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Le città, si dice spesso, sono i luoghi dove ci sono maggiori opportunità di trovare impiego e fare carriera, educare i figli e farsi curare, emanciparsi dalle tradizioni patriarcali che invece, secondo questa interpretazione, caratterizzano i mondi rurali, insieme alla mancanza di opportunità, di impieghi qualificati, di scuole di buon livello. È questa prospettiva di miglioramento sociale ed economico che, soprattutto a partire dal XX secolo, ha spinto decine di milioni di persone a migrare dalle campagne alle città. In alcuni Stati – soprattutto in Europa, ma anche nell’odierna Cina – quella prospettiva in qualche modo si è concretizzata. In molti altri Paesi, numericamente la maggioranza, la migrazione verso la città si è invece rivelata una continuazione della povertà, ma in un contesto diverso: una grande differenza è che nei centri urbani si interagisce, subalternamente, con la ricchezza, e non ci si limita a vederla in televisione.

Molte città, con l’arrivo di milioni di contadini, divennero metropoli e alcune hanno formato vere megalopoli, allargandosi in quartieri provvisori privi dei servizi di base, dove si è lontani da tutto e si vive sempre più pericolosamente, in territori controllati da gang o cartelli della droga. Queste realtà, molto diffuse in America Latina, ma anche in Africa e in Asia, fanno sì che il voto espresso dalle città sia radicalmente diverso da quello delle campagne: un caso estremo si è visto in Perù, dove al ballottaggio delle elezioni presidenziali del 7 giugno le province rurali del centro del Paese hanno votato con punte dell’80% il candidato della sinistra Roberto Sánchez Palomino, che proponeva un programma fortemente orientato all’estensione del welfare e all’investimento in educazione e salute. Invece le città, a partire dalla capitale Lima, hanno votato in maggioranza Keiko Fujimori, che sostiene la centralità del mercato e propone la liberalizzazione dell’economia, abbinandola a una ricetta autoritaria per combattere la criminalità, che nelle città colpisce in modo particolare proprio i poveri. Liberalizzazione e pugno di ferro da un lato, welfare e investimento in politiche sociali dall’altro: due mondi che convivono nello stesso Paese e che riflettono bisogni diversi, ma che in realtà sono molto più vicini di quanto sembri.

La differenza? Chi vive nella marginalità delle periferie urbane vuole mantenere viva quella speranza di miglioramento delle proprie condizioni che lo ha portato a migrare. E pensa che quanto più lo Stato lo lascerà libero di fare la sua scalata sociale, tanto più avrà probabilità di farcela. È un miraggio che porta all’autoidentificazione con candidati come Keiko Fujimori, che povera non è mai stata e appartiene a una famiglia che al Perù ha già dato un dittatore. Pensare che personalità come Fujimori, Abelardo de la Espriella in Colombia o Bolsonaro in Brasile possano essere sensibili ai temi della povertà e intendano ripianare le disuguaglianze fa parte del grande inganno alimentato dai media, in particolare dai social. L’ideologia dell’uomo (o della donna) “che si è fatto da sé” viene inoculata da decenni come modello sociale: uno specchio deformante nel quale chiunque può riflettersi, illudendosi di avere i numeri per farcela. E questo accade soprattutto nelle città, ovvero nei luoghi al centro di cultura, economia e informazione. Nelle campagne, invece, la realtà è più brutale e lo spazio per le illusioni si restringe. Per questo oggi il distinguo tra progressisti e neoconservatori non è solo ideologico: diventa geografico e, nel caso di Stati come il Perù, anche etnico. Le zone dove ha vinto il candidato progressista non sono solo rurali, storicamente povere ed emarginate: sono anche abitate da millenni dalle diverse nazioni indigene. Uomini e donne consapevoli, per esperienza secolare, che non diventeranno ricchi né faranno mai lavori da sogno. Per questo chiedono scuole migliori e sanità pubblica, strade, ponti, aiuti per l’agricoltura. Chiedono di vivere meglio là dove sono nati. Le persone che vivono nelle periferie urbane, invece, accettano di vivere male, ma non vogliono rinunciare a quell’illusione che le ha strappate dalle loro terre.

Siamo entrati ufficialmente nell’era di un nuovo bipolarismo, anomalo fin che si vuole ma reale nei fatti. L’incontro a Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping sancisce un nuovo direttorio globale che, nei prossimi anni, dovrebbe dare al mondo un ordine diverso rispetto a quello degli ultimi decenni, ma a ben vedere anche rispetto a quelli che si sono alternati negli ultimi secoli. Il bipolarismo sino-statunitense manda definitivamente in soffitta anche i tentativi di governo della complessità che si erano creati negli ultimi decenni. Il G7 è sostanzialmente defunto ormai da un pezzo, il G8 è scomparso al tempo della svolta autoritaria di Putin, e anche il G20 è una fotografia ormai datata dell’importanza che, all’epoca della sua istituzione, stavano assumendo i Paesi del Sud globale (e ancor prima i Brics, frutto delle diplomazie di Pechino, Brasilia e New Delhi): è però servito per simulare una nuova governance globale staccata dal regno del dollaro e quindi dalla guida occidentale.

