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L’anno che si chiude

Pubblicato: 25 dicembre 2017 in Mondo
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Il 2017 che si chiude è stato un anno ricco di eventi internazionali, di svolte e di sorprese. Il conflitto mediorientale ha prodotto ancora morti e distruzione: ma, se fino al 2015 il protagonista era stato l’ISIS, dal 2016 sono tornate in campo le potenze mondiali, Stati Uniti e soprattutto Russia. L’alleanza operativa tra Russia, Turchia e Iran, che ha coinvolto anche gli Hezbollah libanesi e i curdi, è infatti riuscita a riconquistare le principali città cadute nelle mani dello Stato Islamico. Riemergono ora i problemi mai risolti sul piano politico: il ruolo del presidente siriano al-Assad e quello dell’opposizione, la ricerca di risorse per la ricostruzione, il ritorno dei profughi, il mutato equilibrio tra sciiti e sunniti. La svolta bellica è avvenuta anche nel vicino Iraq e il “corridoio sciita”, prima interrotto dall’ISIS, è tornato agibile. L’unica potenza regionale uscita vincitrice da questo conflitto è stata l’Iran, mentre la Russia ha segnato altri punti per la sua riqualificazione a potenza mondiale.

Uno scenario, quello mediorientale, nel quale la democrazia e il rispetto dei diritti umani, storici paraventi per le scorribande neocoloniali, sono ormai sfumati. Si rinforzano gli Assad e gli al-Sisi, i Talebani diventano interlocutori sempre meno nascosti in Afghanistan, l’autoritario Erdogan riesce con una capriola a passare dalla parte dei vincitori mentre l’Arabia Saudita, ridimensionata nella Mezzaluna fertile, si impantana nello Yemen.

In Europa la costruzione comunitaria traballa e si riaccendono paure di ritorni a un passato che si pensava sepolto. La Brexit, la crescita dei partiti estremisti, la fine annunciata dell’ideale europeista mettono a nudo l’inconcludenza di una politica che si è accontentata di gestire l’esistente, dimenticandosi delle sofferenze, delle paure, dei bisogni dei cittadini. Cittadini sempre più esclusi dal dibattito relativo all’economia e alla globalizzazione, ma che detengono ancora l’arma più efficace per punire o premiare: il voto. Proprio il voto, nei principali Paesi, ha premiato la continuità: in Francia e Germania non ci sono state le tanto temute avanzate delle destre, se non in misura ridotta. Ma la situazione rimane in bilico, sarà l’andamento dell’economia a farla pendere da una parte o dall’altra.

L’evento che ha creato più rumore mediatico in assoluto è stato il rodaggio del nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che è riuscito nell’impresa di rafforzare il sistema dopo essersi presentato come candidato antisistema. Lo ha fatto abbassando le tasse alle corporation e ai ricchi, investendo cifre multimiliardarie nell’industria bellica, allentando le briglie della finanza. Con Donald Trump torna il protezionismo, dicono in molti. Ma finora alle minacce non sono seguiti i fatti, se non per lo stop al TTP, l’accordo commerciale del Pacifico negoziato da Barack Obama. Le grandi sfide sono ancora irrisolte: la rivisitazione del Nafta con Canada e Messico langue sui tavoli negoziali, mentre il bilanciamento dei rapporti commerciali con la Cina è stato rimandato a dopo la soluzione della crisi con la Corea del Nord.

La crisi coreana ha messo a nudo l’impotenza degli Stati Uniti quando di fronte a sé trovano un Paese che possiede la bomba atomica, e che è difficile credere stia procedendo in totale autonomia, ovvero senza consigli da parte di Pechino. In Cina, dopo il congresso del Partito Comunista, la leadership del presidente Xi Jinping è ormai fuori discussione: sarà lui a traghettare il gigante asiatico alla guida del mondo della rivoluzione tecnologica annunciata, insieme agli Stati Uniti.

