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Nel dibattito su questa fase della pandemia, incentrato sulle vaccinazioni, mancano notizie sulla maggior parte dei Paesi del mondo. I contratti per miliardi di dollari e per quantità di dosi che talvolta sono pari a 5 o 6 volte il numero di abitanti riguardano l’Unione Europea, Stati Uniti, Australia, Israele, Giappone, Bahrein e pochi altri. Così abbiamo Paesi dove i cittadini potrebbero teoricamente essere vaccinati più volte e altri nei quali non si sa nemmeno se si vedrà mai un vaccino. Questo accade perché la gestione della pandemia e delle sue conseguenze sanitarie, economiche e sociali resta affidata a iniziative “individuali”, senza che nulla sia stato deciso a livello di comunità mondiale. In questa logica da “si salvi chi può” prevalgono soltanto la disponibilità economica e il peso politico che gli Stati possono far valere davanti ai fornitori di macchinari sanitari, di medicinali o di vaccini.

Lo stesso è successo con le compensazioni alle famiglie e alle imprese colpite dalla crisi economica. Negli Stati Uniti è stato appena approvato un maxi programma da 2000 miliardi di dollari per sostenere famiglie, piccole e medie imprese e rafforzare il settore sanitario. In Europa, l’UE ha creato un precedente storico, decidendo di emettere debito comune per affrontare la crisi, oltre a chiudere un occhio sull’aumento del debito di ciascun Paese. Gli organismi internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale, per la prima volta nella loro storia danno disco verde alla corsa all’indebitamento globale e approvano i piani di stimolo economico. Ma nei Paesi senza risorse si è potuto fare poco o nulla.

Da noi l’attenzione verso i problemi del resto del mondo è comprensibilmente calata con l’esplodere della pandemia e della povertà interna. Anche il sistema della cooperazione internazionale, che trasferisce risorse e competenze nei Paesi del Sud del mondo, annaspa: è difficile spiegare ai propri cittadini che si chiede aiuto a favore di popolazioni lontane. In questo quadro, nel quale le reti di solidarietà sono saltate, acquisisce maggiore significato l’iniziativa di uno storico tour operator torinese specializzato nel turismo responsabile. Viaggi Solidali ha deciso di organizzare viaggi virtuali per devolvere alle comunità locali dei Paesi in cui lavora le quote che vengono tradizionalmente destinate dai turisti al sostegno dei progetti locali. Si tratta delle quote di solidarietà, un meccanismo caratteristico del turismo responsabile che riserva una quota del prezzo del viaggio (da 50 a 70 euro, in media) a sostegno di un progetto visitato durante il viaggio stesso. Non è quindi il pagamento di un servizio prestato al turista, ma un contributo a sostegno di un progetto ambientale, produttivo, di promozione dei diritti o di tutela culturale.

Nel turismo responsabile, quando non si riesce a far partire un gruppo non si perdono soltanto reddito e lavoro per chi è coinvolto direttamente: è l’intera comunità locale che ne soffre perché viene meno il sostegno dei viaggiatori a progetti che la riguardano in senso ampio. Con l’operazione “turisti solidali” si manderà un segnale concreto di vicinanza a queste realtà oggi dimenticate da tutti, per tenere in vita i legami di partenariato tra operatori europei e comunità nel Sud del mondo. Un segnale concreto con cui si tenta anche di far vivere i legami tra cittadini di diversi Paesi, sulla base dei principi di sostenibilità ed equità del turismo responsabile. Sapendo che il turismo, quando ripartirà, sarà un turismo di piccoli numeri, senza affollamenti e lontano, almeno agli inizi, dalle destinazioni del turismo di massa. Si aprirà un’opportunità inedita per le comunità che propongono un turismo responsabile, di comunità e sostenibile: oggi bisogna aiutarle a resistere perché siano pronte per la ripartenza.

 

 

