Archivio per la categoria ‘Turismo, turismi’

Sulla costa del mare dei Caraibi, in Honduras, vivono piccole comunità di afroamericani, i Garifuna, discendenti di schiavi sopravvissuti al genocidio perpetrato dai negrieri. I Garifuna ormai sono considerati un popolo autoctono americano nonostante siano oriundi di un altro continente, come i Quilombolas brasiliani, i neri di Esmeraldas in Ecuador, i Maroons delle Guyane. Eredi di uomini e donne che ricostruirono la loro vita alla fine della schiavitù oppure che si erano uniti in comunità già nei decenni precedenti, dopo essere fuggiti dalle piantagioni di canna da zucchero in cui erano tenuti alla catena.

Quando in America Centrale gli schiavi furono liberati, agli inizi dell’800, i Garifuna si organizzarono in piccoli villaggi sulla costa e nelle isole vivendo di pesca, caccia e della coltivazione di tuberi e mais. Chiunque visiti i loro villaggi rimane sorpreso di fronte a veri e propri “pezzi d’Africa” incastonati sul suolo americano: in pratica, architetture, lingua, musica, danze, abiti, cibi sono quelli del Golfo di Guinea. I tamburi congo continuano a suonare le basi ritmiche di antichi canti rituali tramandati di generazione in generazione. Le cerimonie sulla spiaggia, di fronte a un mare generoso, collegamento ideale con l’Africa lontana, sono a tutti gli effetti un patrimonio culturale e di “resistenza” unico al mondo.

Una parte di queste comunità vive all’interno del parco nazionale intitolato a Jeanette Kawas: un’ambientalista honduregna che salvò oltre 400 specie animali e vegetali in pericolo ma non riuscì a salvare se stessa dalla furia criminale dei proprietari terrieri che aveva denunciato, colpevoli di attività predatorie nell’area protetta. Jeanette fu la prima ambientalista in Centroamerica uccisa per le sue idee e il suo lavoro, nel 1995.

Nell’area di Tela già negli anni ’80 e ’90 la speculazione edilizia voleva cementificare la baia, davvero splendida, e soprattutto la parte vicina alla meravigliosa Punta Sal con la spiaggia bianca che la precede, lunga almeno 10 chilometri. L’assassinio della Kawas produsse l’effetto opposto a quello auspicato dagli assassini. Sollevò grandi proteste e fece crescere l’attenzione a livello internazionale, così l’area è stata salvaguardata dai progetti di cementificazione. Fino a qualche tempo fa.

Oggi invece la speculazione ha mano libera e si procede spediti con la costruzione di villette, due megaresort turistici a cinque stelle, piscine e un campo da golf di 80 ettari ricavato coprendo di terra la parte umida del parco, ormai persa per sempre. Nel mese di ottobre è partita l’ultima fase della costruzione del complesso. Ora c’è solo da scacciare i poveri dalle terre confinanti perché potrebbero infastidire i turisti. Così in questo momento 400 persone stanno rivivendo la dolorosa storia dei loro avi: l’esercito sta procedendo casa per casa, gettando per strada i pochi beni dei Garifuna per poi radere al suolo le abitazioni con i bulldozer, il tutto contro i diritti dei nativi che, in teoria, dovrebbero essere tutelati da leggi e trattati nazionali e internazionali.

Della cultura di questo popolo resterà il ricordo negli spettacolini offerti dai resort, dove alcuni Garifuna verranno presentati come nota di “colore” ai turisti curiosi. In cambio di qualche moneta suoneranno il bongo, canteranno e balleranno con la morte nel cuore. È così l’ennesimo progetto di sviluppo turistico, con l’immancabile campo da golf, si abbatte su un’area protetta e su una comunità indigena.

