Archivio per la categoria ‘Mondo’

Gli oltre cinquecentomila manifestanti che a Londra hanno chiesto una seconda opportunità per esprimersi sulla Brexit rappresentano la più spettacolare e visibile protesta contro il salto nel buio che l’insipienza dei ceti politici inglesi ha provocato. Le responsabilità non sono però le stesse per tutti.

C’è chi, come Nigel Farage, ha lottato anni per portare il Regno Unito fuori dall’UE, nostalgico di un Impero che non esiste più da almeno 80 anni e convinto che l’insularità, storica garanzia dell’indipendenza del Regno Unito, nel XXI secolo sia ancora una barriera difensiva. C’è chi nel Labour Party non si è speso quanto avrebbe dovuto, lisciando il pelo al sentiment degli elettori. Ma il massimo responsabile è David Cameron, che volle ripetere la mossa compiuta della signora Thatcher nel 1984, quando ottenne il rebate, cioè la restituzione di parte dei contributi versati all’UE. Ogni anno, infatti, a Londra vengono rimborsati i due terzi dei contributi versati a Bruxelles in eccedenza rispetto a quanto il Paese riceve: circa 4 miliardi di euro all’anno. La Lady di Ferro aveva ottenuto il rebate minacciando di ritirare il Regno Unito dalla CEE; Cameron andò oltre quando, nel 2014, promise un referendum consultivo sulla permanenza nell’UE. Una spada di Damocle con la quale, in effetti, piegò i partner europei, che nel 2016 gli concessero quanto richiesto: soprattutto l’eliminazione del percorso già tracciato verso un’Unione più stretta.

La storica rivendicazione di Londra, contraria alla trasformazione dell’UE in qualcosa di più di un accordo commerciale tra Stati, è da sempre condivisa da Washington, che preferisce alleati deboli con i quali trattare singolarmente. Forte di questo successo negoziale, che sarebbe entrato in vigore solo dopo il referendum, Cameron dichiarò che avrebbe dato indicazione di voto favorevole alla permanenza nell’Unione. Quello che lo scommettitore di Londra non sapeva era che una vera macchina mediatica fatta di fake news, bugie, disinformazione si era abbattuta soprattutto sui cittadini delle zone rurali e dei piccoli centri urbani. E così il 23 giugno 2016 è entrato nella storia perché, per la prima volta, un Paese ha votato sì all’uscita e non all’ingresso nell’Unione Europea. È stata la prima “vittoria” dei manipolatori della rete come Steve Bannon, consulente per la comunicazione di Donald Trump, che dopo pochi mesi avrebbe vinto le presidenziali in USA. Manipolazione scientifica, che ha portato i cittadini di alcune contee depresse del Galles, sostenute fortemente dai finanziamenti comunitari, a votare contro chi garantiva loro il reddito.

Parole d’ordine: sovranismo, rifiuto dell’immigrazione, miglioramento dell’economia senza l’UE. Il copione, dalla Brexit in poi, si è ripetuto spesso e non solo in Europa.  Ma, finita l’ubriacatura, la trattativa per la separazione si è rivelata tutta in salita. L’Unione Europea, divisa quasi su tutto, sul fronte Brexit si è dimostrata incredibilmente compatta. Londra non può uscire gratis e soprattutto non può ripristinare la frontiera fra le due Irlande. La conseguenza più dolorosa per il governo conservatore è stata la scelta degli operatori finanziari e delle grandi aziende con sede nel Regno Unito, che da subito si sono attrezzati per tamponare un’uscita rovinosa migrando nel Continente. Oggi si sa che l’uscita senza negoziato – a meno che all’ultimo momento non si riesca a salvare capra e cavoli – avrà ricadute pesantissime per l’economia britannica. Chi ha votato leave perché pensava che sarebbe stato meglio ha capito che invece accadrà il contrario. Un errore, compiuto da una classe politica mediocre, sancito democraticamente ai tempi della manipolazione di massa via web. Una lezione non solo per il Regno Unito.

