Posts contrassegnato dai tag ‘Amazzonia’

C’è un collegamento fra la notizia, molto amplificata dalla stampa, della causa vinta da 25 ragazzi contro lo Stato colombiano che non protegge come dovrebbe l’Amazzonia e i dati inquietanti dell’AIE, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, sull’aumento delle emissioni di CO2 a livello globale. Notizie positive, come quella colombiana, servono a rassicurarci e a far dimenticare la realtà dei fatti. Che sono impietosi. Secondo l’AIE, nel 2017 le emissioni responsabili del cambiamento climatico sono tornate a crescere: +1,4%, dopo tre anni in cui erano rimaste stabili. L’aumento ha fatto raggiungere alle emissioni il record storico di 32,3 miliardi di tonnellate emesse in un anno. Si tratta per giunta di un dato parziale, perché l’AIE misura solo le emissioni generate dalla produzione di energia e non l’incremento di CO2 dovuto all’agricoltura, all’allevamento di bestiame e alla deforestazione.

I motivi di questa crescita sono riconducibili in buona parte alla ripresa dell’economia mondiale e all’aumento dei consumi in India e in Cina. Ma il principale indiziato rimane la nostra dipendenza, ancora strettissima, dall’energia fossile. L’anno scorso il consumo di carbone è tornato ad aumentare, mentre quello di petrolio ha raddoppiato il ritmo di crescita rispetto a 10 anni fa. Questo grazie al boom del fracking e alle maggiori possibilità di sfruttare il greggio offshore. Gli obiettivi di riduzione fissati alla Conferenza sul Clima di Parigi restano un ricordo sfuocato rispetto alla sete di energia che si manifesta non appena il ciclo economico si rimette in moto.

Il dato dell’aumento delle emissioni non è omogeneo. Gli Stati Uniti, grazie ancora ai provvedimenti della precedente amministrazione e all’uso massiccio di shale gas, segnano mezzo punto in meno rispetto al 2016. India e Cina sono cresciute del 2%, che significa molto in termini assoluti, pur rallentando rispetto agli anni precedenti. La sorpresa vera arriva dall’Europa, che dopo essere stata la prima della classe negli anni 2000, nel 2017 ha aumentato le sue emissioni dell’1,5%. Complessivamente un dato inquietante, che porta l’AIE a scrivere nel suo rapporto che gli sforzi per combattere il cambiamento climatico sono insufficienti. L’allarme è confermato dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale, agenzia dell’ONU che ha constatato come gli ultimi tre anni siano stati i più caldi nella storia, preannunciando che il 2018 seguirà questa tendenza.

La concentrazione di CO2 nell’atmosfera, 400 parti per milione, va oltre qualsiasi variazione naturale che si sia registrata negli ultimi 800.000 anni. L’agenzia meteorologica dell’ONU stima che la situazione resterà su questi livelli per generazioni a venire. E qui torniamo ai ragazzi colombiani che hanno denunciato con successo lo Stato per i danni inflitti all’Amazzonia, in quanto ha leso i loro diritti generazionali: le future generazioni, anche se dovessero lavorare insieme per ridurre le emissioni di CO2, pagheranno comunque le conseguenze dell’uso dissennato di combustibili fossili fatto dalle generazioni precedenti. E non c’è da riporre grandi speranze, almeno sul breve periodo, nella cosiddetta rivoluzione delle rinnovabili, che resta ancora marginale e non fa la differenza. Senza dubbio la direzione resta quella del ridimensionamento dei consumi e della moltiplicazione della capacità installata di rinnovabili, ma ancora a lungo sarà il petrolio ad accompagnarci, insieme al carbone. Costano relativamente poco e ce n’è a sufficienza per portarci dritti nell’apocalisse climatica.

Immaginare un futuro diverso, e fare di conseguenza gli investimenti necessari, è uno sforzo sistematicamente rimandato a tempi migliori. Per questo fa tanto rumore la notizia dei bravissimi ragazzi che hanno vinto la causa contro uno Stato in nome dei diritti delle prossime generazioni, e così poco si parla di quei dati che implacabilmente ci ricordano che le cose, per ora, non sono affatto cambiate.

 

 

Annunci

Gli Achuar sono un’etnia che vive nel folto della grande foresta a cavallo tra Perù ed Ecuador, e per questo vittime designate ogni volta che si è riacceso il conflitto sui confini tra i due paesi andini, che ha già prodotto lungo il ‘900 due guerre, l’ultima nel 1995. I confini imposti dall’uomo bianco nel diciannovesimo secolo hanno diviso un popolo a metà e assegnato a ciascuna delle due parti una “nazionalità” diversa e contrapposta.

Le comunità Achuar ecuadoregne che vivono nella regione amazzonica dove si incontrano i fiumi Pastaza e Capahuari, vicino al confine con il Perù, stanno consolidando il controllo del loro territorio grazie al turismo, dimostrando in modo concreto che gli indigeni sono in grado di gestire l’immenso patrimonio naturale che in diversi paesi del Sud America come l’Ecuador, il Brasile e il Cile è stato loro riconosciuto dallo Stato. Il Kapawi Eco Lodge non è semplicemente uno dei tanti eco-aberghi nella foresta, è un progetto politico e uno strumento che genera risorse economiche per sostenere un processo di autodeterminazione. Tutta la filiera è di proprietà indigena, dall’agenzia a Quito, dove si vendono i pacchetti, all’aereo che porta i turisti nel cuore dell’Amazzonia, fino ovviamente all’albergo della foresta e alle guide locali.

