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La guerra in Ucraina si trascina stancamente e sanguinosamente verso la sua conclusione. Fallito il blitz militare di Putin, che mirava a prendere il controllo del Paese per poter negoziare da una posizione di piena occupazione, lo scenario cambia solo in parte: ci sarà comunque un negoziato con Putin nel ruolo di occupante, ma solo sui territori contesi, e cioè la penisola di Crimea, le due province del Donbas e il corridoio terrestre che le collega.

Quanto sangue dovrà scorrere ancora, quanti ucraini dovranno abbandonare la loro terra non è dato sapere, ma il quadro comincia ad avere contorni chiari. Le violazioni palesi dell’articolo 2 della Carta dell’ONU, sulla risoluzione pacifica dei conflitti, e del divieto di invadere Paesi sovrani non sono state sanzionate se non attraverso una risoluzione di condanna dell’Assemblea Generale: risoluzione sulla quale, peraltro, si sono astenuti Paesi che rappresentano quasi metà della popolazione mondiale, come India, Cina e mezza Africa, da Algeria e Burundi a Uganda e Zimbabwe. E se parliamo di sanzioni economiche, sono stati soltanto i Paesi che si definiscono occidentali a scegliere di applicarle.

È questa la cifra della guerra in corso: un conflitto che in sé sarebbe stato per così dire “tradizionale” – un Paese aggredisce un vicino, avanzando pretese territoriali o di “tutela” di minoranze etniche – è subito diventato globale per via del sistema di alleanze e degli interessi economici in gioco. Nel copione iniziale non si erano previste le conseguenze che sul mondo post-pandemico, desideroso di tornare a crescere economicamente, avrebbe la vittoria della Russia: una potenza che vive sull’export di combustibili fossili, che ha smontato pezzo dopo pezzo le regole della democrazia e che usa in modo disinvolto il suo gigantesco arsenale.

Mosca, dopo il default degli anni ’90, si è integrata con successo nell’economia globale grazie alla sua impressionante capacità di estrazione ed esportazione di gas naturale e petrolio, al suo settore cerealicolo e alla sua industria bellica. Ma è rimasta estranea alla costruzione di alleanze politiche che non fossero quella ambigua con la Cina e quelle con vecchi amici come Siria o Cuba. Ciò che ha ereditato dal suo passato lontano, il dispositivo militare, la rende forte, ma ciò che ha costruito negli ultimi decenni, cioè i suoi rapporti economici con il resto del mondo, la rende vulnerabile.

Ora la linea oltre la quale Vladimir Putin non può arretrare è quella condizione minima che gli permetterebbe di presentare l’invasione come una vittoria: riguarda lo status territoriale di alcune zone ucraine di confine e soprattutto l’impegno perché l’Ucraina non diventi Paese NATO. Ma, se anche otterrà questi risultati, al di là della propaganda giustificazionista, la sua Russia sarà molto più debole di prima. La sua azione avventata ha ricompattato l’Europa, incentivato la transizione energetica nei Paesi che acquistano i suoi idrocarburi e creato difficoltà nei rapporti con la Cina, oltre ad aver riacceso l’ostilità degli Stati Uniti.

Il caso è, nell’insieme, più unico che raro, ma dimostra come oggi la sola potenza militare non basti per vincere partite complesse: anche qualora la vittoria sul campo si rivelasse possibile, rimarrebbero tali variabili esterne da trasformarla in una vittoria di Pirro. L’equilibrio nelle relazioni tra le economie globali, nel quale la Russia è inserita, conta quasi più del numero di carri armati posseduti. Putin ha sfidato proprio questo equilibrio, ricavandone per il suo Paese danni molto più pesanti di quelli che l’esercito ucraino potrà mai infliggergli. È la globalizzazione, bellezza: la Cina ha capito che per diventare potenza globale ci vogliono sorrisi e profilo basso, la Russia di Putin non ha ancora capito che i bulli non sono ammessi al club, almeno quelli che non fanno parte del circolo intimo dell’Occidente. Soprattutto, ha dimenticato che essere l’erede di un grande impero non significa necessariamente mantenere la stessa importanza e godere della stessa impunità. 

Per spiegare il conflitto russo-ucraino si sta facendo spesso riferimento alle teorie di Samuel Huntington, il politologo statunitense che nel 1993 contrappose il concetto di “scontro delle civiltà” alle tesi del collega Francis Fukuyama, il teorico della “fine della storia”. Huntington non credeva che la vittoria degli Stati Uniti sull’Unione Sovietica nella Guerra Fredda avrebbe portato a un mondo unipolare nel quale mercato e democrazia avrebbero prevalso per sempre; al contrario, ipotizzava che a breve si sarebbero riaccesi scontri “tra civiltà”. Nella sua idea di civiltà, però, si mescolavano alcuni dati di fatto con molta fantasia. Se è vero che esiste un mondo fortemente influenzato dall’Islam sotto il profilo culturale, occorre anche precisare che esso è politicamente disomogeneo; inoltre non è mai esistita una “civiltà latinoamericana” se non nella visione stereotipata che uno statunitense può avere del mondo che si sviluppa a sud del Río Bravo. È però un altro il punto sul quale Huntington ha operato una clamorosa forzatura: e cioè quando da una parte ha definito il concetto di “Occidente” sulla base della ricchezza, e quindi includendovi il Giappone, e dall’altra ha definito un mondo cristiano ortodosso, gravitante attorno alla Russia, su basi culturali.

