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Da sola la demografia non spiega tutto, ma alcune cose sì. Per esempio, che Cina e India, due Paesi che insieme rappresentano oltre un terzo dell’umanità, dovessero prima o poi diventare protagonisti dell’economia globale era fuori discussione. Il punto sul quale è lecito dibattere è perché ciò sia accaduto così in ritardo. E qui le letture possono essere diverse: le interpretazioni storiche rimarcano le colpe del colonialismo, soprattutto quello britannico in India; quelle sociologiche possono appellarsi all’arcaismo della società cinese, millenariamente chiusa su se stessa, il cui isolamento continuò anche dopo l’avvento del comunismo, fino agli anni ’80 e alle prime riforme in senso aperturista.

Dal punto di vista economico, tutti concordano nel dire che la svolta è avvenuta con l’espansione del mercato interno, oltre che con la conquista del primato industriale a livello mondiale da parte della Cina.

Dopo Pechino, anche per New Delhi è arrivata l’ora della trasformazione. Da Paese povero e rurale, l’India sta diventando una grande protagonista dell’economia mondiale: e sarà proprio l’ex madrepatria britannica uno dei primi Stati a fare i conti con questa potenza emergente che, secondo un rapporto appena pubblicato dal FMI, entro il 2022 dovrebbe scavalcare come potenza economica prima il Regno Unito e poi la Germania, andando a posizionarsi al 4° posto dopo Stati Uniti, Cina e Giappone. Certamente, per raggiungere questo obiettivo, nei prossimi 5 anni l’India dovrà crescere a un tasso superiore a quello atteso per il 2017 (7,5%), attestandosi attorno al 10% annuo: ma per gli esperti del Fondo Monetario si tratta di un’impresa possibile.

A spingere il Paese sono i grandi investimenti del premier Narendra Modi nel progetto Make in India, che punta a far diventare anche l’India una “fabbrica del mondo” − in risposta alla Cina − aumentando il PIL del settore manifatturiero dal 17% attuale al 25%. Un obiettivo che può concretizzarsi solo grazie agli investimenti stranieri, che in effetti stanno arrivando senza sosta: nel solo 2015-16 sono stati pari a 55 miliardi di dollari USA. I fattori che potrebbero invece rallentare i piani di crescita indiana sono l’inadeguatezza delle infrastrutture, in parte ancora risalenti all’epoca coloniale, un sistema bancario da risanare, che attualmente fatica a elargire credito a chi vuole produrre, e un sistema fiscale che fa acqua da tutte le parti. A questo proposito, non sarà un’impresa facile l’armonizzazione fiscale tra i diversi Stati della confederazione, che finora hanno goduto di libertà per farsi reciproca concorrenza. Nei prossimi mesi sarà introdotta l’IVA nazionale, che creerà finalmente un mercato unico tra i 29 Stati.

L’impresa più impegnativa però è quella di generare impiego per i 10 milioni di indiani che ogni anno si affacciano sul mercato del lavoro, in un Paese che tocca il miliardo e trecento milioni di abitanti e nel quale il 50% della popolazione ha meno di 25 anni.

Grandi lavori sono in corso, insomma, per permettere all’India di occupare quel posto che la storia e la demografia parrebbero garantirle per diritto. Ma non sempre le cose vanno in questa direzione. Nel gruppo dei Paesi Brics, per esempio, si guarda con apprensione al Brasile, potenza emergente che per qualche anno è stata sulla cresta dell’onda e che ora è precipitata in un’acuta crisi economica e politica, rivelandosi un gigante dai piedi di argilla, come quasi tutte le potenze emerse da poco dal Terzo Mondo. Economie fragili perché lo sviluppo a ritmi serrati spesso è figlio, più che di condizioni interne stabilmente mutate, di operazioni di speculazione internazionale: come quella di chi investiva enormi capitali in Brasile per sfruttare gli alti tassi di interesse, e dopo qualche anno si è ritirato dal Paese facendo precipitare l’economia locale.

