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Gli inediti fatti insurrezionali che si sono consumati nel Parlamento statunitense arrivano dopo anni di preparazione culturale e politica che hanno sdoganato idee estreme, diventate la base per una nuova narrazione politica. I cosiddetti “alternative facts”, cioè la realtà parallela, sono diventati l’unica verità per milioni di persone. È una tecnica usata da tempo in diversi contesti, e che si propaga soprattutto attraverso i meme che rimbalzano tra WhatsApp e i social network. Il mago di questa strategia applicata alla politica, e forse il suo inventore, è Steve Bannon, ideatore di siti che creano e propagano fake news, consigliere dei comitati pro-Brexit, di Donald Trump e di Jair Bolsonaro.

Il principio usato dai media di questa galassia non è polemizzare con l’avversario, bensì costruire una nuova realtà: una realtà così ben architettata e “attraente” che a un certo punto diventa indistinguibile da quella vera. Già nel 1940 lo scrittore Jorge Luis Borges anticipò questo tema in un racconto intitolato Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. Borges narra di un’enciclopedia che descriveva una città inesistente dell’Asia Minore, chiamata Uqbar, che così diventa reale per un numero sempre crescente di persone. Si descrivono usi e costumi, morale e cultura, politica e istituzioni di questa città inesistente fino a che essa viene inserita in un intero mondo, ugualmente inesistente, chiamato Tlön. A un certo punto la Terra comincia ad assomigliare in modo inquietante a Tlön: l’umanità, adeguandosi alla cultura di quel mondo immaginario e misterioso che crede vero, finisce per renderlo reale. 

Negli Stati Uniti esistono oggi due realtà. Quella in cui Joe Biden ha vinto le elezioni e una realtà “alternativa”, nella quale ha vinto Donald Trump. Ritenuta vera, quest’ultima, dal 40% degli elettori repubblicani. Trump, dunque, oggi non è un folle isolato alla Casa Bianca ma rappresenta milioni di persone che credono e vivono in quella “realtà alternativa” sapientemente costruita, che alla fine dei conti è una fuga dalla realtà. Anche perché, quando si rifiuta il confronto o anche lo scontro con l’avversario per rifugiarsi in un mondo costruito a tavolino, si è per definizione inattaccabili. Nel mondo di Trump non si perde, si è vittima di complotti; le cose non sono complesse, sono sempre manipolate; non contano i meriti o gli studi, bastano l’intuito e il “buon senso”. Un mondo nel quale il Covid non esiste, oppure esiste e da tempo c’è anche la cura, ma “non vogliono farcelo sapere”; dove è meglio stare alla larga dai vaccini e non indossare le mascherine; nel quale è meglio non fidarsi mai dallo Stato, ma anzi armarsi per difendersi da soli; dove il potere è segretamente controllato da bande di pedofili assassini. Il mondo degli alternative facts è orrendo perché senza speranza, ma è più orrendo ancora che milioni di persone lo ritengano vero, e non solo negli Stati Uniti.

In questi giorni tutti i commentatori analizzano lo stato della democrazia “americana” riferendosi a quella dei soli Stati Uniti. In realtà, questa imprecisione lessicale nasconde una verità: ciò che sta succedendo a Washington capita anche in molti altri Paesi americani. Ma anche europei, asiatici, africani. In tutto il mondo la mancanza di riconoscimento reciproco tra le parti ha fatto cambiare pelle al dibattito politico, nel quale non si combatte più sul piano delle idee ma su quello della legittimazione (o meglio, della delegittimazione) dell’avversario. I vincitori criminalizzano i predecessori, i perdenti non riconoscono la sconfitta e così si mette a rischio la continuità istituzionale. La critica e ancor più l’autocritica sono scomparse: se qualcosa non funziona è stato un complotto. Si ha una politica sempre più simile alle logiche del tifo calcistico, e tutto ciò alla fine indebolisce le istituzioni democratiche. Bisogna imparare dai fatti di Washington perché il tarlo che sta erodendo la democrazia non è un problema soltanto statunitense, e nemmeno soltanto americano.

 

Gli inediti fatti di ieri nel Parlamento statunitense, qualificati come “insurrezionali” dal presidente eletto Joe Biden, arrivano dopo anni di preparazione culturale e politica che hanno portato allo sdoganamento delle idee di infime minoranze, diventate la base per una nuova narrazione politica. I cosiddetti “alternative facts”, cioè la realtà parallela e immaginaria, sono diventati l’unica verità per milioni di persone. Fatti alternativi, conseguenze alternative. Esistono due realtà in questo momento negli Stati Uniti, quella “reale”, che vede la vittoria del candidato democratico e quella “alternativa”, nella quale ha vinto Trump. Ritenuta vera quest’ultima dal 40% degli elettori repubblicani secondo un sondaggio fresco di giornata. Trump non è un folle isolato alla Casa Bianca, ma rappresenta milioni di persone che credono e vivono in quella “realtà alternativa” che è alla fine dei conti una fuga dalla realtà. Anche perché si rifiuta il confronto o anche lo scontro con l’avversario per rifugiarsi in una realtà costruita secondo la propria volontà e quindi, per definizione, inattaccabile.  Nel mondo di Trump non si perde, si è vittima di complotti; le cose non sono complesse, sono sempre manipolate; non contano i meriti o gli studi, basta l’intuito. Un mondo nel quale la cura per il Covid c’è da tempo ma “non vogliono farlo sapere”, dove meglio stare alla larga dai vaccini e non indossare mascherine, nel quale meglio non fidarsi mai dallo Stato, ma anzi armarsi per difendersi; dove il mondo è sotto il controllo di bande di pedofili assassini; dove siamo vittime di un grande complotto che vorrebbe vederci tutti infelici, meticci e schiavi di un grande puparo. Il mondo di Trump è orrendo perché senza speranza, ma più orrendo ancora che milioni di persone la pensino come lui, e non solo negli Stati Uniti.