La lettura della geopolitica di Huntington è stata smentita più volte dalla storia recente. Il cosiddetto “mondo islamico” è stato sconvolto da lotte intestine tra sciiti e sunniti, e tra Stati e movimenti jihadisti. Dell’inconsistenza del concetto di mondo latinoamericano si è detto, e anche il “mondo africano” non è mai esistito. Soprattutto, il concetto di Occidente è ormai fuori dalla storia.


La definizione “Occidente” ha un preciso significato culturale, legato alle sue origini storico-religiose: collocando Gerusalemme al centro del mondo, come a lungo fecero i cristiani, Occidente era la collocazione geografica dell’Europa, terra cristiana per eccellenza. Ma l’Occidente di cui parla la stampa internazionale, quando afferma che la guerra di Putin all’Ucraina è una guerra “contro l’Occidente”, è altra cosa: una specie di club al quale si accede sulla base di parametri variabili, in base ora alla ricchezza, ora al sistema politico o alle libertà civili di cui godono i popoli.

Possono dunque essere “occidentali” i giapponesi, in grande maggioranza non cristiani e geograficamente collocati in Estremo Oriente, così come lo sono l’America Latina, anche quella indigena o affacciata sul Pacifico, e lo Stato ebraico di Israele. Nel primo caso perché ricchi e democratici, nel secondo perché cristiana, nel terzo perché popolato a maggioranza da cittadini di origine europea. “Occidente” è quindi un concetto che si può adattare alla bisogna, per spiegare qualsiasi cosa, e soprattutto per affermare che esiste un consenso unanime, appunto tra i Paesi “occidentali”, riguardo i valori di democrazia e libertà. Dato che in realtà è tutto da verificare, soprattutto perché del drappello considerato occidentale fanno parte Stati che continuano a occupare territori non loro, che discriminano minoranze etniche, che promuovono conflitti armati e vendono armi senza preoccuparsi dell’utilizzo che ne farà l’acquirente, che usano il diritto di veto all’ONU per favorire gli amici, sostenendo dittatori in giro per il mondo.

Non esistono infatti blocchi valoriali: nemmeno laddove vi sono profondi legami storico-culturali, come tra Ucraina e Russia. Per questo motivo Vladimir Putin non sta combattendo contro l’Occidente ma per garantirsi una “cintura di sicurezza” attorno alle frontiere occidentali russe. Principio discutibile e senza dubbio perseguito con il metodo sbagliato, ma l’ultimo dei pensieri di Putin, in queste ore, è quello di condurre una lotta nell’ambito di uno scontro di civiltà. Il mondo d’oggi, in realtà, è molto più semplice di quello della Guerra Fredda, essendo venuta a mancare la componente ideologica: lo scontro si riduce alla conquista, alla tutela e all’allargamento del potere. Non ci sono secondi fini ideali o etici, solo equilibri da ricomporre o da ribaltare. La vecchia idea di Occidente nulla c’entra con l’uso che di questa parola si fa in tempi di guerra. Soprattutto se si considera che gli stessi Paesi occidentali, negli ultimi decenni, hanno usato più volte la guerra come strumento di politica estera. Putin combatte, sbagliando metodo, per conservare la posizione di forza che il suo Paese si è costruito negli anni in Europa orientale. Non è un crociato del “mondo ortodosso” e non sta combattendo l’Occidente, ma soltanto un Paese più piccolo e debole del suo, che ha provato a essere indipendente e decidere da solo.