La Pfizer nasce a New York nel 1849 e la sua crescita è stata continua e costante fino ad arrivare ad essere la seconda azienda farmaceutica al mondo per fatturato nel 2017. La sua storia è però fatta anche di processi e multe, anche molto salate. Ad esempio per il ricorso al marketing illegale e la vendita di prodotti difettosi. Nel 2018 Pfizer viene classificata dal Reputation Institute (l’istituto che valuta la reputazione delle aziende in base ai sondaggi tra i consumatori e i media) come “la peggior azienda per i consumatori”. La Pfizer ha affrontato migliaia di cause legali per lesioni e pratiche di vendita illegali. Ha battuto il record per la pena pecuniaria più alta della storia comminata a un’azienda farmaceutica, oltre 2,3 miliardi di dollari in seguito alle responsabilità civili e penali derivanti dalla promozione illegale di quattro farmaci: Bextra, un farmaco antinfiammatorio; il Geodon, un farmaco antipsicotico; il Zyvox, un antibiotico; e Lyrica, un farmaco antiepilettico. L’azienda incaricava i suoi rappresentanti di proporre i medicinali ai dottori per patologie diverse da quelle indicate e in dosi superiori a quelle approvate, nonostante i rischi per i pazienti. Il caso più famoso che ha visto coinvolta l’azienda riguarda le sperimentazioni dei suoi farmaci in Africa. Nel 1996 alcuni bambini nigeriani morirono di meningite dopo aver provato un antibiotico sperimentale Pfizer. Quindici anni più tardi, al termine del cosiddetto “contenzioso di Kano”, la Pfizer fu costretta a risarcire diverse famiglie. Alla vicenda si ispirò John le Carré per il suo romanzo “Il giardiniere tenace”. La sperimentazione non era stata preventivamente concordata né con le competenti autorità nigeriane, né con i genitori. Gli interventi riguardarono bambini malati di meningite da meningococco, cui fu somministrata trovafloxacina – un antibiotico sperimentale – invece della ben più documentata terapia a base di ceftriaxone. Secondo le accuse mosse alla Pfizer, i decessi e le lesioni gravi registratisi in seguito alla sperimentazione sarebbero imputabili al protocollo usato; a sua difesa, la multinazionale sostiene che il proprio farmaco è risultato efficace almeno quanto la migliore terapia disponibile all’epoca dei fatti. L’intera vicenda venne alla ribalta dell’opinione pubblica dopo un’inchiesta del Washington Post del dicembre 2000. Ora si alzano in Europa le polemiche perché Pfizer tenta di guadagnare anche sulla dose in più che alcuni medici riescono a estrare dalle fiale o per i tempi di consegna rispetto a quanto promesso. Quisquiglie rispetto al pedigree dell’azienda.

 

Inizia il 2021 e riemerge una polemica che negli ultimi mesi era stata sepolta dalla pandemia. Gli attori in campo sono da un lato il Presidente del Consiglio regionale ligure Giovanni Toti e dall’altro il deputato ligure della Lega Salvini Edoardo Rixi.

Cosa dice Toti commentando le prime nascite dell’anno? «Diamo il benvenuto ai primi liguri nati nel 2021!” Tra i primi 4 liguri 3 sono figli di immigrati (Ecuador, Nigeria e Albania). Cosa risponde Rixi “«Quella bambina (riferendosi alla bambina figlia di nigeriani) non è ligure, la Lega è contraria allo ius soli. I bambini non sono cittadini dello Stato, se arriva lo ius soli lo saranno, ma per ora non lo è».

Dal punto di vista giuridico chi ha ragione? Senza dubbio Toti, e questo perché lo ius soli è stato introdotto nell’ordinamento italiano con la legge 91 del 1992 sulla cittadinanza. Che prevede due modalità di ius soli. La prima riguarda gli apolidi, i figli di genitori ignoti e i figli di cittadini di paesi che non trasmettono la cittadinanza ai figli nati all’estero. La seconda modalità di ius soli è quella che c’è in tutta Europa, “Lo straniero che sia nato in Italia può divenire cittadino italiano a condizione che vi abbia risieduto legalmente e ininterrottamente fino al raggiungimento della maggiore età e dichiari, entro un anno dal compimento della maggiore età, di voler acquistare la cittadinanza italiana (art. 4, co. 2).”. Sostanzialmente si acquisisce un diritto alla nascita che si può esercitare però solo alla maggiore età, se si è sempre vissuto in Italia e si fa richiesta e che scade al 19° anno. Com’è nel resto dell’Europa? Cambia soltanto l’età in cui si può acquisire la cittadinanza, che di solito coincide con le scuole elementari e, in alcuni, casi, non prevede la continuità di residenza sul territorio oppure considera gli anni di residenza dei genitori. Possiamo concludere che l’Italia come tutti i paesi europei, ad eccezione della Francia, hanno introdotto negli ultimi decenni lo ius soli e le uniche differenze riguardano soltanto gli anni necessari per esercitarla. Il caso italiano è però particolare, perché oltre ad essere i tempi tre volte quelli medi europei, è discriminatorio per chi è nato in Italia rispetto a chi è nato all’estero. Nel primo caso infatti il tempo di attesa sono 18 anni, nel secondo 10 anni. Caso più unico che raro di discriminazione a favore di chi è nato all’estero e che potrebbe essere pure incostituzionale.  