 

Annunci

Quando quest’ultima ondata di globalizzazione dell’economia ebbe inizio, con lo scoccare degli anni ’90, l’entusiasmo era il sentimento preponderante. Non tanto perché tutti fossero convinti che l’apertura dei mercati mondiali allo scambio di servizi e merci fosse cosa buona a prescindere, ma perché chi aveva dei dubbi rimase a guardare. Si diffondeva senza contrasti una narrazione epica della rivoluzione in corso, che si è poi avverata solo in parte: società più aperte, più ricche e meticce, vantaggi per tutti, nuovi mezzi di comunicazione che creavano l’illusione di vivere in un unico villaggio globale. Si dava il via alle delocalizzazioni produttive dai Paesi di vecchia industrializzazione a quelli emergenti. Masse di centinaia di milioni di contadini cominciavano a spostarsi verso le città della Cina, dell’Indonesia, dell’India, del Messico. Il reddito aumentava nei Paesi poveri e “teneva” in quelli ricchi. Nasceva il WTO, Organizzazione Mondiale del Commercio, per sancire la vittoria del libero mercato e regolare le controversie in campo commerciale.

La fede nella fine della Storia, come si diceva allora, portò addirittura a stabilire che il WTO dovesse trovare l’unanimità per decidere le regole mondiali. Andava così: chi poteva immaginare, allora, che qualcuno volesse opporsi alla narrazione della globalizzazione? Quell’onda di piena metteva alla pari democrazie e dittature, Paesi del primo e del terzo mondo, tutti insieme per costruire la mappa del futuro. Furono in pochi a segnalare per tempo i limiti di ciò che stava avvenendo, a dire che quel processo, in nome dell’apertura dei mercati, veniva condotto senza regole condivise, e anzi abbattendo regole preesistenti che tutelavano cittadini o Stati. Mancanza di regole sulla fiscalità globale, sui paradisi fiscali, sui temi ambientali, sulla mobilità delle persone, sul lavoro.

Pian piano molti nodi hanno cominciato a venire al pettine. Con la scoperta, ad esempio, che la delocalizzazione produttiva aveva sì creato molti posti di lavoro in Cina, ma stava desertificando intere aree in Europa o nel Nordamerica, dove non si riusciva più a garantire lavoro a intere comunità. I grandi soggetti multinazionali nati dalla rivoluzione tecnologica, quasi tutti statunitensi, erano diventati praticamente dei monopolisti, pagando percentualmente meno tasse del salumiere sotto casa e stroncando così qualsiasi ipotesi di concorrenza. Nei Paesi di vecchia industrializzazione, il passaggio dall’ottimismo alla preoccupazione è stato breve, e soprattutto foriero di cambiamenti nel rapporto con la politica, colpevole di aver ceduto sulla sovranità nazionale. La retorica “globalizzata” oggi è praticamente scomparsa: si è rivalutato il “territorio”, è tornata di moda la nazione, si stanno ipotizzando diverse modalità di autarchia. Si rifiuta la società meticcia e si demolisce a picconate il sistema multilaterale di relazioni.

Siamo quindi all’alba di una nuova era? È probabile, ma la globalizzazione è un dato irreversibile. Passata la sbornia attuale si lavorerà sulle riforme necessarie per adeguare il diritto internazionale e quello nazionale al nostro tempo, in un contesto multilaterale. Non esiste altra possibilità. Anche i fautori dell’approccio da “padroni a casa nostra” capiranno che, nel mondo attuale, è impossibile andare avanti senza cedere una parte della propria sovranità. Il punto è a quali condizioni, per quali obiettivi. Ma su temi come l’ambiente, la finanza, la mobilità delle persone le soluzioni o sono condivise o non sono vere soluzioni. Gli automatismi ideologici, che sono sopravvissuti alla morte ufficiale delle ideologie, non hanno portato nulla di buono.

