Archivio per la categoria ‘Mondo’

Umberto Eco è stato il più grande analista, nei suoi saggi e attraverso i suoi romanzi, delle bufale costruite ad arte per essere usate come strumento di lotta politica. O peggio, per giustificare la discriminazione e l’eliminazione di minoranze etniche o religiose. Nel suo romanzo Il cimitero di Praga svelava la trama ideata dalla polizia segreta dello zar di Russia per creare consenso attorno ai pogrom contro gli ebrei, basata sui Protocolli dei Savi di Sion. Clamoroso falso storico, i Protocolli raccontano che un gruppo di potenti banchieri ebrei si sarebbe riunito nella cittadina svizzera di Sion per condividere un piano allo scopo di conquistare il mondo. È la “teoria del complotto” che funestamente ha fatto più strada, citata anche da Adolf Hitler e, più recentemente, da un senatore italiano. Ma non è certo l’unica.

Oggi vanno per la maggiore altre due teorie complottiste: quella del Gruppo Bilderberg, secondo la quale massoni e banchieri si sarebbero dati un piano per dominare il mondo, e quella della sostituzione etnica, attribuita al filosofo austriaco Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, aristocratico paneuropeista vissuto tra il 1894 e il 1972. I complottisti hanno individuato negli scritti di Kalergi un passaggio che, secondo loro, nasconderebbe un piano finalizzato a sostituire la popolazione autoctona europea con immigrati africani e asiatici. Ovviamente si tratta di una lettura totalmente campata in aria del complesso lavoro del filosofo, che fu un attento osservatore della società dei suoi tempi. In nome della lotta a questa presunta “ideologia della sostituzione”, molto citata nell’ambito del cosiddetto sovranismo in Europa come negli Stati Uniti, si sono verificati diversi attacchi criminali contro immigrati non bianchi e di religione islamica. È il caso della recente strage di Christchurch, in Nuova Zelanda. Ma la lotta contro il piano Kalergi era anche una delle “motivazioni” del massacro di Utøya del 2011, in Norvegia, che fece 69 vittime tra i giovani militanti del Partito Laburista, considerato parte di quel fantomatico complotto.

Ma è possibile credere a un complotto che mira a sostituire la popolazione bianca con immigrati neri? È già ridicolo porre la domanda. Tuttavia, andando indietro nella storia, si possono trovare diversi casi, anche macroscopici, di sostituzione etnica. Furono compiuti nel lungo e drammatico processo di colonizzazione del mondo da parte delle potenze europee, a partire dal XV secolo, calpestando i diritti alla terra e alla vita di popolazioni native. Quello più clamoroso fu l’eliminazione delle popolazioni autoctone delle Americhe, “sostituite” da coloni bianchi e schiavi africani. Non meno importante fu la colonizzazione britannica dell’Australia e della Nuova Zelanda: le popolazioni aborigene e polinesiane furono private dei diritti, espropriate della loro terra  e spesso ridotte demograficamente ai minimi termini da milioni di coloni portati dall’Europa. Ed è questo il paradosso del piano Kalergi: il gruppo  umano che oggi combatte anche attraverso le stragi l’idea di una sostituzione etnica, cioè i bianchi di origine europea, discende da coloro che si sono macchiati delle più massicce e violente sostituzioni etniche della storia.

A differenza di quanto accade nel caso del fondamentalismo religioso, qui non esiste quel fossato ideologico che separa le minoranze criminali dalle istituzioni e dalla massa dei fedeli. Terroristi e rispettabili politici che citano il piano Kalergi credono esattamente nelle stesse cose. E questo si può facilmente constatare nelle dichiarazioni dei politici sovranisti, dal Senato australiano fino al Viminale a Roma, che davanti alla strage in Nuova Zelanda hanno affermato che il rischio reale resta sempre l’integralismo islamico. Questo accade perché il complottismo è stato sdoganato come ideologia: nessun fatto di sangue può modificare la narrazione che vede tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Questa lettura binaria della realtà, che da sempre serve da collante ai terroristi, diventa pericolosissima quando viene adottata dalla politica, perché giustifica, minimizza, derubrica fatti di enorme gravità, creando addirittura consenso sociale verso chi uccide.

