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Il Risiko è un gioco di società nato in Francia nel 1957 e arrivato in Italia undici anni dopo.  Il suo nome originale era “La conquista del mondo”, e proprio di quello si tratta: conquistare una serie di territori raggruppati in modo casuale. Nel Risiko non conta la potenza economica – e nemmeno le alleanze, che non sono previste – ma solo la forza militare, espressa in carri armati a disposizione. All’epoca il Risiko era davvero un gioco di fantasia, perché nel contesto della Guerra Fredda e dei rapporti Nord-Sud le conquiste militari dovevano sempre fare i conti con il peso delle economie e con l’appartenenza all’uno o all’altro dei due blocchi in cui il mondo era diviso.

Quelle stesse caratteristiche rendono invece il Risiko molto simile alla situazione odierna, soprattutto a quella siriana, ma non solo. Le conquiste oggi possono davvero essere random, prescindendo da blocchi ideologici che non esistono più, e possono essere portate a termine anche da potenze relativamente modeste sotto il profilo economico. La stessa Russia di Putin, che ha un PIL inferiore a quello brasiliano, è un nano economico, eppure grazie alla sua forza militare riesce a esercitare un potere di intervento decisivo in aree disparate come l’Ucraina, la Siria, il Venezuela o Cuba. Se vogliamo invece, per gioco, equiparare occupazioni militari e “occupazioni” economiche, anche la strategia mondiale cinese ricorda molto il Risiko, con la conquista di territori apparentemente marginali, come l’Africa e l’America Centrale, per tenere sotto scacco la grande potenza USA.

In questo mondo deregolamentato e deideologizzato la forza militare, o almeno la sua rappresentazione, ha un peso determinante. Anche per essere lasciati in pace, come ha dimostrato la vicenda della Corea del Nord, che ha sapientemente sfruttato la minaccia nucleare. A risentirne è la politica, e di conseguenza la democrazia. Lo scenario favorisce infatti l’affermazione di figure che, una volta al potere, si trasformano in autocrati e perpetuano se stessi, anche barando sulle regole. Erdoğan e Putin sono due validi esempi, ma anche Trump e Bolsonaro sono sospettati di avere utilizzato carte truccate per vincere le elezioni nei rispettivi Paesi. I cittadini sono invece sempre più lontani dalle stanze dei bottoni: vengono relegati dal potere al ruolo di gregari, di follower sui social.

In questo contesto, l’Ecuador è in controtendenza. I movimenti indigeni raggruppati nella confederazione Conaie hanno infatti riportato una pesante vittoria sul governo di Lenín Moreno che, dopo avere firmato un accordo con il Fondo Monetario Internazionale, tra le altre misure aveva deciso di eliminare le sovvenzioni statali sui carburanti. Combustibile che serve non solo al traporto dei privati, che in genere non hanno problemi economici, ma anche a muovere i mezzi di trasporto collettivi e i camion che trasportano le merci prodotte dalle comunità rurali. Insomma, una misura che colpiva i ceti più bassi della società, quindi gli indigeni, in un Paese che esporta petrolio. La mobilitazione indigena ha prima obbligato il governo a traslocare dalla capitale Quito a Guayaquil, e poi lo ha indotto a eliminare il decreto incriminato e a ridiscutere gli accordi con il FMI.

La vittoria appartiene soltanto agli indigeni, ma il governo l’ha festeggiata come positiva e addirittura il FMI l’ha definita “salutare”. Perché anche questa è la cifra dei nostri tempi: raccontare le cose come conviene, se necessario falsando la realtà, per apparire sempre vincenti.

La vicenda ecuadoriana può apparire marginale, ma insegna che a essere potenti non sono soltanto gli Stati dotati di forti eserciti, quelli impegnati nel nuovo Risiko. Possono esserlo anche i cittadini organizzati. Gli indigeni che hanno piegato governo e FMI non avevano a disposizione carri armati, ma tanta determinazione. Una forza che ancora può fare la differenza.