Da tutti questi passaggi, la grande beneficiata è stata la Cina, che ha capito per tempo che il posto ai tavoli che contano davvero non si guadagna con dichiarazioni retoriche, ma esercitando il controllo sulle materie prime strategiche, creando fitte reti commerciali e soprattutto accettando la sfida tecnologica. Una sfida che l’Unione Sovietica perse nei confronti degli Stati Uniti anche perché convinta che bastasse la corsa ad armamenti più potenti per pareggiare la situazione. La Cina ha imparato quella lezione e ciò l’ha resa un gigante da tanti punti di vista – ma non da quello militare, almeno per ora.

Il nuovo ordine che si sta delineando non si baserà su posizioni preconcette o dettate da ideologie, ma sarà molto pragmatico. Ciò non vale solo per la Cina ma anche per gli Stati Uniti che, ormai senza farne mistero, stanno sviluppando una politica estera che risponde solo a interessi strategici e commerciali, non certo a ideali democratici o di tutela dei diritti umani. Questi valori non scompariranno ma resteranno patrimonio quasi esclusivo delle organizzazioni non governative: del resto, nella pratica lo sono già oggi. Il nuovo ordine, però, non potrà fare a meno di una nuova struttura multilaterale e di un “ripescaggio” del diritto internazionale, non tanto per questioni di principio quanto per praticità: un mondo senza regole non è l’ambiente ideale per gli affari.

I tentativi dell’amministrazione USA di fare pressioni affinché gli Stati sudamericani si staccassero da Pechino sono tutti falliti, anche nei Paesi governati da presidenti politicamente affini a Trump. Questo perché, al di là dell’ideologia, ciò che serve sono investimenti e scambi commerciali alla pari: e su questo terreno la Cina primeggia rispetto alla potenza rivale che ricorre ai dazi come a una clava e usa la guerra come strumento, che peraltro non risolve nulla, ma aggiunge solo dolore umano e caos economico al mondo.

Mentre in Occidente si continua a discutere sull’opportunità di investire nelle energie rinnovabili, c’è chi sta facendo passi da gigante anche su questo piano, e tra non molto potrà chiedere conto al resto del mondo di quanto si è fatto per contrastare il cambiamento climatico. Questo grazie alla pianificazione e agli investimenti, ma anche al partenariato con Paesi “dimenticati” che hanno nelle loro viscere le materie prime vitali per le nuove tecnologie: e sancire così il monopolio cinese sia sul possesso sia sulla trasformazione di queste materie, delle quali nessuno può fare a meno.

Il prossimo ordine globale sarà dunque meno permeato di concetti quali democrazia e diritti umani. Sarà però centrale il concetto di armonia, di confuciana memoria, con alcuni punti fermi: non ingerenza negli affari interni dei Paesi sovrani (vedi alla voce diritti umani), apertura al commercio internazionale senza dazi, un’istanza dove conciliare le controversie e prevenzione dei conflitti, magari riformando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Piaccia o meno, anche grazie al suicidio politico dell’Europa che è estranea a quanto sta succedendo, il nuovo ordine sarà dettato da due soli uomini in rappresentanza di due storie nazionali di successo. E festeggiato col botto dai mercati finanziari.

A balance scale with USA on one side and China on the other illustrating global influence rivalry

“Fare esteri” cinquant’anni fa non era facile. Esistevano le agenzie stampa internazionali e le “grandi testate”. La maggior parte del mondo era invisibile, in assenza di contatti diretti con l’Occidente. Abbiamo saputo molto sul Vietnam, ma quasi nulla del conflitto angolano. I corrispondenti dei grandi giornali risiedevano a Londra, New York, Parigi, raramente a Lagos o a Rio de Janeiro. Poi c’erano gli inviati, che riuscivano ad avere e fornire una visione più completa perché potevano recarsi nei luoghi delle notizie, sempre al netto di quei Paesi dove non era permesso entrare, come in Unione Sovietica. Il resto dell’informazione si doveva pescare con cura e pazienza dal flusso della cosiddetta “controinformazione”, cioè dalle notizie che arrivavano direttamente dai Paesi esteri tramite bollettini, lettere, racconti dei rappresentanti dei fronti di liberazione o dei movimenti per i diritti umani. Eppure si riusciva lo stesso a riequilibrare le informazioni fornite dalle fonti ufficiali con quelle quasi clandestine, e soprattutto a dare notizie di quegli angoli della Terra che erano totalmente ignorati dalla grande stampa.

