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Un mondo di dazi?

Pubblicato: 7 giugno 2019 in Senza categoria

Una parola che pareva scomparsa, o almeno in via di sparizione, è tornata di prepotente attualità. È il sostantivo dazio, derivato dal latino medievale datio che significava “l’atto di dare”. Nello schema frammentato di quel periodo della storia europea, i dazi costituivano una delle principali tasse che il potere incassava senza alcun costo: si esigeva, infatti, un pagamento per autorizzare il semplice transito di una merce. Più recentemente i dazi si sono trasformati in strumenti per regolare il mercato interno, gravando per esempio il costo delle merci prodotte all’estero al fine di tutelare la produzione nazionale, e sono divenuti parte importante negli accordi tra Stati.

Durante il periodo mercantilista questo strumento cominciò a essere usato in modo ambiguo. Le potenze europee neo-industrializzate alzavano barriere doganali e applicavano dazi sulle importazioni, ma pretendevano (e ottenevano a colpi di cannone) libero accesso ai mercati dell’Asia, dell’Africa o dell’America Latina. Arrivarono anche a distruggere interi comparti produttivi concorrenti per garantirsi il monopolio, come fece la Gran Bretagna dei telai meccanici nei confronti dei produttori di tessuti indiani quando nacque l’Impero. Durante la Guerra Fredda il problema non si poneva, la priorità era lo scontro tra i due blocchi, all’interno dei quali Stati Uniti e URSS dettavano le regole. Con l’avvio dell’ultima ondata di globalizzazione e l’apertura dei mercati mondiali alla circolazione di merci e capitali, pareva che i dazi potessero scomparire nei rapporti commerciali. Nel 1995 nacque l’Organizzazione Mondiale del Commercio, meglio nota con l’acronimo WTO, con l’obiettivo di eliminare progressivamente barriere doganali e dazi seguendo la linea dettata dalle potenze occidentali.

Al WTO è stato attribuito un ruolo centrale finché l’abbattimento delle barriere doganali andava a vantaggio dei suoi azionisti di maggioranza. Ma da quando la bilancia commerciale mondiale ha cominciato a pendere a favore della Cina e dell’Oriente, ecco che questa organizzazione è stata progressivamente marginalizzata. Le delocalizzazioni produttive, e ancor più la nascita di mercati consumatori giganteschi in Paesi fino a pochi anni fa poverissimi, hanno infatti rimescolato le carte: gli Stati Uniti, che avevano dato il via e guidato l’apertura dei mercati, hanno cominciato registrare uno spostamento della bilancia commerciale sempre più marcato a favore dei Paesi esteri. Cina, Canada, Messico, addirittura l’Europa hanno saldi positivi negli scambi con la prima potenza mondiale, che per prima aveva trasferito all’estero interi settori produttivi. Questa nuova situazione potrebbe rappresentare una grande opportunità per discutere le regole e la governance della globalizzazione: l’agenda dovrebbe certamente comprendere le pratiche commerciali sleali abbondantemente usate dalla Cina, ma anche i temi della fiscalità globale, dell’impatto ambientale, dei diritti dei lavoratori.

Se la comunità internazionale concordasse una maggiore omogeneità dei costi del lavoro e arrivasse a parametri condivisi di tutela dell’ambiente, il volto della globalizzazione cambierebbe ancora una volta. Invece la linea dettata da Washington va in tutt’altra direzione, e recupera i dazi come arma di politica estera: i dazi per colpire nemici, i dazi per colpire un popolo o una categoria. L’aspetto più paradossale di questo ritorno al passato è stata la mossa insolita con cui Donald Trump ha minacciato di imporre dazi contro il Messico se questo Paese non bloccherà il flusso di profughi centroamericani diretti verso la frontiera con gli USA. È chiaro che questi atteggiamenti allontanano la soluzione dei problemi e preparano un conflitto che vedrà tutti contro tutti: come nei tempi remoti del Medioevo, quando la visione del mondo coincideva con i confini del proprio feudo.