In conclusione, bravo Toti che ha detto semplicemente le cose come stanno. I leghisti dovrebbero invece leggersi la normativa in vigore e prendere atto che da quasi 20 anni esiste lo ius soli. Chi continua invece a fare battaglia perché venga fatta una nuova legislazione sulla cittadinanza (ius culturae?) senza mai riuscire a convincere una maggioranza sufficiente, potrebbe invece proporre una modesta modifica alla legge 91 del 1992, laddove recita “entro un anno dal compimento della maggiore età”. Basterebbe scrivere “entro un anno dall’inizio della Scuola dell’obbligo”, per allinearci con il resto dell’Europa, trovando una mediazione decente basata sul principio che la vita in comunità, e per i bambini inizia con le elementari, avvenga a parità di diritti.

 

Inesorabilmente, e neanche tanto lentamente, stiamo vedendo sfumare la più grande foresta primaria al mondo. L’Amazzonia, gigantesco ecosistema di 6 milioni di chilometri quadrati distribuiti in 9 Stati, è vicina al punto di non ritorno: secondo le principali associazioni ambientaliste, ormai il 40% del cuore verde del Sudamerica è diventato savana e non tornerà più a essere foresta. Le decisioni politiche del Brasile, Paese che ne possiede il 65%, hanno un peso notevole, per quanto da sole non siano decisive. Per il governo di Jair Bolsonaro, l’Amazzonia è soltanto una grande risorsa da sfruttare: distribuendone le terre agli amici, permettendo l’espansione violenta dei latifondisti, assediando le aree indigene e sabotando la conservazione delle aree protette. Pochi mesi fa il ministro dell’Ambiente brasiliano, Ricardo Salles, è stato registrato nel corso di un consiglio dei Ministri mentre suggeriva di approfittare della pandemia per allentare la legislazione ambientale.

Il problema non è solo il Brasile: anche gli altri Stati amazzonici fanno la loro parte. In Bolivia, durante il governo di Evo Morales furono diversi i conflitti con le etnie amazzoniche per via dell’apertura di strade nella foresta. In Perù sono stati ridimensionati i parchi naturali e in Ecuador continuano le estrazioni petrolifere inquinanti. In Colombia infine, terminata la guerra civile, l’Amazzonia è stata progressivamente conquistata dagli allevatori e dai narcos.

Ma in realtà l’Amazzonia brucia per noi, o meglio, per via del nostro modello di consumo. I motori della distruzione delle foreste pluviali si sono accesi ormai 40 anni fa, quando si cominciò a estrarre minerale di ferro per l’industria dell’auto e ad abbattere grandi quantità di alberi per vendere legnami pregiati e fare spazio all’allevamento di bovini, destinati all’industria del fast food. Poi arrivarono i cercatori d’oro e le grandi dighe idroelettriche finanziate dalla Banca Mondiale. L’Amazzonia diventava sempre più un grande supermarket di materie prime pregiate e di sconfinati terreni da destinare alle coltivazioni. Le condizioni erano perfette per l’introduzione del legume più coltivato al mondo, la soia, nella sua variante OGM.

Anche il cambiamento climatico ha fatto la sua parte, aumentando l’intensità e la capacità distruttrice degli incendi, specie di quelli appiccati intenzionalmente, quando le condizioni sono più favorevoli al propagarsi delle fiamme. Così l’alleanza tra cambiamento climatico e agricoltori ha scritto le ultime drammatiche pagine: per coltivare più soia si brucia sempre più foresta, e gli incendi potenziano il cambiamento climatico liberando enormi quantità di CO2. È un circolo vizioso dal quale pare non esserci via di uscita.

Nel frattempo noi mangiamo più carne bovina, e anche quando la carne è di animali allevati in Europa, il bestiame viene alimentato con soia e foraggi prodotti in Amazzonia. Continuiamo a usare legni pregiati da taglio illegale perché, anche se ormai il legname importato deve essere certificato, si riesce lo stesso a trasformare la foresta in parquet aggirando la legge. Come scrive papa Francesco nell’esortazione Querida Amazonia: «L’equilibrio planetario dipende anche dalla salute dell’Amazzonia. […] Il  grido  che  l’Amazzonia  eleva  al  Creatore  è simile al grido del popolo di Dio in Egitto. È un grido di schiavitù e di abbandono, che invoca la libertà». Ed è vero che «il grido dell’Amazzonia raggiunge tutti»: perché l’Amazzonia non è solo il polmone del nostro pianeta, ma è anche il simbolo, lo specchio nel quale guardarci per vedere riflesso ciò che siamo diventati come società globale, e a quale prezzo. Vedere bruciare l’Amazzonia dovrebbe essere un monito per tutti, ma purtroppo non lo è.

Inizia a metà dell’800 la lunga storia di successo dei materiali plastici, che dopo la Seconda guerra mondiale sostituiscono man mano legno, tessuti e metallo in un’infinità di applicazioni. È il mix di versatilità ed economicità che ne ha determinato il successo: nel 1964 nel mondo se ne  producevano 15 milioni di tonnellate, oggi abbiamo superato da poco i 400 milioni di tonnellate.