Stati Uniti e Regno Unito hanno deciso di sospendere gli acquisti di greggio russo come sanzione ulteriore nei confronti del governo di Mosca. Sanno che in questo modo colpiscono al cuore l’economia post-sovietica che dipende – come quella di un qualsiasi Paese in via di sviluppo – pressoché solo dalle commodities. Quando si parla di energia da fonte fossile su scala globale, però, non si può fare a meno della Russia. Seconda o terza al mondo per produzione di petrolio, secondo l’annata, dopo gli Stati Uniti e in un continuo testa a testa con l’Arabia Saudita, la Russia è però al primo posto tra i Paesi esportatori. Se tutte le esportazioni russe di petrolio venissero interrotte, il totale dei prodotti raffinati subirebbe un taglio del 10%. Restringendo lo sguardo all’Europa, scopriamo che il 60% del greggio esportato da Mosca è venduto a noi. Quasi lo stesso copione per il gas: la Russia è il secondo produttore al mondo (dopo gli Stati Uniti), e il 70% del suo export è diretto in Europa occidentale. Tra le grandi economie, quelle più dipendenti sono Germania e Italia, mentre Francia e Regno Unito non corrono grandi rischi. Men che meno gli Stati Uniti, che stanno già correndo ai ripari promettendo al Venezuela di Nicolás Maduro di dimenticare il passato in nome di un new deal energetico. L’embargo contro le vendite di fonti energetiche fossili da parte della Russia creerebbe dunque un grande scompenso a livello globale, e in modo particolare per l’Europa. Nell’immediato, non si riuscirebbe a colmare il vuoto facendo rientrare in famiglia il Venezuela né ricorrendo al gas liquefatto qatarino, da rigassificare.

La questione è che l’Europa, in questi decenni, ha sì costruito solidi legami commerciali ed economici con la Russia, ma mai legami politici, e ora ne paga il prezzo. Il blocco dell’import di gas naturale in Europa avrebbe senza dubbio l’effetto di raffreddare le ipotesi di ripresa economica e alimenterebbe processi inflazionari a livelli che non si vedono da molto tempo. Finora le sanzioni applicate alle banche russe hanno risparmiato quella di Gazprom, perché se non si potesse pagare il gas il rubinetto russo si chiuderebbe: e per questo Germania e Italia, come visto i due Paesi più dipendenti da Mosca, premono perché l’UE non si pieghi alla linea degli Stati Uniti. La situazione è paradossale e racconta meglio di mille analisi che cos’è l’odierno mondo globale e quanto siano profondi i legami di interdipendenza economica creati negli ultimi decenni. Ma Paesi che convivono sullo stesso continente, e che hanno saldi rapporti commerciali, restano antagonisti geopolitici. Entrambi con le mani legate per paura di perdere il fornitore oppure il cliente. È la polpetta avvelenata che ci hanno regalato da un lato la globalizzazione, dall’altra le ritrosie e i ritardi nell’uscita dalle energie fossili. Il grido d’allarme lanciato da Greta Thunberg e dalla sua generazione perché i “grandi” si occupassero finalmente del cambiamento climatico e della transizione energetica ora viene amplificato dalla crisi ucraina, perché energie rinnovabili non vuol dire solo aria pulita, ma anche maggiore indipendenza energetica e geopolitica. Due dimensioni che mancano all’Europa e che ora gli europei vorrebbero conquistare alla spicciolata. Ma manca il tempo: sostituire totalmente il fornitore russo potrebbe significare, a essere ottimisti, due o tre anni di privazioni, inflazione, rincaro di tutti i beni di prima necessità. Ciò che è stato costruito nei passati 40 anni non può essere smontato in due mesi. Questo è il bello e il brutto della globalizzazione: siamo tutti sulla stessa barca, nel bene e nel male. Ed è questa una lezione ancora più dura di quella del Covid per un’Europa che, se continuerà a muoversi in ordine sparso, sarà sempre più al traino di fattori che non può, o non vuole, governare

Sono tuttora relativamente modeste le reazioni a un fatto di enorme gravità quale l’invasione armata di un Paese sovrano con l’intenzione di smembrarlo, sostituirne il governo e deciderne il futuro. Da molto tempo non succedeva nulla di simile: bisogna fare un salto all’indietro di tre decenni per trovare analogie. Nell’agosto del 1990 l’Iraq di Saddam Hussein invadeva il Kuwait con una guerra lampo durata 48 ore. La risposta della comunità internazionale portò alla prima guerra del Golfo, il primo conflitto nella storia condotto da una coalizione formata sulla base di risoluzioni delle Nazioni Unite, contro le quali nessuna potenza pose il veto. Perché l’invasione militare di uno Stato sovrano è uno spartiacque, viola un principio primordiale del diritto internazionale: si può essere in forte disaccordo ma il rispetto dei confini, cioè della sovranità di un Paese, rimane un baluardo. Perciò, nel discorso con il quale ha annunciato l’invasione, Vladimir Putin ha tentato di demolire la stessa ragione di essere dell’Ucraina. Un Paese, secondo l’autocrate di Mosca, che non avrebbe storia né cultura al di là di quelle comuni con la Russia, governato da una cricca di delinquenti e tossicodipendenti: quindi un Paese che non esiste, e l’intervento militare russo, mirato a “denazificarlo”, rappresenterebbe solo un tentativo di rimettere le cose in ordine.

