Tra gli effetti duraturi della pandemia c’è una significativa mutazione della globalizzazione iniziata negli anni ’90 del secolo scorso. Soprattutto, sta cambiando la configurazione delle piattaforme produttive dislocate in diversi Paesi e continenti. Dopo l’allarme suonato all’inizio della pandemia, quando si è “scoperto” che la stragrande maggioranza dei beni di consumo in ambito sanitario era prodotta in Cina, si è avviata una ristrutturazione che sta accorciando e regionalizzando le catene di valore. Cambiamenti analoghi stanno incidendo in profondità anche nelle filiere dell’aerospaziale e della difesa, dell’automotive e dei beni durevoli. Si torna ad esempio a produrre plastica e tessuti in grandi quantità, per far fronte alla necessità di “sostituire” l’export cinese e soddisfare le ingenti richieste di questi materiali.

Non si tratta di un trionfo dell’ideologia autarchica, bensì del logico risultato di una presa di coscienza: quella dell’importanza strategica di settori che nei decenni scorsi erano stati sottovalutati e totalmente delocalizzati, mentre oggi si rivelano prepotentemente di prima necessità. L’Unione Europea, che finora si era limitata a sovvenzionare fortemente la produzione agricola interna per garantire la sicurezza alimentare, concetto risalente al secondo dopoguerra, comincia a guardare con crescente interesse alla ricerca e alla produzione industriale, favorendo le catene produttive intra UE. Il nuovo obiettivo europeo è avere filiere produttive più corte, più controllabili, più omogenee e meno esposte al rischio non solo delle pandemie ma anche delle guerre commerciali: come quella tra Stati Uniti e Cina, che ha pesantemente penalizzato chi aveva investito in Cina per andare a vendere sul mercato americano. La Germania, la più importante potenza industriale europea, sta già indicando due priorità per le sue imprese: la prima è diversificare la presenza nel mondo, fino a oggi troppo concentrata solo in Cina; la seconda rinforzare le catene produttive europee assumendo un ruolo di leadership. Meno Asia e più Europa insomma.

Non bisogna confondere questo riposizionamento con un abbandono dei mercati mondiali. Probabilmente si continuerà ad andare in Cina o in Messico, ma sarà soprattutto per produrre per il mercato locale. Questa evoluzione è la conseguenza anche di un altro fattore poco considerato, il progressivo livellamento salariale a livello mondiale. Se lo stipendio di un operaio cinese negli anni ’90 era pari a 150 dollari USA, oggi ha superato i 500 dollari. Allo stesso modo i salari sono cresciuti nei Paesi dell’Est europeo e in Messico. Inoltre da qualche tempo stanno cambiando gli standard ambientali: se in passato molte aziende approfittavano della mancanza di leggi specifiche nei Paesi di delocalizzazione, oggi è più difficile trasferire all’estero lavorazioni inquinanti.

Nel complesso si va dunque verso meno delocalizzazione, più mercati locali e regionali, migliori standard ambientali e salariali. Visti così, i cambiamenti in corso potrebbero essere salutati come positivi. Ma questo è vero solo fino a un certo punto. Restano, infatti, grandi problemi irrisolti: come il dramma sociale della disuguaglianza (non solo all’interno dei singoli Paesi ma anche tra gli Stati), la perdita di posti di lavoro, dovuta sia alla crisi sia alla sostituzione crescente del lavoro umano con macchine e soluzioni artificiali, e l’emergenza ambientale mondiale, che richiede impegni globali. Il mondo e la natura del capitalismo globale stanno cambiando velocemente, ancor più di quanto si pensasse, e anche questo è un lascito della pandemia.

 

Dopo l’elezione di Kamala Harris a vicepresidente degli Stati Uniti, sui media si è riversata un’ondata di retorica che ha esaltato alcuni dati della sua biografia come se fossero qualificanti. Questo soprattutto in Europa, dove ancor oggi i termini “immigrato” e “nero” sono automaticamente associati una condizione di marginalità e a lavori non qualificati. La posizione raggiunta da Harris, infatti, è stata presentata da alcuni come un “miracolo” per via della condizione dei genitori, immigrati di colore. Andando però a verificare, tanto il padre quanto la madre facevano parte dell’élite del mondo delle professioni, ambito nel quale, ormai da qualche tempo, le differenze etniche sono state praticamente abolite: a contare sono in primo luogo i titoli. Il padre di Kamala Harris, giamaicano, si è laureato a Berkeley in economia ed è professore emerito a Stanford; la madre, indiana, è stata endocrinologa e oncologa di fama internazionale per via delle sue ricerche sul tumore al seno. Per questo le loro due figlie hanno potuto frequentare scuole e università importanti e costose senza bisogno di borse di studio.