 

L’orso in Africa

Pubblicato: 8 novembre 2019 in Mondo
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Da anni ormai si scrive e si discute sulla presenza cinese in Africa. Un continente nel quale Pechino ha individuato non soltanto un produttore di materie prime strategiche, ma anche un mercato quasi vergine. Ed è proprio questa l’importante novità: oltre a estrarre e importare minerali, petrolio e prodotti agricoli, la Cina ha effettuato grossi investimenti acquistando terre e, soprattutto, impiantando apparati industriali di discreto livello. Ciò, in molti Paesi, ha consentito di avviare per la prima volta una trasformazione in loco delle materie prime grezze.

Meno attenzione si presta invece alla presenza africana di altri grandi Paesi, come India, Brasile e soprattutto Russia. È stata proprio Mosca, recentemente, a lanciare un’offensiva diplomatica attraverso la quale punta a recuperare un ruolo importante in Africa, come ai tempi dell’Unione Sovietica. La Russia ha da offrire soprattutto cooperazione militare, cioè armi e addestramento. Merce sempre richiesta e che Mosca si impegna a fornire, dopo aver siglato 20 accordi di cooperazione militare negli ultimi quattro anni. Oggi la Russia di Putin è il primo fornitore di armi in Africa con il 35% del mercato, contro il 17% della Cina e il 10% degli Stati Uniti. Ancora, le agenzie russe di mercenari sono attivissime nel sostenere il generale Khalīfa Haftar in Libia, in cambio di petrolio, e anche il governo della Repubblica Centrafricana. Proprio in questo Paese potrebbe essere costruita la prima base militare russa in Africa.

Ma l’interesse russo non si esaurisce qui. Il Cremlino ha messo a punto un pacchetto che propone di fornire tecnologia e know how per sfruttare meglio i minerali, ovviamente in cambio di concessioni minerarie e commesse per la costruzione di ferrovie, strade e centrali nucleari, una delle specializzazioni dei russi. Che sono già impegnati nella costruzione della prima centrale nucleare egiziana, mentre sono molto avanzate le trattative per dotare anche l’Etiopia di questa tecnologia.

Lo scambio economico tra l’Africa e Mosca resta comunque molto modesto: 20 miliardi di dollari di scambi commerciali all’anno contro i 200 della Cina e i 300 dell’Unione Europea, ma l’intenzione è raddoppiarlo in due anni. Nel recente forum Russia-Africa, tenutosi a Sochi sulle rive del Mar Nero, sono stati firmati contratti e intese per un controvalore di 11 miliardi di dollari, accompagnati dall’annuncio della cancellazione dei debiti, a dire la verità inesigibili, accumulati dai Paesi africani nei confronti dell’Unione Sovietica. La diplomazia commerciale russa si pone dunque esplicitamente in continuità con quella sovietica. Da un lato, Mosca si concentra su quegli Stati che un tempo erano “amici” dell’Urss, come Angola, Mozambico, Etiopia o Libia; dall’altro lancia un messaggio ai leader africani, in buona parte illegittimi o sospettati di gravi violazioni dei diritti umani, lasciando intendere che non solleverà mai problemi legati a questi temi. Con Mosca non si rischia l’embargo né altre sanzioni. Anzi, arriveranno armi a qualsiasi condizione, ed eventualmente anche mercenari.

In questo senso l’amicizia con la Russia appare molto più interessante, almeno in certi contesti, rispetto a quella con la Cina che, per via degli stretti rapporti con gli Stati Uniti, almeno formalmente deve “stare attenta” al comportamento che tiene in Africa. Putin gioca invece a tutto campo, approfittando della disarticolazione del mondo di oggi, rinverdendo la geopolitica dell’Unione Sovietica, riconvertita però a pura politica di potenza. Il risultato è che, in Africa, Russia e Cina sono complementari. Una fa ciò che l’altra non è in condizioni di fare: la Cina degli investimenti miliardari e la Russia delle mani libere, per rifornire tutti di armi. È un’accoppiata che in altri scenari si fa più fatica a vedere, ma che nel fragile contesto africano si fa sentire, eccome.

