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Sono stati il G20 e poi l’OCSE a dare il via a una piccola rivoluzione dal grande significato: quella della Global Tax, proposta da Joe Biden. Un provvedimento che dovrebbe introdurre un principio di equità fiscale globale, chiudendo una parentesi durata tre decenni in cui le grandi multinazionali, soprattutto quelle del settore digitale, sono riuscite legalmente a non versare tasse sui loro profitti, grazie ad abili giochi di fantasia fiscale. Si tratta di un tema di equità che si è fatto urgente: non a caso la decisione è stata presa durante il G20 di Roma, in piena pandemia, da parte di Stati che si stavano indebitando per sostenere società alle prese con il lockdown mentre alcuni comparti industriali e del terziario, proprio grazie alla pandemia, crescevano come mai in passato.

Il percorso della Global Tax verso un’applicazione efficace appare però tortuoso. Il provvedimento introduce una tassazione minima al 15%, nettamente inferiore al 22% proposto dagli Stati Uniti all’inizio delle trattative. Dovrebbe interessare le multinazionali con un fatturato globale sopra i 750 milioni di euro che versano le tasse in Paesi con aliquote inferiori, chiamate ora a versare al fisco del Paese di residenza la “quota mancante” per raggiungere la soglia del 15%. Inoltre, la Global Tax istituisce per le imprese digitali l’obbligo di versare una parte delle tasse nei Paesi in cui vendono e producono il loro fatturato, anche se hanno sede altrove; in questo secondo caso, però, il fatturato deve superare i 20 miliardi con un margine di profitto superiore almeno del 10% rispetto ai ricavi.

Visti questi numeri, parliamo di una tassazione poco più che simbolica. Anzitutto perché il 15% di tasse sui profitti è una delle aliquote più basse al mondo, se si escludono i paradisi fiscali, e poi perché le aziende digitali non avranno difficoltà a mostrare a bilancio che i loro profitti non superano il 10% dei ricavi. Dunque l’aspetto più forte di questo provvedimento dovrebbe essere il suo valore politico e simbolico. Ma la tassa, che avrebbe dovuto entrare in vigore all’inizio del 2023, è già stata rimandata di un anno. E non è nemmeno detto che alla fine venga davvero applicata, perché nel fronte dei Paesi che dovrebbero “spingere” per l’introduzione della nuova tassa si sono evidenziate diverse spaccature. Nel Consiglio Ecofin dell’Unione Europea dello scorso aprile sono rientrate le resistenze di Svezia, Malta ed Estonia, ma non quelle della Polonia, che minaccia di porre il veto alla riunione di fine maggio. In realtà Varsavia non è interessata alla questione della Global Tax: sta semplicemente tentando di ricattare l’Unione Europea per via del blocco dei pagamenti del PNNR decretato da Bruxelles verso i Paesi responsabili di violazioni dello Stato di diritto.

Negli Stati Uniti le cose non vanno meglio, il Senato è spaccato e i repubblicani non vorrebbero l’aumento della tassa introdotta da Donald Trump sui profitti all’estero delle multinazionali statunitensi, oggi al 10%.

In conclusione, la Global Tax è appesa a un filo. Con ogni probabilità seguirà la scia di altre riforme globali, come quella sul protezionismo in agricoltura in discussione al WTO dal 2003, indirizzata verso l’insabbiamento.

I grandi gruppi che sarebbero stati chiamati a fare la loro parte, versando cioè una parte dei profitti agli Stati in cui operano, sono diventati così potenti da impaurire e condizionare la politica. Chi li attacca rischia di morire, politicamente parlando, per via della grande massa di informazioni e della grande capacità di manipolazione dell’opinione pubblica di cui queste società dispongono.

Nel frattempo gli Stati continuano a indebitarsi, prima per la pandemia e ora per la corsa al riarmo, mentre interi comparti produttivi (sanità, logistica, informatica, armi) ingrassano ulteriormente. L’osmosi tra Stato ed economia rischia così di diventare un abbraccio soffocante da parte di operatori economici sempre più grandi e meno numerosi, che usufruiscono dei servizi materiali e immateriali offerti dagli Stati ma si sottraggono sistematicamente alle loro responsabilità. Prima di parlare di Global Tax al G20, forse andava riscritto il patto di convivenza tra il grande capitale e gli Stati. Perché i grandi capitalisti sono convinti, a ragion veduta, che le loro iniziative non abbiano più limiti né comportino costi, mentre i secondi si ostinano a tentare lotte di retroguardia che non hanno più la capacità di portare a termine.

