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Negli ultimi decenni la struttura sociale del mondo si è profondamente modificata. Soprattutto, è cambiata sia la natura dei soggetti che la compongono sia quella dei loro reciproci rapporti. Semplificando: lo schema classico emerso dalla rivoluzione industriale prevedeva un capitalista, proprietario dei mezzi e spesso anche dei luoghi di produzione, e una massa di salariati che contribuiva all’impresa esclusivamente attraverso il lavoro. La società di oggi, terziarizzata e globalizzata, prevede invece un capitalista proprietario soltanto di una piattaforma telematica e una massa di micro-imprenditori che contribuiscono all’impresa non solo con il proprio lavoro ma anche con i propri mezzi. Le grandi aziende di oggi non possiedono ciò che commercializzano e con chi vi lavora hanno rapporti poco o per nulla regolamentati, senza obblighi reciproci, basati su accordi che si possono rescindere in qualsiasi momento.

Queste aziende poi, grazie a raffinati (e legali) processi di dirottamento degli utili verso Paesi a bassa fiscalità, non contribuiscono in base al loro fatturato al sostegno della comunità in cui operano. Quando però un loro lavoratore “rimane per strada”, si ammala o ha un incidente sul lavoro, resta a carico dell’assistenza pubblica. È la realtà dei cosiddetti riders, nome che evoca cavalcate in spazi sconfinati ma che, in realtà, nasconde una delle forme più aggiornate di sfruttamento lavorativo. I riders sono stati decisivi nelle fasi di lockdown per garantire una serie enorme di servizi e di consegna delle merci, ma paradossalmente le loro retribuzioni medie, a livello globale, sono ulteriormente scese: questo perché la stessa crisi, causando disoccupazione, produceva più potenziali riders per le consegna a domicilio.

La figura professionale del rider ci parla della frammentazione della società e del mondo del lavoro attuali, che qualcuno descrive come neo-feudali. Lo storico fattorino era un lavoratore al gradino retributivo più basso di un’azienda, ma godeva di tutti i benefici dei contratti e della possibilità di fare carriera. I riders, come gli autisti di Uber o i lavoratori di Amazon, fanno parte di una categoria a sé, senza i diritti né le garanzie di altri lavoratori e senza possibilità di uscire dalla condizione in cui si trovano. Negli Stati Uniti questo fenomeno è ormai studiato da anni: quella americana è una società che si divide per etnie, per fasce di reddito e anche per tipo di lavoro, cioè tra chi sta in un circuito garantito, di solito coloro che producono tangibilmente qualcosa, e tutti gli altri, cioè i distributori, gli impiegati dei call center, l’esercito senza volto di chi si occupa dell’assistenza alla persona. In un Paese come gli Stati Uniti, in cui i servizi non sono universali, queste ultime categorie possono accedere solo a una sanità di seconda classe, se sono fortunate, mangiano cibi di seconda classe e di conseguenza soffrono patologie “da poveri” come obesità, diabete, ipertensione. E sono state tra le principali vittime del Covid-19.

In Europa la situazione cambia leggermente, grazie alla sanità e alla scuola universalistiche, ma esiste il fenomeno dell’invisibilità degli immigrati irregolari. La nostra è una società, insomma, che si sta abituando a convivere con le disuguaglianze e a non combatterle più. La stessa frammentazione sociale agevola la moltiplicazione dei ghetti, quelli da ricchi e quelli da poveri. In questo schema polarizzato, il tradizionale ceto medio, figlio del dopoguerra europeo, tende sempre più a scomparire. La modernità sta quindi portando a uno schema sociale più vicino a quello precedente alla rivoluzione industriale che a quello degli anni ’60 del XX secolo. E tutto ciò sta accadendo nell’indifferenza e con una bassissima intensità di conflitti: diventano degni di nota solo quelli sui diritti civili e quelli individuali, raramente quelli collettivi. Oggi il desiderio di arricchirsi personalmente, come gli influencer alla moda, prevale su quello di ridurre la ricchezza di pochi a vantaggio di tutti. È il consumismo, quello che ha spazzato via buona parte delle ideologie.

 

Il settore economico destinato a risentire più a lungo della pandemia di coronavirus è probabilmente il turismo. Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale del Turismo delle Nazioni Unite, nel 2020 il comparto soffrirà una contrazione compresa tra il 60 e l’80%, destinata a mettere a rischio 120 milioni di posti di lavoro, con perdite per oltre mille miliardi di dollari. Un crollo senza precedenti, che conferma quanto questo settore economico, che a livello mondiale vale da solo un terzo del totale dei servizi, sia al tempo stesso importante e volatile. Ciò perché il turismo si svolge su tutto il territorio, a differenza delle attività commerciali o industriali che sono circoscritte in spazi predeterminati. Condivide la quotidianità dei cittadini, risente dei loro problemi, sfrutta i loro momenti felici.

