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Dagli anni ’70 a oggi i crocieristi nel mondo sono passati da circa 500.000 a oltre 25 milioni: è il segmento del turismo che è cresciuto maggiormente nell’ultimo ventennio a livello globale, con un ritmo medio che sfiora il 20% all’anno. Mentre declinava il modello del beach resort “all inclusive”, perché i villaggi si scoprivano vulnerabili ad attentati terroristici, malattie e tsunami, il suo naturale sostituto era già pronto: la nave da crociera, che offre gli stessi comfort e in più garantisce la massima sicurezza immaginabile. Il passeggero che teme i luoghi ignoti non è nemmeno tenuto a scendere a terra. L’unico punto debole delle crociere sono i batteri, come quello della salmonella, che ogni tanto colpiscono a bordo generando situazioni a dir poco spiacevoli. Oppure i nuovi virus, come il coronavirus, che ha portato alla quarantena di oltre 3.000 persone in crociera al largo del Giappone per via di due casi sospetti. Ma si tratta di episodi isolati e marginali rispetto alla massa di persone trasportate dalle navi da crociera ogni anno.

L’aumento vertiginoso della domanda sta travolgendo le stesse compagnie armatrici. Dopo anni di investimenti, la maggiore capacità ricettiva ha comportato il problema di garantire un’occupazione dei posti letto costante nei diversi periodi dell’anno. Per questo è scattata l’ora del viaggio low cost, nel quale l’importante sono i numeri e non la qualità. Troppa gente imbarcata, troppo grandi le navi, troppa manodopera sottopagata e demotivata. Le crociere trasportano viaggiatori che rischiano di travolgere le città in cui si fermano per poche ore: migliaia di turisti scaricati tutti nello stesso momento e nello stesso punto, e che di solito si recano insieme a vedere gli stessi luoghi turistici. A Venezia, Miami, Barcellona o Atene ormai li temono, perché sono turisti che hanno i pasti e il pernottamento pagati a bordo, e sul posto si limitano a consumare, se va bene, qualche bibita e il gelato. Turisti che intasano le piazze, che rendono insostenibile la visita ai musei, che allontanano quei turisti che invece sarebbero disposti a spendere.

Ed è qui che si inserisce Ocean Cay, la prima destinazione inventata sulla quale scaricare turisti senza impatto ambientale. Si tratta di un isolotto artificiale creato negli anni ’70 nelle Bahamas per estrarre sabbia di aragonite, quella bianca per eccellenza. L’isolotto, abbandonato da tempo, e l’area marina circostante, per circa 100 chilometri quadrati, sono stati acquistati dal gigante delle crociere MSC per 50 milioni di dollari, ai quali si sono aggiunti circa 300 milioni destinati alle bonifiche. Ocean Cay è stata “ridisegnata” per i bisogni dei turisti da crociera che qui vengono portati per passare qualche giorno di mare. Su Ocean Cay lavorano 150 persone e sono state costruite otto spiagge, più una di servizio, tutte radiosamente bianche, essendo di aragonite. Sono stati inoltre piantumati 75.000 alberi e piante e costruiti 100 edifici in finto stile coloniale: bar, ristoranti e camere per il personale, visto che i turisti dormiranno sulle navi ancorate al largo.

Ocean Cay chiude il cerchio del mondo delle crociere. Non bastava la ricreazione di un mondo ideale a bordo: ora i turisti scenderanno a terra in un mondo altrettanto virtuale creato ex novo. Una finta spiaggia da cartolina in mezzo ai Caraibi. Se, oltre a rispondere a criteri di sicurezza, si punta sul serio anche a raggiungere obiettivi di sostenibilità, forse Ocean Cay potrebbe essere la prima risposta concreta ai problemi creati dal turismo di massa, allontanando dai luoghi vulnerabili coloro che dal viaggio si aspettano solo mare, sole e mojito. Non importa se in luoghi veri o falsi.

 

Le recenti elezioni legislative in Perù hanno confermato un dato che ormai è una costante in tutto il continente americano: lo sbarco in politica delle religioni carismatiche e delle sette religiose. Nel caso peruviano, la seconda forza uscita dalle urne, il Frepap, nasce dalla Missione Israelita del Nuovo Patto Universale, la chiesa millenarista e messianica fondata da Ezequiel Ataucusi Gamonal nel 1968. Nella vicina Bolivia, uno dei candidati che si contenderanno la presidenza il prossimo maggio è il predicatore evangelico Chi Hyun Chung, nato in Corea del Sud e trasferitosi da bambino insieme alla famiglia nel Paese sudamericano. Nel 2018 in Costa Rica arrivò al ballottaggio per la presidenza della Repubblica il cantante cristiano Fabricio Alvarado, sostenuto dal partito evangelico Restaurazione Nazionale, mentre in Colombia si registrava il flop di Todos Somos Colombia, il partito di Jorge Trujillo, fondatore della chiesa Casa del Regno. Ma in realtà queste chiese hanno già espresso presidenti: come l’ex dittatore e genocida José Efraín Ríos Montt, che fu poi democraticamente eletto presidente del Parlamento del Guatemala grazie alla sua conversione al pentecostalismo; oppure il più famoso di tutti, Jair Bolsonaro, presidente del Brasile e frequentatore della chiesa battista.