Il 2017, insomma, è stato un anno pieno di segnali contrastanti. Il terrorismo fa meno paura, in Oriente si consolida l’economia, in buona parte dell’Occidente si riparte dopo la crisi. Ma restano sul tavolo i grandi problemi di questa fase storica: la mancanza drammatica di una governance mondiale, l’emergenza ambientale mai affrontata seriamente, la questione della democrazia sempre più a rischio. L’auspicio è che si torni a “pensare lungo”, uscendo dalla logica dell’emergenza per tornare a fare politica globale. Da un mondo apparentemente caotico sta uscendo un ordine non proprio esaltante, quello della prevalenza di chi è più forte militarmente. L’economia da sola si è rivelata insufficiente nel ridisegnare il futuro, ora ci vuole il ritorno della politica e, attraverso di essa, dei cittadini che agiscono sul locale guardando al globale.

 

 

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Adam Smith, il filosofo scozzese vissuto nel XVIII secolo e ritenuto padre della scienza economica, nei suoi scritti prese in considerazione l’eventualità che i mercanti e gli industriali potessero decidere di trasferire le loro attività fuori dall’Inghilterra. Scrisse che ne avrebbero sì tratto profitto, ma a danno del Paese. Quello che Smith non poteva prevedere è che, a distanza di due secoli, i grandissimi protagonisti dell’economia mondiale sarebbero riusciti, legalmente, a produrre in un determinato luogo senza praticamente pagare le tasse da nessuna parte. E cioè che l’incarnazione odierna del mercantilismo del ’700, l’economia globalizzata praticamente senza alcuna autorità regolamentatrice, riuscisse a venir meno a uno dei principi fondanti del capitalismo: tassare i profitti in modo che lo Stato possa redistribuirne una parte alla società nel suo complesso.

Il trucco legale che permette alle grandi multinazionali di trasferire all’estero i profitti onde evitare la tassazione nei Paesi dove gli stessi profitti sono stati generati ha prodotto mancati introiti fiscali ovunque. Destinazione finale di questi flussi di profitti sono ovviamente i soliti paradisi fiscali nei quali si sono accumulati miliardi di dollari esentasse che attendono solo di potere essere reimpiegati. Parliamo di una massa di denaro che supera, dalle stime disponibili, i 2.000 miliardi di dollari. Guadagni che avrebbero prodotto un gettito fiscale di oltre 600 milioni di dollari.

Gli artifizi per sottrarre i profitti al fisco non si configurano soltanto come una sostanziale evasione fiscale, pur legale, ma anche come una violazione del principio di concorrenza. Infatti, la pratica innocentemente chiamata “di ottimizzazione fiscale” è a portata soltanto delle grandi multinazionali. L’imprenditore “nazionale”, cioè quello che produce, commercializza e paga le tasse in un singolo Stato, si trova così ad affrontare concorrenti che producono e vendono nel suo stesso Paese, ma che non pagano le tasse localmente: anzi, riescono ad abbattere il costo fiscale fino praticamente ad azzerarlo. Per un produttore locale europeo, questo vuol dire avere un gap rispetto al suo concorrente pari a circa il 30-35% sul guadagno atteso. Chiara concorrenza sleale, anche se ancora su questo fronte nessuno ha avanzato ipotesi di intervento.

Quello che invece si è messo in moto è il fisco europeo. Da qualche anno vari Stati, dal Regno Unito all’Italia passando dalla Commissione Europea, hanno cambiato atteggiamento e si sono messi a fare i conti in tasca ai vari Google, Amazon, Microsoft. E questi giganti stanno cominciando a pagare conti salati per le tasse che non hanno versato approfittando del “gioco delle tre tavolette”. La notizia che potrebbe cambiare la storia riguarda il gigante Facebook che ha deciso dal 2018 di pagare le tasse nei paesi dove produce il reddito, e cioè nei paesi dove ha le sue sedi operative per vendere pubblicità. Ed è una rivoluzione che anticipa il futuro di una globalizzazione più equa. Per la sola Unione Europea, la fine del regime che oggi permette di evadere le tasse sui profitti dei giganti del web vale 1,8 miliardi di euro all’anno di tasse. Soldi preziosi per welfare in affanno e paesi ancora intrappolati nella crisi economica. Ma soprattutto l’inizio di quella tanto discussa e mai realizzata finora regolamentazione della globalizzazione, che non vuol dire ostacolarla, ma evitare di trovarci con una società più povera e più ingiusta, perché i nuovi dominus dell’economia mondiale non assolvono più a uno dei fondamentali dell’economia di mercato: restituire alla comunità almeno una parte di quanto hanno saputo e potuto guadagnare.