In queste ore i commentatori, tutti, parlano dello stato della “democrazia americana”, intendendo quella degli USA. In realtà ciò che sta succedendo a Washington capita in molti altri paesi americani, europei, asiatici e africani. La mancanza di riconoscimento reciproco tra le parti, con poche eccezioni, ha fatto cambiare pelle al dibattito politico, dove non si combatte più sul piano delle idee, ma su quello della legittimità. Si mette a rischio la continuità istituzionale, i vincitori criminalizzano i predecessori e i perdenti non riconoscono la sconfitta. Sono scomparse la critica e l’autocritica, se qualcosa non va è stato un complotto. Si ha una politica sempre più simile al calcio, e tutto ciò alla fine indebolisce la democrazia. Impariamo dai fatti di Washington, perché il tarlo che sta erodendo la democrazia non è soltanto un problema del continente americano. 

Annus horribilis è un’espressione latina usata per designare gli anni in cui si sono verificati più eventi negativi in diversi ambiti. Il 2020 sarà ricordato soprattutto per la pandemia di Covid-19 e la crisi economica e occupazionale che ha innescato a livello globale. Ma i problemi non sono stati solo questi. Nell’anno che sta finendo si sono aggravati molti punti già critici dell’agenda globale. Anzitutto il clima. Nel 2020 si è raggiunta una temperatura media globale di 1,2 °C più alta rispetto all’era pre-industriale: significa che è stato il terzo anno più caldo da quando esiste il registro del clima, addirittura il primo se ci concentriamo solo sull’Europa. Questo dato indica chiaramente come il processo di riscaldamento dovuto alle emissioni di CO2 si aggravi anno dopo anno. Una realtà che non si discute più, i negazionisti del cambiamento climatico sono ridotti a uno sparuto drappello. Eppure si continua a ignorarla, rimandando le soluzioni, come se ci fosse ancora tempo.

Il 2020 ha visto anche il ritorno delle guerre commerciali, iniziate da Stati Uniti e Cina ma che rischiano di estendersi anche all’Europa, con l’uscita quasi senza accordo del Regno Unito dall’Unione Europea. Protezionismo, aiuti di Stato, dumping, dazi sulle merci sono pratiche e situazioni alle quale dovremo abituarci di nuovo, come un ritorno a un passato per la verità neanche troppo lontano. L’anno che se ne va dovrebbe essere ricordato anche per il gran numero di violazioni del diritto internazionale verificatesi. Per il ritorno quasi al punto di partenza nel conflitto israelo-palestinese e per l’espansione militare e strategica di potenze guidate da autocrati, come la Russia e la Turchia. Per l’arretramento della democrazia, con i primi casi di Paesi che mettono a rischio libertà fondamentali all’interno dell’UE, in Polonia e Ungheria, e con l’incredibile uscita di scena del governo di Donald Trump. Il presidente uscente degli Stati Uniti ha tentato in tutti i modi di rovesciare il risultato inequivocabile delle urne incrinando la fiducia nelle istituzioni e inoculando nel Paese il veleno dei sospetti, per minare la già difficile strada che il suo successore dovrà percorrere.

Se si collegano tutti questi punti si può concludere che il filo conduttore del 2020, dalla (mancata) gestione della pandemia fino alle limitazioni delle libertà, è la frattura dell’ordine globale, o per meglio dire il venir meno del rispetto per il multilateralismo. Il concetto del multilateralismo si può far risalire a Nehru e al periodo immediatamente successivo all’indipendenza dell’India: una forma di costruzione del consenso globale che doveva superare i traumi del colonialismo, ben sapendo che le relazioni bilaterali, cioè fra due soli Stati, finivano sempre per favorire quello più forte. Il multilateralismo si basa sull’idea del condominio globale, dove ogni membro ha voce e diritti e dove si affrontano i problemi che da soli è impossibile risolvere. Cambiamento climatico, economia, pace, diritti umani sono capitoli di un’agenda che interessa l’intero pianeta, e non possono in nessun modo essere risolti senza la cooperazione tra tutti gli Stati. Il venir meno di questa dimensione è sicuramente il dato peggiore dell’annus horribilis 2020. Anche i danni provocati dalla pandemia e le ingiustizie che già si intuiscono sia nella distribuzione dei vaccini tra i diversi Paesi, sia nell’affrontare il problema del debito, che nel frattempo è uscito quasi di controllo, sono un altro effetto collaterale della mancanza di condivisione e di governance mondiale, almeno per le questioni sovranazionali. Il mondo formato da sole potenze litigiose non ha mai funzionato, tranne nell’800, quando tre o quattro Paesi, con le loro cannoniere, dettavano legge e stabilivano il buono e il cattivo tempo per tutti.

