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Il populismo ha origini ottocentesche, risalenti ai movimenti antizaristi e socialisti della Russia. Successivamente il concetto fondamentale del populismo, cioè l’autoproclamarsi unici e legittimi rappresentanti di un intero “popolo”, ha avuto differenti derive ed evoluzioni. Anche se vengono classificati in altro modo, nazismo e fascismo nacquero come movimenti populisti, poi degenerati verso il totalitarismo. Una delle varianti più note del populismo è quella latinoamericana, variamente declinata da Getúlio Vargas e Juan Domingo Perón fino a Hugo Chávez. Più recentemente, con Donald Trump hanno conosciuto il populismo anche gli Stati Uniti, così come in Europa, e in particolar modo in Italia, sono cresciuti diversi partiti, di destra o di sinistra, che ricalcano quell’impronta. 

Una delle caratteristiche politiche del populismo è l’arrivare al potere in nome dell’interesse esclusivo di un popolo, o di un ceto sociale “popolare”, per poi agire nel senso opposto. Tra i casi più clamorosi si possono citare le esperienze di Alberto Fujimori e Carlos Menem, presidenti rispettivamente del Perù e dell’Argentina, che smantellarono il welfare e massacrarono i pensionati e la scuola. Ma anche Trump, presentatosi come il “crociato” dei bianchi impoveriti, nei suoi quattro anni di mandato ha varato una sola riforma fiscale importante, ed era a favore delle grandi corporation.

Esiste infine un altro populismo, più subdolo e meno riconoscibile: quello delle aziende della Silicon Valley. Marchi che hanno lavorato per anni per essere percepiti come rivoluzionari, presentandosi perfino come salvatori del genere umano, come profeti di un futuro mondo smart nel quale tutto sarà più bello e facile. Uber, AirBnb, WeWork, JustEat, Amazon, e ovviamente i venditori di software e device ipertecnologici, promettono un futuro migliore e più democratico. L’autonarrazione di questi marchi è sempre la stessa: lavorano esclusivamente per il nostro bene, ci rappresentano, ci danno ciò di cui abbiamo bisogno e che avremmo sempre voluto avere. Questo populismo mediatico appare rassicurante anche perché usa in malafede la fiducia nella scienza e nell’innovazione. In malafede perché solo di business si tratta, senza altro scopo che non sia vendere un prodotto, veicolarlo attraverso la pubblicità.

Si tratta di gruppi talvolta sostenuti da investitori pericolosi, come l’Arabia Saudita, e che sfuggono a uno dei presupposti fondamentali del capitalismo: redistribuire una parte del profitto a favore della comunità attraverso le tasse. Così, piattaforme che per alcuni hanno reso il mondo più smart lo hanno imbarbarito per molti altri. Il lavoro ridotto a un precariato estremo e senza vie d’uscita, l’imposizione di prodotti e prezzi, la desertificazione dei tessuti produttivi locali sono solo alcune delle criticità prodotte dai populisti della Silicon Valley. Che non hanno bisogno di elezioni per governare e, per di più, hanno trovato una formidabile alleata nella pandemia di Covid-19. Che continuano indisturbati ad accumulare miliardi nei forzieri dei paradisi fiscali caraibici. E che hanno accumulato una massa enorme di informazioni sulle nostre vite, sui nostri gusti e sulle nostre paure, come mai nessuno aveva nemmeno sognato di poter fare nell’intera storia dell’umanità.

Questi populisti ci accompagnano continuamente, tramite le app che tutti abbiamo installato nei nostri smartphone e ogni volta che acquistiamo i loro servizi e prodotti. Non è come quando si va dal fornaio sotto casa e si sa che quel signore vende semplicemente un bene che ha prodotto, destinato a uno scopo preciso. I populisti californiani della Silicon Valley non si limitano a venderci farina e acqua: ci vendono l’idea che saranno loro a cambiarci la vita, a renderci più liberi e democratici anche se viviamo sotto un regime, a renderci tutti fratelli anche se tre quarti dell’umanità non possono spostarsi liberamente, a cancellare le differenze di genere e di etnia anche se nella vita reale femminicidi e xenofobia sono in crescita. È un bel mondo quello dei populisti della Silicon Valley. Nessuno prima aveva mai pensato che per vendere una merce ci fosse bisogno di una fantastica narrazione, di spararla così grossa. Loro lo hanno fatto, e per questo sono diventati miliardari. Grazie a noi che facciamo finta di crederci. Almeno per ora.

 

Nel 1985 l’economista egiziano Samir Amin formulava la “teoria dello sganciamento” ipotizzando la creazione di flussi commerciali e politici “sud-sud” come unica via per il superamento dei rapporti iniqui tra il Nord e il Sud del mondo. In sostanza Amin considerava questa come l’arma risolutiva in mano ai Paesi del “Terzo Mondo” per porre fine alla loro storica dipendenza dai rapporti coloniali e neocoloniali con l’Occidente. Molto tempo è passato e alcuni tentativi sono stati fatti, a partire dalla creazione del Mercosur, primo blocco economico interamente formato da Paesi sudamericani. Ma la svolta, con la materializzazione delle teorie di Amin, potrebbe verificarsi ora, proprio dove meno ce la si aspettava.

