Sulla costa del mare dei Caraibi, in Honduras, vivono piccole comunità di afroamericani, i Garifuna, discendenti di schiavi sopravvissuti al genocidio perpetrato dai negrieri. I Garifuna ormai sono considerati un popolo autoctono americano nonostante siano oriundi di un altro continente, come i Quilombolas brasiliani, i neri di Esmeraldas in Ecuador, i Maroons delle Guyane. Eredi di uomini e donne che ricostruirono la loro vita alla fine della schiavitù oppure che si erano uniti in comunità già nei decenni precedenti, dopo essere fuggiti dalle piantagioni di canna da zucchero in cui erano tenuti alla catena.

Quando in America Centrale gli schiavi furono liberati, agli inizi dell’800, i Garifuna si organizzarono in piccoli villaggi sulla costa e nelle isole vivendo di pesca, caccia e della coltivazione di tuberi e mais. Chiunque visiti i loro villaggi rimane sorpreso di fronte a veri e propri “pezzi d’Africa” incastonati sul suolo americano: in pratica, architetture, lingua, musica, danze, abiti, cibi sono quelli del Golfo di Guinea. I tamburi congo continuano a suonare le basi ritmiche di antichi canti rituali tramandati di generazione in generazione. Le cerimonie sulla spiaggia, di fronte a un mare generoso, collegamento ideale con l’Africa lontana, sono a tutti gli effetti un patrimonio culturale e di “resistenza” unico al mondo.

Una parte di queste comunità vive all’interno del parco nazionale intitolato a Jeanette Kawas: un’ambientalista honduregna che salvò oltre 400 specie animali e vegetali in pericolo ma non riuscì a salvare se stessa dalla furia criminale dei proprietari terrieri che aveva denunciato, colpevoli di attività predatorie nell’area protetta. Jeanette fu la prima ambientalista in Centroamerica uccisa per le sue idee e il suo lavoro, nel 1995.

Nell’area di Tela già negli anni ’80 e ’90 la speculazione edilizia voleva cementificare la baia, davvero splendida, e soprattutto la parte vicina alla meravigliosa Punta Sal con la spiaggia bianca che la precede, lunga almeno 10 chilometri. L’assassinio della Kawas produsse l’effetto opposto a quello auspicato dagli assassini. Sollevò grandi proteste e fece crescere l’attenzione a livello internazionale, così l’area è stata salvaguardata dai progetti di cementificazione. Fino a qualche tempo fa.

Oggi invece la speculazione ha mano libera e si procede spediti con la costruzione di villette, due megaresort turistici a cinque stelle, piscine e un campo da golf di 80 ettari ricavato coprendo di terra la parte umida del parco, ormai persa per sempre. Nel mese di ottobre è partita l’ultima fase della costruzione del complesso. Ora c’è solo da scacciare i poveri dalle terre confinanti perché potrebbero infastidire i turisti. Così in questo momento 400 persone stanno rivivendo la dolorosa storia dei loro avi: l’esercito sta procedendo casa per casa, gettando per strada i pochi beni dei Garifuna per poi radere al suolo le abitazioni con i bulldozer, il tutto contro i diritti dei nativi che, in teoria, dovrebbero essere tutelati da leggi e trattati nazionali e internazionali.

Della cultura di questo popolo resterà il ricordo negli spettacolini offerti dai resort, dove alcuni Garifuna verranno presentati come nota di “colore” ai turisti curiosi. In cambio di qualche moneta suoneranno il bongo, canteranno e balleranno con la morte nel cuore. È così l’ennesimo progetto di sviluppo turistico, con l’immancabile campo da golf, si abbatte su un’area protetta e su una comunità indigena.

Uno strano destino quello dei cosiddetti popoli autoctoni, o assimilati come i Garifuna: la marginalità geografica dei loro insediamenti, che in passato è stata la loro salvezza, oggi diventa la loro rovina, perché l’industria turistica cerca disperatamente terreni vergini da occupare. La povertà e la cultura di questi popoli hanno salvaguardato un ambiente spettacolare, interpretato oggi come l’ultima frontiera del turismo “a contatto con la natura”. Come i Boscimani della Namibia, i Mapuche del Cile, i Naga del Tibet, oggi i Garifuna hanno il loro minuto di notorietà solo perché aggrediti ed espropriati. Un minuto del quale, nel grande circo mediatico, non resterà traccia. I Garifuna di Punta Sal in Honduras, d’ora in poi li troveremo nelle baraccopoli della periferia della capitale o mentre faranno il verso a se stessi davanti ai turisti: quelli spensierati e organizzati, senza “ahi! ahi! ahi!”.

 

Alfredo Somoza per esteri (Popolare Network)

 


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