Sul piano politico, i calcoli di Putin si sono però dimostrati errati. La Russia, se si esclude qualche Stato vassallo come la Bielorussia o il Venezuela, non ha incassato il sostegno che si aspettava. L’India e in modo più evidente la Cina in sede ONU si sono astenute, ma la loro disapprovazione è palpabile. Non soltanto perché un mondo in guerra, con l’inflazione che riparte, la corsa al riarmo e l’instabilità dei mercati non è un’ambiente favorevole per gli affari, ma perché il precedente che l’azione di Putin, qualora riuscisse, diventerebbe un pericolo per tutti. Il fatto che per colpire un Paese sovrano sia sufficiente delegittimarlo e affermare di correre in soccorso di una minoranza che è, o si ritiene, perseguitata potrebbe portare a focolai di guerra praticamente in tutto il mondo. Nel Kashmir indiano, nei tanti territori popolati dai curdi, in un’infinità di situazioni distribuite nel continente africano e anche nei mai pacificati Balcani. Se l’azione azzardata della Russia dovesse avere successo, aprirebbe le porte a un mondo definitivamente deregolamentato, privo perfino di una base comune di diritto. I calcoli fatti da Putin sono facili da intuire: debolezza di Joe Biden dopo la disfatta in Afghanistan, e quindi anche della Nato; debolezza dell’Unione Europea dopo la Brexit e la fine dell’era Merkel; supremazia militare della Russia nei confronti dell’Ucraina; effetto sorpresa. Tutti elementi reali, ma quello che Putin non ha considerato, ed è tipico dei regimi, è che l’azione militare avrebbe ricompattato i suoi nemici, cancellato i distinguo e rilanciato la cooperazione militare in chiave anti-russa.

Molti osservatori pensano che questo conflitto sia una specie di sequel della Guerra Fredda. In parte è davvero così, ma che si tratti solo di questo è la narrazione che Putin ha cercato di far passare, senza successo. La Russia di oggi non è l’Unione Sovietica e l’Ucraina non è il Quarto Reich, così come l’assedio di Kiev non è paragonabile a quello di Stalingrado. Semplicemente, un Paese molto potente ne ha attaccato uno assai meno potente. Il primo è un regime; il secondo, tra mille ambiguità, aspira a essere una democrazia, novità per una regione dove questo non è mai successo. Il mondo sta a guardare, è vero, ma è chiarissimo per chi tifa, perché Putin ha infranto un pilastro sacrosanto del diritto internazionale, forse senza nemmeno aver compreso bene le conseguenze.

La Russia di Putin è una potenza fortemente sopravvalutata. E questo in virtù della sua storia, indissolubilmente legata all’esperienza dell’Unione Sovietica, e delle sue enormi dimensioni geografiche a cavallo tra Asia ed Europa. Ma le differenze con le due vere potenze globali, Cina e Stati Uniti, e anche con quella che fu l’Unione Sovietica, sono molto marcate. Piuttosto, la Russia è paragonabile ai grandi Paesi considerati “emergenti”, e in particolare al Brasile. La Russia è il primo Stato mondiale per superficie, il Brasile il quinto; entrambi ospitano le foreste più grandi del pianeta, l’Amazzonia e la foresta boreale siberiana; il peso demografico non è molto diverso; entrambi gli Stati sono organizzati in modo federale, il Brasile con un sistema presidenziale e la Russia semipresidenziale. Ma le somiglianze maggiori sono ravvisabili nella struttura economica: entrambi i Paesi sono grandi esportatori di commodities agricole e minerarie, e hanno praticamente un solo settore industriale di punta che contribuisce all’export: l’industria bellica per la Russia, quella aeronautica per il Brasile. Il PIL registrato nel 2021 è quasi uguale, attorno ai 1500 miliardi di dollari, 10 volte più modesto di quello cinese e 13 volte meno di quello degli USA. Sia il Brasile sia la Russia, infine, dipendono fortemente dalle importazioni di tecnologia e capitali, ma anche di beni di consumo.

La differenza tra queste grandi potenze regionali è data innanzitutto dalla collocazione geografica e dalla storia. Il Brasile è un Paese storicamente ancorato all’Occidente e fortemente legato agli Stati Uniti. Si trova in un contesto geografico, quello sudamericano, ritenuto marginale e nel quale da decenni non ci sono tensioni geopolitiche significative. La Russia, invece, a est si affaccia sugli Stati Uniti e sull’area del Pacifico, a sud confina con la Cina (e tramite i suoi  Stati-satellite anche con l’India), a ovest con l’Europa comunitaria. Occupa dunque una posizione centrale sullo scacchiere mondiale e le sue commodities, grano e soprattutto metano, alimentano le tavole e le case degli europei. Non è dunque solo il gigantesco apparato bellico nucleare russo a fare la differenza rispetto al Brasile, sotto il profilo geopolitico, ma anche la storia, la geografia e con essa la mappa dei “clienti”. Perciò Mosca, che una volta avremmo definito capitale di un Paese con caratteristiche da “Sud del mondo”, in questi ultimi mesi è stata meta di pellegrinaggi da parte dei big della Terra nel tentativo di risolvere la lunga crisi con l’Ucraina.