È l’Africa, infatti, che grazie ai rapporti “stretti” con la Cina, criticatissimi dalle vecchie potenze coloniali, ha trovato la spinta per integrarsi economicamente, da sola. Il 1° gennaio di quest’anno, nel silenzio assordante della stampa mondiale, è nata l’area di libero scambio più grande al mondo: il Trattato di Libero Commercio Continentale Africano, noto con l’acronimo inglese AfCFTA, riunisce 54 Paesi africani al fine di realizzare un’unione doganale, abbattendo dazi e armonizzando le regole commerciali. Non si tratta di un’unificazione che ambisce alla costruzione di una nuova entità sovranazionale – come invece l’Unione Europea e, almeno sulla carta, il Mercosur – ma del tentativo di agevolare la circolazione di merci e servizi in tutto il continente, con l’obiettivo dell’autosufficienza. In pratica l’intero continente diventerà area di libero scambio, con la sola esclusione dell’Eritrea. Parliamo di un miliardo e duecentomila persone, una popolazione in crescita veloce, e di 2.500 miliardi di dollari di PIL.

Secondo i pronostici, entro i prossimi 7 anni l’unificazione delle regole e dei dazi sulle merci porterà a una crescita del 7% del PIL di questo continente-area economica e a un aumento pari a 500 miliardi di dollari nello scambio tra i Paesi dell’area. Attualmente il 90% dell’export africano è diretto fuori dal continente: per fare un confronto, la quota di export dell’Unione Europea diretta all’esterno dell’UE è del 40%. Accrescere l’incidenza del commercio infracontinentale spezzerebbe la dipendenza totale dai mercati terzi. I motivi dell’attuale scarsità degli scambi tra Paesi africani sono diversi. Sicuramente ciò dipende dal fatto che l’export africano è costituito soprattutto da materie prime, ma un peso notevole hanno anche le difficoltà concrete a muovere merci e spostare servizi tra i Paesi senza finire imbrigliati nella rete di dazi, corruzione, ostacoli burocratici.

Alla decisione storica di costituire una zona di libero scambio di portata continentale non è estraneo il peso acquisito in Africa dalla Cina, primo importatore, esportatore e investitore internazionale nel continente. La Cina non ha soltanto sostituito i tradizionali legami postcoloniali con i Paesi europei o con gli Stati Uniti, ma ha effettuato enormi investimenti sulle infrastrutture e sulla trasformazione in loco delle materie prime, dando il via alla nascita di un settore industriale in diversi Stati africani. Per la Cina, l’Africa non è soltanto un cliente da maltrattare o un fornitore da sfruttare, come è sempre stata per tutti gli altri “partner”, ma un continente strategico sul quale investire. La creazione dell’area di libero scambio diventerà un volano ulteriore per la presenza produttiva cinese perché le merci prodotte (o le materie prime trasformate) localmente potranno essere spostate da una regione all’altra del continente senza pagare dazi. Si tratta di una mossa mai nemmeno immaginata da Paesi come Francia, Belgio, Regno Unito, Germania o Italia, che concepirono l’Africa come uno scrigno dal quale trafugare tesori senza restituire nulla.

Eppure l’Africa che oggi decide di cominciare a camminare tutta insieme ha una forza che va oltre l’interesse contingente di Pechino e costituisce un precedente a livello mondiale. Il fatto che un insieme di Paesi le cui frontiere furono disegnate a tavolino dai governi europei decida di creare una comunità con regole comuni, e di superare almeno in parte quei confini, è una delle migliori notizie degli ultimi anni, anche se quasi nessuno l’ha rilevato.

 

L’elenco dei Paesi nei quali la democrazia arretra continua ad allungarsi. Si va alle limitazioni alla libertà di espressione, come in Russia, Iran o Ungheria, fino ai colpi di Stato condotti secondo tradizione, come quello recentissimo in Myanmar. Le potenze che si muovono dietro le quinte di questo arretramento dei diritti politici e individuali su scala mondiale sono quasi sempre le stesse. Pur non formando un asse vero e proprio, hanno interessi coincidenti: tutte vogliono impedire lo sviluppo di strumenti democratici che potrebbero mettere in discussione la natura di un regime o i privilegi di una classe politica corrotta. Russia, Iran, Cina e Turchia sono gli alfieri e i propagatori dei metodi totalitari di gestione del dissenso. Si tratta di Paesi che possono avvalersi di diversi strumenti per conquistare amicizie: dal loro peso economico alle conoscenze tecnologico-scientifiche, dal petrolio all’appoggio politico, garantendo sostegno presso gli organismi multilaterali. I generali golpisti birmani, ad esempio, sono stati graziati dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU grazie al veto imposto dalla Cina, alleata storica della dittatura birmana, che ha bocciato una bozza di risoluzione a favore del ripristino della democrazia.