 

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La multinazionale dell’abbigliamento sportivo Nike ha subito una sconfitta storica, senza che ci sia stato nemmeno bisogno di approdare in tribunale. La nuova scarpa della collezione Air Force 1 doveva portare un disegno, su fondo nero, in omaggio a Portorico, l’isola caraibica “associata” agli Stati Uniti. Il disegno riproduceva la rana Coquí, un piccolo batrace originario proprio di Portorico. Ma ecco che approssimazione e superficialità hanno trasformato l’operazione in un furto ai danni di Panama, e più precisamente dell’etnia Kuna. Un popolo che vive sull’arcipelago di San Blás, al largo della costa nord-orientale, verso la Colombia, difendendo con unghie e denti la sua autonomia culturale e anche territoriale.

L’arte kuna si esprime con uno dei prodotti più alti della cultura materiale americana, le molas: splendidi tessuti colorati che ormai da anni sono ambiti dai collezionisti d’arte. I Kunas attribuiscono a queste stoffe un valore insieme culturale e religioso. Le molas sono infatti le “tele” sulle quali raffigurano la loro mitologia. Per i creativi Nike, invece, le molas erano solo drappi colorati con uno stile affascinante. Ed ecco che l’omaggio a Porto Rico si è trasformato in un furto di proprietà intellettuale ai danni di un intero popolo. O meglio, in un caso di appropriazione culturale, tema al quale l’opinione pubblica nordamericana è sensibilissima. La denuncia dei Kunas ha fatto il giro del mondo grazie ai social network, costringendo l’azienda a sospendere la vendita delle scarpe incriminate e a riconoscere che si era creato un equivoco, ammettendo che per disegnare la rana Coquí portoricana erano state usate come modello le molas dei Kunas panamensi.

L’episodio potrebbe chiudersi qui, con un lieto fine. In realtà il furto di proprietà intellettuali e culturali ai danni dei popoli indigeni del mondo è un male antico mai debellato. Cominciò ai tempi del colonialismo, quando l’archeologia e la sedicente antropologia dell’epoca saccheggiavano opere d’arte, paramenti religiosi, addirittura corpi umani per riempire i musei “dell’uomo” delle capitali europee. E perdura ancora oggi, ad esempio con l’uso di simboli dei popoli nativi a scopo pubblicitario. Molte “scoperte” ancestrali di questi popoli sono state nel tempo brevettate a beneficio di aziende internazionali.

La tutela del diritto d’autore, da tempo ben regolamentata nel caso di persone fisiche o imprese, ha una storia recentissima quando riguarda i popoli. Anzi, al di là di poche eccezioni, non esiste ancora una codifica chiara, un riconoscimento formale dell’appartenenza di un bene tradizionale a un popolo. Oggi però l’uso dei social, e la crescente importanza della “reputazione” delle imprese, patrimonio che si può perdere velocemente, stanno portando a una forzatura in senso positivo della legge. Da un punto di vista legale, Nike avrebbe potuto tranquillamente usare le molas dei Kunas: non avrebbe di sicuro perso una causa davanti a un giudice, sempre ammesso che ci fosse margine per portarla in tribunale. Invece ha deciso di ritirare il prodotto dal mercato, come di solito le aziende fanno quando vengono colpite da una sanzione: di fatto, ha riconosciuto che non era proprietaria di quel prodotto culturale. Questo per tutelare la sua reputazione, per non finire nel mirino di campagne di boicottaggio. Di questi tempi, infatti, spesso la paura di finire alla gogna conta più delle sentenze dei tribunali. Altra novità sulla quale riflettere pensando al mondo del futuro.