Ma nel caso di Cina e India le cose sono diverse. La vastità e le infinite potenzialità del loro mercato interno riescono infatti a neutralizzare, almeno in parte, gli effetti dell’andamento globale dell’economia. L’enorme massa di cittadini è dunque garanzia di uno sviluppo (più o meno) sereno, ma costituisce anche una grandissima sfida, perché riuscire a garantire servizi, sanità, trasporti, cibo e opportunità di lavoro per questa marea di persone è un’impresa che rasenta il miracolo.

Comunque sia, il domani del pianeta apparterrà a queste potenze asiatiche, a lungo relegate ai margini, ma ormai in grado di rivoluzionare i rapporti economici mondiali degli ultimi 500 anni.

 

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La situazione internazionale è caotica, e su questo tutti concordano. Instabilità, mancanza di leadership, crisi ambientali, conflitti bellici. Tra le pieghe delle notizie si scopre, in realtà, che c’è un mondo che, dopo essere stato accusato di essere il responsabile della grande crisi economica mondiale iniziata nel 2007, gode di buona salute. È la finanza globale. Nelle elezioni degli Stati Uniti, Wall Street ha sostenuto massicciamente la candidata sconfitta Hillary Clinton. Ma poi, con grande sorpresa, il candidato vincente –  che, secondo la leggenda, rappresenterebbe i ceti deboli della società americana colpiti dalla globalizzazione – ha annunciato la sua intenzione di abolire la legge Dodd-Frank firmata da Barack Obama nel 2010. Quella legge federale, cioè, che ha modificato i meccanismi di regolazione dei mercati finanziari aumentando le tutele dei consumatori. Soprattutto, la Dodd-Frank pone dei limiti alle operazioni puramente speculative effettuate dalle banche.

Secondo Donald Trump, con queste regole le banche statunitensi perdono soldi: tradotto, le banche statunitensi hanno meno strumenti per speculare sui mercati internazionali rispetto ai competitor europei o cinesi. I titoli bancari quotati alla Borsa di New York hanno risposto a questa, che per ora rimane una promessa, con un balzo di 29 punti nei primi tre mesi del 2017 e sono vicini a ripetere il rally del 2007, quello registrato pochi mesi prima dello scoppio della bolla speculativa che portò alla versione 2.0 della grande depressione. Poco pare sia cambiato, insomma, da quella crisi dei subprime che svelò in modo palese quanto la finanza avesse potuto lavorare con le mani libere, senza praticamente controlli su operazioni via via più speculative e a rischio. Solo Obama provò a porre alcune regole, ma probabilmente in modo effimero.

L’altra faccia della speculazione finanziaria rispetto alle operazioni sui mutui sono state le scorribande internazionali. Lo spostamento cioè dei capitali miliardari dei fondi di investimento o dei fondi pensionistici con il solo scopo di ottenere rendimenti sostanziosi. Negli anni 2000 una di queste grandi operazioni fu indirizzata sul Brasile, dove sbarcarono capitali speculativi a un ritmo di circa 40 miliardi di dollari annui. Secondo il FMI, la moneta brasiliana, il real, era all’epoca tra le prime quattro valute al mondo per movimentazione sui mercati di cambio, ma solo il 5% di queste transazioni erano dovute al commercio estero: il 95% erano scommesse della finanza internazionale sulla rivalutazione della moneta locale. E il meccanismo funzionava, perché con la Cina assetata di materie prime e il continuo afflusso di capitali, il real si rivalutava, dimezzando il suo valore rispetto al dollaro. Così, chi aveva comprato moneta locale, oltre agli interessi sui bond, incassava la differenza di cambio una volta riconvertita la valuta. Un gioco molto redditizio durato anni che ha penalizzato fortemente il Brasile, che a un certo punto si è trovato con una moneta troppo forte per esportare in modo vantaggioso le sue materie prime e con un tasso di crescita distorto dai capitali speculativi. La ritirata dei capitali internazionali, insieme a questioni locali, ha segnato l’inizio di una crisi profonda nel Paese sudamericano ancora non finita.