 

Il boicottaggio di un Paese è sempre questione delicata. Spesso si rischia di farne ricadere le conseguenze su una popolazione già sofferente, togliendole risorse garantite dai rapporti con il resto del mondo. Proprio questo è il principale problema quando si parla di boicottare le attività turistiche, consigliando ai viaggiatori di non recarsi in un determinato luogo. Il turismo genera un grande indotto, che in molti Paesi si spalma su diversi settori della società. Non soltanto sui grandi tour operator o sulle catene alberghiere internazionali, ma su tutta la ragnatela di fornitori di servizi, sull’impiego e sui piccoli imprenditori, spesso a dimensione familiare.

Nella storia del turismo l’unico boicottaggio riuscito è stato quello contro il Myanmar dei generali nei primi anni ’90. Erano gli anni in cui Aung San Suu Kyi era agli arresti e l’opposizione birmana si appellava alla società civile mondiale chiedendo di rimandare i viaggi nel Paese fino al ritorno alla democrazia. Si organizzò un cartello mondiale al motto di “Boycott Bhurma”, molto forte nel Nord Europa e nel Regno Unito. In Italia, l’Associazione Italiana Turismo Responsabile aderì a quella campagna lanciando un appello ai tour operator nostrani perché sospendessero le attività programmate nel Paese asiatico. Perché tutto ciò accadde proprio con il Myanmar? Perché nell’ex Birmania il connubio tra dittatura e turismo era solidissimo. Con lo slogan “Visit Myanmar” la dittatura aveva aperto le frontiere del Paese in modo che i viaggiatori potessero “verificare” che tutto era normale. Le strutture ricettive e le infrastrutture dei trasporti destinati ai turisti, tra cui la linea ferroviaria Yangon-Mandalay, furono costruiti anche con il lavoro forzato dei detenuti politici e le proprietà degli alberghi-casinò erano intestate a prestanome dei generali. Non si poteva circolare liberamente, i turisti erano costantemente sorvegliati dagli agenti dei servizi ed era vietato parlare con la popolazione locale. Non esisteva nessuna possibilità di praticare un turismo che non fosse quello preconfezionato dai militari. Non c’erano dubbi di nessun tipo, dunque, sul fatto che in Myanmar il turismo fosse solo una vetrina per ripulire i crimini della giunta militare e che da questo comparto la popolazione non ricavasse alcunché.

La storia successiva è nota, il Myanmar è tornato parzialmente alla democrazia ma sotto la tutela dei militari, e ancora oggi ci sono gravi problemi per quanto riguarda il rispetto dei diritti delle minoranze etnico-religiose. Il boicottaggio al turismo servì soprattutto a fare informazione, a far sapere in tutto il mondo che quel regime, che non era sotto i riflettori dei media, stava opprimendo un popolo.

Oggi nel Mediterraneo si pone una questione che potrebbe riaprire il dibattito. In Egitto governa una giunta presieduta dal generale Abdel Fattah al-Sisi, proveniente dai servizi di intelligence dell’esercito, già comandante in capo delle forze armate e diventato presidente della Repubblica a seguito del colpo di Stato che nel 2013 rovesciò il primo e unico presidente eletto democraticamente nella storia del Paese: Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani. Repressione, torture, condanne capitali, oppositori veri o presunti scomparsi nel nulla: è questo il saldo di questi anni in cui, però, al-Sisi si è affermato come un “alleato affidabile” dell’Occidente, nella logica della lotta all’integralismo islamico. Nessuna libertà di stampa, utilizzo massiccio della pena di morte, “corsie preferenziali” nei tribunali per i delitti collegati al terrorismo, ma anche per i procedimenti contro gli oppositori, sono alcuni dei suoi “meriti”. Nel 2016, negli ingranaggi della macchina repressiva egiziana è finito il giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, che stava studiando l’attività dei sindacati indipendenti egiziani e indagava sulle condizioni di vita dei venditori ambulanti del Cairo. L’inchiesta giudiziaria recentemente conclusa dalla Procura di Roma ha appurato con certezza che Regeni fu sequestrato, torturato barbaramente e ucciso dai servizi segreti militari che dipendono direttamente dal governo del Cairo. Un altro giovane, Patrick Zaki, dottorando egiziano all’Università di Bologna, si trova ancora in prigione, in regime di “carcerazione preventiva” dallo scorso mese di febbraio, quando rientrò nel suo Paese per far visita alla famiglia. Patrick avrebbe pubblicato sul suo profilo Facebook critiche al governo, e tra le sue “colpe” ci sarebbe anche l’aver scritto una tesi di laurea sul tema dell’omosessualità.

In tempi di lockdown, l’Egitto come tutti i Paesi del Mediterraneo resta chiuso e la sua importante industria turistica è ferma. Si tratta di un turismo basato soprattutto sui grandi resort internazionali affacciati sul Mar Rosso e sulla crocieristica lungo il Nilo: in tempi “normali”, nel complesso il Paese riceve quasi 15 milioni di turisti all’anno e il settore genera circa l’11% del PIL nazionale. Ma in Egitto il turismo produce solo occupazione, mentre il grosso dei profitti vola verso l’estero. Nella crocieristica ad esempio, come evidenziato da una ricerca condotta da Renzo Garrone qualche anno fa, prevale il lavoro non retribuito e si vive delle mance lasciate dai turisti.