Gli Achuar del Rio Pastaza dicono che quanta più gente verrà a conoscere l’Amazzonia in modo sostenibile, tanto più crescerà la coscienza ambientale e la conoscenza dei diritti delle etnie che vi vivono. Dicono anche di credere che la creazione di un santuario binazionale della natura possa porre fine alle ridicole dispute degli stati per confini tracciati sulla carta e unificare di nuovo un popolo diviso artificiosamente dalla storia. Il turismo, che spesso ha pesanti impatti culturali, economici ed ambientali e che alimenta in America Latina ogni sorta di squali locali e multinazionali, qui è invece parte di una strategia di resistenza e di sviluppo. Ogni tre mesi i gestori del sistema turistico si riuniscono con i consigli tribali della zona per decidere insieme quali opere finanziare con i profitti derivati dall’afflusso dei turisti. Parte dei ricavi serve per pagare gli studi dei ragazzi Achuar, che diventeranno guide, cuochi, manager turistici, ma anche medici, avvocati, ingegneri. Gli Achuar stanno dimostrando, nel cuore dell’Amazzonia, la validità dello slogan di Porto Alegre sull’”altra economia possibile” e ci ricordano quanto oggi le lotte di resistenza possono assumere forme inconsuete, sfruttando il mercato e mantenendo sempre saldi i valori dell’unità, dell’obiettivo condiviso, della partecipazione.

Alfredo Somoza

 

La presidente del Brasile Dilma Rousseff ha appena ratificato la Strategia Nazionale per la Difesa (END) elaborata nel 2008 dal suo predecessore, Lula da Silva, e ha annunciato la disponibilità di circa 35 miliardi di dollari da investire per far diventare il Paese una potenza regionale anche sotto il profilo militare, e non solo economico.
Il piano non si limita a prevedere i “tradizionali” acquisti di armi dall’estero (una scelta fatta per esempio dal vicino Venezuela), ma punta a dotare il Brasile di un vero e proprio complesso industriale militare. La differenza sostanziale con le vecchie e nuove potenze occidentali è che il Paese sudamericano non intende sviluppare un apparato militare finalizzato a ipotesi di intervento all’estero, ma lavora in chiave essenzialmente difensiva.

Un Paese che per superficie è il quinto al mondo (e tra pochi anni occuperà la stessa posizione anche per consistenza economica) è per natura assai impegnativo da proteggere. Ciò che i brasiliani temono veramente sono i futuri appetiti di altri Paesi sulle loro due frontiere economiche più strategiche: la foresta amazzonica e i giganteschi giacimenti di petrolio off-shore al largo delle coste atlantiche.
Le riserve di petrolio della cosiddetta “Amazzonia blu”, nella piattaforma oceanica continentale del Brasile, 200 km al largo delle coste tra Rio de Janeiro e San Paolo, sono infatti stimate in 100 miliardi di barili. Il loro sfruttamento tra qualche anno porterà il Brasile nel plotone di testa delle potenze petrolifere: in uno scenario futuribile caratterizzato dalla “carestia di combustibili”, sarebbe difficile difenderlo senza un’adeguata forza navale.

L’Amazzonia è l’altro focus della visione geopolitica brasiliana, un tema che quasi ossessiona le autorità del gigante sudamericano. Si tratta di un ecosistema che, solo nella sua parte brasiliana, è grande quanto l’Europa e racchiude buona parte della biodiversità naturale terrestre, oltre a importanti riserve di metalli, legname e a tantissima acqua dolce. Questa gigantesca foresta primaria, divisa tra 8 Stati indipendenti e una colonia francese, oggi da un lato è al centro del traffico di cocaina, e dall’altro è meta dei viaggi di consiglieri militari USA (e di dubbi scienziati che catalogano le specie naturali, non sempre solo per studiarle). Da decenni il Brasile teme che l’Amazzonia possa essere dichiarata “bene dell’umanità” e sottratta alla sovranità dei Paesi sudamericani. Per scongiurare questo scenario si sta dotando di una rete di videosorveglianza satellitare del territorio e presto costruirà sommergibili nucleari di piccole dimensioni in grado di pattugliare il Rio delle Amazzoni.

La nuova dottrina strategica brasiliana rappresenta la prima ricaduta militare dei cambiamenti nei rapporti internazionali. Anticipa scenari di conflitti futuri aventi come oggetto il controllo delle materie prime energetiche, della biodiversità, dell’acqua dolce: risorse che la cecità del nostro modello di consumo sta esaurendo inesorabilmente. La congiuntura internazionale, per la prima volta in molti secoli, ricomincia infatti a premiare chi dispone di vaste risorse naturali. Ai tempi del colonialismo, per il Sud del mondo questa fu una maledizione, e per buona parte dell’Africa lo è ancora adesso. Ma oggi per il Brasile è un momento magico.

Perché la popolazione possa trarre stabili benefici da questa situazione, secondo i brasiliani è indispensabile avviare una massiccia politica di modernizzazione dell’esercito in chiave difensiva. Opinabile o meno che sia questa scelta, a Brasilia procedono spediti: c’è già chi ipotizza che la forza militare che si metterà in piedi nei prossimi anni servirà anche per tutelare la sovranità degli altri Paesi sudamericani. USA, Francia e Regno Unito sono avvertiti.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)