Tutte queste esperienze politico-religiose hanno molto in comune. Innanzitutto l’essere fortemente conservatrici e il considerare i diritti ottenuti dal mondo LGBT e la legalizzazione dell’aborto volontario come una dimostrazione del fatto che si è imboccata la strada che porta a Sodoma e Gomorra. Proprio questa avversione per i diritti civili diventa il principale punto di contatto con il mondo conservatore tradizionale, che da sempre dichiara di battersi per difendere i valori appunto “della tradizione”, che in America Latina equivale a difendere i diritti dei bianchi, maschi e benestanti. Ma lo stesso avviene anche negli Stati Uniti, dove i neocon, provenienti soprattutto dalle piccole chiese rurali, sostengono da anni i candidati repubblicani più restii a riconoscere i diritti civili.

Per questi nuovi protagonisti della politica americana, la discesa in campo è paradossalmente “apolitica”: dichiarano di volere solo vegliare sui principi morali. Ufficialmente, rivendicano dunque una funzione da controllori piuttosto che da forza candidata a governare. Usano le forme di rappresentanza offerte dalla democrazia ma non ne condividono il principio di fondo, e cioè il diritto all’esistenza di visioni diverse del mondo, e anche della famiglia. Sfruttano come ariete la democrazia, insomma, ma vorrebbero ridurla a specchio delle loro convinzioni. Finora queste chiese erano state dietro le quinte, limitandosi a portare acqua ai politici loro più vicini, ma da alcuni anni cominciano a esprimere propri candidati. Hanno così giocato un ruolo fondamentale nell’avvicinare una base popolare ai partiti conservatori: un elettorato che non si sentiva rappresentato dalla politica tradizionale e che ora partecipa alla politica con lo spirito del crociato che combatte il male.

Tutto ciò accade perché i poveri e i poverissimi hanno trovato in queste chiese ascolto e soprattutto una rete di protezione, laddove lo Stato non esiste. Chiese come cooperative, alle quali si versa la decima dello stipendio, ma dalle quali si riceve un aiuto quando c’è bisogno. È questa la conseguenza, l’onda lunga della politica vaticana che allontanò i sacerdoti che aderivano alla Teologia della Liberazione, spalancando così le porte ad altre religioni. Il punto è che non siamo di fronte a una disputa teologica: l’ingresso in politica di chiese organizzate in partito rinforza quei settori conservatori, finora minoritari, che finalmente possono candidarsi a vincere in democrazia. Democrazia che loro stessi mettono in pericolo una volta insediati. Non solo l’elenco dei Paesi democratici si è ristretto negli ultimi anni, ma all’interno di essi ci sono forze sempre più rilevanti che mirano a trasformare la democrazia in teocrazia. E non parliamo di Medio Oriente, ma di America.

È una battaglia silenziosa che si combatte da anni: l’Unione Europea, contro i desiderata dell’agroindustria continentale, resta l’unica area al mondo nella quale è vietata la coltivazione di prodotti geneticamente modificati. Il divieto, però, riguarda il consumo umano e non quello animale: la soia e il mais consumati quotidianamente nei nostri allevamenti provengono per il 95% da Argentina, Brasile, Canada e USA, dove si coltiva con semi transgenici; e solo per il 5% sono prodotti in Europa, e quindi non OGM. È questa la prima contraddizione dell’Europa, che impone regole ai propri agricoltori ma deve fare i conti con un mercato mondiale delle commodities ormai quasi interamente OGM. Nel mondo sono infatti ben 190 milioni gli ettari di suolo coltivati a soia, mais, cotone, canna da zucchero o barbabietola geneticamente modificati.

La normativa europea che ha stoppato gli OGM risale a quasi vent’anni fa, e oggi in Europa ci sono solo due piccole eccezioni, per un totale di 120.000 ettari di mais transgenico coltivati in Spagna e Portogallo. In base al principio di precauzione l’UE ha vietato anche la sperimentazione in campo aperto, in modo da evitare contaminazioni: gli OGM non saranno autorizzati finché la scienza non chiarirà le loro ricadute sulla salute umana. Ma dopo vent’anni non ci sono ancora risposte definitive, anche se molto si è discusso, ad esempio, sulle conseguenze dell’impiego del diserbante glifosato, utilizzato per questo tipo di coltivazioni e ancora legale in Europa.