C’è da scommettere che, non appena le condizioni sanitarie lo permetteranno, l’Egitto rilancerà il settore e non solo per motivi economici. Il turismo servirà anche a far dimenticare le macroscopiche violazioni dei diritti dell’uomo e le tensioni che si sono create soprattutto con l’Italia. In questi giorni Corrado Augias, Sergio Cofferati, Luciana Castellina e altre personalità italiane che in passato sono state insignite dalla Legion d’Onore francese hanno restituito l’onorificenza, perché la stessa decorazione è stata conferita dall’Eliseo al dittatore al-Sisi. È stato un gesto forte e coraggioso che in Francia ha fatto molto discutere. Non si tratta soltanto del destino tragico di un cittadino italiano ma della difesa della democrazia, in pericolo non solo per via dello jihadismo ma anche, e da più tempo, a causa dei militari che agiscono contro i loro popoli in nome e per conto di pseudo-interessi strategici. 

Perciò il boicottaggio, o anche solo l’informazione rivolta ai turisti, che spieghi quale Egitto stanno andando a visitare, è più utile che mai. Non saranno i viaggiatori a cambiare il destino del Paese, questo è chiaro. Ma potrebbero dare un segnale forte al regime scegliendo altre destinazioni dove invece si lotta per salvaguardare la democrazia in pericolo, come la Tunisia. Anche se non si riuscirà a incidere direttamente, almeno si diffonderà la conoscenza del vero volto di una dittatura che per molti Stati è “amica”.

Pensiamoci. 

 

Il cacao non sarà una materia prima strategica come il petrolio, ma negli ultimi anni è diventato un bene di prim’ordine per via dell’aumento esponenziale del suo consumo. In tutto il mondo si vende cioccolata in tipologie sempre più diversificate e raffinate: mono-origine, doc, con percentuali di cacao che possono arrivare fino al 99%. Sono solo due, però, i continenti dove si coltiva il cacao in modo significativo: l’America Latina, dove crescono le varietà più pregiate, e l’Africa, dove si producono i grandi quantitativi, circa il 77% del totale mondiale, che vengono acquistati dalle multinazionali dolciarie.  I due giganti africani del cacao sono Costa d’Avorio e Ghana, che da soli controllano quasi il 65% dell’offerta mondiale di un mercato che vale complessivamente 100 miliardi di dollari all’anno, dei quali solo il 12% circa viene incassato dai produttori di cacao. Si tratta di Paesi poveri che quasi monopolizzano la produzione di un prodotto ricco: in Africa, i braccianti che raccolgono le fave sono pagati un dollaro al giorno e la piaga del lavoro minorile è onnipresente.

In questi mesi si è scatenata una guerra silenziosa, tenuta segreta ai consumatori. I governi di Ghana e Costa d’Avorio hanno lanciato un’iniziativa che vuole approdare a qualcosa di simile all’Opec, l’associazione dei maggiori produttori di petrolio, che regola il mercato petrolifero (e, con esso, quello energetico) anche attraverso il taglio della produzione. In realtà la “Copec”, com’è stata battezzata l’unione tra i due Paesi, non può essere paragonata neanche da lontano al “cartello” del petrolio, tuttavia si è rivelata subito sufficiente per mettere sull’attenti i grandi acquirenti di cacao. Questo perché i Paesi aderenti hanno deciso di far pagare agli importatori una tassa di 400 dollari a tonnellata che si aggiungono al prezzo della quotazione di borsa e ad altri extra, come il riconoscimento dell’origine del prodotto. In un primo momento i big mondiali hanno accettato la tassazione, ma poco dopo hanno dato inizio a una vera battaglia per evitare di pagarla. Anche con manovre sull’ICE, la borsa che tratta i futures di molte commodities tra cui il cacao, finalizzate a utilizzare le scorte immagazzinate e bypassare così i due principali produttori.

Costa d’Avorio e Ghana già minacciano rappresaglie, ad esempio quella di sospendere il programma di certificazione del cacao sostenibile per creare problemi di immagine ai produttori di cioccolata. Questa guerra potrebbe lasciare sul campo morti e feriti tra i piccoli produttori di cacao africani che non dispongono certo di risparmi sufficienti per superare un blocco degli acquisti. Il cacao, come altre materie prime, alla base della catena produttiva è associato alla miseria, al vertice al lusso. In mezzo tra questi due mondi si collocano grandi gruppi multinazionali, che si spartiscono il mercato e fanno la parte del leone: agendo come un cartello, proveranno con tutti i mezzi a piegare i Paesi che hanno osato chiedere una quota maggiore della ricchezza generata dal cacao rispetto alla miseria finora ricevuta. È una storia che si ripete e che racconta come nella globalizzazione – e il consumo di cioccolata ne è uno status symbol – convivano modernità e situazioni arcaiche, libertà e diritti dei consumatori e semi-schiavitù dei contadini, grandi gruppi commerciali in guerra contro gli Stati dove si produce la loro ricchezza.   