La notizia quasi segreta di questi mesi è che è ripartita la corsa ai Paesi emergenti, con l’aumento di 800 miliardi di dollari della capitalizzazione dei listini di questi Stati e con due principali beneficiari, la Russia e il Brasile. E già si vedono i risultati, con la Borsa di São Paolo che torna in positivo e gli interessi pagati per i bond governativi che calano. In poche parole, la giostra è ripartita seguendo il solito percorso circolare. Poche regole, massa d’urto miliardaria, mercati emergenti dove speculare fino alla prossima crisi e al prossimo giro. Come se nulla fosse successo, come se questa situazione non avesse ricadute sui cittadini, come se non fosse in gioco lo stesso futuro della globalizzazione.

 

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“Hanno pestato la coda alla jaracarà, invece che schiacciarle la testa” Questo il succo del messaggio consegnato alla stampa da un Lula da Silva appena uscito dal commissariato dell’aeroporto paulista di Congonhas, dove era stato portato contro la sua volontà dalla polizia per dichiarare nell’ambito della maxi inchiesta “Lavajato” (autolavaggio)  sul giro di denaro tra l’impresa pubblica Petrobras e la politica. La jaracarà è il più pericoloso serpente velenoso del Sud del Brasile e c’è un solo modo di neutralizzarlo, schiacciare la sua testa appunto. Ignacio da Silva detto Lula è stato il simbolo più efficace dei cambiamenti avvenuti in Sudamerica alla fine della Guerra Fredda. L’operaio metalmeccanico che diventa presidente della grande potenza regionale era anche il dirigente politico dal profilo più popolare, per origine e per cultura. Molto più di Chavez e di Kirchner, anni prima rispetto ad altri due leader usciti dal popolo,  Evo Morales e Pepe Mujica. Ma soprattutto Lula è stato il Presidente del boom del Brasile, diventato icona e simbolo di successo. Da un paio d’anni, il suo  Brasile fiero e vincente, che aveva ottenuto in un sol colpo la Coppa del Mondo di calcio e le Olimpiadi, è praticamente scomparso. La cronaca ci racconta un Paese piegato su se stesso, in crisi economica e soprattutto in crisi morale e politica. Il Brasile di oggi sembra l’incubo di quello che si era finalmente svegliato,  innescando un processo vertiginoso di crescita economica, di aumento del prestigio internazionale, di rimozione di antiche ingiustizie sociali.

Trenta milioni di persone, ed è un dato certificato, si sono emancipate dalla povertà durante il quasi decennio di Lula, periodo nel quale l’elettricità ha raggiunto le aree rurali, sono stati scoperti e sfruttati importantissimi giacimenti offshore di petrolio e la diplomazia brasiliana ha contribuito a fondare il gruppo dei Paesi BRIC. Tra il 2002 e il 2014 il salario minimo è aumentato del 77% e i brasiliani in condizione di povertà estrema sono scesi dal 9% della popolazione al 3%.

Questi traguardi sono stati raggiunti grazie a un ciclo favorevolissimo per le materie prime agricole e minerarie e alla capacità di diversificare le esportazioni verso est e verso il mondo arabo. Ma il Brasile “potenza”, che rivendicava un posto fisso nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e impegnava i propri caschi blu in Africa e ad Haiti, aveva i piedi d’argilla. Malgrado il rumore mediatico, era rimasto un Paese dalle profonde disuguaglianze sociali, con una corruzione radicata nella classe politica e con una burocrazia asfissiante. Se nel 2014 il rapporto di reddito tra l’1% della popolazione più ricco e il 10% più povero era di 14.500 reais contro 155, ci sarà un motivo.