 

Alfredo Somoza

 

50 anni fa a La Higuera, un paesino della Bolivia profonda, veniva ucciso Ernesto Guevara, detto il Che, come sono soprannominati gli argentini nel resto dell’America Latina. Medico, rivoluzionario, ministro, rivoluzionario ancora. 39 anni consumati di fretta in tempi in cui le scelte erano radicali, definitive, senza ritorno.

Il Che dei primi tempi non era comunista, la sua famiglia aveva origini altoborghesi e lui era cresciuto frequentando l’alta società del suo paese. È un viaggio nell’America Latina della povertà ancestrale a far crescere in lui un misto di rabbia e di voglia di agire che successivamente diventa ideologia.

A differenza delle sinistre del suo tempo, il Che non contempla l’ipotesi di sviluppare un lavoro di base, di far crescere un movimento e attendere che le contraddizioni del sistema si manifestino, così da prendere il potere. Per il Che bisogna agire subito, confondere l’imperialismo aprendo uno, cento, mille fronti di scontro diretto, armato. Costituendo avanguardie rivoluzionarie che avranno il compito di aggregare altre forze fino a conquistare una massa critica, come a Cuba, in grado di rovesciare un regime. Ma subito, senza tirare per le lunghe. Ed è proprio questa componente della sua personalità, l’urgenza nell’agire, il non accettare compromessi, che lo fa diventare un simbolo quando è ancora vivo.

Guevara era giovane e fotogenico, e incarnava in sé la volontà di cambiamento, spesso cieca, tipica della gioventù. Con la sua lotta dimostrava che le utopie erano possibili, come appunto a Cuba. Difficilmente avrebbe potuto continuare la sua vita da ministro-eroe insieme a Fidel: non era nato per governare ma per sovvertire, per rovesciare. È diventato l’icona della rivoluzione allo stato puro, senza i guasti che il tempo inevitabilmente provoca quando si esercita il potere.

Per questo la sua immagine non ci ha mai abbandonato, e nell’immaginario globale il Che è andato oltre la sua origine, la sua lotta, le sue vittorie e le sue sconfitte. Ha accompagnato minatori in lotta nel Galles, oppositori torturati dai regimi mediorientali, studenti europei nelle piazze del ’68, leader dell’indipendenza africana in lotta contro il colonialismo. Non importa quanto sia stato davvero capace come comandante, come medico, come ministro: il Che è stato, e ancora è per molti, un simbolo della possibilità di cambiare definitivamente l’ordine delle cose.

Quando si estrapolano le persone dal contesto storico, i conti difficilmente quadrano. Che Guevara è stato l’apostolo della rivoluzione o l’efferato criminale di cui parlano i fuorusciti cubani che stavano con Batista? Né l’uno né l’altro, ovviamente. Piuttosto, è stato un uomo che, nel difficile contesto della Guerra Fredda, da una delle periferie dell’Impero è riuscito a comunicare con il mondo intero, senza retorica, con l’esempio della propria vita e arrivando fino alle ultime conseguenze. Ecco perché, giusto o sbagliato che sia, Che Guevara in realtà non è mai morto.

 

Alfredo Somoza per #Esteri #RadioPopolare

 

Senza nemmeno accorgerci, il calendario delle festività del mondo sta cambiando. Perdono di significato le feste di tradizione religiosa o patriottiche, mentre vanno per la maggiore feste posticce o addirittura eventi globali basati solo sul consumo.

