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Dovendo fare un bilancio di fine stagione, gli aggettivi che si potrebbero utilizzare per definirla sono diversi: tragica, farsesca, bizzarra, drammatica. Nessun conflitto si è concluso e diversi nuovi si sono aperti. Il mondo intero è impegnato in una corsa al riarmo, si sacrificano quote consistenti del bilancio sull’altare della Difesa, spesso senza sapere da chi bisogna difendersi. La guerra è cambiata radicalmente, gli scontri sul campo tra esseri umani sono stati in larga parte sostituiti dal ricorso sistematico ai bombardieri, missili e soprattutto droni, e si sono perfino visti in azione i primi robot-soldati. L’agenda politica è stata monopolizzata dai capricci del presidente degli Stati Uniti. In ordine sparso, l’elenco dei Paesi minacciati o aggrediti dall’inquilino della Casa Bianca è lungo: Canada, Cuba, Venezuela, Colombia, Nigeria, Somalia, Iran, senza dimenticare le mire sulla Groenlandia. Gli alleati svillaneggiati da dichiarazioni estemporanee o post sui social network invece non si contano, non soltanto leader politici come Sánchez, Starmer o Meloni, ma anche istituzioni come l’Unione Europea, la NATO e le stesse Nazioni Unite: un delirio auto-isolazionista che non ha portato alcun vantaggio economico ai cittadini statunitensi. I quali, anzi, avevano votato Trump per la sua promessa di lasciar perdere la politica estera e far così tornare gli USA all’età dell’oro.

È una visione del mondo miope e antiquata, perché la politica estera non può più avere come strumento di riferimento la guerra, né nella sua declinazione militare né in quella commerciale: oggi le relazioni internazionali si basano più che mai su interessi comuni, sulla costruzione di filiere commerciali e di rifornimento, sull’impegno condiviso per evitare shock che possano incidere sui mercati. In quest’ultimo anno, infatti, abbiamo visto all’opera da un lato la vecchia politica delle cannoniere e dei dazi punitivi, che non ha prodotto altro che danni; e dall’altra la nuova politica di relazioni portata avanti dalla Cina e anche dall’Unione Europea, impegnate a tessere una tela di rapporti tra Stati che, partendo dall’economia, diventano politici.

Abbiamo avuto, quindi, un mondo su due livelli. Il primo è quello spettacolare delle guerre e delle minacce, che ha trainato l’informazione e generato traffico sui social con una produzione di fake news e falsi contenuti multimediali realizzati con l’Intelligenza Artificiale. L’altro livello, poco avvincente e molto meno seguito, ci riporta invece alla normalità: per quanto ne pensino i teorici MAGA, il mondo è diventato interdipendente e nessuno Stato può sottrarsi alle relazioni con gli altri. È la grande eredità lasciata dall’ondata di globalizzazione degli anni Novanta che, piaccia o no, ha cambiato il mondo. L’attuale stagione dell’IA e della robotica non potrebbe esistere senza il consolidamento delle filiere di materie prime essenziali quali terre rare, litio, cobalto, rame: senza, saremmo ancora ai telefonini senza internet. Risorse che vengono estratte come se fossero rinnovabili, ma non lo sono.

Capire i mutamenti, individuare i fili che collegano il mondo, sviscerare i conflitti per cercare le cause restano sempre i pilastri del giornalismo di Esteri. Se in passato le cose lontane interessavano soltanto agli studiosi, oggi il concetto di lontananza è superato: qualsiasi cosa accada nel mondo, ne registriamo le ricadute sulla nostra vita quotidiana quasi in tempo reale.

Non c’è solo la Cina a continuare a tessere la tela delle relazioni commerciali internazionali, in controtendenza rispetto all’atteggiamento distruttivo dell’amministrazione Trump verso ambienti e istituzioni multilaterali. Senza grande clamore, anche l’Unione Europea sta portando avanti una diplomazia commerciale a tutto campo, come se fosse davvero una realtà coesa e non l’insieme litigioso di 27 Stati. Questo è possibile perché in materia di accordi commerciali con Paesi terzi la Commissione ha i poteri per negoziare e concludere accordi, ovviamente salvo ratifica del Parlamento.

