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Il 29 febbraio 2020 nel lussuoso Sheraton Gran Doha, in Qatar, si chiuse la fallimentare esperienza ventennale dell’occupazione NATO dell’Afghanistan.  Dopo 6 anni dall’inizio del dialogo, prima segreto e poi pubblico, tra i talebani e gli Stati Uniti si firmavano solennemente le 4 paginette dell’Accordo per la Pace in Afghanistan.   I firmatari erano Zalmay Khalilzad, diplomatico afgano-statunitense e il rappresentante talebano Abdul Ghani Baradar. Testimone di eccellenza, Mike Pompeo, Segretario di Stato USA del governo in carica, presieduto da Donald Trump L’accordo venne appoggiato dal consiglio di Sicurezza dell’ONU, dalla Russia, dalla Cina e dal Pakistan, e “apprezzato” dall’India. Il governo afgano venne lasciato fuori, a dimostrazione della considerazione di Washington nei confronti della sua creatura politica. I negoziati tra le parti afgane dovevano iniziare a Oslo un mese dopo, ma fallirono da subito.

Tutto ciò che sta succedendo ora era quindi già scritto, ma incredibilmente non venne considerato, anzi, molti si aspettavano che Joe Biden cambiasse rotta. Invece è stato confermato che la resa ai talebani è una linea bipartisan della politica estera Usa, iniziata da Barak Obama, sottoscritta da Donald Trump ed eseguita da Joe Biden.

Cosa diceva l’accordo? Che se i talebani avessero garantito la rottura politica con Al Quaida e Isis, e non avessero permesso che potessero operare dal loro territorio, sarebbero state eliminate le sanzioni economiche e ritirate le truppe entro 14 mesi dalla firma, cioè entro aprile 2021. Nelle 4 paginette non si accenna assolutamente ai diritti, alle donne, alla democrazia, al governo successivo al ritiro, alla fine dei collaboratori. In buona sostanza, l’accordo può essere considerato a tutti gli effetti come un accordo di resa da parte della potenza americana che esigeva le minime garanzie sul terrorismo, principale motivazione dell’invasione del 2001, per ritirare le truppe senz’altre contropartite.

Fa specie in queste ore di dichiarazioni dettate dall’emotività e dalla preoccupazione, costatare che pochissimi avessero letto questo accordo, che pochissimi avessero pensato che fosse una cosa seria e che pochissimi avessero ipotizzato le conseguenze. Al netto dell’errore logistico grossolano di ritirare prima i militari e poi i civili e di quello politico di stabilire il calendario definitivo senza consultarsi con gli alleati. Con la Nato in ritirata e i talebani vittorioso sul campo, chi poteva credere che sarebbero state “rispettate le conquiste degli ultimi anni”, che “sarebbero stati garantiti i diritti delle donne”, ecc, ecc? E’ come se il mondo occidentale che gravita attorno all’Afghanistan non avesse presso atto della sconfitta politica e militare dell’alleanza guidata dagli Stati Uniti e avesse voluto continuare ad operare ad infinitum in un paese con la capitale controllata dalle forze di occupazione e il resto del paese controllato dalla formazione pashtun dei Talebani. In queste ore tra l’altro, è difficile trovare visioni critiche sul definitivo fallimento dello strumento bellico per operazioni di nation building o di esportazione della democrazia teorizzata a cavallo del cambio di secolo da repubblicani e democratici USA.  

Le cose stanno ora così, da un lato un presidente USA che tiene fede all’impegno bipartisan sottoscritto con i talebani e che ribadisce che per il suo paese l’unica cosa che interessa è la sicurezza nei confronti del terrorismo, dall’altro i paesi europei che negli anni hanno dovuto giustificare la loro presenza sui campi di battaglia con alti propositi di civiltà. Soprattutto sul filone dei diritti delle donne. E che ora non sanno cosa fare, con l’alleato americano che si squaglia, i cittadini ostili all’arrivo di nuovi profughi e il dovere rendere conto dell’errore nel quale si è insistito per vent’anni bruciando risorse ingenti. L’Afghanistan è infatti costato agli alleati oltre 2.300 miliardi di dollari, più di 100 volte il PIL del paese asiatico. Ma forse, ciò che fa più paura in Europa è che si impone con urgenza il ripensamento della politica atlantista del dopo Guerra con l’allineamento a prescindere con gli Stati Uniti. Fa paura pensare che ci vorrebbe un’Europa unita e con una politica estera solida. Fa paura costatare che si può essere un gigante economico e un nano politico allo stesso tempo.

Nella nuova geopolitica mondiale, tra i giocatori in campo manca l’Europa, ma mancano anche i singoli paesi europei che furono potenze mondiali e che credono di esserlo ancora. Giganti economici e nani politici appunto.  

