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Inizia a metà dell’800 la lunga storia di successo dei materiali plastici, che dopo la Seconda guerra mondiale sostituiscono man mano legno, tessuti e metallo in un’infinità di applicazioni. È il mix di versatilità ed economicità che ne ha determinato il successo: nel 1964 nel mondo se ne  producevano 15 milioni di tonnellate, oggi abbiamo superato da poco i 400 milioni di tonnellate.

Sebbene si possa ottenere da diverse fonti, la plastica rimane un materiale derivato soprattutto dal petrolio. Ed è protagonista di due tipi di problemi ambientali: il primo è proprio l’impiego del petrolio per la sua fabbricazione, il secondo è la difficoltà del suo smaltimento dopo l’uso.

Anche se la produzione si concentra per il 30% circa in Cina, per il 20% in Europa e per il 18% in America settentrionale, oggi tutto il mondo utilizza materie plastiche a prezzi irrisori, e solo pochi Paesi riciclano. Secondo il WWF, ogni anno finiscono in mare 8 milioni di tonnellate di plastica. In mari e oceani sono ormai “stoccati” 150 milioni di tonnellate di questo materiale che degradandosi (processo che può durare anche quattro secoli) dà vita al fenomeno delle microplastiche: granelli di plastica ingeriti dai pesci, che li immettono nella catena alimentare fino ad arrivare all’uomo. Questa piaga è in buona parte dovuta alle esportazioni di enormi quantità di plastica da eliminare verso l’Africa e non solo. Sono 680 mila le tonnellate di rifiuti che ogni anno gli Stati Uniti esportano in 96 Paesi disponibili a riceverli. In testa alla lista la Malaysia, il Messico, la Thailandia e poi Ghana, Uganda, Tanzania e altri Stati africani. Secondo le aziende statunitensi il materiale viene riciclato, ma la verità è che buona parte di questi rifiuti viene bruciata, liberando diossina, oppure dispersa nell’ambiente. Fino al 2019 l’Europa esportava al ritmo di 150 mila tonnellate al mese soprattutto in Cina, Paese che però è diventato riluttante a importare plastiche da riciclo, essendo ormai in grado di coprire il proprio fabbisogno internamente.

La plastica “bio” resta una soluzione parziale: è vero che si degrada in poco tempo, ma viene prodotta a partire da farina o amido di mais e di grano, o comunque da altri cerali. Produrla richiede quindi un incremento delle coltivazioni cerealicole, con l’impiego di massicce dosi di fertilizzanti e pesticidi (quasi sempre derivati dal petrolio), oltre alla destinazione a questo scopo di vaste estensioni di terre coltivabili, spesso a discapito della sicurezza alimentare.

Nel 2020 è arrivata anche la pandemia a peggiorare la situazione, con un aumento esponenziale della produzione di plastiche incentivato sia dal calo del prezzo del petrolio sia dal bisogno di miliardi di dispositivi di protezione personale: basti pensare a guanti e mascherine “usa e getta”. Ormai non facciamo più caso al ruolo della plastica nelle nostre vite, onnipresente nella nostra cultura materiale. La plastica, di cui non possiamo fare a meno, è la vera conquistatrice del mondo. Solo nel 2019, per la sua produzione, incenerimento e smaltimento si sono riversate nell’atmosfera 850 milioni di tonnellate di CO2, l’equivalente dell’impatto di 190 nuovi impianti a carbone da 500 megawatt. Secondo il World Economic Forum, entro il 2030 l’inquinamento è destinato a raddoppiare se si manterrà l’attuale trend di crescita dell’impiego di plastica, che potrebbe essere la responsabile del non raggiungimento degli obiettivi di Parigi 2015. Una riflessione urgente s’impone, soprattutto quando in nome della salute sono stati archiviati i problemi ambientali, come se non esistessero più, aggravando ulteriormente una situazione già compromessa.  

Le potenze sono tali perché riescono a “vedere lungo” e ad anticipare gli altri Paesi. In queste settimane, malgrado la pandemia in corso, nel gioco delle potenze ci sono state importanti novità su diversi fronti. Dalla guerra del petrolio, che non è soltanto una questione di prezzi ma di protagonisti del mercato futuro, alla corsa all’Artico. Qualche mese fa Donald Trump si è lasciato sfuggire una battuta in merito all’acquisto della Groenlandia seguendo il copione del 1867, quando gli USA comprarono l’Alaska dalla Russia per 7,2 milioni di dollari dell’epoca. La reazione della Danimarca, Paese al quale appartiene la Groenlandia, pur con grandi autonomie, è stata di indignazione. Quella gigantesca isola nordamericana, colonizzata dai vichinghi nel Medioevo e oggi popolata da 56.000 inuit, è uscita dal dimenticatoio grazie al cambiamento climatico. Non soltanto sta tornando la “terra verde” che fu apprezzata dagli agricoltori vichinghi, ma lo scioglimento dei ghiacci che coprono la sua superficie sta svelando importanti giacimenti di terre rare, uranio, idrocarburi, oro. Ma, in realtà, ciò che più pesa nel rinnovato interesse strategico per la Groenlandia sono le nuove rotte commerciali artiche.