Il fronte di lotta per ottenere l’apertura dei campi europei agli OGM si sposta ora sulla ricerca. È stato chiesto, in particolare, di rivedere la regolamentazione distinguendo tra OGM e forme di innovazione scientifica non OGM. La Corte di Giustizia europea ha però chiarito che le restrizioni sugli OGM sono da intendersi come riguardanti tutte le tecniche di mutagenesi, estensibili cioè anche a tutte le pratiche che vanno a modificare una parte di una molecola di DNA. Secondo i sostenitori della ricerca, la differenza starebbe invece nell’introdurre nel DNA un gene della stessa specie anziché di un’altra, come avviene con gli OGM propriamente detti. E così questa possibile “scorciatoia” verso l’apertura agli OGM per via scientifica è stata respinta. Il problema, infatti, era e resta squisitamente politico.

Il divieto introdotto in Europa nel 2001 nasceva da preoccupazioni relative alla sicurezza alimentare, ma col passare del tempo è diventato uno strumento della politica agricola comunitaria, che cerca di favorire i piccoli e medi produttori, penalizzando invece le imprese agricole di grandi dimensioni. Soltanto i grandi proprietari, infatti, potrebbero realmente beneficiare degli OGM. Inoltre, attraverso il divieto si protegge la produzione locale rispetto al mercato mondiale. L’Unione Europea deve in ogni caso tenere conto del fronte dei consumatori, che è sicuramente d’accordo sul divieto ai prodotti transgenici, anche se probabilmente ignora che la carne europea è nutrita quasi esclusivamente da OGM.

Fuori dall’Europa, invece, le voci contrarie agli OGM sono state molto deboli, e soprattutto si sono concentrate su specifici aspetti riguardanti l’uso del glifosato oppure il modello agricolo OGM, che ha favorito il grande agro-business a discapito dell’agricoltura familiare. Oggi nessuno considera più l’ipotesi che l’OGM, in sé, produca danni alla salute umana.
A distanza di vent’anni dall’emanazione del divieto, anche in Europa il principio di cautela dovrebbe essere ormai largamente superato. Eppure da noi si continua ufficialmente a parlare di scienza, quando quella degli OGM è una questione di politica agricola e di qualità del prodotto. In questo modo si continua a rimandare il dibattito, senza prendere in considerazione – per esempio – il fatto che oggi il principale produttore mondiale di sementi transgeniche è la tedesca Bayer, che ha acquistato Monsanto. Il muro anti-OGM, in realtà già franato per i mangimi, continuerà così a contraddistinguere l’Europa rispetto alle dinamiche globali.

 

L’ingerenza aperta e non contrastata di Russia e Turchia in Libia conferma, se ce ne fosse bisogno, la previsione contenuta nel lavoro del 2013 di Charles Kupchan, docente di Relazioni internazionali alla Georgetown University, intitolato Nessuno controlla il mondo. Kupchan scrive che il secolo che stiamo vivendo non apparterrà a nessuno. Non sarà degli Stati Uniti né dell’Europa, perché l’Occidente attraversa un declino economico e politico che lo priverà di quella preminenza di cui gode fin dal Rinascimento. Ma non sarà neppure di Cina, Russia o India, perché nessuno dei Paesi emergenti ha i numeri per imporsi come nuova potenza dominante. Sarà più libero, nel senso che ognuno potrà svilupparsi secondo il modello che preferisce, ma anche più complesso, perché non esisterà un baricentro capace di garantire la stabilità, e i vari attori coprotagonisti sul palcoscenico non parleranno la stessa lingua in termini di valori “universali” condivisi. I Paesi emergenti sulla scena internazionale, infatti, non seguono più necessariamente il modello della democrazia liberale e del capitalismo. In Medio Oriente i movimenti islamisti hanno tratto quasi ovunque benefici dalle cosiddette “primavere arabe”. In Cina c’è un regime autocratico che adotta l’economia di mercato, mentre India e Brasile scivolano verso il populismo. La Russia, piegata la resistenza europea, sta riconquistando velocemente lo spazio geopolitico dell’Unione Sovietica e torna a essere un giocatore globale. Costruire una politica di alleanze multilaterali è sempre più difficile, come si è potuto verificare con il fallimento dei vertici sul cambiamento climatico. Insomma, questo secolo non sarà di nessuno. E dire che, visto dal Novecento, il XXI secolo doveva essere l’era della Cina oppure dell’India. Qualche economista era perfino pronto a scommettere sul Brasile, mentre i neoconservatori americani puntavano sul ritorno alla supremazia degli Stati Uniti.

Oggi le democrazie occidentali rappresentano meno della metà della ricchezza mondiale, e il loro rallentamento economico va di pari passo con la crescita di altre potenze, “minori” fino a ieri, ma che oggi dispongono di arsenali di tutto rispetto e soprattutto, nel caso della Cina, di un potere economico immenso. Quali strutture politiche e sociali s’imporranno, se le democrazie dei due lati dell’Atlantico non si ergeranno più a controllori dell’ordine globale? Vivremo certamente in un mondo più instabile e complicato. Presto la maggior parte delle dieci principali potenze economiche non sarà democratica. O meglio, si tratta di Paesi nei quali la democrazia si declina in modo diverso rispetto all’ortodossia: sistemi a partito unico, come in Cina; o a leader unico, come in Russia o Turchia; populismi e nazionalismi di destra, anche violenti, come in Brasile e India, e Stati controllati dal potere religioso come l’Iran.