A giudizio di molti, le differenze sociali in Brasile nascono dalla concentrazione della ricchezza in un sistema economico dominato da grandi e grandissimi gruppi economici. Concentrazione che riguarda anche la proprietà terriera, oggi dominata dai baroni della soia OGM. Sul piano fiscale, le rendite delle aziende non sono tassate, le tasse sulla successione e sul patrimonio sono ridicole, mentre quella sul reddito è poco progressiva. Il grosso delle entrate fiscali deriva infatti dall’IVA, pagata indistintamente da ricchi e poveri. L’aspetto lodevole delle politiche di Lula è stato il massiccio sostegno offerto al reddito dei ceti più bassi senza intaccare le concentrazioni della ricchezza, ma abbandonando i ceti medi. E proprio questi ultimi sono quelli che per primi hanno voltato le spalle al Partito dei Lavoratori.

Il Brasile che diventava potenza mondiale continuava ad avere servizi da terzo mondo in campo sanitario, scolastico o dei trasporti: contro questa situazione si sono ribellate le metropoli a più alto reddito. Ma sono stati altri due fattori a innescare la crisi complessiva del Paese: la crisi economica che ha rallentato la Cina, suo principale cliente, e il ritorno in primo piano della corruzione che coinvolge politici di governo e di opposizione con scandali sempre più clamorosi. Oltre al tradizionale fenomeno della compravendita dei voti (figlio di un sistema istituzionale nel quale il presidente non ha praticamente mai una maggioranza propria in Parlamento ma deve “costruirla”), è venuto alla luce il passaggio di fondi neri tra i gestori delle grandi aziende pubbliche, come il colosso Petrobras, e il sottobosco della politica di ogni colore. Un collegamento tra gestione della cosa pubblica e interessi privati non più digeribile da parte dei cittadini.

Questi sono i mali antichi di un Paese «benedetto da Dio per la sua natura», come recita una popolare canzone, ma che paga ancora un elevato prezzo alla storia coloniale, durante la quale si formarono i ceti sociali, la struttura della proprietà e i poteri che continuano a dettare legge in uno Stato ricchissimo eppure maledettamente pieno di poveri. E in questo contesto va letta la vicenda politica e umana di Lula. Dai sondaggi circolati pochi giorni fa, se si dovesse candidare alla successione di Dilma Rousseff, vincerebbe contro qualsiasi altro rivale. Il Presidente più amato dei brasiliani oggi però sta vivendo giorni delicati per lui, per il suo mito e per il suo futuro. L’immagine del serpente velenoso al quale invece di schiacciare la testa hanno solo pestato la coda è significativa. Sappiamo tutti che quando purtroppo capita, la cosa più probabile è che il serpente calpestato si rivolti di scatto mordendo la gamba dell’aggressore.  Aldilà delle battute colorate, in Brasile è in atto una guerra tra poteri, ma il dato di fondo è vero: il sistema brasiliano è profondamente inquinato da connivenze illegali e la maggiore sconfitta del presidente-operaio  è stata quella di non essere riuscito, o di non avere voluto, voltare pagina con le urgenti riforme  di cui ha bisogno un paese eterno candidato a far parte del ristretto club delle potenze globali.

 

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Le elezioni presidenziali 2014 in Brasile saranno ricordate non soltanto perché le due candidate con chance di vittoria sono entrambe donne – la presidente in carica Dilma Rousseff e l’ex ministro dell’Ambiente del Governo Lula, Marina Silva – ma anche perché, al di là del risultato, scrivono una nuova pagina della storia latinoamericana. Una pagina che si inserisce in un capitolo iniziato di recente: quello dell’“ascensore” sociale e politico che, dopo secoli e secoli in cui è rimasto inchiodato al piano dei discendenti dei conquistatori e delle oligarchie terriere e industriali, ha finalmente cominciato a muoversi.

