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Dopo tante polemiche sulle prime misure in materia di politica estera adottate da Donald Trump, finalmente si comincia a vederne il senso, e soprattutto a capire a chi si ispira il presidente degli Stati Uniti. Ricostruendo velocemente i suoi primi passi, si parte dallo smantellamento del TPP, l’accordo economico del Pacifico che escludeva la Cina, fortemente voluto da Barack Obama, e dal congelamento del suo equivalente atlantico, il TTIP con l’Europa. Poi sono iniziate le minacce ai due Paesi nei confronti dei quali gli Stati Uniti, anno dopo anno, accumulano colossali disavanzi negli scambi commerciali: 350 miliardi di dollari con la Cina e altri 60 miliardi con il Messico. Poi la minaccia all’Europa di applicare ritorsioni sull’import se non verrà chiusa la vertenza sul blocco delle carni americane nell’Unione Europea.

Dalle intimidazioni verbali Trump è passato anche alle vie di fatto, per ribadire la potenza militare del suo Paese. Il bombardamento a colpi di missili Tomahawk di un aeroporto siriano (preventivamente svuotato di mezzi militari dai russi, che erano stati preavvertiti), il lancio in Afghanistan della bomba convenzionale più potente mai esistita, il viaggio della potente “Armada” verso la Corea. Nel complesso, il messaggio è stato chiarissimo. Prima alla Russia, all’Iran e alla Turchia, “invitate” a non provare nemmeno a spartirsi ciò che resta della Siria senza Washington al tavolo. Poi alla Cina, alla quale gli Stati Uniti hanno dimostrato che potrebbero cancellare dalla faccia della terra la Corea del Nord, storico alleato di Pechino, anche senza usare il nucleare.

I messaggi sono stati velocemente recepiti, con la Russia che ha abbassato il suo profilo sullo scenario mediorientale, accontentandosi di controllare i territori nei quali si trovano le sue basi militari siriane. E con la Cina che ha accettato una gigantesca concessione commerciale. Con l’accordo firmato tra USA e Cina la settimana scorsa, infatti, il mercato cinese si riapre alle carni statunitensi, bloccate dal 2003 per via della “mucca pazza”; inoltre la Cina apre anche alle sementi OGM prodotte dalle multinazionali USA, alle importazioni di shale gas e alle carte di credito Visa e Mastercard, che finora non potevano operare sul grande mercato asiatico. Di contro, gli statunitensi troveranno più carne di pollo nel piatto.

Come si può facilmente intuire, in questo accordo la parte del leone la fa Trump, che strappa una consistente riduzione del deficit commerciale negli scambi con la Cina. Ma Pechino cosa avrà in cambio, oltre a vendere petti di pollo? Molto, forse più di quanto ci si aspettava fino a poco tempo fa. Ma per rendersene conto occorre ampliare la prospettiva, facendo un passo indietro.

Con quest’ultima mossa Donald Trump ha inferto un’altra picconata a quel sistema di relazioni multilaterali che, in materia commerciale, è fatto da accordi bi e multilaterali e da convenzioni internazionali che fanno capo al WTO. La logica di Trump è quella di ignorare quei livelli e di costruire un sistema di accordi “one to one”, cioè bilaterali puri, nei quali far valere volta per volta la potenza statunitense, magari “agevolando” tali accordi con azioni militari dimostrative.

Le prime mosse di Trump preannunciano il ritorno degli USA all’esercizio di un ruolo di potenza “attiva”. E qui il riferimento storico è inevitabile, perché Donald Trump riprende una delle dottrine geopolitiche più antiche del suo Paese, quella enunciata dal presidente Theodore Roosevelt all’alba del ’900 e che fu battezzata Big Stick Policy, la politica del bastone. Non era esattamente la politica delle cannoniere di britannica memoria, cioè l’imposizione del proprio interesse attraverso le armi, ma una versione più diplomatica dello stesso approccio: il presidente Roosevelt sintetizzava il tutto con la frase «parla gentilmente e portati un grosso bastone; andrai lontano». Il grande bastone oggi è il potere militare – senza paragoni nella storia dell’umanità – detenuto dagli Stati Uniti. Circa il parlare gentilmente, di più non ci è dato sapere.