 

Inesorabilmente, e neanche tanto lentamente, stiamo vedendo sfumare la più grande foresta primaria al mondo. L’Amazzonia, gigantesco ecosistema di 6 milioni di chilometri quadrati distribuiti in 9 Stati, è vicina al punto di non ritorno: secondo le principali associazioni ambientaliste, ormai il 40% del cuore verde del Sudamerica è diventato savana e non tornerà più a essere foresta. Le decisioni politiche del Brasile, Paese che ne possiede il 65%, hanno un peso notevole, per quanto da sole non siano decisive. Per il governo di Jair Bolsonaro, l’Amazzonia è soltanto una grande risorsa da sfruttare: distribuendone le terre agli amici, permettendo l’espansione violenta dei latifondisti, assediando le aree indigene e sabotando la conservazione delle aree protette. Pochi mesi fa il ministro dell’Ambiente brasiliano, Ricardo Salles, è stato registrato nel corso di un consiglio dei Ministri mentre suggeriva di approfittare della pandemia per allentare la legislazione ambientale.

Il problema non è solo il Brasile: anche gli altri Stati amazzonici fanno la loro parte. In Bolivia, durante il governo di Evo Morales furono diversi i conflitti con le etnie amazzoniche per via dell’apertura di strade nella foresta. In Perù sono stati ridimensionati i parchi naturali e in Ecuador continuano le estrazioni petrolifere inquinanti. In Colombia infine, terminata la guerra civile, l’Amazzonia è stata progressivamente conquistata dagli allevatori e dai narcos.

Ma in realtà l’Amazzonia brucia per noi, o meglio, per via del nostro modello di consumo. I motori della distruzione delle foreste pluviali si sono accesi ormai 40 anni fa, quando si cominciò a estrarre minerale di ferro per l’industria dell’auto e ad abbattere grandi quantità di alberi per vendere legnami pregiati e fare spazio all’allevamento di bovini, destinati all’industria del fast food. Poi arrivarono i cercatori d’oro e le grandi dighe idroelettriche finanziate dalla Banca Mondiale. L’Amazzonia diventava sempre più un grande supermarket di materie prime pregiate e di sconfinati terreni da destinare alle coltivazioni. Le condizioni erano perfette per l’introduzione del legume più coltivato al mondo, la soia, nella sua variante OGM.

Anche il cambiamento climatico ha fatto la sua parte, aumentando l’intensità e la capacità distruttrice degli incendi, specie di quelli appiccati intenzionalmente, quando le condizioni sono più favorevoli al propagarsi delle fiamme. Così l’alleanza tra cambiamento climatico e agricoltori ha scritto le ultime drammatiche pagine: per coltivare più soia si brucia sempre più foresta, e gli incendi potenziano il cambiamento climatico liberando enormi quantità di CO2. È un circolo vizioso dal quale pare non esserci via di uscita.

Nel frattempo noi mangiamo più carne bovina, e anche quando la carne è di animali allevati in Europa, il bestiame viene alimentato con soia e foraggi prodotti in Amazzonia. Continuiamo a usare legni pregiati da taglio illegale perché, anche se ormai il legname importato deve essere certificato, si riesce lo stesso a trasformare la foresta in parquet aggirando la legge. Come scrive papa Francesco nell’esortazione Querida Amazonia: «L’equilibrio planetario dipende anche dalla salute dell’Amazzonia. […] Il  grido  che  l’Amazzonia  eleva  al  Creatore  è simile al grido del popolo di Dio in Egitto. È un grido di schiavitù e di abbandono, che invoca la libertà». Ed è vero che «il grido dell’Amazzonia raggiunge tutti»: perché l’Amazzonia non è solo il polmone del nostro pianeta, ma è anche il simbolo, lo specchio nel quale guardarci per vedere riflesso ciò che siamo diventati come società globale, e a quale prezzo. Vedere bruciare l’Amazzonia dovrebbe essere un monito per tutti, ma purtroppo non lo è.

Negli ultimi 40 anni il problema del debito pubblico, con poche eccezioni, ha sempre riguardato i Paesi del Sud del mondo o dell’Est europeo. Si generavano bolle che quando scoppiavano, come accaduto nei casi del Messico, dell’Indonesia, dell’Argentina o della Russia, creavano crisi più o meno gravi a livello globale, che comunque si “risolvevano” con una ricetta pronta all’uso, regolarmente fornita dal Fondo Monetario Internazionale: la tanto temuta “ristrutturazione del debito”. E cioè con tagli sostanziali al welfare, alle pensioni e all’educazione, evitando sempre di colpire le grandi ricchezze o il grande business perché dovevano essere il traino della ripresa. La conclusione di queste crisi è stata quasi sempre la stessa: economie che entravano in recessione e, con le politiche di austerità, si raffreddavano ulteriormente. I Paesi colpiti da quelle crisi sono riusciti a uscirne solo affidandosi a cicli economici favorevoli per l’esportazione delle loro commodities, in aggiunta ai tagli selvaggi ai danni della spesa pubblica.

Una situazione simile rischia di ripresentarsi in Africa, dove lo Zambia è entrato in default: è probabile che sia solo la prima manifestazione di un problema destinato a espandersi nella regione. La grande novità, però, è che oggi il problema del debito riguarda in maniera prepotente anche Paesi cosiddetti “centrali”, cioè quelli che, avendo il pacchetto di voti di maggioranza nel FMI, finora hanno determinato le ricette applicate agli altri. La marea di debiti pubblici e privati, cresciuti esponenzialmente durante la pandemia, equivale ormai a quattro volte il PIL mondiale. Numeri da capogiro che vedono il Giappone al primo posto, seguito tra i Paesi OCSE dalla Grecia e dall’Italia, tallonate da vicino dal Portogallo e dagli Stati Uniti. La Cina ha un debito pubblico-privato che a fine ottobre si è portato al 335% del PIL nazionale. Il famoso limite del rapporto tra PIL e debito pubblico del 60%, stabilito nel 1992 a Maastricht per i Paesi comunitari, nel 2020 è stato superato da quasi tutti i membri dell’Unione Europea, inclusa la virtuosa Germania. Ed è di queste settimane la polemica sulla proposta del presidente dell’Europarlamento di cancellare i debiti pubblici contratti dagli Stati per fare fronte all’emergenza Covid.

