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Non soltanto in Europa ma anche in America Latina la pandemia sta mettendo a nudo i differenti approcci alla salute dei vari Stati. I Paesi latinoamericani che meglio se la stanno cavando sono Cuba, Costa Rica, Paraguay e Uruguay. I primi due per via dei loro avanzati sistemi di medicina preventiva territoriale: Cuba e Costa Rica hanno una struttura sanitaria che prevede al vertice l’ospedale, come accade ovunque, ma poggia su un’ampia e solida base articolata in ambulatori e, soprattutto, personale medico e paramedico in costante contatto con la popolazione, anche a domicilio. Negli anni, entrambi i Paesi hanno investito soprattutto sulle risorse umane, per intervenire prima che i pazienti si aggravino tanto da dover essere ospedalizzati.

Uruguay e Paraguay, in Sudamerica, sono stati invece i due Paesi che hanno applicato con più tempismo e intelligenza le misure di prevenzione e controllo del contagio. Senza demagogia – e anzi, quasi in silenzio – si sono mossi per tempo, controllando il focolaio entro la fine di aprile. L’Uruguay poi ha incassato il risultato dei massicci investimenti sulla sanità fatti negli ultimi quindici anni dai governi del Frente Amplio di Tabaré Vázquez e Pepe Mujica.

Il panorama cambia radicalmente quando si valutano i grandi Paesi dell’area, soprattutto il Brasile, che in questi giorni ha superato per numero di decessi giornalieri degli Stati Uniti. I quattro grandi errori che hanno fatto precipitare la situazione in Brasile partono dall’azione del presidente Jair Bolsonaro, che non solo ha minimizzato la pandemia, ma ha anche costantemente istigato la popolazione contro ogni misura di prevenzione ordinata dai governatori locali. Non solo: è stata la stessa presidenza a inondare il web e la televisione di fake news che volevano il coronavirus in tutto uguale a un raffreddore, o che proclamavano la clorochina come rimedio universale per Covid-19. Ascoltare ogni giorno il proprio presidente minimizzare il pericolo ha generato una sensazione di falsa sicurezza che ha favorito i comportamenti a rischio. Altro errore è stato la quarantena a macchia di leopardo, con gli Stati governati dalle forze del centrosinistra che hanno imposto il lockdown, mentre quelli governati dagli alleati di Bolsonaro hanno continuato come se niente fosse.  E ancora: si sono susseguiti tre ministri della Sanità in 30 giorni, i primi due cacciati perché avrebbero voluto seguire le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel frattempo, contrariamente ai pronostici locali che prevedevano un ritorno della situazione sotto controllo a metà maggio, è appena iniziata la fase peggiore. Questa tempesta perfetta si è abbattuta sulla struttura sanitaria del Brasile, un sistema diviso tra sanità privata d’eccellenza, e sanità di bassa qualità per i poveri, che peraltro non copre nemmeno l’intera popolazione. Sono infatti gli abitanti delle favelas che stanno pagando il prezzo maggiore. Quei quartieri spesso senz’acqua e senza servizi che soltanto durante il governo di Lula ebbero un minimo di attenzione sanitaria, grazie all’intervento di medici cubani. Medici che, a differenza di quelli brasiliani, andavano davvero a lavorare nelle favelas e che Bolsonaro, tra i suoi primi atti di governo, ha rimandato a casa.

Questo schema si ripete in diversi Paesi dell’area, sanità per ricchi e sanità per poveri, e nemmeno per tutti. In Perù, Bolivia, Colombia, Cile, Messico e Argentina, malgrado risposte politiche più adeguate rispetto a quella brasiliana e numeri meno drammatici, i problemi sono gli stessi, e risalgono agli anni ’90, quando l’ondata di privatizzazioni si diffuse in quasi tutto il continente. Centralità dell’ospedale, abbandono del territorio e della prevenzione, sbandamenti politici. Il coronavirus non poteva trovare migliore terreno per mettere a nudo le contraddizioni sociali generate dalla politica dell’odierna America Latina.