 

A distanza di una trentina di anni dalla sua nascita, il turismo responsabile come dimensione sostenibile della principale “industria” del terziario a livello mondiale, continua ad avere numeri molto piccoli. I viaggi fatti secondo principi di equità economica, sostenibilità ambientale e rispetto delle culture locali è diventato una nicchia di un gigantesco mercato nel quale continuano a farla da padroni villaggi turistici e crociere. La crociera turistica che negli anni ’70 veniva scelta da circa 500.000 persone, oggi trasportano oltre 25 milioni. I beach resort, strutture nelle quali si celebra l’abbondanza spesso in contesti di degrado e miseria, continua a tenere anche se deve scontare l’accusa di avere un impatto negativo sul territorio, anziché essere un’opportunità di sviluppo. Il fenomeno che sta travolgendo le città europee è invece legato all’abbattimento dei costi del trasporto. Masse di turisti indipendenti, per poche ore o giorni, si riversano sulle città d’arte che rischiano di collassare. La progressiva turisticizzazione dei centri storici, dove i residenti vengono man mano espulsi dal vertiginoso aumento del costo della vita e dalla riconversione delle abitazioni in camere d’albero grazie alle multinazionali del web come Airbnb, è ormai considerata un’emergenza. A Venezia, Miami, o Lisbona si rischia la città-cartolina, dove si recitano a vantaggio del turista tradizioni che nella pratica sono state cancellate dallo stesso turismo. A Barcellona e nelle Baleari sono nati addirittura movimenti di protesta. L’overtourism è un tema di riflessione scomodo, perché gli interessi dei bottegai e delle compagnie aeree e marittime, prevalgono su quelli dei cittadini, rischiando di rendere invivibili città che invece di ricevere benefici dal turismo raccolgono solo i guasti che provoca quando viene lasciato a briglia sciolta. Il turismo responsabile è sulla carta l’antitesi di tutto ciò, perché prevedendo l’incontro tra turista e comunità locale ha bisogno appunto di quest’ultima. Ma anche perché offrendo destinazioni alternative contribuisce, in piccolo, a decongestionare i grandi centri turistici. Il punto resta però quello del governo del fenomeno. La posizione di chiusura preventiva al turismo ha molto di elitario. Non si può rimpiangere i bei tempi andati quando solo i ricchi si potevano permettere di conoscere il mondo. Per la Francia ad esempio il turismo è un diritto, ma bisognerebbe aggiungere, è anche un diritto per i residenti porre dei limiti e stabilirne le modalità. Il turismo a differenza di altre attività economiche non si svolge in luogo chiuso, come le fabbriche o i centri commerciali, ma ovunque. Il turismo consuma beni comuni senza spesso contribuire alla loro gestione. E in questo caso il cliente non ha sempre ragione, la sostenibilità deve essere trovata nella mediazione tra gli interessi di residenti e visitatori. Per questo i promotori del turismo responsabile non parlano mai di turista responsabile, ma di turismo responsabile. Intendendo cioè il dialogo virtuoso tra comunità ospitante, operatore commerciale, e turista. Se si vorrà dare la possibilità al turismo di continuare a produrre reddito e lavoro bisognerà per forza arrivare a questa concertazione. La sostenibilità e la responsabilità non sono un optional, sono l’unica chiave di volta per il futuro del settore. Il turismo che prospera mettendo in vetrina la bellezza e la diversità di questo mondo non può permettersi di essere considerato uno dei fattori che contribuiscono al suo degrado.

 

Una dopo l’altra, le tradizioni consumistiche create dagli inventori di eventi commerciali sono diventate ricorrenze mondiali. Negli Stati Uniti la spettacolarizzazione dell’evento commerciale allo scopo di indurre al consumo ha una lunga storia. Si è perfino cambiata la natura delle feste tradizionali, per esempio trasformando Babbo Natale in un testimonial della Coca Cola, oppure facendo dell’antica festa celtica di Halloween il momento clou dell’anno per i fabbricanti di maschere e di dolciumi. Ma il massimo lo si è raggiunto con il cosiddetto Black Friday, ricorrenza puramente commerciale che “cade” il giorno successivo alla Festa del Ringraziamento, quando gli statunitensi dovrebbero ricordare i nativi che salvarono i padri pellegrini da un inverno altrimenti destinato a cancellarli dal Nuovo Mondo, insegnando loro a coltivare mais e allevare tacchini. È un paradosso della storia: i salvatori non solo sono stati eliminati fisicamente, ma sono anche scomparsi dalla memoria collettiva.