Negli ultimi anni la geopolitica commerciale europea ha segnato diversi punti a favore, quali l’accordo post Brexit con il Regno Unito, l’accordo economico e commerciale globale CETA con il Canada e quelli di partenariato con Giappone, Svizzera e con diversi Stati africani. Gli ultimi in ordine temporale, ma in assoluto tra i più importanti, sono stati l’accordo di libero scambio con il Mercosur, che tra mille polemiche e proteste del settore agricolo europeo è entrato in vigore a inizio maggio (sia pure in modalità provvisoria, sarà la Corte di giustizia europea a pronunciarsi sulla sua liceità), e quello con l’India, in fase di ratifica. A fine maggio si è aggiunta la firma dell’accordo globale con il Messico che va ad aggiornare quello firmato nel 1997.

In un clima internazionale profondamente mutato, dietro questi accordi non c’è solo la ricerca di opportunità per gli operatori economici europei, ma anche una precisa visione strategica e valoriale: la stragrande maggioranza dei partner dell’UE sono democrazie e questo viene considerato un valore aggiunto, in un mondo in cui la democrazia è in seria difficoltà. Inoltre, grazie all’accordo con il Messico, Paese con il quale gli scambi ammontano a circa 87 miliardi di euro annui, l’UE mette un piede nella grande area economica del Nordamerica, finora monopolio degli Stati Uniti. Il Messico, infatti, per l’80% esporta verso il grande vicino: e proprio per diversificare e ridurre la dipendenza da Washington sta aprendo le porte agli investimenti cinesi e ora anche europei. È una grande e complessa partita giocata quasi in silenzio, e anche per l’UE è un’assicurazione rispetto ai chiaroscuri nei rapporti con gli USA, che comunque restano il primo partner economico. 

Il pacchetto che l’Europa può offrire è appetibile non soltanto perché quello comunitario è il mercato consumatore più ricco al mondo, ma anche perché, come dimostra l’accordo firmato con il Messico, oltre all’eliminazione dei dazi si mette in gioco la cooperazione in materia di cultura, istruzione, lotta alla criminalità, ambiente ed energia. È dunque un partenariato anche politico e ciò lo rende ancora più importante per Paesi che, come il Messico, si trovano sotto ricatto da parte statunitense, o che, come quelli del Mercosur, sanno di essere troppo legati alla Cina e cercano nuovi interlocutori.

Questo lavorio di Europa e Cina ci fa capire che nel mondo attuale non ci sono conflitti, tensioni e dichiarati sabotaggi alla convivenza civile, ma esistono ancora costruttori di ponti, prevalentemente commerciali ma, alla fine, anche politici. Ed è proprio grazie alla politica che si prevengono i conflitti e si creano legami duraturi: il contrario della guerra. Non tutto dunque è buio, c’è dell’altro anche se fa poca notizia. In attesa che, prima o poi, si arrivi a un accordo tra UE e Cina, non solo sui contenziosi commerciali, ma anche sulla costruzione di un nuovo ordine multilaterale.

Molti studiosi si stanno chiedendo se sia corretto definire “neocoloniale” la politica degli Stati Uniti in Venezuela. In effetti, alcune dinamiche ricordano quel periodo storico, in realtà mai del tutto concluso, nel quale le maggiori potenze economico-militari presero progressivamente possesso di immensi territori in America, Africa, Asia e Oceania. Non sempre lo fecero adducendo le stesse motivazioni formali. Dall’evangelizzazione, che giustificò la presenza spagnola nelle Americhe, si passò alla “necessità” di aprire i porti cinesi al libero scambio, fino ad arrivare al “fardello dell’uomo bianco”, per citare Kipling, il quale spiegava ai suoi lettori come la colonizzazione dell’Africa fosse una specie di missione civilizzatrice, necessaria per elevare alla civiltà popoli che vivevano nel buio.

Altre potenze furono più pragmatiche. È il caso di Olanda e Portogallo, ad esempio, che prelevavano schiavi o spezie da vendere altrove senza avvertire nemmeno il bisogno di giustificarsi. Oppure di quel Leopoldo II del Belgio che, nel cuore di tenebre del Congo, costruì uno Stato personale costato milioni di vittime.

Il colonialismo, in tutta la sua drammaticità, era però una cosa seria. Investiva interi Stati, coinvolgeva militari, geografi, scienziati, coloni e banchieri, ridisegnava paesi e confini, muoveva cannoniere ed eserciti per affermare un diritto auto-attribuito. Le lotte anticoloniali guidate da veri patrioti, da Tupac Amaru ad Amílcar Cabral, da Gandhi ai leader della rivolta algerina, svelarono a tutto il mondo la vera identità di quella lunga fase della storia mondiale: sofferenza, schiavitù, sistematico saccheggio delle risorse. La matrice di infiniti drammi futuri.