 

Al di là delle facili retoriche, la pandemia di Covid-19 è destinata a lasciare segni profondi, che si evidenzieranno nei prossimi mesi. Anzitutto, una rinnovata spinta a investire nella sanità e nella ricerca scientifica pubbliche, unica garanzia di efficaci risposte davanti a situazioni come queste. I Paesi e gli enti locali che, nel corso degli anni, hanno scelto di non puntare sulla sanità pubblica per favorire quella privata stanno pagando un prezzo altissimo. Dagli Stati Uniti al Regno Unito, dal Brasile alla Lombardia, quando si è trattato di fronteggiare un evento drammatico di vasta portata come la pandemia, la sanità privata ha mostrato di colpo tutti i suoi limiti. Aziende che hanno come obiettivo la massimizzazione dei profitti danno priorità a quelle patologie le cui cure offrono maggiori margini di guadagno: non erano dunque pronte a farsi carico di una massa di contagiati bisognosi di unità di terapia intensiva e respiratori, e mancavano tanto di personale medico specializzato quanto di dispositivi di protezione personale.

Paradossalmente, Paesi molto più poveri hanno reagito meglio. A Cuba, in Costa Rica, Sierra Leone e addirittura nella Repubblica Democratica del Congo si è vista l’importanza della medicina territoriale preventiva, capace di difendere la popolazione dal propagarsi del contagio. Ambulatori locali, paramedici in costante contatto con la popolazione, conoscenza dei metodi di protezione dai virus e bassa ospedalizzazione sono state le armi vincenti, mentre altrove si assisteva al tracollo della medicina altamente specializzata, incentrata sull’ospedalizzazione e su ingenti finanziamenti.

L’altro tema che sta emergendo dal dibattitto in sede OMS è la responsabilità del mancato coordinamento tra i Paesi nel momento della diffusione della pandemia. Tradotto: l’abbandono – anzi, il boicottaggio – del multilateralismo ha ostacolato gli scambi di informazioni e l’uniformità nella risposta al virus, favorendo invece la competizione per accaparrarsi l’ipotetico vaccino, che ha visto in campo anche i servizi di spionaggio. Si tratta di una declinazione in termini sanitari di quegli stessi problemi che già erano emersi in relazione all’economia e alla risoluzione dei conflitti. Il mondo che era entrato nella pandemia diviso, litigioso, scosso da guerre “vere” e guerre commerciali ne sta uscendo sconfitto. Perché davanti a sfide globali servono risposte globali, che si parli di sanità o di cambiamento climatico.

Da questa crisi emerge un terzo tema. I regimi autoritari o dittatoriali, che in un primo momento sembravano quelli in grado di dare le risposte più efficaci, hanno mentito. In verità, non era difficile immaginarlo. Russia, Cina, Turchia, Egitto hanno nascosto e manipolato i dati, finché la situazione è esplosa in tutta la sua gravità. Proprio quei ritardi, quelle reticenze hanno probabilmente agevolato il contagio nelle sue prime fasi, con le ricadute a lungo termine che ora stiamo vedendo. Ma anche tra i Paesi democratici ci sono stati casi di negazionismo e di ritardi nell’azione di arginamento del contagio. Negli Stati Uniti, in Brasile, nel Regno Unito i massimi esponenti delle istituzioni sono rei di avere minimizzato ciò che stava succedendo, incentivando anzi i cittadini a prendere alla leggera le misure di precauzione.

Fondamentale, infine, il tema della comunicazione. Nelle prime settimane abbiamo registrato un’impennata di fake news e teorie complottiste che hanno riproposto alcuni “classici”, come i famigerati laboratori segreti in cui si fabbricherebbero virus letali. La vera novità, però, è di segno opposto: ed è che la comunicazione scientifica ha riguadagnato il suo ruolo, conquistando un’autorevolezza che poche volte le era stata riconosciuta in passato. Le notizie (e anche i dubbi) di medici, ricercatori, esperti dei diversi aspetti della materia hanno avuto grande eco e hanno influenzato le scelte politiche. Per qualche mese c’è stata un’inedita ricomposizione della fiducia tra la grande maggioranza dei cittadini e il mondo della scienza, messa in crisi negli anni scorsi dal proliferare e dal pontificare di “esperti da tastiera”.