Oggi avremmo bisogno di tanti intellettuali come Umberto Eco per spiegare il riproporsi di un meccanismo che, partendo da fatti inesistenti, ha generato nel secolo scorso ideologie responsabili dello sterminio di milioni di persone. Davanti alle bufale che veicolano la negazione della vita umana, nessuna giustificazione va accettata e nessun ragionamento può essere condiviso.

 

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La tragedia del Boeing dell’Ethiopian Airlines precipitato ad Addis Abeba ha obbligato le fabbriche della disinformazione a stabilire una tregua nell’attacco alle Ong. La morte degli otto italiani quasi tutti impegnati nella solidarietà internazionale ha ricordato all’opinione pubblica che, malgrado le polemiche e la delegittimazione ai danni delle organizzazioni non governative, le stesse continuano a operare per costruire percorsi virtuosi per l’uscita dalla povertà, per combattere il cambiamento climatico, assistere e integrare i migranti, costruire modelli di sviluppo sostenibile. Così fanno da oltre 50 anni, spesso anticipando soluzioni destinate a essere riprese dalla comunità internazionale e dal mercato, che si tratti di tecnologie appropriate ai diversi contesti, del microcredito, del commercio equo e solidale o del risparmio energetico. E lo stesso si può dire per i valori, a partire dalla salvaguardia dei diritti di donne, bambini, minoranze etniche e religiose.

Storicamente sono state queste intuizioni, insieme al lavoro delle persone impegnate sul campo, spesso a rischio della propria incolumità, a far guadagnare alle Ong il rispetto di cui hanno sempre goduto. La cultura non governativa si è rafforzata e ha influenzato il dibattito multilaterale sui temi globali, con l’elaborazione di nuove strategie, la preparazione di report indipendenti e di statistiche utili per chi vuole capire i grandi problemi del presente e del futuro. È stata apprezzata per l’approccio pragmatico, che facilita il confronto – anche polemico – con la politica per raggiungere obiettivi ambiziosi. Ma negli ultimi tempi qualcosa si è inceppato. L’agenda delle Ong ha cominciato a essere criticata nei Paesi in cui si verificavano virate verso il totalitarismo. Dalla Russia di Putin alla Turchia di Erdogan, passando per il Messico dei narcos e le Filippine di Duterte, le organizzazioni non governative hanno cominciato a dare fastidio, e molto. Libertà di stampa, diritto alla difesa di fronte alla giustizia, diritti delle donne e delle minoranze sono diventati temi tabù in Stati governati col pugno di ferro.

Ma non solo. Anche nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti l’assistenza dei richiedenti asilo e la difesa dei loro diritti, l’impegno per una società integrata e inclusiva diventavano sempre più caldi. Nell’Italia gialloverde, nell’Ungheria di Viktor Orbán, negli Stati Uniti di Donald Trump. E si arriva quindi alle campagne mediatiche sui social in cui si equiparano le Ong ai trafficanti di persone, ai nuovi schiavisti, alle mafie. Una campagna di menzogne e veleni che un risultato concreto lo ha ottenuto: il calo delle donazioni dei cittadini, testimonianza del fatto che è stato raggiunto l’obiettivo di infrangere quell’immagine positiva costruita negli anni.

Ma la tragica scomparsa di Pilar Buzzetti, Virginia Chimenti, Paolo Dieci, Rosemary Mumbi, Matteo Ravasio, Carlo Spini e Gabriella Viggiani ci riporta oggi alla realtà. Stavano andando al vertice sui cambiamenti climatici dell’ONU, a verificare la costruzione di pozzi in Kenya e lo sviluppo di progetti in Somalia: ciascuno di loro era su quel volo maledetto per compiere una missione. Che non era quella dell’usurato, mai realizzato slogan “aiutiamoli a casa loro”, quanto piuttosto del “cooperiamo insieme per rendere il mondo migliore per tutti”. Perché la sfida dello sviluppo e della costruzione di una società globale più equa si affronta insieme, insegnando e imparando. È questa la filosofia delle Ong sotto attacco da parte di chi, invece, cerca consensi creando l’illusione che le sfide globali si possano risolvere chiudendosi, dividendosi, distinguendo sempre tra “noi” e “loro”.

Se le Ong sono finite alla gogna mediatica è perché non si sono mai piegate al potere. Il loro lavoro è la traduzione concreta delle aspirazioni di una parte importante della società civile e dell’opinione pubblica, che non sempre coincide con i governi. Quando, alla fine di questa ubriacatura che sta rendendo il mondo meno sicuro e più ingiusto, si cercheranno risposte, i principi delle Ong saranno gli unici rimasti sul tavolo: le sfide globali si risolvono con la cooperazione, non con il conflitto. E men che meno con le guerre tra i poveri.