La questione razziale è di grande attualità negli Stati Uniti, ma i drammatici fatti di cronaca avvengono parallelamente all’affermazione di una borghesia di colore che si è costruita sulla base dello studio e dell’esercizio delle professioni. Una classe sociale che spesso non ha ereditato nulla, a differenza di molti bianchi benestanti, e si è costruita da sola anche grazie alle affirmative actions, che hanno imposto quote obbligatorie per le minoranze etniche in diversi settori della vita pubblica del Paese. Ma questa tutela non è necessaria per tutti: molti statunitensi non bianchi, come la Harris o Barack Obama, hanno scalato i gradini della società e della politica potendo contare sulla solidità culturale ed economica delle loro famiglie. Già 50 anni fa, infatti, negli Stati Uniti esisteva una “borghesia delle professioni” di colore, anche se meno numerosa rispetto a quella di oggi. È questa la differenza con l’Europa, soprattutto con quella mediterranea: la maggior parte degli afroamericani non sono immigrati ma statunitensi da qualche secolo, e anche gli immigrati di colore sono in buona percentuale persone che si spostano per studio o per carriera. I lavori più umili, in campagna o nel servizio alle persone, sono svolti in maggioranza da messicani e centroamericani.

Senza dubbio l’affermazione di una donna non bianca ai vertici della politica costituisce ancora una notizia, ma più che altro per il fatto che si tratta di una donna, non per il colore della pelle. Solo secondo i canoni europei Harris può apparire come una “miracolata” in quanto figlia di immigrati indiani e giamaicani; secondo i canoni USA, invece, si tratta di una persona che ha avuto una carriera lineare, come quella di Barack Obama. È un peccato che l’opinione pubblica europea sbagli mira, perché l’unica cosa da sottolineare (una e cento volte) è che si tratta di una donna, la prima negli Stati Uniti ad arrivare così in alto: una vicepresidente che potrebbe succedere a Joe Biden alla guida degli Stati Uniti. Se questo succederà, sarà sì un fatto storico e inedito e non soltanto per gli Stati Uniti. Ma sempre perché sarebbe la prima donna della Storia al vertice di una superpotenza. Invece, fare di una persona un’icona mondiale per via dell’appartenenza etnica o della condizione migratoria dei genitori è un insulto alla ragione e alla stessa Harris.

 

In questo anno infausto tutto pare andare in frantumi: l’economia, le relazioni internazionali, l’ambiente, la società. E non è solo una questione di percezione individuale. I dati, le statistiche, le previsioni confermano che effettivamente sul mondo si è scatenato un combinato disposto di pandemia, crisi economica e cambiamento climatico con pochi precedenti nella storia. Come in una pentola a pressione, per ora il vapore fuoriesce dalla valvola, ma il fischio è sempre più forte.

All’emergenza sanitaria ed economica si aggiungono l’aumento delle tensioni razziali, il riaccendersi di conflitti dimenticati, il rigurgito terroristico, la dissoluzione di qualsivoglia ordine internazionale. Intanto si allarga sempre più, fin quasi a spaccare molte società, la distanza tra chi ha di più e chi ha molto di meno. Anche la politica, in quella minoranza di Paesi in cui vige almeno formalmente la democrazia, sta mutando pelle. Ritornano i populismi, la libertà di stampa e la separazione tra i poteri vengono visti con fastidio crescente, la contesa politica non si basa più sul confronto di idee ma sugli insulti tra i protagonisti.

La campagna elettorale per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti ha dato la cifra della decadenza in corso: insulti, fake news, strategia della paura, esibizione muscolare di armi da fuoco, pronostici apocalittici nel caso di vittoria dell’uno o dell’altro candidato, delegittimazione dell’avversario. I cittadini non hanno scelto tra due idee diverse sulla società e sul Paese, ma tra due Paesi sempre più lontani fra loro, che però convivono nello stesso territorio e sotto la stessa bandiera. Una grande democrazia fratturata in un mondo fratturato. E qui torna d’attualità una parola fin troppo abusata negli ultimi anni: resilienza. Il termine deriva dalla fisica e dall’ingegneria, dove indica la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Poi la psicologia e la sociologia lo hanno adottato, cominciando a parlare di persone o società resilienti, cioè in grado di incassare brutti colpi senza spezzarsi. In questi mesi è l’intero mondo che è sottoposto a una prova di resilienza. Ma appellarsi al concetto di resilienza è solo una risposta parziale, in un momento così complesso.

Quella pentola a pressione che è il mondo attuale riuscirà a smaltire il calore in eccesso senza esplodere? È una domanda alla quale nessuno può rispondere. Quel che è certo è che all’odierna società umana non basta resistere al colpo inferto dalla congiuntura: occorre reagire, aprendo una stagione di riforme locali e globali che impediscano il ripetersi delle emergenze. Anzitutto sul clima. Non è sufficiente adeguarsi ai cambiamenti climatici, perché questi ultimi diverranno sempre più devastanti. Bisogna agire per mitigarli, ridurne la pericolosità, e ciò implica un cambiamento radicale delle abitudini e della cultura dei consumi. Insomma, non basta la resilienza per uscirne, e questo è bene saperlo e metterlo in conto.