Il mondo di domani probabilmente non sarà migliore, ma senza dubbio dovrà prendere atto di queste linee di tendenza. Forse per la prima volta, come non era mai accaduto nemmeno per il tema ambientale, si è capito fino in fondo che siamo tutti sulla stessa barca: e che è meglio che il capitano e il suo equipaggio siano capaci, preparati e trasparenti.

 

Al momento, in termini di vite umane, l’America Latina non sta pagando un prezzo particolarmente elevato alla pandemia di Covid-19, se si fa eccezione per alcune città come Manaus, Rio de Janeiro e São Paulo in Brasile o Guayaquil in Ecuador. Ci sono problemi sanitari più gravi, come la febbre dengue stagionale nel Cono Sud, con un numero di malati 10 volte superiore a quello dei positivi al coronavirus. Per l’America Latina i danni maggiori causati dalla pandemia riguardano l’economia. In particolare il settore del cosiddetto “lavoro informale”, che occupa dal 30 al 50% della popolazione attiva: venditori ambulanti, colf, giardinieri, muratori, badanti che lavorano in nero e vivono alla giornata. In Perù, ad esempio, il 43% dei lavoratori è fermo e non percepisce nessun reddito, e per l’80% si tratta di lavoratori informali.

La Cepal (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi, organismo economico delle Nazioni Unite) prevede che l’America Latina perderà 5 punti di PIL regionale, con un aumento di 12 milioni del numero di disoccupati; in tutto, 40 milioni di persone piomberanno nella povertà entro la fine dell’anno. A questo buio panorama si aggiunge il calo di entrate fiscali, per via della scomparsa del turismo e del calo dell’export: e di conseguenza ci saranno minori risorse per garantire sanità e sussidi, in aggiunta all’aumento esponenziale del debito pubblico, una delle piaghe più antiche dell’America Latina. Secondo gli esperti, si tratterà della peggiore crisi della storia per la regione.

La situazione in Africa non è molto diversa. Anche lì altre malattie mietono più vittime del coronavirus, con l’eccezione di alcuni focolai. Lo stesso vale per il Medio Oriente e il Sudest asiatico. Insomma, anche se i dati sono da prendere con le pinze, pare che il cosiddetto Sud del mondo, quello che una volta chiamavamo “terzo mondo”, stia reagendo bene alla pandemia. È possibile che questioni climatiche e la composizione anagrafica delle popolazioni abbiano limitato la diffusione del virus e la gravità dei contagi. La pandemia, invece, sta colpendo in profondità i Paesi con le più alte percentuali al mondo di persone anziane sulla popolazione totale: quelli, cioè, dotati di sanità moderna e spesso anche di welfare.

Per quanto riguarda l’impatto economico, le previsioni del Fondo Monetario Internazionale non fanno sconti a nessuno, quando prevedono un calo globale di 3 punti di PIL con punte di 10 punti in Europa. Ma le società più colpite sono anche le più ricche, quelle che hanno risorse da investire sia per fronteggiare l’emergenza sia per la “ricostruzione”. Stanziamenti di miliardi e miliardi sono stati annunciati dagli Stati Uniti e dall’Europa, che già cominciano a spendere.

Saranno i Paesi del Sud del mondo, che pure dal punto di vista sanitario avrebbero altre priorità, a pagare doppiamente la crisi. Avendo adottato anch’essi misure di lockdown, e vivendo soprattutto di export di materie prime, subiranno un tracollo economico senza avere risorse da destinare alla ripresa: quindi ricorreranno massicciamente al debito, emettendo moneta e generando inflazione, con tutte le conseguenze sociali e l’instabilità politica che ne deriveranno.

È vero che una pandemia è un problema globale, ed è auspicabile che tutti seguano le indicazione dell’OMS; ma non è vero che tutti ne pagheranno le conseguenze allo stesso modo: una volta superato il problema sanitario ciascuno farà per sé, la solidarietà si sarà esaurita. Perciò lo slogan “andrà tutto bene”, e gli inviti alla solidarietà e alla collaborazione internazionale per fronteggiare il dramma sanitario, andrebbero riformulati: dovrebbero essere estesi allo sforzo per uscire, tutti insieme, anche dalle tragiche ricadute economiche del fenomeno coronavirus. Capirlo e agire di conseguenza sarebbe la più grande rivoluzione degli ultimi decenni, la migliore eredità lasciata da questa pandemia.