 

Il Myanmar, il Paese che fino a qualche anno fa si chiamava Birmania, è impegnato in una transizione “pilotata” verso la democrazia. Da un certo punto di vista questo processo ricorda molto la transizione cilena, quando era il dittatore Pinochet a dettare tempi e regole, con i senatori di nomina militare e con il divieto di aprire procedimenti legali per i crimini commessi dalla dittatura. Le somiglianze però finiscono qui, perché dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi la politica birmana è stata costantemente in bilico tra democrazia e dittatura. I militari hanno a lungo gestito traffici di eroina e di esseri umani, hanno utilizzato i prigionieri politici come manodopera forzata e sono sopravvissuti alle sanzioni e all’embargo imposto dai Paesi occidentali grazie all’aiuto prezioso di Pechino.

Lo stesso schema pare ripetersi ora, dopo la strage e la deportazione della minoranza Rohingya dello Stato Rakhine, nell’Ovest del Paese. Popolo di religione musulmana, probabilmente originario del Bangladesh, i Rohingya non sono mai stati riconosciuti come minoranza etnica birmana (e sono ben 135 le minoranze “ufficiali”), dunque sono senza cittadinanza. Tra il 2016 e il 2017 la repressione nei loro confronti ha causato un numero imprecisato di vittime, forse 4000, e circa 600.000 profughi riparati in Bangladesh. Questa strage con deportazione è stata aspramente criticata in Occidente. Molti hanno attribuito la responsabilità direttamente ad Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991 e vincitrice delle elezioni del 2015, che in effetti è stata molto ambigua sul tema.

Visto dalla Birmania, il pogrom contro i Rohingya non appare determinato da motivi religiosi – ci sono infatti altre etnie islamiche che vivono pacificamente nel Paese – e risulta avere un altissimo livello di consenso popolare. Questo perché i Rohingya sono considerati dei “poco di buono”, degli stranieri che non lavorano e rubacchiano, e soprattutto perché tra di loro erano nate formazioni armate che, per quanto insignificanti, sono state subito etichettate come gruppi terroristici. I Rohingya come i Rom in Europa, ha detto qualcuno. Ma non è tutto. Questa vicenda ha dimostrato al mondo, e soprattutto ai birmani, chi comanda ancora nel Paese. Per evitare il bagno di sangue ci sono state diverse riunioni riservate tra Aung San Suu Kyi, che ha assunto il ruolo di “presidente ombra” del Myanmar, e i militari. Riunioni che però non hanno scalfito la decisione dei vertici dell’esercito di “dare una lezione” a quella minoranza considerata straniera.

Si è trattato di un’operazione studiata a tavolino per mantenere alto il livello di consenso dei militari nel Paese. Sono sempre loro, anche se ormai ufficialmente fuori dal gioco politico, a gestire il potere. La crisi umanitaria determinata dall’espulsione dei Rohingya ha isolato il Myanmar, che sta registrando un calo del 30% degli arrivi turistici occidentali, con potenziali danni per l’economia. Parallelamente, però, la Cina ha raddoppiato i suoi investimenti in questo Paese, con il quale condivide una lunga frontiera. La presenza dei turisti e degli imprenditori cinesi è molto visibile sul territorio: ieri come oggi, alla Cina non interessa se a governare è un presidente eletto o un dittatore, e men che meno a Pechino ci si preoccupa per la salute delle minoranze etniche. Purtroppo, ancora una volta la Cina si dimostra un sostegno per i regimi autoritari, tanto in Asia quanto in Africa e America Latina.

Questo avvicinamento alla Cina, ormai obbligato da parte birmana, provoca ulteriori arretramenti sulla strada verso una democrazia piena. Grazie a Pechino, in Myanmar si respira comunque aria di boom economico, con lo sviluppo dell’agricoltura, del settore minerario e perfino dei servizi turistici, spesso con pesanti ricadute sull’ambiente. Abbandonare il Paese al suo destino, senza sostenere l’affermazione della democrazia e il rispetto dei diritti delle minoranze, sarebbe l’ennesimo errore della politica dell’Occidente, sempre attento a isolare i regimi tranne nei casi – invero numerosi – in cui i regimi condividono i suoi stessi interessi strategici o economici.