Oggi sappiamo che la retorica della globalizzazione degli anni Novanta del secolo scorso, quella che pronosticava un futuro migliore per tutti, era fallace. E il fallimento di quella prospettiva si deve in gran parte a una politica che non è mai stata all’altezza dei cambiamenti man mano verificatisi, anche se per centinaia di milioni di persone la globalizzazione ha davvero rappresentato una grande opportunità. È nato così un mondo nuovo guidato da una politica vecchia, anzi, ultimamente vecchissima. Una politica senza orizzonti se non la sopravvivenza, anzitutto di se stessa. Molto resilienti appunto, ma nella peggiore accezione del termine. L’auspicio è che la pandemia e l’emergenza climatica portino a liberare la politica dalla politica intesa solo come arte del governare. È tempo di una nuova stagione di sognatori con i piedi per terra, di idealismo pragmatico. È tempo di riforme e anche di rivoluzioni non più rinviabili.

 

 

 

Se sono preoccupanti i numeri della seconda ondata di pandemia, più fosche ancora sono le notizie sul suo costo economico. Le stime del Fondo Monetario Internazionale parlano di un “costo Covid”, soltanto per l’Unione Europea, di tremila miliardi di euro: un calo enorme del PIL comunitario. L’Europa a 27 è stata l’area del mondo che finora ha fatto di più per ammortizzare i colpi della crisi: sono 54 milioni i lavoratori che hanno ricevuto un sostegno diretto al reddito, e grazie a questa e altre misure simili si è avuto un aumento della disoccupazione di soli, si fa per dire, 2,9 punti percentuali. Per l’Eurozona, il calo del PIL previsto per quest’anno sarà in media dell’8,3%, ma senza le misure di sostegno all’economia sarebbe arrivato all’11% circa. Fuori dall’UE la situazione è eterogenea. Peggiorano le previsioni sull’Asia, dove solo la Cina spunta un risultato positivo, con una striminzita crescita dell’1,9%. L’India, ad esempio, perderà 10 punti di PIL e l’intera area calerà in media del 2,2%. Negli Stati Uniti si attende una perdita di 9 punti e in America Latina si perderanno quasi 6 punti.

Il mondo, insomma, si trova in piena recessione, avendo praticamente esaurito i fondi per sostenere l’economia e senza alcuna certezza sui tempi di uscita. Sotto la lente degli economisti ci sono anche i progressi dei diversi vaccini in sperimentazione, per capire se il rimbalzo pronosticato dal FMI per il 2021 diventerà reale o se si tratterà dell’ennesimo miraggio. Anche nell’ipotesi più ottimista, e cioè che entro la fine di questo inverno si riesca ad avere un vaccino efficiente, le operazioni di produzione, distribuzione e inoculazione all’intera comunità mondiale ci porterebbero nel 2022 inoltrato. Nel frattempo, non si sta elaborando alcun pensiero strategico sulla ripartenza. Non si pensa ai mezzi e alle modalità con cui mondo potrà rimettersi in marcia quando, in un modo o nell’altro, la pandemia sarà sotto controllo. Eppure alcuni dati sono ormai sicuri. Tutti i Paesi saranno fortemente indebitati e molti settori, come il turismo, avranno danni permanenti. La disoccupazione aumenterà, il lavoro da remoto resterà nel tempo, la sanità sarà potenziata e diventerà, insieme alla logistica e alle piattaforme di vendita online, un comparto trainante per l’economia.

Vedremo quindi realizzarsi in un breve periodo molte delle linee di sviluppo che erano state immaginate per l’economia del futuro, trasformazioni che si pensava si sarebbero diluite in tempi lunghi. E questo significa che non ci sarà il tempo necessario per assorbire con nuovi posti di lavoro quelli che andranno persi. Ci sarà per forza bisogno di un welfare continuativo, non legato direttamente al Covid bensì alla crisi, conseguenza dei cambiamenti imposti dalla pandemia al tessuto economico e sociale. Tutto ciò allargherà inevitabilmente la distanza tra Paesi centrali e periferici, ma anche tra chi è parte dei segmenti vincenti dell’economia e le masse di esclusi. Quando si uscirà dall’emergenza sanitaria ci ritroveremo in un mondo per certi versi nuovo, ma non per questo imprevedibile. Grandi imprese deterranno il quasi monopolio della distribuzione e quindi incideranno profondamente sia sulla produzione sia sul consumo, con la desertificazione del piccolo e medio commercio e dell’artigianato, sostituito da tipologie di lavoro non specializzato e sempre meno qualificato. A questo scenario complesso come non mai va a sommarsi un’altra emergenza, quella delle conseguenze del cambiamento climatico, già drammaticamente tangibili a livello globale.