Uno strano destino quello dei cosiddetti popoli autoctoni, o assimilati come i Garifuna: la marginalità geografica dei loro insediamenti, che in passato è stata la loro salvezza, oggi diventa la loro rovina, perché l’industria turistica cerca disperatamente terreni vergini da occupare. La povertà e la cultura di questi popoli hanno salvaguardato un ambiente spettacolare, interpretato oggi come l’ultima frontiera del turismo “a contatto con la natura”. Come i Boscimani della Namibia, i Mapuche del Cile, i Naga del Tibet, oggi i Garifuna hanno il loro minuto di notorietà solo perché aggrediti ed espropriati. Un minuto del quale, nel grande circo mediatico, non resterà traccia. I Garifuna di Punta Sal in Honduras, d’ora in poi li troveremo nelle baraccopoli della periferia della capitale o mentre faranno il verso a se stessi davanti ai turisti: quelli spensierati e organizzati, senza “ahi! ahi! ahi!”.

 

Alfredo Somoza per esteri (Popolare Network)

 


turisti

Annunci

Gli Achuar sono un’etnia che vive nel folto della grande foresta a cavallo tra Perù ed Ecuador, e per questo vittime designate ogni volta che si è riacceso il conflitto sui confini tra i due paesi andini, che ha già prodotto lungo il ‘900 due guerre, l’ultima nel 1995. I confini imposti dall’uomo bianco nel diciannovesimo secolo hanno diviso un popolo a metà e assegnato a ciascuna delle due parti una “nazionalità” diversa e contrapposta.

Le comunità Achuar ecuadoregne che vivono nella regione amazzonica dove si incontrano i fiumi Pastaza e Capahuari, vicino al confine con il Perù, stanno consolidando il controllo del loro territorio grazie al turismo, dimostrando in modo concreto che gli indigeni sono in grado di gestire l’immenso patrimonio naturale che in diversi paesi del Sud America come l’Ecuador, il Brasile e il Cile è stato loro riconosciuto dallo Stato. Il Kapawi Eco Lodge non è semplicemente uno dei tanti eco-aberghi nella foresta, è un progetto politico e uno strumento che genera risorse economiche per sostenere un processo di autodeterminazione. Tutta la filiera è di proprietà indigena, dall’agenzia a Quito, dove si vendono i pacchetti, all’aereo che porta i turisti nel cuore dell’Amazzonia, fino ovviamente all’albergo della foresta e alle guide locali.

Gli Achuar del Rio Pastaza dicono che quanta più gente verrà a conoscere l’Amazzonia in modo sostenibile, tanto più crescerà la coscienza ambientale e la conoscenza dei diritti delle etnie che vi vivono. Dicono anche di credere che la creazione di un santuario binazionale della natura possa porre fine alle ridicole dispute degli stati per confini tracciati sulla carta e unificare di nuovo un popolo diviso artificiosamente dalla storia. Il turismo, che spesso ha pesanti impatti culturali, economici ed ambientali e che alimenta in America Latina ogni sorta di squali locali e multinazionali, qui è invece parte di una strategia di resistenza e di sviluppo. Ogni tre mesi i gestori del sistema turistico si riuniscono con i consigli tribali della zona per decidere insieme quali opere finanziare con i profitti derivati dall’afflusso dei turisti. Parte dei ricavi serve per pagare gli studi dei ragazzi Achuar, che diventeranno guide, cuochi, manager turistici, ma anche medici, avvocati, ingegneri. Gli Achuar stanno dimostrando, nel cuore dell’Amazzonia, la validità dello slogan di Porto Alegre sull’”altra economia possibile” e ci ricordano quanto oggi le lotte di resistenza possono assumere forme inconsuete, sfruttando il mercato e mantenendo sempre saldi i valori dell’unità, dell’obiettivo condiviso, della partecipazione.

Alfredo Somoza

 

Incuneata tra i fiordi e le foreste, Oslo possiede un curioso carattere a metà tra la sofisticata capitale europea e il villaggio rurale.  Capitale ricca di cultura e di storia, ma anche porta d’ingresso per un fantastico mondo naturale laddove l’Europa diventa di ghiaccio.