 

Non è mai stata lineare la politica delle potenze, anzi. Quasi sempre dietro l’ostilità tra Paesi antagonisti si nasconde un negoziato in cui si cerca di definire un ordine regionale, se non mondiale. Uno dei bersagli di Donald Trump in campagna elettorale è stata la Cina, che vanta un gigantesco surplus commerciale con Washington. Una situazione inaccettabile per l’inquilino della Casa Bianca, il quale vorrebbe indurre Pechino a comprare di più negli Stati Uniti attraverso la minaccia di introdurre dazi sull’export cinese. Ma le minacce hanno preoccupato solo fino a un certo punto i cinesi, che nel 2018 hanno maturato il record storico di 323 miliardi di dollari di attivo nel commercio con gli USA. Una buona fetta di questo surplus torna però negli Stati Uniti, tramite l’acquisto di buoni del Tesoro emessi da Washington. Pur avendo venduto buona parte dei titoli statunitensi in suo possesso, la Cina rimane il secondo possessore straniero di debito pubblico americano (subito dopo il Giappone), per un ammontare di 1.600 miliardi di dollari.

È questa la grande novità del nuovo ordine bipolare tra Stati Uniti e Cina. Non si tratta di potenze antagoniste sul piano dell’approccio al mercato né di due contendenti di pari potere bellico, come accadeva ai tempi della Guerra Fredda tra USA e URSS. I due Paesi sono invece profondamente integrati a livello di mercato e di produzione. Hanno solidi legami che possono essere ridiscussi, ma che non è possibile spezzare bruscamente. Da questo punto di vista Trump sta riscuotendo un grande successo. Sicuramente otterrà lo stop della svalutazione competitiva dello yuan, un maggiore rispetto dei brevetti industriali e nuove regole per facilitare lo sbarco di imprese statunitensi in Cina. E il surplus commerciale cinese probabilmente si ridimensionerà. Ma anche per la Cina, alla fine, l’accordo sarà interessante: Pechino avrà assicurata una maggiore stabilità economica in un momento di rallentamento della crescita e vedrà confermato il suo ruolo di potenza globale, pur se comprimaria degli Stati Uniti. La linea pare essere non più guerre commerciali ma una gestione condivisa dell’economia di mercato globale.

Il terzo soggetto di questa storia è l’Europa, socio preferenziale degli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale. La centralità che finora Washington ha attribuito alla partnership con l’Unione Europea sta venendo rapidamente meno, e la vittima designata dell’accordo USA-Cina potrebbe essere proprio la prima potenza del Vecchio Continente: la Germania, che rischia di vedersi applicare dazi del 25% sulle automobili esportate negli USA, attualmente tassate al 5%. La motivazione di questo “avvertimento”, e cioè che le auto europee sarebbero una «minaccia per la sicurezza nazionale», ha letteralmente scioccato il governo di Berlino. L’Unione Europea rischia così di diventare un vaso di coccio, stretta fra le due superpotenze, divisa all’interno e con giganteschi punti interrogativi sul suo futuro dopo la Brexit. A Washington, quando si tratta di scegliere i partner, sanno leggere le statistiche. L’Unione Europea che nel 1990 produceva il 23% del PIL mondiale oggi è scesa al 15%, la Cina intanto è salita dall’1,60% al 15,5% del PIL mondiale.

L’epoca della centralità dell’Atlantico nell’economia mondiale, durata oltre quattro secoli, si sta dunque esaurendo definitivamente. E il Pacifico è il nuovo Atlantico, o se si preferisce il nuovo Mediterraneo. La diarchia Stati Uniti-Cina sta cominciando a imporre un ordine mondiale, dopo i decenni di caos dovuti al vuoto lasciato dalla fine dell’URSS. Un ordine con due soci che in teoria potrebbero anche farsi reciprocamente del male, ma che hanno tutto l’interesse perché vi sia un clima favorevole agli affari. E ciascuno dei due sa che, per fare affari, è necessario che anche l’altro goda di buona salute.

Per l’Europa sta suonando l’ultima chiamata. L’unica, ormai remota possibilità di salvaguardare qualcosa della centralità del passato dipende dalla solidità di ciò che l’Unione Europea saprà costruire insieme. Il rompete le righe che molti auspicano sarebbe il regalo più gradito per la nuova coppia di soci globali.