Alla fine bisognerà approdare a una governance mondiale: ormai è chiaro che i problemi della globalizzazione sono impossibili da affrontare in ordine sparso. Ci vorranno tante cose, ma per ora non si vede chi riesca ad alzare la testa sopra l’emergenza, per provare a mettere in campo uno sguardo lungo quanto mai necessario e urgente.

 

Con le elezioni tenute domenica 18 ottobre si chiude la parentesi nella vita politica boliviana iniziata dodici mesi fa, quando non fu riconosciuto il risultato delle presidenziali, vinte senza dubbio da Evo Morales. Una situazione complessa e complicata, da molti liquidata definendola “la fine di un tiranno” o, sul fronte opposto, “un colpo di Stato”. La verità, probabilmente, stava in mezzo.

Due sono stati i fattori che hanno contribuito a una rottura dell’ordine istituzionale nel Paese andino. Il primo ha radici nel 2016, quando Evo Morales, presidente in carica, convocò un referendum per modificare la Costituzione da lui stesso promulgata, aggiungendo la possibilità di un terzo mandato per il presidente. Il referendum fu vinto di misura dal no. La risposta di Morales colse tutti di sorpresa: riuscì a ottenere un’inverosimile sentenza della Corte Costituzionale nella quale si affermava che “i diritti umani del cittadino Morales prevalgono sulla Costituzione”. Un’aberrazione che permise a Morales di ricandidarsi.

Il secondo fattore riguarda le intenzioni di una variegata compagnia di separatisti, radicali di destra, integralisti cattolici e militari che colsero al balzo il vulnus democratico per tentare di rimuovere l’esperienza del MAS, il partito di Morales. Tra questi settori sicuramente si annidavano anche golpisti, rimasti però sempre in ombra rispetto a coloro che scelsero di mantenere una parvenza di legittimità anche nei momenti più critici. La storia continua in modo anomalo, perché dopo la fuga all’estero di Morales e di diversi ex ministri, i parlamentari e i funzionari del suo partito rimasti in patria continuarono a esercitare i loro poteri. Non venne chiuso il Parlamento, non fu sciolto né dichiarato prescritto il MAS.

Intanto il governo che avrebbe dovuto essere provvisorio, con il compito di convocare nuove elezioni, aveva presso gusto al potere e procedeva a modificare sia la collocazione internazionale della Bolivia, sia molte misure del precedente governo. La stessa presidente provvisoria, Jeanine Áñez, sfruttando la carica divenne, almeno nelle sue intenzioni, una figura politica di rilievo. I parlamentari del partito di Morales, che controllavano la Camera dei Deputati, i suoi senatori e sindaci avevano due scelte possibili: ascoltare le sirene di chi voleva un’insurrezione violenta di piazza per rovesciare il governo provvisorio; oppure sfruttare gli spazi di agibilità incredibilmente lasciati aperti dagli avversari, per continuare a lavorare e prepararsi a nuove elezioni.

Prevalse la seconda linea, e la scelta di Luis Arce quale candidato presidente è stata un’operazione da manuale. Arce era stato, da ministro dell’Economia, l’artefice del miracolo economico boliviano durante i governi di Morales. Il 18 ottobre questa linea è stata premiata con un esito elettorale che già al primo turno ha segnato lo sbaraglio delle destre e la vittoria del MAS. Arce ha superato il 50% dei consensi, con un vantaggio di circa 20 punti sul principale avversario, Carlos Mesa, che ha riconosciuto la sconfitta. A dimostrazione del fatto che il problema non era il partito di Morales né la sua proposta politica, bensì l’ingombrante figura del vecchio leader che non aveva saputo fare un passo indietro.

In Bolivia ha vinto la democrazia e sono stati puniti coloro che, da destra o da sinistra, hanno provato a tirare la corda a proprio favore. In America Latina restano problemi immensi di disuguaglianza, di violenza di genere e di soprusi, ma la Bolivia ci dice che, dopo le tragedie degli ultimi decenni, la democrazia sembra ormai aver gettato nuove e forti radici. Una lezione e un monito per tutta la regione.

Inizia a metà dell’800 la lunga storia di successo dei materiali plastici, che dopo la Seconda guerra mondiale sostituiscono man mano legno, tessuti e metallo in un’infinità di applicazioni. È il mix di versatilità ed economicità che ne ha determinato il successo: nel 1964 nel mondo se ne  producevano 15 milioni di tonnellate, oggi abbiamo superato da poco i 400 milioni di tonnellate.