 

Quale sia il punto di rottura di una società e quale sbocchi possano avere le rivolte spontanee non è chiaro. Nel senso che non è mai il detonatore della protesta, di solito una misura antipopolare, ciò che spiega la marea sotterranea che all’improvviso esce in superficie travolgendo la politica come sta succedendo in Libano, Ecuador o Cile. Situazioni diverse, ma con punti in comune che riguardano il rifiuto della corruzione, il rifiuto delle ricette belle e pronte degli organismi finanziari internazionali, il disconoscimento di classi politiche asservite agli interessi di pochi. Le odierne rivolte, per quanto spesso ad alta intensità di violenza, sono una disperata richiesta di democrazia. Non soltanto formale, anche perché si verificano in paesi dove si vota regolarmente, ma sostanziale. Se la liturgia democratica blocca piuttosto che spinge le riforme necessarie perché le maggioranze possano godere dei diritti economici, dei benefici della crescita economica, allora si scende in piazza per riappropriarsi del diritto a decidere.

Dopo la falsa illusione della fine della storia, anche la teoria delle società liquide è in crisi. Sempre più gente in diversi punti del pianeta torna a rischiare la propria pelle per dire basta, ma non è la classica rivolta dei dannati della terra dei tempi della decolonizzazione, è la protesta disperata dei precarizzati, degli impoveriti, di coloro che trovano sbarrato il loro futuro. Un mondo nel quale uno doveva valere uno, tutti uguali nel grande pentolone della globalizzazione, e che si scopre ora più classista e razzista di prima. Non convincono ormai più le pubblicità seducenti che raffigurano un mondo di cittadini uguali davanti alla tecnologia e al futuro. Quel futuro è segnato se non si ritorna a immaginarlo diversamente e ad agire di conseguenza. Ogni protesta ha matrici diverse e sbocchi diversi, prendono più forza dove dietro c’è un’organizzazione sociale in grado di negoziare e di rappresentarla. È più caotica dove non vi sono istanze pronte a guidare e incanalarla. Ma questo alla fine non è un limite, come si sta vedendo, perché la stessa forza dirompente dei cittadini parla a un potere che annaspa. Nel copione del XXI secolo non c’era la stagione che si sta aprendo. Che sicuramente sarà fucina di nuove formazioni politiche e di ribaltoni futuri. Nemmeno i grandi dell’economia mondiale sanno bene cosa dire, esaurito il repertorio della comprensione, a parole, delle cause che portano la gente in piazza. Il tempo delle parole che e delle buone intenzioni si sta esaurendo velocemente. Sia quando si parla di ambiente sia quando si parla di diseguaglianza. Ormai suonano totalmente stonati i grandi proclami sulla sostenibilità e la lotta alla povertà. Oggi si sta svegliando un mondo che non ha più tempo per le parole, vuole fatti concreti. E se la politica tradizionale non li produce allora si torna a fare politica dal basso, anche scontando violenza e caos. Si torna a rischiare in proprio, si spengono gli schermi del mondo virtuale e si torna a lottare per cambiare quello reale. Non sarà una passeggiata, ma nemmeno un passaggio effimero. Questa protesta anti-sistema, che però non si pone come obiettivo abbatterlo ma riformarlo profondamente, ha le gambe lunghe. E quando i Piñera, i Moreno, gli Hariri, i fondo-monetaristi riconoscono di avere sbagliato, chiedono scusa, hanno già perso.