Per gli anglosassoni la regola fondamentale del giornalismo è “i fatti sono sacri, l’opinione è libera”. A quei tempi, raccontare i fatti oscurati era indispensabile per la formazione delle opinioni: in quel contesto la radio è stata un veicolo eccezionale, soprattutto grazie all’attività delle radio indipendenti che negli anni ’70 iniziavano a trasmettere qua e là, e poi diventarono rete. Lottarono contro la gerarchia delle notizie dell’epoca, che considerava verità solo quella raccontata dalle grandi testate, mentre tutto il resto era ritenuto amatoriale o addirittura ideologico. Col senno di poi, si può dire che fu la cosiddetta controinformazione a permettere che esistesse l’informazione tout court. Molte delle notizie che all’epoca venivano bollate come controinformazione “di parte” si sono infatti rivelate verità storica.

Il panorama attuale dell’informazione è radicalmente diverso, con decine di migliaia di fonti giornalistiche che raccontano dal basso e dall’alto ogni angolo del pianeta. Non ci sono zone completamente oscurate, nemmeno sotto i regimi, che possono controllare ciò che si scrive entro i loro confini nazionali ma non quello che si produce altrove.

Finita l’epoca d’oro della radio, Internet si è rivelata il più grande strumento per l’affermazione del diritto di stampa, ma è diventata anche un’autostrada della propaganda, di cui si fa un uso sfrenato, e soprattutto della disinformazione. Perciò oggi come ieri, malgrado l’abbondanza di fonti da cui possiamo attingere, per chi fa informazione restano valide le regole di partenza che riguardano la scelta delle fonti, la verifica dei fatti, l’ascolto dei protagonisti – e solo successivamente l’espressione di un’opinione, se questa può aiutare a comprendere lo sviluppo della situazione. Al contrario, l’approccio “da tifoseria” che prevale sui social fa un pessimo servizio ai cittadini, privandoli, di fatto, del diritto a sapere prima di formarsi una propria opinione. Radio Popolare è un esempio di come si possa fare informazione dalla parte dei più deboli, senza tifoseria. Mezzo secolo fa, per noi erano interlocutori alla pari delle agenzie stampa i rappresentanti dell’OLP, del Fronte Farabundo Martí, delle Madri di Plaza de Mayo. Anche oggi, per quanto i nostri tempi siano ricchissimi di fonti, c’è lo stesso bisogno di scegliere una linea narrativa che dedichi attenzione ad ascoltare e a dare dignità a quelle voci che, malgrado tutto, continuano a restare fuori dal circo mediatico.

Le crisi armate che si sono susseguite negli ultimi anni, ma anche le guerre commerciali silenziose, fotografano le linee di frattura che attraversano il mondo uscito dal ventennio della globalizzazione. Sono state smentite le previsioni degli anni ’90 del secolo scorso, quando molti pensavano che, dopo il bipolarismo della Guerra Fredda, soltanto la creazione di un mercato globale di produzione e di consumo, fortemente deregolamentato e guidato dalle istituzioni finanziarie e dal WTO, avrebbe “ordinato” il mondo. E che nel mondo non ci sarebbe stato spazio per la conflittualità, essendo tutti i Paesi inseriti, appunto, nello stesso mercato globale. Questa illusione ha cominciato a scricchiolare davanti all’evidenza che la globalizzazione aveva sì tolto dalla miseria centinaia di milioni di asiatici, ma aveva anche creato sacche di povertà inedite negli Stati dai quali le imprese erano partite per delocalizzare le loro attività. Soprattutto, l’ordine mondiale non poteva essere garantito da un semplice pacchetto di regole relative agli scambi di materie prime, manufatti e servizi: quell’approccio era intrinsecamente apolitico, del tutto inadeguato a governare questioni cruciali quali, ad esempio, la lotta al cambiamento climatico e alle disuguaglianze.

Dopo anni in cui avevano delegato quasi tutto all’economia, gli Stati sono improvvisamente tornati in primo piano durante la pandemia di Covid, per poi consolidare la loro ritrovata centralità nello scenario dei conflitti armati. Ma il quadro globale è quello di una politica sempre meno democratica, in cui ad agire da protagonisti sono diversi regimi; e le democrazie occidentali, in primis gli Stati Uniti, hanno abbandonato la retorica dei buoni sentimenti e si misurano con le autocrazie utilizzando apertamente gli stessi metodi.

Questo caos apparente è lo scenario che sta partorendo un nuovo ordine mondiale bipolare dominato da Stati Uniti e Cina, mentre l’Unione Europea, che potrebbe essere il terzo elemento in gioco, è paralizzata, intimorita di fronte all’idea di compiere quei passi che potrebbero renderla un soggetto di peso sulla scena internazionale. Si tratta di un bipolarismo che ovviamente non esclude il ruolo delle potenze regionali come Israele, Turchia, Nigeria, Brasile, Russia o India. Ma che, per capacità militare o commerciale e tecnologica, non può che essere guidato dalla potenza americana e da quella asiatica. Una strana coppia: non si era mai verificata una situazione simile, nella quale le due potenze mondiali fossero così strettamente legate tra loro da interessi economici.

