dell’economia, oggi più che mai servirebbe una cooperazione rafforzata tra gli Stati. Non vi è dubbio, infatti, che questa ondata inflazionaria ha carattere globale: un’ulteriore dimostrazione della forte interdipendenza dell’economia-mondo attuale, nonostante siano in aumento le tensioni internazionali, anche belliche. Ciò che resta una costante, dai tempi di Carlo V a quelli di Keynes, è che quando le cose vanno male c’è sempre qualcuno che ci guadagna: e sono sempre gli stessi.

Il 2022 che si apre potrebbe essere l’anno in cui ci si lascia alle spalle la pandemia oppure la ripetizione del 2021. Abbiamo superato un anno di alti e bassi, passando dall’euforia del pensiero di esserne usciti alla depressione per il ritorno ai grandi numeri dei contagiati. Il punto è che, a due anni dall’inizio della pandemia, si continua a navigare a vista, senza avere risolto nessuno dei problemi che c’erano già e che la pandemia ha potenziato. A cominciare dal cambiamento climatico, non certo influenzato dal virus, bensì dai tentennamenti che si manifestano regolarmente quando arriva l’ora di decidere un cambiamento di rotta, soprattutto sulla sfida energetica. La Cop26 ha messo a nudo le distanze più che i punti in comune. Ora sappiamo che il carbone ci accompagnerà a lungo, che sull’abbandono del petrolio “si vedrà” e che il nucleare è stato rivalutato in versione “energia pulita”. Molti Paesi sfiancati da miseria e disuguaglianze, che sono aumentate ovunque e questo sì per via della pandemia, non considerano una priorità l’ambiente, ma piuttosto il cibo da garantire ai propri cittadini.

La pandemia ha aperto gli occhi ai molti che negli anni avevano assistito quasi muti allo smantellamento dei servizi di base. Sanità pubblica, scuola, reti di welfare erano state lasciate al degrado per favorire i servizi privati, destinati ovviamente a chi se li può permettere. Proprio queste politiche in Africa, America Latina e Asia – a differenza di quanto è successo in Europa – hanno reso il Covid-19 una malattia “di classe”, che ha colpito mortalmente soprattutto chi dipende dalle strutture pubbliche.

Toccare drammaticamente con mano i limiti del sistema ha portato ad alcuni cambiamenti politici. Laddove c’era democrazia e il voto è stato esercitato liberamente abbiamo visto fenomeni di rinnovamento; laddove governano regimi, invece, la situazione è peggiorata. La pandemia ha dimostrato ancora una volta che i problemi di “sicurezza”, che si tratti di terrorismo o di pandemia, sono i migliori alleati di partiti unici, uomini forti e dittatori. In pandemia abbiamo visto anche uno spettacolo inimmaginabile fuori dai film di Hollywood: l’assalto riuscito del Campidoglio statunitense, nel Paese con più armi e polizia in circolazione. 

Ma il 2022 avrà al centro altri temi, oltre alla pandemia e ai rischi per la democrazia. Anzitutto sarà l’anno in cui vedremo se la sfida cinese alla supremazia economica degli Stati Uniti è fattibile. La guerra commerciale aperta da Trump, ancora non totalmente chiusa da Biden, è servita per misurare la forza dei contendenti, protagonisti dell’ordine bipolare che è destinato a subentrare al caos geopolitico attuale. Le due potenze saranno all’altezza? E, soprattutto, saranno in grado di cooperare tra loro per restituire un’architettura sostenibile al mondo? A differenza dello scontro USA-Urss, quello tra USA-Cina è un confronto tra Stati fortemente interdipendenti sul piano commerciale e finanziario, e questo fa la differenza.