La Cina sta ipotizzando una “Via della Seta” marittima polare che passa proprio dalle acque della Groenlandia, ma anche Russia e Stati Uniti sono interessati. Nei giorni scorsi Washington ha siglato un accordo di cooperazione economica con il governo autonomo groenlandese del valore di 11 milioni di euro destinati all’estrazione di minerali e al turismo. Poca cosa, tra l’altro sostenuta dal governo danese socialdemocratico, ma abbastanza per far infuriare le forze politiche dell’opposizione, dalla destra estrema ai socialisti. L’accordo siglato con gli Stati Uniti rappresenta un segnale a Cina e Russia, che da anni tentano di costruire relazioni strette con la Groenlandia. La logica degli Stati Uniti è semplice: quell’isola, geograficamente americana, non può entrare nell’orbita delle potenze antagoniste. La presenza sull’isola si rinforzerà con l’apertura di un consolato degli USA nella capitale Nuuk, che si aggiungerà alla storica base militare Thule, al Nord, e a un’altra in costruzione a sud.  Il futuro della Groenlandia non potrà che essere quello di una pedina nel “grande gioco” mondiale che ci attende. Tornerà di attualità il controllo dei mari, laddove essi rappresentano passaggi chiave per il traffico di merci e scenari strategici per future guerre.

“Kalaallit Nunaat”, la “terra degli uomini” in lingua groenlandese, rischia ora di condividere il triste destino delle altre frontiere estreme della natura, diventate all’improvviso appetibili per corporation e potenze. Come l’Amazzonia, il delta del Niger o la Patagonia cilena, anche la patria degli Inuit conoscerà sfruttamento selvaggio delle risorse, contaminazione ambientale, sudditanza agli interessi stranieri. Per questo motivo parlarne, far conoscere luoghi così reconditi e da sempre dimenticati oggi diventa importante. Se qualcosa cambierà nel nostro modello di sviluppo, come tutti ora auspicano, la prova generale avverrà in queste regioni lontanissime. Terre messe in pericolo perché imprescindibili per la globalizzazione odierna. Terre che diventano appetibili in una logica che non riconosce il valore indispensabile della sostenibilità. Se si aprirà la “Via Polare della Seta”, o se saranno gli Stati Uniti o la Russia a sfruttare la Groenlandia, alla fine dei conti ciò avverrà a causa del cambiamento climatico: che sta creando problemi enormi e noti a tutti, anche se coloro che potrebbero attuare politiche per contrastarlo fanno finta di niente e anzi ne approfittano.

 

 

Al momento, in termini di vite umane, l’America Latina non sta pagando un prezzo particolarmente elevato alla pandemia di Covid-19, se si fa eccezione per alcune città come Manaus, Rio de Janeiro e São Paulo in Brasile o Guayaquil in Ecuador. Ci sono problemi sanitari più gravi, come la febbre dengue stagionale nel Cono Sud, con un numero di malati 10 volte superiore a quello dei positivi al coronavirus. Per l’America Latina i danni maggiori causati dalla pandemia riguardano l’economia. In particolare il settore del cosiddetto “lavoro informale”, che occupa dal 30 al 50% della popolazione attiva: venditori ambulanti, colf, giardinieri, muratori, badanti che lavorano in nero e vivono alla giornata. In Perù, ad esempio, il 43% dei lavoratori è fermo e non percepisce nessun reddito, e per l’80% si tratta di lavoratori informali.

La Cepal (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi, organismo economico delle Nazioni Unite) prevede che l’America Latina perderà 5 punti di PIL regionale, con un aumento di 12 milioni del numero di disoccupati; in tutto, 40 milioni di persone piomberanno nella povertà entro la fine dell’anno. A questo buio panorama si aggiunge il calo di entrate fiscali, per via della scomparsa del turismo e del calo dell’export: e di conseguenza ci saranno minori risorse per garantire sanità e sussidi, in aggiunta all’aumento esponenziale del debito pubblico, una delle piaghe più antiche dell’America Latina. Secondo gli esperti, si tratterà della peggiore crisi della storia per la regione.

La situazione in Africa non è molto diversa. Anche lì altre malattie mietono più vittime del coronavirus, con l’eccezione di alcuni focolai. Lo stesso vale per il Medio Oriente e il Sudest asiatico. Insomma, anche se i dati sono da prendere con le pinze, pare che il cosiddetto Sud del mondo, quello che una volta chiamavamo “terzo mondo”, stia reagendo bene alla pandemia. È possibile che questioni climatiche e la composizione anagrafica delle popolazioni abbiano limitato la diffusione del virus e la gravità dei contagi. La pandemia, invece, sta colpendo in profondità i Paesi con le più alte percentuali al mondo di persone anziane sulla popolazione totale: quelli, cioè, dotati di sanità moderna e spesso anche di welfare.