La Cina ha compreso subito come funziona. Ha incassato il riconoscimento come principale partner asiatico di Washington e ha capito che, smantellando il TPP, gli Stati Uniti finiranno con l’agevolare indirettamente la crescita dell’influenza cinese nel Pacifico. Inoltre il picconamento americano del WTO, organismo che da sempre tiene d’occhio la Cina, potrebbe portare a un “liberi tutti” le cui conseguenze non è ancora possibile valutare, ma che sicuramente farà comodo agli interessi di Pechino.

Ecco, il mondo di Donald Trump è un mondo di relazioni bilaterali dove conta la forza militare, ma nel quale il tuo nemico può anche essere il tuo alleato: in cambio di un vantaggio economico si è disposti a “regalare” all’avversario un vantaggio geopolitico. O viceversa. Si tratta di una politica estera più che mai schiacciata sugli interessi economici della principale potenza, ma anche di una politica estera che lascia tantissimo campo libero all’iniziativa degli altri.

In politica internazionale si pone sempre una questione, che ovviamente vale anche per la politica interna: quella della serietà, del rispetto di quanto si sottoscrive insieme agli altri. Ma c’è anche un’altra questione vitale per ogni Stato – o insieme di Stati – che è quella dell’interesse nazionale. Negli USA, ancora una volta, quest’ultimo diventa il faro della politica estera. Magari, forse, un minimo di orgoglio nazionale “europeo” non guasterebbe neppure sulla nostra sponda dell’Atlantico.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

 

Da sola la demografia non spiega tutto, ma alcune cose sì. Per esempio, che Cina e India, due Paesi che insieme rappresentano oltre un terzo dell’umanità, dovessero prima o poi diventare protagonisti dell’economia globale era fuori discussione. Il punto sul quale è lecito dibattere è perché ciò sia accaduto così in ritardo. E qui le letture possono essere diverse: le interpretazioni storiche rimarcano le colpe del colonialismo, soprattutto quello britannico in India; quelle sociologiche possono appellarsi all’arcaismo della società cinese, millenariamente chiusa su se stessa, il cui isolamento continuò anche dopo l’avvento del comunismo, fino agli anni ’80 e alle prime riforme in senso aperturista.

Dal punto di vista economico, tutti concordano nel dire che la svolta è avvenuta con l’espansione del mercato interno, oltre che con la conquista del primato industriale a livello mondiale da parte della Cina.

Dopo Pechino, anche per New Delhi è arrivata l’ora della trasformazione. Da Paese povero e rurale, l’India sta diventando una grande protagonista dell’economia mondiale: e sarà proprio l’ex madrepatria britannica uno dei primi Stati a fare i conti con questa potenza emergente che, secondo un rapporto appena pubblicato dal FMI, entro il 2022 dovrebbe scavalcare come potenza economica prima il Regno Unito e poi la Germania, andando a posizionarsi al 4° posto dopo Stati Uniti, Cina e Giappone. Certamente, per raggiungere questo obiettivo, nei prossimi 5 anni l’India dovrà crescere a un tasso superiore a quello atteso per il 2017 (7,5%), attestandosi attorno al 10% annuo: ma per gli esperti del Fondo Monetario si tratta di un’impresa possibile.