 

La pandemia di coronavirus, per quanto i dati dei decessi siano relativamente modesti, è diventata una big news. Cioè una notizia che monopolizza velocemente tutto l’arco dell’informazione. Forse perché si tratta di un problema che colpisce in prima persona gli stessi giornalisti delle grandi reti e i cittadini dei Paesi più ricchi al mondo. Se andiamo a vedere i numeri, infatti, i morti attribuiti al coronavirus non arrivano neppure alla metà delle 710.000 vittime che ogni anno sono causate da malattie trasmesse da mosche e zanzare. Più lontani ancora dal milione e mezzo di morti provocati dalla TBC, per non parlare della strage nascosta causata dal cibo spazzatura, dall’obesità e dalle patologie associate: 4 milioni di persone all’anno, secondo le stime più prudenti.

Ovviamente, la questione è che nessuna di queste piaghe crea i problemi economici che stiamo vedendo oggi. Si tratta, infatti, di cause di mortalità che colpiscono zone rurali o comunque a economia agricola, o che si concentrano nelle periferie povere delle metropoli. Sono le cosiddette “malattie dimenticate”: alcune, come la TBC, prevenibili; altre, come la malaria, gestibili se solo si potesse disporre di mezzi adeguati. Per la stampa e per tutti noi, fatalisticamente, è quasi scontato associare la povertà alla morte causata da malattie che pure si possono prevenire o curare. E così milioni di morti non fanno notizia.

Anche davanti alle catastrofi naturali il copione è lo stesso. L’evento che più a lungo ha colpito l’immaginario del mondo dell’informazione e dei cittadini occidentali è stato lo tsunami che colpì i Paesi affacciati sull’Oceano Indiano nel 2004. Una catastrofe che fece oltre 200.000 morti, ma che bucò lo schermo perché tra le vittime dei resort su spiagge da sogno vi erano migliaia di turisti occidentali. Quando, tra qualche mese, inevitabilmente ci saranno carestie nell’Africa devastata dalle cavallette, i morti per fame o malnutrizione non saranno nemmeno contati. E prenderemo la notizia con quella passiva accettazione con cui archiviamo tutto ciò che accade in Africa.

Sappiamo tutti che il processo di identificazione emotiva scatta più facilmente con chi ci è più simile, più vicino. Tuttavia ciò che si è perso di vista, e che il coronavirus ci ricorda tragicamente, è che in questo mondo interconnesso tutti siamo “vicini”, come mai è successo in passato: i problemi degli altri sono anche i nostri. Noi, pare, non possiamo permetterci di morire per situazioni che avrebbero potuto essere previste e prevenute: come le infezioni disastrosamente propagatesi negli ospedali e nelle case di riposo. Sarebbe bastato conoscere e applicare i protocolli che sono stati usati durante le epidemie di ebola in Congo o Sierra Leone, e che alcune Ong attive in quei contesti stanno insegnando ora al personale di diversi ospedali europei. Paesi lontani, eppure vicini.

Psicologicamente, professionalmente, logisticamente non si era preparati a fare fronte a un’epidemia “da poveri” che per la prima volta colpiva i ricchi. Nascono da qui la sottovalutazione, le tempistiche sbagliate, il dibattito sull’immunità di gregge e altre perle inanellate dai governi nazionali e locali dell’Occidente. Davamo per scontato che non potesse capitare a noi ciò che ci raccontavano i missionari e gli operatori delle Ong di ritorno dall’Africa. Non ci sono molte speranze, purtroppo, che la lezione sia stata compresa. Al coronavirus si risponderà aumentando i posti in terapia intensiva, con nuovi protocolli sanitari e nuove assunzioni di medici e infermieri. Senza capire che il punto debole in Italia, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti è stata l’ospedalizzazione della malattia, in mancanza di strutture territoriali che potessero essere di sostegno alle famiglie, garantire cure a domicilio, “misurare” in tempo reale il propagarsi dell’infezione e decongestionare così le strutture di pronto soccorso. È un intero modello sanitario che crolla in Occidente, quello fatto di iperspecializzazione, macchinari miliardari e ospedali di eccellenza. Battuto però da un virus influenzale particolarmente aggressivo. Si scopre ora che quella rete sanitaria di base che avrebbe potuto fare la differenza da noi non c’è più, mentre esiste in Paesi molto poveri, dove non ci sono le risorse per ospedali e strumentazioni d’avanguardia. Che i medici di uno degli Stati più poveri di mezzi tecnologici come Cuba siano stati chiamati per lavorare in Spagna e Italia è un segno evidente del grande fallimento della sanità intesa come business.