Il Black Friday segna ufficialmente l’apertura delle vendite natalizie, con una logica rovesciata rispetto all’Europa: da noi i saldi si fanno alla fine della stagione, negli Stati Uniti all’inizio. Pare che il “nero” che colora questo venerdì sia dovuto all’imbottigliamento del traffico che si produsse a Filadelfia durante la prima edizione di questa grande svendita. Oggi i confini della sagra del consumo, che dura un fine settimana e si conclude con il Cyber Monday dedicato al mondo dell’informatica, sono globali. Non c’è nessun collegamento culturale, sociale o politico tra i consumatori dei vari Paesi che si lanciano alla ricerca di offerte nei negozi o su internet. È la sublimazione del consumo puro, indotto ed effimero.

Idealmente, il Black Friday è anche complementare alle strategie di invecchiamento anticipato dei prodotti elettronici. Smartphone, computer, tablet non devono durare più di tanto, e soprattutto non deve essere conveniente ripararli. E se questi (e altri) beni non devono avere una vita lunga, ecco le opportunità, come il Black Friday e il Cyber Monday, per accelerare il ricambio. Solo molto recentemente si è cominciato a mettere in discussione la cosiddetta “obsolescenza programmata”, ma ancora senza intaccare un ciclo di consumi sempre più veloce, che non vuole fare i conti né con la limitatezza delle risorse naturali né con i problemi ambientali legati alla produzione e allo smaltimento delle merci. A questo proposito la teoria della decrescita, ingiustamente bersagliata da sarcasmi e battute, racconta cose interessanti, soprattutto che si può essere felici e più sostenibili se diamo alle cose il loro giusto valore. Se ci ri-educhiamo al consumo, se scegliamo oggetti e strumenti di lavoro che durino nel tempo, se impariamo ad aggiustare le cose. Questo non significa essere più poveri, anzi, ma tornare a essere più ricchi di un bene prezioso che ormai ci sfugge di mano: il tempo per noi stessi e per gli altri.

In realtà una volta la vita funzionava così. E in quel caso sì, si era più poveri, ma non si trattava solo di austerità obbligata, c’era anche una scala di valori che rifiutava lo spreco alimentare e lo scarto di cose che potevano ancora essere utili. Gli oggetti ci accompagnavano a lungo e spesso si tramandavano da una generazione all’altra. Quale nostro oggetto di consumo potrà essere utilizzato da un nostro figlio? Probabilmente nessuno. L’ex presidente dell’Uruguay José Pepe Mujica ha detto, qualche anno fa: «Quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli». Il tempo di ciascuno di noi, e che spesso dilapidiamo, si chiama infatti libertà.

 

L’accordo preliminare della nuova intesa commerciale con il Messico è il primo atto concreto in materia di politica commerciale dell’amministrazione Trump. Ovviamente al netto dei dazi, che però da soli non costituiscono una politica. Finora l’inquilino della Casa Bianca si era prodigato in una serie di no, buttando via anni e anni di negoziati promossi dai suoi predecessori. Il primo no è stato quello al TPP, l’accordo di libero scambio del Pacifico fortemente voluto da Barak Obama. Più importante ancora il TTIP, l’accordo di libero scambio Usa-UE, che molto probabilmente non sarebbe passato per le divisioni tra i partner europei e per la pressione della società civile, ma che alla fine è stato congelato da Donald Trump in persona.