Di fatto, i momenti caotici che oggi stiamo vivendo hanno poco in comune con il colonialismo, se non a livello di suggestione. In Venezuela è stato rimosso il presidente del Paese lasciandone però intatto il regime, ipotecando la gestione del petrolio, almeno per ora, a vantaggio della Texaco. Con la Groenlandia, si è passati dalla minaccia di annessione alla proposta di versare una cifra in dollari a ciascun abitante affinché accetti di cambiare bandiera. Con il Canada, la sola minaccia di annessione ha provocato una rottura storica nei rapporti tra Ottawa Washington. Ma c’è stata anche la boutade dell’annessione di Cuba, proponendo addirittura un cittadino statunitense, Marco Rubio, come improbabile presidente.

Anche in Medio Oriente le promesse si sprecano, a partire da quella della pace in Palestina gestita dal fantomatico Board of Peace, che dopo il suo insediamento non ha prodotto nemmeno un solo documento. Siamo alla politica degli annunci ad effetto, dei colpi di scena, dei mercanteggiamenti sottotraccia.

Il colonialismo “vero” non minacciava, agiva. Non aveva bisogno di cercare consenso, lo creava in un secondo momento, con la distribuzione della rendita ottenuta. Era un’altra cosa, con ogni probabilità storicamente irripetibile, perché era figlio di un mondo era più semplice: c’era chi si poteva permettere le conquiste e chi era destinato a subirle.

I tentativi maldestri di riportare in vita la politica delle cannoniere si scontrano oggi con un mondo molto più complesso e, soprattutto, molto più  interdipendente, nel quale anche una potenza regionale come l’Iran è in grado di mettere in crisi l’equilibrio economico globale. Non bastano i video generati con l’IA, né le sparate su Truth: la verità è che il mondo di oggi non si conquista più, se non transitoriamente, nemmeno con le armi. In conclusione, se proprio dobbiamo dare un’etichetta al tempo che ci tocca vivere, più che neo-imperialismo, sceglierei neo-cialtronismo.

Il metodo usato dal presidente di El Salvador Nayib Bukele per sgominare le bande criminali che imperversavano nel suo Paese sta diventando sempre più popolare anche in altri contesti latinoamericani. In breve, si tratta di un mix di repressione, sospensione dei diritti costituzionali e riconquista dello spazio pubblico da parte dello Stato: in Salvador, questa ricetta ha dato risultati strabilianti.

Bukele è arrivato al potere nel 2019 dopo essere stato sindaco della capitale San Salvador, e non si può escludere che nella sua ascesa abbia goduto del sostegno di alcune maras, le bande criminali originarie di Los Angeles che sono state “esportate” in America centrale dagli Stati Uniti con espulsioni di massa. All’epoca El Salvador era il Paese americano più violento, ogni anno si contavano oltre 100 omicidi ogni 100.000 abitanti e vaste zone erano controllate con le armi dalle maras, che riscuotevano il pizzo, trafficavano droga e soprattutto imponevano il loro potere con il terrore. Nel 2022 il tasso di criminalità è crollato a 7,8 omicidi ogni 100.000 abitanti, il più basso del continente.

Nel frattempo, Bukele aveva lanciato il suo piano di lotta alla criminalità, dichiarando la sospensione dei diritti costituzionali, costruendo un gigantesco carcere “smart”, assumendo nuovo personale di polizia e imprigionando 62.000 persone anche solo sospettate di far parte delle bande criminali. Molti capi delle gang sono scappati all’estero, quelli rimasti in patria non possono agire senza che vi siano ritorsioni verso i loro parenti e sodali detenuti, ad esempio sospendendo l’erogazione del cibo in carcere. Questa politica da un lato è stata condannata da quasi tutti gli organismi internazionali che difendono i diritti umani, dall’altro ha permesso ai cittadini onesti di riconquistare la loro libertà, a lungo presa in ostaggio dalle bande.