Per quanto riguarda l’impatto economico, le previsioni del Fondo Monetario Internazionale non fanno sconti a nessuno, quando prevedono un calo globale di 3 punti di PIL con punte di 10 punti in Europa. Ma le società più colpite sono anche le più ricche, quelle che hanno risorse da investire sia per fronteggiare l’emergenza sia per la “ricostruzione”. Stanziamenti di miliardi e miliardi sono stati annunciati dagli Stati Uniti e dall’Europa, che già cominciano a spendere.

Saranno i Paesi del Sud del mondo, che pure dal punto di vista sanitario avrebbero altre priorità, a pagare doppiamente la crisi. Avendo adottato anch’essi misure di lockdown, e vivendo soprattutto di export di materie prime, subiranno un tracollo economico senza avere risorse da destinare alla ripresa: quindi ricorreranno massicciamente al debito, emettendo moneta e generando inflazione, con tutte le conseguenze sociali e l’instabilità politica che ne deriveranno.

È vero che una pandemia è un problema globale, ed è auspicabile che tutti seguano le indicazione dell’OMS; ma non è vero che tutti ne pagheranno le conseguenze allo stesso modo: una volta superato il problema sanitario ciascuno farà per sé, la solidarietà si sarà esaurita. Perciò lo slogan “andrà tutto bene”, e gli inviti alla solidarietà e alla collaborazione internazionale per fronteggiare il dramma sanitario, andrebbero riformulati: dovrebbero essere estesi allo sforzo per uscire, tutti insieme, anche dalle tragiche ricadute economiche del fenomeno coronavirus. Capirlo e agire di conseguenza sarebbe la più grande rivoluzione degli ultimi decenni, la migliore eredità lasciata da questa pandemia.

 

La pandemia di coronavirus, per quanto i dati dei decessi siano relativamente modesti, è diventata una big news. Cioè una notizia che monopolizza velocemente tutto l’arco dell’informazione. Forse perché si tratta di un problema che colpisce in prima persona gli stessi giornalisti delle grandi reti e i cittadini dei Paesi più ricchi al mondo. Se andiamo a vedere i numeri, infatti, i morti attribuiti al coronavirus non arrivano neppure alla metà delle 710.000 vittime che ogni anno sono causate da malattie trasmesse da mosche e zanzare. Più lontani ancora dal milione e mezzo di morti provocati dalla TBC, per non parlare della strage nascosta causata dal cibo spazzatura, dall’obesità e dalle patologie associate: 4 milioni di persone all’anno, secondo le stime più prudenti.

Ovviamente, la questione è che nessuna di queste piaghe crea i problemi economici che stiamo vedendo oggi. Si tratta, infatti, di cause di mortalità che colpiscono zone rurali o comunque a economia agricola, o che si concentrano nelle periferie povere delle metropoli. Sono le cosiddette “malattie dimenticate”: alcune, come la TBC, prevenibili; altre, come la malaria, gestibili se solo si potesse disporre di mezzi adeguati. Per la stampa e per tutti noi, fatalisticamente, è quasi scontato associare la povertà alla morte causata da malattie che pure si possono prevenire o curare. E così milioni di morti non fanno notizia.

Anche davanti alle catastrofi naturali il copione è lo stesso. L’evento che più a lungo ha colpito l’immaginario del mondo dell’informazione e dei cittadini occidentali è stato lo tsunami che colpì i Paesi affacciati sull’Oceano Indiano nel 2004. Una catastrofe che fece oltre 200.000 morti, ma che bucò lo schermo perché tra le vittime dei resort su spiagge da sogno vi erano migliaia di turisti occidentali. Quando, tra qualche mese, inevitabilmente ci saranno carestie nell’Africa devastata dalle cavallette, i morti per fame o malnutrizione non saranno nemmeno contati. E prenderemo la notizia con quella passiva accettazione con cui archiviamo tutto ciò che accade in Africa.

Sappiamo tutti che il processo di identificazione emotiva scatta più facilmente con chi ci è più simile, più vicino. Tuttavia ciò che si è perso di vista, e che il coronavirus ci ricorda tragicamente, è che in questo mondo interconnesso tutti siamo “vicini”, come mai è successo in passato: i problemi degli altri sono anche i nostri. Noi, pare, non possiamo permetterci di morire per situazioni che avrebbero potuto essere previste e prevenute: come le infezioni disastrosamente propagatesi negli ospedali e nelle case di riposo. Sarebbe bastato conoscere e applicare i protocolli che sono stati usati durante le epidemie di ebola in Congo o Sierra Leone, e che alcune Ong attive in quei contesti stanno insegnando ora al personale di diversi ospedali europei. Paesi lontani, eppure vicini.