Con l’annuncio del pre-accordo con il Messico, al quale potrebbe aggiungersi il Canada, viene archiviato il Nafta, l’accordo di libero scambio del Nord America firmato da George Bush e inaugurato da Bill Clinton il primo gennaio del 1994. Il Nafta fu il primo di una nuova tipologia di accordo commerciale. Delineate alcune protezioni su pochi settori scelti dai firmatari, per il resto venivano abolite le frontiere commerciali e produttive tra i paesi creando un nuovo grande mercato praticamente unificato. Diverso dall’UE però, senza compensazioni, senza una politica estera commerciale comune, senza fondi strutturali, senza un governo né un controllo democratico come quello esercitato dal parlamento europeo. Per i paesi minori, Messico e Canada, l’accordo ha portato all’aumento dei loro scambi con gli USA, ma fino al punto di dipendere quasi interamente da quel mercato. Conseguenze non calcolate al momento della firma sono state ad esempio la delocalizzazione del lavoro statunitense in Messico per via del costo della manodopera, oppure il riversamento in Messico delle eccedenze agricole sovvenzionate statunitensi che hanno distrutto il mercato agricolo messicano dei piccoli e medi produttori. Quel mondo agricolo che velocemente si è riconvertito alla coltivazione di sostanze stupefacenti e passato sotto il controllo dei cartelli del crimine.   Dopo 24 anni, il Nafta è stato un affare per i grandi soggetti dell’economia dei tre paesi, dalle multinazionali ai signori della droga, ma molto di meno per i lavoratori, dagli operai di Detroit ai braccianti messicani. Il nuovo accordo che Usa e Messico firmeranno è un passo indietro rispetto al Nafta, visto che si tratta di un semplice accordo bilaterale (trilaterale se aderirà il Canada) di scambio commerciale. Non più un’area comune, un diritto specifico per risolvere le controversie, l’obbligo di dovere spalancare il proprio mercato. Uno dei punti cardini dell’intesa è alla voce automobili, di cui il Messico è un grande esportatore negli USA. L’accordo prevede che le auto esportate negli USA siano prodotte da operai che non guadagnano meno di 16 dollari l’ora, e che le parti utilizzate siano almeno al 90% prodotte nella regione (contro il 62% attuale). Con questa clausola, nessuno potrà più utilizzare il Messico per produrre macchine competitive in base al costo della manodopera o all’uso di parti provenienti dall’Oriente da esportare negli USA. Si suppone che clausole come questa riportino lavoro negli USA, cosa tuta da verificare. Il Messico torna invece libero di firmare accordi commerciali con altri paesi, cosa che il Nafta ostacolava anche se non impediva. La Cina, da quando ha vinto le elezioni Trump, fa la corte al Messico per firmare un importante accordo, ma anche l’area del Pacifico e il rapporto con il Sudamerica interessa molto a Città del Messico. Il paese che rischia di più è il Canada, in quanto parte integrante dell’economia statunitense che ora però rimette di nuovo le frontiere economiche. Per questo motivo Trudeau da tanta importanza alla firma del trattato CETA con l’Europa, anche il Canada ha bisogno di diversificare i clienti e i fornitori.

La risposta delle Borse all’annuncio del nuovo trattato è stata spumeggiante, non tanto perché l’accordo in sé sia positivo, ma perché dimostra la volontà della Casa Bianca di non portare fino in fondo sole politiche isolazionistiche. Trump ha applicato con successo la sua politica del dividere per fare pesare la potenza del suo paese. Non ha ridiscusso il Nafta insieme agli altri due partner, ma li ha affrontati uno ad uno.  Il presidente degli Stati Uniti sarà sì no-global, a modo suo ovviamente, ma capisce benissimo che il suo paese dipende dai rapporti con il mondo e l’economia le sta dando ragione. I numeri della crescita e dei nuovi posti di lavoro che si continuano a creare negli Stati Uniti varranno al momento del voto molto di più delle vecchie storie a sfondo sessuale.