 

President Donald Trump talks with Chinese President Xi Jinping, with their wives, first lady Melania Trump and Chinese first lady Peng Liyuan as they pose for photographers before dinner at Mar-a-Lago, Thursday, April 6, 2017, in Palm Beach, Fla. (AP Photo/Alex Brandon)

La crisi economica iniziata nel 2008 sta confermando alcuni concetti fondamentali che già era possibile intuire molto tempo fa. Un mondo deregolamentato è facile preda di interessi economici che si fanno man mano più forti, perché è lo stesso potere economico a fornire l’impalcatura sulla quale si articolano i cambiamenti che investono le società. La cosiddetta rivoluzione smart ha modificato abitudini consolidate e posto problemi dei quali è difficile intravedere le soluzioni. Alla liberalizzazione del lavoro, con le società spaccate tra gli over 40, in buona parte ancora tutelati dalle vecchie regole, e i giovani senza orizzonti lavorativi, farà seguito il calo del fabbisogno di manodopera per via della robotizzazione.

Intanto sono state autorizzate le cosiddette ottimizzazioni fiscali, che hanno diviso il mondo del commercio e della produzione tra chi è sottoposto alla giurisdizione dei sistemi fiscali nazionali e chi, invece, riesce a evadere l’obbligo contributivo. Un tempo l’evasione fiscale era identificata con il piccolo commerciante o artigiano, oggi viene praticata su scala mondiale dai grandi gruppi multinazionali che operano e vendono ovunque, ma non pagano le tasse da nessuna parte. Le cifre che circolano sulle imposte non versate da uno solo dei giganti del web o dell’e-commerce sono di gran lunga superiori a quello che potrebbero evadere tutti gli idraulici del mondo.

Anche il consumatore sta cambiando, con innovazioni che tendono a isolarlo rendendo più difficile la socializzazione: dalle casse automatiche nei supermercati ai fattorini che consegnano qualsiasi cosa a domicilio 24 ore al giorno. Uomini e donne sono sempre più soli e sempre più impauriti, perché il richiudersi nella propria bolla, tra persone che la pensano tutte nello stesso modo, come accade nei social network, senza più frequentare nemmeno la pizzeria aumenta le distanze. Distanze dal confronto, dall’ascolto dell’altra campana, da tutte quelle persone che non sono esattamente come te.

Questa situazione che si sta consolidando in Occidente (e non solo) anticipa il mondo che verrà, e che alla fine non sarà così diverso da molti scenari prefigurati dalla letteratura fantascientifica: società suddivise in “isole” di persone, accomunate dallo stesso potere d’acquisto e dagli stessi gusti, per scelta o per necessità. Le bolle che si stanno creando riguardano la società tutta. Alla cultura dei ricchi si contrappone la cultura dei poveri. Se i media parlano di viaggi in luoghi esotici, se le proposte di alberghi partono da 500 euro a notte, se quando si parla di automobili si pensa come minimo al fuoristrada, se si pubblicizzano orologi da 2000 euro in su… è un costante suggerire alla maggioranza, a chi di fatto non potrà mai accedere a simili consumi, che esiste un altro mondo possibile, capovolgendo il celebre slogan di Porto Alegre. Un mondo da sogno il cui biglietto d’ingresso si vince alla nascita, oppure lo si può staccare se si ha una grande dose di fortuna. Ma, siccome i fortunati sono meno dello 0,1% della popolazione mondiale, i sogni sono destinati a infrangersi mentre le diseguaglianze continueranno a crescere.

In questi anni mediocri, la politica non ha saputo proporre nulla di efficace e attraente per tamponare la frammentazione sociale. Si è accontentata del mantenimento dello status quo, senza disturbare più di tanto il manovratore. La stagione delle riforme progressive, cioè intese a promuovere il progresso e l’inclusione, per ora sono archiviate. Invece si attuano riforme regressive, cioè quelle che tolgono diritti acquisiti o che li negano a categorie crescenti di persone. Una situazione prerivoluzionaria, si potrebbe dire. Ma all’orizzonte non si vedono grandi sconvolgimenti. Mancano due condizioni essenziali: il ritrovarsi in un progetto di cambiamento insieme a chi vive i tuoi stessi problemi e l’individuazione dell’antagonista. È vero che siamo tutti sulla stessa barca, come insistentemente ci suggeriscono gli spot, ma uno solo è il proprietario. Tutti gli altri sono ciurma.