 

 

 

La Corte internazionale di Giustizia dell’ONU ha emesso un verdetto che pone fine alle speranze della Bolivia di riuscire a riavere quell’accesso al mare che fu occupato dal Cile alla fine di un conflitto ottocentesco. Tra il 1879 e il 1883, infatti, Cile da una parte e Perù e Bolivia dall’altra combatterono la Guerra del Pacifico, conosciuta anche come Guerra del Salnitro. Le terre contese erano ricchissime di nitrato di potassio, fondamentale per la fabbricazione della polvere di sparo. La zona era quindi fortemente strategica e la vaghezza dei confini post-coloniali aveva permesso una strisciante occupazione da parte del Cile, sostenuto da capitali inglesi. A far esplodere il conflitto furono le concessioni rilasciate da Santiago agli investitori privati del salnitro, che il Parlamento boliviano non considerava valide. La guerra si risolse con la disfatta di boliviani e peruviani e con l’occupazione militare cilena di una vasta zona che includeva, oltre allo sbocco sul mare della Bolivia, la provincia più meridionale del Perù. Con l’accordo tra le parti del 1904 furono decretati la fine delle ostilità e il riconoscimento dell’occupazione. Così la Bolivia perse il suo mare, diventando un Paese chiuso nel cuore delle Ande ed escluso dalle comunicazioni dell’epoca. Anche il Perù subì un duro colpo, ma le sue maggiori risorse gli permisero di assorbirlo meglio.

Nelle regioni rimodellate dal colonialismo i confini nazionali furono – e tuttora sono – un problema difficile da risolvere. Le potenze coloniali europee, creando nuovi Stati, usarono raramente una logica basata sulla storia e sulle differenze culturali, ma fecero quasi sempre prevalere gli interessi commerciali o gli equilibri geopolitici del momento. Sono decine i Paesi disegnati sul planisfero che non rispondono a nessun criterio logico. Isole-Stato microscopiche, Paesi-enclave dentro un altro Stato, Paesi che sono contenitori generici di popoli spesso tra loro antagonisti, o che con le loro frontiere determinano la divisione di un unico popolo. È il dramma dell’Africa, il continente che più degli altri è diviso da confini usciti dalle cancellerie e dalle carte geografiche europee anziché dalla sua storia. Ma da questo problema non sono esenti nemmeno l’America Latina e l’Asia.

Nel solo sub-continente latinoamericano si contano, oltre alla Guerra del Pacifico, quella del Chaco (tra Paraguay e Bolivia), i diversi scontri fra Perù ed Ecuador, i conflitti tra Argentina e Brasile per il controllo dell’odierno Uruguay e la guerra fermata all’ultimo minuto tra Cile e Argentina per i confini oceanici. In Asia i conflitti più gravi si ebbero con la divisione del Vicereame inglese dell’India tra induisti e musulmani, che portò alla nascita di tre Stati differenti. Per non parlare dei Paesi che hanno subito mutilazioni gigantesche, come il Messico che perse metà del suo territorio inghiottito dagli Stati Uniti, o dei popoli rimasti senza patria, come i curdi, che da cittadini di una provincia dell’Impero Ottomano finirono “spartiti” fra quattro Stati.

La geografia politica non è mai stata neutra. Nei secoli ha rispecchiato l’avvicendarsi di grandi potenze che hanno ridisegnato il mondo da esse controllato, dai tempi dell’antica Roma a quelli della regina Vittoria. La situazione in molti casi è stata acquisita come dato di fatto, diventando inamovibile: spesso popoli e Stati non hanno la forza per riconquistare ciò che è stato loro sottratto con la violenza.

Come, appunto, la storia del povero Paese andino che perse il suo sbocco sull’Oceano Pacifico e non smise mai di rivendicarlo, addirittura mantenendo in vita una Marina di guerra senza navi e istituendo un anniversario per ricordare che una volta aveva il mare. La sentenza del Tribunale dell’Aia sancisce il principio che i trattati sui confini non si possono discutere. Anche quando sono stati strappati con le armi in pugno, anche se al momento della firma i contraenti erano vincitori e vinti, costretti a fingere di essere d’accordo.

