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Aggrappati al turismo

Pubblicato: 16 ottobre 2021 in Senza categoria

Dopo la Thailandia, le Seychelles, le Maldive, l’Indonesia e l’Egitto, anche il Vietnam ha annunciato una “sandbox” turistica o, meglio, la creazione di “bolle sanitarie” per riaprire le porte al turismo internazionale. La maggior parte dei Paesi asiatici aperturisti è alle prese con la variante delta e con una situazione sanitaria ancora lontana dall’essere sotto controllo, a causa della scarsa diffusione dei vaccini. Eppure hanno fretta di riaprire perché il turismo di massa, soprattutto quello in cerca di mare e sole, rende questi Paesi simili a organismi assuefatti alle droghe pesanti, che passano dal danneggiarsi assumendo droga allo star male per l’astinenza. Per molti di essi il turismo è stato negli ultimi decenni il toccasana che consentiva di incamerare valuta forte e, in questo modo, di mantenere basso il disavanzo pubblico, ottenendo tassi di interesse contenuti al momento di rivolgersi al mercato internazionale dei capitali. Questo in aggiunta, ovviamente, all’occupazione generata dal settore, importante per le casse pubbliche in quanto si tratta di personale in regola e di imprese che fatturano regolarmente e, quindi, versano al fisco.

La riapertura dell’industria turistica di Phuket, Bali o Sharm el-Sheikh non deve meravigliare. Infatti, contrariamente a quanto capita nei confronti di Stati ben più ricchi, gli organismi internazionali e i mercati di capitale si aspettano che i Paesi emergenti registrino avanzi di bilancio, abbiano solide riserve in valuta estera e non eccedano nella spesa pubblica. Sono i parametri in base ai quali si calcolano tassi d’interesse più o meno salati al momento della concessione dei prestiti, e il turismo, insieme alle rimesse degli emigrati, è vitale perché questi Paesi possano raggiungere condizioni favorevoli. A tale logica sfuggono gli Stati con un’economia più matura e bilanciata, che hanno entrate generate anche da esportazioni diversificate e possono contare su un mercato interno più solido. Paesi come quelli che nel Sudest asiatico stanno riaprendo al turismo hanno, viceversa, un settore di beni e servizi dipendente da pochissime voci, tutte collegate alla congiuntura internazionale, come appunto il turismo.

Ecco perché l’industria turistica di massa nei Paesi emergenti è così importante e, al tempo stesso, devastante nei suoi impatti. Crea seri problemi ambientali e sociali, introduce dinamiche esogene sul costo di merci e servizi, opera quasi senza vincoli né controlli. Il turismo, in queste situazioni, non genera processi di reale sviluppo e non viene pensato come opportunità di crescita delle comunità locali, ma solo come “salvadanaio” degli Stati. Che, dunque, chiudono gli occhi davanti allo scempio ambientale o all’imposizione di condizioni di lavoro intollerabili pur di far continuare il flusso di turisti, considerati solo come portatori di valuta forte.

Si tratta di una situazione che si presenta uguale a sé stessa fin dalla nascita turistica di queste destinazioni, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, senza che si sia mai veramente cercato di porre dei correttivi. Il turismo continua a vivere un’enorme contraddizione: genera risorse gigantesche, seconde solo a quelle del settore manifatturiero, ma viene considerato un’attività quasi marginale, finalizzata a tappare buchi dei conti pubblici. Eppure, a differenza dell’industria, del commercio o delle attività finanziarie, il turismo si svolge in luoghi che sono quelli del vivere comune, consumando territorio, acqua, cibo, bellezza; il turista entra capillarmente nella vita delle popolazioni, convive con i residenti, spesso nella stessa casa, e cambia il volto delle città e delle coste, cambia la cultura locale, fa muovere importanti pezzi dell’economia reale. Ma questi aspetti non sono considerati: il turista continua a essere percepito come una specie di convitato di pietra, una questione di vita o morte solo per i conti pubblici.

La globalizzazione e l’osservatorio che è questo libro: attivati

Lanciamo questa campagna di crowdfunding per rendere possibile un nuovo progetto editoriale di OGzero, che riteniamo urgente e necessario: il libro di Alfredo Somoza, “Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart” , per conoscere e interpretare le dinamiche della globalizzazione in modo puntuale e documentato.

Smascherando le fake news, ma anche andando a indagare sui reali vantaggi della civiltà smart. Uno sguardo critico che vada oltre la retorica trionfalistica sul futuro dell’umanità. La globalizzazione è un fenomeno che ha cambiato la nostra vita con dinamiche nuove e riproposto in veste moderna altre molto antiche. Il libro racconta gli scenari dell’economia mondiale, della lotta per la terra e l’ambiente, dei diritti ottenuti e negati, del gioco delle potenze. Senza ideologismi né compromessi.