La Russia ha giocato tutte le sue fiches sulla partita ucraina, con l’obiettivo primario di archiviare definitivamente l’ipotesi di un ingresso della ex repubblica sovietica nella Nato. Ha deciso di affrontare un rischio calcolato, per il quale non ha valutato il proprio peso soltanto sulla base dei parametri esposti fin qui, ma ha anche usato il credito geopolitico accumulato negli ultimi anni con la guerra siriana, l’espansione in Africa e la penetrazione in America Latina. Soprattutto, Mosca ha messo sul piatto l’alleanza strategica con la Cina, il suo nuovo grande cliente e finanziatore, con la quale persegue interessi convergenti a livello globale. Proprio la Cina è il Paese che più ha da guadagnare con la crisi ucraina, che indebolisce gli Stati Uniti e l’Unione Europea e fa passare in secondo piano la propria competizione con gli USA, vera posta in gioco a livello globale.

In sintesi, la Russia di Vladimir Putin è una potenza regionale che può essere considerata globale per la sua estensione e posizione geografica e per la sua presenza geopolitica su altri scenari; ha un potente dispositivo militare ma un’economia modesta, dipendente dall’andamento dei prezzi delle commodities. Si tratta di un caso unico e irripetibile: spostando soldati e carri armati sta chiedendo un posto di riguardo tra i potenti, in quel G7 che non è mai diventato sul serio G8, e soprattutto vuole sedersi al tavolo con Cina e USA e trattare alla pari con la Nato. Chiede che siano riconosciuti i confini geopolitici della sua area d’influenza e respinge ogni interferenza sulla sua politica interna.

Alla fine, la Russia non pretende nulla di diverso rispetto a quanto il mondo ha riconosciuto a Cina e USA. Il punto è che per ottenere quello status, al netto del favore di Pechino, Mosca può contare essenzialmente solo sulla propria forza militare, che da sola non basta per essere considerati una potenza mondiale, soprattutto se la recita dura troppo a lungo.

L’attuale crisi politica e militare che vede al centro l’Ucraina è determinata da due ordini di fattori, entrambi di natura geopolitica. In primo luogo siamo di fronte a un proseguimento della Guerra Fredda che, con altri metodi, continua a determinare i rapporti di forza tra Occidente e Russia: né la Nato ha mai rinunciato all’antico obiettivo di avvicinare sempre di più la propria forza militare al confine russo, né la Russia ha mai cambiato il suo giudizio su tale mossa, considerata un pericolo da scongiurare. Per trovare le radici di queste tensioni si può risalire fino al 1989, quando – almeno secondo la narrazione russa – George Bush senior e Mikhail Gorbaciov si accordarono affinché la riunificazione della Germania e il ritiro delle truppe sovietiche non aprissero le porte all’allargamento della Nato verso est. Fu Bill Clinton, invece, a insistere perché l’Unione Europea, quando arrivarono le domande di ingresso da parte dei Paesi dell’Est, richiedesse anche la volontà di “aderire ai principi” della Nato. Così è effettivamente andata sia per i Paesi baltici sia per diversi Stati “satellite” dell’Unione Sovietica, entrati sia nell’UE sia nella Nato.

Ma Mosca non cederà mai sull’Ucraina, che per Vladimir Putin rappresenta un limite invalicabile e che rimane legata alla sua identità storica di granaio, arsenale e miniera dell’URSS. L’Ucraina ha il destino nel suo stesso nome, che significa “al confine”: culturalmente e politicamente il Paese è diviso in due, una parte guarda all’Unione Europea e l’altra, anche per motivi linguistici, continua ad avere Mosca come punto di riferimento. Nel 2008 la richiesta dell’Ucraina di aderire alla Nato, caldeggiata dagli USA, era stata stoppata da Italia, Francia e Germania al Vertice di Bucarest; poi le tensioni sono continuate con l’annessione russa della Crimea e la secessione di fatto del Donbass.

Il secondo ordine di fattori all’origine di questa crisi riguarda il ruolo geopolitico della Russia. Il grande Paese euro-asiatico, potenza militare ma non economica, negli ultimi anni ha fatto passi da gigante per conquistare una leadership geopolitica su scala mondiale. Oltre a controllare la Bielorussia e avere stanziato contingenti militari in Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, si è affermata come riferimento politico per la Serbia, la Georgia e l’Armenia. Allargando lo sguardo, ha appena vinto il conflitto siriano insieme a Iran e Turchia sbaragliando l’ISIS e, insieme alla Turchia, controlla la Libia. Attraverso il Wagner Group, opaca società che gestisce mercenari ed è molto vicina al Cremlino, ha interessi in 23 Paesi africani e ha appena firmato un accordo con il Sudan per costruire una base navale sul Mar Rosso. In America Latina Putin ha promesso a Cuba e Venezuela sostegno militare in chiave antistatunitense e ha appena firmato un accordo con l’Argentina per fornire aerei da combattimento e addestramento ai militari.