È di oltre 11mila miliardi di dollari il debito aggiuntivo bruciato dalla comunità internazionale per via del Covid. Una cifra enorme. E, visto che sulla ripartenza dell’economia non si hanno certezze, è inevitabile che si parli di ristrutturazione del debito. Tuttavia, da quando il problema ha colpito le economie forti, l’approccio sta cambiando velocemente: gli esperti dicono che, se si applicassero politiche di austerità, si strangolerebbe la ripartenza dell’economia. Eppure la ricetta dei tagli indiscriminati, finché la si applicava alle economie di Paesi africani o latinoamericani, veniva presentata come vincente malgrado ogni evidenza. E solo ora che il debito riguarda da vicino anche gli Stati occidentali la si mette in discussione.

Di fatto, anche il debito sta entrando a pieno titolo nella rosa di quei drammatici problemi che non possono essere risolti senza una concertazione internazionale, come quelli legati al cambiamento climatico o i conflitti bellici. È un altro allarme che suona in un mondo che, orfano del multilateralismo, si avviluppa su se stesso senza trovare via di uscita. L’ennesimo capitolo di un’agenda globale urgente e che ancora in molti fanno fatica ad assumere come prioritaria. La logica dominante è quella del “finché la barca va”, anche se si sta imbarcando sempre più acqua.

 

Questo il brano di un’intervista a Florencia Etcheves per l’introduzione della nuova guida Argentina per l’editore CLUP ancora fermo in tipografia a causa della pandemia. Sarebbe un peccato non diffondere il passaggio dove Florencia spiega la nascita del movimento femminista Ni Una Menos, di cui è stata co-fondatrice, in questa Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Una piaga antica che purtroppo si è aggravata in questi mesi di lockdown.   Alfredo Somoza   

 

Florencia Etcheves è una giornalista e scrittrice argentina. Dopo 25 anni di televisione, dove si occupava di attualità e cronaca nera vincendo diversi premi, debuttò come scrittrice di polizieschi, raggiungendo in breve un grande successo. Il suo primo romanzo, La virgen en tus ojos, è diventato recentemente un serial su Netflix e il suo romanzo Cornelia è appena uscito in Italia, edito da Marsilio, con il titolo Scomparsa. Ma Florencia Etcheves è anche una militante femminista ed è stata nel 2015 tra le fondatrici del movimento Ni Una Menos, che ha varcato le frontiere dell’Argentina per diventare un fenomeno mondiale.

Dopo tanti anni come giornalista televisiva specializzata in cronaca nera come è stato il passaggio al ruolo di scrittrice?

In realtà è successo tutto di colpo, io lavoravo da 25 anni in televisione e nel 2010 mi chiamarono dall’editrice Planeta per chiedermi se volevo scrivere un libro, raccontando una storia che mi avesse colpito nella mia carriera come giornalista. Io avevo già scritto con due colleghe due libri di inchiesta giornalistica, ma erano esclusivamente casi di cronaca poliziesca che avevano suscitato grande clamore. Quando mi proposero di scrivere da sola, non avevo in mente nessun caso che meritasse di essere approfondito, ma continuava a stuzzicarmi l’idea di provare qualcosa di nuovo. E così, senza vergogna, risposi al direttore della casa editrice: «ok, ma mi piacerebbe scrivere un romanzo poliziesco». Io stessa ero sorpresa dalle mie parole, soprattutto perché non avevo idea di cosa avrei potuto scrivere. Il direttore, vedendomi così convinta, mi risposi che andava bene, che si poteva provare con un romanzo. All’inizio ero spaventata perché mi chiedevo «e ora cosa faccio?», ma alla fine è diventato man mano il mio nuovo mestiere. Da quasi due anni è addirittura il mio lavoro quotidiano, perché ho lasciato la televisione. Il mio primo romanzo poliziesco si chiamò La virgen en tus ojos. La scrittura è diventata una passione che ha divorato la mia storia come giornalista, che resta però un periodo chiave nella mia formazione come donna e come scrittrice.

Ma tu non sei solo una scrittrice di successo, sei stata anche tra le fondatrici di un movimento di donne, Ni Una Menos, che è diventato movimento mondiale ed è arrivato anche in Italia. Com’è nato e quali erano i primi obiettivi?