 

La vicenda nordcoreana insegna parecchie cose sullo stato del mondo. Il poverissimo Paese asiatico, nel quale i cittadini sono condannati a vivere in una realtà virtuale ferma nel tempo e chiusa ermeticamente al resto del mondo, era il soggetto meno prevedibile in veste di negoziatore. E invece l’incontro con l’altra mina vagante della politica internazionale, il presidente statunitense Donald Trump, ha prodotto quello che molti definiscono un miracolo. Il dittatore Kim Jong-un ha accettato di negoziare con Trump e poi con il proprio omologo – per modo di dire – della Corea del Sud, Moon Jae-in, il più interessato alla pace con lo scomodo vicino del Nord. Un conflitto nucleare nella penisola coreana porterebbe di sicuro alla scomparsa dalla faccia della Terra della capitale del Sud, raggiungibile anche a semplici cannonate dal confine con il Nord. La trattativa ha avuto un quarto protagonista dietro le quinte, la Cina, che da molti decenni è l’unica certezza che ha la dinastia Kim per perpetuarsi al potere. Un’intesa non solo politica, ma anche economica grazie alla quale la Corea del Nord è riuscita a superare qualsiasi tipo di embargo.

Il processo di pace in Corea è diventato l’unico successo in politica estera spendibile dall’amministrazione Trump, che per il resto è stata incapace di incidere in Medio Oriente se non sbilanciandosi a favore di Israele, ha tentato di far saltare il faticoso accordo raggiunto tra USA-UE-Iran, si è guadagnata antipatie in Messico e ha alzato il livello dello scontro come mai prima con l’Europa e il Canada. Questo unico successo è il segnale che, mentre sugli scenari che richiedevano abilità diplomatica Trump ha fallito miseramente, quando ha avuto a che fare con un dittatore dai tratti paranoici è riuscito a cantare vittoria. Ma sono gli Stati Uniti e la Corea del Sud i veri vincitori? Probabilmente no: il grande dividendo degli accordi sarà tutto a vantaggio del dittatore Kim. Il regime nordcoreano, infatti, ora ha un enorme potere di ricatto nei confronti di Paesi vicini e lontani, avendo concesso solo vaghe promesse di disarmo dell’arsenale nucleare. Kim ha detto di aspettarsi segnali di “reciprocità” dagli Stati Uniti, che probabilmente si tradurranno nell’allentamento delle sanzioni economiche o addirittura nell’erogazione di aiuti diretti. L’obiettivo prioritario è stato però già conquistato: la Corea del Nord è uscita dal pugno di nazioni-paria a rischio di ritorsioni militari. È bastato il lancio di qualche missile sopra il Giappone per spostare gli equilibri a suo favore. Ovviamente negli accordi non si parla della natura del regime, dei diritti umani nel Paese-lager né delle colpe del dittatore, fino a poco tempo fa accusato di ogni nefandezza, tranne forse di cannibalismo.

È una lezione per il resto del mondo. La rispettabilità si guadagna arricchendo l’uranio, i grandi ti prendono in considerazione se fai il pazzo, i vicini ti rispettano solo se ti temono. Nell’Iran che ha smantellato, provvisoriamente, il suo programma nucleare si sente già l’eco della lezione coreana, con alcuni esponenti radicali del regime che proclamano «L’avevamo detto». In realtà non si tratta di una novità assoluta, anzi. La storia del Novecento è ricca di esempi di questo tipo, ma questa logica si pensava archiviata e sepolta insieme a milioni di morti inutili. La faccia feroce paga in politica internazionale, e paga sempre di più anche in politica interna. Forti con i deboli e deboli con i forti. Kim Jong-un, il dittatore feroce e spietato, ora è candidato al Premio Nobel per la pace. La Realpolitik mondiale sta per sancire un nuovo condono, la politica di potenza è tornata prepotente.

 

Quest’estate si è confermato il dato divenuto ormai consueto verso la fine di agosto: anche nel 2018 la temperatura media registrata nel mondo è salita, facendo segnare un nuovo record. E tra luglio e settembre si è drammaticamente manifestata l’intera gamma di fenomeni associata al cambiamento climatico: incendi, siccità, nubifragi, uragani, afa record. Il campanello d’allarme sulle condizioni di salute della Terra sta suonando da anni, ma rimane inascoltato. L’ultimo grande tentativo di porre rimedio al cambiamento climatico, o almeno di rallentarlo, è stato l’accordo raggiunto a Parigi nel 2015, ma è bastato l’arrivo di un nuovo inquilino alla Casa Bianca perché buona parte delle linee guida e degli impegni scaturiti da quella conferenza fossero dimenticati.