 

Il cambiamento di alleanze nello scenario siriano ha stupito molti, ma in realtà segue una sua perversa logica. Gli Stati Uniti, almeno a parole, avrebbero scaricato gli alleati curdi siriani dandoli in pasto alla Turchia di Erdoğan, che è pronta a spazzarli via dalla zona di confine, occupando anche una fascia di territorio siriano a dispetto di qualsiasi regola del diritto internazionale. Purtroppo nulla di nuovo. Nella sua storia il popolo curdo, appartenente al grande gruppo linguistico indoeuropeo, ha trovato un momento di unità soltanto quando, sotto l’Impero Ottomano, costituiva la provincia del Kurdistan. Poi i curdi sono diventati forse la più importante tra le nazioni senza Stato e senza diritto. Cioè dei gruppi etnici, linguistici, religiosi e politici che, nel periodo della configurazione degli Stati odierni, restarono senza uno Stato riconosciuto. All’epoca non si trattò dell’esproprio di un territorio, come nel caso dei palestinesi o dei sahrawi, il popolo del Sahara occidentale, bensì della negazione di una soggettività politica sovrana.

Insomma, dal punto di vista del diritto internazionale, i curdi sono più simili ai popoli nativi americani che ai palestinesi. Nessuna istanza internazionale sostiene il loro diritto all’autodeterminazione. Eppure qualcosa è cambiato negli ultimi anni. In particolare nel caso del Kurdistan iracheno – di fatto i curdi autogovernano il nord dell’Iraq come se fosse uno stato autonomo – e anche in Siria, a seguito del valore militare dimostrato dai curdi nella lotta contro Daesh. Più che ai curdi iracheni, però, quelli siriani sono vicini a quelli turchi, e quindi assimilabili, secondo Ankara, ai “terroristi”. Termine col quale la Turchia, Stato nel quale attualmente la democrazia è sospesa, qualifica chi si batte per l’autonomia o l’indipendenza curda.

Gli Stati Uniti invece non hanno opinioni in merito. Hanno usato i curdi, come altre decine di popoli in giro per il mondo, come strumento della loro politica estera. Senza la copertura aerea e le armi statunitensi, difficilmente i curdi avrebbero vinto Daesh. Ma lo stesso si può dire per gli Stati Uniti, se non avessero avuto il supporto dei curdi sul campo. Qualcosa di simile era già successo all’epoca della guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, il quale fu catturato proprio dai curdi e poi consegnato ai marines. I curdi erano stati sollecitati da Washington affinché si ribellassero contro il tiranno, per poi essere dimenticati al momento di riorganizzare il Paese dopo il conflitto: in quel caso riuscirono lo stesso a tutelare la loro autonomia. Il destino delle nazioni senza Stato è questo, accettare alleanze spericolate nella speranza che ciò li avvicini all’agognata indipendenza, per poi essere regolarmente traditi.

Oggi i curdi sono stati traditi non soltanto dagli Stati Uniti ma anche dai membri della coalizione vincente in Siria. Davanti alla minaccia di creazione di un protettorato turco dentro i confini siriani, non si è alzata nessuna critica né da parte dell’Iran né del miracolato dittatore Bashar al-Assad, che probabilmente vede di buon occhio che sia qualcun altro a “sistemare” i curdi. Soprattutto, se la Turchia sta violando le frontiere siriane, oltre al palese disco verde di Washington ha anche quello della Russia, la vera vincitrice del conflitto siriano.

Perché questa unanimità contro i curdi da parte di potenze tra loro antagoniste, come USA e Russia? Perché le nazioni senza Stato spaventano, sono pericolose: se riescono a diventare Stato alimentano le cento cause irrisolte che in tutto il mondo riguardano i diritti dei popoli. Per questo i popoli come i curdi sono utili nei momenti di caos geopolitico, come nel conflitto siriano, ma diventano scomodi non appena la situazione si normalizza. Sono carne da cannone, combattenti che si possono sostenere anche militarmente perché colpiscano il nemico del momento, ma che poi vanno ridotti in condizione di non nuocere. E soprattutto senza mai consegnare loro l’agognato premio, l’indipendenza. Sarebbe un cattivo esempio, e di brutture il mondo è già pieno.

