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Negli ultimi 40 anni il problema del debito pubblico, con poche eccezioni, ha sempre riguardato i Paesi del Sud del mondo o dell’Est europeo. Si generavano bolle che quando scoppiavano, come accaduto nei casi del Messico, dell’Indonesia, dell’Argentina o della Russia, creavano crisi più o meno gravi a livello globale, che comunque si “risolvevano” con una ricetta pronta all’uso, regolarmente fornita dal Fondo Monetario Internazionale: la tanto temuta “ristrutturazione del debito”. E cioè con tagli sostanziali al welfare, alle pensioni e all’educazione, evitando sempre di colpire le grandi ricchezze o il grande business perché dovevano essere il traino della ripresa. La conclusione di queste crisi è stata quasi sempre la stessa: economie che entravano in recessione e, con le politiche di austerità, si raffreddavano ulteriormente. I Paesi colpiti da quelle crisi sono riusciti a uscirne solo affidandosi a cicli economici favorevoli per l’esportazione delle loro commodities, in aggiunta ai tagli selvaggi ai danni della spesa pubblica.

Una situazione simile rischia di ripresentarsi in Africa, dove lo Zambia è entrato in default: è probabile che sia solo la prima manifestazione di un problema destinato a espandersi nella regione. La grande novità, però, è che oggi il problema del debito riguarda in maniera prepotente anche Paesi cosiddetti “centrali”, cioè quelli che, avendo il pacchetto di voti di maggioranza nel FMI, finora hanno determinato le ricette applicate agli altri. La marea di debiti pubblici e privati, cresciuti esponenzialmente durante la pandemia, equivale ormai a quattro volte il PIL mondiale. Numeri da capogiro che vedono il Giappone al primo posto, seguito tra i Paesi OCSE dalla Grecia e dall’Italia, tallonate da vicino dal Portogallo e dagli Stati Uniti. La Cina ha un debito pubblico-privato che a fine ottobre si è portato al 335% del PIL nazionale. Il famoso limite del rapporto tra PIL e debito pubblico del 60%, stabilito nel 1992 a Maastricht per i Paesi comunitari, nel 2020 è stato superato da quasi tutti i membri dell’Unione Europea, inclusa la virtuosa Germania. Ed è di queste settimane la polemica sulla proposta del presidente dell’Europarlamento di cancellare i debiti pubblici contratti dagli Stati per fare fronte all’emergenza Covid.

È di oltre 11mila miliardi di dollari il debito aggiuntivo bruciato dalla comunità internazionale per via del Covid. Una cifra enorme. E, visto che sulla ripartenza dell’economia non si hanno certezze, è inevitabile che si parli di ristrutturazione del debito. Tuttavia, da quando il problema ha colpito le economie forti, l’approccio sta cambiando velocemente: gli esperti dicono che, se si applicassero politiche di austerità, si strangolerebbe la ripartenza dell’economia. Eppure la ricetta dei tagli indiscriminati, finché la si applicava alle economie di Paesi africani o latinoamericani, veniva presentata come vincente malgrado ogni evidenza. E solo ora che il debito riguarda da vicino anche gli Stati occidentali la si mette in discussione.

Di fatto, anche il debito sta entrando a pieno titolo nella rosa di quei drammatici problemi che non possono essere risolti senza una concertazione internazionale, come quelli legati al cambiamento climatico o i conflitti bellici. È un altro allarme che suona in un mondo che, orfano del multilateralismo, si avviluppa su se stesso senza trovare via di uscita. L’ennesimo capitolo di un’agenda globale urgente e che ancora in molti fanno fatica ad assumere come prioritaria. La logica dominante è quella del “finché la barca va”, anche se si sta imbarcando sempre più acqua.

 

Furono una delle grandi battaglie globali a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Le campagne sul debito estero “del Terzo Mondo”, come lo si chiamava allora, costituirono una fucina, un terreno di contaminazione tra il mondo cattolico, quello della sinistra e il nascente movimento ambientalista. Si trattava di un tema per definizione globale, vista la quantità di Paesi e soggetti coinvolti, che si prestava a essere affrontato da diversi punti di vista. Le origini dell’indebitamento degli Stati periferici, iniziato negli anni ’60 ed esploso alla fine degli anni ’80, andava infatti cercata nella corruzione e nelle dittature, mentre le conseguenze riguardavano lo sfruttamento selvaggio sia dell’ambiente sia delle persone, l’eliminazione del welfare e la privatizzazione dei servizi pubblici.