Sebbene si possa ottenere da diverse fonti, la plastica rimane un materiale derivato soprattutto dal petrolio. Ed è protagonista di due tipi di problemi ambientali: il primo è proprio l’impiego del petrolio per la sua fabbricazione, il secondo è la difficoltà del suo smaltimento dopo l’uso.

Anche se la produzione si concentra per il 30% circa in Cina, per il 20% in Europa e per il 18% in America settentrionale, oggi tutto il mondo utilizza materie plastiche a prezzi irrisori, e solo pochi Paesi riciclano. Secondo il WWF, ogni anno finiscono in mare 8 milioni di tonnellate di plastica. In mari e oceani sono ormai “stoccati” 150 milioni di tonnellate di questo materiale che degradandosi (processo che può durare anche quattro secoli) dà vita al fenomeno delle microplastiche: granelli di plastica ingeriti dai pesci, che li immettono nella catena alimentare fino ad arrivare all’uomo. Questa piaga è in buona parte dovuta alle esportazioni di enormi quantità di plastica da eliminare verso l’Africa e non solo. Sono 680 mila le tonnellate di rifiuti che ogni anno gli Stati Uniti esportano in 96 Paesi disponibili a riceverli. In testa alla lista la Malaysia, il Messico, la Thailandia e poi Ghana, Uganda, Tanzania e altri Stati africani. Secondo le aziende statunitensi il materiale viene riciclato, ma la verità è che buona parte di questi rifiuti viene bruciata, liberando diossina, oppure dispersa nell’ambiente. Fino al 2019 l’Europa esportava al ritmo di 150 mila tonnellate al mese soprattutto in Cina, Paese che però è diventato riluttante a importare plastiche da riciclo, essendo ormai in grado di coprire il proprio fabbisogno internamente.

La plastica “bio” resta una soluzione parziale: è vero che si degrada in poco tempo, ma viene prodotta a partire da farina o amido di mais e di grano, o comunque da altri cerali. Produrla richiede quindi un incremento delle coltivazioni cerealicole, con l’impiego di massicce dosi di fertilizzanti e pesticidi (quasi sempre derivati dal petrolio), oltre alla destinazione a questo scopo di vaste estensioni di terre coltivabili, spesso a discapito della sicurezza alimentare.

Nel 2020 è arrivata anche la pandemia a peggiorare la situazione, con un aumento esponenziale della produzione di plastiche incentivato sia dal calo del prezzo del petrolio sia dal bisogno di miliardi di dispositivi di protezione personale: basti pensare a guanti e mascherine “usa e getta”. Ormai non facciamo più caso al ruolo della plastica nelle nostre vite, onnipresente nella nostra cultura materiale. La plastica, di cui non possiamo fare a meno, è la vera conquistatrice del mondo. Solo nel 2019, per la sua produzione, incenerimento e smaltimento si sono riversate nell’atmosfera 850 milioni di tonnellate di CO2, l’equivalente dell’impatto di 190 nuovi impianti a carbone da 500 megawatt. Secondo il World Economic Forum, entro il 2030 l’inquinamento è destinato a raddoppiare se si manterrà l’attuale trend di crescita dell’impiego di plastica, che potrebbe essere la responsabile del non raggiungimento degli obiettivi di Parigi 2015. Una riflessione urgente s’impone, soprattutto quando in nome della salute sono stati archiviati i problemi ambientali, come se non esistessero più, aggravando ulteriormente una situazione già compromessa.  

Le potenze sono tali perché riescono a “vedere lungo” e ad anticipare gli altri Paesi. In queste settimane, malgrado la pandemia in corso, nel gioco delle potenze ci sono state importanti novità su diversi fronti. Dalla guerra del petrolio, che non è soltanto una questione di prezzi ma di protagonisti del mercato futuro, alla corsa all’Artico. Qualche mese fa Donald Trump si è lasciato sfuggire una battuta in merito all’acquisto della Groenlandia seguendo il copione del 1867, quando gli USA comprarono l’Alaska dalla Russia per 7,2 milioni di dollari dell’epoca. La reazione della Danimarca, Paese al quale appartiene la Groenlandia, pur con grandi autonomie, è stata di indignazione. Quella gigantesca isola nordamericana, colonizzata dai vichinghi nel Medioevo e oggi popolata da 56.000 inuit, è uscita dal dimenticatoio grazie al cambiamento climatico. Non soltanto sta tornando la “terra verde” che fu apprezzata dagli agricoltori vichinghi, ma lo scioglimento dei ghiacci che coprono la sua superficie sta svelando importanti giacimenti di terre rare, uranio, idrocarburi, oro. Ma, in realtà, ciò che più pesa nel rinnovato interesse strategico per la Groenlandia sono le nuove rotte commerciali artiche.