 

Il centro cittadino di Oslo è caratterizzato dalla miriade di negozi, caffè e mercati. Difficile definire lo stile della capitale norvegese: l’abbondanza di parchi e le ampie aree pedonali la rendono assai vivibile e poco caotica, e anche durante le gelide serate invernali le strade del centro e della città vecchia prospiciente al mare si riempiono di gente. Oslo è una città prevalentemente moderna. La sua architettura ha le linee austere tipiche delle città scandinave. Pur avendo infatti oltre un millennio di storia, Oslo è stata ricostruita numerose volte a causa dei molti incendi che nel corso dei secoli l’hanno distrutta, come quello del 1624 che la rase completamente al suolo e “grazie” al quale Oslo fu ricostruita in pietra e mattoni. Fu re Christian IV a progettare personalmente la nuova città e le mura di cinta, anche se l’incremento della popolazione fu così rapido che dopo pochi decenni le mura dovettero essere abbattute per fare posto a nuovi abitanti. La città fu rinominata in onore del suo sovrano e per 300 anni fu nota come Christiania.
Con un territorio di oltre 450 km quadrati Oslo è una delle più estese capitali europee, con la particolarità però di avere la maggior parte della sua area ricoperta da fitte foreste. Se a questo si aggiunge poi il fatto che, con la sua popolazione di nemmeno mezzo milione di abitanti, Oslo è la più piccola delle capitali scandinave, ci si fa ben presto un’idea di come i confini ufficiali della città si espandano ben oltre il perimetro urbano fino a perdersi nei boschi. Questo significa anche che migliaia di chilometri di piste da sci (illuminate per consentirne l’uso anche durante i bui mesi invernali) sono comodamente raggiungibili dal centro città. E lo sci, in tutte le varianti è la passione nazionale dei norvegesi nonché un’antica tradizione – nato non tanto come sport quanto piuttosto come elementare mezzo di trasporto. Cosìcome altre città europee hanno cattedrali o grattacieli a definirne il profilo, Oslo ha il trampolino per salto con gli sci di Holmenkollen che la domina dall’omonima collina.

Al vicino nord in treno

Il treno veloce e silenzioso che collega Oslo con Hamar è il migliore messo per entrare nella Norvegia dei grandi spazi aperti e delle foreste. Questa cittadina è, insieme a Lillenhammer, uno dei punti più importante del distretto di Hedmark, cuore agricolo del paese sulla sponda del grande lago Mjosa con belle spiagge e un simpatico porto.

Da Hamar si snodano centinaia di percorsi di turismo rurale che offrono l’alternativa all’altra grande attrattiva del paese, il dedalo dei fiordi. L’agriturismo è in piena espansione in un paese dove l’agricoltura rimane fortemente sovvenzionata, ma è pur sempre un’attività “minore” rispetto al terziario e all’estrazione dell’oro nero.

Una delle prime fattorie che si sono aperte al turismo è la Rudi Farm, nella Valle di Gudbrand. In questa centenaria tenuta, che alterna aree coltivate con aree boschive, si può pernottare, mangiare le pietanze tipiche della campagna norvegese (formaggi, cervo, renna, frutti di bosco) e conoscere il folklore locale, soprattutto musicale. A Hamar esistono anche resti importanti della storia di questo popolo di agricoltori e navigatori che fu ben conosciuto, e temuto, dal resto degli europei durante il Medioevo. Appena fuori città, su una collina, si erge l’abbazia di Domkirkeodden, o meglio metà di quello che fu l’abbazia, conservata in una gigantesca scatola di cristallo per evitare che pioggia e ghiaccio finiscano di demolirla. Costruita nel 1200 e distrutta nel 1500 durante l’occupazione danese della Norvegia, fu ricostruita più volte e ancora distrutta da russi e svedesi in successive invasioni. Oggi Domkirkeodden è un simbolo della tormentata, ma coraggiosa storia dei norvegesi e qui si celebrano messe e matrimoni e si recitano pagine di storia in costumi tipici. Nell’organizzare la visita a questa località nel cuore del paese non bisogna dimenticare l’opera del più grande scrittore e autore teatrale norvegese, Henrik Ibsen, che proprio nel Gudbrand trovò ispirazione per la sua più famosa opera, quel Peer Gynt che racconta l’epica storia di questa terra verde e aspra. E’ possibile assistere ad una rappresentazione in costume del Gynt sulla sponda del Lago Gala nei lunghi tramonti dell’estate boreale. Uno spettacolo che merita se non altro per la cornice di un verde profondo e antico nella breve estate dall’eterno giorno.