Al di là della retorica di guerra adottata fin dall’inizio dell’invasione, ora conosciamo le “vere” cause del conflitto ucraino. Nel discorso del Giorno della Vittoria pronunciato sulla Piazza Rossa, il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha sostenuto che l’Ucraina stava per “ricevere” l’arma atomica e che la Nato aveva in previsione la conquista militare della Crimea e del Donbas. La sua spiegazione dei fatti si allinea con la cosiddetta “legittima difesa preventiva”, una dottrina non contemplata dal diritto internazionale che fu teorizzata e messa in pratica dagli Stati Uniti dopo gli attentati del 2001 contro le Torri Gemelle. In sostanza, gli USA considerarono come “legittima difesa” il ricorso all’azione militare in presenza di una politica di sostegno a gruppi terroristici da parte di uno Stato estero (nel caso dell’Afghanistan) oppure in presenza di una politica tesa all’acquisizione di armi di distruzione di massa suscettibili di essere impiegate in attacchi terroristici (nel caso dell’Iraq). Oggi Putin “reinterpreta liberamente”, come già gli Stati Uniti, l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, secondo il quale la legittima difesa può essere esercitata solo in caso di attacco armato in atto, sferrato da forze regolari attraverso una frontiera internazionale. La difesa preventiva è dunque una forzatura, più volte proposta non solo dagli Stati Uniti ma anche da Israele, che non ha mai trovato consenso generale. Anche perché, se fosse legittimata, autorizzerebbe chiunque ad aggredire altri Paesi sulla base del sospetto delle loro intenzioni bellicose. E poi, quali sono le prove richieste per riconoscere un pericolo imminente? Quali sono le prove di cui dispone Putin per affermare che l’Ucraina stava per ricevere ordigni nucleari o che la Nato stava preparando un intervento militare per liberare la Crimea? Scenari, tra l’altro, piuttosto improbabili, perché entrambi avrebbero determinato uno scontro nucleare certo.

Ovviamente parliamo di propaganda di guerra, utile a giustificare un conflitto che al momento non presenta sbocchi, se non disastrosi, oltre che per l’aggredito anche per l’aggressore. Una guerra che si è impantanata e che dissanguerà sia l’Ucraina sia la Russia, che ha già ripercussioni pesanti sull’andamento dell’economia globale e che potrebbe provocare un dramma maggiore rispetto alla guerra stessa, per via della dipendenza del continente africano dai cereali prodotti dall’Ucraina. Nel discorso di Putin, invece, la giustificazione sulla base del pericolo imminente era autoassolutoria, sull’esempio forse dell’intervento lanciato da George W.Bush nel 2001 contro l’Afghanistan, dopo l’ultimatum ai talebani perché consegnassero i terroristi di Al Qaida, o di quello contro l’Iraq del 2003, dopo la vergognosa esibizione di prove false all’ONU sulle armi di distruzione di massa che Saddam Hussein avrebbe avuto.

Putin si iscrive così al club di chi, anziché rafforzare il diritto internazionale, lo strattona per adeguarlo ai propri interessi. Ed è questa la cifra del conflitto in corso, nel quale le parti in causa, aggressore e aggredito, sono più evidenti che mai. Cosa che invece si faceva fatica a considerare quando gli aggrediti erano i talebani afghani o il dittatore Saddam Hussein. Questo dato ci parla della priorità che bisognerebbe attribuire alla riforma del diritto internazionale – chiarendo fino in fondo quando e come è legittimo il ricorso alla forza – e soprattutto la riforma dell’organismo chiamato a risolvere i conflitti, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove siedono permanentemente e con diritto di veto proprio le potenze che in questi anni hanno usato il diritto internazionale alla bisogna, rendendolo alla fine sterile. 

I populisti della West Coast statunitense, quelli come Musk, Zuckerberg, Bezos e Gates, possono essere anche definiti oligarchi a stelle e strisce. Come i loro “colleghi” russi, infatti, dispongono di un enorme potere di ricatto nei confronti della politica, accumulano fortune inimmaginabili, non pagano le tasse (anche se in modo legale) e desertificano i loro habitat: nei paradisi del miracolo digitale, il folle aumento dei prezzi immobiliari e del costo della vita espelle i ceti medi e soprattutto i poveri, impossibilitati a vivere. Non a caso la California, che ha il 12% della popolazione degli Stati Uniti, ospita (si fa per dire) il 50% dei senzatetto di tutto il Paese, con i picchi di Los Angeles e San Francisco, che contano da sole 70.000 homeless: luoghi che presentano un contrasto sociale stridente, tipicamente “americano”, ma che siamo abituati a localizzare nella parte sud del continente.

A differenza dei colleghi russi, gli oligarchi digitali hanno anche la pretesa di cambiarci la vita. Il marketing racconta che da loro non ti devi aspettare un semplice prodotto, ma servizi che rendono la vita migliore e il mondo un luogo più vivibile. Ostentano una sensibilità che poco si addice a multinazionali che da anni evitano di pagare le tasse nei Paesi in cui operano e accumulano miliardi di dollari nei paradisi fiscali caraibici: usufruendo, in sostanza, degli stessi benefici che banche senza occhi né legge offrono agli oligarchi di tutto il mondo, anche a quelli che trafficano armi o droga.

La loro vera natura si palesa con iniziative come quella del gigante Apple, che promette 2,5 miliardi di dollari per un piano di edilizia popolare in California: il diritto alla casa, che ai più è stato negato dalla folle corsa al rialzo del mercato immobiliare, ora dovrebbe essere affidato alle donazioni caritatevoli delle stesse aziende che, di quel diritto, hanno determinato la scomparsa. È il vecchio leitmotiv del capitalismo compassionevole, quello che cancella il principio della giustizia sociale, incentrato sulla ridistribuzione delle tasse pagate da chi più possiede, sostituendolo con le elargizioni benevole, ovviamente sulla base dei gusti e dei bisogni di immagine del donatore. Si tratta di un approccio alla società che laddove si è affermato, ad esempio negli Stati Uniti, non ha mai prodotto uguaglianza, bensì un aumento dei divari tra i cittadini.