Negli anni scorsi si era già pagato un prezzo pesante, tuttavia la crisi si era focalizzata in singoli Paesi o regioni, esposti al rischio di attentati terroristici, sequestri o fenomeni naturali estremi. Mai, invece, in un secolo di storia ci si era trovati a fare i conti con una pandemia che impone la separazione fisica tra le persone come regola non discutibile. Il cosiddetto “distanziamento sociale” è però difficile da praticare, e perfino da immaginare, nel modello di turismo che ha dominato gli ultimi decenni. Oggi quelle pratiche turistiche che garantiscono i grandi numeri sono tutte controindicate: basti pensare alle città d’arte con i loro spazi affollati, ai grandi parchi tematici, ai villaggi turistici, ai “divertimentifici” e soprattutto alle crociere. Chi si trovava in crociera all’inizio della pandemia ha vissuto l’incubo della reclusione su navi diventate focolai infettivi, al largo di Paesi che rifiutavano ogni accoglienza. Da spensierate isole del lusso e dei consumi senza freni a lazzaretti carichi di persone malate e respinte, il passaggio è stato breve. Questo settore del turismo, che negli ultimi dieci anni aveva conosciuto un vero boom, sconterà a lungo la sfiducia dei consumatori.

Ma la pandemia ha messo in luce anche altri problemi, come quello delle città consumate dall’overtourism. Barcellona, Amsterdam, Venezia prima morivano a causa dell’eccesso di turismo, ora per la sua mancanza. Città ipersfruttate, dove spesso i residenti, espulsi dai centri storici proprio dai turisti, si ribellavano all’esodo, ora sono diventate organismi in crisi d’astinenza dalla droga-turismo.

L’agenzia delle Nazioni Unite per il turismo ha lanciato come parola d’ordine lo slogan “la sostenibilità è la nuova normalità”, auspicando che il turismo riparta da principi più sani e, appunto, sostenibili. Per gli operatori che hanno sempre lavorato sui grandi numeri sarà molto difficile tradurre in fatti concreti questa visione. Nessuna impresa turistica potrebbe sopravvivere, visti i margini risicati del settore, al dimezzamento dei clienti necessario per garantire il distanziamento. E tutta la filiera corre lo stesso rischio, in primis i vettori aerei, fortemente sostenuti, negli ultimi mesi, dagli Stati di appartenenza. L’aspetto positivo potrebbe essere invece la valorizzazione di un altro turismo, fatto di piccoli numeri e di destinazioni di vicinanza, capace per la sua stessa natura di evitare l’affollamento. Il turismo responsabile, una piccola nicchia del mercato globale, ha oggi l’opportunità, finora mai nemmeno immaginata, di proporsi non soltanto come modello di equità sociale e di sostenibilità ambientale, ma anche di buona pratica per la ripartenza. In questa fase, il turismo possibile sarà per forza sperimentale: bisognerà scrivere nuove regole per la convivenza e per la convivialità. Piccoli numeri, si diceva, ma servono anche conoscenza e rispetto del territorio e delle persone, e sostegno ai soggetti colpiti dallo tsunami economico. Valori che oggi sono auspicati dalle Nazioni Unite, ma che nel mondo del turismo responsabile sono pratica corrente da molti anni.

Poi ovviamente ci vorrà anche la politica, per immaginare come spalmare i flussi turistici in modo da disintossicare le destinazioni del turismo di massa, come aumentare le ricadute economiche sulle comunità locali, come proteggere la salute dei turisti senza uccidere i valori alla base del turismo: incontrare, conoscere, condividere.

 

La complessità delle società che hanno un passato di schiavismo o segregazionismo può essere letta come una sovrapposizione, e anzi quasi una coincidenza matematica, tra l’appartenenza etnica dei cittadini e la loro appartenenza a una precisa condizione sociale. Praticamente, in quei contesti, il povero non è prigioniero solo della sua condizione sociale, ma anche della sua identità etnica. È così nei Paesi con una storia schiavista, come gli Stati Uniti e il Brasile, nei confronti degli afroamericani, è così nei Paesi segregazionisti nei confronti di neri o aborigeni, come il Sudafrica o l’Australia, ed è così anche là dove ancora vige il razzismo coloniale, come in Bolivia o Guatemala nei confronti degli indios. Società povere e società ricche, tutte sono accomunate dall’esclusione delle “minoranze etniche” (che, in realtà, talvolta sono maggioranze) dall’educazione, dalla sicurezza, dall’abitazione, dal lavoro qualificato. In questi Stati la popolazione carceraria è costituita soprattutto da appartenenti alle etnie emarginate e le politiche repressive si accaniscono contro i più poveri, che vivono ghettizzati nei quartieri degradati, con alti tassi di tossicodipendenze, alcolismo e violenze domestiche.

Gli Stati Uniti sono forse l’esempio più evidente dei guasti profondi generati dalla crescita economica senza un vero progetto di integrazione sociale e culturale. La loro storia vede la conquista dell’indipendenza dall’Inghilterra da parte di un gruppo di coloni anglosassoni e scandinavi che hanno usurpato i territori dei nativi, destinati a essere sistematicamente eliminati, e che hanno dato vita a una società schiavista. Al momento della nascita del Paese, erano cittadini di quella nazione solo i bianchi discendenti dai coloni. I neri erano schiavi, gli “indiani” considerati stranieri da combattere. L’espansione verso ovest aggiunse agli esclusi i chicanos, cioè i messicani, indios o meticci, che vivevano da sempre in California, nel Texas, nel Colorado, nel New Messico, diventati Stati dell’Unione. Gli Stati Uniti divennero quindi una grande democrazia multietnica, ma solo in teoria. Gli amerindi superstiti furono riconosciuti cittadini solo nel 1924, rimanendo comunque oggetto di discriminazione fino al 1964 insieme ai neri, che erano stati ufficialmente schiavi fino al 1865 per divenire poi vittime dell’apartheid negli Stati del Sud.