La Cina sta ipotizzando una “Via della Seta” marittima polare che passa proprio dalle acque della Groenlandia, ma anche Russia e Stati Uniti sono interessati. Nei giorni scorsi Washington ha siglato un accordo di cooperazione economica con il governo autonomo groenlandese del valore di 11 milioni di euro destinati all’estrazione di minerali e al turismo. Poca cosa, tra l’altro sostenuta dal governo danese socialdemocratico, ma abbastanza per far infuriare le forze politiche dell’opposizione, dalla destra estrema ai socialisti. L’accordo siglato con gli Stati Uniti rappresenta un segnale a Cina e Russia, che da anni tentano di costruire relazioni strette con la Groenlandia. La logica degli Stati Uniti è semplice: quell’isola, geograficamente americana, non può entrare nell’orbita delle potenze antagoniste. La presenza sull’isola si rinforzerà con l’apertura di un consolato degli USA nella capitale Nuuk, che si aggiungerà alla storica base militare Thule, al Nord, e a un’altra in costruzione a sud.  Il futuro della Groenlandia non potrà che essere quello di una pedina nel “grande gioco” mondiale che ci attende. Tornerà di attualità il controllo dei mari, laddove essi rappresentano passaggi chiave per il traffico di merci e scenari strategici per future guerre.

“Kalaallit Nunaat”, la “terra degli uomini” in lingua groenlandese, rischia ora di condividere il triste destino delle altre frontiere estreme della natura, diventate all’improvviso appetibili per corporation e potenze. Come l’Amazzonia, il delta del Niger o la Patagonia cilena, anche la patria degli Inuit conoscerà sfruttamento selvaggio delle risorse, contaminazione ambientale, sudditanza agli interessi stranieri. Per questo motivo parlarne, far conoscere luoghi così reconditi e da sempre dimenticati oggi diventa importante. Se qualcosa cambierà nel nostro modello di sviluppo, come tutti ora auspicano, la prova generale avverrà in queste regioni lontanissime. Terre messe in pericolo perché imprescindibili per la globalizzazione odierna. Terre che diventano appetibili in una logica che non riconosce il valore indispensabile della sostenibilità. Se si aprirà la “Via Polare della Seta”, o se saranno gli Stati Uniti o la Russia a sfruttare la Groenlandia, alla fine dei conti ciò avverrà a causa del cambiamento climatico: che sta creando problemi enormi e noti a tutti, anche se coloro che potrebbero attuare politiche per contrastarlo fanno finta di niente e anzi ne approfittano.

 

 

Al momento, in termini di vite umane, l’America Latina non sta pagando un prezzo particolarmente elevato alla pandemia di Covid-19, se si fa eccezione per alcune città come Manaus, Rio de Janeiro e São Paulo in Brasile o Guayaquil in Ecuador. Ci sono problemi sanitari più gravi, come la febbre dengue stagionale nel Cono Sud, con un numero di malati 10 volte superiore a quello dei positivi al coronavirus. Per l’America Latina i danni maggiori causati dalla pandemia riguardano l’economia. In particolare il settore del cosiddetto “lavoro informale”, che occupa dal 30 al 50% della popolazione attiva: venditori ambulanti, colf, giardinieri, muratori, badanti che lavorano in nero e vivono alla giornata. In Perù, ad esempio, il 43% dei lavoratori è fermo e non percepisce nessun reddito, e per l’80% si tratta di lavoratori informali.

La Cepal (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi, organismo economico delle Nazioni Unite) prevede che l’America Latina perderà 5 punti di PIL regionale, con un aumento di 12 milioni del numero di disoccupati; in tutto, 40 milioni di persone piomberanno nella povertà entro la fine dell’anno. A questo buio panorama si aggiunge il calo di entrate fiscali, per via della scomparsa del turismo e del calo dell’export: e di conseguenza ci saranno minori risorse per garantire sanità e sussidi, in aggiunta all’aumento esponenziale del debito pubblico, una delle piaghe più antiche dell’America Latina. Secondo gli esperti, si tratterà della peggiore crisi della storia per la regione.

La situazione in Africa non è molto diversa. Anche lì altre malattie mietono più vittime del coronavirus, con l’eccezione di alcuni focolai. Lo stesso vale per il Medio Oriente e il Sudest asiatico. Insomma, anche se i dati sono da prendere con le pinze, pare che il cosiddetto Sud del mondo, quello che una volta chiamavamo “terzo mondo”, stia reagendo bene alla pandemia. È possibile che questioni climatiche e la composizione anagrafica delle popolazioni abbiano limitato la diffusione del virus e la gravità dei contagi. La pandemia, invece, sta colpendo in profondità i Paesi con le più alte percentuali al mondo di persone anziane sulla popolazione totale: quelli, cioè, dotati di sanità moderna e spesso anche di welfare.