 

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Il rapporto sull’agricoltura statunitense nel 2017 appena elaborato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) conferma le evoluzioni in corso tra i grandi Paesi produttori di alimenti: una cerchia ristretta di Stati che garantisce la disponibilità di cibo sul pianeta. Sono i grandi produttori di cereali (in particolare mais, grano e riso) come l’Ucraina e la Russia, il Brasile e l’Argentina, l’Australia e la Francia, e ovviamente gli Stati Uniti e il Canada. Ma anche i giganti della soia, il legume di origine asiatica diventato il fulcro del mercato dei mangimi animali. Oggi la sua produzione si concentra nel continente americano (Argentina, Brasile e Stati Uniti), oltre che in Cina. Sono questi i Paesi che riescono a sviluppare un’agricoltura estensiva, fortemente meccanizzata e con largo uso di sementi geneticamente modificate. Storicamente, tra essi primeggiavano gli Stati Uniti. Ma ora le cose stanno cambiando.

Il calo dei prezzi delle materie prime agricole per via della superproduzione degli ultimi tre anni, la diminuzione dei sussidi da parte dello Stato e il boom del mercato energetico locale –che sottrae risorse e terreni all’agricoltura, destinandoli al fracking – stanno portando a un progressivo allentamento della capacità di produzione di alimenti del mercato a stelle e strisce. Il rapporto USDA sancisce il sorpasso subito da Washington nella produzione di due derrate che storicamente vedevano gli Stati Uniti come primi produttori: la soia, nella cui produzione sono stati superati dal Brasile, e il grano, in questo caso al primo posto oggi c’è Russia. Per quanto riguarda il mais, che è il cuore della frontiera agricola del Midwest, il Dipartimento dell’Agricoltura prevede che nel giro di pochi anni la produzione statunitense sarà superata da quelle brasiliana, argentina e ucraina. Nel 1980 gli Stati Uniti avevano il monopolio del 75% del mercato mondiale del mais, tra 10 anni la loro quota potrebbe scendere fino al 30%.

Le guerre commerciali annunciate da Donald Trump, così come l’uscita dalle associazioni multilaterali, potrebbero complicare notevolmente la situazione dell’agricoltura statunitense, che si vedrebbe sbarrata la porta d’ingresso di diversi mercati, mentre gli Stati concorrenti potrebbero godere dei vantaggi degli accordi di libero commercio ai quali partecipano. Questo cambiamento nelle classifiche mondiali della produzione di alimenti non è in sé negativo, ma ci ricorda quanto sia fragile la sicurezza alimentare globale, tenuta in piedi da un gruppo limitato di Paesi – una decina – che producono grandi eccedenze da riversare sul mercato. La pasta italiana per esempio, esportata in tutto il mondo, dipende per il 40% dalle importazioni di grano duro da Canada e Turchia: l’Italia è uno dei tantissimi Paesi che non producono la quantità di materia prima agricola che consumano.

Se però si guarda all’Africa si comprende che, se diminuisse la disponibilità globale di cereali, la situazione sarebbe drammatica. In diversi Paesi di quel continente la dipendenza dal grano d’importazione arriva a livelli altissimi, oltre il 70%. Per questo motivo bisogna monitorare con attenzione il mercato della produzione di alimenti di base: l’uscita o il declino di un gigante come gli Stati Uniti potrebbe creare, almeno nel medio termine, seri problemi di disponibilità di cereali. È una nuova sfida che si va a sommare a quella del cambiamento climatico che rende sterili, anno dopo anno, centinaia di migliaia di ettari di terreni agricoli.

 

A Pechino circola la battuta secondo cui il migliore alleato dei cinesi sarebbe Donald Trump. Proprio il presidente che voleva punire la Cina per via del grande disavanzo commerciale che il Paese asiatico macina nei confronti della potenza americana, e che invece sta ottenendo l’effetto di far rivalutare a livello mondiale la politica cinese fatta di moderazione e toni pacati. Quanti più tweet escono dallo smartphone fuori controllo del presidente USA, tanto più la Cina si mostra responsabile, favorevole alle aperture commerciali, partner affidabile.