C’è chi continua a inquinare molto, come i Paesi dell’Asia industrializzata o gli Stati Uniti, e chi ha fatto passi in avanti, come l’Unione Europea o la piccola Costa Rica, ma i “virtuosi” non pesano a sufficienza per bilanciare il tutto. Soprattutto perché è tornata protagonista una fonte energetica fossile che si pensava sarebbe stata totalmente eliminata dal ciclo produttivo: il carbone, responsabile per l’80% delle emissioni di CO2 del settore energetico. L’illusione dell’abbandono del carbone era stata alimentata dalla Cina, che da sola è responsabile del 50% del consumo globale e che fino al 2016 aveva ridotto il ricorso a questa fonte. Ma dal 2017 l’estrazione carbonifera a livello globale è tornata a crescere soprattutto per l’aumentata domanda dell’India, secondo Paese al mondo per consumo. Nel frattempo anche negli Stati Uniti l’industria del carbone, da tempo in declino, ha registrato un aumento di produttività e di export, così come promesso in campagna elettorale da Donald Trump. E anche la Germania non ha abbandonato definitivamente la lignite.

L’ennesima illusione che oggi ci viene proposta come soluzione all’inquinamento sono le automobili elettriche. Ma proprio l’aumento della domanda di elettricità ha paradossalmente fatto tornare protagonisti il carbone e la lignite: macchine pulite, elettricità sporca potrebbe essere lo slogan. Allo stesso modo l’industria “smart”, che si sgancia sempre di più dall’impiego diretto dei combustibili fossili, è dipendente dall’elettricità generata ancora in alta percentuale da energia fossile.

Il cambiamento climatico sta mutando le condizioni di vita, le abitudini e l’economia di molti territori. Così come nel Galles si stanno impiantando vigneti e in Groenlandia si torna a coltivare la terra, in Australia e in California la siccità e gli incendi stanno riducendo la capacità produttiva di un’agricoltura ormai a rischio. I profughi climatici non esistono più solo nelle previsioni e nei report, spesso giudicati “provocatori”, degli esperti dell’ONU: sono diventati una realtà drammatica, in Africa come in molte regioni in rapida desertificazione di Paesi ad alto reddito. Da un sondaggio condotto nel 2017 in 38 Paesi è emerso che il cambiamento climatico è considerato dal 61% del campione la seconda minaccia alla sicurezza del mondo dopo l’ISIS. Una minaccia molto selettiva dal punto di vista sociale, perché le sue conseguenze si abbattono soprattutto sui mondi rurali dove gli agricoltori non sono sostenuti dallo Stato, mentre nelle città il caldo uccide senzatetto, anziani e malati poveri, cioè quelle categorie che non possono permettersi abitazioni climatizzate e muoiono a decine, se non a centinaia, ormai ogni estate in Europa.

Del cambiamento climatico si discute ormai da decenni. Per molto tempo è rimasto un tema per ambientalisti e per scienziati, mentre la politica si limitava a fingere di ascoltare. Oggi le sue conseguenze bucano il muro del silenzio che sopra questa vicenda è stato costruito. Il cambiamento climatico non è più esercizio teorico, ma drammatica realtà percepita da qualsiasi cittadino. Eppure la politica continua a prendere tempo, incurante del fatto che il tempo è ormai quasi scaduto, prima che si giunga a scenari poco rassicuranti per tutti.

 

L’accordo preliminare della nuova intesa commerciale con il Messico è il primo atto concreto in materia di politica commerciale dell’amministrazione Trump. Ovviamente al netto dei dazi, che però da soli non costituiscono una politica. Finora l’inquilino della Casa Bianca si era prodigato in una serie di no, buttando via anni e anni di negoziati promossi dai suoi predecessori. Il primo no è stato quello al TPP, l’accordo di libero scambio del Pacifico fortemente voluto da Barak Obama. Più importante ancora il TTIP, l’accordo di libero scambio Usa-UE, che molto probabilmente non sarebbe passato per le divisioni tra i partner europei e per la pressione della società civile, ma che alla fine è stato congelato da Donald Trump in persona.