Tutta la mitologia degli Stati Uniti cozza contro questa storia. La tradizione del pranzo di Ringraziamento dei coloni puritani nacque per ringraziare non solo Dio, ma anche i nativi che li avevano salvati da morte sicura donando loro tacchini e pannocchie di mais: eppure questa origine fu “dimenticata” per evitare di dover riconoscere nulla agli amerindi. È il caso di ricordare che il padre della patria, George Washington, non volle nella Costituzione della nascente Unione riferimenti alla schiavitù perché lui stesso era proprietario di schiavi.

Siccome la storia non si cancella, a distanza di secoli si pagano ancora i danni di quelle ingiustizie e violenze originarie. Le politiche di tolleranza zero degli anni ’80 hanno criminalizzato la povertà, associata al colore della pelle, dando mano libera a una polizia violenta, nella quale lavorano non pochi squilibrati seguaci del suprematismo bianco. Se nelle città degli Stati Uniti è scoppiata l’ennesima rivolta è perché la società è attraversata da una frattura profondissima. Il concetto di comunità, nella realtà statunitense, definisce più un recinto che un insieme di persone. C’è la comunità afroamericana, c’è quella latina e c’è quella bianca. C’è la comunità che vive nei quartieri dei ricchi e quella che vive nei quartieri dei poveri, con giustizia e sanità da ricchi o da poveri. Ogni comunità gode di un pezzo, o degli avanzi, di ciò che il sistema offre.

Pochi diritti sociali sono universali negli Stati Uniti, e sono stati ottenuti solo con la lotta. Lotta che diventa disperata e talvolta violenta quando si innesca il detonatore della questione razziale. Il ciclo si ripete uguale a se stesso: afroamericani arrabbiati che spaventano i bianchi, bianchi che temono di perdere il loro status e che votano solo per autodifesa, ma anche minoranze che votano solo chi parla loro. La storia dice che l’esclusione, il razzismo, la violenza hanno minato dall’interno quella che per molti è la madre di tutte le democrazie. E la cronaca, per chi la vuole interpretare, ce lo ricorda spesso.

 

Al di là delle facili retoriche, la pandemia di Covid-19 è destinata a lasciare segni profondi, che si evidenzieranno nei prossimi mesi. Anzitutto, una rinnovata spinta a investire nella sanità e nella ricerca scientifica pubbliche, unica garanzia di efficaci risposte davanti a situazioni come queste. I Paesi e gli enti locali che, nel corso degli anni, hanno scelto di non puntare sulla sanità pubblica per favorire quella privata stanno pagando un prezzo altissimo. Dagli Stati Uniti al Regno Unito, dal Brasile alla Lombardia, quando si è trattato di fronteggiare un evento drammatico di vasta portata come la pandemia, la sanità privata ha mostrato di colpo tutti i suoi limiti. Aziende che hanno come obiettivo la massimizzazione dei profitti danno priorità a quelle patologie le cui cure offrono maggiori margini di guadagno: non erano dunque pronte a farsi carico di una massa di contagiati bisognosi di unità di terapia intensiva e respiratori, e mancavano tanto di personale medico specializzato quanto di dispositivi di protezione personale.

Paradossalmente, Paesi molto più poveri hanno reagito meglio. A Cuba, in Costa Rica, Sierra Leone e addirittura nella Repubblica Democratica del Congo si è vista l’importanza della medicina territoriale preventiva, capace di difendere la popolazione dal propagarsi del contagio. Ambulatori locali, paramedici in costante contatto con la popolazione, conoscenza dei metodi di protezione dai virus e bassa ospedalizzazione sono state le armi vincenti, mentre altrove si assisteva al tracollo della medicina altamente specializzata, incentrata sull’ospedalizzazione e su ingenti finanziamenti.

L’altro tema che sta emergendo dal dibattitto in sede OMS è la responsabilità del mancato coordinamento tra i Paesi nel momento della diffusione della pandemia. Tradotto: l’abbandono – anzi, il boicottaggio – del multilateralismo ha ostacolato gli scambi di informazioni e l’uniformità nella risposta al virus, favorendo invece la competizione per accaparrarsi l’ipotetico vaccino, che ha visto in campo anche i servizi di spionaggio. Si tratta di una declinazione in termini sanitari di quegli stessi problemi che già erano emersi in relazione all’economia e alla risoluzione dei conflitti. Il mondo che era entrato nella pandemia diviso, litigioso, scosso da guerre “vere” e guerre commerciali ne sta uscendo sconfitto. Perché davanti a sfide globali servono risposte globali, che si parli di sanità o di cambiamento climatico.