Psicologicamente, professionalmente, logisticamente non si era preparati a fare fronte a un’epidemia “da poveri” che per la prima volta colpiva i ricchi. Nascono da qui la sottovalutazione, le tempistiche sbagliate, il dibattito sull’immunità di gregge e altre perle inanellate dai governi nazionali e locali dell’Occidente. Davamo per scontato che non potesse capitare a noi ciò che ci raccontavano i missionari e gli operatori delle Ong di ritorno dall’Africa. Non ci sono molte speranze, purtroppo, che la lezione sia stata compresa. Al coronavirus si risponderà aumentando i posti in terapia intensiva, con nuovi protocolli sanitari e nuove assunzioni di medici e infermieri. Senza capire che il punto debole in Italia, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti è stata l’ospedalizzazione della malattia, in mancanza di strutture territoriali che potessero essere di sostegno alle famiglie, garantire cure a domicilio, “misurare” in tempo reale il propagarsi dell’infezione e decongestionare così le strutture di pronto soccorso. È un intero modello sanitario che crolla in Occidente, quello fatto di iperspecializzazione, macchinari miliardari e ospedali di eccellenza. Battuto però da un virus influenzale particolarmente aggressivo. Si scopre ora che quella rete sanitaria di base che avrebbe potuto fare la differenza da noi non c’è più, mentre esiste in Paesi molto poveri, dove non ci sono le risorse per ospedali e strumentazioni d’avanguardia. Che i medici di uno degli Stati più poveri di mezzi tecnologici come Cuba siano stati chiamati per lavorare in Spagna e Italia è un segno evidente del grande fallimento della sanità intesa come business.

 

Per molto tempo siamo stati prigionieri dell’idea che il concetto di “sicurezza” equivalesse esclusivamente a protezione da attacchi terroristici. Una bolla nella quale siamo finiti dopo l’11 settembre 2001, popolata da servizi di intelligence, da nuove e maggiori forme di controllo sui cittadini (e conseguenti restrizioni della privacy) e da gruppi jihadisti, ma anche da movimenti indipendentisti, fronti di opposizione a regimi autoritari e organizzazioni dedite al narcotraffico. La lotta al terrore, infatti, è stata sempre una categoria ambigua, sfruttata da diversi regimi per perseguitare gli oppositori e utile in Occidente a foraggiare l’industria bellica e quella della sicurezza, pubblica e privata.

Ora scopriamo che non eravamo preparati a garantire un’altra forma di sicurezza, quella sanitaria, anche se epidemie e pandemie sono note da tempi remoti. Ma siamo alle soglie anche di un’altra emergenza in arrivo, quella alimentare. Un tema poco discusso, di solito riservato agli addetti ai lavori, anche se in questo le cause del problema sono note a tutti. La sicurezza alimentare, infatti, oggi è a rischio per via del modello agroindustriale mondiale e del cambiamento climatico. Mentre il prezzo del petrolio è in caduta libera, stanno schizzando alle stelle le quotazioni dei cereali e della soia. Questo perché l’Australia, uno dei sette grandi produttori mondiali di cereali, con gli incendi di quest’anno ha perso il 50% del raccolto, mentre in Argentina è stata reintrodotta una tassa sull’export agricolo soprattutto di soia, che ne limita la disponibilità sui mercati internazionali, e altri grandi produttori come Russia e Stati Uniti stanno frenando le esportazioni per accumulare riserve strategiche. Il calo della produzione australiana ha portato diversi Paesi asiatici a rivolgersi al mercato statunitense e a quello europeo, dove però, per motivi climatici, si teme che i raccolti di quest’anno non saranno straordinari.

Si “scopre” quindi che i cereali, la base dell’alimentazione mondiale, potrebbero scarseggiare presto. E questo nell’anno in cui le coltivazioni dei Paesi del Corno d’Africa e dell’Africa Orientale sono state distrutte da una drammatica invasione di cavallette. La minore disponibilità di cereali e il conseguente aumento del prezzo non influirà soltanto sull’industria di trasformazione europea, ma anche sul sistema dell’allevamento continentale. Le conseguenze peggiori potrebbero verificarsi in Africa, dove una minima variazione del prezzo dei cereali è in grado di provocare carestie, alle quali seguono immancabilmente le cosiddette “rivolte del pane”, a loro volta premessa di instabilità politica che sfocia nell’autoritarismo. Questa crisi alimentare e umanitaria, prevedibile e annunciata, si potenzierà inevitabilmente sovrapponendosi a quella economica globale determinata dalla pandemia.

Il tracollo della grande agricoltura ci riconduce alla madre di tutte le questioni, il cambiamento climatico. Bene ha fatto Greta Thunberg, con il suo movimento ambientalista, a continuare a manifestare anche in mezzo alla pandemia di coronavirus, ovviamente online, perché il nodo climatico venga affrontato. Non si può sospendere l’attenzione su questo nodo cruciale perché ci sono altre emergenze. Anche perché il mondo ormai è in stato di perenne emergenza: si susseguono crisi tra loro diverse, ma quasi sempre generate da combinazioni di fattori riconducibili al cambiamento climatico e al modello di sviluppo seguito a livello mondiale. Se le risposte saranno sempre parziali, scoordinate, sviluppate su scala locale e non a livello internazionale, non si riuscirà mai a fare prevenzione. Non ci sarà lieto fine come nella fiaba dell’eroico bambino olandese, che tamponando con il dito la falla di una diga, riuscì a salvare i suoi concittadini dall’alluvione. Ci vorrebbero gli stati generali della Terra per costruire un’agenda condivisa. Ma questo oggi suona come un’utopia, siamo ancora troppi impegnati a capire come salvarci da soli.