 

 

 

 

L’autobomba che il 17 gennaio  ha provocato 21 vittime all’ingresso dalla Scuola di Polizia di Bogotá, in Colombia, ha fatto ripiombare il Paese nei tempi bui della lunga guerra civile, che si sperava fosse ormai superata. Responsabile sarebbe l’Esercito di Liberazione Nazionale, che qualche giorno più tardi ha rivendicato l’attentato: si tratta dell’unico gruppo di guerriglia ancora attivo, dopo che le FARC, ormai diventate forza politica democratica, hanno firmato un accordo di pace. Intanto, all’Avana, lo stesso Esercito di Liberazione Nazionale sta conducendo un negoziato con il governo colombiano per raggiungere un cessate il fuoco.

Quasi nelle stesse ore esplodeva un’autobomba vicino al tribunale di Derry, città dell’Irlanda del Nord nota per la Bloody Sunday del 30 gennaio 1972, quando il I Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico sparò contro i manifestanti irlandesi colpendo a morte 14 persone, tra le quali 6 minorenni. Per fortuna questa volta non ci sono state vittime. A compiere l’attentato sarebbe stata la “nuova IRA”, una formazione dissidente dall’antico gruppo irredentista irlandese, non più operativo dal 2010. Sono segnali in controtendenza, che riaccendono focolai di tensione in realtà mai sopiti del tutto.

La “giustificazione”, si fa per dire, di questo genere di terrorismo è legata ai fallimenti della politica: al fatto che il governo colombiano, di estrema destra, non ha manifestato la volontà di concludere un accordo di pace e alle incognite che la Brexit pone sul futuro delle due Irlande. Non si tratta degli unici casi: in giro per il pianeta esistono diversi episodi di ribellione armata, tutti però sempre più lontani da obiettivi comprensibili. Anche perché il mondo della lotta armata tradizionale non esiste più. I gruppi storici superstiti, così come quelli nati negli ultimi anni, sono fortemente inquinati da connivenze con la criminalità, o addirittura risultano direttamente coinvolti nella gestione di affari loschi, come la vendita di droga, pietre preziose e legname di provenienza illecita. Altro filone di lotta armata è quello della galassia jihadista, collegata economicamente e politicamente con i peggiori regimi della Terra. Non che la politica tradizionale sia estranea a “frequentazioni pericolose”, anzi: ma nel caso di gruppi che rivendicano l’uso di strategie terroristiche tutto diventa ancora più fumoso e incomprensibile.

Lo storico conflitto irlandese presentava indubbiamente elementi di lotta di liberazione nazionale contro l’occupazione inglese, così come quello colombiano nacque nell’ambito della lotta tra latifondisti e contadini per il possesso della terra. Resta un mistero quale possa essere oggi l’utilità di attentati contro i simboli dello Stato per dirimere la questione Brexit o per accelerare un accordo di pace già in discussione. Ed è così che questi gruppi residui di lotta armata, ai quali vanno aggiunte anche alcune bande ribelli delle FARC in Colombia, di Sendero Luminoso in Perù e dell’ETA in Spagna, si rivelano perfetti per essere manipolati da quello stesso potere che dicono di voler combattere. Per la destra colombiana e per gli unionisti irlandesi sono una manna dal cielo, perché in un caso favoriscono ulteriori svolte repressive contro qualsiasi forma di dissidenza, nell’altro giustificano l’ombrello protettivo di Londra.

Non c’è nulla di romantico né di condivisibile nell’azione di queste schegge di gruppi rivoluzionari sopravvissute alla Guerra Fredda. Sono solo burattini in un gioco più grande, in mano ai poteri forti o agli Stati, che li usano o se ne liberano secondo i bisogni del momento. Rappresentano però anche un segnale di allarme sull’ulteriore deterioramento della democrazia, praticata nel mondo da un numero sempre minore di Paesi e picconata quotidianamente dall’interno. Il terrorismo scuote fortemente l’albero della democrazia perché, oltre alla risposta repressiva, obbliga a trovare una risposta politica. Quando la democrazia non è più in grado di proporre nulla per riformare il mondo e si accontenta dell’esistente, si apre la stagione della demagogia e del populismo: anche di quello armato.