Nei decenni, la politica dei veti incrociati ha coperto buona parte dei crimini commessi da Stati o gruppi di potere. Di fatto, l’equilibrio trovato durante la Guerra Fredda, con l’assegnazione a cinque Paesi di posti fissi e potere di veto in seno al Consiglio di Sicurezza, ha neutralizzato l’organismo che sulla carta dovrebbe vegliare sulla sicurezza e sul rispetto dei diritti nel mondo. Russia, Cina, Stati Uniti, Regno Unito e Francia continuano a essere al di sopra di tutte le altre nazioni, almeno nell’organo ONU nel quale si affrontano le questioni più delicate. Di una riforma del Consiglio di Sicurezza si è discusso molto negli anni scorsi. L’ipotesi che si era fatta strada non era di mettere fine allo strapotere dei cinque “grandi” sugli altri 188 Paesi, ma puntava ad allargare la cerchia dei membri permanenti ad alcune potenze emergenti, come Nigeria, India o Brasile. Eppure nemmeno questo è stato possibile: il club dei 5 è molto esclusivo e non intende ammettere nuovi soci.

Alla fine dei conti, l’obiettivo mai dichiarato dai membri permanenti è impedire il funzionamento della cabina di regia dell’ONU sulle crisi mondiali. In modo da avere le mani libere per decidere di volta in volta se sostenere o attaccare regimi che si mettono fuori dal diritto internazionale. Per fare un esempio pratico, la mancanza di condanna del golpe birmano da parte dell’ONU ha prodotto due effetti: i Paesi occidentali probabilmente torneranno ad applicare sanzioni unilaterali al Myanmar, ma d’altra parte la Cina potrà continuare a investire nel Paese, e sostanzialmente a gestirlo, senza violare nessuna regola del diritto internazionale. Una situazione della quale sono vittime soprattutto i birmani che con tanta fatica avevano riconquistato nel 2015 una democrazia, sicuramente condizionata, ma sempre meglio della dittatura militare.

Il mondo va avanti così, e nulla lascia intendere che si voglia o si possa cambiare registro. La platea delle nuove potenze (o aspiranti tali) cresce di giorno in giorno e ciascuna pretende di avere le mani libere come quelle storiche. Per questo la situazione dei diritti e della democrazia nel mondo è sempre peggiore. Anno dopo anno si accorcia l’elenco dei Paesi dove si possono dire pubblicamente cose come quelle che stiamo affermando ora. È l’altra faccia della narrazione della globalizzazione come grande forza che ha rimodellato i rapporti tra i popoli, creando una cultura comune. È vero che consumiamo sempre di più gli stessi prodotti in regioni distanti del mondo, ma la globalizzazione dei diritti è ancora di là da venire.

 

 

 

La Pfizer nasce a New York nel 1849 e la sua crescita è stata continua e costante fino ad arrivare ad essere la seconda azienda farmaceutica al mondo per fatturato nel 2017. La sua storia è però fatta anche di processi e multe, anche molto salate. Ad esempio per il ricorso al marketing illegale e la vendita di prodotti difettosi. Nel 2018 Pfizer viene classificata dal Reputation Institute (l’istituto che valuta la reputazione delle aziende in base ai sondaggi tra i consumatori e i media) come “la peggior azienda per i consumatori”. La Pfizer ha affrontato migliaia di cause legali per lesioni e pratiche di vendita illegali. Ha battuto il record per la pena pecuniaria più alta della storia comminata a un’azienda farmaceutica, oltre 2,3 miliardi di dollari in seguito alle responsabilità civili e penali derivanti dalla promozione illegale di quattro farmaci: Bextra, un farmaco antinfiammatorio; il Geodon, un farmaco antipsicotico; il Zyvox, un antibiotico; e Lyrica, un farmaco antiepilettico. L’azienda incaricava i suoi rappresentanti di proporre i medicinali ai dottori per patologie diverse da quelle indicate e in dosi superiori a quelle approvate, nonostante i rischi per i pazienti. Il caso più famoso che ha visto coinvolta l’azienda riguarda le sperimentazioni dei suoi farmaci in Africa. Nel 1996 alcuni bambini nigeriani morirono di meningite dopo aver provato un antibiotico sperimentale Pfizer. Quindici anni più tardi, al termine del cosiddetto “contenzioso di Kano”, la Pfizer fu costretta a risarcire diverse famiglie. Alla vicenda si ispirò John le Carré per il suo romanzo “Il giardiniere tenace”. La sperimentazione non era stata preventivamente concordata né con le competenti autorità nigeriane, né con i genitori. Gli interventi riguardarono bambini malati di meningite da meningococco, cui fu somministrata trovafloxacina – un antibiotico sperimentale – invece della ben più documentata terapia a base di ceftriaxone. Secondo le accuse mosse alla Pfizer, i decessi e le lesioni gravi registratisi in seguito alla sperimentazione sarebbero imputabili al protocollo usato; a sua difesa, la multinazionale sostiene che il proprio farmaco è risultato efficace almeno quanto la migliore terapia disponibile all’epoca dei fatti. L’intera vicenda venne alla ribalta dell’opinione pubblica dopo un’inchiesta del Washington Post del dicembre 2000. Ora si alzano in Europa le polemiche perché Pfizer tenta di guadagnare anche sulla dose in più che alcuni medici riescono a estrare dalle fiale o per i tempi di consegna rispetto a quanto promesso. Quisquiglie rispetto al pedigree dell’azienda.