Correva il 2015, io lavoravo ancora come giornalista e la situazione qui in Argentina era impressionante: ogni giorno trovavano donne assassinate, violentate, corpi abbandonati dentro sacchi della spazzatura… Noi giornaliste eravamo veramente sconvolte e a un certo punto una mia collega, Marcela Ojeda, scrive un tweet nel quale dice: «Donne, scrittrici, giornaliste, avvocatesse, non facciamo nulla? Ci stanno uccidendo». Appena ho letto quel tweet ho sentito che lo stava dicendo a me, mi sono sentita toccata. Ho risposto subito: «Mi viene in mente che donne influenti possono convocare una grande marcia. Non so se serve, ma darà visibilità». Avevamo un microfono in mano come giornaliste e non lo stavamo utilizzando. Siccome non urlavamo troppo forte, nel nostro paese continuava a riprodursi una situazione insostenibile. In molte ci siamo dette che dovevamo fare qualcosa. Iniziò tutto con un gruppo di WhatsApp, dove nacque l’idea di organizzare una manifestazione pubblica. Due mesi prima, c’era stata una lettura su temi di genere presso la Biblioteca Nazionale intitolata Ni Una Menos. Abbiamo contattato le organizzatrici perché si unissero a noi e ci consentissero di utilizzare quel nome, ricevendo un’entusiasta adesione. E così ci siamo lanciate nell’avventura di organizzare una piazza, convinte che saremmo state 30-40 pazze a manifestare, urlando consegne con un megafono. Ma le reti sociali avevano fatto crescere l’iniziativa e cominciarono a piovere adesioni da gruppi di femministe, sindacati, movimenti sociali, associazioni per i diritti umani. E ancora sportive, attrici, scrittrici, vip. A un certo punto abbiamo capito che sarebbe arrivata molta gente, ma mai avremmo immaginato di vedere le 200.000 persone che ci siamo trovati davanti. Quel 3 giugno 2015 ha provocato una rivoluzione nella vita di ciascuna di noi. Io quando parlo di questo ancora mi commuovo, è stato uno dei momenti più importanti della mia vita. Ero su quel palcoscenico, sentendo che qualcosa si era svegliato in me per non addormentarsi mai più.

Un movimento diventato mondiale, che ha dato visibilità alla questione di genere. Quali pensi siano ora le prospettive?

In realtà il movimento c’era, non abbiamo di certo inventato il femminismo noi. Grazie alla lotta delle donne di altre generazioni io oggi posso scrivere, guidare una macchina, posso viaggiare senza che mi accompagni mio marito, posso votare e posso essere anche candidata a Presidente della repubblica. Quello che sta succedendo ora in molti paesi è che ci si abbraccia alle conquiste ottenute perché non vengano cancellate. Perché noi donne abbiamo lottato tutta la vita per ottenere diritti, ma anche quando li otteniamo, dobbiamo continuare a lottare perché non ci vengano tolti. Come nel caso dell’aborto nei paesi dov’è legale, come Spagna o Italia, e ci sono movimenti retrogradi che vorrebbero cancellare questa conquista. In America latina le lotte per conquistare questo diritto, che ci viene ancora negato, sono sempre più importanti. Oggi non si ha più vergogna di chiederlo ed è diventato una bandiera per diversi movimenti. Stiamo tentando di riconsegnare questa pratica medica, che avviene sul corpo delle donne, alla sovranità delle donne stesse, che devono poter decidere liberamente. Ma il nostro movimento non è solo questo: stiamo lottando per ottenere la parità dei salari rispetto agli uomini, ma anche per la parità nella politica e nei luoghi dove si prendono decisioni. In Argentina, fa impressione come ora nessuna si vergogni di definirsi “femminista”, quando fino a poco tempo fa era meglio tenerlo per sé. Io sono molto orgogliosa che mia figlia, che ha 20 anni, non veda alternative all’essere femminista. Non capisce come non si possa esserlo. E tutto questo è successo in pochissimo tempo. Credo che la rivoluzione delle donne sia arrivata per restare e che questo sia il nostro secolo. Tutto ciò che otterremo ora non potranno più togliercelo, perché stiamo lottando perché le nostre figlie e le nostre nipoti siano finalmente libere.

(Alfredo Somoza per © ClupGuide)

 

Tra gli effetti duraturi della pandemia c’è una significativa mutazione della globalizzazione iniziata negli anni ’90 del secolo scorso. Soprattutto, sta cambiando la configurazione delle piattaforme produttive dislocate in diversi Paesi e continenti. Dopo l’allarme suonato all’inizio della pandemia, quando si è “scoperto” che la stragrande maggioranza dei beni di consumo in ambito sanitario era prodotta in Cina, si è avviata una ristrutturazione che sta accorciando e regionalizzando le catene di valore. Cambiamenti analoghi stanno incidendo in profondità anche nelle filiere dell’aerospaziale e della difesa, dell’automotive e dei beni durevoli. Si torna ad esempio a produrre plastica e tessuti in grandi quantità, per far fronte alla necessità di “sostituire” l’export cinese e soddisfare le ingenti richieste di questi materiali.

Non si tratta di un trionfo dell’ideologia autarchica, bensì del logico risultato di una presa di coscienza: quella dell’importanza strategica di settori che nei decenni scorsi erano stati sottovalutati e totalmente delocalizzati, mentre oggi si rivelano prepotentemente di prima necessità. L’Unione Europea, che finora si era limitata a sovvenzionare fortemente la produzione agricola interna per garantire la sicurezza alimentare, concetto risalente al secondo dopoguerra, comincia a guardare con crescente interesse alla ricerca e alla produzione industriale, favorendo le catene produttive intra UE. Il nuovo obiettivo europeo è avere filiere produttive più corte, più controllabili, più omogenee e meno esposte al rischio non solo delle pandemie ma anche delle guerre commerciali: come quella tra Stati Uniti e Cina, che ha pesantemente penalizzato chi aveva investito in Cina per andare a vendere sul mercato americano. La Germania, la più importante potenza industriale europea, sta già indicando due priorità per le sue imprese: la prima è diversificare la presenza nel mondo, fino a oggi troppo concentrata solo in Cina; la seconda rinforzare le catene produttive europee assumendo un ruolo di leadership. Meno Asia e più Europa insomma.