Questo riposizionamento globale di Mosca è stato agevolato, economicamente e non solo, dalla firma dell’accordo per la fornitura di metano alla Cina, avvenuta nel 2014: oltre a garantire ai russi un cliente di prim’ordine in alternativa all’Europa, il patto ha sancito un’alleanza strategica con ricadute a livello mondiale. Semplificando, si è innescata una dinamica per la quale Mosca alza la voce e fa vedere le armi, poi Pechino media, ricuce e chiude gli accordi commerciali.

Tornando all’Ucraina, in questa prospettiva è necessario ricordare la differenza tra Cina e Russia: per gli USA la Cina è un nemico, la Russia “solo” un antagonista, tra l’altro fortemente dipendente dagli scambi commerciali con l’Occidente. Alla fine dei conti, con l’invio di truppe al confine ucraino Putin sta chiedendo che gli venga riconosciuto il ruolo di garante della stabilità in Europa e, di conseguenza, che i confini geopolitici russi siano rispettati: perciò l’Ucraina deve restare uno Stato cuscinetto. Potrebbe anche spuntarla, perché per gli USA la vera posta in gioco è nel Pacifico, non certo in Europa. Caso mai il problema ce l’ha l’Europa, che rischia una guerra e che, in ogni caso, dovrà gestire praticamente da sola l’ingombrante vicino russo.

La scoperta delle proprietà rinvigorenti dei frutti dell’albero di Coffea, originario dell’antica provincia etiopica di Kefa, viene attribuita a un pastore che osservò come le sue capre fossero più vispe dopo avere mangiato da quell’albero. Furono poi gli Arabi, che cominciarono a coltivarlo nella Penisola arabica, a farci conoscere fin dal Medioevo le proprietà del caffè in infusione. Questo prodotto, raro e costosissimo, conosce una svolta con il colonialismo, quando si scopre la possibilità di coltivarlo in quasi tutti i climi tropicali e subtropicali. La varietà arabica, più leggera come sapore e più povera di caffeina, viene impiantata in Centro e Sud America, mentre quella robusta, dal sapore più forte, viene esportata in Oriente. Dal XVII secolo in poi il caffè entra a far parte della trilogia dei cosiddetti “coloniali”, al vertice del commercio mondiale insieme allo zucchero e al cacao. Il consumo di caffè, e di questi altri prodotti, diventa di massa, si afferma tra i primi consumi globali e vive una continua crescita.

Storicamente il caffè detiene un primato tra le materie prime agricole provenienti da Paesi in via di sviluppo, posizionandosi dietro solo al petrolio per il valore generato: oggi 11,5 miliardi di dollari USA all’anno. Sono oltre 10 milioni le tonnellate di caffè prodotte, equivalenti a oltre 400 miliardi di tazzine, da 125 milioni di persone di 75 diversi Paesi.

Due sono i mercati dove si decide il valore del caffè: New York per la varietà arabica e Londra per la robusta. Ci sono caffè low cost, ad esempio quelli vietnamiti, caffè di qualità altissima come quello delle Blue Mountains giamaicane, caffè “bio” e tanto caffè equo e solidale, cioè prodotto usando criteri di equità nei confronti dei contadini che lo coltivano. Insomma, c’è un mondo intero dietro quella tazzina che è uno degli elementi culturali unificanti a livello globale, se è vero che in Cina, storicamente Paese del tè, il caffè sta progressivamente conquistando le preferenze delle famiglie.

Ora il rischio maggiore che incombe su questo mercato è rappresentato dal cambiamento climatico. Che sta colpendo anzitutto il “gigante” del caffè, il Brasile, che tra gelate e siccità ha perso il 19% del raccolto ed esporterà, si stima, il 37% in meno. Anche la Colombia, secondo produttore mondiale, registra un calo del 22% della produzione. Aggiungiamo la guerra civile in Etiopia, patria storica del caffè, e la riduzione della disponibilità di varietà robusta vietnamita per via delle restrizioni legate al Covid.

Come già i problemi e i cali di produzione del grano, del mais e della carne, anche la “crisi” del caffè ci ricorda la fragilità del mercato mondiale dei consumi di massa, che dipende da pochi Paesi in grado di esportare grandi quantitativi. Paesi che sono sempre più soggetti alle conseguenze del cambiamento climatico e, quindi, alla perdita di produzione. Negli ultimi 12 mesi i prezzi dell’arabica sono balzati da 128 dollari la libbra a 244: un aumento che, sommandosi a quelli dell’energia e della logistica, lascia prevedere un costo della tazzina più caro del 50% tra pochi mesi. Lo stesso sta succedendo per il prezzo del grano e della carne, beni che non si possono certo considerare voluttuari ma di sopravvivenza. La sicurezza alimentare del pianeta è sempre più a rischio perché il cambiamento climatico, oltre a colpire a turno i pochi grandi esportatori di derrate alimentari, riduce ovunque la capacità di autoproduzione.