 

Le campagne iniziate due anni fa per denunciare i disastri ambientali provocati dal dilagare delle piantagioni di palma da olio, soprattutto in Asia, hanno dato ottimi risultati. O almeno così sembra. Il rapporto 2020 dell’Unione italiana per l’olio di palma sostenibile conferma che il 92% dell’olio di palma usato dall’industria italiana è certificato RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil), il migliore standard di certificazione internazionale. Con questo olio si rifornisce ad esempio la Ferrero, principale acquirente italiano, che non ha voluto rinunciare all’olio di palma per il suo prodotto di punta, la Nutella. Altri colossi italiani come Barilla, Galbusera o Balocco hanno invece sostituito questo prodotto con altri oli vegetali, che ormai coprono il 60% del fabbisogno totale. E qui si arriva al punto, perché l’industria dolciaria che rinuncia all’olio di palma ora usa soia, colza e girasole, senza preoccuparsi della provenienza. Infatti l’olio di girasole certificato come sostenibile è solo il 4,5% del totale, la soia sostenibile l’1,3%, mentre il resto è OGM proveniente dal Nord o dal Sud America.

Il problema non finisce qui. La palma da olio ha una capacità di produzione cinque volte superiore rispetto alle altre principali fonti di olio vegetale. Significa che, a parità di richiesta di mercato, per un ettaro di palma che si abbandona servono cinque ettari delle altre piante per produrre la stessa quantità di olio. Anche i suoli soffrono meno con la palma che, in quanto albero da frutto, resta sul terreno almeno 20 anni, mentre gli altri oli si estraggono da piante annuali, con la conseguente erosione del terreno e l’eliminazione di qualsiasi altra specie vegetale o animale viva nella piantagione. Le certificazioni meritano poi un’ulteriore riflessione, perché riguardano solo i processi in corso e non lo storico. Cioè non si va a considerare l’abbattimento delle foreste necessario per allestire la piantagione, ma si guarda soltanto come la si gestisce attualmente. Ci danno quindi una fotografia molto parziale della situazione.

A livello mondiale, bisogna constatare che la sensibilità sui temi ambientali ha ancora un basso appeal. Nonostante le pressanti campagne, soltanto il 19% dell’olio di palma globalmente prodotto è certificato, mentre per le altre coltivazioni, quasi tutte OGM, si tace. Il punto è che la quantità di materie prime consumate dall’industria di trasformazione è superiore a quanto la terra può produrre in modo sostenibile. Se tutta la coltivazione mondiale di cereali, piante da frutto, alberi da olio, tuberi, per non parlare degli allevamenti e della pesca, fosse ricondotta a criteri di sostenibilità, non ci sarebbe la materia prima necessaria per mantenere invariato il nostro livello (e modello) di consumo. Il senso profondo del tanto deriso concetto di decrescita felice è proprio questo: non significa essere più poveri bensì più essenziali. Il non volerlo comprendere porta all’illusione, che ha soltanto il merito di mettere qualche anima in pace, che si possa agire su un determinato prodotto senza ricadute sulla produzione di altri, altrettanto o più insostenibili. Il problema è quindi il modello agricolo che deve rispondere a un mercato senza limiti. L’andamento attuale iniziò nell’800 quando, abbagliati dai progressi della scienza e della tecnica, nemmeno si pensava alla possibilità di un esaurimento delle risorse, né all’ambiente. Oggi la situazione non è cambiata di molto: anzi, siamo molti di più e consumiamo più di prima. Ma almeno possiamo metterci il cuore in pace comprando la merendina palm oil free e credere che abbiamo fatto una buona azione. Peccato che il marketing verde, da solo, non salverà affatto il pianeta.

 

Gli inediti fatti insurrezionali che si sono consumati nel Parlamento statunitense arrivano dopo anni di preparazione culturale e politica che hanno sdoganato idee estreme, diventate la base per una nuova narrazione politica. I cosiddetti “alternative facts”, cioè la realtà parallela, sono diventati l’unica verità per milioni di persone. È una tecnica usata da tempo in diversi contesti, e che si propaga soprattutto attraverso i meme che rimbalzano tra WhatsApp e i social network. Il mago di questa strategia applicata alla politica, e forse il suo inventore, è Steve Bannon, ideatore di siti che creano e propagano fake news, consigliere dei comitati pro-Brexit, di Donald Trump e di Jair Bolsonaro.