Queste campagne culminarono con il grande Giubileo cattolico dell’anno 2000, durante il quale alcuni governi si impegnarono a cancellare i loro crediti nei confronti degli Stati più poveri della Terra. L’Italia, che promise di cancellare 6 miliardi di euro di crediti, alla fine lo fece per meno della metà. Ma il debito del Terzo Mondo, mal gestito dal Fondo Monetario Internazionale, nel frattempo provocava cicliche crisi globali. La ricetta promossa dal FMI, controllato a maggioranza dai Paesi del G7 creditori di quelli indebitati, era sempre la stessa. Con lo slogan di tagliare i rami secchi, si agiva su pensioni, sanità, educazione, costo del lavoro e riduzione lineare della spesa pubblica. Ricette che spingevano nella recessione i Paesi indebitati, i quali riuscivano a malapena a pagare gli interessi sul debito senza avere la possibilità di investire per riattivare l’economia.

La storia ci spiega che, dopo il default dell’Argentina del 2001, molti Stati cambiarono strategia rilanciando l’investimento pubblico come volano per la crescita: che infatti, anche per un buon andamento dei prezzi delle materie prime, ripartì. Alcuni Paesi, come il Brasile e la stessa Argentina, allontanarono il FMI dai loro ministeri dell’economia saldando i debiti che avevano nei confronti dell’istituzione con sede a Washington.

Oggi il caso Grecia riporta al centro del dibattito il tema del debito. A differenza del passato, però, i Paesi più in sofferenza sono europei. Dall’inizio della crisi finanziaria del 2008, il debito globale è cresciuto di 57mila miliardi di dollari USA, dei quali 19mila a carico degli Stati a economia avanzata. Anche la Cina, che pure ha importantissime riserve valutarie, è diventata un Paese indebitato a causa degli sforzi sostenuti per evitare il rallentamento della crescita economica. A fare la parte del leone tra i detentori di questo nuovo debito sono le Banche centrali che, con il meccanismo del quantitative easing, hanno acquistato bond emessi dagli Stati come ora sta facendo la BCE. Banca d’Inghilterra, Federal Reserve e Banca del Giappone sono attualmente proprietari del 62% di tutti i bond in circolazione nel mondo. Una massa di carta, o di “pagherò”, garantiti solo dalla promessa di onorarli.

Per questo motivo le difficoltà a rinegoziare il debito estero greco non stanno nella cifra, che è modesta, bensì nel rispetto delle regole del gioco. Regole che sanciscono l’intangibilità dei crediti concessi e assegnano attestati di maggiore o minore rischio, incidendo quindi sugli interessi che i debitori devono pagare. E a tutti i governi impediscono di emettere all’infinito ulteriore debito per pagare i debiti pregressi, tranne che a quello degli Stati Uniti.

Quando si parla di debito si parla dunque sia di una materia tecnica e complessa, sia di geopolitica e di rapporti di forza. C’è debito e debito, insomma. Anzi, c’è Paese indebitato e Paese indebitato. Ciò dimostra come i Parametri di Maastricht, il maggiore feticcio della costruzione europea, siano una finzione arbitraria e come la reale sostenibilità del debito non sia direttamente proporzionale ai “paletti percentuali” stabiliti dal trattato. Un debito è sostenibile fin quando i creditori lo ritengono tale, il resto sono chiacchiere.

La controprova è che la stragrande maggioranza dei Paesi dell’euro, se oggi uscisse dalla moneta comune, non avrebbe i numeri per esservi nuovamente accettata, soprattutto a causa dell’esposizione debitoria. E che Paesi come Germania e USA, pur essendo entrambi fortemente indebitati, possono permettersi di ripagare i loro debiti praticamente senza interessi.

Dunque in molti casi di debito si muore, mentre in altri ci si può convivere anche bene: almeno fin quando si riesce a convincere i creditori di essere virtuosi. E questo non c’entra con l’economia, ma solo con l’essere una potenza anziché un Paese marginale.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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