Il consumo del caffè è anche cultura, e in diverse culture se ne “leggono” i fondi per indovinare il futuro. Oggi però non serve la caffeomanzia per sapere che l’aumento di qualche decimo di euro della tazzina non è soltanto una seccatura, ma ci racconta che il mondo sta andando verso un futuro complesso.

Il fantasma dell’inflazione torna a riaffacciarsi sull’Occidente. Per quest’anno in Europa si prevede un tasso del 5%, il più alto dalla nascita dell’euro, mentre negli USA si dovrebbe toccare il 7%, la percentuale più alta dal 1982. Non è un fenomeno nuovo, anzi: la prima grande ondata di inflazione colpì l’Europa alla fine del ’500 quando l’aumento della popolazione e l’arrivo di ingentissime quantità di oro e argento (depredate dal continente americano dagli spagnoli) fecero salire i prezzi dei beni. Un grande studioso di questi fenomeni fu il premio Nobel John Maynard Keynes, che sottolineò come l’inflazione incida sulla distribuzione della ricchezza concentrando i profitti sul capitale, mentre i salari vengono erosi nel loro valore reale. E, a leggere i dati di questi giorni, si ha conferma dell’esattezza delle teorie che Keynes formulò ai primi del Novecento. Nei primi due anni di pandemia i dieci uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari; nello stesso periodo 163 milioni di persone sono cadute in povertà. Questi i dati del dossier sulle disuguaglianze in pandemia pubblicato da Oxfam all’apertura del Forum di Davos 2022.

Il ritorno dell’inflazione in Occidente – altrove l’inflazione non era mai scomparsa – è dovuto anche all’emergenza sanitaria e alla politica “Covid zero” attuata dalla Cina. Il grande Paese asiatico si trova a monte praticamente di tutti i processi industriali al mondo, in qualità di fornitore. Al suo interno ha una geografia produttiva caratterizzata da distretti specializzati. Ci sono città che fabbricano semiconduttori, altre specializzate nelle plastiche, altre ancora nelle batterie oppure negli smartphone. La politica del governo cinese per sradicare il Covid è quella di procedere alla chiusura di ogni attività nell’intero distretto urbano, incluse le fabbriche, al verificarsi dei primi casi di positività. È la stessa politica che hanno adottato anche Nuova Zelanda, Australia e Singapore, abbandonandola però all’arrivo dei vaccini. In Cina recentemente sono bastate tre positività a Yuzhou, città di oltre un milione di abitanti, per dichiarare un lockdown “duro”. Ogni città ferma significa un distretto produttivo fermo, e di conseguenza un prodotto che rischia di scarseggiare. Si è formato così un gigantesco collo di bottiglia: la mancanza di rifornimenti dalla Cina sta colpendo diversi settori produttivi nel mondo, con un conseguente aumento dei prezzi di quei prodotti che via via scarseggiano sul mercato. Si aggiunge l’aumento dei costi dell’energia e, di conseguenza, anche della logistica: e l’uscita dalla crisi economica si allontana. Quest’anno la Cina dovrebbe crescere del 4,3%, un ritmo non sufficiente a trainare la crescita globale in modo significativo.

Per superare i colli di bottiglia dell’economia, oggi più che mai servirebbe una cooperazione rafforzata tra gli Stati. Non vi è dubbio, infatti, che questa ondata inflazionaria ha carattere globale: un’ulteriore dimostrazione della forte interdipendenza dell’economia-mondo attuale, nonostante siano in aumento le tensioni internazionali, anche belliche. Ciò che resta una costante, dai tempi di Carlo V a quelli di Keynes, è che quando le cose vanno male c’è sempre qualcuno che ci guadagna: e sono sempre gli stessi.

Il 2022 che si apre potrebbe essere l’anno in cui ci si lascia alle spalle la pandemia oppure la ripetizione del 2021. Abbiamo superato un anno di alti e bassi, passando dall’euforia del pensiero di esserne usciti alla depressione per il ritorno ai grandi numeri dei contagiati. Il punto è che, a due anni dall’inizio della pandemia, si continua a navigare a vista, senza avere risolto nessuno dei problemi che c’erano già e che la pandemia ha potenziato. A cominciare dal cambiamento climatico, non certo influenzato dal virus, bensì dai tentennamenti che si manifestano regolarmente quando arriva l’ora di decidere un cambiamento di rotta, soprattutto sulla sfida energetica. La Cop26 ha messo a nudo le distanze più che i punti in comune. Ora sappiamo che il carbone ci accompagnerà a lungo, che sull’abbandono del petrolio “si vedrà” e che il nucleare è stato rivalutato in versione “energia pulita”. Molti Paesi sfiancati da miseria e disuguaglianze, che sono aumentate ovunque e questo sì per via della pandemia, non considerano una priorità l’ambiente, ma piuttosto il cibo da garantire ai propri cittadini.