A spingere il Paese sono i grandi investimenti del premier Narendra Modi nel progetto Make in India, che punta a far diventare anche l’India una “fabbrica del mondo” − in risposta alla Cina − aumentando il PIL del settore manifatturiero dal 17% attuale al 25%. Un obiettivo che può concretizzarsi solo grazie agli investimenti stranieri, che in effetti stanno arrivando senza sosta: nel solo 2015-16 sono stati pari a 55 miliardi di dollari USA. I fattori che potrebbero invece rallentare i piani di crescita indiana sono l’inadeguatezza delle infrastrutture, in parte ancora risalenti all’epoca coloniale, un sistema bancario da risanare, che attualmente fatica a elargire credito a chi vuole produrre, e un sistema fiscale che fa acqua da tutte le parti. A questo proposito, non sarà un’impresa facile l’armonizzazione fiscale tra i diversi Stati della confederazione, che finora hanno goduto di libertà per farsi reciproca concorrenza. Nei prossimi mesi sarà introdotta l’IVA nazionale, che creerà finalmente un mercato unico tra i 29 Stati.

L’impresa più impegnativa però è quella di generare impiego per i 10 milioni di indiani che ogni anno si affacciano sul mercato del lavoro, in un Paese che tocca il miliardo e trecento milioni di abitanti e nel quale il 50% della popolazione ha meno di 25 anni.

Grandi lavori sono in corso, insomma, per permettere all’India di occupare quel posto che la storia e la demografia parrebbero garantirle per diritto. Ma non sempre le cose vanno in questa direzione. Nel gruppo dei Paesi Brics, per esempio, si guarda con apprensione al Brasile, potenza emergente che per qualche anno è stata sulla cresta dell’onda e che ora è precipitata in un’acuta crisi economica e politica, rivelandosi un gigante dai piedi di argilla, come quasi tutte le potenze emerse da poco dal Terzo Mondo. Economie fragili perché lo sviluppo a ritmi serrati spesso è figlio, più che di condizioni interne stabilmente mutate, di operazioni di speculazione internazionale: come quella di chi investiva enormi capitali in Brasile per sfruttare gli alti tassi di interesse, e dopo qualche anno si è ritirato dal Paese facendo precipitare l’economia locale.

Ma nel caso di Cina e India le cose sono diverse. La vastità e le infinite potenzialità del loro mercato interno riescono infatti a neutralizzare, almeno in parte, gli effetti dell’andamento globale dell’economia. L’enorme massa di cittadini è dunque garanzia di uno sviluppo (più o meno) sereno, ma costituisce anche una grandissima sfida, perché riuscire a garantire servizi, sanità, trasporti, cibo e opportunità di lavoro per questa marea di persone è un’impresa che rasenta il miracolo.

Comunque sia, il domani del pianeta apparterrà a queste potenze asiatiche, a lungo relegate ai margini, ma ormai in grado di rivoluzionare i rapporti economici mondiali degli ultimi 500 anni.

 

Con il cambio di presidenza a Washington è entrato in crisi l’intero sistema mondiale degli accordi multilaterali. Gli Stati Uniti sono usciti dal TPP, l’area di libero di scambio del Pacifico, hanno di fatto sospeso il negoziato TTIP con l’Europa e messo in discussione il NAFTA con Messico e Canada, e ora minacciano perfino l’uscita dal WTO. Un mondo alla rovescia, nel quale la Cina difende la globalizzazione e si batte contro il protezionismo mentre gli Stati Uniti diventano sabotatori del libero mercato.

L’Unione Europea, che in questo weekend celebra i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma, ha invece riaperto a sorpresa un negoziato che languiva da anni. Quello con il Mercosur, l’unione di Paesi in assoluto più simile a quella comunitaria: perché tra Brasile, Uruguay, Argentina e Paraguay circolano non solo merci ma anche persone, mostrando semplicemente la carta d’identità; inoltre si sta insediando un parlamento e da anni si parla di moneta comune. I negoziati con l’Europa, iniziati nel 1995, parevano essersi bloccati dopo alcuni vertici conclusi senza successo. Addirittura negli ultimi quattro anni le parti non si sono nemmeno incontrate. Eppure lo scambio tra queste aree assomma 57 miliardi di euro di esportazioni europee e 47 miliardi di esportazioni del Mercosur. Una bilancia commerciale nettamente favorevole all’Europa, che però tentenna al momento di concludere.