L’Europa ha invece problemi più caldi, che non riguardano solo il commercio ma anche la sicurezza. La Russia di Putin e la Turchia di Erdoğan sono vicini sempre più ingombranti e insidiano l’Europa su due fronti, da est e da sud. L’Unione Europea, inconsistente dal punto di vista politico, non è all’altezza di reggere la sfida alle sue frontiere portata da autoritarismi esterni e tantomeno di posizionarsi nella contesa tra USA e Cina. Restare al traino oppure fare un balzo in avanti, rafforzando i legami tra i Paesi membri, è il punto sul quale dibattere. Però la distrazione di massa proposta da un’informazione veicolata soprattutto dai social ci propone un’altra agenda: popolata da influencer, cuccioli di animali simpatici, incidenti tra camion, cuochi dilettanti e stellati e tanto terrorismo sulla pandemia, spesso senza basi scientifiche e soprattutto senza buon senso. Dell’agenda del mondo è meglio non parlare, il dibattito ristagna sulla reperibilità di mascherine o tamponi. Sul Titanic, quando l’orchestra suonava per tirar su il morale dei passeggeri, era almeno chiaro a tutti che la nave stava affondando.

Cosa è fake e cosa è smart nel nostro mondo ormai globalizzato?
Ho provato a rispondere col nuovo progetto editoriale che ho firmato per OGzero. Il mio libro, Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart, interpreta le dinamiche della globalizzazione smascherando le fake news in modo puntuale e documentato, indagando sui reali vantaggi della civiltà cosiddetta “smart”. Davanti a uno scenario – confuso e pericoloso – va rivalutato il percorso intrapreso nei primi anni Duemila a Porto Alegre, in Brasile. I forum sociali mondiali di allora erano raduni molto eterogenei in cui movimenti sociali e forze politiche discutevano dei pro e contro della globalizzazione, rifiutando l’idea di chiudersi entro i propri confini. Con questo libro recupero quello spiritu critico che non doveva essere abbandonato. La globalizzazione è bene o male a seconda di come la si governi. e sono mancato proprio i “governanti” della globalizzazione. Nel libro ho analizzato gli scenari della macroeconomia nel suo rapporto con i diritti, le lotte per la terra e l’ambiente, la cultura globale: non tutto ci è stato ancora svelato perché spesso le notizie non riescono a guadagnare i titoli dei giornali, per censura o per conflitto di interessi.

Il libro raccoglie le mie editoriali per Esteri di Radio Popolare e Huffington Post degli ultimi tre anni e altro ancora. Con una prefazione di Chawki Senouci.


Il libro (o l’ebook) può essere prenotato in libreria o acquistato sui canali delle vendite online.

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L’anno elettorale latinoamericano è stato ricco di appuntamenti molto importanti sia per il loro peso specifico sia per quello simbolico. La prima lettura riguarda la legittimità del processo elettorale. Non sempre sono state rispettate le regole, come nel clamoroso caso del Nicaragua dove il regime guidato da Daniel Ortega ha inscenato elezioni presidenziali senza opposizione. Ma anche buone notizie in questo senso, come le elezioni dell’Honduras, paese nel quale negli anni si sono succeduti colpi di stato e manipolazione dei risultati, e dove ha vinto la candidata della sinistra senza che ci siano dubbi sulla trasparenza del voto. Lo stesso si può dire del Venezuela, dove pare siano state rispettate le regole nelle elezioni amministrative che hanno visto la vittoria del partito di Nicolas Maduro. I segnali più interessanti arrivano però da tre paesi andini, Ecuador, Bolivia e Cile. In Ecuador il candidato della nuova sinistra e dei movimenti indigeni Yaku Pérez non riuscì per 30.000 voti a passare al secondo turno, nel quale l’imprenditore Guillermo Lasso riuscì a battere il candidato correista per 400.000 voti.