La candidata ambientalista Marina Silva, alleata dei socialisti, ha sul piano personale molto più in comune con Lula che con Dilma Rousseff. Dilma, che è stata guerrigliera, detenuta e torturata dai militari, appartiene alla classe medio-alta di Belo Horizonte ed è figlia di un immigrato europeo. Lula apparteneva invece al popolo del profondo Nordest, la regione più povera del Brasile. Cresciuto insieme ad altri 7 fratelli dalla madre sola, emigrò verso São Paolo dove da bambino vendeva arance per strada per poi diventare operaio metalmeccanico, sindacalista e leader politico.

La vita di Marina Silva è ancora più incredibile rispetto ai “canoni del potere” ai quali siamo abituati. Figlia di una coppia di afroamericani che vivevano in una baraccopoli su palafitte nello Stato dell’Acre, nel cuore dell’Amazzonia, è una dei 3 fratelli su 11 a superare l’infanzia. Un’infanzia segnata da privazioni e malattie: epatite, malaria, avvelenamento da piombo. Analfabeta fino a 16 anni, viene accolta in un collegio di suore e il suo primo lavoro è quello di donna delle pulizie. Poi la laurea in Storia, la passione per l’ambiente, la fondazione del Sindacato di raccoglitori di caucciù insieme a uno dei martiri della lotta ambientalista mondiale, Chico Mendes. Infine il Partito dei Lavoratori e il ruolo di Ministro dell’Ambiente nel primo Governo Lula, fino alla rottura politica e alla sua corsa solitaria.

Una biografia davvero fuori dal normale, che perfino la penna di un romanziere avrebbe faticato a immaginare. Un “miracolo” in un Paese che crede sinceramente ai miracoli. E la dimostrazione che l’ordine sociale del vecchio sistema coloniale, sopravvissuto per oltre un secolo dopo l’indipendenza, alla fine della Guerra Fredda si è spezzato. A partire degli anni ’90 del secolo scorso, in America Latina sono arrivati al governo ex guerriglieri, ex torturati e perseguitati, e ancora più significativamente sono arrivati alle massime cariche politiche indios, donne, cittadini poverissimi.

Il Brasile che ha avuto come presidente il venditore di arance e ora ha come potenziale leader la bambina miracolata dell’Amazzonia fa il paio con la Bolivia di Evo Morales, bambino di strada cresciuto nelle baraccopoli della periferia di La Paz, e con l’Uruguay di Pepe Mujica, piccolissimo produttore agricolo che tuttora si accontenta con uno stipendio che in Italia sarebbe da pensionato sociale. La forza di queste leadership è l’identificazione, l’empatia che riescono a creare con il loro elettorato. I poveri, che fino a non molto tempo fa votavano per i leader televisivi, belli ricchi e vincenti, oggi votano persone che sono state come loro. In Sudamerica, infatti, i ceti più deboli sono tornati a votare a sinistra dopo avere sostenuto i Menem, i Fujimori, i Cardoso. Oggi l’essere stato povero è un biglietto da visita vincente, non più un marchio quasi d’infamia. Una clamorosa smentita alle certezze delle telenovelas, nelle quali l’unica redenzione per i poveri passa dal matrimonio con il giovinastro ricco e bello, disposto addirittura a piangere per fare accettare alla sua famiglia la colf diventata fidanzata. In politica, negli ultimi anni, in America Latina anche i poveri ridono. Almeno qualche volta.

 

Alfredo Somo0za per Esteri (Popolare Network)

 

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L’opinione degli analisti macroeconomici pare essere cambiata negli ultimi mesi: oggi la parola d’ordine è «i BRICS sono finiti». Più che un’analisi sembra una professione di fede. Ci si auspica che le politiche espansive adottate per uscire dalla crisi, che finora ha colpito solo le vecchie potenze occidentali, portino segnali di vita a economie che si trascinavano tra la recessione e la deflazione. «Se torna la crescita in Occidente, crolla la crescita nel resto del mondo» sembra sia l’assioma.