Il libro racconta il mondo nel quale siamo già sommersi, anche se ancora non ci è stato del tutto svelato. Il lavoro di Alfredo Somoza è ispirato all’idea che un altro mondo migliore sia ancora possibile, idea che lo accompagna dai tempi in cui partecipò al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre esattamente 20 anni fa. I testi saranno accompagnati da una sezione audio sul sito di ogzero.org con podcast di approfondimento dedicati.

Perché è importante il tuo coinvolgimento

Abbiamo pensato a una campagna di crowdfunding per coinvolgere le persone non esaurendo l’attivazione al semplice acquisto di un libro. Vogliamo utilizzare questa “scusa” per lanciare una community di attivisti geopolitici , a partire dal tema della manipolazione delle informazioni e della globalizzazione, con uno sguardo organico e un’interpretazione potente.

Partecipare alla campagna su Produzioni dal Basso è importante, perché il libro offre chiavi di lettura utili per interpretare il mondo che ci circonda, spesso a partire da notizie che non riescono a guadagnare i titoli dei giornali, talvolta per conflitto di interessi. Il progetto non comprende solo il libro, ma uno sguardo continuativo delle dinamiche globali e delle loro conseguenze. Un osservatorio che l’autore cura da 20 anni con aggiornamenti settimanali che si potranno continuare a seguire nel tempo. Molte cose che troverete in questo libro sarebbero censurate in diverse parti del mondo.

Perché una delle vittime eccellenti della pandemia – e dalla globalizzazione – è stata la democrazia e di conseguenza la libertà di stampa.

per info e sostegno: https://www.produzionidalbasso.com/project/siamo-gia-oltre-partecipa-al-progetto-di-attivismo-geopolitico/

La musica di Bob Marley, scomparso 40 anni fa, ha dato notorietà a una storia che rasenta l’incredibile e che si è svolta tra gli Stati Uniti, la Giamaica e l’Etiopia. Il personaggio da cui bisogna partire per comprendere le parole di Marley è Marcus Mosiah Garvey, sindacalista nato in Giamaica nel 1887 ma vissuto a lungo negli Stati Uniti, dove si trasferì durante la Prima guerra mondiale. Pochi anni prima aveva cominciato a occuparsi delle condizioni di lavoro e di vita degli afroamericani in Giamaica, fondando la Universal Negro Improvement Association, e continuò a farlo nella sua seconda patria. Garvey aveva in mente un grande e originale disegno, quello di riportare in Africa i discendenti degli schiavi, convinto che non avrebbero mai potuto riconquistare la libertà in quella terra di esilio forzato.

Garvey predicava anche una profezia contenuta nella Bibbia amarica che prefigurava l’incoronazione di un imperatore nero in Africa, destinato a estirpare il male e scacciare i dominatori.  Quell’imperatore, nella visione di Garvey, si insediò sul trono dell’Etiopia nel 1930: era Ras Tafari Maconnèn, meglio noto con il nome di Hailé Selassié I, secondo la tradizione discendente da re Salomone e dalla regina di Saba. L’incarnazione della profezia divenne il punto di riferimento di una nuova religione nazionalista, il rastafarianesimo. Garvey riuscì a formare un governo africano in esilio a Harlem e a fondare una compagnia di navigazione, la Black Star Line, per rimpatriare afroamericani in Africa. Qualche decennio dopo, alcuni rasta che vivevano in comunità in Giamaica si trasferirono davvero in Etiopia per vivere nella terra del Leone di Giuda. Hailé Selassié non poteva credere di poter contare su persone che lo consideravano una divinità, arrivate da un’isola distante migliaia di chilometri. 

Questa storia si intreccia con quella di un genere musicale, il reggae, evoluzione dello ska che divenne il veicolo per la diffusione planetaria del rastafarianesimo: soprattutto grazie proprio a Bob Marley, nato in uno slum giamaicano nel 1945, esponente di spicco di un movimento musicale che con lui divenne universale. In Marley non ci sono solo i temi religiosi legati al rastafarianesimo, a partire dalla preghiera a Jah (Geova) e dall’appello ad abbandonare Babilonia-Giamaica per andare in Africa. In Marley c’è tutto Garvey. C’è una religiosità che va aiutata fumando quotidianamente ganja, la marijuana giamaicana.  E ci sono anche la protesta sociale e la voglia di riscossa. Marley è un musicista che ha reso universale la Giamaica per le sue capacità artistiche straordinarie e che ha raccontato una storia che ha radici profonde nel passato del suo Paese, dove le comunità di maroons, schiavi fuggiti dalle piantagioni, costruirono villaggi indipendenti nel cuore delle Blue Mountains, ma anche la storia di Marcus Garvey, oggi dichiarato eroe nazionale, il sindacalista che voleva risolvere la discriminazione alle radici rimpatriando i neri in Africa. E infine l’incredibile collegamento con il Negus etiopico, simbolo di riscossa per i discendenti degli schiavi nei Caraibi.