Il principio usato dai media di questa galassia non è polemizzare con l’avversario, bensì costruire una nuova realtà: una realtà così ben architettata e “attraente” che a un certo punto diventa indistinguibile da quella vera. Già nel 1940 lo scrittore Jorge Luis Borges anticipò questo tema in un racconto intitolato Tlön, Uqbar, Orbis Tertius. Borges narra di un’enciclopedia che descriveva una città inesistente dell’Asia Minore, chiamata Uqbar, che così diventa reale per un numero sempre crescente di persone. Si descrivono usi e costumi, morale e cultura, politica e istituzioni di questa città inesistente fino a che essa viene inserita in un intero mondo, ugualmente inesistente, chiamato Tlön. A un certo punto la Terra comincia ad assomigliare in modo inquietante a Tlön: l’umanità, adeguandosi alla cultura di quel mondo immaginario e misterioso che crede vero, finisce per renderlo reale. 

Negli Stati Uniti esistono oggi due realtà. Quella in cui Joe Biden ha vinto le elezioni e una realtà “alternativa”, nella quale ha vinto Donald Trump. Ritenuta vera, quest’ultima, dal 40% degli elettori repubblicani. Trump, dunque, oggi non è un folle isolato alla Casa Bianca ma rappresenta milioni di persone che credono e vivono in quella “realtà alternativa” sapientemente costruita, che alla fine dei conti è una fuga dalla realtà. Anche perché, quando si rifiuta il confronto o anche lo scontro con l’avversario per rifugiarsi in un mondo costruito a tavolino, si è per definizione inattaccabili. Nel mondo di Trump non si perde, si è vittima di complotti; le cose non sono complesse, sono sempre manipolate; non contano i meriti o gli studi, bastano l’intuito e il “buon senso”. Un mondo nel quale il Covid non esiste, oppure esiste e da tempo c’è anche la cura, ma “non vogliono farcelo sapere”; dove è meglio stare alla larga dai vaccini e non indossare le mascherine; nel quale è meglio non fidarsi mai dallo Stato, ma anzi armarsi per difendersi da soli; dove il potere è segretamente controllato da bande di pedofili assassini. Il mondo degli alternative facts è orrendo perché senza speranza, ma è più orrendo ancora che milioni di persone lo ritengano vero, e non solo negli Stati Uniti.

In questi giorni tutti i commentatori analizzano lo stato della democrazia “americana” riferendosi a quella dei soli Stati Uniti. In realtà, questa imprecisione lessicale nasconde una verità: ciò che sta succedendo a Washington capita anche in molti altri Paesi americani. Ma anche europei, asiatici, africani. In tutto il mondo la mancanza di riconoscimento reciproco tra le parti ha fatto cambiare pelle al dibattito politico, nel quale non si combatte più sul piano delle idee ma su quello della legittimazione (o meglio, della delegittimazione) dell’avversario. I vincitori criminalizzano i predecessori, i perdenti non riconoscono la sconfitta e così si mette a rischio la continuità istituzionale. La critica e ancor più l’autocritica sono scomparse: se qualcosa non funziona è stato un complotto. Si ha una politica sempre più simile alle logiche del tifo calcistico, e tutto ciò alla fine indebolisce le istituzioni democratiche. Bisogna imparare dai fatti di Washington perché il tarlo che sta erodendo la democrazia non è un problema soltanto statunitense, e nemmeno soltanto americano.

 

Gli inediti fatti di ieri nel Parlamento statunitense, qualificati come “insurrezionali” dal presidente eletto Joe Biden, arrivano dopo anni di preparazione culturale e politica che hanno portato allo sdoganamento delle idee di infime minoranze, diventate la base per una nuova narrazione politica. I cosiddetti “alternative facts”, cioè la realtà parallela e immaginaria, sono diventati l’unica verità per milioni di persone. Fatti alternativi, conseguenze alternative. Esistono due realtà in questo momento negli Stati Uniti, quella “reale”, che vede la vittoria del candidato democratico e quella “alternativa”, nella quale ha vinto Trump. Ritenuta vera quest’ultima dal 40% degli elettori repubblicani secondo un sondaggio fresco di giornata. Trump non è un folle isolato alla Casa Bianca, ma rappresenta milioni di persone che credono e vivono in quella “realtà alternativa” che è alla fine dei conti una fuga dalla realtà. Anche perché si rifiuta il confronto o anche lo scontro con l’avversario per rifugiarsi in una realtà costruita secondo la propria volontà e quindi, per definizione, inattaccabile.  Nel mondo di Trump non si perde, si è vittima di complotti; le cose non sono complesse, sono sempre manipolate; non contano i meriti o gli studi, basta l’intuito. Un mondo nel quale la cura per il Covid c’è da tempo ma “non vogliono farlo sapere”, dove meglio stare alla larga dai vaccini e non indossare mascherine, nel quale meglio non fidarsi mai dallo Stato, ma anzi armarsi per difendersi; dove il mondo è sotto il controllo di bande di pedofili assassini; dove siamo vittime di un grande complotto che vorrebbe vederci tutti infelici, meticci e schiavi di un grande puparo. Il mondo di Trump è orrendo perché senza speranza, ma più orrendo ancora che milioni di persone la pensino come lui, e non solo negli Stati Uniti.