 

Per molto tempo siamo stati prigionieri dell’idea che il concetto di “sicurezza” equivalesse esclusivamente a protezione da attacchi terroristici. Una bolla nella quale siamo finiti dopo l’11 settembre 2001, popolata da servizi di intelligence, da nuove e maggiori forme di controllo sui cittadini (e conseguenti restrizioni della privacy) e da gruppi jihadisti, ma anche da movimenti indipendentisti, fronti di opposizione a regimi autoritari e organizzazioni dedite al narcotraffico. La lotta al terrore, infatti, è stata sempre una categoria ambigua, sfruttata da diversi regimi per perseguitare gli oppositori e utile in Occidente a foraggiare l’industria bellica e quella della sicurezza, pubblica e privata.

Ora scopriamo che non eravamo preparati a garantire un’altra forma di sicurezza, quella sanitaria, anche se epidemie e pandemie sono note da tempi remoti. Ma siamo alle soglie anche di un’altra emergenza in arrivo, quella alimentare. Un tema poco discusso, di solito riservato agli addetti ai lavori, anche se in questo le cause del problema sono note a tutti. La sicurezza alimentare, infatti, oggi è a rischio per via del modello agroindustriale mondiale e del cambiamento climatico. Mentre il prezzo del petrolio è in caduta libera, stanno schizzando alle stelle le quotazioni dei cereali e della soia. Questo perché l’Australia, uno dei sette grandi produttori mondiali di cereali, con gli incendi di quest’anno ha perso il 50% del raccolto, mentre in Argentina è stata reintrodotta una tassa sull’export agricolo soprattutto di soia, che ne limita la disponibilità sui mercati internazionali, e altri grandi produttori come Russia e Stati Uniti stanno frenando le esportazioni per accumulare riserve strategiche. Il calo della produzione australiana ha portato diversi Paesi asiatici a rivolgersi al mercato statunitense e a quello europeo, dove però, per motivi climatici, si teme che i raccolti di quest’anno non saranno straordinari.

Si “scopre” quindi che i cereali, la base dell’alimentazione mondiale, potrebbero scarseggiare presto. E questo nell’anno in cui le coltivazioni dei Paesi del Corno d’Africa e dell’Africa Orientale sono state distrutte da una drammatica invasione di cavallette. La minore disponibilità di cereali e il conseguente aumento del prezzo non influirà soltanto sull’industria di trasformazione europea, ma anche sul sistema dell’allevamento continentale. Le conseguenze peggiori potrebbero verificarsi in Africa, dove una minima variazione del prezzo dei cereali è in grado di provocare carestie, alle quali seguono immancabilmente le cosiddette “rivolte del pane”, a loro volta premessa di instabilità politica che sfocia nell’autoritarismo. Questa crisi alimentare e umanitaria, prevedibile e annunciata, si potenzierà inevitabilmente sovrapponendosi a quella economica globale determinata dalla pandemia.

Il tracollo della grande agricoltura ci riconduce alla madre di tutte le questioni, il cambiamento climatico. Bene ha fatto Greta Thunberg, con il suo movimento ambientalista, a continuare a manifestare anche in mezzo alla pandemia di coronavirus, ovviamente online, perché il nodo climatico venga affrontato. Non si può sospendere l’attenzione su questo nodo cruciale perché ci sono altre emergenze. Anche perché il mondo ormai è in stato di perenne emergenza: si susseguono crisi tra loro diverse, ma quasi sempre generate da combinazioni di fattori riconducibili al cambiamento climatico e al modello di sviluppo seguito a livello mondiale. Se le risposte saranno sempre parziali, scoordinate, sviluppate su scala locale e non a livello internazionale, non si riuscirà mai a fare prevenzione. Non ci sarà lieto fine come nella fiaba dell’eroico bambino olandese, che tamponando con il dito la falla di una diga, riuscì a salvare i suoi concittadini dall’alluvione. Ci vorrebbero gli stati generali della Terra per costruire un’agenda condivisa. Ma questo oggi suona come un’utopia, siamo ancora troppi impegnati a capire come salvarci da soli.