Questo è accaduto perché la Francia ha esercitato il suo storico veto nei confronti di tutto ciò che riguarda il capitolo agricoltura. I Paesi del Mercosur, secondo Parigi, dovrebbero aprirsi senza dazi ai manufatti europei, mentre l’ingresso dei prodotti agricoli sudamericani sul mercato europeo dovrebbe essere contingentato. Uno scambio diseguale, impossibile da accettare visto quanto pesa l’agricoltura nell’economia dei Paesi sudamericani. Ora, però, sembra che l’aria stia cambiando, per via del naufragio del TTIP e dei timori di un mondo che si sta inesorabilmente chiudendo al libero scambio.

La Commissione ha chiesto all’Università di Manchester una simulazione delle ricadute che si avrebbero qualora si chiudesse l’accordo: e i risultati dicono che per i Paesi Mercosur i vantaggi si concentrerebbero sul settore agricolo, mentre si avrebbe un calo dell’occupazione in quel settore in Europa. In compenso l’UE avrebbe vantaggi per il suo settore manifatturiero. Fin qui nulla di nuovo. Ma c’è di più. Nonostante una crescita del PIL calcolata tra mezzo punto percentuale per l’Argentina e 1,5% per il Brasile, entrambi i Paesi sudamericani dovrebbero far fronte a un calo occupazionale dovuto al declino dei settori manifatturieri, che si concentrano nelle grandi città, non compensato dalla crescita dell’impiego nelle campagne. In buona sostanza si avrebbe un aumento del reddito agricolo ma il settore non avrebbe praticamente bisogno di manodopera aggiuntiva, essendo stato riconvertito agli OGM.

I dubbi su questo accordo non si esauriscono qui. Si legge infatti nel documento preparatorio al prossimo vertice che la modalità di risoluzione delle eventuali controversie saranno definite “alla luce dei TLC firmati recentemente”. Significa introdurre in questo accordo quella modalità ripudiata dai milioni di cittadini europei che hanno inondato Bruxelles di firme contro gli ISDS: cioè le commissioni arbitrali private che dovrebbero risolvere i contenziosi fra Stato e soggetti privati. L’Unione sta tentando di applicare, in breve sintesi, alcune delle logiche e degli strumenti dell’accordo per ora interrotto con gli Stati Uniti; e, soprattutto, pretende aperture dagli altri tenendo chiusi alcuni dei propri settori produttivi. Si tratta di un liberismo a targhe alterne fuori tempo massimo. L’Unione dovrebbe – eccome! – stabilire relazioni chiare e proficue con il Mercosur, e anche con la Cina e con i Paesi del Pacifico. Ma dovrebbe farlo definendo uno “specifico europeo” nelle relazioni commerciali internazionali, soprattutto ora che gli Stati Uniti si ritirano dalla scena internazionale. Per ora, invece, il comportamento dell’UE continua a risentire dei riflessi condizionati del periodo a stelle e strisce: un periodo che si sta chiudendo, anche se a Bruxelles non l’hanno ancora capito.

 

 

Gli impegni presi da Donald Trump in campagna elettorale, parzialmente confermati nel suo video sui primi cento giorni di governo, hanno gettato nel panico le istituzioni comunitarie europee, che hanno capito di dover archiviare per molto tempo ogni ipotesi di accordo transatlantico di libero scambio con gli USA. E che probabilmente dovranno mettere mano al portafoglio per ripagare l’ombrello militare a stelle e strisce della NATO, incluse le armi di deterrenza nucleare.

Anche il Giappone è preoccupato per gli stessi motivi: maggiori costi per mantenere le truppe statunitensi presenti nel Paese fin dall’epilogo della Seconda guerra mondiale e fine annunciata del TPP, l’area di libero scambio del Pacifico con la quale Barack Obama riconosceva un ruolo importantissimo a Tokyo per mettere fuori gioco la Cina.