Sebbene si possa ottenere da diverse fonti, la plastica rimane un materiale derivato soprattutto dal petrolio. Ed è protagonista di due tipi di problemi ambientali: il primo è proprio l’impiego del petrolio per la sua fabbricazione, il secondo è la difficoltà del suo smaltimento dopo l’uso.

Anche se la produzione si concentra per il 30% circa in Cina, per il 20% in Europa e per il 18% in America settentrionale, oggi tutto il mondo utilizza materie plastiche a prezzi irrisori, e solo pochi Paesi riciclano. Secondo il WWF, ogni anno finiscono in mare 8 milioni di tonnellate di plastica. In mari e oceani sono ormai “stoccati” 150 milioni di tonnellate di questo materiale che degradandosi (processo che può durare anche quattro secoli) dà vita al fenomeno delle microplastiche: granelli di plastica ingeriti dai pesci, che li immettono nella catena alimentare fino ad arrivare all’uomo. Questa piaga è in buona parte dovuta alle esportazioni di enormi quantità di plastica da eliminare verso l’Africa e non solo. Sono 680 mila le tonnellate di rifiuti che ogni anno gli Stati Uniti esportano in 96 Paesi disponibili a riceverli. In testa alla lista la Malaysia, il Messico, la Thailandia e poi Ghana, Uganda, Tanzania e altri Stati africani. Secondo le aziende statunitensi il materiale viene riciclato, ma la verità è che buona parte di questi rifiuti viene bruciata, liberando diossina, oppure dispersa nell’ambiente. Fino al 2019 l’Europa esportava al ritmo di 150 mila tonnellate al mese soprattutto in Cina, Paese che però è diventato riluttante a importare plastiche da riciclo, essendo ormai in grado di coprire il proprio fabbisogno internamente.

La plastica “bio” resta una soluzione parziale: è vero che si degrada in poco tempo, ma viene prodotta a partire da farina o amido di mais e di grano, o comunque da altri cerali. Produrla richiede quindi un incremento delle coltivazioni cerealicole, con l’impiego di massicce dosi di fertilizzanti e pesticidi (quasi sempre derivati dal petrolio), oltre alla destinazione a questo scopo di vaste estensioni di terre coltivabili, spesso a discapito della sicurezza alimentare.

Nel 2020 è arrivata anche la pandemia a peggiorare la situazione, con un aumento esponenziale della produzione di plastiche incentivato sia dal calo del prezzo del petrolio sia dal bisogno di miliardi di dispositivi di protezione personale: basti pensare a guanti e mascherine “usa e getta”. Ormai non facciamo più caso al ruolo della plastica nelle nostre vite, onnipresente nella nostra cultura materiale. La plastica, di cui non possiamo fare a meno, è la vera conquistatrice del mondo. Solo nel 2019, per la sua produzione, incenerimento e smaltimento si sono riversate nell’atmosfera 850 milioni di tonnellate di CO2, l’equivalente dell’impatto di 190 nuovi impianti a carbone da 500 megawatt. Secondo il World Economic Forum, entro il 2030 l’inquinamento è destinato a raddoppiare se si manterrà l’attuale trend di crescita dell’impiego di plastica, che potrebbe essere la responsabile del non raggiungimento degli obiettivi di Parigi 2015. Una riflessione urgente s’impone, soprattutto quando in nome della salute sono stati archiviati i problemi ambientali, come se non esistessero più, aggravando ulteriormente una situazione già compromessa.  

Tra ottobre e dicembre si tengono tre importanti appuntamenti elettorali nel continente americano. Si inizia il 18 ottobre con le presidenziali in Bolivia, Paese nel quale la democrazia è in sospeso dopo il mancato riconoscimento del risultato delle elezioni di un anno fa vinte da Evo Morales, che si era potuto ricandidare solo in base a un’azzardata sentenza della Corte Elettorale. Il suo partito, il Movimento per il Socialismo, schiera l’ex ministro degli Esteri Luis Arce che è in testa nei sondaggi, ma che – se si andrà al ballottaggio, com’è probabile – dovrà vedersela contro tutto il resto dello spettro politico. Nel mese di novembre si vota anche negli Stati Uniti. La differenza a favore del candidato democratico Joe Biden si è andata assottigliando in queste ultime settimane e molti pensano che non sia così campata in aria l’ipotesi di rielezione di Donald Trump. Ai primi di dicembre questa tornata si chiuderà con le legislative in Venezuela. Elezioni che andranno a rinnovare il Parlamento oggi controllato dall’opposizione, che ha però deciso di non presentare candidati per delegittimare il processo elettorale. Uno dei leader storici delle destre venezuelane, Henrique Capriles, per contro ha annunciato la presentazione di propri candidati spaccando il fronte.