Non bisogna confondere questo riposizionamento con un abbandono dei mercati mondiali. Probabilmente si continuerà ad andare in Cina o in Messico, ma sarà soprattutto per produrre per il mercato locale. Questa evoluzione è la conseguenza anche di un altro fattore poco considerato, il progressivo livellamento salariale a livello mondiale. Se lo stipendio di un operaio cinese negli anni ’90 era pari a 150 dollari USA, oggi ha superato i 500 dollari. Allo stesso modo i salari sono cresciuti nei Paesi dell’Est europeo e in Messico. Inoltre da qualche tempo stanno cambiando gli standard ambientali: se in passato molte aziende approfittavano della mancanza di leggi specifiche nei Paesi di delocalizzazione, oggi è più difficile trasferire all’estero lavorazioni inquinanti.

Nel complesso si va dunque verso meno delocalizzazione, più mercati locali e regionali, migliori standard ambientali e salariali. Visti così, i cambiamenti in corso potrebbero essere salutati come positivi. Ma questo è vero solo fino a un certo punto. Restano, infatti, grandi problemi irrisolti: come il dramma sociale della disuguaglianza (non solo all’interno dei singoli Paesi ma anche tra gli Stati), la perdita di posti di lavoro, dovuta sia alla crisi sia alla sostituzione crescente del lavoro umano con macchine e soluzioni artificiali, e l’emergenza ambientale mondiale, che richiede impegni globali. Il mondo e la natura del capitalismo globale stanno cambiando velocemente, ancor più di quanto si pensasse, e anche questo è un lascito della pandemia.

 

Dopo l’elezione di Kamala Harris a vicepresidente degli Stati Uniti, sui media si è riversata un’ondata di retorica che ha esaltato alcuni dati della sua biografia come se fossero qualificanti. Questo soprattutto in Europa, dove ancor oggi i termini “immigrato” e “nero” sono automaticamente associati una condizione di marginalità e a lavori non qualificati. La posizione raggiunta da Harris, infatti, è stata presentata da alcuni come un “miracolo” per via della condizione dei genitori, immigrati di colore. Andando però a verificare, tanto il padre quanto la madre facevano parte dell’élite del mondo delle professioni, ambito nel quale, ormai da qualche tempo, le differenze etniche sono state praticamente abolite: a contare sono in primo luogo i titoli. Il padre di Kamala Harris, giamaicano, si è laureato a Berkeley in economia ed è professore emerito a Stanford; la madre, indiana, è stata endocrinologa e oncologa di fama internazionale per via delle sue ricerche sul tumore al seno. Per questo le loro due figlie hanno potuto frequentare scuole e università importanti e costose senza bisogno di borse di studio.

La questione razziale è di grande attualità negli Stati Uniti, ma i drammatici fatti di cronaca avvengono parallelamente all’affermazione di una borghesia di colore che si è costruita sulla base dello studio e dell’esercizio delle professioni. Una classe sociale che spesso non ha ereditato nulla, a differenza di molti bianchi benestanti, e si è costruita da sola anche grazie alle affirmative actions, che hanno imposto quote obbligatorie per le minoranze etniche in diversi settori della vita pubblica del Paese. Ma questa tutela non è necessaria per tutti: molti statunitensi non bianchi, come la Harris o Barack Obama, hanno scalato i gradini della società e della politica potendo contare sulla solidità culturale ed economica delle loro famiglie. Già 50 anni fa, infatti, negli Stati Uniti esisteva una “borghesia delle professioni” di colore, anche se meno numerosa rispetto a quella di oggi. È questa la differenza con l’Europa, soprattutto con quella mediterranea: la maggior parte degli afroamericani non sono immigrati ma statunitensi da qualche secolo, e anche gli immigrati di colore sono in buona percentuale persone che si spostano per studio o per carriera. I lavori più umili, in campagna o nel servizio alle persone, sono svolti in maggioranza da messicani e centroamericani.

Senza dubbio l’affermazione di una donna non bianca ai vertici della politica costituisce ancora una notizia, ma più che altro per il fatto che si tratta di una donna, non per il colore della pelle. Solo secondo i canoni europei Harris può apparire come una “miracolata” in quanto figlia di immigrati indiani e giamaicani; secondo i canoni USA, invece, si tratta di una persona che ha avuto una carriera lineare, come quella di Barack Obama. È un peccato che l’opinione pubblica europea sbagli mira, perché l’unica cosa da sottolineare (una e cento volte) è che si tratta di una donna, la prima negli Stati Uniti ad arrivare così in alto: una vicepresidente che potrebbe succedere a Joe Biden alla guida degli Stati Uniti. Se questo succederà, sarà sì un fatto storico e inedito e non soltanto per gli Stati Uniti. Ma sempre perché sarebbe la prima donna della Storia al vertice di una superpotenza. Invece, fare di una persona un’icona mondiale per via dell’appartenenza etnica o della condizione migratoria dei genitori è un insulto alla ragione e alla stessa Harris.