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La pandemia di coronavirus, per quanto i dati dei decessi siano relativamente modesti, è diventata una big news. Cioè una notizia che monopolizza velocemente tutto l’arco dell’informazione. Forse perché si tratta di un problema che colpisce in prima persona gli stessi giornalisti delle grandi reti e i cittadini dei Paesi più ricchi al mondo. Se andiamo a vedere i numeri, infatti, i morti attribuiti al coronavirus non arrivano neppure alla metà delle 710.000 vittime che ogni anno sono causate da malattie trasmesse da mosche e zanzare. Più lontani ancora dal milione e mezzo di morti provocati dalla TBC, per non parlare della strage nascosta causata dal cibo spazzatura, dall’obesità e dalle patologie associate: 4 milioni di persone all’anno, secondo le stime più prudenti.

Ovviamente, la questione è che nessuna di queste piaghe crea i problemi economici che stiamo vedendo oggi. Si tratta, infatti, di cause di mortalità che colpiscono zone rurali o comunque a economia agricola, o che si concentrano nelle periferie povere delle metropoli. Sono le cosiddette “malattie dimenticate”: alcune, come la TBC, prevenibili; altre, come la malaria, gestibili se solo si potesse disporre di mezzi adeguati. Per la stampa e per tutti noi, fatalisticamente, è quasi scontato associare la povertà alla morte causata da malattie che pure si possono prevenire o curare. E così milioni di morti non fanno notizia.

Anche davanti alle catastrofi naturali il copione è lo stesso. L’evento che più a lungo ha colpito l’immaginario del mondo dell’informazione e dei cittadini occidentali è stato lo tsunami che colpì i Paesi affacciati sull’Oceano Indiano nel 2004. Una catastrofe che fece oltre 200.000 morti, ma che bucò lo schermo perché tra le vittime dei resort su spiagge da sogno vi erano migliaia di turisti occidentali. Quando, tra qualche mese, inevitabilmente ci saranno carestie nell’Africa devastata dalle cavallette, i morti per fame o malnutrizione non saranno nemmeno contati. E prenderemo la notizia con quella passiva accettazione con cui archiviamo tutto ciò che accade in Africa.

Sappiamo tutti che il processo di identificazione emotiva scatta più facilmente con chi ci è più simile, più vicino. Tuttavia ciò che si è perso di vista, e che il coronavirus ci ricorda tragicamente, è che in questo mondo interconnesso tutti siamo “vicini”, come mai è successo in passato: i problemi degli altri sono anche i nostri. Noi, pare, non possiamo permetterci di morire per situazioni che avrebbero potuto essere previste e prevenute: come le infezioni disastrosamente propagatesi negli ospedali e nelle case di riposo. Sarebbe bastato conoscere e applicare i protocolli che sono stati usati durante le epidemie di ebola in Congo o Sierra Leone, e che alcune Ong attive in quei contesti stanno insegnando ora al personale di diversi ospedali europei. Paesi lontani, eppure vicini.

Psicologicamente, professionalmente, logisticamente non si era preparati a fare fronte a un’epidemia “da poveri” che per la prima volta colpiva i ricchi. Nascono da qui la sottovalutazione, le tempistiche sbagliate, il dibattito sull’immunità di gregge e altre perle inanellate dai governi nazionali e locali dell’Occidente. Davamo per scontato che non potesse capitare a noi ciò che ci raccontavano i missionari e gli operatori delle Ong di ritorno dall’Africa. Non ci sono molte speranze, purtroppo, che la lezione sia stata compresa. Al coronavirus si risponderà aumentando i posti in terapia intensiva, con nuovi protocolli sanitari e nuove assunzioni di medici e infermieri. Senza capire che il punto debole in Italia, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti è stata l’ospedalizzazione della malattia, in mancanza di strutture territoriali che potessero essere di sostegno alle famiglie, garantire cure a domicilio, “misurare” in tempo reale il propagarsi dell’infezione e decongestionare così le strutture di pronto soccorso. È un intero modello sanitario che crolla in Occidente, quello fatto di iperspecializzazione, macchinari miliardari e ospedali di eccellenza. Battuto però da un virus influenzale particolarmente aggressivo. Si scopre ora che quella rete sanitaria di base che avrebbe potuto fare la differenza da noi non c’è più, mentre esiste in Paesi molto poveri, dove non ci sono le risorse per ospedali e strumentazioni d’avanguardia. Che i medici di uno degli Stati più poveri di mezzi tecnologici come Cuba siano stati chiamati per lavorare in Spagna e Italia è un segno evidente del grande fallimento della sanità intesa come business.