 

Il rischio di svolte autoritarie motivate dalla necessità di far fronte alla pandemia comincia a diventare realtà. Con il voto di due terzi del Parlamento ungherese, Viktor Orbán ha sostanzialmente mutato la già debole democrazia ungherese in una dittatura che, come già successo più volte nella storia, inizia con un voto democratico. Il potere legislativo ungherese – che, come in tutte le democrazie, dovrebbe essere un potere altro e di garanzia rispetto a quelli esecutivo e giudiziario – ha votato per sospendere le proprie funzioni, trasferendo il potere in modo illimitato e senza scadenze al primo ministro.

Gli unici precedenti europei dell’ultimo secolo sono stati negli anni ’20 l’ascesa di Benito Mussolini e negli anni ’30 quella di Adolf Hitler, entrambi legittimati come dittatori dai rispettivi Parlamenti. Non è retorica parlare di dittatura nel caso ungherese: il primo ministro potrà governare a tempo illimitato decretando da solo, potrà sospendere elezioni, controllare gli organi di stampa e condannare fino a cinque anni di reclusione chi diffonde notizie “false” rispetto a quanto comunicato dal governo. L’accerchiamento degli autoritarismi ai confini dell’Unione Europea, di cui sono protagonisti i vari Putin, Erdoğan e al-Sisi, ha fatto breccia all’interno della Comunità. La risposta a quanto avvenuto in Ungheria sarà il vero banco di prova per gli altri 26 Paesi UE, che, in questo momento, non avevano bisogno di un nuovo fronte interno.

La svolta ungherese è stata preparata fin da quando è iniziata la pandemia. Le diverse batterie virtuali al servizio della galassia sovranista europea hanno da subito cominciato a sparare su due fronti. Il primo è quello del patriottismo, delle bandiere, del linguaggio militare, degli inni cantati dai balconi, colorando di nazionalismo patriottico quella che era ed è un’emergenza sanitaria. Il secondo è l’attacco sistematico all’Unione Europea, da sempre uno dei bersagli preferiti dai sovranisti. L’Unione, già provata dalla Brexit, in poco tempo ha fatto molto per la crisi, sospendendo il Patto di Stabilità e facendo pressione sulla Banca Centrale Europea che, nonostante le resistenze iniziali, ha lanciato un quantitative easing senza tetto. Il punto dolente è quello degli eurobond, cioè della socializzazione dei debiti nazionali dovuti alla crisi. Tema delicatissimo, perché la condivisione del debito è un tabù per molti Paesi europei. Ma al netto del giusto dibattitto, e della mediazione che alla fine si troverà, le batterie dell’odio hanno inondato il web di fake news sull’Europa matrigna, dalla quale uscire senza indugio.

In questo clima, la mossa di Orbán scivola via più facilmente. Da una parte l’UE è seriamente impegnata nel contrastare la pandemia, dall’altra si è formato un consenso trasversale antipolitico, anti-istituzionale e pro-soluzioni drastiche che rischia di trasformare Orbán nel simbolo della mitologica “mano forte” che dovrebbe sistemare tutto. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che una svolta del genere, per certi versi inedita, avvenisse all’interno dell’Unione Europea, considerata ancora come un bastione della democrazia. Anche su questo bisogna riflettere, cioè su come la democrazia non si stia affatto diffondendo, ma anzi stia addirittura vacillando nel continente dov’è nata. La prima precauzione, per evitare la diffusione di questo virus potenzialmente più letale del Covid-19, è ammainare le bandiere, ignorare gli appelli che parlano di patria o di nazione e, soprattutto, cancellare il linguaggio militare. Il coronavirus è una pandemia, non una guerra. I cittadini non sono soldati ma si adeguano alla situazione, adottano le misure richieste solo se sono consapevoli. La patria non c’entra nulla, conta la solidarietà. E chi solleva qualche critica alla gestione della crisi, infine, non è un criminale, ma un cittadino, una persona che esercita il diritto di parola: senza il quale non si è più in democrazia.

 

Nella nostra realtà colpita dalla pandemia di coronavirus, le notizie che riescono a superare la marea di racconti sulla chiusura degli esercizi pubblici, gli inni cantati a squarciagola dai balconi o i consigli dei vip per non ammalarsi ci parlano, come sempre, di un mondo contraddittorio. Da un lato si ha finalmente la prova pratica di ciò che gli ambientalisti e la scienza affermano da decenni: e cioè che la combustione di petrolio e di carbone è la principale causa dell’inquinamento atmosferico, e di conseguenza del cambiamento climatico. Nelle località colpite da Covid19, gli indici di inquinamento sono crollati per via della quarantena di massa. Dalla Cina alla pianura padana. È la tragica dimostrazione empirica di quanto già si sapeva.