A febbraio Bukele si è ricandidato alla presidenza, forzando la Costituzione che non avrebbe permesso un secondo mandato consecutivo, e alle elezioni ha ottenuto un consenso record: quasi l’85% dei voti. Ora sul suo “modello” si comincia a ragionare anche in altri Paesi, perché il problema della criminalità organizzata è comune a tutta l’America Latina, che si tratti di cartelli del narcotraffico o di bande criminali comuni che il narcotraffico ha reso più forti. Il grande alimentatore di questa situazione è infatti sempre lo stesso, il traffico degli stupefacenti, che fino agli anni ’80 aveva ricadute solo su Bolivia, Colombia e marginalmente sul Messico. All’epoca il mercato dei cartelli era altrove, negli Stati Uniti e in Europa, e non c’era bisogno di coinvolgere altri Paesi latinoamericani. Ma dagli anni 2000 la situazione è cambiata: tutta l’America Latina è diventata un mercato consumatore, inoltre molti Paesi sono stati scelti dai grandi trafficanti per estendere la produzione di droga o riciclare soldi sporchi. I piccoli delinquenti sono stati foraggiati per diventare guardiani dei nuovi capi, che ora sono messicani, e oggi la capacità militare e organizzativa dei gruppi criminali risulta spesso superiore a quella delle istituzioni pubbliche. È stato un processo velocissimo, totalmente ignorato dalla politica sia di destra sia di sinistra: silenzi, connivenze, finanziamento illecito di molte campagne elettorali e, di tanto in tanto, qualche scandalo.

La cronaca è piena di casi che spiegano come la politica sia diventata funzionale al narcotraffico, ma ora la situazione è sfuggita di mano. Basti pensare a Paesi come El Salvador e Honduras, o a città come Rosario in Argentina, Guayaquil in Ecuador e Rio de Janeiro in Brasile, dove lo Stato non c’è oppure si palesa ogni tanto uccidendo persone a caso nelle baraccopoli. Per questo il “metodo Bukele” diventa un modello: dimostra che in due o tre anni è possibile eliminare le bande, e cosa importa se per farlo bisogna sospendere il diritto alla difesa degli imputati, allungare i tempi della detenzione preventiva, trasformare le carceri in luoghi di tortura fisica e psichica? Un governo che sta cominciando a ragionare in questi termini è quello argentino di Javier Milei, e lo stesso Bukele si è offerto per risolvere il problema delle bande che controllano Haiti.

Questa svolta securitaria altro non è che il rovescio della stessa medaglia del lassismo complice: entrambi sono espressione di una gestione dell’ordine e della giustizia incapace di trovare una sintesi e di garantire insieme la sicurezza, i diritti dei cittadini e quelli dei detenuti. Ma è una scorciatoia molto popolare, come dimostrano i numeri di Bukele. I cittadini di El Salvador hanno fatto la loro scelta netta tra una democrazia che non è riuscita a tutelarli e una ricetta autoritaria che però ha funzionato. Quando si tocca il fondo, come è successo in America centrale, è difficile avere dubbi.

Si chiude una brutta campagna elettorale per il secondo turno delle presidenziali brasiliane. Nel dibattito faccia a faccia tra Jair Bolsonaro e Lula, soltanto il 7% del tempo è stato impiegato dai candidati per illustrare i loro programmi. Il resto sono stati attacchi reciproci: con accuse di corruzione da parte di Bolsonaro nei confronti di Lula, e di negligenza criminale durante la pandemia da parte di Lula nei confronti di Bolsonaro. È questa la cifra di un’intera campagna che fotografa un Paese spaccato in due, non tanto sulle idee quanto sul riconoscimento stesso della legittimità dell’avversario. Bolsonaro pensa che Lula sia un delinquente, Lula pensa che Bolsonaro sia un criminale. E il Brasile si divide come tra tifoserie calcistiche: salta il dialogo istituzionale, si sentono rumori nelle caserme, vengono tirate per la giacchetta – o per la tonaca – le chiese evangeliche e quella cattolica.

Questo gioco al massacro è stato impostato e sviluppato con successo da Bolsonaro, rompendo definitivamente una tradizione di convivenza tra le forze politiche di opposto segno. Nel continente americano si tratta di un male comune: è accaduto lo stesso negli Stati Uniti con Donald Trump, in Argentina tra peronisti e antiperonisti, in Ecuador tra destra e sinistra. In Argentina si parla di grieta, cioè “spaccatura”, quando si vuol rendere l’idea di una divisione in fazioni contrapposte, senza più dialogo né reciproco riconoscimento. E la democrazia ne risente, perché lo sconfitto sicuramente denuncerà brogli elettorali, pur senza averne le prove, e i suoi elettori non riconosceranno mai come legittimo il vincitore uscito dalle urne.