Da dove cominciare? Fermo restando che le istituzioni multilaterali globali, come il WTO o le Nazioni Unite, in questa fase non sono agibili, l’unico modo per provare a porre rimedio alla deriva in corso è ripartire dalle istituzioni regionali, come l’Unione Europea, il Mercosur e i trattati asiatici. Per l’Occidente la missione storica – se mai è davvero stata tale – di “esportatore della democrazia” si è esaurita. Non potendo imporre un modello di democrazia, è però importante che resti alta l’asticella della difesa dei diritti umani e ambientali. È quasi l’unico piano sul quale si può riuscire a costruire un ponte se non verso le istituzioni, almeno verso la società civile di questi Paesi.

Sarà davvero – e anzi lo è già – un mondo di nessuno, e bisogna attrezzarsi. Un mondo nel quale non ci si può aspettare nulla da nessuno, dove ogni certezza, perfino quella della solidarietà atlantica, è ormai saltata. Un mondo più difficile e pericoloso, nel quale occorre sforzarsi di tenere in vita la speranza di ricreare un concerto tra le nazioni, per trovare insieme un nuovo ordine condiviso, basato su rapporti pacifici e di cooperazione.

Il nuovo governo messicano sta affrontando una situazione senza precedenti: per la prima volta nella sua storia, da Paese di emigrazione o di passaggio, il Messico sta diventando meta finale di consistenti flussi migratori. Ciò accade non soltanto perché negli ultimi anni è diventato più difficile entrare negli Stati Uniti, e dunque i migranti cercano spontaneamente altre destinazioni, ma anche perché, in base all’accordo migratorio imposto da Donald Trump, i cittadini centroamericani che chiedono asilo negli Stati Uniti devono aspettare la risposta di Washington in territorio messicano. I tempi necessari per la pratica possono superare l’anno, e per chi viene respinto – oltre il 70% dei richiedenti – il Messico diventa, volente o nolente, la tappa finale del viaggio.

In un recente seminario organizzato nella capitale messicana dal ministero del Welfare e da Cepal (Comisión Económica para América Latina y el Caribe, la commissione economica per l’America Latina delle Nazioni Unite), con il sostegno di Eurosocial (il programma della Commissione Europea per sostenere le politiche di inclusione sociale in America Latina), si è discusso di povertà, esclusione e migrazioni. Temi non sempre collegati, in un continente che sconta da secoli alti tassi di povertà: il 30% della popolazione dell’America Latina è povero, il 10% indigente. Il fenomeno migratorio, dovuto a emergenze ambientali, economiche o politiche, sta diventando per la prima volta dirompente. Da Venezuela e Haiti sono usciti oltre 4 milioni di cittadini; dal triangolo centro-nordamericano costituito da Honduras, Salvador e Guatemala partono carovane di disperati che si incamminano verso nord formando gruppi, per tentare di proteggersi a vicenda. Non c’è capitale latinoamericana che non registri massicci arrivi da altri Paesi dell’area. Solo a Buenos Aires in tre anni sono arrivati 150.000 venezuelani, a Santiago del Cile sono entrati 250.000 haitiani. La Colombia poi ha superato il milione e mezzo di arrivi via terra di fuggiaschi dal vicino Venezuela, ormai al collasso.

Le risposte sono state finora di spontanea solidarietà, in alcuni casi di meditata agevolazione, come nel caso dell’Argentina, che ha validato per decreto i titoli di studio dei venezuelani, affinché possano continuare a esercitare le loro professioni. In Messico la riflessione è ancora più avanzata, partendo dalla premessa che, per il Paese, si tratta di un’opportunità storica per restituire parte di quanto ricevuto dai suoi emigrati all’estero. La politica ufficiale prevede l’erogazione di aiuti affinché i migranti centroamericani mettano radici stabili in Messico: ciò attraverso il lavoro, soprattutto nelle imprese del Nord del Paese e nel settore dell’agricoltura, ma anche grazie a prestiti agevolati per l’acquisto della casa e alla copertura medica e scolastica per i nuclei familiari.

Questa apertura parte da una constatazione oggettiva: nel 2030 anche in America Latina comincerà a verificarsi il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione, che ben conosciamo in Europa. Anche se il Messico è ancora giovane, ci si porta avanti con una politica migratoria aperta, che possa sostenere la demografia futura. È un ragionamento di respiro che manca totalmente in Europa, dove l’unica risposta al calo demografico è ridurre alla clandestinità i migranti, in quanto ormai legalmente non si può più entrare. I Paesi latinoamericani devono affrontare molti problemi, come noto, ma non si sono mai dimenticati la lezione della storia per quanto riguarda il diritto all’accoglienza e a rifarsi una vita. Si offrono diritti civili e di cittadinanza a chi arriva da altri Stati latinoamericani, oltre a dare cittadinanza automatica ai futuri figli dei migranti. Principi che Donald Trump sta tentando di cancellare negli Stati Uniti e che in Europa si sono persi da tempo.