Per quanto riguarda l’impatto economico, le previsioni del Fondo Monetario Internazionale non fanno sconti a nessuno, quando prevedono un calo globale di 3 punti di PIL con punte di 10 punti in Europa. Ma le società più colpite sono anche le più ricche, quelle che hanno risorse da investire sia per fronteggiare l’emergenza sia per la “ricostruzione”. Stanziamenti di miliardi e miliardi sono stati annunciati dagli Stati Uniti e dall’Europa, che già cominciano a spendere.

Saranno i Paesi del Sud del mondo, che pure dal punto di vista sanitario avrebbero altre priorità, a pagare doppiamente la crisi. Avendo adottato anch’essi misure di lockdown, e vivendo soprattutto di export di materie prime, subiranno un tracollo economico senza avere risorse da destinare alla ripresa: quindi ricorreranno massicciamente al debito, emettendo moneta e generando inflazione, con tutte le conseguenze sociali e l’instabilità politica che ne deriveranno.

È vero che una pandemia è un problema globale, ed è auspicabile che tutti seguano le indicazione dell’OMS; ma non è vero che tutti ne pagheranno le conseguenze allo stesso modo: una volta superato il problema sanitario ciascuno farà per sé, la solidarietà si sarà esaurita. Perciò lo slogan “andrà tutto bene”, e gli inviti alla solidarietà e alla collaborazione internazionale per fronteggiare il dramma sanitario, andrebbero riformulati: dovrebbero essere estesi allo sforzo per uscire, tutti insieme, anche dalle tragiche ricadute economiche del fenomeno coronavirus. Capirlo e agire di conseguenza sarebbe la più grande rivoluzione degli ultimi decenni, la migliore eredità lasciata da questa pandemia.

 

La pandemia di coronavirus, per quanto i dati dei decessi siano relativamente modesti, è diventata una big news. Cioè una notizia che monopolizza velocemente tutto l’arco dell’informazione. Forse perché si tratta di un problema che colpisce in prima persona gli stessi giornalisti delle grandi reti e i cittadini dei Paesi più ricchi al mondo. Se andiamo a vedere i numeri, infatti, i morti attribuiti al coronavirus non arrivano neppure alla metà delle 710.000 vittime che ogni anno sono causate da malattie trasmesse da mosche e zanzare. Più lontani ancora dal milione e mezzo di morti provocati dalla TBC, per non parlare della strage nascosta causata dal cibo spazzatura, dall’obesità e dalle patologie associate: 4 milioni di persone all’anno, secondo le stime più prudenti.

Ovviamente, la questione è che nessuna di queste piaghe crea i problemi economici che stiamo vedendo oggi. Si tratta, infatti, di cause di mortalità che colpiscono zone rurali o comunque a economia agricola, o che si concentrano nelle periferie povere delle metropoli. Sono le cosiddette “malattie dimenticate”: alcune, come la TBC, prevenibili; altre, come la malaria, gestibili se solo si potesse disporre di mezzi adeguati. Per la stampa e per tutti noi, fatalisticamente, è quasi scontato associare la povertà alla morte causata da malattie che pure si possono prevenire o curare. E così milioni di morti non fanno notizia.

Anche davanti alle catastrofi naturali il copione è lo stesso. L’evento che più a lungo ha colpito l’immaginario del mondo dell’informazione e dei cittadini occidentali è stato lo tsunami che colpì i Paesi affacciati sull’Oceano Indiano nel 2004. Una catastrofe che fece oltre 200.000 morti, ma che bucò lo schermo perché tra le vittime dei resort su spiagge da sogno vi erano migliaia di turisti occidentali. Quando, tra qualche mese, inevitabilmente ci saranno carestie nell’Africa devastata dalle cavallette, i morti per fame o malnutrizione non saranno nemmeno contati. E prenderemo la notizia con quella passiva accettazione con cui archiviamo tutto ciò che accade in Africa.

Sappiamo tutti che il processo di identificazione emotiva scatta più facilmente con chi ci è più simile, più vicino. Tuttavia ciò che si è perso di vista, e che il coronavirus ci ricorda tragicamente, è che in questo mondo interconnesso tutti siamo “vicini”, come mai è successo in passato: i problemi degli altri sono anche i nostri. Noi, pare, non possiamo permetterci di morire per situazioni che avrebbero potuto essere previste e prevenute: come le infezioni disastrosamente propagatesi negli ospedali e nelle case di riposo. Sarebbe bastato conoscere e applicare i protocolli che sono stati usati durante le epidemie di ebola in Congo o Sierra Leone, e che alcune Ong attive in quei contesti stanno insegnando ora al personale di diversi ospedali europei. Paesi lontani, eppure vicini.