Sono tre processi elettorali apparentemente non collegati tra loro, ma che forniscono informazioni interessanti sulle condizioni di salute della democrazia in America. Ovviamente non è possibile fare paragoni fra lo stato delle libertà negli USA e in Venezuela, né sulla legittimità di Donald Trump rispetto a quella della presidente provvisoria della Bolivia Jeanine Áñez. Resta il fatto che nei tre Paesi si pone un problema di legittimità. Negli Stati Uniti Trump mette in dubbio la limpidezza del voto per corrispondenza, che a suo dire potrebbe essere manipolato dalle sinistre radicali che controllano il partito democratico. Oltre a cadere nel ridicolo con quest’affermazione, soprattutto pensando ai profili politici di Biden e della sua vice Kamala Harris, si intacca la credibilità delle poste e si insinua che i democratici potrebbero giocare sporco.

In Bolivia la crisi inizia proprio dalla legittimità della candidatura di un anno fa di Evo Morales. Non potendosi più ricandidare, Morales tentò la via della riforma costituzionale, che però fu bocciata dai cittadini tramite referendum. A cascata, l’opposizione non riconobbe la sua vittoria, probabilmente autentica, e poi vennero le sue dimissioni, il governo provvisorio e l’uso del termine “golpe” da parte dei sostenitori di Morales per descrivere ciò che era successo. Non fu delegittimato solo Morales, ma anche la sua affermazione e l’intero processo.

In Venezuela invece si ripete lo schema ormai collaudato con l’opposizione al governo di Nicolás Maduro, ormai da tempo uscito dai binari della democrazia, irrimediabilmente divisa: formata da oltre 30 sigle, non è riuscita a trovare un momento di unità fallendo nei vari tentativi di spallata, sia di piazza sia attraverso la nomina di un presidente alternativo. In Venezuela governo e opposizione si ritengono reciprocamente illegittimi.

Ed è questa la difficoltà della democrazia in America: la mancanza di riconoscimento reciproco tra le parti. Solo con poche eccezioni come in Uruguay, Cile o Costa Rica, le forze politiche non si combattono sul piano delle idee, ma su quello della legittimità. Sta saltando in aria la continuità istituzionale: i nuovi vincitori criminalizzano i predecessori e i perdenti non riconoscono la sconfitta. Sono scomparse la critica e l’autocritica. Si ha una politica sempre più simile al calcio, e tutto ciò alla fine indebolisce la democrazia. E non è soltanto un problema americano.

 

Vista dall’Italia, la vita sembra riprendere dopo l’incubo del Covid-19, ma nel resto del mondo non è affatto così. A distanza di mesi dall’inizio della pandemia, si possono valutare le conseguenze delle scelte che sono state fatte nei diversi Paesi, e soprattutto lo stato di salute delle società. In Europa, il continente che più di ogni altro destina risorse alla sanità pubblica e al welfare, il diverso andamento della pandemia riflette le scelte politiche operate a livello nazionale. La strategia dello struzzo di Boris Johnson è costata al Regno Unito il triste primato continentale di vittime, ma anche i tentennamenti della Spagna, del Belgio e della Francia hanno avuto pesanti conseguenze. Molto si è parlato del modello svedese, che alla fine non si è dimostrato efficace, soprattutto a confronto dei due Paesi confinanti, Norvegia e Finlandia, praticamente non toccate dalla pandemia.

Fuori dall’Europa il caos, perché la diffusione del virus è stata potenziata da due fattori: la povertà delle popolazioni (e delle risorse sanitarie) e politiche assolutamente non all’altezza della situazione. Tuttora i principali alleati del Covid-19 in Brasile, Perù, India sono la povertà dei cittadini, che significa mancanza di acqua pulita, di abitazioni decenti, di risparmi per fare fronte alla perdita del lavoro, e la mancanza di una sanità gratuita e accessibile. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, molto si è detto delle responsabilità di Donald Trump nella gestione dell’emergenza, senz’altro a ragione, ma poco si è riflettuto sul modello di società statunitense ormai frantumata in mondi non comunicanti, anzi ostili l’uno nei confronti dell’altro. Le resistenze a seguire le indicazioni elementari di prevenzione sono la conseguenza di profonde convinzioni, spesso basate sul sospetto e sulle più svariate teorie del complotto. La sanità pubblica, cannibalizzata negli anni dalle assicurazioni private e ulteriormente penalizzata da Trump, non è in grado di operare nessun tipo di intervento che non sia la fase ospedaliera, e anche questa non è a disposizione di tutti. E i poveri che vivono a Los Angeles in tende o in baracche, come quelli di Rio de Janeiro, non hanno la possibilità di attuare nessun tipo di distanziamento.