Un’uscita dalla crisi che ha avuto un costo altissimo con l’aumento esponenziale dei debiti pubblici e, in alcuni casi, il ritorno dell’inflazione. I Paesi occidentali hanno sforato allegramente ogni criterio di bilancio virtuoso con deficit che raggiungono circa il 6% rispetto al PIL, per Paesi come la Francia e gli USA, e debiti che in rapporto al PIL sono saliti al 76% come quello tedesco, o al 236% come quello giapponese. Nel frattempo i Paesi BRICS si sono capitalizzati (la Cina è diventata ormai lo Stato più solido al mondo dal punto di vista delle riserve valutarie) e si sono ulteriormente industrializzati a ritmi da record: durante i 7 anni della crisi delle economie occidentali hanno continuato a crescere e a strappare dalla miseria centinaia di milioni di cittadini diventati ceti medi, per quanto più poveri rispetto ai nostri canoni.

Ma questi risultati non bastano, e non basta nemmeno che le previsioni attribuiscano ancora a questi Paesi ritmi di crescita di tutto rispetto: secondo la vulgata mediatica i BRICS sono nati per stupire, dunque se non stupiscono significa che si stanno avviando verso il fallimento. In realtà i BRICS, in questa fase, hanno una base economica più solida rispetto ai Paesi di vecchia industrializzazione altamente indebitati, che non potrebbero fare fronte a una nuova crisi.

Ciò non toglie che anche i BRICS abbiano diversi problemi. Uno, non di poco conto, è costituito dalle tensioni politiche create proprio dalla crescita degli ultimi anni. A più lavoro e a più istruzione sono seguite maggiori richieste di diritti civili e politici: nulla di nuovo, era già successo in Europa e negli Stati Uniti un secolo fa. La differenza è che la democrazia è riuscita a dare risposte adeguate a una società che chiedeva più parità, mentre diversi Stati BRICS sono governati da democrazie deboli o addirittura da regimi autoritari.

Altro problema è la dipendenza dai centri finanziari dei Paesi di vecchia industrializzazione, e anche da quei mercati europei e nordamericani dove trova sbocco buona parte della produzione. Si tratta di una debolezza strutturale dovuta a secoli di rapporti di forza a senso unico, che hanno gravemente penalizzato i BRICS e che 20 anni di crescita economica non sono bastati a rovesciare, almeno per ora. Un ulteriore problema riguarda il bisogno impellente di crescita: si tratta di Paesi dove decine di milioni di giovani ogni anno premono sul mercato del lavoro, persone alle quali solo la moltiplicazione delle opportunità può dare risposta.

I BRICS risentono di tutti i dolori della crescita veloce, ma hanno dalla loro la pazienza e la determinazione di chi troppo a lungo ha aspettato la sua opportunità per arrendersi senza lottare. In prospettiva l’annunciata migrazione verso gli USA o l’Europa di quei capitali che, in questi anni, si erano fermati sui mercati emergenti è un problema, ma potrebbe anche accelerare i processi di “sganciamento” progressivo dei BRICS dalla dipendenza dei mercati finanziari occidentali, attraverso l’intensificazione dei rapporti economici tra gli stessi Paesi emergenti, magari denominati in valuta locale.

Insomma, gli analisti dei grandi media occidentali sono convinti che la spinta propulsiva dei BRICS si stia esaurendo e che si tornerà all’ordine precedente. Ma questo difficilmente accadrà perché il mondo nel frattempo è radicalmente cambiato. Basta viaggiare lungo le strade dell’Africa, dell’America Latina o dell’Asia per constatare come, in così poco tempo, siano state profonde le trasformazioni dovute all’impennata dei BRICS. Al vecchio ordine economico, nel quale un manipolo di nazioni dettava legge e tutte le altre ubbidivano, non si torna più. E proprio questo è l’aspetto meno pubblicizzato e meno deleterio dell’ultima ondata di globalizzazione.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Le previsioni sulla crescita dei Paesi BRICS sono state riviste al ribasso. Non si tratta di indici negativi, bensì di un sostanziale rallentamento per economie che, nell’ultimo periodo, erano cresciute al ritmo annuo del 4-5%. Con il picco della Cina che ha fatto segnare una crescita media del 9,7% negli ultimi 35 anni: un dato senza precedenti nella storia economica mondiale.