Dall’altro lato, nel mondo continua ad avanzare il totalitarismo. La manovra a tenaglia di Vladimir Putin per perpetuarsi al potere in Russia sembra ormai riuscita. Nominalmente la Russia è una democrazia, pur essendo in mano a un piccolo gruppo di politici e di affaristi, e pur detenendo il triste record per numero di giornalisti ammazzati, trecento, negli ultimi vent’anni. E ha bisogno di continuare a rispettare le apparenze democratiche. Putin ha quindi fatto ricorso a uno dei più consolidati trucchi sporchi delle neodemocrazie dell’America Latina: cambiare le regole in corso d’opera. Ha varato una riforma costituzionale che permette a un cittadino di essere eletto per due volte presidente, ma conteggiando i mandati solo dalla data di promulgazione della riforma stessa. Ora che la Corte Costituzionale ha dato il via libera, manca solo la formalità di un referendum popolare, indetto per il prossimo 22 aprile, che ovviamente sarà vinto dal presidente in carica. Alla fine di questo iter, nel 2024 l’uomo che ha vinto in Crimea, Ucraina e Siria, Vladimir Putin, potrà ricandidarsi per altri due mandati. E continuerà a gestire un potere che è nelle sue mani ininterrottamente dal 1999: una carriera al vertice della Russia più lunga di quella di Stalin. Un potere così longevo concentrato nelle mani di una sola persona chiude ulteriormente gli spazi di libertà e di democrazia.

Lo stesso sta accadendo in Turchia e in Egitto, dove Erdoğan e al-Sisi fingono anch’essi di guidare Paesi democratici. In realtà questa situazione non interessa molto al resto del mondo: anzi, nel contesto caotico di oggi si sente ripetere in continuazione che i Saddam Hussein, i Gheddafi, i Mubarak garantivano almeno la stabilità. Siamo dunque di fronte a una riduzione degli spazi di libertà individuale in Occidente, prima per il terrorismo poi per il virus, e a un ritorno alle democrature, cioè delle dittature che si vestono di democrazia, altra invenzione del laboratorio politico latinoamericano. Le proteste si circoscrivono al Paese in questione, ma a livello internazionale, se non si ha il palato troppo fine, le cose vanno bene. Alla fine si cerca sempre stabilità: un bene che si può raggiungere con la coesione sociale e politica oppure con il totalitarismo. Purtroppo, la strada che oggi va per la maggiore è la seconda: è quella più semplice e che offre agli interlocutori internazionali le maggiori garanzie.

Per un Paese democratico però non è un grande affare vivere in un mondo sempre più affollato di dittatori o aspiranti tali. Sono contagiosi, diffondono un virus non meno letale di quelli biologici. Certamente la democrazia non si esporta e chi dice di farlo di solito nasconde seconde intenzioni. Ma le democrazie possono fare scelte, pensare al di là dei propri interessi contingenti. Avere permesso a Putin e a Erdoğan di mettere sotto ricatto l’Europa con il gas e con i profughi è stato un errore fatale. Per uscirne bisogna spezzare la nostra dipendenza energetica e farci carico del disastro umanitario del Mediterraneo. Si può fare, i due dittatori nostri vicini senza queste armi di ricatto sarebbero molto ma molto meno potenti. La democrazia è una scelta e deve fare scelte. Adagiarsi, lisciare il pelo, subire senza reagire i ricatti di regimi autoritari dimostra solo una cosa che non è però sempre vera, che chi usa la forza vince.

 

 

Spesso il dibattito politico si incaglia sui massimi sistemi perché viene influenzato dagli slogan anziché dai fatti. Nel 1994 Norberto Bobbio pubblicava il saggio Destra e sinistra: per il filosofo torinese, la differenza tra le due storiche categorie della politica passava dal concetto di uguaglianza, e cioè di quanto una forza politica tenda ad agire o no per ridurre le diseguaglianze. Da questo punto di vista, un’analisi anche solo per sommi capi della proposta di bilancio federale 2021 che Donald Trump ha girato al Parlamento di Washington inchioda il 45° presidente dell’Unione.

La manovra, che ha una consistenza di 4800 miliardi di dollari, è ricca sia di tagli sia di aumenti di spesa. I capitoli ridimensionati riguardano, tra l’altro, il sostegno ai giovani che chiedono prestiti per l’università: si tratta di un meccanismo che ormai vede la gioventù istruita statunitense gravata di un debito di 1500 miliardi di dollari, a carico soprattutto di minoranze etniche e donne. Inoltre si riducono del 15% i fondi per l’edilizia popolare, in un Paese che sta vivendo la moltiplicazione delle baraccopoli, come quelle sui marciapiedi di Los Angeles, dove sono accampate in tende oltre 80.000 persone che non possono fare fronte all’alto costo degli affitti. Vengono ridotti anche i buoni pasto e le prestazioni del Medicaid, il sistema sanitario per gli anziani poveri, e calano del 6% i fondi per l’istituto nazionale per la sanità. Sull’ambiente il taglio è ancora più deciso: -26% di fondi per l’EPA, l’agenzia statunitense per la protezione ambientale. Dopotutto, il cambiamento climatico non esiste.