In queste ore i commentatori, tutti, parlano dello stato della “democrazia americana”, intendendo quella degli USA. In realtà ciò che sta succedendo a Washington capita in molti altri paesi americani, europei, asiatici e africani. La mancanza di riconoscimento reciproco tra le parti, con poche eccezioni, ha fatto cambiare pelle al dibattito politico, dove non si combatte più sul piano delle idee, ma su quello della legittimità. Si mette a rischio la continuità istituzionale, i vincitori criminalizzano i predecessori e i perdenti non riconoscono la sconfitta. Sono scomparse la critica e l’autocritica, se qualcosa non va è stato un complotto. Si ha una politica sempre più simile al calcio, e tutto ciò alla fine indebolisce la democrazia. Impariamo dai fatti di Washington, perché il tarlo che sta erodendo la democrazia non è soltanto un problema del continente americano. 

Annus horribilis è un’espressione latina usata per designare gli anni in cui si sono verificati più eventi negativi in diversi ambiti. Il 2020 sarà ricordato soprattutto per la pandemia di Covid-19 e la crisi economica e occupazionale che ha innescato a livello globale. Ma i problemi non sono stati solo questi. Nell’anno che sta finendo si sono aggravati molti punti già critici dell’agenda globale. Anzitutto il clima. Nel 2020 si è raggiunta una temperatura media globale di 1,2 °C più alta rispetto all’era pre-industriale: significa che è stato il terzo anno più caldo da quando esiste il registro del clima, addirittura il primo se ci concentriamo solo sull’Europa. Questo dato indica chiaramente come il processo di riscaldamento dovuto alle emissioni di CO2 si aggravi anno dopo anno. Una realtà che non si discute più, i negazionisti del cambiamento climatico sono ridotti a uno sparuto drappello. Eppure si continua a ignorarla, rimandando le soluzioni, come se ci fosse ancora tempo.

Il 2020 ha visto anche il ritorno delle guerre commerciali, iniziate da Stati Uniti e Cina ma che rischiano di estendersi anche all’Europa, con l’uscita quasi senza accordo del Regno Unito dall’Unione Europea. Protezionismo, aiuti di Stato, dumping, dazi sulle merci sono pratiche e situazioni alle quale dovremo abituarci di nuovo, come un ritorno a un passato per la verità neanche troppo lontano. L’anno che se ne va dovrebbe essere ricordato anche per il gran numero di violazioni del diritto internazionale verificatesi. Per il ritorno quasi al punto di partenza nel conflitto israelo-palestinese e per l’espansione militare e strategica di potenze guidate da autocrati, come la Russia e la Turchia. Per l’arretramento della democrazia, con i primi casi di Paesi che mettono a rischio libertà fondamentali all’interno dell’UE, in Polonia e Ungheria, e con l’incredibile uscita di scena del governo di Donald Trump. Il presidente uscente degli Stati Uniti ha tentato in tutti i modi di rovesciare il risultato inequivocabile delle urne incrinando la fiducia nelle istituzioni e inoculando nel Paese il veleno dei sospetti, per minare la già difficile strada che il suo successore dovrà percorrere.

Se si collegano tutti questi punti si può concludere che il filo conduttore del 2020, dalla (mancata) gestione della pandemia fino alle limitazioni delle libertà, è la frattura dell’ordine globale, o per meglio dire il venir meno del rispetto per il multilateralismo. Il concetto del multilateralismo si può far risalire a Nehru e al periodo immediatamente successivo all’indipendenza dell’India: una forma di costruzione del consenso globale che doveva superare i traumi del colonialismo, ben sapendo che le relazioni bilaterali, cioè fra due soli Stati, finivano sempre per favorire quello più forte. Il multilateralismo si basa sull’idea del condominio globale, dove ogni membro ha voce e diritti e dove si affrontano i problemi che da soli è impossibile risolvere. Cambiamento climatico, economia, pace, diritti umani sono capitoli di un’agenda che interessa l’intero pianeta, e non possono in nessun modo essere risolti senza la cooperazione tra tutti gli Stati. Il venir meno di questa dimensione è sicuramente il dato peggiore dell’annus horribilis 2020. Anche i danni provocati dalla pandemia e le ingiustizie che già si intuiscono sia nella distribuzione dei vaccini tra i diversi Paesi, sia nell’affrontare il problema del debito, che nel frattempo è uscito quasi di controllo, sono un altro effetto collaterale della mancanza di condivisione e di governance mondiale, almeno per le questioni sovranazionali. Il mondo formato da sole potenze litigiose non ha mai funzionato, tranne nell’800, quando tre o quattro Paesi, con le loro cannoniere, dettavano legge e stabilivano il buono e il cattivo tempo per tutti.