 

 

Un mondo di dazi?

Pubblicato: 7 giugno 2019 in Senza categoria

Una parola che pareva scomparsa, o almeno in via di sparizione, è tornata di prepotente attualità. È il sostantivo dazio, derivato dal latino medievale datio che significava “l’atto di dare”. Nello schema frammentato di quel periodo della storia europea, i dazi costituivano una delle principali tasse che il potere incassava senza alcun costo: si esigeva, infatti, un pagamento per autorizzare il semplice transito di una merce. Più recentemente i dazi si sono trasformati in strumenti per regolare il mercato interno, gravando per esempio il costo delle merci prodotte all’estero al fine di tutelare la produzione nazionale, e sono divenuti parte importante negli accordi tra Stati.

Durante il periodo mercantilista questo strumento cominciò a essere usato in modo ambiguo. Le potenze europee neo-industrializzate alzavano barriere doganali e applicavano dazi sulle importazioni, ma pretendevano (e ottenevano a colpi di cannone) libero accesso ai mercati dell’Asia, dell’Africa o dell’America Latina. Arrivarono anche a distruggere interi comparti produttivi concorrenti per garantirsi il monopolio, come fece la Gran Bretagna dei telai meccanici nei confronti dei produttori di tessuti indiani quando nacque l’Impero. Durante la Guerra Fredda il problema non si poneva, la priorità era lo scontro tra i due blocchi, all’interno dei quali Stati Uniti e URSS dettavano le regole. Con l’avvio dell’ultima ondata di globalizzazione e l’apertura dei mercati mondiali alla circolazione di merci e capitali, pareva che i dazi potessero scomparire nei rapporti commerciali. Nel 1995 nacque l’Organizzazione Mondiale del Commercio, meglio nota con l’acronimo WTO, con l’obiettivo di eliminare progressivamente barriere doganali e dazi seguendo la linea dettata dalle potenze occidentali.

Al WTO è stato attribuito un ruolo centrale finché l’abbattimento delle barriere doganali andava a vantaggio dei suoi azionisti di maggioranza. Ma da quando la bilancia commerciale mondiale ha cominciato a pendere a favore della Cina e dell’Oriente, ecco che questa organizzazione è stata progressivamente marginalizzata. Le delocalizzazioni produttive, e ancor più la nascita di mercati consumatori giganteschi in Paesi fino a pochi anni fa poverissimi, hanno infatti rimescolato le carte: gli Stati Uniti, che avevano dato il via e guidato l’apertura dei mercati, hanno cominciato registrare uno spostamento della bilancia commerciale sempre più marcato a favore dei Paesi esteri. Cina, Canada, Messico, addirittura l’Europa hanno saldi positivi negli scambi con la prima potenza mondiale, che per prima aveva trasferito all’estero interi settori produttivi. Questa nuova situazione potrebbe rappresentare una grande opportunità per discutere le regole e la governance della globalizzazione: l’agenda dovrebbe certamente comprendere le pratiche commerciali sleali abbondantemente usate dalla Cina, ma anche i temi della fiscalità globale, dell’impatto ambientale, dei diritti dei lavoratori.

Se la comunità internazionale concordasse una maggiore omogeneità dei costi del lavoro e arrivasse a parametri condivisi di tutela dell’ambiente, il volto della globalizzazione cambierebbe ancora una volta. Invece la linea dettata da Washington va in tutt’altra direzione, e recupera i dazi come arma di politica estera: i dazi per colpire nemici, i dazi per colpire un popolo o una categoria. L’aspetto più paradossale di questo ritorno al passato è stata la mossa insolita con cui Donald Trump ha minacciato di imporre dazi contro il Messico se questo Paese non bloccherà il flusso di profughi centroamericani diretti verso la frontiera con gli USA. È chiaro che questi atteggiamenti allontanano la soluzione dei problemi e preparano un conflitto che vedrà tutti contro tutti: come nei tempi remoti del Medioevo, quando la visione del mondo coincideva con i confini del proprio feudo.

 

La multinazionale dell’abbigliamento sportivo Nike ha subito una sconfitta storica, senza che ci sia stato nemmeno bisogno di approdare in tribunale. La nuova scarpa della collezione Air Force 1 doveva portare un disegno, su fondo nero, in omaggio a Portorico, l’isola caraibica “associata” agli Stati Uniti. Il disegno riproduceva la rana Coquí, un piccolo batrace originario proprio di Portorico. Ma ecco che approssimazione e superficialità hanno trasformato l’operazione in un furto ai danni di Panama, e più precisamente dell’etnia Kuna. Un popolo che vive sull’arcipelago di San Blás, al largo della costa nord-orientale, verso la Colombia, difendendo con unghie e denti la sua autonomia culturale e anche territoriale.