In pochi giorni, infatti, questi scenari sono radicalmente cambiati. Anche se l’annunciato muro al confine meridionale pare non rientrare  fra le priorità di Trump, la minaccia di imporre un dazio del 35% alle merci importate negli USA dal Messico potrebbe praticamente annichilire il Paese latinoamericano, che per il 70% del suo commercio estero dipende dall’export verso nord, nell’ambito dell’accordo Nafta che include anche il Canada.

Uno solo dei Paesi minacciati di ritorsioni anti-dumping e di barriere doganali non ha fiatato: anzi, è tornato a giocare a tutto campo, sperando che il “vuoto” americano finisca con l’offrirgli ulteriori opportunità. Si tratta della Cina che, per quanto Trump possa minacciare, detiene 1.270 miliardi di dollari in bond emessi dal Tesoro statunitense.

Ma è sul piano produttivo che i rapporti tra i due Stati difficilmente potranno cambiare di molto. Il 20% della produzione cinese finisce sul mercato statunitense, ma il 60% di queste merci è prodotto da aziende a stelle e strisce. Imprese che hanno delocalizzato, ma che continuano a pagare le tasse negli Stati Uniti. Questo grande sbilanciamento produce 350 miliardi di dollari annui di deficit commerciale, ma al tempo stesso favorisce in buona parte imprese americane. Insomma, siamo di fronte a un grande pasticcio e a una dipendenza reciproca tra potenze come non era mai esistita prima: l’esatto opposto di quanto succedeva durante la Guerra Fredda tra l’URSS e gli USA.

L’apparente serenità cinese davanti a un presidente statunitense ostile nasconde in realtà un grande lavorìo diplomatico che si è svelato a Lima durante i giorni della Conferenza dei Paesi APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation). Nella capitale peruviana, il presidente Xi Jinping ha dichiarato che l’obiettivo del suo Paese è assumere la direzione esclusiva nei negoziati per il libero scambio nell’area del Pacifico, colmando il vuoto che sicuramente sarà provocato dalla sospensione dell’accordo TPP.

Torna prepotentemente d’attualità una delle sigle meno conosciute a livello internazionale, il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership), del quale fanno parte la Cina, l’India e una dozzina di altri Paesi che assommano il 48% della popolazione mondiale e il 30% del PIL planetario. Ora questo accordo di libero scambio fa gola agli stessi Paesi che avevano scommesso sul TPP e che si vedono costretti a correre ai ripari. Il primo a compiere il passo formale per aderire alla cordata cinese è il Perù: sarebbe il primo Stato americano a entrare in questo partenariato cui già aderiscono Australia e Nuova Zelanda.

Nel rompete le righe generale si segnala anche l’accordo raggiunto tra 6 Paesi centroamericani e la Corea del Sud.

Insomma, la globalizzazione e le interconnessioni dell’economia mondiale non si fermano perché un presidente, pur se a capo della prima potenza mondiale, decide di mettere i bastoni tra le ruote. Anzi, i primi danneggiati dal nuovo corso sarebbero le aziende del suo Paese (multinazionali che la globalizzazione dei mercati l’hanno voluta e gestita) e i consumatori statunitensi, che pagherebbero carissimi quei prodotti arrivati dall’estero che acquistano tutti i giorni. Ora Trump ha tutto il tempo per esibirsi in una di quelle capriole che i populisti ci regalano spesso, e di fare il contrario di quanto promesso. Ma è bastata la sensazione che il gatto volesse ritirarsi per dare il via alle danze dei topi.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Il concetto di interdipendenza applicato alla politica estera compare nel dibattito internazionale in coincidenza con la fine della Guerra Fredda. Prima c’erano le aree d’influenza delle due superpotenze, USA e URSS: senza dubbio all’interno di ciascuna di esse esisteva un grado di interdipendenza più o meno accentuato, ma rimaneva sempre in posizione subordinata rispetto agli interessi della potenza dominante.