Stati Uniti e Cina sono partner reciprocamente importantissimi sul piano commerciale, legati da enormi flussi di scambio di merci e servizi; inoltre, la Cina è tra i principali detentori del debito statunitense. Ma in tutti gli altri campi i due Paesi competono apertamente: per il controllo dei minerali strategici e lo sviluppo dell’IA, nella robotica e nella corsa allo Spazio. Lo scontro si sta facendo evidente anche su un altro piano: tutti gli interventi esteri dell’era Trump sono collegati da un filo rosso, che è il tentativo di colpire gli interessi cinesi nel mondo.

Ciò che in ogni caso non può più essere messo in discussione, per quanto farnetichino i sovranisti, è l’interdipendenza che il mondo ha ereditato dalla fase della globalizzazione. La produzione non solo di beni, ma anche di idee, è frutto di una rete mondiale che collega approvvigionamenti, aziende e centri di ricerca, e dell’attività di grandi imprese che possono operare solo superando i confini nazionali. L’autarchia, se mai è stata possibile, oggi è una prospettiva del tutto impercorribile. Pur tra mille fratture, il mondo si muove in un’unica direzione e di questo si fatica a prendere atto.

Nella prossima fase, quando ci si dovrà sedere per ricomporre i cocci delle follie di questi ultimi anni, non si potrà che partire dalla ricostruzione di un sistema multilaterale di diritto e di cooperazione, che includa tutti i protagonisti del mondo del XXI secolo. Mai come ora è stata realistica la frase “nessuno si salva da solo”. Anzi, da solo nessuno risolve nulla, e questo dovrebbe essere il principio in base al quale spegnere il motore della corsa alle armi e riaccendere quello della politica. Il prezzo che l’umanità – presente e futura – sta pagando perché chi si sente forte cerca di imporsi con la forza è troppo alto per essere sostenibile ancora a lungo.

Negli ultimi anni si è assistito a un progressivo indebolimento della centralità del dollaro statunitense nei commerci internazionali, tanto che molti osservatori parlano di “fuga dal dollaro”. Questo fenomeno non implica un crollo imminente della valuta americana, ma segnala piuttosto un cambiamento strutturale negli equilibri economici globali. Alla base vi è un calo di fiducia verso gli Stati Uniti che ha subito un’accelerazione con la presidenza di Donald Trump, caratterizzata da politiche commerciali aggressive e disordinate, imposizione di sanzioni economiche e un approccio unilateralista che ha spinto diversi Paesi a cercare alternative.

Il dollaro ha storicamente rappresentato la principale valuta di riserva a livello mondiale e la moneta privilegiata per gli scambi internazionali, soprattutto nel settore energetico. Tuttavia, il crescente ricorso alle sanzioni economiche da parte di Washington ha reso evidente come la dipendenza dal dollaro possa trasformarsi in una vulnerabilità. E i Paesi colpiti o minacciati da restrizioni finanziarie hanno iniziato a esplorare sistemi alternativi per ridurre la propria esposizione al sistema finanziario dominato dagli Stati Uniti.

In questo contesto si inserisce l’ascesa di altre valute, in particolare lo yuan (o renminbi) cinese, che Pechino promuove attivamente nei commerci bilaterali e nei progetti legati alla Nuova Via della Seta. Inoltre, gli accordi tra Paesi emergenti prevedono sempre più spesso l’uso di monete locali negli scambi commerciali, bypassando il dollaro. Questo fenomeno riguarda dunque non solo grandi economie come quelle di Cina, Russia o India, ma si estende anche ad altre realtà, incluse regioni africane tradizionalmente legate al sistema occidentale.

Proprio l’Africa rappresenta un laboratorio particolarmente interessante per questa trasformazione. Molti Paesi africani, finora esposti alle fluttuazioni del dollaro e ai vincoli imposti dalle istituzioni finanziarie internazionali, stanno infatti cercando maggiore autonomia monetaria: e l’adozione di accordi bilaterali in valute locali consente di ridurre i costi di transazione, limitare il rischio di cambio e rafforzare i sistemi finanziari interni.

La crescente presenza economica della Cina in Africa ha ulteriormente ampliato il campo per questa dinamica: attraverso investimenti in infrastrutture, prestiti e partenariati commerciali, Pechino ha infatti favorito l’uso dello yuan in diversi Paesi africani. In alcuni casi, le banche centrali locali hanno iniziato a includere la valuta cinese nelle proprie riserve, mentre le imprese la utilizzano sempre più spesso per regolare le transazioni.

Parallelamente, si stanno sviluppando iniziative regionali per promuovere sistemi di pagamento alternativi. Organizzazioni africane lavorano alla creazione di piattaforme che facilitino gli scambi intra-africani in valute locali, riducendo la dipendenza dalle valute forti. Questo processo si inserisce anche nel quadro dell’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA), che mira a incrementare il commercio interno al continente.