 

Alfredo Somoza

 

Il Chiapas è balzato agli onori della cronaca quando nel 1994 un pugno di insorti zapatisti del Chiapas dichiararono “guerra” agli accordi del NAFTA tra Messico e gli Stati Uniti. Nasceva la lotta di resistenza al neoliberismo in America Latina. Il Chiapas, al confine con il Guatemala, non è soltanto lo stato più povero del Messico e culla della resistenza indigena, è anche uno scrigno di biodiversità naturale e culturale che offre molto al viaggiatore.

 San Cristobal de las Casas, città che porta il nome del suo primo vescovo e grande accusatore delle malefatte della Corona spagnola nei confronti degli indios, è la porta d’ingresso del piccolo Stato messicano del Chiapas nel cuore del mondo dei maya. Una città di montagna dall’inconfondibile sapore coloniale spagnolo, a2.100 metridi altitudine e dal clima temperato tutto l’anno nella quale i colori dei mercati e delle persone infondono un’impronta genuinamente indigena che rendono il Chiapas  più vicino al Guatemala che al Messico. Affacciarsi nei patios delle vecchie case permette di scoprire mondi segreti pensati per garantire la quiete delle famiglie in un contesto protetto, ma all’aperto. Oggi le vecchie corti nascondono negozi di artigianato, bar, piccoli hotel, ristoranti e ancora tante famiglie. Le strade di ciottolato convergono sempre in piccole piazze popolate a tutte le ore da passanti, innamorati e venditori ambulanti. San Cristobal sa di caffè, di cui il Chiapas è uno dei produttori mondiali di più alta qualità, e che qui viene consumato a tutte le ore. Alcuni spunti interessanti per entrare nel sentimento della città sono il Mercato della frutta, dove si possono consumare e ammirare i mille frutti arrivati dalle terre basse tropicali e la Chiesa barocca di Santo Domingo, scelta dagli indigeni maya-tzoltziles come luogo di mercato per il loro splendido artigianato.

A poca distanza di San Cristobal, si trova Chiapa de Corzo, da dove partono le barche che conducono i turisti a percorrere il Cañón del Sumidero, uno spettacolare canyon fluviale dalla storia tragica: qui diverse centinaia di indios si suicidarono, buttandosi dallo strapiombo alto900 metri, prima di arrendersi agli spagnoli nel XVI secolo. Nelle acque del Rio Grijalbo che attraversa il canyon, nuotano gli ultimi esemplari di coccodrillo messicano e si possono osservare pellicani, cormorani, garze e avvoltoi.

La gestione di alcuni dei luoghi più visitati sono in mano degli indigeni che vivono in queste zone, come nel caso di Motebello, un ecosistema di lagune diventato parco nazionale a soltanto60 chilometrida Comitàn de Dominguez, a ridosso dalla frontiera con il Guatemala. Nelle vicinanze, le cascate di Chiflòn formano una consistente barriera d’acqua che precipita sul fiume San Vicente generando una pioggia sottile che si estende per centinaia di metri.

Tornando a San Cristobal, dieci chilometri prima, si trova il paese di San Juan Chamula, uno dei luoghi mistici più noti e interessanti del Messico. Nella chiesa del paese, custodita 24 ore al giorno dai membri di una confraternita indigena, si celebrano riti sincretici di alto valore simbolico. Per gli indigeni chamulas (maya tzotziles), questa Chiesa si trova sull’ombelico del mondo, dentro una “cicatrice” della valle dove gli antichi celebravano i rituali millenari e i sacerdoti cristiani eressero la loro Chiesa sfruttando la sacralità del posto. All’interno del tempio vengono consumati sacrifici ai santi cattolici officiati da curanderos (medici-sacerdoti tradizionali), che però in realtà si rivolgono alle forze della natura che veneravano gli indios. Il pavimento è ricoperto da aghi di pino e i santi sono appoggiati lungo i muri della Chiesa e vengono interpellati per guarire malattie, l’anima di qualcuno, risolvere problemi di lavoro o di coppia. San Giovanni Battista è il santo più venerato qui, più di Gesù, e oltre a offrire cibo e bevande alla sua immagine, si può assistere anche al sacrificio di un gallo. I turisti non sono ben accetti in Chiesa, ma chiedendo con il dovuto rispetto permesso alle guardie della confraternita si può entrare senza assolutamente però scattare fotografie.