In Brasile c’è tutto questo ma c’è anche molto di più, perché nel secondo turno delle presidenziali sono in gioco il modello di Paese e l’idea di società: la scelta è tra quella bianca e benestante, che pensa ai poveri come a un fastidio e un pericolo, e quella forgiata da una miscela di etnie, nella quale i poveri sono una speranza se sostenuti da uno Stato che riesce a far crescere l’economia e creare posti di lavoro. Lula e Bolsonaro, è evidente, non sono la stessa cosa, e non solo per la loro storia personale: hanno in testa due Paesi diversi. Uno piccolo e chiuso, che sfrutta le sue potenzialità agricole e tutela gli interessi dei grandi capitali; l’altro più grande e aperto al mondo, potenza regionale e protagonista sulla scena internazionale. Un Brasile che non è solo un gigante agricolo, ma anche una media potenza industrializzata. Domenica si scontreranno due modelli di Paese, eppure non saranno questi i temi in base ai quali una bella fetta di elettori prenderà la sua decisione. A fare la differenza sarà stata la maggior “bravura” di quello che ha dato del criminale all’altro o di quello che ha risposto dandogli del delinquente. Nel teatrino della moderna comunicazione i contenuti sfumano, ma questo non vuol dire che non ci siano. Anzi.

Oceani versus sushi

Pubblicato: 7 ottobre 2022 in Senza categoria

Il ruolo dei mari e degli oceani è vitale per il clima terrestre e tutti sappiamo che grazie alla pesca e al mare vivono milioni di persone, da millenni. Ma oggi quando si parla di mari si parla di autostrade della globalizzazione che, secondo l’OCSE, producono 1.500 miliardi di dollari all’anno, sommando tutte le attività economiche che vi si svolgono. Prima tra tutte l’estrazione di fonti energetiche fossili con le tecniche offshore: gas e petrolio che contano per un terzo dell’estrazione mondiale, ma che rappresentano il 70% delle scoperte di giacimenti a livello mondiale degli ultimi anni. In ordine di importanza abbiamo poi il settore ittico, unico produttore di proteine animali che potrebbe aumentare la sua disponibilità in modo relativamente sostenibile attraverso allevamenti di pesce in mare. C’è poi una miriade di attività di impatto economicamente inferiore ma comunque non trascurabile: dalla crocieristica all’estrazione mineraria, dalla posa di cavi alle bio-prospezioni e alla desalinizzazione.

I principali rischi per gli ecosistemi marittimi sono determinati da fattori diversi ma sempre riconducibili al genere umano: si tratta del cambiamento climatico, dello sversamento di plastiche e della pesca industriale intensiva. Negli ultimi due decenni la Cina ha costruito la prima flotta peschereccia di acque profonde al mondo. Sono quasi 3.000 navi che rastrellano l’Oceano Indiano ed entrambi gli oceani al largo del Sud America. Agiscono spesso violando acque territoriali e senza rispettare nessun calendario riproduttivo. L’Ong Oceana ha conteggiato lo scorso anno 300 navi cinesi che pescavano al limite delle 200 miglia nautiche delle Galapagos. La fanno da padrone anche nell’Atlantico meridionale, una delle zone più pescose al mondo. Ora Pechino ha varato una “portaerei” della pesca, la Hai Feng 718. È una nave cargo refrigerata che fornisce rifornimenti a oltre 70 navi più piccole e ne raccoglie il pescato, in modo che non debbano tornare ai porti di partenza. Così si pesca sempre, senza dare tregua alla fauna marittima.

Tutto ciò accade perché il mercato mondiale del pesce è stato rivoluzionato dalla moda globale del sushi: oggi si mangia il 30% di pesce in più rispetto a pochi anni fa. Anche in questo settore, le mode globali e i Paesi che operano senza rispettare nulla vanno a braccetto: ciò che diventa cool nei migliori ristoranti di New York o di Milano è il risultato di uno sfruttamento delle risorse naturali condotto come se non ci fosse un domani.  

Il 2022 che si apre potrebbe essere l’anno in cui ci si lascia alle spalle la pandemia oppure la ripetizione del 2021. Abbiamo superato un anno di alti e bassi, passando dall’euforia del pensiero di esserne usciti alla depressione per il ritorno ai grandi numeri dei contagiati. Il punto è che, a due anni dall’inizio della pandemia, si continua a navigare a vista, senza avere risolto nessuno dei problemi che c’erano già e che la pandemia ha potenziato. A cominciare dal cambiamento climatico, non certo influenzato dal virus, bensì dai tentennamenti che si manifestano regolarmente quando arriva l’ora di decidere un cambiamento di rotta, soprattutto sulla sfida energetica. La Cop26 ha messo a nudo le distanze più che i punti in comune. Ora sappiamo che il carbone ci accompagnerà a lungo, che sull’abbandono del petrolio “si vedrà” e che il nucleare è stato rivalutato in versione “energia pulita”. Molti Paesi sfiancati da miseria e disuguaglianze, che sono aumentate ovunque e questo sì per via della pandemia, non considerano una priorità l’ambiente, ma piuttosto il cibo da garantire ai propri cittadini.