Allargando il campo visivo, si tratta dello stesso criterio che solitamente viene applicato quando si tratta di definire l’approccio della cooperazione internazionale verso i Paesi poveri. Non si discute della ridefinizione delle regole del commercio, di investimenti produttivi o di corretta valorizzazione delle materie prime, ma si regalano soldi per costruire qualche ospedale e qualche scuola. E gli utopici obiettivi di sviluppo delle Nazioni Unite, anziché avvicinarsi, si allontanano ancor di più.

Alla fine, anche questo è un modo per non affrontare i nodi critici tuttora irrisolti e per non stabilire vere relazioni di partenariato e solidarietà: sia all’interno della società di un singolo Paese, come accade negli Stati Uniti, sia nel condominio-mondo. Le priorità sono sempre altre: in pandemia, garantire vaccini in sovrabbondanza a chi può permetterselo, in guerra far crescere la spesa globale in armi, rimandando sempre a tempi migliori la transizione energetica. Oggi assistiamo al rinvigorirsi dell’uso del carbone per produrre energia, anche se sono arcinote le conseguenze sui cambiamenti climatici, che andranno a colpire soprattutto la sicurezza alimentare dei Paesi più deboli.

Quello degli oligarchi della West Coast non è affatto un mondo reso migliore dalla rivoluzione digitale, e le gravi fratture che esso contribuisce a creare nel tessuto sociale e globale non si curano certo con la beneficenza. Eppure le contraddizioni di questo mondo si possono cogliere, e solo parzialmente, soltanto nei rari momenti in cui si dirada la nuvola tossica dell’informazione orientata al business e della propaganda di Stato. Giusto per qualche giorno: poi inizia una nuova emergenza, che ancora una volta legittimerà l’esistente.

Un’installazione dell’artista britannico Chemical X sul problema dei senzatetto a Los Angeles, inaugurata lo scorso 30 maggio. (Ari Perilstein/Getty Images for Chemical X)

Il conflitto ucraino ha ormai superato i due mesi di durata e ancora non se ne vede la fine. La meno considerata tra le ricadute negative della guerra sull’economia globale riguarda la sicurezza alimentare. In primavera nelle campagne ucraine si seminano il grano e il girasole, fondamentali per sfamare circa 400 milioni di persone nel mondo, soprattutto in Africa. I prezzi di queste materie prime vitali sono già raddoppiati rispetto a un anno fa, ma le conseguenze dell’uscita dal mercato di uno dei massimi esportatori mondiali sono destinate a farsi molto più pesanti. Questo perché l’agribusiness mondiale dipende da un numero sempre più ridotto di Paesi in grado di produrre grandi surplus di grano, soia, mais, riso, carne: alcuni degli storici esportatori, come l’Australia e il Brasile, da alcuni anni sono regolarmente colpiti da fenomeni meteorologici estremi, dovuti al cambiamento climatico; a ciò si aggiungono ora i disordini geopolitici, e il quadro complessivo della sicurezza alimentare planetaria diventa così sempre più fragile.

Si tratta, però, di una debolezza che ha origini antiche, risalenti al progressivo esproprio di terre e di colture su scala mondiale iniziato con il colonialismo. L’agricoltura da piantagione inaugurata nel XVI secolo, responsabile di scempi ambientali e della schiavitù degli africani, trasformò le terre espropriate ai popoli originari di America e Africa in latifondi, in gran parte gli stessi che oggi sono proprietà di grandi multinazionali.

Nel tempo la questione della terra, risalente all’inizio della prima globalizzazione, è diventata il motore di rivoluzioni e di lotte contadine e sindacali. Tra tutti i movimenti che, negli ex Paesi coloniali, si sono battuti per la riforma agraria spicca quello dei Sem Terra brasiliani, nato negli anni ’80 con le occupazioni di latifondi improduttivi. I lavoratori agricoli “senza terra”, oggi 600.000 famiglie, non hanno solo lottato per avere diritto alla terra in uno dei pochi Paesi in cui non c’è mai stata una riforma agraria, ma hanno anche dato vita a comunità rurali in cui le donne hanno pari diritti e doveri, e in cui si pratica un modello di condivisione del lavoro e della vita comunitaria che non ha precedenti al di fuori del mondo indigeno.

Anche i Sem Terra fanno parte del vasto movimento mondiale che si batte per il ritorno a un’agricoltura con agricoltori: il contrario del modello dominante, che è invece quello di un’agricoltura sempre più transgenica, industrializzata e meccanizzata, che non ha bisogno di manodopera umana.

Proprio gli uomini e le donne che si battono per la terra e per il diritto alla terra sono stati, e sono tuttora, le vittime più numerose degli scontri nell’era della nuova globalizzazione. E non solo in America Latina, dove Brasile e Colombia detengono il triste primato di violenze e omicidi ai loro danni, ma anche in Africa, dove si lotta contro il land grabbing, e in Asia, dove il presidente indiano vorrebbe dare mano libera all’agricoltura industriale, a discapito dei 700 milioni di persone che vivono di agricoltura familiare.