In Finanziaria vengono invece aumentate le spese per prorogare fino al 2025 il taglio delle tasse per i più ricchi. Vengono premiati i veterani delle guerre con l’aumento dei pacchetti assistenziali. Aumenta del 3% il budget per la sicurezza interna, mentre quello per la sicurezza nazionale complessivamente balza in avanti del 19%. Poi ci sono fondi per costruire centri di detenzione per immigrati clandestini, e si torna alla carica con il famigerato muro che divide gli USA dal Messico stanziando 2 miliardi di dollari. Inoltre si aumenta dello 0,3% la spesa per le armi, che ormai raggiunge ben 740 miliardi di dollari all’anno, più del PIL della Svizzera. Parallelamente si riducono del 21% gli aiuti in cooperazione internazionale.

Probabilmente durante il dibattito parlamentare qualcosa di questa Finanziaria cambierà, ma l’impianto è chiaro e ci restituisce uno spaccato del moderno populismo. Trump è andato al governo con il sostegno massiccio dei ceti bianchi impoveriti dalla desertificazione economica seguita alla delocalizzazione dell’industria. Finora non ha prodotto nulla a vantaggio di questo elettorato, ma si è concentrato sulla riduzione delle tasse ai più ricchi, cioè a se stesso, e alle corporation, che già pagano poche tasse grazie a raffinati meccanismi di ottimizzazione fiscale. Altro sforzo costante di Trump è quello finalizzato all’aumento della spesa per la sicurezza e per lo sviluppo di armi. È evidente che tale impianto porta all’aumento delle diseguaglianze e alla crescita di una fascia di marginalità che avvicina alcune zone degli Stati Uniti a quello che una volta si chiamava Terzo Mondo.

Al di là dei discorsi, la politica va misurata sui fatti: e per questo possiamo affermare, utilizzando le categorie di Norberto Bobbio, che Donald Trump, presidente populista e abbastanza popolare, si colloca senza dubbio a destra. Non perché rivendichi ideologicamente il suo essere di destra, ma perché lo ha scritto a caratteri cubitali nella sua Finanziaria.

 

Dagli anni ’70 a oggi i crocieristi nel mondo sono passati da circa 500.000 a oltre 25 milioni: è il segmento del turismo che è cresciuto maggiormente nell’ultimo ventennio a livello globale, con un ritmo medio che sfiora il 20% all’anno. Mentre declinava il modello del beach resort “all inclusive”, perché i villaggi si scoprivano vulnerabili ad attentati terroristici, malattie e tsunami, il suo naturale sostituto era già pronto: la nave da crociera, che offre gli stessi comfort e in più garantisce la massima sicurezza immaginabile. Il passeggero che teme i luoghi ignoti non è nemmeno tenuto a scendere a terra. L’unico punto debole delle crociere sono i batteri, come quello della salmonella, che ogni tanto colpiscono a bordo generando situazioni a dir poco spiacevoli. Oppure i nuovi virus, come il coronavirus, che ha portato alla quarantena di oltre 3.000 persone in crociera al largo del Giappone per via di due casi sospetti. Ma si tratta di episodi isolati e marginali rispetto alla massa di persone trasportate dalle navi da crociera ogni anno.

L’aumento vertiginoso della domanda sta travolgendo le stesse compagnie armatrici. Dopo anni di investimenti, la maggiore capacità ricettiva ha comportato il problema di garantire un’occupazione dei posti letto costante nei diversi periodi dell’anno. Per questo è scattata l’ora del viaggio low cost, nel quale l’importante sono i numeri e non la qualità. Troppa gente imbarcata, troppo grandi le navi, troppa manodopera sottopagata e demotivata. Le crociere trasportano viaggiatori che rischiano di travolgere le città in cui si fermano per poche ore: migliaia di turisti scaricati tutti nello stesso momento e nello stesso punto, e che di solito si recano insieme a vedere gli stessi luoghi turistici. A Venezia, Miami, Barcellona o Atene ormai li temono, perché sono turisti che hanno i pasti e il pernottamento pagati a bordo, e sul posto si limitano a consumare, se va bene, qualche bibita e il gelato. Turisti che intasano le piazze, che rendono insostenibile la visita ai musei, che allontanano quei turisti che invece sarebbero disposti a spendere.

Ed è qui che si inserisce Ocean Cay, la prima destinazione inventata sulla quale scaricare turisti senza impatto ambientale. Si tratta di un isolotto artificiale creato negli anni ’70 nelle Bahamas per estrarre sabbia di aragonite, quella bianca per eccellenza. L’isolotto, abbandonato da tempo, e l’area marina circostante, per circa 100 chilometri quadrati, sono stati acquistati dal gigante delle crociere MSC per 50 milioni di dollari, ai quali si sono aggiunti circa 300 milioni destinati alle bonifiche. Ocean Cay è stata “ridisegnata” per i bisogni dei turisti da crociera che qui vengono portati per passare qualche giorno di mare. Su Ocean Cay lavorano 150 persone e sono state costruite otto spiagge, più una di servizio, tutte radiosamente bianche, essendo di aragonite. Sono stati inoltre piantumati 75.000 alberi e piante e costruiti 100 edifici in finto stile coloniale: bar, ristoranti e camere per il personale, visto che i turisti dormiranno sulle navi ancorate al largo.