Ora che la Cina scende a un “modesto” +7,5% (è questa la prospettiva di crescita per il 2014), le conseguenze per tutti i BRICS si fanno preoccupanti, ma non drammatiche. Ciò accade perché è stato proprio il potente commercio estero cinese sia ad alimentare la crescita dei Paesi produttori di commodities agricole e minerarie sia a dare uno sbocco alla merce  prodotta dalla “fabbrica del mondo”.

Ovviamente non tutti i Paesi emergenti sconteranno allo stesso modo il rallentamento cinese. Perché se c’è qualcuno – come Brasile, Argentina e molti Paesi africani – che dipende fortemente dagli acquisti di Pechino, altri come Colombia, Cile o Messico sono agganciati all’economia statunitense, oggi in ripresa, e dunque andranno meglio.

La principale “condanna” dei Paesi emergenti è l’obbligo di crescere economicamente per ridurre la storica distanza tra ricchezza e povertà, colmare il ritardo infrastrutturale e ammodernare l’apparato produttivo. I primi sintomi del raffreddamento di queste  economie si erano già manifestati nello scorso autunno, con la conseguenza delle proteste violente in Brasile e Turchia, due tra le locomotive economiche degli ultimi anni.

Se in un Paese emergente la crescita economica rallenta, il rischio probabile è che si verifichi la cosiddetta “sindrome tailandese”: cioè che si inneschi un processo di instabilità politica spontanea, senza una guida riconoscibile; una protesta che si manifesta più tra i gruppi sociali che tra quelli politici. In questi casi a temere un ritorno alle condizioni passate sono soprattutto i ceti medi, spinti dalla voglia di emergere e assetati di opportunità, di servizi efficienti, di prospettive personali di ascesa economica e sociale.

La conseguenza di questi timori è una rabbia spontanea e di piazza, che non esprime leadership né programmi articolati se non una critica generalizzata alla corruzione, alla burocrazia, all’incapacità del ceto politico. Questo quadro complesso e, almeno per ora, poco intelligibile avrà concrete ricadute nel 2014, quando saranno chiamati alle urne i cittadini dei principali Paesi emergenti: Brasile, Turchia, Indonesia, India e Sudafrica.

Ciò che al momento appare evidente è che non si protesta contro la fame, ma per avere una scuola o una sanità migliore. Si tratta dunque di proteste “mature”, proprie di Paesi che in pochi anni hanno compiuto un percorso che all’Europa è costato decenni, ma nei quali rimangono isole imbarazzanti di arretratezza e corruzione, soprattutto negli apparati dello Stato e nelle classi dirigenti. La “rivolta antisistema” in realtà non vuole abbattere le istituzioni ma renderle più moderne e democratiche: una richiesta di massa di un riformismo dalle mani pulite.

Queste proteste, però, dimostrano anche che l’economia non ha gli stessi tempi della democrazia. Realtà che hanno compiuto enormi progressi sul terreno della creazione di opportunità di lavoro e di reddito, infatti, faticano ancora a considerare i loro abitanti pienamente “cittadini”. Per i Paesi emergenti si pone allora una questione fondamentale: la democrazia tradizionale sarà in grado di accogliere questa risposta di cambiamento oppure assisteremo a un ritorno dei totalitarismi?