L’arte kuna si esprime con uno dei prodotti più alti della cultura materiale americana, le molas: splendidi tessuti colorati che ormai da anni sono ambiti dai collezionisti d’arte. I Kunas attribuiscono a queste stoffe un valore insieme culturale e religioso. Le molas sono infatti le “tele” sulle quali raffigurano la loro mitologia. Per i creativi Nike, invece, le molas erano solo drappi colorati con uno stile affascinante. Ed ecco che l’omaggio a Porto Rico si è trasformato in un furto di proprietà intellettuale ai danni di un intero popolo. O meglio, in un caso di appropriazione culturale, tema al quale l’opinione pubblica nordamericana è sensibilissima. La denuncia dei Kunas ha fatto il giro del mondo grazie ai social network, costringendo l’azienda a sospendere la vendita delle scarpe incriminate e a riconoscere che si era creato un equivoco, ammettendo che per disegnare la rana Coquí portoricana erano state usate come modello le molas dei Kunas panamensi.

L’episodio potrebbe chiudersi qui, con un lieto fine. In realtà il furto di proprietà intellettuali e culturali ai danni dei popoli indigeni del mondo è un male antico mai debellato. Cominciò ai tempi del colonialismo, quando l’archeologia e la sedicente antropologia dell’epoca saccheggiavano opere d’arte, paramenti religiosi, addirittura corpi umani per riempire i musei “dell’uomo” delle capitali europee. E perdura ancora oggi, ad esempio con l’uso di simboli dei popoli nativi a scopo pubblicitario. Molte “scoperte” ancestrali di questi popoli sono state nel tempo brevettate a beneficio di aziende internazionali.

La tutela del diritto d’autore, da tempo ben regolamentata nel caso di persone fisiche o imprese, ha una storia recentissima quando riguarda i popoli. Anzi, al di là di poche eccezioni, non esiste ancora una codifica chiara, un riconoscimento formale dell’appartenenza di un bene tradizionale a un popolo. Oggi però l’uso dei social, e la crescente importanza della “reputazione” delle imprese, patrimonio che si può perdere velocemente, stanno portando a una forzatura in senso positivo della legge. Da un punto di vista legale, Nike avrebbe potuto tranquillamente usare le molas dei Kunas: non avrebbe di sicuro perso una causa davanti a un giudice, sempre ammesso che ci fosse margine per portarla in tribunale. Invece ha deciso di ritirare il prodotto dal mercato, come di solito le aziende fanno quando vengono colpite da una sanzione: di fatto, ha riconosciuto che non era proprietaria di quel prodotto culturale. Questo per tutelare la sua reputazione, per non finire nel mirino di campagne di boicottaggio. Di questi tempi, infatti, spesso la paura di finire alla gogna conta più delle sentenze dei tribunali. Altra novità sulla quale riflettere pensando al mondo del futuro.

 

A distanza di una trentina di anni dalla sua nascita, il turismo responsabile come dimensione sostenibile della principale “industria” del terziario a livello mondiale, continua ad avere numeri molto piccoli. I viaggi fatti secondo principi di equità economica, sostenibilità ambientale e rispetto delle culture locali è diventato una nicchia di un gigantesco mercato nel quale continuano a farla da padroni villaggi turistici e crociere. La crociera turistica che negli anni ’70 veniva scelta da circa 500.000 persone, oggi trasportano oltre 25 milioni. I beach resort, strutture nelle quali si celebra l’abbondanza spesso in contesti di degrado e miseria, continua a tenere anche se deve scontare l’accusa di avere un impatto negativo sul territorio, anziché essere un’opportunità di sviluppo. Il fenomeno che sta travolgendo le città europee è invece legato all’abbattimento dei costi del trasporto. Masse di turisti indipendenti, per poche ore o giorni, si riversano sulle città d’arte che rischiano di collassare. La progressiva turisticizzazione dei centri storici, dove i residenti vengono man mano espulsi dal vertiginoso aumento del costo della vita e dalla riconversione delle abitazioni in camere d’albero grazie alle multinazionali del web come Airbnb, è ormai considerata un’emergenza. A Venezia, Miami, o Lisbona si rischia la città-cartolina, dove si recitano a vantaggio del turista tradizioni che nella pratica sono state cancellate dallo stesso turismo. A Barcellona e nelle Baleari sono nati addirittura movimenti di protesta. L’overtourism è un tema di riflessione scomodo, perché gli interessi dei bottegai e delle compagnie aeree e marittime, prevalgono su quelli dei cittadini, rischiando di rendere invivibili città che invece di ricevere benefici dal turismo raccolgono solo i guasti che provoca quando viene lasciato a briglia sciolta. Il turismo responsabile è sulla carta l’antitesi di tutto ciò, perché prevedendo l’incontro tra turista e comunità locale ha bisogno appunto di quest’ultima. Ma anche perché offrendo destinazioni alternative contribuisce, in piccolo, a decongestionare i grandi centri turistici. Il punto resta però quello del governo del fenomeno. La posizione di chiusura preventiva al turismo ha molto di elitario. Non si può rimpiangere i bei tempi andati quando solo i ricchi si potevano permettere di conoscere il mondo. Per la Francia ad esempio il turismo è un diritto, ma bisognerebbe aggiungere, è anche un diritto per i residenti porre dei limiti e stabilirne le modalità. Il turismo a differenza di altre attività economiche non si svolge in luogo chiuso, come le fabbriche o i centri commerciali, ma ovunque. Il turismo consuma beni comuni senza spesso contribuire alla loro gestione. E in questo caso il cliente non ha sempre ragione, la sostenibilità deve essere trovata nella mediazione tra gli interessi di residenti e visitatori. Per questo i promotori del turismo responsabile non parlano mai di turista responsabile, ma di turismo responsabile. Intendendo cioè il dialogo virtuoso tra comunità ospitante, operatore commerciale, e turista. Se si vorrà dare la possibilità al turismo di continuare a produrre reddito e lavoro bisognerà per forza arrivare a questa concertazione. La sostenibilità e la responsabilità non sono un optional, sono l’unica chiave di volta per il futuro del settore. Il turismo che prospera mettendo in vetrina la bellezza e la diversità di questo mondo non può permettersi di essere considerato uno dei fattori che contribuiscono al suo degrado.