Come racconta Aldo Marchetti nel suo esauriente volume Il movimento brasiliano Sem Terra (Carocci, 28 euro), questa esperienza brasiliana ha dato vita a uno dei movimenti sociali più importanti dell’America Latina. Dove il concetto di movimento sociale ha due caratteristiche: la prima è quella di tipo sindacale, l’altra quella politica. I veri protagonisti delle ultime stagioni politiche nel subcontinente sono stati, infatti, i movimenti ambientalisti, contro l’industria mineraria e l’agricoltura ogm, per i diritti delle donne e dei popoli indigeni. Alcuni dei movimenti sono riusciti perfino a esprimere presidenti saliti alla guida dei rispettivi Paesi, e soprattutto hanno saputo dettare politiche diventate di Stato.

Eppure questo non basta perché il tema della terra e della sua integrità diventi centrale nel dibattito internazionale. Soprattutto in un momento in cui la pandemia e le guerre spingono tutti ad agire per il proprio interesse, all’insegna del “si salvi chi può”. La gestione sostenibile del pianeta dovrebbe invece essere al centro della politica globale, che finora si è concentrata solo sulle regole del commercio e mai sulle condizioni di vita di chi produce le materie prime, sulla sicurezza alimentare e men che meno sullo stato di salute della Terra.

A due mesi dall’invasione russa dell’Ucraina, il conflitto bellico che si è generato resta sostanzialmente una guerra europea, anche se non mancano le ripercussioni sull’economia globale. È sempre più palese come il tentativo delle potenze occidentali di collocarlo al centro dell’attenzione e della solidarietà mondiali sia fallito. Fuori dalla cerchia dei Paesi aderenti alla NATO, al di là dei rari Paesi che presentano strette relazioni politiche ed economiche con la Russia, l’atteggiamento dominante è per la stragrande maggioranza quello della semplice indifferenza. Questa situazione si può leggere, almeno in parte, nel quadro del progressivo logoramento del diritto internazionale avvenuto negli ultimi decenni. Il rispetto delle regole, ad esempio l’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite che vieta il ricorso agli eserciti per regolare i problemi tra gli Stati, non solo è stato clamorosamente violato dalla Russia di Putin nel 2022, ma anche dagli Stati Uniti di George W. Bush nel 2001 in Afghanistan e nel 2003 in Iraq. Per molti Paesi, anche gli interventi militari dei paesi NATO in Libia nel 2011 e in Kosovo nel 1999 rappresentavano forzature interventiste.

La questione è che siamo di fronte a un diritto internazionale à la carte, che serve per condannare il nemico ma mai per mettere in discussione le proprie azioni. Per i Paesi indifferenti al conflitto ucraino, la Russia sta esercitando il suo “diritto” di potenza tanto quanto altre potenze hanno fatto in passato. Questo a prescindere dalle farneticazioni con cui Vladimir Putin cerca di giustificarsi. Semplicemente assistono in modo neutrale a uno scontro che non sentono loro, e che considerano sulla scia di quanto le potenze mondiali – USA, Regno Unito, Francia, URSS e oggi Russia – hanno sempre fatto per tutelare i propri interessi: se necessario, combattendo guerre al di fuori del diritto internazionale. Questa alterazione del quadro della convivenza tra Stati risale ai tempi del colonialismo: forse non troppo paradossalmente, oggi sono anche alcuni Paesi ex coloniali a “giustificare” l’offensiva della Russia perché utile a difendere, anche se in modo maldestro e sanguinoso, i suoi interessi vitali di fronte ai Paesi NATO. I quali, in questo frangente, sono diventati legalisti.

Pochi, insomma, credono sinceramente nel diritto dell’Ucraina a essere uno Stato indipendente che decide in autonomia il proprio futuro; molti invece sondano la capacità militare russa, la debolezza di un’Europa assetata di risorse energetiche e l’efficacia degli armamenti utilizzati da entrambe le parti, in una partita di Risiko dove perderanno quasi tutti. Ma non tutti. Nella tradizione cinese, il vero vincitore di una guerra è chi non la combatte: e alla fine saranno i grandi Paesi rimasti neutrali a dover ricostruire, quando le armi taceranno, un tessuto di relazioni saltato in aria. Quando l’auspicato cessate il fuoco avverrà, il compito sarà immane: anzitutto si dovrà discutere dell’assetto territoriale ucraino, in secondo luogo discutere finalmente di aree di influenza tra Europa e Russia. L’Unione Europea dovrà decidere se dotarsi di un proprio dispositivo di sicurezza oppure continuare a prendere ordini da Washington attraverso la NATO. Ci sarà anche da riflettere sul diritto internazionale e le sue istituzioni, se sono definitivamente da buttare via o invece è possibile rilanciare la riforma del Consiglio di Sicurezza. E infine bisognerà tornare all’agenda del vero problema che mette in dubbio il futuro della Terra, il cambiamento climatico. Un’emergenza che, se non sarà affrontata collettivamente, non potrà mai essere risolta. La divisione manichea del mondo tra virtuosi e fuorilegge, a geometrie variabili, non aiuta a trovare soluzioni ai grandi temi. Se si vuole il rispetto del diritto internazionale occorre metterlo in condizioni di funzionare efficacemente; se si vuole discutere seriamente di cambiamento climatico bisogna fare lo sforzo di mettersi nei panni degli altri. Dialogo, politica e diplomazia dovrebbero essere le tre parole d’ordine per il dopoguerra, se avremo imparato qualcosa.