La pandemia, insomma, ha avuto lo stesso effetto del Luminol usato dalla polizia scientifica per rilevare tracce di sangue: ha messo a nudo gli sconvolgimenti sociali avvenuti negli ultimi decenni, quelli della scorpacciata ideologica anti-stato, della propaganda anti-istituzionale a prescindere, senza valutarne le conseguenze e senza prevedere una rete di protezione per i più deboli. Sono stati decenni di populismo contro gli interessi del popolo, lo dicono i numeri, quando si va a vedere chi si è arricchito e chi, invece, si è impoverito. Si attacca la politica perché costa troppo, come se la democrazia avesse un prezzo. Intanto i paladini della nuova era, le grandi corporation, con la cosiddetta “ottimizzazione fiscale” pagano tasse ridicole o non versano proprio nulla all’erario degli Stati nei quali operano.

Paradossalmente la pandemia è servita per smascherare molte di queste ipocrisie, ma ha anche rafforzato la tendenza all’autoritarismo già in atto da prima. Nuovi e vecchi “uomini forti” si rinsaldano al potere in America Latina, Africa, Asia ed Europa dell’Est. In diversi Paesi le misure messe in atto per contenere la pandemia sono servite per introdurre ulteriori leggi repressive. Molte elezioni sono state rimandate a data da destinarsi, molti Parlamenti sono chiusi o funzionano a malapena in streaming. Questa la sfida attuale per l’Europa: garantire la sicurezza sanitaria dei cittadini senza lasciarsi tentare dalla facilità con la quale si possono bypassare le regole democratiche. Salute e libertà, non salute o libertà.

 

Come era già avvenuto nell’Europa colpita dalla peste nera nel XIV secolo, anche la pandemia del 2020 ha, tra i suoi lasciti, il rafforzamento e la crescita di particolari attori economici.

La peste nera fu uno dei fattori di decollo del capitalismo, agevolando la concentrazione della produzione tessile in singole imprese sempre più grandi, che gestivano da sole tutta la fase del ciclo di lavoro, dalla coltivazione del lino alla proprietà dei telai fino alla commercializzazione dei tessuti. Oggi la filiera dei “vincenti” è più complessa, ma ripete quella stessa logica. Sono le grandi corporation a fare la parte del leone, mentre sprofondano il piccolo commercio, l’artigianato, le piccole e medie imprese. In prima fila ci sono i supermercati, che dispongono di grandi capacità logistiche, di ampi spazi per garantire il distanziamento e di personale da adibire alle nuove funzioni di prevenzione sanitaria. Ma, parlando di commercio, ancora più importante è il boom delle piattaforme online, che hanno potuto continuare a vendere qualsiasi prodotto anche durante le chiusure più rigide dettate dal lockdown. Jeff Bezos, proprietario di Amazon, dall’inizio del 2020 ha visto crescere il suo patrimonio personale di 25 miliardi di dollari.

Altra vincitrice è stata l’industria dell’intrattenimento in streaming: non solo le piattaforme che consentono di vedere film e serie TV a pagamento, come Netflix o Amazon Prime, ma anche YouTube e Google, con i suoi servizi di distribuzione digitale; e sempre in ambito web ha vinto anche la galassia dei social, con la triade Facebook, Instagram, Twitter. Gli acquisti online si pagano quasi sempre con carte di credito o di debito, e dunque affari d’oro anche per Mastercard e Visa. Ultimo anello della catena a trarre beneficio dalla situazione sono le imprese di logistica che garantiscono le consegne a domicilio: come UPS, DHL, Deliveroo o Just Eat.

Il quadro non è però semplice, perché non si è rafforzato soltanto il mondo delle grandi corporation, ma anche lo Stato. Era fuori dal copione che ciò potesse accadere, ma la pandemia ha portato con sé la necessità di imporre regole, esercitare controllo, sostenere economicamente imprese e cittadini. Dopo decenni di scientifico “smontaggio” del ruolo della politica, si è chiesto allo Stato di garantire l’incolumità dei cittadini e di aiutare finanziariamente i più colpiti. Cioè di tornare a fare politica. Questo è accaduto parallelamente all’accettazione pressoché collettiva della più grande restrizione dei diritti individuali dai tempi della Seconda guerra mondiale. Proprio come nell’Europa dei secoli lontani, quando si imponeva il coprifuoco per ridurre il contagio e per prevenire le ricadute dopo la prima ondata di peste, i governi di oggi hanno dichiarato il lockdown e si dicono pronti a nuove chiusure.