Nonostante questi sviluppi, il dollaro mantiene ancora una posizione dominante, grazie alla profondità dei mercati finanziari statunitensi e alla fiducia residua nelle istituzioni americane. Tuttavia, la tendenza alla diversificazione è ormai avviata: più che una sostituzione immediata, si profila un sistema multipolare in cui diverse valute coesistono e competono.

In definitiva, la “fuga dal dollaro” non ha il carattere di un evento improvviso e dirompente, ma quello di un processo graduale che riflette trasformazioni geopolitiche più ampie. Gli Stati Uniti vedono man mano ridotta la loro centralità nel mondo e i maldestri tentativi di riconquistarla attraverso le armi, gli strumenti economici punitivi e l’erraticità della politica estera non fa che accelerarla.

A one hundred US dollars banknote featuring Benjamin Franklin stands on one hundred Chinese yuans banknotes featuring Mao Zedong in Shanghai, China, on October 23, 2007. The Chinese yuan, also called RMB, is at its highest, now quoting 7.50530 to the US dollar. Photo by Lucas Schifres/Pictobank

L’unico a parlarne, in tempi non sospetti, fu Bill Gates in un’intervista rilasciata a Quartz nel 2017, quando affermò che, se un robot svolgesse lo stesso lavoro di un essere umano, l’azienda che lo utilizza dovrebbe essere sottoposta a una tassazione simile a quella del costo del lavoro umano. Gates evocava in pratica una “robot tax”, con la quale finanziare la formazione dei lavoratori rimasti disoccupati, sostenere quei settori dove la mano umana resta imprescindibile, puntellare il sistema generale di welfare e quello pensionistico.

Oggi la rivoluzione combinata tra robotica e IA sta producendo un terremoto in diversi settori produttivi, nei quali la presenza umana diventa man mano meno redditizia, vista la capacità raggiunta dall’IA di fare le stesse cose, anche meglio, a costi nettamente inferiori. Lo stesso vale per la robotica, soprattutto nei cicli industriali. E siamo solo agli inizi: per i prossimi dieci anni si prevedono la sostanziale scomparsa di varie figure professionali e una drastica riduzione del bisogno di manodopera nei sistemi industriali e in buona parte di quelli agricoli. Siamo di fronte a una rivoluzione che non si può paragonare a quella prodotta dalla diffusione dell’energia elettrica o dall’avvio della motorizzazione. I cocchieri, i lampionai, i tessitori che restavano senza lavoro potevano trovare impieghi diversi, nati con la rivoluzione industriale; l’IA e la robotica, invece, non creano nuovi mestieri, se non quelli strettamente necessari per fabbricarli e programmarli. In prospettiva, le professioni che resteranno a carico degli umani, almeno per ora, riguardano i servizi di cura alle persone, l’artigianato di fascia alta e poco altro.

In questo contesto, finora ignorato dalla politica, arriva l’iniziativa imprenditoriale di Jeff Bezos che sarebbe intenzionato a dar vita al più grande fondo di investimenti nel settore tecnologico mai esistito. Si parla di cento miliardi di dollari per acquistare aziende industriali tradizionali e aumentarne l’efficienza e i margini attraverso l’integrazione di sistemi di IA. Traducendo dall’industrialese, con l’IA si riuscirebbe ad aumentare l’efficienza e far impennare i profitti a discapito dell’occupazione umana, che nelle industrie così trasformate crollerebbe di sicuro. Su questo punto, nello scorso novembre, in Italia una sentenza del Tribunale di Roma ha confermato che la sostituzione di un lavoratore con l’IA può configurare un “giustificato motivo oggettivo” di licenziamento se legata a una riorganizzazione aziendale. Questo orientamento vale ovviamente ancora di più in quei Paesi dove il licenziamento non deve nemmeno essere giustificato, come gli Stati Uniti.

E così ci apprestiamo ad arrivare velocemente al punto critico, anche e soprattutto per quei miliardari della Silicon Valley che guidano il mondo dell’IA: quando quelle persone che l’intelligenza artificiale sta lasciando senza lavoro e senza reddito non potranno più consumare i prodotti fabbricati dai robot, di quanto scenderanno i mercati globali? Inoltre, cosa sarà di una massa di disoccupati che tra 10 anni, secondo alcune stime, sarà tra il 30 e il 40% della forza lavoro? Chi fa business dovrebbe trovare una risposta, almeno per quanto riguarda il calo dei consumi. Ma, in assoluto, sarebbe compito della politica affrontare queste domande, perché la rivoluzione in corso mette in gioco il destino della società a livello mondiale. L’inadeguatezza delle attuali classi dirigenti si può misurare su due temi: la deliberata paralisi nella risposta ai cambiamenti climatici e il fingere che non esista la rivoluzione introdotta dall’IA.