È una storia che non sembra vera, eppure è soltanto una delle tante storie incredibili che si incontrano nella storia americana. Tutto alla fine si concentra in un solo nome, Robert Nesta Marley detto Bob, morto di cancro a Miami l’11 maggio 1981 e rimasto nella galleria dei musicisti immortali. In soli 36 anni di vita aveva rivoluzionato la scena musicale mondiale, fatto conoscere una religione, diffuso le idee di Garvey e denunciato la povertà e la violenza degli slum giamaicani. Un fuoriclasse che non è mai scomparso da questo mondo, perché la sua musica è frutto della storia, denuncia della schiavitù e speranza di cambiamento: in altre parole, musica classica del ’900.

Come facilmente prevedibile, in mancanza di cooperazione internazionale sulla prevenzione come sulla risposta alla diffusione del Covid-19, è scoppiata la “guerra dei vaccini”. Le case farmaceutiche e gli Stati che producono vaccini sono i giocatori di una inedita “geopolitica vaccinale” che si è determinata in pochi mesi. Prima c’è stata la corsa a mettere a punto per primi un prodotto efficace, con pochi esempi di collaborazione; poi sono cominciati i tentativi di ostacolare o favorire la distribuzione dei vari vaccini in base a criteri politici.  I vaccini della Sinopharm cinese e lo Sputnik russo la fanno da padroni in Africa, America Latina e Asia grazie ai prezzi bassi (in alcuni casi sono stati forniti gratis) e alla velocità con la quale vengono prodotti. Non si registrano finora controindicazioni significative all’impiego di questi vaccini, che tuttavia non riescono a superare le griglie di valutazione dei Paesi occidentali, Stati Uniti e Unione Europea in testa.

Intanto USA e UE fanno blocco a favore delle rispettive multinazionali del farmaco, malgrado gli inconvenienti con i rifornimenti, il mancato rispetto dei termini contrattuali da parte delle aziende e i prezzi molto variabili. Il vaccino prodotto da AstraZeneca, anglo-svedese, è quello più economico in assoluto, solo 1,80 euro a dose, ed è ritenuto tra i più efficaci. Non pochi osservatori, durante il blocco temporaneo del suo impiego stabilito tra l’altro anche da Germania, Italia e Francia, hanno ipotizzato che a questo farmaco si siano dedicate “attenzioni” particolari non solo per motivi scientifici ma anche per la sua provenienza britannica. Proprio la provenienza è il grosso ostacolo per il vaccino russo Sputnik, che in Europa viene usato solo come spauracchio per mettere pressione sui laboratori in deficit di consegna, mentre non si accelera per la sua approvazione presso l’EMA, l’agenzia comunitaria per i farmaci.

Chi è fuori dalla mischia è la Cina, che per prima ha sviluppato un vaccino efficace: ora lo produce anche in altri Stati, come il Brasile, per venderlo soprattutto nei Paesi più poveri. La mappa dell’uso del Sinopharm e degli altri vaccini nel frattempo elaborati in Cina ricalca perfettamente la mappa dei rapporti commerciali cinesi. Il vaccino diventa così una fornitura essenziale che viene incontro ai bisogni dei più deboli, rafforzando ulteriormente le relazioni con Paesi con cui Pechino ha già saldi rapporti commerciali. Anche per la Russia il vaccino Sputnik è chiaramente uno strumento di politica estera: sono i Paesi politicamente più vicini al Cremlino che stanno usufruendo della sua disponibilità, garantita anche a costo di rimandare la vaccinazione della popolazione russa.

La situazione dell’Europa è paradossale. Avrebbe la capacità installata per produrre vaccini nei laboratori che costellano l’intero continente, ma per portare avanti lo sforzo ha scelto di dipendere da tre multinazionali, due statunitensi e una con sede centrale in Inghilterra; tra poco si aggiungerà la quarta, Johnson&Johnson, anch’essa a stelle e strisce. Multinazionali che producono in impianti europei, dai quali fanno partire spedizioni di vaccini dirette verso Paesi terzi senza che prima siano stati rispettati gli accordi con la Commissione europea. Il protezionismo vaccinale, infatti, è stato utilizzato sistematicamente solo da USA e Regno Unito, che hanno imposto il divieto di export di vaccini. La posizione europea paradossalmente è quella più debole ed esposta a rischi, ma i veti incrociati difficilmente permetteranno una politica più aggressiva nei confronti dei fornitori. E così, mentre i vaccini sono entrati a fare parte del settore strategico di molti Paesi, in Europa si preferisce tutelare Big Pharma, come se fossimo in una situazione normale. Senza mettere in conto che il problema delle pandemie non è passeggero, come dicono i massimi esperti, ma è destinato ad accompagnarci a lungo.