Il Chiapas è anche archeologia maya, foreste primarie impervie, dove si sta organizzando un turismo di comunità molto interessante e anche “caracoles”, cioè le zone liberate dai zapatisti nelle quali si sta ricostruendo la vita comunitaria tipica degli indigeni che hanno saputo resistere a 500 anni di violenze e soprusi rimanendo attaccati alle loro tradizioni e alla loro terra.

Alfredo Somoza

In questi mesi a Parigi è stata allestita una grande mostra per ricordare una pagina cancellata della storia d’Europa, gli zoo umani. Nelle esposizioni universali a cavallo tra Ottocento e Novecento– quelle di Bruxelles, Londra, Milano, Parigi, Barcellona – una delle principali attrattive erano i cosiddetti “giardini di acclimatamento”, nei quali non ci si limitava a presentare la flora e la fauna dei Paesi esotici, all’epoca quasi tutti colonizzati dall’Europa. In questi veri e propri zoo veniva riprodotta anche la vita dei popoli tribali.

Intere famiglie di pigmei, di amerindi della Terra del Fuoco e dell’Amazzonia, di boscimani sudafricani, di karen birmani strappati dai loro villaggi con la forza o con l’inganno dovevano recitare la loro vita quotidiana davanti agli occhi dei borghesi delle metropoli europee. Molti morivano di malattia, altri finivano rovinati dall’alcool, diversi si suicidavano, pochi tornavano a casa.

Nel XXI secolo gli zoo umani non sono più ammissibili. In compenso si praticano tranquillamente i safari umani.Quelli che si celano dietro il cartello politicamente corretto di “etnoturismo”, una tipologia di viaggio costosa, che porta il turista a contatto con popoli indigeni sui loro territori ancestrali. Le etnie oggetto di questo turismo sono le stesse che un tempo venivano esposte nei giardini di acclimatamento. Tranne quelle nel frattempo scomparse, è ovvio.

La più grande ONG che si batte per i diritti dei popoli tribali, Survival International, chiede da anni il bando del turismo cosiddetto etnico, perché fatto sulla pelle degli indigeni senza che essi ne ricavino alcun vantaggio. Anzi, molti di questi popoli a contatto con il turismo si sono ridotti a recitare, a banalizzare la loro cultura tradizionale a vantaggio degli spettatori di turno. Basta pensare a ciò che è accaduto ai masai del Kenya, alle finte cerimonie induiste a Bali, alla cremazione dei corpi in India o ai rituali del vudù haitiano.

Spesso chi assiste a queste esibizioni non ha coscienza del fatto che la mercificazione di riti e tradizioni è causa di gravi danni culturali. Quando però il turista sceglie di addentrarsi nei territori tribali, oltrepassa consapevolmente un limite che in molti Paesi è invalicabile anche dal punto di vista legale. In tutto il mondo, gran parte delle popolazioni indigene vive in zone che suscitano grandi appetiti economici, spesso scenario di violenze e conflitti armati. La cronaca riporta con regolarità notizie di turisti “avventurosi” che vengono derubati, sequestrati o uccisi: ma, evidentemente,questo non basta per far riflettere sull’inopportunità di recarsi in posti nei quali non si è voluti. E nemmeno a mettere in guardia sui rischi che, andandoci, si potrebbero correre.

Esistono piccole esperienze di turismo responsabile pensate insieme a popoli indigeni, in America Latina e in Asia. Sono viaggi ideati e realizzati con alcune comunità locali che hanno deciso di ricevere turisti e pongono limiti e vincoli alla loro presenza. Da questi visitatori ricavano un vantaggio economico che verrà utilizzato per progetti comunitari;per di più gli uomini e le donne accolti nelle comunità diventano spesso sostenitori delle loro cause. Il resto è un triste teatrino, molto spesso allestito con la complicità di regimi totalitari che utilizzano le etnie autoctone per attirare turisti: un’ulteriore umiliazione per popoli che hanno già subito troppo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

A me sembra un sogno che Buenos Aires sia nata.