Una delle vittime eccellenti della pandemia è la democrazia. Ma non perché è stata istaurata una “dittatura sanitaria” da noi, ma perché 80 paesi nel 2020 hanno avuto arretramenti per quanto riguarda i diritti individuali e collettivi. Dal golpe in Myanmar alla riconquista talebana dell’Afghanistan, dalle leggi di emergenza bielorusse al golpe in Ciad. Con i difensori della terra ormai stabilmente diventati prima categoria tra gli assassinati per motivi politici. A questo lungo elenco ora si aggiunge la Tunisia, l’unico paese reduce della cosiddetta “primavera araba” che aveva segnato importanti passi in avanti sul piano della democrazia e dove torna la tentazione di ricadere nel modello classico dell’uomo forte, tipico dei regimi dell’area. Aggiungiamo la strage continua di giornalisti, le aggressioni anche mortali contro persone LGBT o di diversa etnia e religione, come i musulmani asiatici perseguitati in diversi paesi, per concludere che la salute del mondo non è buona. E tendenzialmente in peggioramento, perché continuiamo ad essere ancora nella fase del si salvi chi può. Mentre qualcuno sfila a Parigi o a Milano affermando di essere sotto una dittatura sanitaria, rischiando solo che il selfie venga male, in Myanmar sono già oltre mille le persone ammazzate perché scese in piazza a denunciare una vera dittatura. Si confondono dramma e farsa, si insultano le vittime della Shoah facendo paragoni allucinanti con i lager nazisti. E nel frattempo la democrazia è a rischio ovunque, non tanto per via delle restrizioni dovute alla crisi sanitaria, ma perché la pandemia è stata una grande occasione per dittatori, o aspiranti tali, per fare ulteriori passi verso il regime, sfruttando il clima di panico generalizzato e l’ossessionante martellamento dei media sul  Covid 19. Chi diceva l’anno scorso che si sarebbe usciti meglio di prima da questa crisi sbagliava tutto. Non usciremo bene di sicuro, soprattutto perché si continua a immaginare il mondo ridotto al triangolo del benessere tra Nord America, Europa e Oceania. I dati OMS ad oggi sono impietosi. È stato vaccinato con una dose il 27,3% dell’umanità e con due dose il 13,8%. Nel gruppo dei paesi a più basso reddito, a maggioranza africani, è stato vaccinato con almeno una dose solo l’1,1% degli abitanti. Basta leggere questi numeri per capire che sarà ancora molto lunga, e che a ogni tentativo di riapertura arriverà una variante maturata nei luoghi dove non c’è né sanità né vaccini, ma tanta miseria. È l’ennesima dimostrazione del fatto incontrovertibile che siamo tutti sulla stessa barca. Quanto dureranno così come le abbiamo conosciuto le democrazie occidentali se continuano i divieti e le chiusure? Quanto peserà ancora il protagonismo di regimi, quali la Cina o la Russia, in grado di sostenere altri regimi e di spingere le poche democrazie rimaste verso l’autoritarismo? Chi avrà il coraggio di prendere il toro di big pharma per le corna restituendo sovranità agli stati? Chi si ricorderà di chi non ha le risorse per fare fronte alla pandemia? Tante le domande, nessuna risposta da parte di chi dovrebbe fornirle. Iniziative come la Minimun Global Tax o la sospensione dei brevetti dei vaccini restano spot pubblicitari buoni per i Vertici, ma poi presto dimenticati. La sfida di oggi è riuscire a dare risposte alle varie emergenze rinforzando piuttosto che limitando la democrazia. Ma tenendo presente sempre che democrazia non è una sommatoria di individui, ma la costruzione e la cura di una comunità con diritti e doveri. È soprattutto che la democrazia vive se vive la politica, e se si fa politica guardando al domani.

Lanciamo questa campagna di crowdfunding per rendere possibile un nuovo progetto editoriale di OGzero, che riteniamo urgente e necessario: il libro di Alfredo Somoza, “Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart” , per conoscere e interpretare le dinamiche della globalizzazione in modo puntuale e documentato.

Perché una delle vittime eccellenti della pandemia – e dalla globalizzazione – è stata la democrazia e di conseguenza la libertà di stampa.

per info e sostegno: https://www.produzionidalbasso.com/project/siamo-gia-oltre-partecipa-al-progetto-di-attivismo-geopolitico/

Le ideologie positiviste ottocentesche non prevedevano che un solo destino per l’intera Umanità: ripercorrere a tappe forzate l’evoluzione della cultura occidentale industriale. Questa visione totalizzante però, nei luoghi del resto del pianeta dove si erano verificati importanti flussi migratori dall’Europa e il modello occidentale aveva preso piede, si scontrava con le resistenze dei popoli indigeni o aborigeni che erano stati depredati delle loro terre e libertà. I luoghi dello scontro erano le grandi praterie e i grandi laghi nordamericani, la Pampa argentina e la Patagonia cilena, l’Australia e la Nuova Zelanda. Uno scontro che fu vinto dall’Occidente dal punto di vista militare, grazie alla superiorità tecnologica delle armi, al telegrafo e al treno, e soprattutto grazie all’infinita quantità di coloni e soldati che l’emigrazione europea forniva a ciclo continuo. In modi e con fortune diverse, i popoli nativi che vivevano nei luoghi strategici della globalizzazione del XIX secolo furono messi da parte, in alcuni casi addirittura scomparvero. La loro era una fine annunciata, almeno da quando la scienza dell’epoca aveva decretato che quei popoli non erano recuperabili al progresso, che non avrebbero mai potuto diventare bravi agricoltori né cambiare religione e lingua. Venivano definiti “fossili viventi”, relitti del passato ineluttabilmente destinati a scomparire nello scontro con la “civiltà”. Da qui discendevano le diverse teorie dell’epoca, sempre più in basso, fino a quella statunitense che diceva che l’unico indiano buono era quello morto e a quella argentina che considerava la ripugnanza l’unico sentimento possibile nei confronti degli indigeni. In questi due Paesi la guerra fu di sterminio.