Le cosiddette “terre rare” sono un insieme di 17 elementi chimici della tavola periodica: più precisamente, il gruppo comprende lo scandio, l’ittrio e i lantanoidi. L’uso di questi minerali è decisivo per la fabbricazione di magneti, superconduttori, fibre ottiche, catalizzatori e vari componenti usati per la produzione di veicoli ibridi. Si può affermare che la rivoluzione tecnologica in corso, senza i minerali contenuti nelle terre rare, difficilmente sarebbe avvenuta. Ma non tutti le hanno a disposizione: la produzione mondiale, infatti, è concentrata in Cina (che da sola garantisce il 62% del mercato), USA (12%), Myanmar e Australia (10% ciascuno). Poi restano le briciole. Un discorso a parte meriterebbero i giacimenti ancora inesplorati o poco sfruttati, molti dei quali localizzati in regioni incontaminate e preziose per l’equilibrio ecologico del pianeta, ad esempio in Groenlandia, Brasile, Tanzania: non a caso, le potenze protagoniste del grande gioco geopolitico si stanno interessando di questi punti nodali.

È evidente che per la Cina, primo produttore mondiale di alta elettronica, essere praticamente monopolista di terre rare rappresenta la perfetta quadratura del cerchio: soprattutto dopo il colpo di Stato in Myanmar, Paese che ora potrebbe aiutare Pechino nell’evoluzione della guerra commerciale con gli USA. Cina e Myanmar controllano insieme il 72% del mercato attuale dei minerali strategici: stranamente, finora nessuno ha messo in relazione il golpe dei militari supportato da Pechino con questo dato.

Le terre rare sono la carta che Pechino si giocherà con Joe Biden nella trattativa per ripristinare le relazioni commerciali tra le due potenze, dopo lo strappo voluto da Donald Trump. Biden, che non ha mai detto di voler eliminare le sanzioni alla Cina, sta studiando la messa a punto di una “lista nera” comprendente oltre 70 imprese cinesi considerate vicine al ministero della Difesa cinese, per non dire che ne sono emanazioni dirette. Imprese sospettate di condurre operazioni di intelligence all’estero per la Cina nei settori dell’industria bellica. Ma se gli USA punissero queste aziende il gioco si farebbe ancora più complesso. Ad esempio, ciascuno dei nuovi aerei militari F35 della Lockheed ha bisogno di 400 chilogrammi di terre rare nei circuiti elettrici e nei magneti: quantità che solo la Cina è in grado di vendere. E mentre Pechino annuncia un restringimento della produzione, gli Stati Uniti sono sempre più preoccupati dalla dipendenza del loro dispositivo di difesa dalla Cina, che rimane il loro principale antagonista economico e, in prospettiva, militare.

Altre restrizioni all’export potrebbero venire da un incremento del consumo interno cinese di terre rare, ora che è stata lanciata una gigantesca operazione di rottamazione di vecchie auto e camion per incentivare l’ibrido e l’elettrico. Ed ecco che questa crisi, inquadrata in un campo più largo, si rivela l’ennesima dimostrazione di come la potenza della tecnologia debba fare i conti – ancora e probabilmente per sempre – con le limitate risorse disponibili sulla terra e con chi le controlla. Ieri petrolio e gas naturale, poi litio e coltan, oggi le terre rare sono le materie prime minerali che fanno girare il mondo da un secolo e mezzo.

Per possederle, o per controllare chi le possiede, sono state combattute guerre, si sono organizzati colpi di Stato, occupazioni di Paesi, operazioni di corruzione di massa. Questo perché la logica che da sempre prevale, e che pare sia eterna, è quella del tentativo di accaparrarsi in esclusiva una fonte di rifornimento così da prevalere sul rivale di turno, ovviamente senza mai ipotizzare forme di cooperazione per lo sfruttamento. E questo non vale solo per i minerali. Stiamo vedendo lo stesso meccanismo nella gestione globale dei vaccini, dove il principio del diritto alla cura, inteso come diritto umano, è stato archiviato in fretta tra Stati che diventano predoni di dosi e laboratori che speculano sulla vita delle persone.  