La ritengo tanto eterna quanto l’acqua e l’aria.

J.L. Borges

Buenos Aires, porto dell’estrema Europa,

capitale di un impero mai esistito.

A. Malraux

La città di Santa María de los Buenos Aires non solo è la porta d’ingresso del paese, tappa inevitabile per chi voglia visitarlo. È anche una città-stato, uno spazio metropolitano sconfinato che nell’immaginario dei suoi abitanti, i porteños, rappresenta da solo uno dei due paesi in cui si divide l’Argentina: la capital, contrapposta a el interior, tutto il resto del paese.

Fondata due volte dagli spagnoli che girovagavano alla ricerca dell’Eldorado, Buenos Aires divenne ricca e potente grazie ai capricci della natura e dell’economia mondiale: bovini, ovini e cavalli, che nelle Pampas trovarono un habitat miracolosamente favorevole dove moltiplicarsi, grazie alle innovazioni tecnologiche della seconda metà dell’Ottocento, si trasformarono in una fiorente esportazione di carne fresca, basilare per l’alimentazione dell’Europa occidentale fino agli anni Sessanta. La piccola e marginale Buenos Aires divenne così, alla fine dell’Ottocento, uno dei più importanti porti mondiali per l’esportazione di cuoio, cereali, frutta, vino e carne.

Il processo di concentrazione delle attività produttive, culturali e politiche attorno alla capitale fu inarrestabile: Buenos Aires divenne metropoli alla fine del XIX sec., e una grande area metropolitana negli anni Sessanta (Grande Buenos Aires). Nei suoi 1200 kmq di estensione hanno sede il 75% delle attività industriali del paese e l’80% di quelle terziarie.

Non stupisce quindi che qui sia concentrato anche un terzo della popolazione del paese (11.000.000 ab.). Già nel 1943 il medico-scrittore Florencio Escardó trovò una spiegazione intelligente a tale gigantismo: “le province hanno creduto che Buenos Aires, in quanto sede delle autorità nazionali, fosse il punto supremo delle aspirazioni di tutti. Buenos Aires ha invece avuto un criterio fortemente accentratore. Si è ingrandita, è diventata bella, si è fortificata, con una logica propria che non era quella di capitale di una federazione. La città vive per se stessa, la repubblica viene percepita come un sipario sullo sfondo” (Geografía de Buenos Aires).

Nel triangolo delimitato dalla Casa Rosada, dal Parlamento e dalla City si definiscono le strategie economiche nazionali, si concretizzano alleanze e divisioni politiche, si preparano i golpe, si lanciano le mode e si diffondono i modelli culturali. Qui hanno sede tutte le televisioni, le radio e le testate giornalistiche nazionali. Buenos Aires è lo specchio di quanto di meglio e di peggio abbiano realizzato gli argentini negli ultimi 450 anni, il palcoscenico dove si sono consumati i drammi e i momenti gioiosi di un popolo eterogeneo che contribuì a costruire una metropoli laica dotata di chiese, moschee, sinagoghe e templi massonici.

Buenos Aires non è né bella né brutta: è un caso abbastanza raro di grande metropoli in cui non esiste un comune denominatore, e quindi ognuno può cercare (e non di rado incontrare), o inventarsi, ciò che più ama.

 

Milioni di uomini, di donne, di bambini, di operai, di impiegati. Come parlare di tutti? Come rappresentare quella realtà innumerabile in cento pagine, in mille, in un milione di pagine? Sei milioni di argentini, spagnoli, italiani, baschi, tedeschi, ungheresi, russi, polacchi, iugoslavi, siriani, libanesi, lituani, greci, ucraini. Oh, Babilonia! La città galiziana più grande al mondo. La città italiana più grande al mondo. Più pizzerie che a Napoli e Roma insieme. Oh, Babilonia! (Ernesto Sábato, Sopra eroi e tombe)

Alfredo Somoza

La crociera turistica è un fenomeno relativamente moderno. È nata infatti nei Caraibi negli anni ’70, quando i transatlantici per il trasporto passeggeri sono stati superati dall’aereo. Solo allora gli armatori hanno creato questo nuovo mercato, caratterizzato sin dagli esordi da alti livelli di redditività.