La pandemia ha aperto gli occhi ai molti che negli anni avevano assistito quasi muti allo smantellamento dei servizi di base. Sanità pubblica, scuola, reti di welfare erano state lasciate al degrado per favorire i servizi privati, destinati ovviamente a chi se li può permettere. Proprio queste politiche in Africa, America Latina e Asia – a differenza di quanto è successo in Europa – hanno reso il Covid-19 una malattia “di classe”, che ha colpito mortalmente soprattutto chi dipende dalle strutture pubbliche.

Toccare drammaticamente con mano i limiti del sistema ha portato ad alcuni cambiamenti politici. Laddove c’era democrazia e il voto è stato esercitato liberamente abbiamo visto fenomeni di rinnovamento; laddove governano regimi, invece, la situazione è peggiorata. La pandemia ha dimostrato ancora una volta che i problemi di “sicurezza”, che si tratti di terrorismo o di pandemia, sono i migliori alleati di partiti unici, uomini forti e dittatori. In pandemia abbiamo visto anche uno spettacolo inimmaginabile fuori dai film di Hollywood: l’assalto riuscito del Campidoglio statunitense, nel Paese con più armi e polizia in circolazione. 

Ma il 2022 avrà al centro altri temi, oltre alla pandemia e ai rischi per la democrazia. Anzitutto sarà l’anno in cui vedremo se la sfida cinese alla supremazia economica degli Stati Uniti è fattibile. La guerra commerciale aperta da Trump, ancora non totalmente chiusa da Biden, è servita per misurare la forza dei contendenti, protagonisti dell’ordine bipolare che è destinato a subentrare al caos geopolitico attuale. Le due potenze saranno all’altezza? E, soprattutto, saranno in grado di cooperare tra loro per restituire un’architettura sostenibile al mondo? A differenza dello scontro USA-Urss, quello tra USA-Cina è un confronto tra Stati fortemente interdipendenti sul piano commerciale e finanziario, e questo fa la differenza.

L’Europa ha invece problemi più caldi, che non riguardano solo il commercio ma anche la sicurezza. La Russia di Putin e la Turchia di Erdoğan sono vicini sempre più ingombranti e insidiano l’Europa su due fronti, da est e da sud. L’Unione Europea, inconsistente dal punto di vista politico, non è all’altezza di reggere la sfida alle sue frontiere portata da autoritarismi esterni e tantomeno di posizionarsi nella contesa tra USA e Cina. Restare al traino oppure fare un balzo in avanti, rafforzando i legami tra i Paesi membri, è il punto sul quale dibattere. Però la distrazione di massa proposta da un’informazione veicolata soprattutto dai social ci propone un’altra agenda: popolata da influencer, cuccioli di animali simpatici, incidenti tra camion, cuochi dilettanti e stellati e tanto terrorismo sulla pandemia, spesso senza basi scientifiche e soprattutto senza buon senso. Dell’agenda del mondo è meglio non parlare, il dibattito ristagna sulla reperibilità di mascherine o tamponi. Sul Titanic, quando l’orchestra suonava per tirar su il morale dei passeggeri, era almeno chiaro a tutti che la nave stava affondando.

Aggrappati al turismo

Pubblicato: 16 ottobre 2021 in Senza categoria

Dopo la Thailandia, le Seychelles, le Maldive, l’Indonesia e l’Egitto, anche il Vietnam ha annunciato una “sandbox” turistica o, meglio, la creazione di “bolle sanitarie” per riaprire le porte al turismo internazionale. La maggior parte dei Paesi asiatici aperturisti è alle prese con la variante delta e con una situazione sanitaria ancora lontana dall’essere sotto controllo, a causa della scarsa diffusione dei vaccini. Eppure hanno fretta di riaprire perché il turismo di massa, soprattutto quello in cerca di mare e sole, rende questi Paesi simili a organismi assuefatti alle droghe pesanti, che passano dal danneggiarsi assumendo droga allo star male per l’astinenza. Per molti di essi il turismo è stato negli ultimi decenni il toccasana che consentiva di incamerare valuta forte e, in questo modo, di mantenere basso il disavanzo pubblico, ottenendo tassi di interesse contenuti al momento di rivolgersi al mercato internazionale dei capitali. Questo in aggiunta, ovviamente, all’occupazione generata dal settore, importante per le casse pubbliche in quanto si tratta di personale in regola e di imprese che fatturano regolarmente e, quindi, versano al fisco.