 

Il populismo ha origini ottocentesche, risalenti ai movimenti antizaristi e socialisti della Russia. Successivamente il concetto fondamentale del populismo, cioè l’autoproclamarsi unici e legittimi rappresentanti di un intero “popolo”, ha avuto differenti derive ed evoluzioni. Anche se vengono classificati in altro modo, nazismo e fascismo nacquero come movimenti populisti, poi degenerati verso il totalitarismo. Una delle varianti più note del populismo è quella latinoamericana, variamente declinata da Getúlio Vargas e Juan Domingo Perón fino a Hugo Chávez. Più recentemente, con Donald Trump hanno conosciuto il populismo anche gli Stati Uniti, così come in Europa, e in particolar modo in Italia, sono cresciuti diversi partiti, di destra o di sinistra, che ricalcano quell’impronta. 

Una delle caratteristiche politiche del populismo è l’arrivare al potere in nome dell’interesse esclusivo di un popolo, o di un ceto sociale “popolare”, per poi agire nel senso opposto. Tra i casi più clamorosi si possono citare le esperienze di Alberto Fujimori e Carlos Menem, presidenti rispettivamente del Perù e dell’Argentina, che smantellarono il welfare e massacrarono i pensionati e la scuola. Ma anche Trump, presentatosi come il “crociato” dei bianchi impoveriti, nei suoi quattro anni di mandato ha varato una sola riforma fiscale importante, ed era a favore delle grandi corporation.

Esiste infine un altro populismo, più subdolo e meno riconoscibile: quello delle aziende della Silicon Valley. Marchi che hanno lavorato per anni per essere percepiti come rivoluzionari, presentandosi perfino come salvatori del genere umano, come profeti di un futuro mondo smart nel quale tutto sarà più bello e facile. Uber, AirBnb, WeWork, JustEat, Amazon, e ovviamente i venditori di software e device ipertecnologici, promettono un futuro migliore e più democratico. L’autonarrazione di questi marchi è sempre la stessa: lavorano esclusivamente per il nostro bene, ci rappresentano, ci danno ciò di cui abbiamo bisogno e che avremmo sempre voluto avere. Questo populismo mediatico appare rassicurante anche perché usa in malafede la fiducia nella scienza e nell’innovazione. In malafede perché solo di business si tratta, senza altro scopo che non sia vendere un prodotto, veicolarlo attraverso la pubblicità.

Si tratta di gruppi talvolta sostenuti da investitori pericolosi, come l’Arabia Saudita, e che sfuggono a uno dei presupposti fondamentali del capitalismo: redistribuire una parte del profitto a favore della comunità attraverso le tasse. Così, piattaforme che per alcuni hanno reso il mondo più smart lo hanno imbarbarito per molti altri. Il lavoro ridotto a un precariato estremo e senza vie d’uscita, l’imposizione di prodotti e prezzi, la desertificazione dei tessuti produttivi locali sono solo alcune delle criticità prodotte dai populisti della Silicon Valley. Che non hanno bisogno di elezioni per governare e, per di più, hanno trovato una formidabile alleata nella pandemia di Covid-19. Che continuano indisturbati ad accumulare miliardi nei forzieri dei paradisi fiscali caraibici. E che hanno accumulato una massa enorme di informazioni sulle nostre vite, sui nostri gusti e sulle nostre paure, come mai nessuno aveva nemmeno sognato di poter fare nell’intera storia dell’umanità.

Questi populisti ci accompagnano continuamente, tramite le app che tutti abbiamo installato nei nostri smartphone e ogni volta che acquistiamo i loro servizi e prodotti. Non è come quando si va dal fornaio sotto casa e si sa che quel signore vende semplicemente un bene che ha prodotto, destinato a uno scopo preciso. I populisti californiani della Silicon Valley non si limitano a venderci farina e acqua: ci vendono l’idea che saranno loro a cambiarci la vita, a renderci più liberi e democratici anche se viviamo sotto un regime, a renderci tutti fratelli anche se tre quarti dell’umanità non possono spostarsi liberamente, a cancellare le differenze di genere e di etnia anche se nella vita reale femminicidi e xenofobia sono in crescita. È un bel mondo quello dei populisti della Silicon Valley. Nessuno prima aveva mai pensato che per vendere una merce ci fosse bisogno di una fantastica narrazione, di spararla così grossa. Loro lo hanno fatto, e per questo sono diventati miliardari. Grazie a noi che facciamo finta di crederci. Almeno per ora.