Da questa crisi emerge un terzo tema. I regimi autoritari o dittatoriali, che in un primo momento sembravano quelli in grado di dare le risposte più efficaci, hanno mentito. In verità, non era difficile immaginarlo. Russia, Cina, Turchia, Egitto hanno nascosto e manipolato i dati, finché la situazione è esplosa in tutta la sua gravità. Proprio quei ritardi, quelle reticenze hanno probabilmente agevolato il contagio nelle sue prime fasi, con le ricadute a lungo termine che ora stiamo vedendo. Ma anche tra i Paesi democratici ci sono stati casi di negazionismo e di ritardi nell’azione di arginamento del contagio. Negli Stati Uniti, in Brasile, nel Regno Unito i massimi esponenti delle istituzioni sono rei di avere minimizzato ciò che stava succedendo, incentivando anzi i cittadini a prendere alla leggera le misure di precauzione.

Fondamentale, infine, il tema della comunicazione. Nelle prime settimane abbiamo registrato un’impennata di fake news e teorie complottiste che hanno riproposto alcuni “classici”, come i famigerati laboratori segreti in cui si fabbricherebbero virus letali. La vera novità, però, è di segno opposto: ed è che la comunicazione scientifica ha riguadagnato il suo ruolo, conquistando un’autorevolezza che poche volte le era stata riconosciuta in passato. Le notizie (e anche i dubbi) di medici, ricercatori, esperti dei diversi aspetti della materia hanno avuto grande eco e hanno influenzato le scelte politiche. Per qualche mese c’è stata un’inedita ricomposizione della fiducia tra la grande maggioranza dei cittadini e il mondo della scienza, messa in crisi negli anni scorsi dal proliferare e dal pontificare di “esperti da tastiera”.

Il mondo di domani probabilmente non sarà migliore, ma senza dubbio dovrà prendere atto di queste linee di tendenza. Forse per la prima volta, come non era mai accaduto nemmeno per il tema ambientale, si è capito fino in fondo che siamo tutti sulla stessa barca: e che è meglio che il capitano e il suo equipaggio siano capaci, preparati e trasparenti.

 

Molto si è parlato, in questi mesi di pandemia, della condotta di vari leader politici che si sono contraddistinti per non essere stati all’altezza della situazione, come Boris Johnson e Vladimir Putin, o peggio, per aver contribuito alla diffusione del coronavirus nei loro Paesi negando la realtà, come Jair Bolsonaro e Donald Trump. Ma tra i politici ci sono anche alcuni vincitori nella lotta al virus, figure che hanno dimostrato nervi saldi, coraggio e fantasia per affrontare Covid-19. Spesso sono leader giovani o provenienti dalle seconde file. Giovani come la ministra peruviana dell’Economia María Antonieta Alva, nominata dal «Washington Post» eroina della lotta contro le conseguenze sociali della pandemia. La 35enne Alva ha scritto uno dei piani più ambiziosi dell’America del Sud per l’uscita dalla crisi economica, incentrandolo sulla situazione dei più deboli, e il suo gradimento personale si aggira attorno al 75%. Dall’altro lato del Pacifico, la premier laburista della Nuova Zelanda, la 39enne Jacinda Ardern, non soltanto è riuscita a tenere sotto controllo la pandemia, ma ha anche inaugurato una nuova modalità di comunicazione politica basata sull’empatia che ha conquistato i neozelandesi.

Negli Stati Uniti Andrew Cuomo, governatore dello Stato di New York, una carica non di primissimo piano, ha conquistato buona parte del Paese contrapponendo alle conferenze stampa di Donald Trump, caotiche e contradditorie, una presenza quotidiana finalizzata a illustrare ai cittadini come stanno le cose. Le comparsate di Donald Trump hanno dovuto cedere il prime time televisivo a Cuomo perché il presidente non uscisse umiliato dai dati di ascolto. Anche nell’Argentina che è di nuovo sull’orlo del default, il neo presidente peronista Alberto Fernández sta uscendo vincitore della sfida della pandemia: tempestivamente e senza demagogie ha applicato misure restrittive molto severe che sono state accettate, almeno finora, di buon grado dalla popolazione. Oggi il gradimento sulla sua figura supera i consensi elettorali ottenuti lo scorso ottobre e l’Argentina sta contenendo la pandemia, limitata a numeri molto bassi, malgrado le frontiere comuni con il Brasile, ormai focolaio latinoamericano.

Si tratta, ovviamente, di esempi tratti da situazioni e contesti geografici diversi, di uomini e donne che esprimono culture politiche differenti. Anche l’appartenenza generazionale non sembra essere il fulcro della questione, per quanto molti tra questi politici siano giovani. Piuttosto, ad accomunarli sono la competenza, la serietà, la capacità di governare: dimensioni che, in questo momento d’emergenza, sono tornate centrali agli occhi dei cittadini, anche se sembravano quasi scomparse della politica. Invece, in questi mesi, la pandemia ha fatto dimenticare quella che fino a ieri era una delle principali fonti di consenso politico: la capacità del leader di bucare lo schermo “sparandola grossa”, di gestire le telecamere urlando contro l’avversario.