A sentire Larry Fink, Ceo di BlackRock, il più grande fondo di investimento mondiale, la guerra in Ucraina avrebbe posto fine alla globalizzazione, almeno così come l’abbiamo conosciuta finora. Fink spiega anche che la pandemia prima, la guerra poi hanno esacerbato la polarizzazione e le tendenze estremistiche in seno alla società: è quel fenomeno che in America Latina è conosciuto da anni con il nome di grieta, “spaccatura insanabile”. Poi però lo stesso Fink ci ricorda che a chiudere la fase storica della globalizzazione non sarà la necessità di superare la dipendenza dal gas russo, argomento valido solo per Europa e Cina, e nemmeno l’isolamento della Russia dal mercato dei capitali: saranno piuttosto le diverse valutazioni formulate dai governi nazionali e dalle grandi aziende circa la loro dipendenza da altri Paesi.

In sostanza, Fink si limita a denunciare (con grande ritardo) una tendenza in corso da anni, che ha vissuto una grande accelerazione durante la pandemia e sulla quale, in realtà, la guerra in Ucraina sta avendo impatto marginale. Si tratta del reshoring, cioè del rientro in patria della aziende delocalizzate; a ciò si aggiunge il fatto che gli Stati stanno tornando a svolgere sia il ruolo di controllori dell’economia, cui avevano abdicato da almeno 30 anni, sia quello di soggetti economici attivi, che investono nei settori ritenuti strategici: anche questo tipo di iniziativa era stato quasi dimenticato. È stata la pandemia a “smascherare” la debolezza dei Paesi europei e nordamericani che avevano trasferito tecnologia e interi comparti industriali in Asia; nel frattempo la Cina si premurava di assicurarsi il controllo dei mercati delle materie prime strategiche grazie a politiche specifiche nei confronti di America Latina e Africa. La guerra in Ucraina avrà altre conseguenze, soprattutto sul settore dell’energia e su quello dell’industria bellica: si registreranno passi indietro sia per quanto riguarda il rispetto degli standard delle emissioni di CO2, sia per l’aumento spropositato e inutile dei sistemi di armamento.

Ma la globalizzazione è finita sul serio? Assolutamente no, contrariamente a quanto afferma il Ceo di un fondo che gestisce 10mila miliardi di dollari. L’odierna mappa dell’economia mondiale, e soprattutto dei ruoli e dei luoghi di produzione, è il frutto di tre decenni di investimenti e di profonde trasformazioni anche culturali avvenute nella società. A cambiarla non sarà una guerra, che tra l’altro coinvolge un Paese marginale come l’Ucraina e una potenza militare che si rapporta con il mondo soltanto vendendo commodities alimentari ed energetiche.

Stati Uniti e Cina continueranno a scontrarsi sul piano commerciale e senza dubbio nelle aree economicamente forti vi saranno nuovi investimenti per produrre semiconduttori e batterie, oltre che dispositivi sanitari. L’economia mondiale sarà un po’ meno globalizzata, ma si tratterà di una riduzione limitatissima perché l’economia-mondo ci ha resi simili a un organismo vivente che, per vivere, ha bisogno di ogni suo organo e di ogni sua funzione, e non c’è più spazio per autarchie né per il ritorno a Stati onnipresenti e onnipotenti in economia. Soprattutto, è cambiata la cultura: nei fatti, e non solo nella retorica, nel mondo c’è maggiore consapevolezza del fatto che si sta tutti sullo stesso pianeta. Da qui derivano anche le reazioni di fronte al deflagrare della guerra in Ucraina, considerata culturalmente una cosa del passato, per lo meno quando scoppia in Europa, visto che nel resto del mondo le guerre sono state sempre presentissime.

Sono questi i due livelli sui quali si svolge oggi la nostra esistenza. Quello dei sogni sulla maggiore libertà e tolleranza che regnerebbe nel mondo, indotti dai venditori di prodotti e servizi, e quello della dura realtà nella quale sprofondiamo quando ci colpisce una pandemia o quando il regime di turno mette in moto i carrarmati. Parrebbero fenomeni contrastanti, in realtà sono le due facce della stessa moneta.   

La guerra in Ucraina si trascina stancamente e sanguinosamente verso la sua conclusione. Fallito il blitz militare di Putin, che mirava a prendere il controllo del Paese per poter negoziare da una posizione di piena occupazione, lo scenario cambia solo in parte: ci sarà comunque un negoziato con Putin nel ruolo di occupante, ma solo sui territori contesi, e cioè la penisola di Crimea, le due province del Donbas e il corridoio terrestre che le collega.

Quanto sangue dovrà scorrere ancora, quanti ucraini dovranno abbandonare la loro terra non è dato sapere, ma il quadro comincia ad avere contorni chiari. Le violazioni palesi dell’articolo 2 della Carta dell’ONU, sulla risoluzione pacifica dei conflitti, e del divieto di invadere Paesi sovrani non sono state sanzionate se non attraverso una risoluzione di condanna dell’Assemblea Generale: risoluzione sulla quale, peraltro, si sono astenuti Paesi che rappresentano quasi metà della popolazione mondiale, come India, Cina e mezza Africa, da Algeria e Burundi a Uganda e Zimbabwe. E se parliamo di sanzioni economiche, sono stati soltanto i Paesi che si definiscono occidentali a scegliere di applicarle.