 

Nel 1985 l’economista egiziano Samir Amin formulava la “teoria dello sganciamento” ipotizzando la creazione di flussi commerciali e politici “sud-sud” come unica via per il superamento dei rapporti iniqui tra il Nord e il Sud del mondo. In sostanza Amin considerava questa come l’arma risolutiva in mano ai Paesi del “Terzo Mondo” per porre fine alla loro storica dipendenza dai rapporti coloniali e neocoloniali con l’Occidente. Molto tempo è passato e alcuni tentativi sono stati fatti, a partire dalla creazione del Mercosur, primo blocco economico interamente formato da Paesi sudamericani. Ma la svolta, con la materializzazione delle teorie di Amin, potrebbe verificarsi ora, proprio dove meno ce la si aspettava.

È l’Africa, infatti, che grazie ai rapporti “stretti” con la Cina, criticatissimi dalle vecchie potenze coloniali, ha trovato la spinta per integrarsi economicamente, da sola. Il 1° gennaio di quest’anno, nel silenzio assordante della stampa mondiale, è nata l’area di libero scambio più grande al mondo: il Trattato di Libero Commercio Continentale Africano, noto con l’acronimo inglese AfCFTA, riunisce 54 Paesi africani al fine di realizzare un’unione doganale, abbattendo dazi e armonizzando le regole commerciali. Non si tratta di un’unificazione che ambisce alla costruzione di una nuova entità sovranazionale – come invece l’Unione Europea e, almeno sulla carta, il Mercosur – ma del tentativo di agevolare la circolazione di merci e servizi in tutto il continente, con l’obiettivo dell’autosufficienza. In pratica l’intero continente diventerà area di libero scambio, con la sola esclusione dell’Eritrea. Parliamo di un miliardo e duecentomila persone, una popolazione in crescita veloce, e di 2.500 miliardi di dollari di PIL.

Secondo i pronostici, entro i prossimi 7 anni l’unificazione delle regole e dei dazi sulle merci porterà a una crescita del 7% del PIL di questo continente-area economica e a un aumento pari a 500 miliardi di dollari nello scambio tra i Paesi dell’area. Attualmente il 90% dell’export africano è diretto fuori dal continente: per fare un confronto, la quota di export dell’Unione Europea diretta all’esterno dell’UE è del 40%. Accrescere l’incidenza del commercio infracontinentale spezzerebbe la dipendenza totale dai mercati terzi. I motivi dell’attuale scarsità degli scambi tra Paesi africani sono diversi. Sicuramente ciò dipende dal fatto che l’export africano è costituito soprattutto da materie prime, ma un peso notevole hanno anche le difficoltà concrete a muovere merci e spostare servizi tra i Paesi senza finire imbrigliati nella rete di dazi, corruzione, ostacoli burocratici.

Alla decisione storica di costituire una zona di libero scambio di portata continentale non è estraneo il peso acquisito in Africa dalla Cina, primo importatore, esportatore e investitore internazionale nel continente. La Cina non ha soltanto sostituito i tradizionali legami postcoloniali con i Paesi europei o con gli Stati Uniti, ma ha effettuato enormi investimenti sulle infrastrutture e sulla trasformazione in loco delle materie prime, dando il via alla nascita di un settore industriale in diversi Stati africani. Per la Cina, l’Africa non è soltanto un cliente da maltrattare o un fornitore da sfruttare, come è sempre stata per tutti gli altri “partner”, ma un continente strategico sul quale investire. La creazione dell’area di libero scambio diventerà un volano ulteriore per la presenza produttiva cinese perché le merci prodotte (o le materie prime trasformate) localmente potranno essere spostate da una regione all’altra del continente senza pagare dazi. Si tratta di una mossa mai nemmeno immaginata da Paesi come Francia, Belgio, Regno Unito, Germania o Italia, che concepirono l’Africa come uno scrigno dal quale trafugare tesori senza restituire nulla.

Eppure l’Africa che oggi decide di cominciare a camminare tutta insieme ha una forza che va oltre l’interesse contingente di Pechino e costituisce un precedente a livello mondiale. Il fatto che un insieme di Paesi le cui frontiere furono disegnate a tavolino dai governi europei decida di creare una comunità con regole comuni, e di superare almeno in parte quei confini, è una delle migliori notizie degli ultimi anni, anche se quasi nessuno l’ha rilevato.

 

Nel dibattito su questa fase della pandemia, incentrato sulle vaccinazioni, mancano notizie sulla maggior parte dei Paesi del mondo. I contratti per miliardi di dollari e per quantità di dosi che talvolta sono pari a 5 o 6 volte il numero di abitanti riguardano l’Unione Europea, Stati Uniti, Australia, Israele, Giappone, Bahrein e pochi altri. Così abbiamo Paesi dove i cittadini potrebbero teoricamente essere vaccinati più volte e altri nei quali non si sa nemmeno se si vedrà mai un vaccino. Questo accade perché la gestione della pandemia e delle sue conseguenze sanitarie, economiche e sociali resta affidata a iniziative “individuali”, senza che nulla sia stato deciso a livello di comunità mondiale. In questa logica da “si salvi chi può” prevalgono soltanto la disponibilità economica e il peso politico che gli Stati possono far valere davanti ai fornitori di macchinari sanitari, di medicinali o di vaccini.