A uscire vincenti da questa sfida sono i politici che riescono davvero a immedesimarsi nei “problemi di tutti”, come si vantano di fare i leader populisti, ma non per protestare o attribuire ad altri le colpe, quanto piuttosto per dare risposte concrete. Questo bisogno di governanti autorevoli e all’altezza della situazione è trasversale e universale: va a premiare sia politici eletti recentemente, come in Nuova Zelanda o Argentina, sia figure che fanno parte di governi provvisori, come in Perù, e uomini delle istituzioni di secondo piano, e appartenenti a storiche “dinastie” politiche, come Cuomo negli Stati Uniti.

Covid-19 sembra dunque aver provocato una gigantesca moratoria sulla demagogia e sulla politica da salotto televisivo. Oggi il politico che va per la maggiore è quello che traduce in fatti le promesse, che mostra capacità nell’affrontare una crisi inedita, e che la gente riesce a sentire vicino. Da questo punto di vista la pandemia diventa un potente motore di rinnovamento della classe dirigente. Se la politica torna a essere competenza, onesta e rigore si rafforza la democrazia nel mondo: e questo sarebbe uno dei pochi, forse l’unico, lascito positivo di questo dramma.

 

Le regole che non si è voluto stabilire per gestire la globalizzazione degli anni ’90 non esistono neppure quando si tratta di far fronte a una pandemia. Ci sono dei protocolli, certo, e più o meno tutti, alla fine, faranno le stesse cose: ma in tempi diversi, senza sincronizzarsi, ripetendo i medesimi errori. Per affrontare un’emergenza come quella del Covid-19 tutti gli esperti più autorevoli dicono che, in mancanza di farmaci specifici, sono vitali il coordinamento e il tempismo. Quelli che ha messo in campo la Cina, dove tutto è iniziato, e dove un regime autoritario ha potuto applicare restrizioni draconiane a tempo di record senza che nessuno protestasse. O almeno, senza che giungesse notizia di proteste.

In Europa, in America Latina, negli Stati Uniti è guerra tra sindaci e governatori, tra governatori e governi centrali. Tutti in disaccordo sui tempi e sulla portata delle misure da intraprendere. Chi vorrebbe chiudere tutto da subito con i cittadini bloccati a casa, come i medici, e chi invece vorrebbe continuare a lavorare come se niente fosse o quasi, come gli industriali. Ma la litigiosità non si ferma agli organi di governo. Anche tra i cittadini scoppiano liti, virtuali o reali, circa i divieti di spostarsi. Un’opinione pubblica avvelenata dalle fake news circolanti in rete chiede di spingersi oltre rispetto a quanto i governi vogliono o possono fare. Il caso dei runners accusati di essere “untori”, in contrapposizione ai “passeggiatori di cani” che almeno per ora sono visti bene, la dice lunga su questa psicosi collettiva.

Umberto Eco diceva, poco prima di morire, che Internet aveva dato diritto di parola a legioni di imbecilli. In queste settimane, oltre agli imbecilli tout court, anche i complottisti, i dietrologi, i terroristi virtuali hanno una vasta platea. Si usano gli stessi copioni usati per l’AIDS negli anni ’90, per Ebola negli anni 2010, per la SARS poco tempo fa. Laboratori segreti dai quali sarebbero sfuggiti virus letali, potenze che attraverso la diffusione del Covid-19 vorrebbero conquistare il mondo, governi che nasconderebbero la verità. Come in un brutto film di James Bond, nel quale però non si sa se, alla fine, il criminale di turno che vuole conquistare il mondo sarà sconfitto dall’agente 007.

E purtroppo è normale che sia così, perché i seminatori di falsità e di panico sono attivi da sempre sulla rete. Se di solito sono seguiti da una minoranza di persone, nelle crisi la platea si allarga, e ciò succede anche perché chi dovrebbe essere un punto di riferimento ondeggia o si nasconde. Primi ministri che un giorno si dicono preoccupati e quello dopo minimizzano. Leader come Trump e Bolsonaro che addirittura ci scherzano sopra. Governatori che imputano l’epidemia all’abitudine di altri popoli di mangiare pipistrelli vivi. Ecco, se le istituzioni vacillano, allora perché non potrebbero avere ragione gli apocalittici della rete? La stessa politica è pesantemente influenzata dal dibattito online, dove tutte le opinioni valgono, idiozie comprese. Se questa crisi ci sta già lasciando un insegnamento è quello dell’urgenza di ripensare l’informazione fruibile oggi, che non sta più sui giornali ma in rete. Ma quali strumenti ci sono perché chiunque possa valutare cosa sta leggendo?

L’altro insegnamento è che solo istituzioni pubbliche efficienti e con tutte le risorse a disposizione possono arginare le derive autoritarie. Un servizio sanitario nazionale – quella geniale invenzione europea! – in grado di fare prevenzione e preparato all’emergenza è più rassicurante dell’esercito per strada. Infine, non va sottovalutato che sono i cittadini oggi a chiedere a gran voce che questi fenomeni siano governati dalle istituzioni politiche, anche a livello internazionale: è un ottimo viatico per rimettere finalmente mano al dossier abbandonato delle regole e delle pratiche comuni per il governo del mondo. Per quanto oggi tutti si stiano chiudendo entro i propri confini nazionali, è chiarissimo ormai che da soli non ci si salva.