Psicologicamente, professionalmente, logisticamente non si era preparati a fare fronte a un’epidemia “da poveri” che per la prima volta colpiva i ricchi. Nascono da qui la sottovalutazione, le tempistiche sbagliate, il dibattito sull’immunità di gregge e altre perle inanellate dai governi nazionali e locali dell’Occidente. Davamo per scontato che non potesse capitare a noi ciò che ci raccontavano i missionari e gli operatori delle Ong di ritorno dall’Africa. Non ci sono molte speranze, purtroppo, che la lezione sia stata compresa. Al coronavirus si risponderà aumentando i posti in terapia intensiva, con nuovi protocolli sanitari e nuove assunzioni di medici e infermieri. Senza capire che il punto debole in Italia, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti è stata l’ospedalizzazione della malattia, in mancanza di strutture territoriali che potessero essere di sostegno alle famiglie, garantire cure a domicilio, “misurare” in tempo reale il propagarsi dell’infezione e decongestionare così le strutture di pronto soccorso. È un intero modello sanitario che crolla in Occidente, quello fatto di iperspecializzazione, macchinari miliardari e ospedali di eccellenza. Battuto però da un virus influenzale particolarmente aggressivo. Si scopre ora che quella rete sanitaria di base che avrebbe potuto fare la differenza da noi non c’è più, mentre esiste in Paesi molto poveri, dove non ci sono le risorse per ospedali e strumentazioni d’avanguardia. Che i medici di uno degli Stati più poveri di mezzi tecnologici come Cuba siano stati chiamati per lavorare in Spagna e Italia è un segno evidente del grande fallimento della sanità intesa come business.

 

Per molto tempo siamo stati prigionieri dell’idea che il concetto di “sicurezza” equivalesse esclusivamente a protezione da attacchi terroristici. Una bolla nella quale siamo finiti dopo l’11 settembre 2001, popolata da servizi di intelligence, da nuove e maggiori forme di controllo sui cittadini (e conseguenti restrizioni della privacy) e da gruppi jihadisti, ma anche da movimenti indipendentisti, fronti di opposizione a regimi autoritari e organizzazioni dedite al narcotraffico. La lotta al terrore, infatti, è stata sempre una categoria ambigua, sfruttata da diversi regimi per perseguitare gli oppositori e utile in Occidente a foraggiare l’industria bellica e quella della sicurezza, pubblica e privata.

Ora scopriamo che non eravamo preparati a garantire un’altra forma di sicurezza, quella sanitaria, anche se epidemie e pandemie sono note da tempi remoti. Ma siamo alle soglie anche di un’altra emergenza in arrivo, quella alimentare. Un tema poco discusso, di solito riservato agli addetti ai lavori, anche se in questo le cause del problema sono note a tutti. La sicurezza alimentare, infatti, oggi è a rischio per via del modello agroindustriale mondiale e del cambiamento climatico. Mentre il prezzo del petrolio è in caduta libera, stanno schizzando alle stelle le quotazioni dei cereali e della soia. Questo perché l’Australia, uno dei sette grandi produttori mondiali di cereali, con gli incendi di quest’anno ha perso il 50% del raccolto, mentre in Argentina è stata reintrodotta una tassa sull’export agricolo soprattutto di soia, che ne limita la disponibilità sui mercati internazionali, e altri grandi produttori come Russia e Stati Uniti stanno frenando le esportazioni per accumulare riserve strategiche. Il calo della produzione australiana ha portato diversi Paesi asiatici a rivolgersi al mercato statunitense e a quello europeo, dove però, per motivi climatici, si teme che i raccolti di quest’anno non saranno straordinari.

Si “scopre” quindi che i cereali, la base dell’alimentazione mondiale, potrebbero scarseggiare presto. E questo nell’anno in cui le coltivazioni dei Paesi del Corno d’Africa e dell’Africa Orientale sono state distrutte da una drammatica invasione di cavallette. La minore disponibilità di cereali e il conseguente aumento del prezzo non influirà soltanto sull’industria di trasformazione europea, ma anche sul sistema dell’allevamento continentale. Le conseguenze peggiori potrebbero verificarsi in Africa, dove una minima variazione del prezzo dei cereali è in grado di provocare carestie, alle quali seguono immancabilmente le cosiddette “rivolte del pane”, a loro volta premessa di instabilità politica che sfocia nell’autoritarismo. Questa crisi alimentare e umanitaria, prevedibile e annunciata, si potenzierà inevitabilmente sovrapponendosi a quella economica globale determinata dalla pandemia.