La riapertura dell’industria turistica di Phuket, Bali o Sharm el-Sheikh non deve meravigliare. Infatti, contrariamente a quanto capita nei confronti di Stati ben più ricchi, gli organismi internazionali e i mercati di capitale si aspettano che i Paesi emergenti registrino avanzi di bilancio, abbiano solide riserve in valuta estera e non eccedano nella spesa pubblica. Sono i parametri in base ai quali si calcolano tassi d’interesse più o meno salati al momento della concessione dei prestiti, e il turismo, insieme alle rimesse degli emigrati, è vitale perché questi Paesi possano raggiungere condizioni favorevoli. A tale logica sfuggono gli Stati con un’economia più matura e bilanciata, che hanno entrate generate anche da esportazioni diversificate e possono contare su un mercato interno più solido. Paesi come quelli che nel Sudest asiatico stanno riaprendo al turismo hanno, viceversa, un settore di beni e servizi dipendente da pochissime voci, tutte collegate alla congiuntura internazionale, come appunto il turismo.

Ecco perché l’industria turistica di massa nei Paesi emergenti è così importante e, al tempo stesso, devastante nei suoi impatti. Crea seri problemi ambientali e sociali, introduce dinamiche esogene sul costo di merci e servizi, opera quasi senza vincoli né controlli. Il turismo, in queste situazioni, non genera processi di reale sviluppo e non viene pensato come opportunità di crescita delle comunità locali, ma solo come “salvadanaio” degli Stati. Che, dunque, chiudono gli occhi davanti allo scempio ambientale o all’imposizione di condizioni di lavoro intollerabili pur di far continuare il flusso di turisti, considerati solo come portatori di valuta forte.

Si tratta di una situazione che si presenta uguale a sé stessa fin dalla nascita turistica di queste destinazioni, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, senza che si sia mai veramente cercato di porre dei correttivi. Il turismo continua a vivere un’enorme contraddizione: genera risorse gigantesche, seconde solo a quelle del settore manifatturiero, ma viene considerato un’attività quasi marginale, finalizzata a tappare buchi dei conti pubblici. Eppure, a differenza dell’industria, del commercio o delle attività finanziarie, il turismo si svolge in luoghi che sono quelli del vivere comune, consumando territorio, acqua, cibo, bellezza; il turista entra capillarmente nella vita delle popolazioni, convive con i residenti, spesso nella stessa casa, e cambia il volto delle città e delle coste, cambia la cultura locale, fa muovere importanti pezzi dell’economia reale. Ma questi aspetti non sono considerati: il turista continua a essere percepito come una specie di convitato di pietra, una questione di vita o morte solo per i conti pubblici.

La globalizzazione e l’osservatorio che è questo libro: attivati

Lanciamo questa campagna di crowdfunding per rendere possibile un nuovo progetto editoriale di OGzero, che riteniamo urgente e necessario: il libro di Alfredo Somoza, “Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart” , per conoscere e interpretare le dinamiche della globalizzazione in modo puntuale e documentato.

Smascherando le fake news, ma anche andando a indagare sui reali vantaggi della civiltà smart. Uno sguardo critico che vada oltre la retorica trionfalistica sul futuro dell’umanità. La globalizzazione è un fenomeno che ha cambiato la nostra vita con dinamiche nuove e riproposto in veste moderna altre molto antiche. Il libro racconta gli scenari dell’economia mondiale, della lotta per la terra e l’ambiente, dei diritti ottenuti e negati, del gioco delle potenze. Senza ideologismi né compromessi.

Il libro racconta il mondo nel quale siamo già sommersi, anche se ancora non ci è stato del tutto svelato. Il lavoro di Alfredo Somoza è ispirato all’idea che un altro mondo migliore sia ancora possibile, idea che lo accompagna dai tempi in cui partecipò al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre esattamente 20 anni fa. I testi saranno accompagnati da una sezione audio sul sito di ogzero.org con podcast di approfondimento dedicati.

Perché è importante il tuo coinvolgimento

Abbiamo pensato a una campagna di crowdfunding per coinvolgere le persone non esaurendo l’attivazione al semplice acquisto di un libro. Vogliamo utilizzare questa “scusa” per lanciare una community di attivisti geopolitici , a partire dal tema della manipolazione delle informazioni e della globalizzazione, con uno sguardo organico e un’interpretazione potente.