Nel secondo mandato di Donald Trump, la Casa Bianca ha smesso di apparire come la cabina di regia di una democrazia liberale per assomigliare, sempre più, a un ufficio di private equity globale. Se durante il primo mandato si parlava di “transazionalità”, nel 2026 il lessico è cambiato. Analisti e osservatori internazionali parlano ormai di una dottrina “tributaria”: non si tratta più di negoziare con i leader stranieri, ma di decidere chi è autorizzato a gestire gli asset nazionali, dal petrolio venezuelano alle infrastrutture energetiche. Il caso del Venezuela è la prova regina del nuovo metodo Trump. Il sequestro di Nicolás Maduro nel gennaio 2026 non è stato presentato come una missione di regime change in nome della democrazia, ma come un’operazione di “messa in amministrazione controllata”. Per Trump, il Venezuela era un’azienda in fallimento gestita da un management incompetente e corrotto. La sua visione non è mai stata quella di organizzare libere elezioni, quanto piuttosto di rimuovere i “proprietari” uscenti per rimpiazzarli con figure che garantissero la stabilità degli estrattori americani. Con Delcy Rodríguez, infatti, pare abbia trovato ciò che cercava. È un pragmatismo brutale: il leader straniero è un subappaltatore. Se non performa, viene licenziato; se resiste, viene rimosso fisicamente.

Verso Teheran, la strategia ha imboccato una strada ancora più radicale. Qui Trump non cerca un accordo, cerca una tabula rasa. Le recenti operazioni militari, che hanno smantellato gran parte dell’apparato di difesa iraniano, indicano una volontà di “cancellare” l’attuale vertice decisionale. La retorica trumpiana è chiara: “Voglio qualcuno di razionale al comando”. Per Trump, la legittimità non deriva dal voto popolare o dal consenso interno, ma dalla capacità di chiudere un accordo. Se l’attuale leadership non è disposta a firmare, viene considerata un ostacolo agli interessi statunitensi e, di conseguenza, un bersaglio. Non si elegge il successore tramite le urne; si crea un vuoto di potere così profondo che la sopravvivenza del regime diventa impossibile, costringendo il paese a una ristrutturazione forzata.

Mentre Venezuela e Iran hanno già subito l’intervento di Washington, Cuba resta, nelle parole di Trump, un capitolo “in attesa di chiusura”. Per la Casa Bianca, l’isola non è un nemico strategico nel senso bellico del termine, ma un residuo ideologico che ha smesso di generare profitto. La pressione su L’Avana è diventata un’ossessione che rasenta la gestione immobiliare: Trump parla spesso dell’isola come di un potenziale “asset” di lusso che necessita di un restyling totale. La sua idea di “eleggere” i leader cubani passa per il collasso economico del modello attuale, spianando la strada a una classe dirigente che veda nell’integrazione con gli USA l’unica opzione di sopravvivenza.

La sintesi di questa dottrina è semplice e spiazzante allo stesso tempo. Le organizzazioni internazionali sono viste come burocrazie inutili che impediscono la trattativa diretta. La minaccia militare non serve a conquistare territorio, ma a forzare la negoziazione. Ogni Capo di Stato straniero è valutato in base alla sua “fedeltà” al sistema di scambi americano, non importa se a capo di una democrazia o di un regime. Per questo si può concludere che Donald Trump ha superato i suoi predecessori, nemmeno accennando alla cosiddetta “esportazione della democrazia”; vuole imporre un modello di business. Il mondo, per lui, non è un’assemblea di nazioni sovrane, ma una holding dove l’amministratore delegato risiede a Washington e il suo compito principale è sostituire i manager che non producono i dividendi sperati a favore della capogruppo.

Mentre il caos è diventato il metodo di governo globale, la corsa alle armi che si è scatenata in tutto il mondo sta facendo riemergere un problema del quale da un po’ di tempo non si parlava più: quello del debito. Nel 2025 l’indebitamento globale ha battuto tutti i record raggiungendo i 348mila miliardi di dollari, spinto dall’aumento della spesa pubblica dovuto agli investimenti in due settori, quello dei data center e, soprattutto, la difesa. A guidare la classifica dell’indebitamento sono gli Stati Uniti, la Cina e i Paesi dell’area euro, che insieme hanno prodotto quasi tre quarti del nuovo debito mondiale. La novità che emerge dall’ultimo Global Debt Monitor, rilevazione condotta dall’Institute of International Finance, è che la parte del debito in capo alle famiglie e alle imprese è scesa ai livelli pre-covid, mentre continua a crescere la quota dovuta ai governi. Negli Stati Uniti, dove l’attuale amministrazione aveva promesso di smontare il “mostro” della spesa federale, quest’ultima ha fatto crescere il debito che, in proiezione, dovrebbe raggiungere il 120% del PIL nazionale nei prossimi anni. Il report rimarca anche il peso degli investimenti nell’Intelligenza Artificiale, che molti considerano una bolla speculativa, compiuti senza certezze sull’eventuale rientro economico.