La classe politica mondiale si è velocemente spostata verso l’interventismo in economia per stimolare la crescita, in puro stile keynesiano: fino all’anno scorso, anche questo era inimmaginabile. Ma le manovre espansive dovranno essere finanziate dal fisco, quando il ricorso al debito non sarà più possibile. E qui sorge la grande contraddizione destinata a emergere presto. Cioè l’incompatibilità tra i vincitori, tra le grandi corporation che sfruttano il lavoro precario e sfuggono alla fiscalità, e gli Stati chiamati a garantire i diritti, che vuol dire anche trattamenti previdenziali e assistenziali per i lavoratori, e che hanno bisogno di tasse e contributi per finanziarsi. Oggi, nella classifica delle prime 100 realtà economiche mondiali, 31 sono Stati e 69 sono imprese. Molte corporation sono dunque ben più importanti, a livello di bilancio, di decine di Paesi messi assieme. Sarà quindi un bel match, nel quale gli spettatori sono due volte giocatori: sia come clienti delle imprese sia come cittadini degli Stati. Per questo è urgente il ripensamento delle regole (o non-regole) della globalizzazione, che hanno liberato fenomenali risorse ma anche deregolamentato in modo insostenibile diritti ed economia. Un patto tra capitale e Stato deve essere all’ordine del giorno, prima che si inneschi una deriva che potrebbe essere più pericolosa della pandemia.

 

I romanzi storici ucronici, cioè che ipotizzano esiti storici diversi da quelli che realmente si sono verificati, esistono da sempre. Non si contano quelli, ad esempio, sul destino del mondo dopo la vittoria del nazismo, fortunatamente mai avvenuta. Ma quando lo scrittore è un professore di letteratura specializzato in eventi storici, la ricostruzione fantasiosa del passato può diventare molto attuale. Nel suo romanzo Civilizzazioni Laurent Binet, titolare della cattedra di Letteratura all’Università Paris VIII, riscrive la storia della scoperta dell’America. I vichinghi portano il ferro e il cavallo in America, Cristoforo Colombo finisce prigioniero e muore a Cuba, mentre gli Incas scoprono l’Europa e conquistano un vasto impero nel “nuovo mondo”, che sarebbe l’Europa. Il tutto storicamente “fila”, si fa per dire, grazie all’uso di veri documenti dell’epoca modificati al punto giusto e al coinvolgimento dei personaggi più noti del periodo, dall’imperatore Inca Atahualpa a Martin Lutero, passando per Carlo V e Solimano il Magnifico.

Al di là della trama, avvincente e ricca di colpi di scena, colpisce come l’autore sia riuscito a rovesciare lo sguardo del conquistatore. Non sono i cronisti spagnoli che raccontano religione, usi e costumi degli Incas, ma gli Incas che descrivono l’Europa e si interrogano su una civiltà che ritengono per molti aspetti barbarica. Uno dei punti forti della storia inventata da Binet è quello che riguarda la pretesa dei credenti del “Dio inchiodato”, come viene chiamato Gesù Cristo, di possedere la verità assoluta in materia di fede, tanto da realizzare sacrifici umani, attraverso il fuoco, con coloro che ritengono eretici. Le tasse? Una follia. La nobiltà proprietaria terriera? Altra follia, perché la terra è dell’imperatore che l’amministra per conto del Sole: i contadini devono contribuire all’impero con una parte del loro lavoro e non pagando tributi, e devono vivere degnamente e avere da mangiare, cosa non scontata a quei tempi. L’Inca, sovrano prima di Spagna e poi del Sacro Romano Impero, impone riforme quali la libertà di culto, l’eliminazione dei tributi in moneta o grano, la ripartizione su base comunitaria delle terre, l’introduzione della coltivazione di patate, mais e quinoa su vasta scala. Tutto ciò sconvolge l’Europa, facendo saltare tutti gli equilibri preesistenti. Musulmani ed ebrei convertiti con la forza, donne perseguitate perché considerate streghe, e soprattutto la moltitudine di contadini miserrimi, massacrati dai nobili e dall’oppressione ecclesiastica, vedono in quel sovrano arrivato dall’Atlantico una speranza di riscatto.

È una storia di fantasia, ma fa riflettere sulla visione unica dell’Occidente che nei secoli ha conquistato, annientato e poi descritto le civiltà altre come formate da individui arretrati, oppressi, incapaci di intendere e volere. È così che si è persa l’occasione di imparare, di contaminarsi reciprocamente, di evitare inutili stragi. Ma questo non è successo per caso. Al misero contadino spagnolo o tedesco bisognava raccontare che nelle Americhe vivevano popoli barbari e adoratori del demonio perché non scoprissero che, invece, sulle Ande i contadini vivevano molto meglio di loro, che la terra era di tutti e che in caso di bisogno lo Stato provvedeva a sfamare la gente grazie ai risparmi accumulati dalla collettività. Un Inca sovrano nell’Europa del ’500 sarebbe stato infatti davvero rivoluzionario. Ovviamente la storia andò in modo diverso, e nelle terre del Perù fu introdotto il sistema europeo del latifondo e del lavoro schiavo. Ma la grande perdita fu il totale offuscamento della visione che gli altri hanno avuto sul nostro mondo e su di noi. Una storia tarata sullo sguardo di una solo cultura è una storia monca, e soprattutto è una storia che sancisce come verità atti che, invece, furono molto opinabili.