Partecipare alla campagna su Produzioni dal Basso è importante, perché il libro offre chiavi di lettura utili per interpretare il mondo che ci circonda, spesso a partire da notizie che non riescono a guadagnare i titoli dei giornali, talvolta per conflitto di interessi. Il progetto non comprende solo il libro, ma uno sguardo continuativo delle dinamiche globali e delle loro conseguenze. Un osservatorio che l’autore cura da 20 anni con aggiornamenti settimanali che si potranno continuare a seguire nel tempo. Molte cose che troverete in questo libro sarebbero censurate in diverse parti del mondo.

Perché una delle vittime eccellenti della pandemia – e dalla globalizzazione – è stata la democrazia e di conseguenza la libertà di stampa.

per info e sostegno: https://www.produzionidalbasso.com/project/siamo-gia-oltre-partecipa-al-progetto-di-attivismo-geopolitico/

La musica di Bob Marley, scomparso 40 anni fa, ha dato notorietà a una storia che rasenta l’incredibile e che si è svolta tra gli Stati Uniti, la Giamaica e l’Etiopia. Il personaggio da cui bisogna partire per comprendere le parole di Marley è Marcus Mosiah Garvey, sindacalista nato in Giamaica nel 1887 ma vissuto a lungo negli Stati Uniti, dove si trasferì durante la Prima guerra mondiale. Pochi anni prima aveva cominciato a occuparsi delle condizioni di lavoro e di vita degli afroamericani in Giamaica, fondando la Universal Negro Improvement Association, e continuò a farlo nella sua seconda patria. Garvey aveva in mente un grande e originale disegno, quello di riportare in Africa i discendenti degli schiavi, convinto che non avrebbero mai potuto riconquistare la libertà in quella terra di esilio forzato.

Garvey predicava anche una profezia contenuta nella Bibbia amarica che prefigurava l’incoronazione di un imperatore nero in Africa, destinato a estirpare il male e scacciare i dominatori.  Quell’imperatore, nella visione di Garvey, si insediò sul trono dell’Etiopia nel 1930: era Ras Tafari Maconnèn, meglio noto con il nome di Hailé Selassié I, secondo la tradizione discendente da re Salomone e dalla regina di Saba. L’incarnazione della profezia divenne il punto di riferimento di una nuova religione nazionalista, il rastafarianesimo. Garvey riuscì a formare un governo africano in esilio a Harlem e a fondare una compagnia di navigazione, la Black Star Line, per rimpatriare afroamericani in Africa. Qualche decennio dopo, alcuni rasta che vivevano in comunità in Giamaica si trasferirono davvero in Etiopia per vivere nella terra del Leone di Giuda. Hailé Selassié non poteva credere di poter contare su persone che lo consideravano una divinità, arrivate da un’isola distante migliaia di chilometri. 

Questa storia si intreccia con quella di un genere musicale, il reggae, evoluzione dello ska che divenne il veicolo per la diffusione planetaria del rastafarianesimo: soprattutto grazie proprio a Bob Marley, nato in uno slum giamaicano nel 1945, esponente di spicco di un movimento musicale che con lui divenne universale. In Marley non ci sono solo i temi religiosi legati al rastafarianesimo, a partire dalla preghiera a Jah (Geova) e dall’appello ad abbandonare Babilonia-Giamaica per andare in Africa. In Marley c’è tutto Garvey. C’è una religiosità che va aiutata fumando quotidianamente ganja, la marijuana giamaicana.  E ci sono anche la protesta sociale e la voglia di riscossa. Marley è un musicista che ha reso universale la Giamaica per le sue capacità artistiche straordinarie e che ha raccontato una storia che ha radici profonde nel passato del suo Paese, dove le comunità di maroons, schiavi fuggiti dalle piantagioni, costruirono villaggi indipendenti nel cuore delle Blue Mountains, ma anche la storia di Marcus Garvey, oggi dichiarato eroe nazionale, il sindacalista che voleva risolvere la discriminazione alle radici rimpatriando i neri in Africa. E infine l’incredibile collegamento con il Negus etiopico, simbolo di riscossa per i discendenti degli schiavi nei Caraibi.

È una storia che non sembra vera, eppure è soltanto una delle tante storie incredibili che si incontrano nella storia americana. Tutto alla fine si concentra in un solo nome, Robert Nesta Marley detto Bob, morto di cancro a Miami l’11 maggio 1981 e rimasto nella galleria dei musicisti immortali. In soli 36 anni di vita aveva rivoluzionato la scena musicale mondiale, fatto conoscere una religione, diffuso le idee di Garvey e denunciato la povertà e la violenza degli slum giamaicani. Un fuoriclasse che non è mai scomparso da questo mondo, perché la sua musica è frutto della storia, denuncia della schiavitù e speranza di cambiamento: in altre parole, musica classica del ’900.