 

L’informazione moderna spesso ignora i collegamenti tra eventi apparentemente distanti e diversi. Per questo i fatti dell’estate del 2019 sono stati di difficile lettura. Parliamo dell’effetto domino determinato lo scorso mese di maggio dalla decisione unilaterale di Donald Trump di applicare dazi alle merci cinesi. Al netto delle ragioni statunitensi sullo sbilanciamento ai loro danni dello scambio commerciale tra le due potenze, la sottomissione della Cina al volere dell’inquilino della Casa Bianca non si è verificata, smentendo Trump. La Cina, con il suo modo di agire diplomatico e senza spettacolarizzazioni, ha invece replicato da una parte abbassando ulteriormente il valore della propria moneta e rendendo quindi meno caro l’import di merci cinesi, e d’altro canto con ritorsioni dirette, concentrate soprattutto sull’export agricolo USA. Per quanto la Cina rimanga al momento il terzo acquirente di materie prime agricole statunitensi, nel 2018 ha dimezzato il valore delle importazioni rispetto all’anno precedente, scendendo a 9 miliardi di dollari, e per il 2019 si prevede l’azzeramento degli acquisti. La Cina comprava dagli USA soprattutto soia transgenica per alimentazione animale, carni suine e latticini. Il crollo dell’export verso il Paese asiatico è un duro colpo per il settore agricolo a stelle e strisce, che le abbondanti sovvenzioni erogate da Washington non riescono ad attutire.

A questa notizia si collega la vicenda amazzonica, con gli oltre 8.000 incendi, tutti dolosi, che quest’estate hanno devastato migliaia di chilometri quadrati di foresta. Il collegamento è semplice: la Cina deve ora aumentare esponenzialmente gli acquisti di soia in Brasile e in Argentina, per compensare i mancati acquisti negli Stati Uniti. Se a questa domanda si aggiunge un presidente come Jair Bolsonaro, che non vedeva l’ora di sfruttare l’Amazzonia brasiliana in senso produttivo, il rogo è servito.

Ma l’incendio estivo dell’Amazzonia ha riaperto un altro tavolo, quello dell’Unione Europea che aveva appena firmato un accordo di libero scambio con il Mercosur, quindi con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Un accordo le cui trattative si erano trascinate per oltre vent’anni, perché le lobby agricole dei grandi produttori europei, soprattutto Francia e Polonia, hanno sempre fatto pressioni affinché non si arrivasse alla firma. Cosa temono i produttori europei, fermo restando che i prodotti agricoli del Mercosur sono già sul nostro mercato da anni? L’abolizione dei dazi e quindi la perdita del differenziale dei prezzi artificiosamente favorevoli su carne, grano, frutta e vino europei. Irlanda e Austria hanno già dato indicazione negativa alla ratifica, e i roghi amazzonici sono stati l’alibi dei politici che avevano sottoscritto l’accordo, come Emmanuel Macron e Angela Merkel, per minacciarne la sospensione. Anche la grande lobby agricola europea, foraggiata da decenni di aiuti comunitari, ha strategicamente deciso di anteporre alle proprie ragioni di parte la critica agli accordi con quei Paesi che distruggono l’ecosistema e sfruttano la manodopera. Si appropriano quindi delle parole d’ordine dei movimenti che chiedono legittimamente che gli accordi di libero scambio avvengano con altre modalità e garanzie per lavoratori e consumatori per tutelare invece i loro interessi di parte.

Ed ecco dunque l’effetto domino: Trump che colpisce i cinesi, i cinesi che non comprano più grano negli Usa, il Brasile che si “attrezza” per aumentare la sua offerta agricola e l’opinione pubblica europea che viene usata come paravento dal grande agrobusiness continentale. Un intreccio che dimostra quanto il mondo sia ormai interconnesso e non consenta soluzioni individuali ai grandi temi dell’ambiente e della sicurezza alimentare. Ma anche come l’opinione pubblica possa essere facilmente strumentalizzata per tutelare i grandi interessi.