 

Il mondo disegnato dall’ultima ondata di globalizzazione degli anni ’90 è come un organismo vivente. I gangli che garantiscono il suo funzionamento sono distribuiti ovunque. Molto diverso da quello del periodo precedente, quando la divisione internazionale del lavoro era piuttosto rigida e la mobilità delle persone limitata. Diverse e profonde sono state le riforme che hanno riconfigurato il corpo dell’economia, fino a renderlo interconnesso: la possibilità di delocalizzare le produzioni e spostare i capitali, l’emergere di nuovi mercati consumatori, la rivoluzione tecnologica (alimentata da nuove materie prime strategiche), la deregolamentazione del traffico aereo. Anche i flussi migratori si sono per così dire liberalizzati. Dopo la fine dell’emigrazione europea vi erano stati forti innesti di manodopera dai Paesi ex coloniali verso l’Occidente e le possibilità di migrare per motivi economici si sono moltiplicate, anche come conseguenza del crollo demografico dei Paesi di vecchia industrializzazione.

Il mondo odierno funziona appunto come un organismo vivente che si alimenta di materie prime ma anche di industria di trasformazione, alta tecnologia, logistica, intermediazione e marketing. Tutto sparso in giro per i continenti, senza escludere praticamente nessun Paese. L’utopia dell’autosufficienza economica è tramontata da un pezzo e i nostalgici dell’autarchia sono sparute minoranze. E questo è stato possibile non solo per le grandi imprese transnazionali, che in prima battuta hanno cercato manodopera a basso costo per poi lanciarsi a conquistare anche i mercati dove avevano delocalizzato, ma anche per il segmento dell’economia sociale: il commercio equo e solidale è stato possibile grazie ai meccanismi che hanno permesso di spostare merci e investire in Paesi fino a ieri chiusi, fino a conquistare un proprio mercato consumatore mondiale, per quanto piccolo.

La globalizzazione dell’economia ha anticipato il bisogno di una globalizzazione delle regole, dei diritti e delle risposte collettive alle sfide mondiali. Tutti i problemi che oggi dovrebbero essere affrontati dalla politica internazionale richiedono una risposta multilaterale, che si tratti di cambiamento climatico, di moderne pandemie o di regolamentare il commercio. Resta aperto anche il capitolo della pace, con decine di conflitti più o meno dimenticati che continuano a provocare morte e distruzione davanti all’impotenza, o meglio all’arroganza, di chi vorrebbe risolverli senza coinvolgere tutti gli attori. Lo dimostrano il caso palestinese e quello libico, in cui i tentativi di mediazione escludono ora una delle parti in causa, e cioè i palestinesi, ora l’intera comunità, come accade in Libia.

La mancanza di consapevolezza, l’incapacità di capire che sarebbe ora di fermarsi per ripartire da regole e sforzi condivisi spinge la comunità mondiale verso l’impotenza. E si tratta di una sensazione motivata, perché senza unità di intenti nulla si può fare per reindirizzare l’andamento globale. La politica si divide tra chi resta muto, o al massimo ripete formule di circostanza, e chi invece pensa a come trarre vantaggio dal caos geopolitico. Alla fine sono tutti perdenti, perché in un clima così instabile ed emergenziale vi sono pochi spazi per ricavare benefici sostanziali. Ma tanto vale. Il termometro della Terra segna un pericoloso aumento della febbre ma i medici facenti funzione non se ne curano. È come se stessimo vivendo un dopoguerra traumatico, ma senza lo slancio che ha sempre caratterizzato i periodi di ricostruzione: e in questo clima le pubblicità dei consumi di lusso, l’esaltazione della banalità, il rifugio psicologico nei social network stridono più che mai. Il gioco si è fatto duro per tutti, ma al momento i duri non stanno giocando. O peggio, non hanno intenzione di farlo.

 

L’annus horribilis è cominciato nell’estate 2019 con gli incendi dolosi in Amazzonia, conseguenza dell’attuale malgoverno brasiliano e della guerra commerciale tra USA e Cina, che lasciava presagire una crescita della domanda di soia per gli allevamenti del gigante asiatico, che non avrebbe comprato più dai farmers statunitensi. L’illusione è stata breve, perché Donald Trump ha presto capito che la sua era una guerra persa. Ma nel frattempo l’Amazzonia ha pagato un prezzo altissimo per le tensioni commerciali. Dopo pochi mesi altri incendi, questa volta dovuti al clima impazzito, hanno devastato l’Australia governata da un premier che nega il cambiamento climatico. E ancora l’invasione delle cavallette che ha distrutto l’agricoltura del Corno d’Africa e di vaste zone dell’Africa orientale.

Poi l’inverno più caldo di cui si abbia memoria, con punte di 20 °C nell’Antartide, ci ha regalato l’epidemia di coronavirus, originata in Cina e diventata in poche settimane quasi globale. Il regime cinese ha tenuto nascosta la notizia per un mese, lasciando circolare liberamente turisti e imprenditori cinesi e stranieri, prima di scegliere la via del pugno di ferro, come solo i regimi appunto sanno fare.