A cominciare dagli anni ’90, invece, nelle relazioni internazionali si afferma una progressiva interdipendenza globale che rende meno definito non solo il confine tra politica estera e interna, ma anche il confine tra interessi commerciali e interessi pubblici. Non che gli Stati forti non tutelassero gli interessi delle loro aziende sul piano internazionale (anzi!), ma fino a quel momento non si era mai verificato il contrario: cioè che fossero gli interessi economici a determinare in modo massiccio l’agire delle nazioni. E questo è uno dei risultati più tangibili dell’odierna globalizzazione, fenomeno che ha reso meno protagonisti gli Stati, chiamati costantemente a misurarsi con gli interessi del mondo dell’economia, a finanziarsi sul mercato, cercare nuove aperture commerciali, tutelare il proprio mercato interno.

Tradizionalmente si diceva che i Paesi post-coloniali del Terzo Mondo, al momento di operare scelte politiche, avevano le mani legate non solo per l’oggettiva debolezza ma anche perché la loro economia era determinata esclusivamente da forze esterne. La globalizzazione ha reso più liberi questi Stati, che hanno ridotto la loro dipendenza dalle ex potenze colonizzatrici costruendo – per esempio – rapporti commerciali con Paesi come la Cina. Paradossalmente, però, proprio la globalizzazione sta ora legando le mani alle vecchie potenze occidentali. Un caso macroscopico è quello dell’Unione Europea, dove questo insieme di interessi esterni alla politica incide fortemente sulle istituzioni comunitarie. Il Regno Unito sta sperimentando sulla propria pelle la difficoltà, non ben calcolata al momento del voto per la Brexit, di ritrovare una sua autonomia essendo stata per decenni una parte importante della rete costruita insieme ai partner europei.

Ma il paradosso più grande nel campo dell’interdipendenza è dato dai cambiamenti che il neopresidente statunitense Donald Trump, al netto di qualche gesto simbolico, dovrà necessariamente attuare rispetto agli impegni presi in campagna elettorale. Tutte le sue promesse in materia di politica estera e commerciale vanno infatti a cozzare con gli interessi degli Stati Uniti. Se introdurrà nuovamente i dazi per le merci provenienti dal Messico, danneggerà sia i consumatori statunitensi sia le aziende del suo Paese che negli anni hanno delocalizzato dall’altro lato della frontiera. Se dichiarerà la guerra commerciale alla Cina, rischierà ritorsioni da parte del primo creditore e sostenitore del debito pubblico a stelle e strisce. Se si ritirerà dal TPP, l’accordo del Pacifico, regalerà quell’importante area del mondo proprio a Pechino. Se taglierà fondi alla NATO, potrebbe dare il via a un ripensamento da parte europea nei confronti di quel dispositivo residuato della Guerra Fredda. E se davvero espellerà 10 milioni di clandestini, rischierà di danneggiare l’agricoltura di tutto il Sud-ovest del Paese, oltre a diversi settori dell’industria.

Insomma, anche Washington ha le mani legate. Questo perché gli USA sono stati il Paese nel quale, da Ronald Reagan in poi, la politica si è maggiormente allineata agli interessi dell’economia, dimenticando spesso quelli del popolo. Questa distorsione, che Trump ha compreso e cavalcato in campagna elettorale, potrebbe diventare il suo grande problema ora che deve governare. Farà gli interessi dei suoi elettori o quelli del “sistema”? Per uno nato e cresciuto nel mondo degli affari sarà un vero dilemma. Per la comunità internazionale potrebbe trattarsi di una vera rivoluzione, oppure della conferma dell’inconsistenza della politica nel XXI secolo.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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La guerra che il neo-presidente statunitense Donald Trump dice di volere condurre contro i “trucchi” della Cina, che sarebbe la responsabile della perdita di lavoro negli Stati Uniti, in realtà è in corso da tempo. È stato l’uscente governo Obama, infatti, a denunciare la Cina presso il WTO per le modalità con le quali eroga i suoi sussidi all’agricoltura. Secondo gli USA, Pechino avrebbe ecceduto di 100 miliardi di dollari USA la soglia consentita dal WTO. La rabbia di Washington non è motivata solo dalla quantità di aiuti concessi agli agricoltori, ma anche e soprattutto dalle modalità con le quali lo Stato asiatico ha erogato le sovvenzioni.