Siamo di fronte a un ritorno ai tempi della spesa pubblica allegra, quelli in cui non si teneva conto del pareggio di bilancio né del peso scaricato sulle generazioni future; si cancellano così le dottrine economiche degli ultimi decenni, che auspicavano la riduzione del costo dello Stato a favore della centralità del libero mercato. Oggi, infatti, il mercato che “tira” è fortemente sovvenzionato dal denaro pubblico, che finanzia i settori delle armi e dei data center, ma anche i prodotti agricoli e dispensa incentivi fiscali. Questa tendenza si può fare risalire alla pandemia, quando il mercato si dimostrò incapace di gestire da solo una crisi di simile portata e gli Stati tornarono prepotentemente ad acquistare centralità non soltanto nel definire le politiche di sicurezza, ma anche sul piano economico.

Oggi, a differenza di 50 anni fa, gli Stati maggiormente indebitati sono i motori dell’economia mondiale e non più Paesi periferici, ma rimane valido il principio che l’indebitamento non può essere illimitato: è sostenibile finché gli acquirenti dei titoli di debito considerano affidabile chi li emette. Per questo la de-dollarizzazione oggi in corso tra i Paesi Brics spaventa più dei droni. Un abbandono del dollaro quale moneta di riserva porrebbe il problema gigantesco del costo della potenza americana, che resta sostenibile finché i titoli emessi da Washington vengono acquistati da terzi. È un equilibrio fragile che rischia di incrinarsi se non viene ridimensionata soprattutto la spesa militare.

Era questa la promessa elettorale di Donald Trump: tagliare la spesa federale, evitare di spendere soldi per spegnere incendi in giro per il mondo. Finora però la sua amministrazione ha fatto l’esatto contrario, e i dazi che in teoria avrebbero dovuto dare respiro ai conti sono stati dichiarati illegittimi. Questo rebus, se non risolto, in un futuro prossimo sarà foriero di grandi novità, e non soltanto negli Stati Uniti. Il problema riguarda anche il codazzo di Paesi che, per ideologia o per paura, assecondano questa corsa alla spesa e al debito per finanziare una politica globale che ha prodotto solo caos e lutti. 

Il conflitto russo-ucraino è entrato nel suo quinto anno: è ormai la più lunga tra le guerre convenzionali combattute in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Il bilancio è disastroso per entrambi, aggrediti e aggressori. L’Ucraina è ridotta in macerie dal punto di vista infrastrutturale e ha perso una generazione sul campo di battaglia; la Russia è in grande affanno economico e, soprattutto, umiliata dalla propria incapacità di vincere un conflitto con un Paese limitrofo, senza nemmeno riuscire a ottenere l’obiettivo minimo, cioè controllare l’intera regione del Donbas. Ma ci sono anche vari attori secondari che non ne escono bene, in primis l’Unione Europea, che non soltanto non ha mai proposto un serio piano per la pace, ma rischia, a conflitto terminato, di dover pagare il conto della ricostruzione ucraina. Gli Stati Uniti si sono dimostrati inaffidabili come alleati, passando da Biden, che fece muro contro l’invasione, a Trump che invece ammicca al Cremlino. Allargando lo sguardo, la Russia di Putin conferma di essere ciò che già si sapeva: un Paese dal grande passato militare che, tuttavia, non sarebbe oggi in grado di fronteggiare la NATO senza ricorrere al nucleare.

Insomma, non ci sono vincitori in questa guerra che segnerà per decenni i rapporti tra i Paesi dell’ex Unione Sovietica e la Russia, e tra la Russia e l’Europa occidentale. L’inizio del conflitto, alimentato dai nazionalismi di entrambe le parti, innescato dalla questione della tutela della minoranza russofona in Ucraina, segnò la sconfitta della politica bilaterale e multilaterale. I garanti del Protocollo di Minsk siglato nel 2014 abbandonarono al proprio destino le due parti fino allo scoppio di una vera guerra. Che si sarebbe potuta evitare se da un lato in Russia ci fosse stata una normale dialettica politica democratica, anziché un regime liberticida e nazionalista; e dall’altro se l’Ucraina fosse stata ridotta a più miti consigli e ad arginare i soprusi inflitti da propri nazionalisti alla minoranza russofona. Nessuno vedeva, nessuna parlava, nessuno interveniva, finché sono state le armi a prevalere.

Una guerra che avrebbe dovuto essere “lampo” e che invece si è inceppata già dall’inizio, diventando di trincea, per poi evolvere in una guerra a distanza combattuta con missili e droni, e con un costo altissimo di vite umane per entrambi i Paesi. Sono centinaia di migliaia i feriti e i caduti sul fronte, milioni gli sfollati e i rifugiati ucraini. Si temeva che questa guerra avrebbe innescato dinamiche pesantissime sui mercati cerealicolo ed energetico, ma il rischio è stato ridimensionato, grazie soprattutto alle diplomazie dei Paesi che ne hanno tratto vantaggi, come Cina e India, e dei Paesi più esposti sul piano energetico, come quelli europei.