Con l’annuncio del pre-accordo con il Messico, al quale potrebbe aggiungersi il Canada, viene archiviato il Nafta, l’accordo di libero scambio del Nord America firmato da George Bush e inaugurato da Bill Clinton il primo gennaio del 1994. Il Nafta fu il primo di una nuova tipologia di accordo commerciale. Delineate alcune protezioni su pochi settori scelti dai firmatari, per il resto venivano abolite le frontiere commerciali e produttive tra i paesi creando un nuovo grande mercato praticamente unificato. Diverso dall’UE però, senza compensazioni, senza una politica estera commerciale comune, senza fondi strutturali, senza un governo né un controllo democratico come quello esercitato dal parlamento europeo. Per i paesi minori, Messico e Canada, l’accordo ha portato all’aumento dei loro scambi con gli USA, ma fino al punto di dipendere quasi interamente da quel mercato. Conseguenze non calcolate al momento della firma sono state ad esempio la delocalizzazione del lavoro statunitense in Messico per via del costo della manodopera, oppure il riversamento in Messico delle eccedenze agricole sovvenzionate statunitensi che hanno distrutto il mercato agricolo messicano dei piccoli e medi produttori. Quel mondo agricolo che velocemente si è riconvertito alla coltivazione di sostanze stupefacenti e passato sotto il controllo dei cartelli del crimine.   Dopo 24 anni, il Nafta è stato un affare per i grandi soggetti dell’economia dei tre paesi, dalle multinazionali ai signori della droga, ma molto di meno per i lavoratori, dagli operai di Detroit ai braccianti messicani. Il nuovo accordo che Usa e Messico firmeranno è un passo indietro rispetto al Nafta, visto che si tratta di un semplice accordo bilaterale (trilaterale se aderirà il Canada) di scambio commerciale. Non più un’area comune, un diritto specifico per risolvere le controversie, l’obbligo di dovere spalancare il proprio mercato. Uno dei punti cardini dell’intesa è alla voce automobili, di cui il Messico è un grande esportatore negli USA. L’accordo prevede che le auto esportate negli USA siano prodotte da operai che non guadagnano meno di 16 dollari l’ora, e che le parti utilizzate siano almeno al 90% prodotte nella regione (contro il 62% attuale). Con questa clausola, nessuno potrà più utilizzare il Messico per produrre macchine competitive in base al costo della manodopera o all’uso di parti provenienti dall’Oriente da esportare negli USA. Si suppone che clausole come questa riportino lavoro negli USA, cosa tuta da verificare. Il Messico torna invece libero di firmare accordi commerciali con altri paesi, cosa che il Nafta ostacolava anche se non impediva. La Cina, da quando ha vinto le elezioni Trump, fa la corte al Messico per firmare un importante accordo, ma anche l’area del Pacifico e il rapporto con il Sudamerica interessa molto a Città del Messico. Il paese che rischia di più è il Canada, in quanto parte integrante dell’economia statunitense che ora però rimette di nuovo le frontiere economiche. Per questo motivo Trudeau da tanta importanza alla firma del trattato CETA con l’Europa, anche il Canada ha bisogno di diversificare i clienti e i fornitori.

La risposta delle Borse all’annuncio del nuovo trattato è stata spumeggiante, non tanto perché l’accordo in sé sia positivo, ma perché dimostra la volontà della Casa Bianca di non portare fino in fondo sole politiche isolazionistiche. Trump ha applicato con successo la sua politica del dividere per fare pesare la potenza del suo paese. Non ha ridiscusso il Nafta insieme agli altri due partner, ma li ha affrontati uno ad uno.  Il presidente degli Stati Uniti sarà sì no-global, a modo suo ovviamente, ma capisce benissimo che il suo paese dipende dai rapporti con il mondo e l’economia le sta dando ragione. I numeri della crescita e dei nuovi posti di lavoro che si continuano a creare negli Stati Uniti varranno al momento del voto molto di più delle vecchie storie a sfondo sessuale.