Lo stesso è successo con le compensazioni alle famiglie e alle imprese colpite dalla crisi economica. Negli Stati Uniti è stato appena approvato un maxi programma da 2000 miliardi di dollari per sostenere famiglie, piccole e medie imprese e rafforzare il settore sanitario. In Europa, l’UE ha creato un precedente storico, decidendo di emettere debito comune per affrontare la crisi, oltre a chiudere un occhio sull’aumento del debito di ciascun Paese. Gli organismi internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale, per la prima volta nella loro storia danno disco verde alla corsa all’indebitamento globale e approvano i piani di stimolo economico. Ma nei Paesi senza risorse si è potuto fare poco o nulla.

Da noi l’attenzione verso i problemi del resto del mondo è comprensibilmente calata con l’esplodere della pandemia e della povertà interna. Anche il sistema della cooperazione internazionale, che trasferisce risorse e competenze nei Paesi del Sud del mondo, annaspa: è difficile spiegare ai propri cittadini che si chiede aiuto a favore di popolazioni lontane. In questo quadro, nel quale le reti di solidarietà sono saltate, acquisisce maggiore significato l’iniziativa di uno storico tour operator torinese specializzato nel turismo responsabile. Viaggi Solidali ha deciso di organizzare viaggi virtuali per devolvere alle comunità locali dei Paesi in cui lavora le quote che vengono tradizionalmente destinate dai turisti al sostegno dei progetti locali. Si tratta delle quote di solidarietà, un meccanismo caratteristico del turismo responsabile che riserva una quota del prezzo del viaggio (da 50 a 70 euro, in media) a sostegno di un progetto visitato durante il viaggio stesso. Non è quindi il pagamento di un servizio prestato al turista, ma un contributo a sostegno di un progetto ambientale, produttivo, di promozione dei diritti o di tutela culturale.

Nel turismo responsabile, quando non si riesce a far partire un gruppo non si perdono soltanto reddito e lavoro per chi è coinvolto direttamente: è l’intera comunità locale che ne soffre perché viene meno il sostegno dei viaggiatori a progetti che la riguardano in senso ampio. Con l’operazione “turisti solidali” si manderà un segnale concreto di vicinanza a queste realtà oggi dimenticate da tutti, per tenere in vita i legami di partenariato tra operatori europei e comunità nel Sud del mondo. Un segnale concreto con cui si tenta anche di far vivere i legami tra cittadini di diversi Paesi, sulla base dei principi di sostenibilità ed equità del turismo responsabile. Sapendo che il turismo, quando ripartirà, sarà un turismo di piccoli numeri, senza affollamenti e lontano, almeno agli inizi, dalle destinazioni del turismo di massa. Si aprirà un’opportunità inedita per le comunità che propongono un turismo responsabile, di comunità e sostenibile: oggi bisogna aiutarle a resistere perché siano pronte per la ripartenza.

 

 

La Pfizer nasce a New York nel 1849 e la sua crescita è stata continua e costante fino ad arrivare ad essere la seconda azienda farmaceutica al mondo per fatturato nel 2017. La sua storia è però fatta anche di processi e multe, anche molto salate. Ad esempio per il ricorso al marketing illegale e la vendita di prodotti difettosi. Nel 2018 Pfizer viene classificata dal Reputation Institute (l’istituto che valuta la reputazione delle aziende in base ai sondaggi tra i consumatori e i media) come “la peggior azienda per i consumatori”. La Pfizer ha affrontato migliaia di cause legali per lesioni e pratiche di vendita illegali. Ha battuto il record per la pena pecuniaria più alta della storia comminata a un’azienda farmaceutica, oltre 2,3 miliardi di dollari in seguito alle responsabilità civili e penali derivanti dalla promozione illegale di quattro farmaci: Bextra, un farmaco antinfiammatorio; il Geodon, un farmaco antipsicotico; il Zyvox, un antibiotico; e Lyrica, un farmaco antiepilettico. L’azienda incaricava i suoi rappresentanti di proporre i medicinali ai dottori per patologie diverse da quelle indicate e in dosi superiori a quelle approvate, nonostante i rischi per i pazienti. Il caso più famoso che ha visto coinvolta l’azienda riguarda le sperimentazioni dei suoi farmaci in Africa. Nel 1996 alcuni bambini nigeriani morirono di meningite dopo aver provato un antibiotico sperimentale Pfizer. Quindici anni più tardi, al termine del cosiddetto “contenzioso di Kano”, la Pfizer fu costretta a risarcire diverse famiglie. Alla vicenda si ispirò John le Carré per il suo romanzo “Il giardiniere tenace”. La sperimentazione non era stata preventivamente concordata né con le competenti autorità nigeriane, né con i genitori. Gli interventi riguardarono bambini malati di meningite da meningococco, cui fu somministrata trovafloxacina – un antibiotico sperimentale – invece della ben più documentata terapia a base di ceftriaxone. Secondo le accuse mosse alla Pfizer, i decessi e le lesioni gravi registratisi in seguito alla sperimentazione sarebbero imputabili al protocollo usato; a sua difesa, la multinazionale sostiene che il proprio farmaco è risultato efficace almeno quanto la migliore terapia disponibile all’epoca dei fatti. L’intera vicenda venne alla ribalta dell’opinione pubblica dopo un’inchiesta del Washington Post del dicembre 2000. Ora si alzano in Europa le polemiche perché Pfizer tenta di guadagnare anche sulla dose in più che alcuni medici riescono a estrare dalle fiale o per i tempi di consegna rispetto a quanto promesso. Quisquiglie rispetto al pedigree dell’azienda.