Feste posticce perché hanno perso il senso originale, come l’odierna Halloween del dolcetto o scherzetto, che con il giorno dei morti dei celti poco c’entra. Ma è proprio il Natale quello che anno dopo anno diventa più irriconoscibile. Il Natale, nel senso religioso e familiare della ricorrenza, è una festa di preghiera, di speranza e di condivisione: in questi termini coinvolgeva però solo i cristiani, e cioè una minoranza dell’umanità. Invece la moderna festa del Natale, da quando è diretta dal Babbo Natale scandinavo, coinvolge miliardi di persone in più. Il Natale della bontà e del dono, e soprattutto di quest’ultimo, è quindi il migliore volano per le vendite di fine anno. Arriviamo infine al Natale globale dei buoni sentimenti per la gioia dei fabbricanti di gadget (e di cibi pregiati). Una festa che non discrimina per appartenenza etnica o religiosa, ma solo per possibilità economica. Una festa laica che va bene in Italia e Germania, ma anche in India, Cina o Nigeria. Una festa non più comandata dal vescovo, ma dai media.

Il nuovo calendario delle festività scritto dalle multinazionali dello shopping si arricchisce ogni anno. San Valentino, da patrono degli innamorati e degli epilettici è diventato occasione per vendite di cioccolatini, fiori e biancheria, il tutto rigorosamente in colore rosso. Per poi arrivare all’ultima trovata, il cosiddetto Black Friday. La più grande operazione saldi mai organizzata nella storia umana derivata dal giorno dell’inizio dei saldi natalizi, successivo al giorno del ringraziamento, negli Stati Uniti. Già il Thanksgiving Day, che se ancora non celebriamo in tutto il mondo è solo perché gli allevamenti non sono in grado di fornire tacchini a qualche miliardo di persone.

Il calendario degli eventi della globalizzazione crea l’illusione di un mondo sempre più uguale, nei gusti e nei consumi, un mondo in realtà forgiato dalle multinazionali che offrono gli stessi prodotti ovunque, fabbricandoli dove è più conveniente e pagando le tasse dove praticamente non esistono. Sotto tanta allegria di cartapesta si celano però conflitti sindacali, sprechi di ogni natura, danni all’ambiente, concorrenza sleale con i commercianti dei paesi che, come in Italia, sono obbligati a rispettare il calendario dei saldi imposto dallo Stato e non dal mercato.

Le nuove feste globali sono feste antiche, per quanto stravolte, e insieme del futuro, che oggi vedono ancora una prevalenza di eventi derivati dalla tradizione occidentale, ma che domani potrebbero diventare di ispirazione orientale, come il capodanno cinese che possiamo scommettere sarà presto evento globale. Questo perché le nostre ricorrenze non hanno più radici, non hanno più carattere familiare o comunitario.

La festa globale, e soprattutto gli eventi tipo questo Venerdì Nero, è l’orgia del consumo che gonfia i bilanci delle grandi imprese. L’equazione “siamo più uguali, compriamo lo stesso, festeggiamo allo stesso modo” come sinonimo di un mondo aperto e più libero scricchiola pericolosamente, ma per ora è un grande affare per pochi.

Buoni acquisti!.

 

Alfredo Somoza

 

Shoppers reach for television sets as they compete to purchase retail items on Black Friday at a store in Sao Paulo, Brazil, November 24, 2016. REUTERS/Nacho Doce

315 euro contro 500. Questo il differenziale tra il prezzo internazionale di una tonnellata di zucchero raffinato e il costo della stessa quantità di zucchero prodotto in Europa. Da anni, come cittadini europei potremmo pagare lo zucchero la metà, se lo zucchero comprato all’estero riuscisse ad arrivare senza problemi fino ai consumatori. Invece i nostri produttori hanno potuto continuare a restare sul mercato perché l’importazione di zucchero extracomunitario è stata gravata di dazi che hanno portato il suo prezzo ai livelli di quello dello zucchero prodotto nell’UE.

Questa forma di protezionismo, molto diffusa nel comparto agricolo e agroalimentare anche in Stati Uniti, Canada e Giappone, teoricamente si colloca al di fuori delle regole stabilite dal WTO. In realtà, per ciò che riguarda il comparto agricolo, l’Organizzazione Mondiale del Commercio è impantanata in un round negoziale che si trascina da oltre dieci anni e pare destinato a non approdare a nulla.

