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Inesorabilmente, e neanche tanto lentamente, stiamo vedendo sfumare la più grande foresta primaria al mondo. L’Amazzonia, gigantesco ecosistema di 6 milioni di chilometri quadrati distribuiti in 9 Stati, è vicina al punto di non ritorno: secondo le principali associazioni ambientaliste, ormai il 40% del cuore verde del Sudamerica è diventato savana e non tornerà più a essere foresta. Le decisioni politiche del Brasile, Paese che ne possiede il 65%, hanno un peso notevole, per quanto da sole non siano decisive. Per il governo di Jair Bolsonaro, l’Amazzonia è soltanto una grande risorsa da sfruttare: distribuendone le terre agli amici, permettendo l’espansione violenta dei latifondisti, assediando le aree indigene e sabotando la conservazione delle aree protette. Pochi mesi fa il ministro dell’Ambiente brasiliano, Ricardo Salles, è stato registrato nel corso di un consiglio dei Ministri mentre suggeriva di approfittare della pandemia per allentare la legislazione ambientale.

Il problema non è solo il Brasile: anche gli altri Stati amazzonici fanno la loro parte. In Bolivia, durante il governo di Evo Morales furono diversi i conflitti con le etnie amazzoniche per via dell’apertura di strade nella foresta. In Perù sono stati ridimensionati i parchi naturali e in Ecuador continuano le estrazioni petrolifere inquinanti. In Colombia infine, terminata la guerra civile, l’Amazzonia è stata progressivamente conquistata dagli allevatori e dai narcos.

Ma in realtà l’Amazzonia brucia per noi, o meglio, per via del nostro modello di consumo. I motori della distruzione delle foreste pluviali si sono accesi ormai 40 anni fa, quando si cominciò a estrarre minerale di ferro per l’industria dell’auto e ad abbattere grandi quantità di alberi per vendere legnami pregiati e fare spazio all’allevamento di bovini, destinati all’industria del fast food. Poi arrivarono i cercatori d’oro e le grandi dighe idroelettriche finanziate dalla Banca Mondiale. L’Amazzonia diventava sempre più un grande supermarket di materie prime pregiate e di sconfinati terreni da destinare alle coltivazioni. Le condizioni erano perfette per l’introduzione del legume più coltivato al mondo, la soia, nella sua variante OGM.

Anche il cambiamento climatico ha fatto la sua parte, aumentando l’intensità e la capacità distruttrice degli incendi, specie di quelli appiccati intenzionalmente, quando le condizioni sono più favorevoli al propagarsi delle fiamme. Così l’alleanza tra cambiamento climatico e agricoltori ha scritto le ultime drammatiche pagine: per coltivare più soia si brucia sempre più foresta, e gli incendi potenziano il cambiamento climatico liberando enormi quantità di CO2. È un circolo vizioso dal quale pare non esserci via di uscita.

Nel frattempo noi mangiamo più carne bovina, e anche quando la carne è di animali allevati in Europa, il bestiame viene alimentato con soia e foraggi prodotti in Amazzonia. Continuiamo a usare legni pregiati da taglio illegale perché, anche se ormai il legname importato deve essere certificato, si riesce lo stesso a trasformare la foresta in parquet aggirando la legge. Come scrive papa Francesco nell’esortazione Querida Amazonia: «L’equilibrio planetario dipende anche dalla salute dell’Amazzonia. […] Il  grido  che  l’Amazzonia  eleva  al  Creatore  è simile al grido del popolo di Dio in Egitto. È un grido di schiavitù e di abbandono, che invoca la libertà». Ed è vero che «il grido dell’Amazzonia raggiunge tutti»: perché l’Amazzonia non è solo il polmone del nostro pianeta, ma è anche il simbolo, lo specchio nel quale guardarci per vedere riflesso ciò che siamo diventati come società globale, e a quale prezzo. Vedere bruciare l’Amazzonia dovrebbe essere un monito per tutti, ma purtroppo non lo è.

L’annus horribilis è cominciato nell’estate 2019 con gli incendi dolosi in Amazzonia, conseguenza dell’attuale malgoverno brasiliano e della guerra commerciale tra USA e Cina, che lasciava presagire una crescita della domanda di soia per gli allevamenti del gigante asiatico, che non avrebbe comprato più dai farmers statunitensi. L’illusione è stata breve, perché Donald Trump ha presto capito che la sua era una guerra persa. Ma nel frattempo l’Amazzonia ha pagato un prezzo altissimo per le tensioni commerciali. Dopo pochi mesi altri incendi, questa volta dovuti al clima impazzito, hanno devastato l’Australia governata da un premier che nega il cambiamento climatico. E ancora l’invasione delle cavallette che ha distrutto l’agricoltura del Corno d’Africa e di vaste zone dell’Africa orientale.

Poi l’inverno più caldo di cui si abbia memoria, con punte di 20 °C nell’Antartide, ci ha regalato l’epidemia di coronavirus, originata in Cina e diventata in poche settimane quasi globale. Il regime cinese ha tenuto nascosta la notizia per un mese, lasciando circolare liberamente turisti e imprenditori cinesi e stranieri, prima di scegliere la via del pugno di ferro, come solo i regimi appunto sanno fare.

Ora gli economisti ci raccontano che nel 2020 si perderà quasi un punto e mezzo della crescita economica globale, ma sono dati provvisori. Si sta andando tutti dritti verso la recessione, che in realtà è già preannunciata da tempo. E non sarà soltanto un calo dei consumi e di conseguenza dell’occupazione: si vivranno momenti drammatici per quanto riguarda la sicurezza alimentare in diverse zone del pianeta dove cavallette, siccità, land grabbing e desertificazione avanzano. Sono fatti non necessariamente collegati tra loro, ma che insieme mettono paura. Situazioni drammatiche che ci ricordano qual è la vera agenda della Terra, che la politica continua a ignorare. I grandi del pianeta sono tutti impegnati in giochi di potere, chi per allargare la sua influenza come la Russia, chi per blindare i propri confini come gli USA. E c’è anche chi invece resta muto e impotente, come l’Europa. Si lavora sull’emergenza e sulle sue conseguenze, mentre da molto tempo si è abbandonata la prevenzione e ancora non si intravede una nuova stagione di riforme che porti la comunità internazionale a prendere in mano il destino collettivo.

C’è però una differenza rispetto al passato. Oggi si sa tutto. La scienza è univoca, ad esempio, sul cambiamento climatico. Ma già 20 anni fa i movimenti ambientalisti, contadini e per un consumo sostenibile hanno anticipato ciò che sarebbe successo, e nel frattempo hanno anche proposto idee e soluzioni. Come fece per esempio Alex Langer, il cui pensiero torna prepotentemente di attualità, chiedendo di agire localmente pensando globalmente. Invece oggi la dimensione locale diventa una gabbia autocostruita e quella globale è percepita solo come un pericolo: e così si rischia forte. Allo stato attuale, rivendicare uno sguardo internazionalista non è più una questione ideologica, ma semplicemente l’unico metodo per cominciare a costruire il mondo di domani, ponendo fine a questa lunga fase di transizione che rischia di riconsegnarci un mondo peggiore di quello che ci siamo lasciati dietro le spalle.