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L’annus horribilis è cominciato nell’estate 2019 con gli incendi dolosi in Amazzonia, conseguenza dell’attuale malgoverno brasiliano e della guerra commerciale tra USA e Cina, che lasciava presagire una crescita della domanda di soia per gli allevamenti del gigante asiatico, che non avrebbe comprato più dai farmers statunitensi. L’illusione è stata breve, perché Donald Trump ha presto capito che la sua era una guerra persa. Ma nel frattempo l’Amazzonia ha pagato un prezzo altissimo per le tensioni commerciali. Dopo pochi mesi altri incendi, questa volta dovuti al clima impazzito, hanno devastato l’Australia governata da un premier che nega il cambiamento climatico. E ancora l’invasione delle cavallette che ha distrutto l’agricoltura del Corno d’Africa e di vaste zone dell’Africa orientale.

Poi l’inverno più caldo di cui si abbia memoria, con punte di 20 °C nell’Antartide, ci ha regalato l’epidemia di coronavirus, originata in Cina e diventata in poche settimane quasi globale. Il regime cinese ha tenuto nascosta la notizia per un mese, lasciando circolare liberamente turisti e imprenditori cinesi e stranieri, prima di scegliere la via del pugno di ferro, come solo i regimi appunto sanno fare.

Ora gli economisti ci raccontano che nel 2020 si perderà quasi un punto e mezzo della crescita economica globale, ma sono dati provvisori. Si sta andando tutti dritti verso la recessione, che in realtà è già preannunciata da tempo. E non sarà soltanto un calo dei consumi e di conseguenza dell’occupazione: si vivranno momenti drammatici per quanto riguarda la sicurezza alimentare in diverse zone del pianeta dove cavallette, siccità, land grabbing e desertificazione avanzano. Sono fatti non necessariamente collegati tra loro, ma che insieme mettono paura. Situazioni drammatiche che ci ricordano qual è la vera agenda della Terra, che la politica continua a ignorare. I grandi del pianeta sono tutti impegnati in giochi di potere, chi per allargare la sua influenza come la Russia, chi per blindare i propri confini come gli USA. E c’è anche chi invece resta muto e impotente, come l’Europa. Si lavora sull’emergenza e sulle sue conseguenze, mentre da molto tempo si è abbandonata la prevenzione e ancora non si intravede una nuova stagione di riforme che porti la comunità internazionale a prendere in mano il destino collettivo.

C’è però una differenza rispetto al passato. Oggi si sa tutto. La scienza è univoca, ad esempio, sul cambiamento climatico. Ma già 20 anni fa i movimenti ambientalisti, contadini e per un consumo sostenibile hanno anticipato ciò che sarebbe successo, e nel frattempo hanno anche proposto idee e soluzioni. Come fece per esempio Alex Langer, il cui pensiero torna prepotentemente di attualità, chiedendo di agire localmente pensando globalmente. Invece oggi la dimensione locale diventa una gabbia autocostruita e quella globale è percepita solo come un pericolo: e così si rischia forte. Allo stato attuale, rivendicare uno sguardo internazionalista non è più una questione ideologica, ma semplicemente l’unico metodo per cominciare a costruire il mondo di domani, ponendo fine a questa lunga fase di transizione che rischia di riconsegnarci un mondo peggiore di quello che ci siamo lasciati dietro le spalle.