 

Inizia il 2021 e riemerge una polemica che negli ultimi mesi era stata sepolta dalla pandemia. Gli attori in campo sono da un lato il Presidente del Consiglio regionale ligure Giovanni Toti e dall’altro il deputato ligure della Lega Salvini Edoardo Rixi.

Cosa dice Toti commentando le prime nascite dell’anno? «Diamo il benvenuto ai primi liguri nati nel 2021!” Tra i primi 4 liguri 3 sono figli di immigrati (Ecuador, Nigeria e Albania). Cosa risponde Rixi “«Quella bambina (riferendosi alla bambina figlia di nigeriani) non è ligure, la Lega è contraria allo ius soli. I bambini non sono cittadini dello Stato, se arriva lo ius soli lo saranno, ma per ora non lo è».

Dal punto di vista giuridico chi ha ragione? Senza dubbio Toti, e questo perché lo ius soli è stato introdotto nell’ordinamento italiano con la legge 91 del 1992 sulla cittadinanza. Che prevede due modalità di ius soli. La prima riguarda gli apolidi, i figli di genitori ignoti e i figli di cittadini di paesi che non trasmettono la cittadinanza ai figli nati all’estero. La seconda modalità di ius soli è quella che c’è in tutta Europa, “Lo straniero che sia nato in Italia può divenire cittadino italiano a condizione che vi abbia risieduto legalmente e ininterrottamente fino al raggiungimento della maggiore età e dichiari, entro un anno dal compimento della maggiore età, di voler acquistare la cittadinanza italiana (art. 4, co. 2).”. Sostanzialmente si acquisisce un diritto alla nascita che si può esercitare però solo alla maggiore età, se si è sempre vissuto in Italia e si fa richiesta e che scade al 19° anno. Com’è nel resto dell’Europa? Cambia soltanto l’età in cui si può acquisire la cittadinanza, che di solito coincide con le scuole elementari e, in alcuni, casi, non prevede la continuità di residenza sul territorio oppure considera gli anni di residenza dei genitori. Possiamo concludere che l’Italia come tutti i paesi europei, ad eccezione della Francia, hanno introdotto negli ultimi decenni lo ius soli e le uniche differenze riguardano soltanto gli anni necessari per esercitarla. Il caso italiano è però particolare, perché oltre ad essere i tempi tre volte quelli medi europei, è discriminatorio per chi è nato in Italia rispetto a chi è nato all’estero. Nel primo caso infatti il tempo di attesa sono 18 anni, nel secondo 10 anni. Caso più unico che raro di discriminazione a favore di chi è nato all’estero e che potrebbe essere pure incostituzionale.  

In conclusione, bravo Toti che ha detto semplicemente le cose come stanno. I leghisti dovrebbero invece leggersi la normativa in vigore e prendere atto che da quasi 20 anni esiste lo ius soli. Chi continua invece a fare battaglia perché venga fatta una nuova legislazione sulla cittadinanza (ius culturae?) senza mai riuscire a convincere una maggioranza sufficiente, potrebbe invece proporre una modesta modifica alla legge 91 del 1992, laddove recita “entro un anno dal compimento della maggiore età”. Basterebbe scrivere “entro un anno dall’inizio della Scuola dell’obbligo”, per allinearci con il resto dell’Europa, trovando una mediazione decente basata sul principio che la vita in comunità, e per i bambini inizia con le elementari, avvenga a parità di diritti.