 

Il boicottaggio di un Paese è sempre questione delicata. Spesso si rischia di farne ricadere le conseguenze su una popolazione già sofferente, togliendole risorse garantite dai rapporti con il resto del mondo. Proprio questo è il principale problema quando si parla di boicottare le attività turistiche, consigliando ai viaggiatori di non recarsi in un determinato luogo. Il turismo genera un grande indotto, che in molti Paesi si spalma su diversi settori della società. Non soltanto sui grandi tour operator o sulle catene alberghiere internazionali, ma su tutta la ragnatela di fornitori di servizi, sull’impiego e sui piccoli imprenditori, spesso a dimensione familiare.

Nella storia del turismo l’unico boicottaggio riuscito è stato quello contro il Myanmar dei generali nei primi anni ’90. Erano gli anni in cui Aung San Suu Kyi era agli arresti e l’opposizione birmana si appellava alla società civile mondiale chiedendo di rimandare i viaggi nel Paese fino al ritorno alla democrazia. Si organizzò un cartello mondiale al motto di “Boycott Bhurma”, molto forte nel Nord Europa e nel Regno Unito. In Italia, l’Associazione Italiana Turismo Responsabile aderì a quella campagna lanciando un appello ai tour operator nostrani perché sospendessero le attività programmate nel Paese asiatico. Perché tutto ciò accadde proprio con il Myanmar? Perché nell’ex Birmania il connubio tra dittatura e turismo era solidissimo. Con lo slogan “Visit Myanmar” la dittatura aveva aperto le frontiere del Paese in modo che i viaggiatori potessero “verificare” che tutto era normale. Le strutture ricettive e le infrastrutture dei trasporti destinati ai turisti, tra cui la linea ferroviaria Yangon-Mandalay, furono costruiti anche con il lavoro forzato dei detenuti politici e le proprietà degli alberghi-casinò erano intestate a prestanome dei generali. Non si poteva circolare liberamente, i turisti erano costantemente sorvegliati dagli agenti dei servizi ed era vietato parlare con la popolazione locale. Non esisteva nessuna possibilità di praticare un turismo che non fosse quello preconfezionato dai militari. Non c’erano dubbi di nessun tipo, dunque, sul fatto che in Myanmar il turismo fosse solo una vetrina per ripulire i crimini della giunta militare e che da questo comparto la popolazione non ricavasse alcunché.

La storia successiva è nota, il Myanmar è tornato parzialmente alla democrazia ma sotto la tutela dei militari, e ancora oggi ci sono gravi problemi per quanto riguarda il rispetto dei diritti delle minoranze etnico-religiose. Il boicottaggio al turismo servì soprattutto a fare informazione, a far sapere in tutto il mondo che quel regime, che non era sotto i riflettori dei media, stava opprimendo un popolo.

Oggi nel Mediterraneo si pone una questione che potrebbe riaprire il dibattito. In Egitto governa una giunta presieduta dal generale Abdel Fattah al-Sisi, proveniente dai servizi di intelligence dell’esercito, già comandante in capo delle forze armate e diventato presidente della Repubblica a seguito del colpo di Stato che nel 2013 rovesciò il primo e unico presidente eletto democraticamente nella storia del Paese: Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani. Repressione, torture, condanne capitali, oppositori veri o presunti scomparsi nel nulla: è questo il saldo di questi anni in cui, però, al-Sisi si è affermato come un “alleato affidabile” dell’Occidente, nella logica della lotta all’integralismo islamico. Nessuna libertà di stampa, utilizzo massiccio della pena di morte, “corsie preferenziali” nei tribunali per i delitti collegati al terrorismo, ma anche per i procedimenti contro gli oppositori, sono alcuni dei suoi “meriti”. Nel 2016, negli ingranaggi della macchina repressiva egiziana è finito il giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, che stava studiando l’attività dei sindacati indipendenti egiziani e indagava sulle condizioni di vita dei venditori ambulanti del Cairo. L’inchiesta giudiziaria recentemente conclusa dalla Procura di Roma ha appurato con certezza che Regeni fu sequestrato, torturato barbaramente e ucciso dai servizi segreti militari che dipendono direttamente dal governo del Cairo. Un altro giovane, Patrick Zaki, dottorando egiziano all’Università di Bologna, si trova ancora in prigione, in regime di “carcerazione preventiva” dallo scorso mese di febbraio, quando rientrò nel suo Paese per far visita alla famiglia. Patrick avrebbe pubblicato sul suo profilo Facebook critiche al governo, e tra le sue “colpe” ci sarebbe anche l’aver scritto una tesi di laurea sul tema dell’omosessualità.

In tempi di lockdown, l’Egitto come tutti i Paesi del Mediterraneo resta chiuso e la sua importante industria turistica è ferma. Si tratta di un turismo basato soprattutto sui grandi resort internazionali affacciati sul Mar Rosso e sulla crocieristica lungo il Nilo: in tempi “normali”, nel complesso il Paese riceve quasi 15 milioni di turisti all’anno e il settore genera circa l’11% del PIL nazionale. Ma in Egitto il turismo produce solo occupazione, mentre il grosso dei profitti vola verso l’estero. Nella crocieristica ad esempio, come evidenziato da una ricerca condotta da Renzo Garrone qualche anno fa, prevale il lavoro non retribuito e si vive delle mance lasciate dai turisti.