 

L’onda lunga della politica commerciale del presidente Donald Trump risveglia New Delhi. L’India ha imposto dazi più alti su un paniere di 28 beni importati dagli Stati Uniti, e le tariffe possono arrivare fino al 70%. È questa la risposta, che si concentra soprattutto sull’import agricolo, al rifiuto degli Stati Uniti di esentare dai dazi le importazioni di alluminio e acciaio indiano. L’India si è vista cancellare, infatti, un trattato che le consentiva di esportare sul mercato USA, senza imposte, merci per un valore fino a 5,7 miliardi all’anno. Per il Paese asiatico, sempre in bilico tra protezionismo e aperture di mercato, basta e avanza per programmare ritorsioni.

Nel 2018 lo scambio tra i due Stati aveva raggiunto un valore di 142 miliardi di dollari, ma ora rischia di calare notevolmente. Eppure, per gli Stati Uniti, l’India non è una rivale come la Cina, anzi: la potenza indiana è stata sempre favorita da Washington proprio in quanto argine all’espansionismo commerciale e militare della Cina in Asia. È l’India, infatti, che fa da contrappeso a Pechino nell’Oceano Indiano, anche dal punto di vista militare, soprattutto da quando lo Sri Lanka ha cominciato a gravitare nell’orbita cinese. La clava dei dazi, diventata l’architrave della politica estera di Trump, sta lasciando sul campo molti feriti proprio tra gli alleati storici degli Stati Uniti: India, Messico, Canada e ora anche l’Europa, contro la quale si prepara un attacco che prenderà di mira i settori dell’agroindustria e delle automobili.

La promessa contenuta nello slogan «America first», che ha caratterizzato la campagna elettorale di Trump, comincia mostrarsi in tutti i suoi aspetti con lo sviluppo di questa guerra commerciale. Per la prima volta dai tempi della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno scelto di fare valere la loro potenza economica e militare non per confermare la supremazia geopolitica mondiale, bensì per avere un tornaconto economico immediato.

Che Trump non sarebbe stato un presidente interventista in politica estera era nelle cose. Ora però è chiaro che il mezzo ritiro degli USA dal Medio Oriente, l’inconsistenza nei confronti di Cuba e Venezuela, la latitanza dagli scenari africani e la scelta di sostenere in Europa soltanto il partito inglese della Brexit sono tutte tappe intermedie di una strategia. Che potremo denominare “Fortress America”: cioè trasformare il Paese-guida della globalizzazione in un mercato che torni a produrre in casa ciò che aveva delocalizzato, in una fortezza che si difende a ogni costo da chi vuole entrarvi, con il muro al confine o con le estorsioni nei confronti del Messico.

E nulla importa se, solo un mese fa, il segretario di Stato Mike Pompeo aveva firmato accordi di cooperazione militare con l’India o se, a parole, qualcuno ha minacciato l’invasione del Venezuela: prima l’economia, poi si vedrà. Questo rovesciamento della linea seguita dagli Stati Uniti negli ultimi 20 anni potrebbe avere risvolti positivi sul fronte interno: gli USA neo-protezionistici crescono e creano impiego, anche se non di qualità. Ma basterà questo a un Paese che avverte come proprio destino manifesto l’essere faro e guida della democrazia nel mondo? Probabilmente il tema non sfiora minimamente il Presidente, che ha una visione del mondo (e di come gestirlo) paragonabile a quella di un ragioniere, ma violento e capriccioso.

Da anni gli analisti più lucidi si prodigano in previsioni sui diversi scenari geopolitici di pericolo – dalle eterne tensioni mediorientali all’espansionismo russo – ma mai nessuno aveva messo in conto un cambio così radicale nella politica estera degli Stati Uniti. Per questo oggi mancano strumenti di comprensione, e si percepisce l’imbarazzo di chi considerava Washington come l’unica certezza negli equilibri internazionali e ora deve ricredersi. Lo scenario è cambiato: siamo tutti più soli, il “condominio Terra” sta entrando in una fase di anarchia in cui i singoli Paesi cercano di far prevalere solo i loro interessi, mentre i grandi temi comuni, come l’ambiente e la pace, tornano patrimonio della sola società civile. Alla fine, almeno questo non sarebbe una grande novità.