Chiaramente buona parte degli elettori di Pérez non votarono per Andrés Aráuz al secondo turno, anche se di “sinistra”, e questo perché ormai esistono due progetti di sinistra che spesso, come in Ecuador, si scontrano. Una sinistra ormai “tradizionale” e che ha governato a lungo, dai forti tratti populisti, poco ambientalista e lontana dalle minoranze. Sono il correismo ecuadoregno, il peronismo argentino, il post chavismo venezuelano, il Mas boliviano. L’altra nata dalla lotta dei movimenti sociali, minoranze etniche e di genere, ambientalisti, contadini. E lo schieramento di forze che ha sostenuto Pérez in Ecuador, Verònica Mendoza in Perù, che sosterrà Petro in Colombia e che ha fatto vincere Boric in Cile; le due sinistre hanno in comune molti riferimenti culturali, ma una diversa concezione della democrazia. Per i primi, Cuba è legittimata anche a reprimere per tutelare la rivoluzione, per gli altri il diritto a protestare e a opporsi è sacro; per i populisti lo stato deve essere gestore ed erogatore di assistenza senza preoccuparsi dell’economia, per gli altri deve guidare una crescita economica in senso inclusivo; per i primi le denunce di corruzione sono solo un complotto ai loro danni, per la nuova sinistra la politica deve anzitutto avere le mani pulite.

Il Sudamerica dei due progressismi sta velocemente virando di nuovo a sinistra a maggioranza e per il 2022 si prevede che altri due grandi paesi cambino guida: Colombia e Brasile. Se questo sarà confermato resteranno piccole isole di centrodestra in Uruguay, Paraguay ed Ecuador. Rispetto allo scenario precedente simile, quello degli anni 2000, le cose sono però radicalmente cambiate: si sono spenti gli slanci continentali, cioè le ipotesi di creazione di aree di libero scambio e di democrazia multilaterali; si è tornati drammaticamente a dipendere dalle commodities, che tra l’altro in questo periodo hanno subito un calo del loro prezzo internazionale; l’alleanza con la Cina ha indebolito la democrazia e rinforzato i circuiti di corruzione. Il Sudamerica in questa fase non interessa a nessuno, nemmeno agli Stati Uniti di Biden che hanno come unica priorità fermare l’immigrazione centroamericana.

Soprattutto mancano leadership. La politica sudamericana si è rimpicciolita per quanto riguarda la capacità dei nuovi leader. Nel 2022 potremo vedere sorgere forse due nuovi punti di riferimento, Gabriel Boric e Lula da Silva se sarà presidente. Il Brasile isolato da Bolsonaro non è stato solo un danno per se stesso, ma anche per tutto il processo politico sudamericano; il ritorno di Lula alla presidenza potrebbe segnare l’avvio di una nuova fase, ma prima ancora si dovrà dirimere cosa si intende per progressismo e come lo si aggiorna di fronte alle sfide del domani. Da questo punto di vista la lezione boliviana è illuminante: quando Evo Morales forzò la sua stessa costituzione per perpetuarsi al potere, disconoscendo il parere del suo popolo che aveva bocciato la proposta con un referendum, la sua caduta era già scritta. Anzi, quella mossa è stata la miccia che aspettavano i settori golpisti e della estrema destra boliviana per spazzare via dal potere l’esperienza del Mas; quello stesso Mas che con un nuovo candidato, Arce, nel rispetto del dettato costituzionale è tornato al potere a grandissima maggioranza. È questa la morale valida per tutto il continente: quella sinistra sopravvissuta agli anni Settanta, uscita dalle lotte popolari e arrivata al potere grazie alla fine della Guerra Fredda e quindi dei vincoli di schieramento dovrebbe essere paladina della democrazia e della trasparenza, seguendo l’esempio di grandi presidenti come Raul Alfonsin o Pepe Mujica. Non sempre è così, è questo resta uno dei grandi spartiacque irrisolti che comunque non impediscono di vincere e governare in assenza di una destra seria e con un progetto che non sia la tutela dei propri interessi. In America Latina la democrazia, malgrado i problemi enumerati, è solida e la gente vota ormai chi gli somiglia. Grande conquista mai scontata che nel 2022 si consoliderà.