 

Una dopo l’altra, le tradizioni consumistiche create dagli inventori di eventi commerciali sono diventate ricorrenze mondiali. Negli Stati Uniti la spettacolarizzazione dell’evento commerciale allo scopo di indurre al consumo ha una lunga storia. Si è perfino cambiata la natura delle feste tradizionali, per esempio trasformando Babbo Natale in un testimonial della Coca Cola, oppure facendo dell’antica festa celtica di Halloween il momento clou dell’anno per i fabbricanti di maschere e di dolciumi. Ma il massimo lo si è raggiunto con il cosiddetto Black Friday, ricorrenza puramente commerciale che “cade” il giorno successivo alla Festa del Ringraziamento, quando gli statunitensi dovrebbero ricordare i nativi che salvarono i padri pellegrini da un inverno altrimenti destinato a cancellarli dal Nuovo Mondo, insegnando loro a coltivare mais e allevare tacchini. È un paradosso della storia: i salvatori non solo sono stati eliminati fisicamente, ma sono anche scomparsi dalla memoria collettiva.

Il Black Friday segna ufficialmente l’apertura delle vendite natalizie, con una logica rovesciata rispetto all’Europa: da noi i saldi si fanno alla fine della stagione, negli Stati Uniti all’inizio. Pare che il “nero” che colora questo venerdì sia dovuto all’imbottigliamento del traffico che si produsse a Filadelfia durante la prima edizione di questa grande svendita. Oggi i confini della sagra del consumo, che dura un fine settimana e si conclude con il Cyber Monday dedicato al mondo dell’informatica, sono globali. Non c’è nessun collegamento culturale, sociale o politico tra i consumatori dei vari Paesi che si lanciano alla ricerca di offerte nei negozi o su internet. È la sublimazione del consumo puro, indotto ed effimero.

Idealmente, il Black Friday è anche complementare alle strategie di invecchiamento anticipato dei prodotti elettronici. Smartphone, computer, tablet non devono durare più di tanto, e soprattutto non deve essere conveniente ripararli. E se questi (e altri) beni non devono avere una vita lunga, ecco le opportunità, come il Black Friday e il Cyber Monday, per accelerare il ricambio. Solo molto recentemente si è cominciato a mettere in discussione la cosiddetta “obsolescenza programmata”, ma ancora senza intaccare un ciclo di consumi sempre più veloce, che non vuole fare i conti né con la limitatezza delle risorse naturali né con i problemi ambientali legati alla produzione e allo smaltimento delle merci. A questo proposito la teoria della decrescita, ingiustamente bersagliata da sarcasmi e battute, racconta cose interessanti, soprattutto che si può essere felici e più sostenibili se diamo alle cose il loro giusto valore. Se ci ri-educhiamo al consumo, se scegliamo oggetti e strumenti di lavoro che durino nel tempo, se impariamo ad aggiustare le cose. Questo non significa essere più poveri, anzi, ma tornare a essere più ricchi di un bene prezioso che ormai ci sfugge di mano: il tempo per noi stessi e per gli altri.

In realtà una volta la vita funzionava così. E in quel caso sì, si era più poveri, ma non si trattava solo di austerità obbligata, c’era anche una scala di valori che rifiutava lo spreco alimentare e lo scarto di cose che potevano ancora essere utili. Gli oggetti ci accompagnavano a lungo e spesso si tramandavano da una generazione all’altra. Quale nostro oggetto di consumo potrà essere utilizzato da un nostro figlio? Probabilmente nessuno. L’ex presidente dell’Uruguay José Pepe Mujica ha detto, qualche anno fa: «Quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli». Il tempo di ciascuno di noi, e che spesso dilapidiamo, si chiama infatti libertà.