In un momento di solidità del presidente Xi Jinping, appena riconfermato leader del Partito Comunista, gli alleati storici di Washington, Europa in testa, brancolano nel buio rispetto al futuro del multilateralismo. E questo non solo perché Trump sta facendo saltare uno dopo l’altro gli accordi faticosamente negoziati dagli Stati Uniti in tempi recenti, come quello con i Paesi del Pacifico e quello con l’Unione Europea; ma anche perché vuole ridiscutere o cancellare quelli già attivi, come il NAFTA con Canada e Messico. Il Paese pilastro della costruzione dell’economia di mercato globale frena, e lo fa lasciando a piedi i propri soci.

La politica zigzagante di Trump sta aprendo intere aree del pianeta alla penetrazione della grande potenza industriale asiatica. La Cina sta costruendo passo dopo passo la nuova Via della Seta per rinsaldare i legami commerciali con il resto del continente e con l’Europa, e intanto si dichiara interessata a subentrare agli Stati Uniti nel trattato TPP con i Paesi delle sponde americana e asiatica del Pacifico. Nell’Africa definita “un cesso di posto” da Trump, i cinesi consolidano la loro presenza economica e politica a tutto campo. Compratori, investitori sul mercato locale, prestatori degli Stati, alleati dei governi di qualsiasi colore. Ecco le loro armi vincenti.

Lo stesso accade in America Latina dove, oltre a essere già il primo partner economico per molti Paesi, la Cina si interessa ai destini del Messico che gli Stati Uniti vorrebbero isolare con un muro e ridimensionare all’interno dell’area NAFTA. Una manna inaspettata per Pechino, insomma, la presidenza Trump. Da cattivi della situazione, per via del dumping usato come politica di Stato, dei sussidi nascosti per favorire l’export, delle manovre sulla moneta, i cinesi sono passati a interpretare il ruolo dei salvatori della globalizzazione e della potenza affidabile. Non che questa trasformazione sia già avvenuta. Ma è quello che accadrà se Trump manterrà le sue promesse.

Prima o poi questa rivoluzione copernicana avrà ricadute anche su quei grandi gruppi multinazionali a stelle e strisce che oggi gioiscono per via dell’abbattimento fiscale di cui godono grazie a Trump, o per le promesse di condoni che consentiranno loro di rimpatriare gli utili parcheggiati nei paradisi fiscali. Se il mercato mondiale si rimpicciolisse, o peggio, se per via del principio di reciprocità le aziende statunitensi all’estero cominciassero a ricevere lo stesso trattamento che Trump vuole riservare agli investitori stranieri negli USA, il loro business sarebbe fortemente danneggiato. E il sistema economico statunitense non può più tornare a chiudersi entro i confini nazionali senza impoverirsi.

L’equazione con la quale Trump tenta di spiegare che le multinazionali hanno portato via lavoro agli statunitensi in realtà non è proprio vera: negli USA i disoccupati sono solo il 4% e in diminuzione. Il malcontento che ha permesso a Trump di pescare voti tra molti ex lavoratori dell’industria nasceva dal fatto che a chi ha perso il lavoro non è stata data l’opportunità di riciclarsi. Un tema considerato inesistente dai democratici che hanno voluto e gestito l’apertura dei mercati, e che ora gli Stati Uniti cercano di affrontare con ricette semplicistiche e autolesionistiche. Troppa schizofrenia politica per una potenza globale, che si traduce in una perdita di lucidità e di tenuta. Lucidità e tenuta che a Pechino invece abbondano.

 

U.S. President Donald Trump takes part in a welcoming ceremony with China’s President Xi Jinping in Beijing, China, November 9, 2017. REUTERS/Thomas Peter – RC1F6C531670