Fino al 2014 la Cina pagava a prezzi gonfiati i prodotti agricoli locali, distribuendo risorse al suo settore primario tramite questo sovraprezzo. La conseguenza era, però, che i prezzi dei prodotti cinesi risultavano artificialmente alti anche sui mercati, rendendo più competitivi quelli importati. Ciò aveva aperto ai farmers statunitensi un mercato da 20 miliardi di dollari USA all’anno e in costante aumento. Ma poi Pechino è corsa ai ripari, erogando gli aiuti non più attraverso il gioco sui prezzi, ma direttamente al produttore: proprio sul modello di ciò che accade negli Stati Uniti. Ed è qui che si entra nel paradosso. I due Paesi si fanno la guerra accusandosi l’un l’altro di scarso liberismo, ma entrambi spendono miliardi per sostenere i propri agricoltori secondo le stesse modalità.

A livello mondiale la torta delle sovvenzioni agricole è gigantesca: ben 260 miliardi di dollari all’anno solo per i Paesi OCSE. Una torta che però mangiano in pochi, perché il grosso di questo fiume di denaro va a finire nelle mani delle grandi aziende agricole. Nel 2015, l’80% delle aziende agricole statunitensi ha ricevuto in media 5000 dollari, 10.000 aziende hanno incassato tra 100.000 e 1 milione di dollari, e solo 26 più di un milione. Questo perché il sistema dei pagamenti diretti, anziché supportare i piccoli coltivatori, contribuisce all’arricchimento esclusivo delle grandi realtà. Infatti a ricevere i maggiori benefici finanziari sono gli agricoltori che possiedono o affittano più terreni. In Europa siamo di fronte allo stesso fenomeno: non a caso il principale percettore di sovvenzioni agricole comunitarie nel Regno Unito è… la Regina Elisabetta! Circa 15 milioni di euro all’anno.

Le sovvenzioni agricole sono fiorite dappertutto in seguito ai conflitti mondiali del ’900. L’idea, giusta all’epoca, era garantire la sicurezza alimentare dello Stato per non far rischiare la fame ai propri cittadini. Da questa nobile ambizione sono nati sistemi sempre più complessi che hanno istituzionalizzato il trasferimento di risorse immense verso le grandi aziende agricole: al punto che oggi, per l’Unione Europea, questa è la principale voce di spesa. In sostanza, mentre calava l’occupazione nel settore agricolo, aumentavano i sussidi.

Oggi è difficile spiegare ai cittadini che il 44% delle risorse comunitarie finisce in mano a un settore produttivo che occupa soltanto il 5% della popolazione attiva europea. Ma questa non è una bizzarria della sola Europa, anzi. Molti Stati adottano sistemi sovvenzionatori di pari portata, come gli USA, o addirittura ancora più massicci, come il Giappone, Paese in cui l’80% del valore agricolo è costituito da aiuti pubblici.

Ora gli Stati Uniti di Trump potrebbero trasformarsi da costruttori in distruttori del sistema multilaterale in materia di commercio. Soprattutto in relazione a quel WTO che avrebbe dovuto guidare la globalizzazione dei mercati e che invece langue, perché è stato depotenziato non appena ha cominciato a occuparsi delle contraddizioni dei Paesi occidentali.