In Australia e in Canada, invece, si scelse un altro approccio: quello di “ammazzare l’indiano nel bambino”. Sequestrare cioè i bambini, sottraendoli ai loro genitori amerindi o aborigeni per educarli in collegi, quasi sempre gestiti da religiosi, allo scopo di farli diventare “bianchi”, almeno nei costumi, nella lingua e nella fede. Fu uno dei genocidi culturali più articolati e duraturi di cui si abbia memoria. In Australia i sequestri iniziarono nel 1869 e finirono nel 1969, in Canada si cominciò nel 1863 per finire solo nel 1998. L’unica differenza tra i due Paesi è che in Canada finivano in collegio i bambini amerindi mentre in quelli australiani si rinchiudevano i figli di coppie miste, che così sarebbero cresciuti come il genitore bianco. Solo pochi popoli, come i Maori neozelandesi e i Mapuche cileni, riuscirono a superare, non senza traumi, la doppia sconfitta militare e culturale. I popoli originari non erano avversari degni di rispetto, ma selvaggi che andavano annientati o, nel migliore dei casi, ripuliti dalla loro cultura. Tutto era giustificato dalla pseudoscienza dell’epoca che classificava i popoli del mondo in modo gerarchico: in cima si trovava il cittadino di Londra, in fondo il cosiddetto “selvaggio” della Terra del Fuoco. Coloro che non erano in grado, o non volevano, salire lungo quella scala che portava alla “civiltà” potevano solo scomparire, per loro non c’era posto nel mondo del futuro. Questa visione determinista del positivismo influenzò sia il pensiero liberale sia quello marxista.

Oggi nei luoghi dove si consumarono questi orrori regna il politically correct, il dibattito politico è incentrato sui diritti civili, e le recenti scoperte di fosse comuni nei cortili dei collegi canadesi causano orrore. Sarebbe un grave errore, però, soffermarsi solo sugli aspetti tragici, cioè sulle stragi, e non ragionare sulle cause. Che, come sempre, furono ideologiche. In Canada come nella Germania hitleriana, a preparare il terreno agli esecutori furono quelle teorie, diffuse per troppo tempo, che spiegavano che c’erano uomini di serie A e di serie B. È il principio alla base di ogni razzismo, che immagina un mondo senza diversità. Una follia anche dal punto di vista scientifico, pari al terrapiattismo: eppure, anche se smentita dalla moderna genetica, quella teoria trova sempre terreno fertile per attecchire e infestare.

Da qualche anno, a livello europeo imperversa il dibattito sull’adozione di un bollino informativo sugli alimenti consumati nell’Unione. I candidati più forti si basano su due approcci diversi. “Nutri-score”, ideato in Francia, è un semaforo che indica con 5 sfumature tra il rosso e il verde la ricaduta sulla salute di ogni singolo alimento: il colore viene elaborato da un algoritmo che prende in esame parametri quali l’apporto calorico e il contenuto di grassi saturi, zuccheri e sale. Oltre alla Francia, sostengono Nutri-score anche da Germania e Belgio. Diversi Paesi dell’Est e del Sud del continente, Italia e Grecia in primis, invece lo criticano perché penalizzerebbe i prodotti ultra processati e diversi alimenti tipici della tradizione mediterranea Questi Paesi rilanciano proponendo “Nutrinform Battery”. Si tratta di un bollino a forma di batteria che indica non se il cibo sia da considerarsi buono o cattivo in sé, bensì quanto pesa percentualmente una singola porzione di quell’alimento sulla quantità totale di calorie, zuccheri, grassi, grassi saturi e sale che è consigliabile assumere in un giorno. Un meccanismo farraginoso e difficile da interpretare da parte del consumatore, meno immediato del semaforo del concorrente.

In pratica, la tesi di Nutrinform Battery è che nessun alimento in commercio è dannoso, tutto dipende dalle quantità assunte. Per Nutri-score, invece, esistono cibi dannosi che restano tali a prescindere dal contesto.

La strategia agricola europea Farm to Fork / Dal produttore al consumatore prevede che entro il 2022 un bollino di questo tipo sia introdotto su tutti gli alimenti, escludendo solo i prodotti IGP, DOP e STG. Diverse aziende multinazionali hanno già preventivamente annunciato che si adegueranno. E proprio quest’ultimo dato ci riporta con i piedi per terra rispetto al dibattito tecnico e politico, che appassiona solo gli addetti ai lavori. Andando a vedere il mondo dei consumi, infatti, ci si accorge che la logica del bollino non spaventa nessuno: sarà l’ennesima informazione che andrà ad aggiungersi a etichette già cariche di parole e numeri, magari in più lingue, ma anche di simboli, bolli di certificazione e codici a barre, il tutto in caratteri sempre più piccoli e illeggibili. L’eccesso di informazioni, alla fine, sta producendo l’effetto contrario rispetto a quello auspicato: il mondo del consumo è ormai diviso nettamente in due, una minoranza informata che spende tempo per studiare l’etichetta e una maggioranza che la ignora, anche per mancanza di tempo. È in questa seconda, grande categoria che si collocano i consumatori di trash food, molto consistenti in Paesi come gli Stati Uniti e in forte crescita anche in Europa: di fatto non compiono una scelta ponderata ma acquistano ciò che costa poco e disconoscono o ignorano le controindicazioni.