La Commissione europea ha comunque scelto di mantenere gli impegni presi e di ridurre gradualmente le sovvenzioni agricole. E dal 1° ottobre lo zucchero europeo non sarà più tutelato. Si tratta di un’operazione complessa perché i bieticoltori (lo zucchero europeo si ricava dalla barbabietola e non dalla canna) hanno ora libertà non solo di produrre ma anche di esportare senza più dover rispettare quote prestabilite. Questa maggiore libertà ha portato all’aumento delle semine e ha colpito al ribasso le quotazioni internazionali della materia prima, in attesa dell’ingresso dello zucchero europeo sul mercato mondiale.

L’estate particolarmente calda fa prevedere una produzione record, attorno ai 20 milioni di tonnellate. I produttori europei potranno dunque disporre di grandi quantitativi di zucchero per provare a tornare sui mercati del Nordafrica e del Medio Oriente, abbandonati da oltre 10 anni. Rimane però il problema del maggior costo di produzione europeo. Alcuni analisti pensano che lentamente si allineerà con quello internazionale, ma per ora è solo una supposizione. Di certo, almeno in un primo momento, l’exploit delle esportazioni europee non farà crescere il prezzo internazionale dello zucchero: tendenzialmente l’aumento dell’offerta, cioè della quantità disponibile sul mercato, porta a una perdita di valore del prodotto.

Sul tema della concorrenza agricola tra l’Europa (e gli altri Paesi industrializzati) da un lato, e il resto del mondo dall’altro, si gioca anche la possibilità di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni rurali del Sud del pianeta. In una logica di governance globale, il punto oggi non è tanto come ridurre progressivamente le barriere per l’import dei prodotti. Piuttosto, si tratta di trovare un modo per mettere veramente in condizioni di parità gli agricoltori dei diversi Paesi: oggi solo quelli del Nord del mondo sono fortemente sostenuti da politiche protezionistiche.

Continuare a finanziare con denaro pubblico la produzione di pomodori nei Paesi Bassi o di zucchero in Francia vuol dire togliere agli Stati della sponda sud del Mediterraneo l’opportunità di sviluppare imprese agricole e creare posti di lavoro. Si dice di voler “aiutare a casa loro” le persone che migrano verso l’Europa, ma non si mettono mai in discussione le dinamiche produttive che potrebbero davvero creare lavoro, molto più di qualsiasi intervento di cooperazione allo sviluppo.

L’agricoltura europea oggi è in bilico. Se davvero si andrà lentamente a porre fine al sistema di aiuti e sovvenzioni, solo una parte di essa riuscirà a sopravvivere, trovando il suo posto in un libero mercato globale: con il rischio che vaste zone oggi coltivate vengano abbandonate all’incuria o alla speculazione edilizia.

Occorre ripensare il ruolo dell’agricoltura nella nostra società, che significa anche ripensare il modello di consumo. L’orticoltura, l’agricoltura di vicinanza, il biologico sono settori importanti anche perché contribuiscono a rendere più sostenibile il nostro territorio. Invece sarebbe bene abbandonare progressivamente il mercato delle commodities, del grano, dello zucchero, della carne, anche per dare un’opportunità concreta a chi, altrove, dipende ancora fortemente dalla terra. Non si può pretendere di avere sempre tutto, e poi lamentarsi delle conseguenze.

 

Alfredo Somoza per #Esteri Radio Popolare

 

TO GO WITH AFP STORY BY EMMANUELLE MICHEL
A photo taken on December 3, 2014 shows sugar cubes at the Crystal Union Group refinery in Bazancourt, near the eastern city of Reims. The refinery, one of the largest in France, works night and day since the begining of the beet harvest. The plant transforms 22,000 tons of beets into 1,600 tons of sugar a day. AFP PHOTO / FRANCOIS NASCIMBENI (Photo credit should read FRANCOIS NASCIMBENI/AFP/Getty Images)

 

 

Qualcosa di inquietante comincia a emergere dal blindato mondo dello shale statunitense, cioè delle compagnie petrolifere che sfruttano giacimenti di metano e di greggio con la tecnica detta “di fratturazione idraulica”. In pratica, si estraggono idrocarburi attraverso la frantumazione a grande profondità di scisti argillosi che ne contengono quantità significative. Oggi i giganti dello shale gas sono gli Stati Uniti, l’Argentina, l’Algeria, il Canada. Quelli dello shale oil sono sempre USA e Argentina, insieme a Russia e Australia.