 

Nella nostra realtà colpita dalla pandemia di coronavirus, le notizie che riescono a superare la marea di racconti sulla chiusura degli esercizi pubblici, gli inni cantati a squarciagola dai balconi o i consigli dei vip per non ammalarsi ci parlano, come sempre, di un mondo contraddittorio. Da un lato si ha finalmente la prova pratica di ciò che gli ambientalisti e la scienza affermano da decenni: e cioè che la combustione di petrolio e di carbone è la principale causa dell’inquinamento atmosferico, e di conseguenza del cambiamento climatico. Nelle località colpite da Covid19, gli indici di inquinamento sono crollati per via della quarantena di massa. Dalla Cina alla pianura padana. È la tragica dimostrazione empirica di quanto già si sapeva.

Dall’altro lato, nel mondo continua ad avanzare il totalitarismo. La manovra a tenaglia di Vladimir Putin per perpetuarsi al potere in Russia sembra ormai riuscita. Nominalmente la Russia è una democrazia, pur essendo in mano a un piccolo gruppo di politici e di affaristi, e pur detenendo il triste record per numero di giornalisti ammazzati, trecento, negli ultimi vent’anni. E ha bisogno di continuare a rispettare le apparenze democratiche. Putin ha quindi fatto ricorso a uno dei più consolidati trucchi sporchi delle neodemocrazie dell’America Latina: cambiare le regole in corso d’opera. Ha varato una riforma costituzionale che permette a un cittadino di essere eletto per due volte presidente, ma conteggiando i mandati solo dalla data di promulgazione della riforma stessa. Ora che la Corte Costituzionale ha dato il via libera, manca solo la formalità di un referendum popolare, indetto per il prossimo 22 aprile, che ovviamente sarà vinto dal presidente in carica. Alla fine di questo iter, nel 2024 l’uomo che ha vinto in Crimea, Ucraina e Siria, Vladimir Putin, potrà ricandidarsi per altri due mandati. E continuerà a gestire un potere che è nelle sue mani ininterrottamente dal 1999: una carriera al vertice della Russia più lunga di quella di Stalin. Un potere così longevo concentrato nelle mani di una sola persona chiude ulteriormente gli spazi di libertà e di democrazia.

Lo stesso sta accadendo in Turchia e in Egitto, dove Erdoğan e al-Sisi fingono anch’essi di guidare Paesi democratici. In realtà questa situazione non interessa molto al resto del mondo: anzi, nel contesto caotico di oggi si sente ripetere in continuazione che i Saddam Hussein, i Gheddafi, i Mubarak garantivano almeno la stabilità. Siamo dunque di fronte a una riduzione degli spazi di libertà individuale in Occidente, prima per il terrorismo poi per il virus, e a un ritorno alle democrature, cioè delle dittature che si vestono di democrazia, altra invenzione del laboratorio politico latinoamericano. Le proteste si circoscrivono al Paese in questione, ma a livello internazionale, se non si ha il palato troppo fine, le cose vanno bene. Alla fine si cerca sempre stabilità: un bene che si può raggiungere con la coesione sociale e politica oppure con il totalitarismo. Purtroppo, la strada che oggi va per la maggiore è la seconda: è quella più semplice e che offre agli interlocutori internazionali le maggiori garanzie.

Per un Paese democratico però non è un grande affare vivere in un mondo sempre più affollato di dittatori o aspiranti tali. Sono contagiosi, diffondono un virus non meno letale di quelli biologici. Certamente la democrazia non si esporta e chi dice di farlo di solito nasconde seconde intenzioni. Ma le democrazie possono fare scelte, pensare al di là dei propri interessi contingenti. Avere permesso a Putin e a Erdoğan di mettere sotto ricatto l’Europa con il gas e con i profughi è stato un errore fatale. Per uscirne bisogna spezzare la nostra dipendenza energetica e farci carico del disastro umanitario del Mediterraneo. Si può fare, i due dittatori nostri vicini senza queste armi di ricatto sarebbero molto ma molto meno potenti. La democrazia è una scelta e deve fare scelte. Adagiarsi, lisciare il pelo, subire senza reagire i ricatti di regimi autoritari dimostra solo una cosa che non è però sempre vera, che chi usa la forza vince.