 

L’accordo preliminare della nuova intesa commerciale con il Messico è il primo atto concreto in materia di politica commerciale dell’amministrazione Trump. Ovviamente al netto dei dazi, che però da soli non costituiscono una politica. Finora l’inquilino della Casa Bianca si era prodigato in una serie di no, buttando via anni e anni di negoziati promossi dai suoi predecessori. Il primo no è stato quello al TPP, l’accordo di libero scambio del Pacifico fortemente voluto da Barak Obama. Più importante ancora il TTIP, l’accordo di libero scambio Usa-UE, che molto probabilmente non sarebbe passato per le divisioni tra i partner europei e per la pressione della società civile, ma che alla fine è stato congelato da Donald Trump in persona.

Con l’annuncio del pre-accordo con il Messico, al quale potrebbe aggiungersi il Canada, viene archiviato il Nafta, l’accordo di libero scambio del Nord America firmato da George Bush e inaugurato da Bill Clinton il primo gennaio del 1994. Il Nafta fu il primo di una nuova tipologia di accordo commerciale. Delineate alcune protezioni su pochi settori scelti dai firmatari, per il resto venivano abolite le frontiere commerciali e produttive tra i paesi creando un nuovo grande mercato praticamente unificato. Diverso dall’UE però, senza compensazioni, senza una politica estera commerciale comune, senza fondi strutturali, senza un governo né un controllo democratico come quello esercitato dal parlamento europeo. Per i paesi minori, Messico e Canada, l’accordo ha portato all’aumento dei loro scambi con gli USA, ma fino al punto di dipendere quasi interamente da quel mercato. Conseguenze non calcolate al momento della firma sono state ad esempio la delocalizzazione del lavoro statunitense in Messico per via del costo della manodopera, oppure il riversamento in Messico delle eccedenze agricole sovvenzionate statunitensi che hanno distrutto il mercato agricolo messicano dei piccoli e medi produttori. Quel mondo agricolo che velocemente si è riconvertito alla coltivazione di sostanze stupefacenti e passato sotto il controllo dei cartelli del crimine.   Dopo 24 anni, il Nafta è stato un affare per i grandi soggetti dell’economia dei tre paesi, dalle multinazionali ai signori della droga, ma molto di meno per i lavoratori, dagli operai di Detroit ai braccianti messicani. Il nuovo accordo che Usa e Messico firmeranno è un passo indietro rispetto al Nafta, visto che si tratta di un semplice accordo bilaterale (trilaterale se aderirà il Canada) di scambio commerciale. Non più un’area comune, un diritto specifico per risolvere le controversie, l’obbligo di dovere spalancare il proprio mercato. Uno dei punti cardini dell’intesa è alla voce automobili, di cui il Messico è un grande esportatore negli USA. L’accordo prevede che le auto esportate negli USA siano prodotte da operai che non guadagnano meno di 16 dollari l’ora, e che le parti utilizzate siano almeno al 90% prodotte nella regione (contro il 62% attuale). Con questa clausola, nessuno potrà più utilizzare il Messico per produrre macchine competitive in base al costo della manodopera o all’uso di parti provenienti dall’Oriente da esportare negli USA. Si suppone che clausole come questa riportino lavoro negli USA, cosa tuta da verificare. Il Messico torna invece libero di firmare accordi commerciali con altri paesi, cosa che il Nafta ostacolava anche se non impediva. La Cina, da quando ha vinto le elezioni Trump, fa la corte al Messico per firmare un importante accordo, ma anche l’area del Pacifico e il rapporto con il Sudamerica interessa molto a Città del Messico. Il paese che rischia di più è il Canada, in quanto parte integrante dell’economia statunitense che ora però rimette di nuovo le frontiere economiche. Per questo motivo Trudeau da tanta importanza alla firma del trattato CETA con l’Europa, anche il Canada ha bisogno di diversificare i clienti e i fornitori.

La risposta delle Borse all’annuncio del nuovo trattato è stata spumeggiante, non tanto perché l’accordo in sé sia positivo, ma perché dimostra la volontà della Casa Bianca di non portare fino in fondo sole politiche isolazionistiche. Trump ha applicato con successo la sua politica del dividere per fare pesare la potenza del suo paese. Non ha ridiscusso il Nafta insieme agli altri due partner, ma li ha affrontati uno ad uno.  Il presidente degli Stati Uniti sarà sì no-global, a modo suo ovviamente, ma capisce benissimo che il suo paese dipende dai rapporti con il mondo e l’economia le sta dando ragione. I numeri della crescita e dei nuovi posti di lavoro che si continuano a creare negli Stati Uniti varranno al momento del voto molto di più delle vecchie storie a sfondo sessuale.

 

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