L’esempio di Pechino è sotto gli occhi di tutti questi Stati: crescita quasi illimitata e ordine pubblico, ma senza democrazia. Il vecchio sistema di convivenza sociale nato in Europa, a cavallo tra la Grecia e la Gran Bretagna, oggi si trova davanti a un bivio. O si dimostrerà in grado di cogliere la sfida della globalizzazione, accompagnando miliardi di persone all’affrancamento dalla miseria. Oppure potrebbe essere spazzato via, con il semplice battito d’ali di una farfalla cinese.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Dal punto di vista macroeconomico, due sono i capisaldi del predominio economico del blocco Europa-Stati Uniti sul resto del mondo: il paniere di monete di riferimento (sterlina, dollaro USA e euro) e il controllo degli organismi finanziari internazionali (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale). Il dominio indisturbato delle monete – antiche o moderne – emesse dai Paesi una volta chiamati “centrali” risale ai tempi del colonialismo. Da allora sono il riferimento obbligato per la valutazione e lo scambio di materie prime e manufatti. Pochi e finiti male sono stati i tentativi di sganciarsi da questa logica e, per quanto si sia teorizzato, finora non è nata nessuna alternativa percorribile per un reale superamento di questa situazione.

La crisi che continua a interessare gli Stati Uniti e in particolar modo l’Europa sta offrendo l’opportunità storica per l’affrancamento dal patron-dollaro, e di conseguenza dall’euro e dalla sterlina, dei Paesi emergenti raggruppati nei Brics. Il vertice di Durban del gruppo formato da India, Cina, Brasile, Russia e Sudafrica ha segnato forse l’avvio di una nuova logica monetaria che includa anche le valute di questi Paesi che attualmente producono il 21% del PIL globale, rappresentano il 43% della popolazione mondiale e hanno uno scambio commerciale cresciuto dai 27 miliardi del 2002 ai 500 miliardi previsti per il 2015. Miliardi di dollari USA, si intende. Almeno per ora.

Questo club di successo ora lancia la sfida con due idee che potrebbero cambiare l’economia mondiale. La prima è l’utilizzo delle loro valute nazionali per gli scambi reciproci, a cominciare dai 30 miliardi di dollari all’anno del commercio tra Brasile e Cina che ora sarà saldato in real e in yuan. La seconde è la creazione di una banca di sviluppo dei Brics, con una dotazione iniziale di 100 miliardi di dollari allo scopo di soccorrere i Paese membri in difficoltà, ma soprattutto di creare un fondo consistente non denominato in dollari o euro. Si tratta di un capitale iniziale modesto, se si pensa che le riserve valutarie combinate dei cinque Paesi raggiungono i 4.400 miliardi di dollari: ma, nel caso in cui uno di questi Stati dovesse ricorrere al credito internazionale, la banca avrebbe l’effetto di cancellare il ruolo di prestatore, e di suggeritore di politiche economiche, del Fondo Monetario Internazionale.

Insomma, una vera e propria rivoluzione all’insegna della filosofia introdotta dall’ex presidente brasiliano Lula quando, nel 2005, saldò i debiti che il suo Paese aveva contratto con l’organismo di Washington per non dovere mai più subire i diktat dei “tecnici” del FMI rispetto alle scelte di politica economica interna. Questa opportunità è anche una sfida, perché i Brics dovranno dimostrare di saper tenere in ordine i conti macroeconomici e di sostenere una politica monetaria per la prima volta autonoma senza mettere in crisi la stabilità delle loro economie.

Un simile orizzonte di multipolarismo valutario è molto temuto soprattutto a Washington, perché con un dollaro indebolito sarà sempre più difficile per il Tesoro USA collocare all’estero i bond del suo debito a tassi bassi. Questa scelta obbligherà gli USA, ma anche i Paesi dell’Unione Europea, a fare scelte più oculate in materia economica, perché sarà sempre più oneroso scaricare i propri debiti sul resto della comunità mondiale. La banca di sviluppo dei Brics diventa così un’importantissima tappa sulla via del consolidamento di un nuovo ordine mondiale per molti decenni solo teorizzato, ma che grazie alla crisi delle economie dei Paesi di vecchia industrializzazione fa oggi passi da gigante.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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