Posts contrassegnato dai tag ‘Debito USA’

È come la corsa di una locomotiva su binari che stanno per finire, mancano solo pochi chilometri e i passeggeri lo sanno, ma nessuno si fa problemi. Anzi, a bordo del treno si fa festa. Nei primi mesi del 2026 il debito globale ha raggiunto il record storico di 353mila miliardi di dollari. Una cifra difficile da immaginare e perfino da scrivere: è pari al 352% del PIL globale. Eppure i mercati restano ottimisti, soprattutto perché la crescita di questa gigantesca montagna di debiti è stata spinta da Stati Uniti e Cina. A Washington il primo responsabile è il governo federale, con un debito pubblico che ha superato quota 38mila miliardi ed equivale ormai al 124% del PIL nazionale. In Cina, invece, il maggiore indiziato è il settore delle società non finanziarie, che in buona parte sono statali. L’Unione Europea va meglio, il debito intergovernativo si attesta al 92% del PIL; l’Italia è il fanalino di coda, il nostro debito pubblico si aggira attorno al 140% del PIL. Anche le economie emergenti fanno la loro parte con 106mila miliardi di debiti, e il dato è in costante aumento.

Con questi numeri è difficile capire l’ottimismo dei mercati, che hanno digerito senza eccessivi scossoni anche le turbolenze generate dal conflitto iraniano e dalla conseguente impennata del costo dell’energia.

Secondo autorevoli previsioni, nei prossimi anni ci sarà addirittura un aumento del ricorso al debito, proprio per far fronte al rincaro energetico, alla conseguente inflazione e anche all’invecchiamento della popolazione, fenomeno che ormai non colpisce soltanto i Paesi del G7. A proposito di G7, al recente vertice di Évian uno dei punti dell’agenda riguardava sì il debito, ma quello dei Paesi poveri: è stato ribadito il sostegno all’iniziativa HIPC (Heavily Indebted Poor Countries) per ridurre il debito degli Stati più indebitati, sono già 25 quelli che beneficiano di alleggerimenti, per 60 miliardi di dollari complessivi. Per i Paesi a medio reddito invece, è stato definito il cosiddetto “approccio di Évian” che prevede una maggiore flessibilità e la valutazione caso per caso di eventuali ristrutturazioni del debito. Il paradosso di questa situazione è che i Paesi che hanno discusso di agevolazioni e riduzione del debito altrui sono quelli maggiormente indebitati, sia in termini assoluti sia in percentuale. E sono gli stessi che hanno spinto per la corsa al riarmo e creato quell’instabilità che ha aumentato il prezzo dei carburanti e riacceso l’inflazione.

In definitiva, se il debito pubblico del mondo è tre volte e mezza la ricchezza che il pianeta produce in un anno e nessuno si spaventa, forse è perché i diretti responsabili sanno che i debiti sono sostenibili finché c’è qualcuno che li finanzia acquistando titoli, che si tratti di privati cittadini o di altri Stati. È un mondo di finzione, ci si comporta con la finanza pubblica in un modo che, se riprodotto a livello familiare, ridurrebbe chiunque sul lastrico in poche settimane. Ma tanto vale, finché l’orchestra continua a suonare, e il pallottoliere a girare, possiamo sentirci sollevati: siamo sull’orlo dell’abisso ma i mercati sono fiduciosi.

Mentre il caos è diventato il metodo di governo globale, la corsa alle armi che si è scatenata in tutto il mondo sta facendo riemergere un problema del quale da un po’ di tempo non si parlava più: quello del debito. Nel 2025 l’indebitamento globale ha battuto tutti i record raggiungendo i 348mila miliardi di dollari, spinto dall’aumento della spesa pubblica dovuto agli investimenti in due settori, quello dei data center e, soprattutto, la difesa. A guidare la classifica dell’indebitamento sono gli Stati Uniti, la Cina e i Paesi dell’area euro, che insieme hanno prodotto quasi tre quarti del nuovo debito mondiale. La novità che emerge dall’ultimo Global Debt Monitor, rilevazione condotta dall’Institute of International Finance, è che la parte del debito in capo alle famiglie e alle imprese è scesa ai livelli pre-covid, mentre continua a crescere la quota dovuta ai governi. Negli Stati Uniti, dove l’attuale amministrazione aveva promesso di smontare il “mostro” della spesa federale, quest’ultima ha fatto crescere il debito che, in proiezione, dovrebbe raggiungere il 120% del PIL nazionale nei prossimi anni. Il report rimarca anche il peso degli investimenti nell’Intelligenza Artificiale, che molti considerano una bolla speculativa, compiuti senza certezze sull’eventuale rientro economico.

Siamo di fronte a un ritorno ai tempi della spesa pubblica allegra, quelli in cui non si teneva conto del pareggio di bilancio né del peso scaricato sulle generazioni future; si cancellano così le dottrine economiche degli ultimi decenni, che auspicavano la riduzione del costo dello Stato a favore della centralità del libero mercato. Oggi, infatti, il mercato che “tira” è fortemente sovvenzionato dal denaro pubblico, che finanzia i settori delle armi e dei data center, ma anche i prodotti agricoli e dispensa incentivi fiscali. Questa tendenza si può fare risalire alla pandemia, quando il mercato si dimostrò incapace di gestire da solo una crisi di simile portata e gli Stati tornarono prepotentemente ad acquistare centralità non soltanto nel definire le politiche di sicurezza, ma anche sul piano economico.

Oggi, a differenza di 50 anni fa, gli Stati maggiormente indebitati sono i motori dell’economia mondiale e non più Paesi periferici, ma rimane valido il principio che l’indebitamento non può essere illimitato: è sostenibile finché gli acquirenti dei titoli di debito considerano affidabile chi li emette. Per questo la de-dollarizzazione oggi in corso tra i Paesi Brics spaventa più dei droni. Un abbandono del dollaro quale moneta di riserva porrebbe il problema gigantesco del costo della potenza americana, che resta sostenibile finché i titoli emessi da Washington vengono acquistati da terzi. È un equilibrio fragile che rischia di incrinarsi se non viene ridimensionata soprattutto la spesa militare.

Era questa la promessa elettorale di Donald Trump: tagliare la spesa federale, evitare di spendere soldi per spegnere incendi in giro per il mondo. Finora però la sua amministrazione ha fatto l’esatto contrario, e i dazi che in teoria avrebbero dovuto dare respiro ai conti sono stati dichiarati illegittimi. Questo rebus, se non risolto, in un futuro prossimo sarà foriero di grandi novità, e non soltanto negli Stati Uniti. Il problema riguarda anche il codazzo di Paesi che, per ideologia o per paura, assecondano questa corsa alla spesa e al debito per finanziare una politica globale che ha prodotto solo caos e lutti.