Il problema non è solo economico ma anche culturale. Ad esempio la verdura e la frutta di stagione non hanno prezzi proibitivi, ma per ragioni culturali vengono sempre più eliminate dalla dieta. Che è sempre più basata su cibi processati e da consumare rapidamente, come i wurstel o le patatine fritte, ma anche su specialità – per guardare all’Italia – come i salumi e i formaggi. E il cortocircuito si verifica qui: i produttori di alimenti tradizionali ricchi di grassi e sale, come gli insaccati, si rivolgono a un cliente che potrebbe rivelarsi sensibile al richiamo salutista, mentre i produttori di trash food non se ne preoccupano affatto, perché i loro consumatori ignorano i bollini.

In conclusione, la guerra del bollino alimentare in Europa è figlia di una visione utopica, nella quale tutti i consumatori leggono le etichette e si regolano di conseguenza. Ma la realtà è ben diversa perché il cibo, come sempre, è cultura e disponibilità economica. La questione vera sta a monte, ed è che anche nell’Europa mediterranea, dove ieri i poveri vivevano mangiando soprattutto pesce, olio d’oliva, pane, verdura e frutta, oggi vincono hamburger, merendine e patatine fritte. Che possono permettersi di farsi beffa di qualsiasi bollino. 

Al G7 di St Ives sono state svelate le linee guida dello scontro globale in corso. Una nuova versione della Guerra Fredda ancora senza nome, con alcuni protagonisti consolidati e qualche new entry. Anzitutto ritorna il G7, il club esclusivo dei Paesi occidentali più ricchi, che nel 1999 era stato superato dalla nascita del G20, il club allargato alle potenze emergenti che rappresenta il 68% della popolazione mondiale. La questione è che nello stesso “contenitore” del G20 si trovano tutti i novelli contendenti – USA, Cina e Russia – e quindi c’è poco da aspettarsi. Joe Biden, da leader della cordata occidentale, ha illustrato le differenze tra “noi”, Paesi democratici, e “loro”, il nuovo asse del male composto da Russia e Cina, oltre che da una serie di comprimari come Iran, Turchia e Venezuela.  

Durante la Guerra Fredda la differenza tra i due fronti era riassumibile in mercato versus economia pianificata e democrazia versus totalitarismo. Oggi sul mercato la pensano tutti allo stesso modo. Rimane invece, pesante come un macigno, la questione delle libertà e dello Stato di diritto. Ma è una distinzione affrontata solo a livello generico, senza scendere nel dettaglio. Ad esempio, il G7 non ha detto nulla sul Myanmar sotto il tallone dei militari sostenuti dalla Cina. La sensazione è che i diritti umani siano merce di scambio, da mettere sul piatto sulla bilancia commerciale, il vero centro dello scontro. L’Occidente, che si è trovato impreparato e debole davanti alla pandemia, ha capito traumaticamente che negli ultimi decenni il mondo si è sbilanciato troppo: all’improvviso si è manifestata appieno, con drammatiche conseguenze, la dipendenza dei Grandi dai cicli industriali cinesi e dalle materie prime dei Paesi che gravitano nell’orbita di Pechino. E dietro l’apripista cinese si delineano la Russia come potenza semi-globale e l’Iran e la Turchia come potenze regionali. Non solo. Il regime totalitario di Pechino ha saputo dare una risposta veloce ed efficace alla pandemia, con metodi che in democrazia sarebbero impossibili, preparandosi in anticipo a diventare la locomotiva della ripresa economica mondiale.

In poche parole, il gioco si è fatto duro e i Grandi hanno ripristinato il G7 per dimostrare che comandano ancora loro. Ma è davvero così? In prospettiva la risposta è probabilmente no, anche se al momento parzialmente sì. Oggi la forza dei Paesi del G7 non è il loro arsenale militare, imbattibile e costoso, ma la ricchezza dei loro mercati. Si tratta però di una ricchezza che scorre sempre di più verso altri Paesi, dispersa in milioni di rivoli, lasciando ai Grandi sempre di meno in termini di entrate fiscali e creazione di impiego. Il drenaggio economico favorisce chi possiede materie prime e, soprattutto, chi le trasforma, ed è destinato a tradursi anche in potere politico. Tuttavia i Paesi del G7, e soprattutto gli Stati Uniti, non sono preparati a cedere quote di governance mondiale alle nuove potenze, soprattutto perché culturalmente e politicamente le percepiscono come lontane. Ciò che non viene raccontato durante i vertici come quello di St Ives è che il mondo costruito dal colonialismo, e poi dal gioco delle potenze del ’900, è ormai poco difendibile. Che in molti Paesi africani, a fronte del lascito della Francia, ad esempio, si apprezza molto di più la Cina. O che in Centro America c’è una certa ostilità verso la retorica democratica di chi in passato copriva i colpi di Stato, e la fame alimenta i populismi di ogni segno.

I rivali della nuova Guerra Fredda hanno entrambi i piedi di argilla, se il piano della contesa è lo stato dei diritti a livello mondiale, e qualcuno ce li ha anche se ci si limita a considerare ciò che accade in casa sua. Ma, a differenza di quanto accadeva in passato, i grandi avversari di oggi sono legati indissolubilmente tra loro nella costruzione e nella gestione della globalizzazione. Dove conta di più chi fabbrica e chi vende un iPad che possedere un missile intercontinentale. 

Pubblicato: 12 giugno 2021 in Mondo
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Governare la globalizzazione

Evento epocale o solo un primo passo? I giudizi sulla proposta di introdurre una global tax sui profitti aziendali che i ministri dell’Economia del G7 presenteranno al prossimo G20 e all’OCSE sono diversi. Andando per ordine, da un lato è vero che si introduce il concetto di “tassa mondiale” prendendo atto, in grande ritardo, che la globalizzazione non può essere governata da un singolo Stato ma deve essere gestita in modo multilaterale. E questo dato è senza dubbio epocale.

Dall’altro lato, i critici mettono in discussione l’aliquota al 15% della tassazione, considerata un compromesso al ribasso rispetto al 21% proposto da Joe Biden. In effetti, il 15% si avvicina molto al 12,5% applicato dall’Irlanda, che è uno dei Paesi con la tassazione corporate più bassa. Inoltre c’è da considerare che la proposta deve essere ancora approvata dal G20 e dall’OCSE, e poi bisognerà trovare una formula che permetta di varare in contemporanea la stessa legge almeno nei 38 Paesi dell’OCSE. Soprattutto, rimane aperta una questione tecnica di portata gigantesca che riguarda la soglia dell’area “no tax”. Nella sua formulazione attuale, infatti, la tassa si applicherebbe solo alle aziende con margini di profitto sopra il 10% rispetto al fatturato: una soglia che raramente le grandi multinazionali superano. Ad esempio Amazon nel 2020, il suo anno “straordinario”, ha registrato un margine di profitto pari al 6,2%: ad anni luce dalla soglia minima. E le pochissime imprese che oggi superano la soglia del 10% lavorerebbero con i consulenti fiscali per “limarla”, così da restare nell’area “no tax”.

Il problema vero, quindi, non è l’aliquota del 15%, ma il fatto che i grandi gruppi – quelli che si vorrebbe colpire – raramente ufficializzano percentuali di redditività tali da far entrare in gioco la global tax, almeno così com’è prevista. Un pronostico semplice è che alla fine, se dopo il lungo iter questa proposta sarà approvata, i soldi veri che entreranno nelle casse degli Stati dove le multinazionali producono reddito saranno molto pochi, quasi nulla. Eppure il segnale dato dal G7 è importante lo stesso, perché suona come una sorta di avvertimento ai grandi operatori economici. Soprattutto, è importante perché arriva dal Paese che fino a pochi mesi fa, con la presidenza Trump, sabotava tutti gli organismi multilaterali e qualsiasi tentativo di intesa tra Stati. Se gli Stati Uniti decidono che la globalizzazione va governata, ci sono buone chances che qualcosa succeda.

Simbolicamente si segna un precedente inedito, che oggi vale per il fisco e domani potrebbe valere per l’ambiente, l’altro grande fronte sul quale l’azione isolata dei singoli Stati non può portare ad alcun effetto. Anche sul cambiamento climatico poco si è fatto negli ultimi quattro anni perché gli USA “negazionisti” di Donald Trump hanno boicottato qualsiasi iniziativa multilaterale. Uno scossone unitario su questo tema potrebbe, almeno a livello simbolico, far capire che si vuole voltare pagina anche qui. Per non parlare di democrazia e diritti umani, ma ora scivoliamo nell’utopia.

Comunque sia, la proposta del G7 sulla global tax non è “epocale”, ma nemmeno “poca cosa”. È un segnale di un nuovo approccio alla globalizzazione, accelerato dalla pandemia. Gli Stati si sono indebitati, hanno finanziato la ricerca e acquistato apparecchiature mediche, hanno firmato contratti a scatola chiusa per miliardi di dosi di vaccini, si sono fatti carico dei lavoratori e delle aziende costrette alla chiusura: ora hanno bisogno di passare il conto. Per necessità, si arriva a imporre regole fiscali anche a chi finora ne era stato esentato. Qualcosa che doveva succedere da tempo, ma che la pandemia ha reso urgente, fornendo alla politica l’alibi per riprendersi qualcuno dei poteri che aveva man mano abbandonati negli anni, e anche per recuperare il suo ruolo redistributivo.

In Myanmar, il 24 maggio Aung San Suu Kyi è tornata per la prima volta ad apparire in pubblico dopo il colpo di Stato del 1° febbraio, giorno in cui è stata arrestata. Anche se in una situazione surreale, in qualità cioè di imputata con l’accusa di avere favorito un enorme broglio elettorale. Formalmente, infatti, i militari birmani non hanno compiuto un golpe per rovesciare un governo uscito nettamente vincitore dalle libere elezioni di novembre. Non hanno agito perché timorosi di perdere il malloppo conquistato nella precedente dittatura, mettendo le mani sulle miniere e su aziende di ogni tipo. Hanno agito invece per “tutelare la legalità”, come ha dichiarato U Thein Soe, presidente nominato dalla giunta militare al vertice della Commissione elettorale: la Commissione potrebbe perfino sciogliere la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di San Suu Kyi, che ha trionfato alle ultime elezioni.

I militari birmani, secondo l’auto-narrazione, sarebbero i giustizieri che vegliano sulla democrazia nel Paese, colpendo solo chi gioca sporco. Non sono certo gli unici dittatori che dichiarano di agire per il bene e la tutela di una democrazia a rischio. Ciò dimostra come i regimi sappiano che l’idea di democrazia è più forte di loro: nessuno può o vuole più qualificarsi come dittatore. Al limite si presentano come “uomini della provvidenza”, che permetteranno al popolo di godere appieno della democrazia una volta superata una qualsiasi emergenza, vera o presunta. Ovviamente ci sono sfumature che contraddistinguono le specifiche situazioni. Le tipologie di regime sono infatti innumerevoli. Si va da quelli che creano una “bolla” nella quale gli ignari cittadini si ritrovano chiusi, come in Corea del Nord, a quelli che avvelenano oppositori e uccidono giornalisti, ma inscenano processi elettorali apparentemente “puliti”, come in Russia, fino all’uso delle tecnologie più evolute per il controllo dei cittadini, dai filtri web al riconoscimento facciale, magari alternate al classico “pugno duro”, come accade in Cina. Nessuno di questi governi si considera un regime, ma si presenta come portatore di un certo tipo particolare di democrazia.

Quando un autocrate come il presidente bielorusso Aljaksandr Lukašėnka arriva a ordinare di dirottare un volo di linea di una compagnia occidentale per arrestare un suo oppositore, e ci riesce, siamo di fronte a un segnale chiaro: la pandemia ha molto accelerato il processo di involuzione della democrazia a livello globale. Il totalitarismo nelle sue cinquanta sfumature avanza ovunque, dal Myanmar al Mali, dalla Bielorussia al Nicaragua, dalla Turchia all’Ungheria. La risposta prodotta dallo sparuto gruppo di Paesi dove vige una democrazia compiuta è di solo ripudio verbale, e poco più. Anche perché i regimi hanno studiato a lungo i punti deboli dei loro avversari, e uno dei più evidenti è il terrore suscitato dall’arrivo di flussi migratori. Molti Paesi guidati da autocrazie o regimi hanno “fatto scorta” di profughi e migranti e ora li sfruttano per negoziare aiuti e omertà. Libia, Marocco, Turchia usano come una clava i profughi che dai loro territori vorrebbero entrare in Europa. Così possono continuare a raccontarsi non solo come Paesi democratici, ma addirittura come alleati dei Paesi di più antica democrazia, che li onorano dei loro aiuti.

Sono brutti tempi questi, perché il distinguo tra libertà e oppressione diviene sempre più sfumato. E, soprattutto, perché l’interdipendenza è una regola della globalizzazione che ormai prescinde dal tipo di governo alla guida dei singoli Stati. Democrazie e dittature sono reciprocamente utili, e anzi non possono fare a meno le une delle altri, e questo, alla lunga, favorisce chi è più forte. 

Il controllo demografico esercitato negli ultimi decenni dalla Cina ha dato i risultati attesi. Il tasso annuale di crescita demografica  è sceso dall’1,55% del 1989 allo 0,35% stimato per il 2019 dalla Banca Mondiale. Secondo le indiscrezioni sui dati dell’ultimo censimento, ancora non ufficialmente comunicati da Pechino, la popolazione totale sarebbe addirittura già in calo, attestandosi in ogni caso sotto la soglia del miliardo e 400 milioni. I numeri assoluti rimangono impressionanti, ma la situazione potrebbe avere come conseguenza la moltiplicazione di problemi già noti da noi. Primo fra tutti, l’invecchiamento della popolazione, con un’età media che aumenta: nel 2022 il 15% dei cinesi avrà più di 65 anni. Mentre l’India è ormai vicinissima al pareggio con la Cina, e la popolazione degli Stati Uniti continua a crescere (+0,5%), in Cina le autorità si interrogano sulla liberalizzazione delle nascite, anche se ancora non ci sono stati ripensamenti ufficiali e si è fermi ai due figli per coppia. I loro timori riguardano il confronto con gli Stati Uniti, Paese considerato a tutti gli effetti l’unico competitor. Nei prossimi 30 anni gli USA aumenteranno la loro popolazione e la disponibilità di manodopera, a differenza di quanto si prevede per la Cina.

Se c’è un legame tra demografia e sviluppo economico, è sicuramente quello che riguarda le dimensioni dei mercati interni. Il mercato USA dovrebbe crescere fino a uguagliare quello della declinante Europa comunitaria, mentre quello cinese resta sì il più grande al mondo dal punto di vista numerico, ma non è certo paragonabile a quello statunitense per capacità di consumi dei cittadini. Perciò la grande sfida cinese è la conquista di altri mercati, come quelli africani, asiatici e latinoamericani. Cioè allargare, come nei fatti già succede con molti Paesi, il proprio mercato interno soddisfacendo ogni bisogno di manufatti (e acquistando tutte le materie prime) di altri Stati. Ma quelli che Pechino sta conquistando restano pur sempre mercati poveri, rispetto ad esempio a quello europeo che, per quanto abbia ormai forti legami anche con la Cina, resta ancorato soprattutto ai rapporti con il Nordamerica. E qui si torna all’attualità politica e geopolitica della demografia. Che, allargando lo sguardo, racconta di un’esplosione di natalità attesa in Africa nei prossimi anni, ma anche dei calcoli che la politica israeliana sta facendo con la prospettiva di una crescita sostenuta della popolazione palestinese e arabo israeliana da un lato, e di quella ebrea ultra-ortodossa dall’altro. Negli Stati Uniti la crescita demografica dei cosiddetti latinos è inarrestabile: incideranno sempre più sulla cultura e sul futuro del Paese. In Europa, le proiezioni demografiche confermano solidamente la prospettiva della società multietnica.

È questo il ruolo della scienza che studia i fenomeni che si riferiscono alla popolazione fin dal XVII secolo: fornire i numeri, quelli reali. Poi c’è la politica, che con la demografia ha un rapporto bipolare. Spesso la ignora o addirittura ne falsa i dati per fare propaganda, a volte la utilizza per programmare politiche di ampio respiro. Un vero statista, figura di politico ormai rarissima, cui si richiede uno sguardo lungo per governare, non può pensare di fare a meno della demografia. Per un demagogo vale il contrario, ma i numeri restano sempre lì: neutri e precisi anticipano il futuro, avvertendo tutti su ciò che potrebbe succedere se non cambiano i fattori. Dopo decenni di politiche ultra-rigoriste in materia demografica, ora la Cina ha bisogno di nuove nascite. I principali Paesi africani, come la Nigeria, sono informati dal boom demografico in arrivo e sono consapevoli della mancanza cronica di servizi e di posti di lavoro, ma non fanno nulla. Si può ignorare la demografia finché la realtà presenta il conto, oppure si possono usare le proiezioni demografiche per fare politiche che governino il cambiamento: sono scelte, e sono sempre meno i politici disposti ad assumersene la responsabilità.

Anche per i Paesi emergenti è arrivato il momento di pagare tributo al Covid-19. Nella prima parte del 2020 gli Stati più popolosi di quello che una volta si chiamava “terzo mondo” erano rimasti spettatori silenti della drammatica esplosione della pandemia in Cina, Europa Occidentale e poi negli Stati Uniti. Poi il coronavirus ha cominciato a dilagare in Brasile, in Indonesia, in Bangladesh, per arrivare all’attuale situazione fuori controllo in India. Tutti questi Paesi, pur avendo avuto mesi e mesi per prepararsi osservando le esperienze cinese ed europea, non hanno fatto nulla di concreto. In alcuni casi, come in Brasile, il governo ha diffuso false notizie e si è preoccupato di sabotare chi voleva prevenire la tragedia. Il caso indiano è in realtà ancora più paradossale, perché in questo momento l’India è il vero “laboratorio mondiale” di AstraZeneca: la multinazionale farmaceutica produce il 38% dei suoi vaccini in tredici laboratori dislocati in tutto il Paese. Nel complesso la capacità produttiva indiana è gigantesca, viene valutata in 3,5 miliardi di dosi all’anno, seconda solo agli Stati Uniti. Lo stesso vale per il Brasile, che fabbrica a São Paulo il Sinovac su licenza cinese ma che ha iniziato la vaccinazione solo mesi dopo avere raggiunto la testa della classifica mondiale per numero di decessi giornalieri.

Sono questi i chiaroscuri dei Paesi emergenti, ai quali si può aggiungere la Russia che ha sviluppato un vaccino molto efficace, o almeno così pare, esportandolo in 38 Paesi, ma che i russi non vogliono (o non possono) farsi iniettare. Da un lato ci sono capacità scientifiche e produttive alla pari con quelle dei Paesi occidentali, dall’altro strutture sanitarie scadenti o inesistenti per i cittadini poveri, di buon livello solo per chi può pagarle. A tutto ciò si deve sommare l’impreparazione delle classi politiche, un dato se vogliamo universale ma che in alcuni di questi Stati rasenta la negligenza criminale, come nel Brasile di Bolsonaro o nell’India di Modi. Aggiungiamo ancora le condizioni precarie di vita, l’affollamento abitativo, la mancanza di acqua e di denaro per acquistare i dispositivi di prevenzione, e infine il disastro sociale che si crea quando la massa enorme dei lavoratori cosiddetti informali, cioè in nero, deve rimanere chiusa in casa per il lockdown. In Brasile ormai il tema è la fame, non più la pandemia che pure continua a dilagare. Il governo e le Ong devono dividere gli sforzi per sfamare milioni di persone e contemporaneamente procedere con la vaccinazione.

Ciò che sta accadendo ai “giganti emergenti” colpiti dalla pandemia mette a nudo le contraddizioni del processo di transizione sociale ed economica ancora in corso in molti di questi Stati, dove un imprevisto, anche meno drammatico della pandemia, o un governo maldestro possono fare rimpiombare milioni di persone addirittura nella fame. La situazione attuale racconta anche l’esiguità di ciò che la globalizzazione lascia in questi Paesi, dove sono stati delocalizzati servizi e industrie inseguendo esclusivamente il basso costo della manodopera. Per i cittadini non esiste quasi nessuna capacità di risparmio: si vive di precariato permanente e circa il 40% dei lavoratori è in nero o improvvisa attività informali di vendita ambulante. Per questo i Paesi emergenti rimangono colossi dai piedi di argilla, che possono alimentare ciclicamente le fiammate rialziste del mercato mondiale, ma si trascinano un’eredità di disuguaglianze e cattiva gestione che nei momenti di crisi vanifica ogni risultato raggiunto. Non è dato sapere quali saranno, alla fine, le lezioni apprese da questa pandemia: ma si può scommettere che poco o nulla cambierà non appena soffierà il vento della ripartenza economica e si saranno dimenticati i lutti. Fino alla prossima crisi.

Arriva con forte ritardo, e solo perché il mondo è in emergenza. Ma potrebbe essere la riforma più importante degli ultimi vent’anni. Stiamo parlando della proposta fiscale di una “global minimum tax” avanzata da Joe Biden all’OCSE, l’organismo che raggruppa i Paesi più industrializzati al mondo, che fa il paio con l’annuncio, avanzato dalla Segretaria al Tesoro Janet Yellen al G20, sull’aumento dal 21 al 28% della tassazione sugli utili aziendali negli USA. La proposta Biden va ancora più lontano, perché punta dritta a evitare l’erosione della base fiscale: cioè quel “gioco delle tre carte”, lecito, che permette alle grandi aziende multinazionali di pagare cifre irrisorie sui profitti, attraverso contorti percorsi che portano ai paradisi fiscali. Una situazione che per molti Stati è paragonabile all’evasione fiscale e che danneggia le aziende che operano solo su base nazionale.

Con trent’anni di ritardo, la riforma Biden della fiscalità globale andrebbe a completare la cornice che si era creata, dopo la fine della Guerra Fredda, per permettere la libera circolazione globale dei capitali. In mancanza di una legislazione omogenea tra i diversi Paesi, le multinazionali non soltanto delocalizzarono la produzione dove la mano d’opera costava meno, ma fecero lo stesso con i profitti, portandoli là dove si pagavano meno tasse, talvolta nessuna. Quella situazione è stata tollerata in nome del progresso per tutta l’umanità rappresentato dalla moderna economia digitale: ora però, in tempo di crisi sanitaria ed economica, non è più sostenibile. Per due motivi.

Il primo è che proprio le multinazionali sono le imprese uscite “vincitrici” dalla pandemia, quelle che non solo non hanno subito contraccolpi, ma spesso hanno addirittura tratto grandi vantaggi. Il secondo è che lo Stato, ormai ridotto al lumicino in molti Paesi, ha svolto in questi mesi un ruolo centrale e costoso. Il cerchio si chiude quando si collega il sostegno al reddito e all’economia, garantito nell’ultimo anno dagli Stati, con i guadagni stratosferici registrati da molte multinazionali nello stesso periodo, permessi proprio dalla pioggia di denaro pubblico che ha sostenuto i consumi.

La proposta Biden prevede di introdurre in tutto il mondo una tassazione minima del 21% per le grandi imprese: in sostanza, le multinazionali sarebbero tassate con questa aliquota anche se trasferissero i loro profitti in giurisdizioni terze. Finora non è stata osteggiata da nessuno. Anzi, Jeff Bezos, il padrone di Amazon e l’uomo più ricco al mondo, ha detto che sarebbe giusto sia passare al 21% nel caso di guadagni offshore (raddoppiando l’aliquota del 10,5% oggi in vigore negli USA per questo tipo di utili), sia aumentare le tasse dal 21 al 28% sui profitti realizzati negli USA. Nessuno protesta, almeno per ora, perché non sono soltanto i cittadini ad aver rivalutato lo Stato come sostegno di ultima istanza, ma anche il mondo economico. Non c’è solo chi ha guadagnato, ma anche chi ha perso con la pandemia: e, almeno in Occidente, chi ha perso ha avuto a suo sostegno lo Stato, che si è fatto carico dell’erogazione degli stipendi ai lavoratori fermi e di indennizzi e ristori di ogni tipo. La pandemia, cambiando l’umore di cittadini e imprese verso lo Stato, ha così ridato centralità alle teorie sulla riattivazione economica di John Maynard Keynes, incentrate sull’investimento pubblico, derise per decenni dai seguaci di Milton Friedman e dalla Scuola di Chicago.

Se Biden riuscirà davvero nel suo tentativo di riformare il fisco mondiale, e contemporaneamente a dare nuovo slancio alla lotta contro i cambiamenti climatici, il suo nome resterà sicuramente nella storia. Perché la globalizzazione è stata architettata proprio dal suo Paese, così come sempre gli Stati Uniti, fino a poco tempo fa, sono stati responsabili di un quarto delle emissioni totali di CO2. Porre rimedio a queste due emergenze globali confermerebbe la leadership mondiale che, malgrado l’intervallo della presidenza Trump, gli Stati Uniti continuano a esercitare.