C’è da scommettere che, non appena le condizioni sanitarie lo permetteranno, l’Egitto rilancerà il settore e non solo per motivi economici. Il turismo servirà anche a far dimenticare le macroscopiche violazioni dei diritti dell’uomo e le tensioni che si sono create soprattutto con l’Italia. In questi giorni Corrado Augias, Sergio Cofferati, Luciana Castellina e altre personalità italiane che in passato sono state insignite dalla Legion d’Onore francese hanno restituito l’onorificenza, perché la stessa decorazione è stata conferita dall’Eliseo al dittatore al-Sisi. È stato un gesto forte e coraggioso che in Francia ha fatto molto discutere. Non si tratta soltanto del destino tragico di un cittadino italiano ma della difesa della democrazia, in pericolo non solo per via dello jihadismo ma anche, e da più tempo, a causa dei militari che agiscono contro i loro popoli in nome e per conto di pseudo-interessi strategici. 

Perciò il boicottaggio, o anche solo l’informazione rivolta ai turisti, che spieghi quale Egitto stanno andando a visitare, è più utile che mai. Non saranno i viaggiatori a cambiare il destino del Paese, questo è chiaro. Ma potrebbero dare un segnale forte al regime scegliendo altre destinazioni dove invece si lotta per salvaguardare la democrazia in pericolo, come la Tunisia. Anche se non si riuscirà a incidere direttamente, almeno si diffonderà la conoscenza del vero volto di una dittatura che per molti Stati è “amica”.

Pensiamoci. 

 

Il cacao non sarà una materia prima strategica come il petrolio, ma negli ultimi anni è diventato un bene di prim’ordine per via dell’aumento esponenziale del suo consumo. In tutto il mondo si vende cioccolata in tipologie sempre più diversificate e raffinate: mono-origine, doc, con percentuali di cacao che possono arrivare fino al 99%. Sono solo due, però, i continenti dove si coltiva il cacao in modo significativo: l’America Latina, dove crescono le varietà più pregiate, e l’Africa, dove si producono i grandi quantitativi, circa il 77% del totale mondiale, che vengono acquistati dalle multinazionali dolciarie.  I due giganti africani del cacao sono Costa d’Avorio e Ghana, che da soli controllano quasi il 65% dell’offerta mondiale di un mercato che vale complessivamente 100 miliardi di dollari all’anno, dei quali solo il 12% circa viene incassato dai produttori di cacao. Si tratta di Paesi poveri che quasi monopolizzano la produzione di un prodotto ricco: in Africa, i braccianti che raccolgono le fave sono pagati un dollaro al giorno e la piaga del lavoro minorile è onnipresente.

In questi mesi si è scatenata una guerra silenziosa, tenuta segreta ai consumatori. I governi di Ghana e Costa d’Avorio hanno lanciato un’iniziativa che vuole approdare a qualcosa di simile all’Opec, l’associazione dei maggiori produttori di petrolio, che regola il mercato petrolifero (e, con esso, quello energetico) anche attraverso il taglio della produzione. In realtà la “Copec”, com’è stata battezzata l’unione tra i due Paesi, non può essere paragonata neanche da lontano al “cartello” del petrolio, tuttavia si è rivelata subito sufficiente per mettere sull’attenti i grandi acquirenti di cacao. Questo perché i Paesi aderenti hanno deciso di far pagare agli importatori una tassa di 400 dollari a tonnellata che si aggiungono al prezzo della quotazione di borsa e ad altri extra, come il riconoscimento dell’origine del prodotto. In un primo momento i big mondiali hanno accettato la tassazione, ma poco dopo hanno dato inizio a una vera battaglia per evitare di pagarla. Anche con manovre sull’ICE, la borsa che tratta i futures di molte commodities tra cui il cacao, finalizzate a utilizzare le scorte immagazzinate e bypassare così i due principali produttori.

Costa d’Avorio e Ghana già minacciano rappresaglie, ad esempio quella di sospendere il programma di certificazione del cacao sostenibile per creare problemi di immagine ai produttori di cioccolata. Questa guerra potrebbe lasciare sul campo morti e feriti tra i piccoli produttori di cacao africani che non dispongono certo di risparmi sufficienti per superare un blocco degli acquisti. Il cacao, come altre materie prime, alla base della catena produttiva è associato alla miseria, al vertice al lusso. In mezzo tra questi due mondi si collocano grandi gruppi multinazionali, che si spartiscono il mercato e fanno la parte del leone: agendo come un cartello, proveranno con tutti i mezzi a piegare i Paesi che hanno osato chiedere una quota maggiore della ricchezza generata dal cacao rispetto alla miseria finora ricevuta. È una storia che si ripete e che racconta come nella globalizzazione – e il consumo di cioccolata ne è uno status symbol – convivano modernità e situazioni arcaiche, libertà e diritti dei consumatori e semi-schiavitù dei contadini, grandi gruppi commerciali in guerra contro gli Stati dove si produce la loro ricchezza.