Donald Trump ha due strade possibili, fermo restando che tenga fede alla promessa di uscita dagli accordi continentali e globali: costruire una rete di accordi bilaterali, anche con la Cina, oppure intraprendere solitarie battaglie isolazionistiche. Dalla sua scelta dipenderanno l’andamento del mercato mondiale e il futuro della globalizzazione. In ogni caso, a breve il mondo sarà diverso da come lo si immaginava fino a 10 anni fa.

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Y di Yuan

Pubblicato: 25 gennaio 2016 in Mondo
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Dal 1° ottobre 2016, la moneta cinese (lo yuan o renminbi) entrerà nel ristretto club delle valute di riferimento mondiale. Il Fondo Monetario Internazionale ha deciso di assegnare alla moneta di Pechino il 10,92% dei “diritti speciali di rilievo”, l’unità di conto delle riserve dell’istituzione multilaterale. Saranno quindi cinque le monete che comporranno il paniere delle valute forti: le altre sono il dollaro USA (42%), l’euro (31%), la sterlina britannica e lo yen (8% ciascuno). Un successo per la Cina, che in qualche modo compensa la delusione per il persistente veto statunitense che ha finora bloccato una maggiore partecipazione di Pechino al capitale dell’istituzione monetaria globale. Nell’assemblea del FMI i fondi conferiti generano quote equivalenti a voti: in questa istituzione fortemente voluta dagli USA, infatti, non vale il principio “una testa un voto” ma i voti sono ponderati in base alla partecipazione al capitale del Fondo stesso.

La valuta della Cina, Paese ancora formalmente comunista, entra dunque nel “salotto buono” delle monete: un evento che spiega meglio di cento trattati il successo del lungo percorso iniziato alla fine degli anni ’70, con le riforme di Deng Xiaoping. Riforme che hanno creato innanzitutto due realtà separate: la Cina profonda, delle campagne su base collettivista, e le moderne città della costa, aperte all’afflusso di capitali stranieri e all’arricchimento personale. Una contraddizione che non è mai esplosa, ma anzi ha alimentato il più grande spostamento di manodopera mai registrato all’interno di una singola nazione.

Oggi la Cina è la seconda economia mondiale e vanta il principale apparato industriale del pianeta. Ma detiene anche il record dell’inquinamento e dell’impatto sul cambiamento climatico perché non produce beni solo per il proprio mercato ma è di fatto la fabbrica del mondo.

Le debolezze sono anch’esse visibili, e riguardano principalmente l’architettura finanziaria del Paese, come è emerso nello scorso luglio durante la tempesta che ha investito la Borsa di Shanghai. Il mercato finanziario di Pechino è grande ma squilibrato, il mercato dei capitali è ancora inadeguato e quello azionario dominato dalla speculazione.

Ma un dato è indiscutibile: il riconoscimento internazionale dello yuan anticipa il prossimo conferimento dell’ultimo attestato, che sancirà il definitivo ingresso della Cina tra i Grandi del mondo. E cioè il riconoscimento dello status di “economia di mercato”, cosa che non è una semplice formalità. Se rilasciato, abbatterebbe i dazi che le merci cinesi devono pagare quando entrano in Europa o negli USA, e Pechino sbaraglierebbe definitivamente i settori industriali superstiti in Occidente.

La logica dice che la Cina ha ormai superato tutte le prove per dimostrare che non è una forza antagonista alle vecchie potenze né al capitalismo. Ma la strada è ancora lunga per il gigantesco Paese-laboratorio che, negli ultimi 20 anni, non solo ha ridefinito il mercato mondiale ma ha portato anche a rimettere in discussione il rapporto tra benessere e democrazia: due concetti che, fino al successo cinese, parevano costituire un binomio obbligato.

Ecco la Cina che con le sue contraddizioni, con il suo partito unico, con la sua moneta fino a ieri valida solo all’interno dei confini nazionali non solo rivendica ma comincia a guadagnare poltrone di prestigio nei vecchi club dell’Occidente.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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