Secondo gli esperti è negli Stati Uniti – dove questa industria estrattiva è nata e si è sviluppata – che si trovano le riserve più importanti: soprattutto attorno al gigantesco bacino di Permian, tra il Texas e il New Mexico, che nasconderebbe 60 miliardi di barili di greggio, pari alle riserve del più grande giacimento al mondo di petrolio tradizionale, quello di Ghawar in Arabia Saudita. Eppure è proprio negli States che da quattro mesi le previsioni dell’Agenzia governativa per l’energia, l’EIA, correggono al ribasso le stime sull’estrazione. Non senza polemiche, come quella avviata dal “re dello shale” Harold Hamm, consulente di Donald Trump, che ha accusato l’EIA di avere sovrastimato in passato le proprie previsioni del 100%. La correzione, per ora, parla di una minore produzione di circa 200.000 barili al mese di quel greggio che avrebbe dovuto rendere gli Stati Uniti non solo autosufficienti, ma addirittura esportatori.

Le discrepanze rispetto alle attese, e comunque l’oggettivo rallentamento nell’estrazione, pare siano dovute a questioni più pesanti rispetto a banali errori di calcolo compiuti in passato. La causa sarebbe piuttosto lo stress del Bacino, sottoposto a trivellazioni troppo ravvicinate. Un campanello d’allarme gigantesco, perché riporta subito al grande tema della stabilità geologica di quei terreni che in questi anni sono stati trasformati in una sorta di enorme forma di gruviera, con migliaia di trivellazioni in profondità che non solo hanno contaminato le falde acquifere e avvelenato i fiumi con i liquidi chimici utilizzati nel processo industriale, ma starebbero sostanzialmente rendendo il suolo complessivamente instabile.

La Pioneer Natural Resources, una delle principali società al mondo dello shale oil, in un suo recente report ha scritto di pozzi che stanno diventando difficili da gestire, lasciando intendere che potrebbe essersi verificato il cosiddetto “frac hit”, cioè il danneggiamento di pozzi adiacenti. Un fenomeno che è dovuto alla trivellazione intensiva in poco spazio e che in una prima fase provoca perdita di pressione. Sarebbe questo il risultato della febbre da shale degli anni scorsi, quando si è avuta una corsa senza precauzioni all’aumento dell’estrazione. Un’accelerazione scriteriata dovuta anche all’indebitamento crescente delle società coinvolte, che hanno subito grosse perdite per via del calo del prezzo del greggio derivato dalle politiche dell’OPEC. Con il petrolio a prezzi bassi, molte imprese del mondo shale non riuscivano nemmeno coprire i costi operativi.

Questa situazione, per ora tenuta relativamente riservata, potrebbe mettere in crisi i piani energetici dell’amministrazione Trump, che si basano sul rifiuto di ogni compromesso per contrastare il cambiamento climatico e sul raggiungimento dell’autonomia energetica attraverso i combustibili fossili. Gli Stati Uniti, e anche il Canada, rischiano di pagare prezzi altissimi alla diffusione di queste modalità invasive e distruttive di estrazione petrolifera, avviando vastissimi territori a un futuro da incubo, tra inquinamento, fragilità geologica e sismicità indotta in costante aumento.

Una delle frontiere che dovrebbero essere invalicabili è stata superata: quella che sacrifica la vita e la Terra, in senso lato, a un modello di consumo fuori controllo. Almeno si spera che l’esempio di ciò che sta accadendo nelle pianure statunitensi sia di monito per gli altri Paesi che hanno riserve di questo tipo, ma che sono ancora in tempo per ragionare sulla reale convenienza del loro sfruttamento.