È questa la cifra della guerra in corso: un conflitto che in sé sarebbe stato per così dire “tradizionale” – un Paese aggredisce un vicino, avanzando pretese territoriali o di “tutela” di minoranze etniche – è subito diventato globale per via del sistema di alleanze e degli interessi economici in gioco. Nel copione iniziale non si erano previste le conseguenze che sul mondo post-pandemico, desideroso di tornare a crescere economicamente, avrebbe la vittoria della Russia: una potenza che vive sull’export di combustibili fossili, che ha smontato pezzo dopo pezzo le regole della democrazia e che usa in modo disinvolto il suo gigantesco arsenale.

Mosca, dopo il default degli anni ’90, si è integrata con successo nell’economia globale grazie alla sua impressionante capacità di estrazione ed esportazione di gas naturale e petrolio, al suo settore cerealicolo e alla sua industria bellica. Ma è rimasta estranea alla costruzione di alleanze politiche che non fossero quella ambigua con la Cina e quelle con vecchi amici come Siria o Cuba. Ciò che ha ereditato dal suo passato lontano, il dispositivo militare, la rende forte, ma ciò che ha costruito negli ultimi decenni, cioè i suoi rapporti economici con il resto del mondo, la rende vulnerabile.

Ora la linea oltre la quale Vladimir Putin non può arretrare è quella condizione minima che gli permetterebbe di presentare l’invasione come una vittoria: riguarda lo status territoriale di alcune zone ucraine di confine e soprattutto l’impegno perché l’Ucraina non diventi Paese NATO. Ma, se anche otterrà questi risultati, al di là della propaganda giustificazionista, la sua Russia sarà molto più debole di prima. La sua azione avventata ha ricompattato l’Europa, incentivato la transizione energetica nei Paesi che acquistano i suoi idrocarburi e creato difficoltà nei rapporti con la Cina, oltre ad aver riacceso l’ostilità degli Stati Uniti.

Il caso è, nell’insieme, più unico che raro, ma dimostra come oggi la sola potenza militare non basti per vincere partite complesse: anche qualora la vittoria sul campo si rivelasse possibile, rimarrebbero tali variabili esterne da trasformarla in una vittoria di Pirro. L’equilibrio nelle relazioni tra le economie globali, nel quale la Russia è inserita, conta quasi più del numero di carri armati posseduti. Putin ha sfidato proprio questo equilibrio, ricavandone per il suo Paese danni molto più pesanti di quelli che l’esercito ucraino potrà mai infliggergli. È la globalizzazione, bellezza: la Cina ha capito che per diventare potenza globale ci vogliono sorrisi e profilo basso, la Russia di Putin non ha ancora capito che i bulli non sono ammessi al club, almeno quelli che non fanno parte del circolo intimo dell’Occidente. Soprattutto, ha dimenticato che essere l’erede di un grande impero non significa necessariamente mantenere la stessa importanza e godere della stessa impunità. 

Per spiegare il conflitto russo-ucraino si sta facendo spesso riferimento alle teorie di Samuel Huntington, il politologo statunitense che nel 1993 contrappose il concetto di “scontro delle civiltà” alle tesi del collega Francis Fukuyama, il teorico della “fine della storia”. Huntington non credeva che la vittoria degli Stati Uniti sull’Unione Sovietica nella Guerra Fredda avrebbe portato a un mondo unipolare nel quale mercato e democrazia avrebbero prevalso per sempre; al contrario, ipotizzava che a breve si sarebbero riaccesi scontri “tra civiltà”. Nella sua idea di civiltà, però, si mescolavano alcuni dati di fatto con molta fantasia. Se è vero che esiste un mondo fortemente influenzato dall’Islam sotto il profilo culturale, occorre anche precisare che esso è politicamente disomogeneo; inoltre non è mai esistita una “civiltà latinoamericana” se non nella visione stereotipata che uno statunitense può avere del mondo che si sviluppa a sud del Río Bravo. È però un altro il punto sul quale Huntington ha operato una clamorosa forzatura: e cioè quando da una parte ha definito il concetto di “Occidente” sulla base della ricchezza, e quindi includendovi il Giappone, e dall’altra ha definito un mondo cristiano ortodosso, gravitante attorno alla Russia, su basi culturali.

La lettura della geopolitica di Huntington è stata smentita più volte dalla storia recente. Il cosiddetto “mondo islamico” è stato sconvolto da lotte intestine tra sciiti e sunniti, e tra Stati e movimenti jihadisti. Dell’inconsistenza del concetto di mondo latinoamericano si è detto, e anche il “mondo africano” non è mai esistito. Soprattutto, il concetto di Occidente è ormai fuori dalla storia.


La definizione “Occidente” ha un preciso significato culturale, legato alle sue origini storico-religiose: collocando Gerusalemme al centro del mondo, come a lungo fecero i cristiani, Occidente era la collocazione geografica dell’Europa, terra cristiana per eccellenza. Ma l’Occidente di cui parla la stampa internazionale, quando afferma che la guerra di Putin all’Ucraina è una guerra “contro l’Occidente”, è altra cosa: una specie di club al quale si accede sulla base di parametri variabili, in base ora alla ricchezza, ora al sistema politico o alle libertà civili di cui godono i popoli.