Ora gli economisti ci raccontano che nel 2020 si perderà quasi un punto e mezzo della crescita economica globale, ma sono dati provvisori. Si sta andando tutti dritti verso la recessione, che in realtà è già preannunciata da tempo. E non sarà soltanto un calo dei consumi e di conseguenza dell’occupazione: si vivranno momenti drammatici per quanto riguarda la sicurezza alimentare in diverse zone del pianeta dove cavallette, siccità, land grabbing e desertificazione avanzano. Sono fatti non necessariamente collegati tra loro, ma che insieme mettono paura. Situazioni drammatiche che ci ricordano qual è la vera agenda della Terra, che la politica continua a ignorare. I grandi del pianeta sono tutti impegnati in giochi di potere, chi per allargare la sua influenza come la Russia, chi per blindare i propri confini come gli USA. E c’è anche chi invece resta muto e impotente, come l’Europa. Si lavora sull’emergenza e sulle sue conseguenze, mentre da molto tempo si è abbandonata la prevenzione e ancora non si intravede una nuova stagione di riforme che porti la comunità internazionale a prendere in mano il destino collettivo.

C’è però una differenza rispetto al passato. Oggi si sa tutto. La scienza è univoca, ad esempio, sul cambiamento climatico. Ma già 20 anni fa i movimenti ambientalisti, contadini e per un consumo sostenibile hanno anticipato ciò che sarebbe successo, e nel frattempo hanno anche proposto idee e soluzioni. Come fece per esempio Alex Langer, il cui pensiero torna prepotentemente di attualità, chiedendo di agire localmente pensando globalmente. Invece oggi la dimensione locale diventa una gabbia autocostruita e quella globale è percepita solo come un pericolo: e così si rischia forte. Allo stato attuale, rivendicare uno sguardo internazionalista non è più una questione ideologica, ma semplicemente l’unico metodo per cominciare a costruire il mondo di domani, ponendo fine a questa lunga fase di transizione che rischia di riconsegnarci un mondo peggiore di quello che ci siamo lasciati dietro le spalle.

 

 

 

Europa sfida gli USA

Pubblicato: 31 gennaio 2020 in Europa, Mondo
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Talvolta i primi passi, anche se in sé poco significativi, possono dare l’idea della direzione verso la quale si è diretti. Da tempo si discute di fine del multilateralismo, di spinte sovraniste che mettono a rischio il sistema di regole condivise. Non si erano individuate, però, le possibili contromosse da parte dell’Unione Europea, uno dei protagonisti più interessati, insieme alla Cina, a evitare guerre commerciali che potrebbero colpire il proprio export. L’antidoto individuato dall’UE è stato provare a rimettere in piedi l’organo di appello del meccanismo di risoluzione delle controversie commerciali del WTO, paralizzato ormai da due anni. E cioè da quando Donald Trump ha cominciato a denunciarlo come lento e “di parte”, cosa totalmente falsa, e soprattutto a bloccarlo, impedendo che fossero nominati due nuovi giudici al posto di quelli il cui mandato era scaduto.

Quest’organo di appello si occupa, o dovrebbe occuparsi, dei ricorsi in appello presentati dopo le sentenze di primo grado nelle cause su dazi, dumping e sussidi tra i 164 Stati che fanno parte del WTO. Come tutto l’impianto dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, nasce nel 1995 sulla base dell’illusione, poi smentita dai fatti, che gli Stati fossero tutti così convinti delle magnifiche sorti di un mercato globale aperto e dotato di regole comuni da poter decidere sempre all’unanimità. Ed è proprio questo uno dei seri problemi del WTO: raggiungere l’unanimità su temi critici, come l’agricoltura, oppure resistere alle spinte sovraniste da parte di Paesi forti come gli Stati Uniti. L’UE, che preferisce continuare a lavorare dentro le regole – anche perché quelle attuali lasciano ampio margine di manovra ai Paesi comunitari, ad esempio in materia di protezioni del mercato interno – ha sparigliato il gioco. Ha citato l’articolo 25 del protocollo per la risoluzione delle controversie, che prevede che i Paesi membri si possano rivolgere anche a forme volontarie di arbitrato, e così facendo ha lanciato l’idea di un tribunale parallelo, su base volontaria, rispetto a quello ufficiale bloccato dagli Stati Uniti.

All’appello comunitario hanno risposto positivamente al momento 16 Paesi extraeuropei, tra i quali alcuni alleati di ferro degli USA, come Australia, Nuova Zelanda e Messico, ma anche due dei pesi massimi dei Paesi Brics, come Cina e Brasile. A questo punto la mossa europea diventa la prima sfida in campo aperto agli Stati Uniti, che invece hanno scelto di usare come metro della loro politica commerciale soltanto i rapporti di forza, in modo da schiacciare, uno alla volta, i diversi partner. Esattamente com’è successo con la rinegoziazione dell’accordo NAFTA con Canada e Messico, condotto da Washington con un partner alla volta, che non aveva vie di scampo davanti alle richieste statunitensi. Non è sicuramente una novità che la Cina reciti la parte del Paese rispettoso delle regole e campione del multilateralismo. Lo è invece che si crei un asse tra Cina ed Europa per resistere alle spinte unilaterali degli Stati Uniti.