Ocean Cay chiude il cerchio del mondo delle crociere. Non bastava la ricreazione di un mondo ideale a bordo: ora i turisti scenderanno a terra in un mondo altrettanto virtuale creato ex novo. Una finta spiaggia da cartolina in mezzo ai Caraibi. Se, oltre a rispondere a criteri di sicurezza, si punta sul serio anche a raggiungere obiettivi di sostenibilità, forse Ocean Cay potrebbe essere la prima risposta concreta ai problemi creati dal turismo di massa, allontanando dai luoghi vulnerabili coloro che dal viaggio si aspettano solo mare, sole e mojito. Non importa se in luoghi veri o falsi.

 

Le recenti elezioni legislative in Perù hanno confermato un dato che ormai è una costante in tutto il continente americano: lo sbarco in politica delle religioni carismatiche e delle sette religiose. Nel caso peruviano, la seconda forza uscita dalle urne, il Frepap, nasce dalla Missione Israelita del Nuovo Patto Universale, la chiesa millenarista e messianica fondata da Ezequiel Ataucusi Gamonal nel 1968. Nella vicina Bolivia, uno dei candidati che si contenderanno la presidenza il prossimo maggio è il predicatore evangelico Chi Hyun Chung, nato in Corea del Sud e trasferitosi da bambino insieme alla famiglia nel Paese sudamericano. Nel 2018 in Costa Rica arrivò al ballottaggio per la presidenza della Repubblica il cantante cristiano Fabricio Alvarado, sostenuto dal partito evangelico Restaurazione Nazionale, mentre in Colombia si registrava il flop di Todos Somos Colombia, il partito di Jorge Trujillo, fondatore della chiesa Casa del Regno. Ma in realtà queste chiese hanno già espresso presidenti: come l’ex dittatore e genocida José Efraín Ríos Montt, che fu poi democraticamente eletto presidente del Parlamento del Guatemala grazie alla sua conversione al pentecostalismo; oppure il più famoso di tutti, Jair Bolsonaro, presidente del Brasile e frequentatore della chiesa battista.

Tutte queste esperienze politico-religiose hanno molto in comune. Innanzitutto l’essere fortemente conservatrici e il considerare i diritti ottenuti dal mondo LGBT e la legalizzazione dell’aborto volontario come una dimostrazione del fatto che si è imboccata la strada che porta a Sodoma e Gomorra. Proprio questa avversione per i diritti civili diventa il principale punto di contatto con il mondo conservatore tradizionale, che da sempre dichiara di battersi per difendere i valori appunto “della tradizione”, che in America Latina equivale a difendere i diritti dei bianchi, maschi e benestanti. Ma lo stesso avviene anche negli Stati Uniti, dove i neocon, provenienti soprattutto dalle piccole chiese rurali, sostengono da anni i candidati repubblicani più restii a riconoscere i diritti civili.

Per questi nuovi protagonisti della politica americana, la discesa in campo è paradossalmente “apolitica”: dichiarano di volere solo vegliare sui principi morali. Ufficialmente, rivendicano dunque una funzione da controllori piuttosto che da forza candidata a governare. Usano le forme di rappresentanza offerte dalla democrazia ma non ne condividono il principio di fondo, e cioè il diritto all’esistenza di visioni diverse del mondo, e anche della famiglia. Sfruttano come ariete la democrazia, insomma, ma vorrebbero ridurla a specchio delle loro convinzioni. Finora queste chiese erano state dietro le quinte, limitandosi a portare acqua ai politici loro più vicini, ma da alcuni anni cominciano a esprimere propri candidati. Hanno così giocato un ruolo fondamentale nell’avvicinare una base popolare ai partiti conservatori: un elettorato che non si sentiva rappresentato dalla politica tradizionale e che ora partecipa alla politica con lo spirito del crociato che combatte il male.

Tutto ciò accade perché i poveri e i poverissimi hanno trovato in queste chiese ascolto e soprattutto una rete di protezione, laddove lo Stato non esiste. Chiese come cooperative, alle quali si versa la decima dello stipendio, ma dalle quali si riceve un aiuto quando c’è bisogno. È questa la conseguenza, l’onda lunga della politica vaticana che allontanò i sacerdoti che aderivano alla Teologia della Liberazione, spalancando così le porte ad altre religioni. Il punto è che non siamo di fronte a una disputa teologica: l’ingresso in politica di chiese organizzate in partito rinforza quei settori conservatori, finora minoritari, che finalmente possono candidarsi a vincere in democrazia. Democrazia che loro stessi mettono in pericolo una volta insediati. Non solo l’elenco dei Paesi democratici si è ristretto negli ultimi anni, ma all’interno di essi ci sono forze sempre più rilevanti che mirano a trasformare la democrazia in teocrazia. E non parliamo di Medio Oriente, ma di America.