 

Era inevitabile che la concorrenza tra i produttori di gas prima o poi coinvolgesse l’Europa, il primo mercato acquirente mondiale. Meno scontato che da un lato ci fosse la Russia, storico fornitore di metano via gasdotto, e dall’altra gli Stati Uniti, che fino a pochi anni fa erano a malapena autosufficienti. A mescolare le carte è stata la rivoluzione dello shale gas, e cioè di quel gas che si presenta intrappolato nelle argille anziché in giacimenti “convenzionali”: grazie alla scoperta di giganteschi giacimenti di questo genere nelle pianure centrali degli States, e all’adozione di nuove tecniche di sfruttamento soprassedendo sulle gravi ricadute negative per l’ambiente, Washington è diventata una potenza esportatrice di energia fossile.

Oggi negli Stati Uniti si estrae più petrolio che in Arabia Saudita e più gas che in Russia. Questo boom ha portato, tre anni fa, alla cancellazione del divieto di esportare petrolio e gas: una limitazione che risaliva ai tempi in cui il Paese era fortemente dipendente dall’importazione di fonti energetiche estere. Per gli esportatori statunitensi, tutte imprese private, si è così posto il problema del trasporto del gas via mare, e dunque della sua liquefazione. Gli impianti per liquefazione si sono già moltiplicati in Louisiana, Texas e Maryland, mentre diversi altri sono in cantiere.

Nell’Unione Europea invece la produzione è in declino e il continente è sempre più dipendente dalle importazioni. Gli acquisti sul mercato statunitense finora sono rimasti minimi: solo l’equivalente di 3 miliardi di metri cubi nel 2017, a fronte di un consumo di circa 500 miliardi. La Russia, attraverso il gigante Gazprom, da sola fornisce 200 miliardi di metri cubi, oltre il 40% del consumo europeo. La dipendenza dalla Russia è figlia delle leggi del mercato e non è certo dovuta alla mancanza di impianti di rigassificazione, anzi: i quasi 30 impianti europei vengono usati in media solo al 25% della loro capacità. Il gas statunitense sta infatti dirigendosi prevalentemente in Messico e in Asia, dove spunta prezzi migliori rispetto a quelli che potrebbe ottenere nel Vecchio Continente, che ha molte alternative a disposizione. Perciò le pressioni di Donald Trump affinché i Paesi europei aumentino le importazioni di shale gas made in USA cadono nel vuoto. Quello delle fonti energetiche è un mercato di operatori privati, che non hanno convenienza a fare sconti: gli europei non sono disposti a comprare a un prezzo più alto rispetto a quello offerto dai concorrenti. L’offensiva del gas, con la quale Washington vorrebbe controbilanciare la presenza russa, crolla proprio davanti alla politica dei prezzi, sulla quale non ci sono strumenti di intervento.

Gli unici Paesi che hanno dato segnali positivi agli Stati Uniti lo hanno fatto per motivi geopolitici e non economici. La Germania sta costruendo un terminal di rigassificazione che non è giustificato dall’andamento del mercato, ma è una risposta a Trump che ha accusato Berlino di essere sotto il controllo di Mosca dal punto di vista energetico. Poi ci sono Lituania e Polonia, che storicamente dipendevano al 100% dal metano russo e puntano a crearsi un’alternativa.

Più interessante è l’impatto che lo sbarco statunitense sul mercato europeo del gas ha avuto sulla politica dei prezzi dei fornitori storici. Russia, Algeria e Norvegia hanno rivisto le loro politiche, finora quasi da monopoliste, per venire incontro ad alcune richieste dei clienti, per esempio la fine dell’indicizzazione dei prezzi del gas al costo del petrolio. Dunque per l’Europa la concorrenza energetica rappresenta sicuramente un vantaggio, mentre per gli Stati Uniti è un buco nell’acqua: anziché penetrare nel mercato più ricco del mondo, hanno stimolato i Paesi concorrenti a migliorare la loro offerta. L’idea di Donald Trump, e cioè che le questioni geopolitiche potessero pesare più di quelle economiche, si è dimostrata solo un’illusione: è l’ennesima constatazione dell’allontanamento progressivo degli USA dall’Europa, al quale fa da contraltare un avvicinamento tra gli Stati Uniti e l’Oriente. Dopo 500 anni di protagonismo, l’Atlantico sta progressivamente perdendo la sua centralità a vantaggio del Pacifico.