 

01trump_hp2-videosixteenbynine1050-v2_0

“Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste. E io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata!” I versi della poetessa Emma Lazarus scolpiti sul basamento della Statua della Libertà, con la quale la Francia rese omaggio alla grande nazione americana nel 1886, sono una pietra miliare della storia americana. Gli Stati Uniti come terra promessa, rifugio dei perseguitati e dei miserabili. Terra di opportunità per tutti – con l’eccezione dei nativi americani e, fino a tempi recenti, degli afroamericani – è uno degli elementi che più hanno definito l’identità degli Stati Uniti, e in generale di tutti i Paesi del continente. Se la cultura europea non ha un vissuto storico di inclusione, ma piuttosto di espulsione, per quella americana vale l’esatto contrario. Per questo motivo oggi le nuove restrizioni in materia migratoria introdotte da Donald Trump fanno tanto scalpore.

Non ci sarebbe storia statunitense senza il contributo dei milioni di uomini e donne che si riversarono nel continente americano, fuggiaschi dalle carestie come i Ford, i Reagan o i Kennedy, dalle persecuzioni per motivi religiosi come i padri fondatori, o più semplicemente in qualità di migranti economici come i Bush o i Trump. Paese geloso del suo ius soli, ma che oggi separa i padri dai figli dividendo famiglie che, dopo avere accarezzato il sogno americano, si ritrovano disperse tra due Paesi. Arrivando fino all’aberrazione dei veri e propri campi di detenzione per minorenni strappati alle madri durante l’attraversamento del confine sud. Ed è proprio quel lungo confine con il Messico il punto debole nella linea Maginot immaginata dall’attuale amministrazione. Dal confine lungo il Río Bravo e dai deserti si riversano ogni giorno le vittime delle politiche fallimentari degli Stati Uniti. Si tratta di profughi a tutti gli effetti, che scappano dalle guerre civili striscianti che colpiscono il Messico, il Guatemala, l’Honduras, El Salvador. Paesi centroamericani, quelli delle banane, dove Washington ha dettato legge per decenni, imponendo regimi, finanziando organizzazioni paramilitari, coprendo eccidi e genocidi. Paesi sconvolti dall’azione impunita delle maras, le gang originarie della California, dove i profughi salvadoregni crearono gruppi di autodifesa diventati poi bande criminali, successivamente esportate in Centroamerica con le politiche di deportazione di George Bush.

Peggio ancora il caso del Messico. Un grande Paese che dopo la firma del Nafta, il mercato economico dell’America Settentrionale, è stato scelto per il passaggio della droga verso il grande mercato statunitense. Il potere militare e finanziario dei cartelli messicani è diventato pari o superiore a quello dello Stato. La guerra alla droga del presidente uscente Enrique Peña Nieto ha prodotto negli ultimi anni oltre 60.000 vittime e un numero imprecisato, si stima circa 100.000, di desaparecidos del narco. La situazione messicana fotografa il fallimento della DEA, la Drug Enforcement Administration, e della CIA, che hanno voluto gestire il narcotraffico per tenerlo sotto controllo, spesso utilizzandolo anche per loschi motivi politici. Basta vedere uno dei tanti serial di Netflix sul fenomeno per capire come interi Stati siano stati consegnati alle forze del crimine che non solo uccidono, ma corrompono fino alle fondamenta la vita pubblica dei Paesi dove operano.

Il Mediterraneo degli Stati Uniti è largo pochi metri e per questo poco difendibile. Come per l’Europa rispetto all’Africa, l’unica prevenzione sarebbe favorire lo sviluppo economico e la lotta al crimine organizzato. Si punta invece sui muri e su politiche disumane, che hanno portato la stessa moglie del presidente Donald Trump a prendere le distanze. In un Paese dove è impossibile appellarsi al sangue o alla razza per distinguere chi è dentro da chi è fuori, l’ultima spiaggia è caricare di valenze negative il concetto di clandestino. Di quelle persone cioè che fuggono rischiando la propria vita e quella dei propri figli, di quelli che lavorano in nero nell’agricoltura o nei servizi, di quelli che vorrebbero a tutti i costi dimenticare l’incubo delle loro vite passate. Come i Ford, come i Kennedy, come i Trump. Ma quelli erano altri tempi. La Statua della Libertà simboleggia la Ragione che trionfa: oggi purtroppo molto di meno.

 

January 31, 2017