 

Il caso dell’afroamericano massacrato dalla polizia di Memphis è solo uno dei tanti episodi di sangue che si continuano a registrare nelle società multietniche dove non tutte le componenti sono sullo stesso piano di parità. Nel caso delle società americane, dagli Stati Uniti al Brasile, sono gli afroamericani a finire più spesso in carcere e a subire episodi di violenza. E non perché ci sia una naturale inclinazione etnica al crimine, come affermato dagli pseudo sociologi-xenofobi oggi di moda, ma per tre ordini di motivi. Il primo riguarda la condizione sociale e l’emarginazione di una componente etnica ben precisa per motivi storici, come gli afroamericani in America o i rom in Romania, entrambi schiavizzati fino a metà dell’800. La seconda la maggiore attenzione della polizia nei confronti di chi appartiene a queste minoranze. La terza la considerazione dei reati da povertà, come il furto semplice, quali fonti di allarme e quindi amplificati dalla stampa.

In realtà per combattere le disparità sociali derivate dall’appartenenza ad una etnia si è fatto molto, negli Stati Uniti ad esempio con le positive discimination che hanno aperto college, università e posti di lavoro che erano storicamente negati agli afroamericani. Quello che nessuna legislazione può eliminare però è il residuo secolare di pregiudizi creati ad hoc per giustificare una situazione di sopruso.  Lo schiavo non era privato dalla libertà per via di un’ingiustizia, ma perché pigro, disordinato, non sapeva lavorare, viveva nella promiscuità, era poco intelligente. Giustificazioni buone per mettere a posto le coscienze davanti a fatti orrendi. La Gran Bretagna vittoriana aveva coniato addirittura un concetto per giustificare le violenze nei confronti dei popoli africani colonizzati: il “fardello dell’uomo bianco”. Cioè il colonialismo non era una grande macchina di sottrazione di forza lavoro e di materie prime ma bensì una missione, i colonialisti portavano la luce a popoli che vivevano al buio e nell’ignoranza. Popoli che poi si portavano nelle capitali europee da esibire negli appositi zoo-umani, perché i cittadini civilizzati potessero vedere di persona la selvaggità dei colonizzati. È questa la matrice più profonda e insidiosa del razzismo, non basata sul colore della pelle, ma sui rapporti di forza che si sono determinati nella storia degli ultimi secoli. Rapporti di forza basati sulla violenza e anche sull’invenzione di una superiorità culturale e intellettiva. Un mix che è entrato anche nella mentalità del dominato, come spiegava magistralmente l’antropologo statunitense Oscar Lewis nei suoi studi sulla povertà. Ma soprattutto del dominatore, anche tra i suoi ceti più modesti. La credenza della superiorità dei bianchi nei confronti dei neri non ha mai riguardato un élite, ma grandi masse. Tra i ceti più emarginati e poveri delle società occidentali il razzismo è stato, e resta, ben presente. Un razzismo che è anche consolatorio, perché inchioda qualcuno a un gradino più basso del tuo e trasmette l’ebrezza di appartenere a un’etnia superiore, con più diritti e opportunità, ma anche da difendere. Ed è stato questo il colonialismo, la sublimazione del concetto di guerra tra i poveri, dove non è mai esistito l’empatia tra le persone oppresse perché appartenenti a etnia con valori, virtuali, diversi. Poveri europei che si immolavano nelle guerre coloniali combattendo altri poveri. Sono queste le mele avvelenate che continuiamo a raccogliere nel XXI secolo. Cinesi furbi e silenziosi, africani balordi, arabi infidi, indios ieratici e rom ladri continuano a vivere nell’immaginario occidentale e ad essere strumentalizzati dalla politica. Per questi motivi, per gli afroamericani che tremano quando i loro figli escono di casa perché non sanno se torneranno vivi, la fine della schiavitù non è ancora arrivata.