Fare previsioni, si è visto, è pressoché impossibile. Il conflitto potrebbe continuare all’infinito, tanto distanti sono le posizioni, così come potrebbe concludersi presto per reciproco sfinimento. Chiaro è che i territori che la Russia voleva “redimere” sono ridotti a lande desolate e che il Paese che era sul punto di entrare nell’Unione Europea ora sopravvive di stenti. Alla fine questa è la guerra vera, nella quale nessuno vince, tutti soffrono e restano solo macerie. Per chi non se la ricordava, il conflitto russo-ucraino è un portentoso “memo” e dovrebbe essere un monito per evitare future guerre. Ma non sarà così, perché ci sarà sempre chi penserà di essere abbastanza forte da vincere senza pagare un prezzo, salvo poi trovarsi da solo, impoverito e in lutto. 

Cosa resta della grande ondata di mobilitazioni che, qualche anno fa, si è creata attorno alla sfida dei cambiamenti climatici? Poco o nulla, almeno in superficie. La demolizione del multilateralismo da parte non soltanto della seconda amministrazione Trump, ma ancora prima a opera della galassia di partiti e partitini delle nuove destre, negazioniste in materia climatica, non poteva che iniziare da qui. Anche perché è proprio sui temi ambientali che si sono toccate le punte più alte di collaborazione tra gli Stati di tutto il mondo, fin dai tempi del Trattato Antartico, entrato in vigore nel 1961 per tutelare il continente di ghiaccio e destinarlo solo alla ricerca scientifica. Poi ci sono stati il Protocollo di Montreal firmato nel 1987 per vietare i gas CFC che stavano bucando lo strato di ozono stratosferico, l’Agenda 21 delle Nazioni Unite partorita al “Summit della Terra” di Rio del 1992, il Protocollo di Kyoto pubblicato nel 1997 per ridurre le emissioni dei Paesi industrializzati. Fino alla COP (Conferenze delle Parti) di Parigi del 2015, che ha indicato il tetto massimo tollerabile dell’aumento della temperatura globale e definito i tempi per “raffreddare” il pianeta.

Si tratta di successi impensabili in altri ambiti, ad esempio quello della tutela dei diritti umani, del rispetto del diritto internazionale o della prevenzione dei conflitti. Ed è proprio questo successo che ha reso il multilateralismo climatico bersaglio di qualsiasi forza politica persegua l’isolazionismo, l’autarchia, il neoimperialismo. Perché il percorso compiuto a livello mondiale sulla questione climatica dimostra che è possibile trovare un punto di mediazione tra Stati ricchi e Stati poveri, industrializzati e rurali: un cattivo esempio, in questi tempi in cui la politica internazionale si fa usando la forza militare ed economica per imporre un ordine che ha come unico obiettivo il tornaconto individuale di chi lo promuove.

Nelle aggressioni, non solo verbali, della presidenza Trump ci sono tutti questi elementi: indebolimento del sistema delle Nazioni Unite, eliminazione delle politiche ambientali implementate dalla presidenza Obama, violazione della sovranità di altri Stati per il controllo del petrolio e perfino la minaccia di occupazioni e annessioni per motivi di sicurezza nazionale non meglio specificati. È la riproposizione della “politica del grosso bastone” di Theodore Roosevelt ai primi del Novecento: “Parla gentilmente e portati un grosso bastone; andrai lontano”, diceva il 26° presidente degli Stati Uniti; concetto che il 47° presidente, quello in carica, ha aggiornato eliminando la gentilezza. A chi può piacere una politica del genere? A chi non è interessato a seguire regole condivise per fare i propri interessi. Di solito ai regimi. Anche se c’è regime e regime: ad esempio, quello bizzarro della Corea del Nord è riuscito a costruire le sue armi nucleari diventando intoccabile e impermeabile perfino alla potenza cinese, che invece rimane il più grande sponsor di un mondo regolamentato, perché senza regole è difficile condurre i propri affari con serenità.

Mentre si smonta quanto di buono è stato fatto finora, la questione ambientale diventa man mano più drammatica: incendi estivi, cicloni violentissimi, tempeste invernali, siccità e alluvioni; e, di conseguenza, migrazioni di specie animali, nuove malattie ed epidemie, profughi climatici. Il paradosso è che la questione climatica non ha più spazio sulle prime pagine, mentre gli eventi meteorologici estremi popolano ogni giorno la sezione della cronaca. Non è più politica, ma solo conta dei danni, come se ciò che sta accadendo fosse ineluttabile, come se fosse sempre stato così. Ma basta fermarsi a riflettere un minuto per ricordare che siamo di fronte alla più grande sfida per le generazioni che abitano il pianeta e che lo abiteranno, anche se le sirene che ci ammaliano ci dicono che tutto va bene, che è tutto normale.