Sono gli Stati  Uniti, già usciti dall’accordo per il clima, latitanti in sede ONU e ora bypassati nel WTO, che rischiano seriamente di restare fuori dal sistema di relazioni internazionali. La mossa dell’Europa è un segnale forte in questo senso, e anche un segno inaspettato di vitalità. Questo gioco a mani libere guidato da Bruxelles va spiegato, però, anche in rapporto alla Brexit. Con il Regno Unito ancora dentro l’UE, probabilmente ci sarebbe stato un veto su questa mossa. Invece ora l’Unione Europea a guida tedesco-francese, senza la zavorra di Londra, torna a fare politica, almeno sul piano commerciale. È un giocatore che nessuno si aspettava ma che, se vuole, può modificare molti degli equilibri precari che si sono consolidati negli ultimi anni, e aggregare alleati insospettabili.

 

Il 2019 che scivola via non sarà ricordato di certo per i traguardi raggiunti in materia di politica internazionale. Anche se il bilancio, come sempre, presenta chiaroscuri.

Con la fine della parte più drammatica del conflitto siriano si è riacceso lo scontro decennale tra turchi e curdi, e diverse forze jihadiste, che sulla carta sarebbero state tra gli sconfitti, sono invece finite sotto l’ala di Erdoğan nell’offensiva per il controllo delle frontiere. Il despota di Ankara è riuscito nell’impresa di riposizionarsi in Siria, per tornare a contare in Medio Oriente: ora le sue mire si estendono sulla Libia, a dimostrazione della volontà di fare diventare la Turchia un giocatore di peso nell’intera regione. Anche la Russia di Putin, dopo aver incassato il risultato nella vicenda siriana, ora sta intervenendo direttamente su diversi fronti africani con l’arma dei contractors, o meglio dei mercenari, seguendo l’esempio inaugurato dagli Stati Uniti con la guerra dell’Iraq.

Fuori da questo contesto, è scomparsa dai radar la questione nordcoreana. Dopo gli incontri tra Donald Trump e Kim Jong-un è come se l’armamento nucleare del Paese asiatico si fosse volatilizzato. Non è stato annunciato il disarmo, non è stato consentito l’accesso di ispettori ai siti nucleari nordcoreani, eppure la diplomazia USA canta vittoria. Questa vicenda conferma ancora una volta che, per i regimi ostili agli Stati Uniti, l’unica assicurazione sulla vita è l’arma nucleare. E proprio perché non la possiede, l’Iran sta pagando il prezzo salato di sanzioni economiche che hanno creato un diffuso malessere tra la popolazione. Si tratta della stessa arma economica utilizzata contro Cuba, rimpiombata nei tempi bui del “periodo speciale”.

Le linee di frattura esistenti si sono ulteriormente aggravate. Fratture sociali, come quelle che hanno alimentato le rivolte in Ecuador, Cile e Libano; fratture politiche, che hanno destabilizzato la Bolivia e Hong Kong, fratture del sistema multilaterale di relazioni, con il fallimento della conferenza Cop25 sul cambiamento climatico e l’agonia dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, meglio nota come WTO. Il mondo che, secondo la retorica della globalizzazione, marciava sempre più compatto verso un futuro di crescita, prosperità e superamento dei confini, a fine 2019 si ritrova invece con rigurgiti nazionalisti e razzisti pressoché ovunque, con l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, con oltre 6.000 chilometri di muri vecchi e nuovi, che tentano inutilmente di arginare le conseguenze del grande disordine. Sono, queste, tutte conseguenze del mancato raggiungimento di un nuovo ordine dopo la fine di quello bipolare della Guerra Fredda. Davanti al fallimento del tentativo degli Stati Uniti di reggere da soli l’equilibrio internazionale, le medie e grandi potenze scalpitano per occupare, influenzare, determinare gli equilibri di singole parti del mondo, nel tentativo di consolidare i propri cortili di casa.

L’unica altra grande potenza globale oltre gli USA, la Cina, basa la sua forza sul commercio e quando interviene su altri fronti, come in Africa, lo fa sempre per tutelare i rifornimenti di materie prime del suo apparato produttivo. Tutte le altre potenze, dalla Russia alla Turchia passando per l’India, possono solo permettersi di consolidare i loro hinterland, operando al massimo interventi “spot” fuori contesto geografico, come fa Putin in Venezuela o a Cuba. Nulla di solido, nulla di duraturo.

Il 2020 sarà anno di elezioni negli Stati Uniti e il risultato potrebbe confermare o modificare questo quadro. Ormai, nel campo occidentale, resta solo Washington. Dopo la Brexit, l’Unione Europea conta ancora meno, e soprattutto non riesce a superare la sua crisi di identità. Come si diceva una volta del Giappone, l’UE è sempre più un gigante economico e un nano politico. Questo vuoto di politica, che nessuno per ora è in grado di colmare, resta il grande punto interrogativo sul futuro prossimo. Se l’Europa si dovesse svegliare, questo racconto andrà riscritto. Se invece continuerà a dormire, avremo ancora sogni agitati.