 

 

Il mondo disegnato dall’ultima ondata di globalizzazione degli anni ’90 è come un organismo vivente. I gangli che garantiscono il suo funzionamento sono distribuiti ovunque. Molto diverso da quello del periodo precedente, quando la divisione internazionale del lavoro era piuttosto rigida e la mobilità delle persone limitata. Diverse e profonde sono state le riforme che hanno riconfigurato il corpo dell’economia, fino a renderlo interconnesso: la possibilità di delocalizzare le produzioni e spostare i capitali, l’emergere di nuovi mercati consumatori, la rivoluzione tecnologica (alimentata da nuove materie prime strategiche), la deregolamentazione del traffico aereo. Anche i flussi migratori si sono per così dire liberalizzati. Dopo la fine dell’emigrazione europea vi erano stati forti innesti di manodopera dai Paesi ex coloniali verso l’Occidente e le possibilità di migrare per motivi economici si sono moltiplicate, anche come conseguenza del crollo demografico dei Paesi di vecchia industrializzazione.

Il mondo odierno funziona appunto come un organismo vivente che si alimenta di materie prime ma anche di industria di trasformazione, alta tecnologia, logistica, intermediazione e marketing. Tutto sparso in giro per i continenti, senza escludere praticamente nessun Paese. L’utopia dell’autosufficienza economica è tramontata da un pezzo e i nostalgici dell’autarchia sono sparute minoranze. E questo è stato possibile non solo per le grandi imprese transnazionali, che in prima battuta hanno cercato manodopera a basso costo per poi lanciarsi a conquistare anche i mercati dove avevano delocalizzato, ma anche per il segmento dell’economia sociale: il commercio equo e solidale è stato possibile grazie ai meccanismi che hanno permesso di spostare merci e investire in Paesi fino a ieri chiusi, fino a conquistare un proprio mercato consumatore mondiale, per quanto piccolo.

La globalizzazione dell’economia ha anticipato il bisogno di una globalizzazione delle regole, dei diritti e delle risposte collettive alle sfide mondiali. Tutti i problemi che oggi dovrebbero essere affrontati dalla politica internazionale richiedono una risposta multilaterale, che si tratti di cambiamento climatico, di moderne pandemie o di regolamentare il commercio. Resta aperto anche il capitolo della pace, con decine di conflitti più o meno dimenticati che continuano a provocare morte e distruzione davanti all’impotenza, o meglio all’arroganza, di chi vorrebbe risolverli senza coinvolgere tutti gli attori. Lo dimostrano il caso palestinese e quello libico, in cui i tentativi di mediazione escludono ora una delle parti in causa, e cioè i palestinesi, ora l’intera comunità, come accade in Libia.

La mancanza di consapevolezza, l’incapacità di capire che sarebbe ora di fermarsi per ripartire da regole e sforzi condivisi spinge la comunità mondiale verso l’impotenza. E si tratta di una sensazione motivata, perché senza unità di intenti nulla si può fare per reindirizzare l’andamento globale. La politica si divide tra chi resta muto, o al massimo ripete formule di circostanza, e chi invece pensa a come trarre vantaggio dal caos geopolitico. Alla fine sono tutti perdenti, perché in un clima così instabile ed emergenziale vi sono pochi spazi per ricavare benefici sostanziali. Ma tanto vale. Il termometro della Terra segna un pericoloso aumento della febbre ma i medici facenti funzione non se ne curano. È come se stessimo vivendo un dopoguerra traumatico, ma senza lo slancio che ha sempre caratterizzato i periodi di ricostruzione: e in questo clima le pubblicità dei consumi di lusso, l’esaltazione della banalità, il rifugio psicologico nei social network stridono più che mai. Il gioco si è fatto duro per tutti, ma al momento i duri non stanno giocando. O peggio, non hanno intenzione di farlo.