Il tracollo della grande agricoltura ci riconduce alla madre di tutte le questioni, il cambiamento climatico. Bene ha fatto Greta Thunberg, con il suo movimento ambientalista, a continuare a manifestare anche in mezzo alla pandemia di coronavirus, ovviamente online, perché il nodo climatico venga affrontato. Non si può sospendere l’attenzione su questo nodo cruciale perché ci sono altre emergenze. Anche perché il mondo ormai è in stato di perenne emergenza: si susseguono crisi tra loro diverse, ma quasi sempre generate da combinazioni di fattori riconducibili al cambiamento climatico e al modello di sviluppo seguito a livello mondiale. Se le risposte saranno sempre parziali, scoordinate, sviluppate su scala locale e non a livello internazionale, non si riuscirà mai a fare prevenzione. Non ci sarà lieto fine come nella fiaba dell’eroico bambino olandese, che tamponando con il dito la falla di una diga, riuscì a salvare i suoi concittadini dall’alluvione. Ci vorrebbero gli stati generali della Terra per costruire un’agenda condivisa. Ma questo oggi suona come un’utopia, siamo ancora troppi impegnati a capire come salvarci da soli.

 

Il rischio di svolte autoritarie motivate dalla necessità di far fronte alla pandemia comincia a diventare realtà. Con il voto di due terzi del Parlamento ungherese, Viktor Orbán ha sostanzialmente mutato la già debole democrazia ungherese in una dittatura che, come già successo più volte nella storia, inizia con un voto democratico. Il potere legislativo ungherese – che, come in tutte le democrazie, dovrebbe essere un potere altro e di garanzia rispetto a quelli esecutivo e giudiziario – ha votato per sospendere le proprie funzioni, trasferendo il potere in modo illimitato e senza scadenze al primo ministro.

Gli unici precedenti europei dell’ultimo secolo sono stati negli anni ’20 l’ascesa di Benito Mussolini e negli anni ’30 quella di Adolf Hitler, entrambi legittimati come dittatori dai rispettivi Parlamenti. Non è retorica parlare di dittatura nel caso ungherese: il primo ministro potrà governare a tempo illimitato decretando da solo, potrà sospendere elezioni, controllare gli organi di stampa e condannare fino a cinque anni di reclusione chi diffonde notizie “false” rispetto a quanto comunicato dal governo. L’accerchiamento degli autoritarismi ai confini dell’Unione Europea, di cui sono protagonisti i vari Putin, Erdoğan e al-Sisi, ha fatto breccia all’interno della Comunità. La risposta a quanto avvenuto in Ungheria sarà il vero banco di prova per gli altri 26 Paesi UE, che, in questo momento, non avevano bisogno di un nuovo fronte interno.

La svolta ungherese è stata preparata fin da quando è iniziata la pandemia. Le diverse batterie virtuali al servizio della galassia sovranista europea hanno da subito cominciato a sparare su due fronti. Il primo è quello del patriottismo, delle bandiere, del linguaggio militare, degli inni cantati dai balconi, colorando di nazionalismo patriottico quella che era ed è un’emergenza sanitaria. Il secondo è l’attacco sistematico all’Unione Europea, da sempre uno dei bersagli preferiti dai sovranisti. L’Unione, già provata dalla Brexit, in poco tempo ha fatto molto per la crisi, sospendendo il Patto di Stabilità e facendo pressione sulla Banca Centrale Europea che, nonostante le resistenze iniziali, ha lanciato un quantitative easing senza tetto. Il punto dolente è quello degli eurobond, cioè della socializzazione dei debiti nazionali dovuti alla crisi. Tema delicatissimo, perché la condivisione del debito è un tabù per molti Paesi europei. Ma al netto del giusto dibattitto, e della mediazione che alla fine si troverà, le batterie dell’odio hanno inondato il web di fake news sull’Europa matrigna, dalla quale uscire senza indugio.

In questo clima, la mossa di Orbán scivola via più facilmente. Da una parte l’UE è seriamente impegnata nel contrastare la pandemia, dall’altra si è formato un consenso trasversale antipolitico, anti-istituzionale e pro-soluzioni drastiche che rischia di trasformare Orbán nel simbolo della mitologica “mano forte” che dovrebbe sistemare tutto. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che una svolta del genere, per certi versi inedita, avvenisse all’interno dell’Unione Europea, considerata ancora come un bastione della democrazia. Anche su questo bisogna riflettere, cioè su come la democrazia non si stia affatto diffondendo, ma anzi stia addirittura vacillando nel continente dov’è nata. La prima precauzione, per evitare la diffusione di questo virus potenzialmente più letale del Covid-19, è ammainare le bandiere, ignorare gli appelli che parlano di patria o di nazione e, soprattutto, cancellare il linguaggio militare. Il coronavirus è una pandemia, non una guerra. I cittadini non sono soldati ma si adeguano alla situazione, adottano le misure richieste solo se sono consapevoli. La patria non c’entra nulla, conta la solidarietà. E chi solleva qualche critica alla gestione della crisi, infine, non è un criminale, ma un cittadino, una persona che esercita il diritto di parola: senza il quale non si è più in democrazia.