Possono dunque essere “occidentali” i giapponesi, in grande maggioranza non cristiani e geograficamente collocati in Estremo Oriente, così come lo sono l’America Latina, anche quella indigena o affacciata sul Pacifico, e lo Stato ebraico di Israele. Nel primo caso perché ricchi e democratici, nel secondo perché cristiana, nel terzo perché popolato a maggioranza da cittadini di origine europea. “Occidente” è quindi un concetto che si può adattare alla bisogna, per spiegare qualsiasi cosa, e soprattutto per affermare che esiste un consenso unanime, appunto tra i Paesi “occidentali”, riguardo i valori di democrazia e libertà. Dato che in realtà è tutto da verificare, soprattutto perché del drappello considerato occidentale fanno parte Stati che continuano a occupare territori non loro, che discriminano minoranze etniche, che promuovono conflitti armati e vendono armi senza preoccuparsi dell’utilizzo che ne farà l’acquirente, che usano il diritto di veto all’ONU per favorire gli amici, sostenendo dittatori in giro per il mondo.

Non esistono infatti blocchi valoriali: nemmeno laddove vi sono profondi legami storico-culturali, come tra Ucraina e Russia. Per questo motivo Vladimir Putin non sta combattendo contro l’Occidente ma per garantirsi una “cintura di sicurezza” attorno alle frontiere occidentali russe. Principio discutibile e senza dubbio perseguito con il metodo sbagliato, ma l’ultimo dei pensieri di Putin, in queste ore, è quello di condurre una lotta nell’ambito di uno scontro di civiltà. Il mondo d’oggi, in realtà, è molto più semplice di quello della Guerra Fredda, essendo venuta a mancare la componente ideologica: lo scontro si riduce alla conquista, alla tutela e all’allargamento del potere. Non ci sono secondi fini ideali o etici, solo equilibri da ricomporre o da ribaltare. La vecchia idea di Occidente nulla c’entra con l’uso che di questa parola si fa in tempi di guerra. Soprattutto se si considera che gli stessi Paesi occidentali, negli ultimi decenni, hanno usato più volte la guerra come strumento di politica estera. Putin combatte, sbagliando metodo, per conservare la posizione di forza che il suo Paese si è costruito negli anni in Europa orientale. Non è un crociato del “mondo ortodosso” e non sta combattendo l’Occidente, ma soltanto un Paese più piccolo e debole del suo, che ha provato a essere indipendente e decidere da solo.

Stati Uniti e Regno Unito hanno deciso di sospendere gli acquisti di greggio russo come sanzione ulteriore nei confronti del governo di Mosca. Sanno che in questo modo colpiscono al cuore l’economia post-sovietica che dipende – come quella di un qualsiasi Paese in via di sviluppo – pressoché solo dalle commodities. Quando si parla di energia da fonte fossile su scala globale, però, non si può fare a meno della Russia. Seconda o terza al mondo per produzione di petrolio, secondo l’annata, dopo gli Stati Uniti e in un continuo testa a testa con l’Arabia Saudita, la Russia è però al primo posto tra i Paesi esportatori. Se tutte le esportazioni russe di petrolio venissero interrotte, il totale dei prodotti raffinati subirebbe un taglio del 10%. Restringendo lo sguardo all’Europa, scopriamo che il 60% del greggio esportato da Mosca è venduto a noi. Quasi lo stesso copione per il gas: la Russia è il secondo produttore al mondo (dopo gli Stati Uniti), e il 70% del suo export è diretto in Europa occidentale. Tra le grandi economie, quelle più dipendenti sono Germania e Italia, mentre Francia e Regno Unito non corrono grandi rischi. Men che meno gli Stati Uniti, che stanno già correndo ai ripari promettendo al Venezuela di Nicolás Maduro di dimenticare il passato in nome di un new deal energetico. L’embargo contro le vendite di fonti energetiche fossili da parte della Russia creerebbe dunque un grande scompenso a livello globale, e in modo particolare per l’Europa. Nell’immediato, non si riuscirebbe a colmare il vuoto facendo rientrare in famiglia il Venezuela né ricorrendo al gas liquefatto qatarino, da rigassificare.