Dagli anni ’70 a oggi i crocieristi nel mondo sono passati da circa 500.000 a quasi 16 milioni. Offerta e domanda sono cresciute in parallelo, con una capacità ricettiva che nel 2010 aveva già superato i 500.000 letti (pari alla metà circa dell’intera capacità ricettiva del Sudest Asiatico). Il settore si caratterizza per il notevole dinamismo, con una clientela che cresce, a livello globale, con un ritmo medio che sfiora il 30% all’anno.

Il sistema, che coinvolge un ampio ventaglio di settori economici, riconosce all’Italia un ruolo di primo piano: tra gli Stati industrializzati il nostro Paese possiede infatti la principale flotta di navi da crociera per stazza, e occupa il quarto posto assoluto a livello mondiale dietro Bahamas, Panama e Bermuda. Le crociere sono tra le fonti che contribuiscono in modo più significativo al movimento turistico nel Mediterraneo, con un impatto rilevante anche in termini economici: ogni passeggero spende in media 100 euro nelle città d’imbarco e 50 euro in ogni località visitata durante la crociera, cifre alle quali va aggiunto il costo della crociera stessa.

Le navi, comunemente definite città galleggianti, sono in realtà villaggi turistici in movimento: rispetto ai resort “tradizionali” hanno il vantaggio di potersi spostare, di variare la propria offerta, destagionalizzarla inseguendo il caldo. Il decollo definitivo del turismo da crociera è avvenuto in un preciso momento storico: dicembre 2004, il mese del terribile tsunami abbattutosi su parte dell’Asia. Le macerie lasciate dalla grande onda segnavano l’inizio del declino dei tipici beach resort, le strutture ricettive all-inclusive grazie alle quali gli europei avevano cominciato a fare turismo balneare dall’altra parte del mondo.

Peraltro il modello del resort, struttura che spesso assomiglia a un’astronave aliena e luccicante atterrata in un contesto di degrado e miseria, stava cominciando a fare i conti pure con l’accusa di avere un impatto negativo sul territorio, anziché essere un’opportunità di sviluppo per il Paese ospite. E aveva già dimostrato di  non essere immune alla criminalità.

Il resort tropicale, insomma, nel 2004 ha cominciato a passare di moda. Il naturale sostituto era già pronto: la nave da crociera, che offre gli stessi comfort e in più garantisce la possibilità di andarsi a cercare il bel tempo. Per non parlare del massimo immaginabile in termini di sicurezza: il passeggero che teme i luoghi ignoti non è nemmeno tenuto a scendere a terra durante le sue vacanze.

Anche la nave da crociera è un paradiso d’abbondanza alieno. Viaggia troppo al largo dalle umane miserie dei tropici per offendere i sentimenti dei turisti: occhio non vede (la povertà), cuore non duole. E le ferie scivolano via più serene. Però c’è un però. L’aumento vertiginoso della domanda sta giocando un brutto scherzo alle compagnie armatrici. La maggiore capacità ricettiva porta all’obbligo di garantire un’occupazione dei posti letto costante durante l’anno. Per questo anche qui, come nei resort, è scattata l’ora del viaggio low cost, nel quale l’importante è il numero e non la qualità. Troppa gente imbarcata, troppo grandi le navi, troppa manodopera sottopagata e demotivata.

Non sono questi i motivi che hanno portato alla tragedia dell’isola del Giglio, ma l’industria turistica deve ancora una volta riflettere sul modello che continua a riproporre, a terra come sul mare. Un modello ispirato al più bieco consumismo, insostenibile sotto il profilo ambientale, basato sull’isolamento del turista dal contesto culturale e sociale del Paese visitato.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)