La pandemia ha aperto gli occhi ai molti che negli anni avevano assistito quasi muti allo smantellamento dei servizi di base. Sanità pubblica, scuola, reti di welfare erano state lasciate al degrado per favorire i servizi privati, destinati ovviamente a chi se li può permettere. Proprio queste politiche in Africa, America Latina e Asia – a differenza di quanto è successo in Europa – hanno reso il Covid-19 una malattia “di classe”, che ha colpito mortalmente soprattutto chi dipende dalle strutture pubbliche.

Toccare drammaticamente con mano i limiti del sistema ha portato ad alcuni cambiamenti politici. Laddove c’era democrazia e il voto è stato esercitato liberamente abbiamo visto fenomeni di rinnovamento; laddove governano regimi, invece, la situazione è peggiorata. La pandemia ha dimostrato ancora una volta che i problemi di “sicurezza”, che si tratti di terrorismo o di pandemia, sono i migliori alleati di partiti unici, uomini forti e dittatori. In pandemia abbiamo visto anche uno spettacolo inimmaginabile fuori dai film di Hollywood: l’assalto riuscito del Campidoglio statunitense, nel Paese con più armi e polizia in circolazione. 

Ma il 2022 avrà al centro altri temi, oltre alla pandemia e ai rischi per la democrazia. Anzitutto sarà l’anno in cui vedremo se la sfida cinese alla supremazia economica degli Stati Uniti è fattibile. La guerra commerciale aperta da Trump, ancora non totalmente chiusa da Biden, è servita per misurare la forza dei contendenti, protagonisti dell’ordine bipolare che è destinato a subentrare al caos geopolitico attuale. Le due potenze saranno all’altezza? E, soprattutto, saranno in grado di cooperare tra loro per restituire un’architettura sostenibile al mondo? A differenza dello scontro USA-Urss, quello tra USA-Cina è un confronto tra Stati fortemente interdipendenti sul piano commerciale e finanziario, e questo fa la differenza.

L’Europa ha invece problemi più caldi, che non riguardano solo il commercio ma anche la sicurezza. La Russia di Putin e la Turchia di Erdoğan sono vicini sempre più ingombranti e insidiano l’Europa su due fronti, da est e da sud. L’Unione Europea, inconsistente dal punto di vista politico, non è all’altezza di reggere la sfida alle sue frontiere portata da autoritarismi esterni e tantomeno di posizionarsi nella contesa tra USA e Cina. Restare al traino oppure fare un balzo in avanti, rafforzando i legami tra i Paesi membri, è il punto sul quale dibattere. Però la distrazione di massa proposta da un’informazione veicolata soprattutto dai social ci propone un’altra agenda: popolata da influencer, cuccioli di animali simpatici, incidenti tra camion, cuochi dilettanti e stellati e tanto terrorismo sulla pandemia, spesso senza basi scientifiche e soprattutto senza buon senso. Dell’agenda del mondo è meglio non parlare, il dibattito ristagna sulla reperibilità di mascherine o tamponi. Sul Titanic, quando l’orchestra suonava per tirar su il morale dei passeggeri, era almeno chiaro a tutti che la nave stava affondando.

Cosa è fake e cosa è smart nel nostro mondo ormai globalizzato?
Ho provato a rispondere col nuovo progetto editoriale che ho firmato per OGzero. Il mio libro, Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart, interpreta le dinamiche della globalizzazione smascherando le fake news in modo puntuale e documentato, indagando sui reali vantaggi della civiltà cosiddetta “smart”. Davanti a uno scenario – confuso e pericoloso – va rivalutato il percorso intrapreso nei primi anni Duemila a Porto Alegre, in Brasile. I forum sociali mondiali di allora erano raduni molto eterogenei in cui movimenti sociali e forze politiche discutevano dei pro e contro della globalizzazione, rifiutando l’idea di chiudersi entro i propri confini. Con questo libro recupero quello spiritu critico che non doveva essere abbandonato. La globalizzazione è bene o male a seconda di come la si governi. e sono mancato proprio i “governanti” della globalizzazione. Nel libro ho analizzato gli scenari della macroeconomia nel suo rapporto con i diritti, le lotte per la terra e l’ambiente, la cultura globale: non tutto ci è stato ancora svelato perché spesso le notizie non riescono a guadagnare i titoli dei giornali, per censura o per conflitto di interessi.

Il libro raccoglie le mie editoriali per Esteri di Radio Popolare e Huffington Post degli ultimi tre anni e altro ancora. Con una prefazione di Chawki Senouci.


Il libro (o l’ebook) può essere prenotato in libreria o acquistato sui canali delle vendite online.

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