 

Alfredo Somoza per #Esteri #RadioPopolare

 

L’estate 2017 sarà ricordata per le temperature sopra la media, per la persistente siccità in Europa e per i devastanti uragani nei Caraibi. Il cambiamento climatico colpisce pesantemente sia chi ne nega l’esistenza, visto che in Florida si trova la residenza più amata dal presidente statunitense Trump, sia chi continua a temporeggiare.

Ma il clima impazzito e l’immobilità della politica non sono che una parte del grande caos che caratterizza questi mesi. L’impunita dimostrazione di forza della Corea del Nord nei confronti dei cugini del Sud, del Giappone e degli Stati Uniti non ha precedenti. Uno solo è l’obiettivo del regime di Pyongyang: il riconoscimento con tutti i crismi del suo ruolo di potenza nucleare. Secondo gli esperti, sono almeno 60 gli ordigni in possesso dei nordcoreani, che tra l’altro sarebbero in grado di annientare mezza Corea del Sud col solo uso delle armi convenzionali.

Nel gioco a scacchi della politica internazionale Pechino, alleata di ferro della dinastia Kim, ha segnato una vittoria. Ormai la Cina è l’unico Paese in grado di rapportarsi con i nordcoreani, e questo suo ruolo di moderatrice – si fa per dire – l’ha molto rivalutata agli occhi di Donald Trump. Vale la pena ricordare che la Cina, almeno fino alla fine della campagna elettorale negli USA, era considerata solo un bersaglio da colpire duramente con dazi all’export, misure delle quali ormai non si parla più.

Un’altra importante notizia estiva riguarda i flussi di migranti nel Mediterraneo: ormai esauriti gli approdi di rifugiati in uscita dalla Siria, oggi ad attraversare il mare sono soprattutto migranti economici agevolati dal caos libico. Questa situazione ha messo a dura prova l’Unione Europea, già scossa dalla Brexit. È stato chiarito in tutti i modi che i Paesi dell’Est non intendono rispettare il piano di redistribuzione dei richiedenti asilo giunti in Grecia e in Italia, a conferma che il principio di solidarietà alla base del processo di integrazione europea è ormai solo retorica.

Dalla crisi greca alla crisi dei profughi il motto è “si salvi chi può”, e l’Unione si sta riducendo ad area di libero scambio commerciale. Senza ideali, senza volontà politica, senza spinte dal basso, l’UE si avvia verso un declino che a un certo punto non potrà che diventare crollo, con conseguenze pesanti soprattutto per i Paesi meno in grado di affrontare da soli il mondo globalizzato. Cioè quasi tutti gli Stati membri.

In un mondo senza leadership politiche credibili, con il suo viaggio in Colombia papa Francesco si è confermato voce autorevole per i latinoamericani. Il suo non era un viaggio facile: al momento il processo di pace è solo una firma sulla carta, mentre la società colombiana resta fortemente divisa. La scommessa di Bergoglio, il suo appello alla riconciliazione e al perdono non erano rivolti solo ai colombiani ma anche ai vicini venezuelani. Allo stesso modo, la richiesta di pentimento indirizzata ai sicari dei cartelli dei narcos non parlava solo ai colombiani ma anche ai messicani. Il rilancio della politica per risolvere i conflitti e la fiducia nel dialogo come strumento di pace, elementi costanti nei discorsi del Papa, sono merce rara e, anche se la politica non lo capisce, sanno toccare in profondità il cuore delle persone.

L’estate 2017 verrà ricordata per queste e altre cose, ma soprattutto per la maledetta sensazione che il mondo si trovi a un bivio, in una fase di transizione: e, forse per la prima volta da molto tempo, la transizione non appare indirizzata verso una situazione migliore. La paura delle catastrofi naturali, la perdita delle sicurezze individuali e il timore di nuove guerre sono generalizzati. Dall’ottimismo della globalizzazione siamo passati al pessimismo della dissoluzione. Perché tutti sappiamo che, se il mondo regredisce a una giungla, l’unica legge valida è che vince sempre e solo il più forte.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare