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Gli appassionati di fantascienza trovano molti punti in comune tra la realtà odierna e gli scenari immaginati dagli scrittori 40, 50, 60 anni fa. Un mondo nel quale il lavoro dell’uomo viene progressivamente svolto da robot, l’umanità regredisce intellettualmente davanti all’onniscienza dell’intelligenza artificiale, la narrazione sulla realtà nella quale non si riesce a distinguere il falso dal vero, il clima terrestre definitivamente cambiato, con grandi deserti e dove l’acqua vale più dell’oro, le classi sociali ridotte solo a due: gli straricchi, che, vivendo nella loro bolla dorata, evitano le conseguenze del tracollo, e la massa degli altri, gli esclusi sia dal sistema sia dai suoi benefici. Coloro che pagano sulla loro pelle le conseguenze del disastro.

Senza voler essere apocalittici, nel documento pubblicato qualche giorno fa da Dario Amodei, già vicepresidente della ricerca di OpenAI e fondatore di Anthropic, dal suggestivo titolo “Dobbiamo sorvegliare la frontiera”, si trovano diversi allarmi che rimandano appunto alla fantascienza degli anni ’50-’60. E non è l’unico: da anni Bill Gates avverte sui rischi che la perdita di lavoro dovuta all’interazione tra robot e IA possa generare un’ondata di disoccupazione mai vista, proponendo quindi di tassare i robot per mantenere eserciti di persone espulsi dalla vita produttiva.

Provando a uscire da questi pronostici fatti non da anonimi catastrofisti, ma dai baroni dell’IA, è meglio tornare con i piedi per terra. Lo scenario, in realtà, è molto più “tradizionale”. I signori dell’IA paventano catastrofi per aizzare la pubblica opinione, ma in realtà guardano allo Stato, quello statunitense ovviamente, perché continui a investire nel settore e a tutelarli in giro per il mondo.

La novità è che ora chiedono anche regole, cioè delle barriere d’ingresso nel settore che impediscano, o ostacolino, la nascita di nuove startup che possano un domani farle concorrenza. E chiedono anche che non si vendano microchip alla Cina, il concorrente più temibile perché grosso modo alla pari dal punto di vista tecnologico, ma con dietro lo Stato che sostiene le loro aziende nel fare politiche di dumping sui prezzi, come, tra l’altro, la Cina fa regolarmente in tutti i comparti industriali. Da non sottovalutare, OpenAI e Antrophic si stanno preparando per quotarsi in borsa a breve e hanno bisogno di una spinta emotiva forte per spingere il prezzo delle loro azioni.

Gli scenari da fantascienza sono quindi appunto fantascienza. Affermare che c’è un 10% di probabilità che l’IA elimini l’umanità o che possa prendere “il controllo” di Internet è appunto suggestione letteraria, ma da giorni tutti parlano come se fossero scenari probabili. È invece molto più terra terra ciò che chiedono gli oligarchi della Silicon Valley: sovvenzioni, defiscalizzazione, tutele contro la concorrenza interna ed esterna. Il solito ritorno alle logiche di sempre, dalla distruzione del tessile indiano per favorire le filature di Manchester all’agricoltura comunitaria europea del dopoguerra.

Ma alla fine dei conti, l’IA ha bisogno di regolamentazione? Probabile, ma difficilmente in questa fase iniziale caotica. Per ora gli annunci apocalittici vanno interpretati all’interno di una nuova puntata dello scontro per la supremazia tra le attuali potenze, tra le quali non c’è l’Europa.

L’unico a parlarne, in tempi non sospetti, fu Bill Gates in un’intervista rilasciata a Quartz nel 2017, quando affermò che, se un robot svolgesse lo stesso lavoro di un essere umano, l’azienda che lo utilizza dovrebbe essere sottoposta a una tassazione simile a quella del costo del lavoro umano. Gates evocava in pratica una “robot tax”, con la quale finanziare la formazione dei lavoratori rimasti disoccupati, sostenere quei settori dove la mano umana resta imprescindibile, puntellare il sistema generale di welfare e quello pensionistico.

Oggi la rivoluzione combinata tra robotica e IA sta producendo un terremoto in diversi settori produttivi, nei quali la presenza umana diventa man mano meno redditizia, vista la capacità raggiunta dall’IA di fare le stesse cose, anche meglio, a costi nettamente inferiori. Lo stesso vale per la robotica, soprattutto nei cicli industriali. E siamo solo agli inizi: per i prossimi dieci anni si prevedono la sostanziale scomparsa di varie figure professionali e una drastica riduzione del bisogno di manodopera nei sistemi industriali e in buona parte di quelli agricoli. Siamo di fronte a una rivoluzione che non si può paragonare a quella prodotta dalla diffusione dell’energia elettrica o dall’avvio della motorizzazione. I cocchieri, i lampionai, i tessitori che restavano senza lavoro potevano trovare impieghi diversi, nati con la rivoluzione industriale; l’IA e la robotica, invece, non creano nuovi mestieri, se non quelli strettamente necessari per fabbricarli e programmarli. In prospettiva, le professioni che resteranno a carico degli umani, almeno per ora, riguardano i servizi di cura alle persone, l’artigianato di fascia alta e poco altro.

In questo contesto, finora ignorato dalla politica, arriva l’iniziativa imprenditoriale di Jeff Bezos che sarebbe intenzionato a dar vita al più grande fondo di investimenti nel settore tecnologico mai esistito. Si parla di cento miliardi di dollari per acquistare aziende industriali tradizionali e aumentarne l’efficienza e i margini attraverso l’integrazione di sistemi di IA. Traducendo dall’industrialese, con l’IA si riuscirebbe ad aumentare l’efficienza e far impennare i profitti a discapito dell’occupazione umana, che nelle industrie così trasformate crollerebbe di sicuro. Su questo punto, nello scorso novembre, in Italia una sentenza del Tribunale di Roma ha confermato che la sostituzione di un lavoratore con l’IA può configurare un “giustificato motivo oggettivo” di licenziamento se legata a una riorganizzazione aziendale. Questo orientamento vale ovviamente ancora di più in quei Paesi dove il licenziamento non deve nemmeno essere giustificato, come gli Stati Uniti.

E così ci apprestiamo ad arrivare velocemente al punto critico, anche e soprattutto per quei miliardari della Silicon Valley che guidano il mondo dell’IA: quando quelle persone che l’intelligenza artificiale sta lasciando senza lavoro e senza reddito non potranno più consumare i prodotti fabbricati dai robot, di quanto scenderanno i mercati globali? Inoltre, cosa sarà di una massa di disoccupati che tra 10 anni, secondo alcune stime, sarà tra il 30 e il 40% della forza lavoro? Chi fa business dovrebbe trovare una risposta, almeno per quanto riguarda il calo dei consumi. Ma, in assoluto, sarebbe compito della politica affrontare queste domande, perché la rivoluzione in corso mette in gioco il destino della società a livello mondiale. L’inadeguatezza delle attuali classi dirigenti si può misurare su due temi: la deliberata paralisi nella risposta ai cambiamenti climatici e il fingere che non esista la rivoluzione introdotta dall’IA.