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Il caso dell’afroamericano massacrato dalla polizia di Memphis è solo uno dei tanti episodi di sangue che si continuano a registrare nelle società multietniche dove non tutte le componenti sono sullo stesso piano di parità. Nel caso delle società americane, dagli Stati Uniti al Brasile, sono gli afroamericani a finire più spesso in carcere e a subire episodi di violenza. E non perché ci sia una naturale inclinazione etnica al crimine, come affermato dagli pseudo sociologi-xenofobi oggi di moda, ma per tre ordini di motivi. Il primo riguarda la condizione sociale e l’emarginazione di una componente etnica ben precisa per motivi storici, come gli afroamericani in America o i rom in Romania, entrambi schiavizzati fino a metà dell’800. La seconda la maggiore attenzione della polizia nei confronti di chi appartiene a queste minoranze. La terza la considerazione dei reati da povertà, come il furto semplice, quali fonti di allarme e quindi amplificati dalla stampa.

In realtà per combattere le disparità sociali derivate dall’appartenenza ad una etnia si è fatto molto, negli Stati Uniti ad esempio con le positive discimination che hanno aperto college, università e posti di lavoro che erano storicamente negati agli afroamericani. Quello che nessuna legislazione può eliminare però è il residuo secolare di pregiudizi creati ad hoc per giustificare una situazione di sopruso.  Lo schiavo non era privato dalla libertà per via di un’ingiustizia, ma perché pigro, disordinato, non sapeva lavorare, viveva nella promiscuità, era poco intelligente. Giustificazioni buone per mettere a posto le coscienze davanti a fatti orrendi. La Gran Bretagna vittoriana aveva coniato addirittura un concetto per giustificare le violenze nei confronti dei popoli africani colonizzati: il “fardello dell’uomo bianco”. Cioè il colonialismo non era una grande macchina di sottrazione di forza lavoro e di materie prime ma bensì una missione, i colonialisti portavano la luce a popoli che vivevano al buio e nell’ignoranza. Popoli che poi si portavano nelle capitali europee da esibire negli appositi zoo-umani, perché i cittadini civilizzati potessero vedere di persona la selvaggità dei colonizzati. È questa la matrice più profonda e insidiosa del razzismo, non basata sul colore della pelle, ma sui rapporti di forza che si sono determinati nella storia degli ultimi secoli. Rapporti di forza basati sulla violenza e anche sull’invenzione di una superiorità culturale e intellettiva. Un mix che è entrato anche nella mentalità del dominato, come spiegava magistralmente l’antropologo statunitense Oscar Lewis nei suoi studi sulla povertà. Ma soprattutto del dominatore, anche tra i suoi ceti più modesti. La credenza della superiorità dei bianchi nei confronti dei neri non ha mai riguardato un élite, ma grandi masse. Tra i ceti più emarginati e poveri delle società occidentali il razzismo è stato, e resta, ben presente. Un razzismo che è anche consolatorio, perché inchioda qualcuno a un gradino più basso del tuo e trasmette l’ebrezza di appartenere a un’etnia superiore, con più diritti e opportunità, ma anche da difendere. Ed è stato questo il colonialismo, la sublimazione del concetto di guerra tra i poveri, dove non è mai esistito l’empatia tra le persone oppresse perché appartenenti a etnia con valori, virtuali, diversi. Poveri europei che si immolavano nelle guerre coloniali combattendo altri poveri. Sono queste le mele avvelenate che continuiamo a raccogliere nel XXI secolo. Cinesi furbi e silenziosi, africani balordi, arabi infidi, indios ieratici e rom ladri continuano a vivere nell’immaginario occidentale e ad essere strumentalizzati dalla politica. Per questi motivi, per gli afroamericani che tremano quando i loro figli escono di casa perché non sanno se torneranno vivi, la fine della schiavitù non è ancora arrivata.

 

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In questi mesi a Parigi è stata allestita una grande mostra per ricordare una pagina cancellata della storia d’Europa, gli zoo umani. Nelle esposizioni universali a cavallo tra Ottocento e Novecento– quelle di Bruxelles, Londra, Milano, Parigi, Barcellona – una delle principali attrattive erano i cosiddetti “giardini di acclimatamento”, nei quali non ci si limitava a presentare la flora e la fauna dei Paesi esotici, all’epoca quasi tutti colonizzati dall’Europa. In questi veri e propri zoo veniva riprodotta anche la vita dei popoli tribali.

Intere famiglie di pigmei, di amerindi della Terra del Fuoco e dell’Amazzonia, di boscimani sudafricani, di karen birmani strappati dai loro villaggi con la forza o con l’inganno dovevano recitare la loro vita quotidiana davanti agli occhi dei borghesi delle metropoli europee. Molti morivano di malattia, altri finivano rovinati dall’alcool, diversi si suicidavano, pochi tornavano a casa.

Nel XXI secolo gli zoo umani non sono più ammissibili. In compenso si praticano tranquillamente i safari umani.Quelli che si celano dietro il cartello politicamente corretto di “etnoturismo”, una tipologia di viaggio costosa, che porta il turista a contatto con popoli indigeni sui loro territori ancestrali. Le etnie oggetto di questo turismo sono le stesse che un tempo venivano esposte nei giardini di acclimatamento. Tranne quelle nel frattempo scomparse, è ovvio.

La più grande ONG che si batte per i diritti dei popoli tribali, Survival International, chiede da anni il bando del turismo cosiddetto etnico, perché fatto sulla pelle degli indigeni senza che essi ne ricavino alcun vantaggio. Anzi, molti di questi popoli a contatto con il turismo si sono ridotti a recitare, a banalizzare la loro cultura tradizionale a vantaggio degli spettatori di turno. Basta pensare a ciò che è accaduto ai masai del Kenya, alle finte cerimonie induiste a Bali, alla cremazione dei corpi in India o ai rituali del vudù haitiano.

Spesso chi assiste a queste esibizioni non ha coscienza del fatto che la mercificazione di riti e tradizioni è causa di gravi danni culturali. Quando però il turista sceglie di addentrarsi nei territori tribali, oltrepassa consapevolmente un limite che in molti Paesi è invalicabile anche dal punto di vista legale. In tutto il mondo, gran parte delle popolazioni indigene vive in zone che suscitano grandi appetiti economici, spesso scenario di violenze e conflitti armati. La cronaca riporta con regolarità notizie di turisti “avventurosi” che vengono derubati, sequestrati o uccisi: ma, evidentemente,questo non basta per far riflettere sull’inopportunità di recarsi in posti nei quali non si è voluti. E nemmeno a mettere in guardia sui rischi che, andandoci, si potrebbero correre.

Esistono piccole esperienze di turismo responsabile pensate insieme a popoli indigeni, in America Latina e in Asia. Sono viaggi ideati e realizzati con alcune comunità locali che hanno deciso di ricevere turisti e pongono limiti e vincoli alla loro presenza. Da questi visitatori ricavano un vantaggio economico che verrà utilizzato per progetti comunitari;per di più gli uomini e le donne accolti nelle comunità diventano spesso sostenitori delle loro cause. Il resto è un triste teatrino, molto spesso allestito con la complicità di regimi totalitari che utilizzano le etnie autoctone per attirare turisti: un’ulteriore umiliazione per popoli che hanno già subito troppo.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)