La questione è che l’Europa, in questi decenni, ha sì costruito solidi legami commerciali ed economici con la Russia, ma mai legami politici, e ora ne paga il prezzo. Il blocco dell’import di gas naturale in Europa avrebbe senza dubbio l’effetto di raffreddare le ipotesi di ripresa economica e alimenterebbe processi inflazionari a livelli che non si vedono da molto tempo. Finora le sanzioni applicate alle banche russe hanno risparmiato quella di Gazprom, perché se non si potesse pagare il gas il rubinetto russo si chiuderebbe: e per questo Germania e Italia, come visto i due Paesi più dipendenti da Mosca, premono perché l’UE non si pieghi alla linea degli Stati Uniti. La situazione è paradossale e racconta meglio di mille analisi che cos’è l’odierno mondo globale e quanto siano profondi i legami di interdipendenza economica creati negli ultimi decenni. Ma Paesi che convivono sullo stesso continente, e che hanno saldi rapporti commerciali, restano antagonisti geopolitici. Entrambi con le mani legate per paura di perdere il fornitore oppure il cliente. È la polpetta avvelenata che ci hanno regalato da un lato la globalizzazione, dall’altra le ritrosie e i ritardi nell’uscita dalle energie fossili. Il grido d’allarme lanciato da Greta Thunberg e dalla sua generazione perché i “grandi” si occupassero finalmente del cambiamento climatico e della transizione energetica ora viene amplificato dalla crisi ucraina, perché energie rinnovabili non vuol dire solo aria pulita, ma anche maggiore indipendenza energetica e geopolitica. Due dimensioni che mancano all’Europa e che ora gli europei vorrebbero conquistare alla spicciolata. Ma manca il tempo: sostituire totalmente il fornitore russo potrebbe significare, a essere ottimisti, due o tre anni di privazioni, inflazione, rincaro di tutti i beni di prima necessità. Ciò che è stato costruito nei passati 40 anni non può essere smontato in due mesi. Questo è il bello e il brutto della globalizzazione: siamo tutti sulla stessa barca, nel bene e nel male. Ed è questa una lezione ancora più dura di quella del Covid per un’Europa che, se continuerà a muoversi in ordine sparso, sarà sempre più al traino di fattori che non può, o non vuole, governare

Sono tuttora relativamente modeste le reazioni a un fatto di enorme gravità quale l’invasione armata di un Paese sovrano con l’intenzione di smembrarlo, sostituirne il governo e deciderne il futuro. Da molto tempo non succedeva nulla di simile: bisogna fare un salto all’indietro di tre decenni per trovare analogie. Nell’agosto del 1990 l’Iraq di Saddam Hussein invadeva il Kuwait con una guerra lampo durata 48 ore. La risposta della comunità internazionale portò alla prima guerra del Golfo, il primo conflitto nella storia condotto da una coalizione formata sulla base di risoluzioni delle Nazioni Unite, contro le quali nessuna potenza pose il veto. Perché l’invasione militare di uno Stato sovrano è uno spartiacque, viola un principio primordiale del diritto internazionale: si può essere in forte disaccordo ma il rispetto dei confini, cioè della sovranità di un Paese, rimane un baluardo. Perciò, nel discorso con il quale ha annunciato l’invasione, Vladimir Putin ha tentato di demolire la stessa ragione di essere dell’Ucraina. Un Paese, secondo l’autocrate di Mosca, che non avrebbe storia né cultura al di là di quelle comuni con la Russia, governato da una cricca di delinquenti e tossicodipendenti: quindi un Paese che non esiste, e l’intervento militare russo, mirato a “denazificarlo”, rappresenterebbe solo un tentativo di rimettere le cose in ordine.

Sul piano politico, i calcoli di Putin si sono però dimostrati errati. La Russia, se si esclude qualche Stato vassallo come la Bielorussia o il Venezuela, non ha incassato il sostegno che si aspettava. L’India e in modo più evidente la Cina in sede ONU si sono astenute, ma la loro disapprovazione è palpabile. Non soltanto perché un mondo in guerra, con l’inflazione che riparte, la corsa al riarmo e l’instabilità dei mercati non è un’ambiente favorevole per gli affari, ma perché il precedente che l’azione di Putin, qualora riuscisse, diventerebbe un pericolo per tutti. Il fatto che per colpire un Paese sovrano sia sufficiente delegittimarlo e affermare di correre in soccorso di una minoranza che è, o si ritiene, perseguitata potrebbe portare a focolai di guerra praticamente in tutto il mondo. Nel Kashmir indiano, nei tanti territori popolati dai curdi, in un’infinità di situazioni distribuite nel continente africano e anche nei mai pacificati Balcani. Se l’azione azzardata della Russia dovesse avere successo, aprirebbe le porte a un mondo definitivamente deregolamentato, privo perfino di una base comune di diritto. I calcoli fatti da Putin sono facili da intuire: debolezza di Joe Biden dopo la disfatta in Afghanistan, e quindi anche della Nato; debolezza dell’Unione Europea dopo la Brexit e la fine dell’era Merkel; supremazia militare della Russia nei confronti dell’Ucraina; effetto sorpresa. Tutti elementi reali, ma quello che Putin non ha considerato, ed è tipico dei regimi, è che l’azione militare avrebbe ricompattato i suoi nemici, cancellato i distinguo e rilanciato la cooperazione militare in chiave anti-russa.

Molti osservatori pensano che questo conflitto sia una specie di sequel della Guerra Fredda. In parte è davvero così, ma che si tratti solo di questo è la narrazione che Putin ha cercato di far passare, senza successo. La Russia di oggi non è l’Unione Sovietica e l’Ucraina non è il Quarto Reich, così come l’assedio di Kiev non è paragonabile a quello di Stalingrado. Semplicemente, un Paese molto potente ne ha attaccato uno assai meno potente. Il primo è un regime; il secondo, tra mille ambiguità, aspira a essere una democrazia, novità per una regione dove questo non è mai successo. Il mondo sta a guardare, è vero, ma è chiarissimo per chi tifa, perché Putin ha infranto un pilastro sacrosanto del diritto internazionale, forse senza nemmeno aver compreso bene le conseguenze.