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Il concetto di interdipendenza applicato alla politica estera compare nel dibattito internazionale in coincidenza con la fine della Guerra Fredda. Prima c’erano le aree d’influenza delle due superpotenze, USA e URSS: senza dubbio all’interno di ciascuna di esse esisteva un grado di interdipendenza più o meno accentuato, ma rimaneva sempre in posizione subordinata rispetto agli interessi della potenza dominante.

A cominciare dagli anni ’90, invece, nelle relazioni internazionali si afferma una progressiva interdipendenza globale che rende meno definito non solo il confine tra politica estera e interna, ma anche il confine tra interessi commerciali e interessi pubblici. Non che gli Stati forti non tutelassero gli interessi delle loro aziende sul piano internazionale (anzi!), ma fino a quel momento non si era mai verificato il contrario: cioè che fossero gli interessi economici a determinare in modo massiccio l’agire delle nazioni. E questo è uno dei risultati più tangibili dell’odierna globalizzazione, fenomeno che ha reso meno protagonisti gli Stati, chiamati costantemente a misurarsi con gli interessi del mondo dell’economia, a finanziarsi sul mercato, cercare nuove aperture commerciali, tutelare il proprio mercato interno.

Tradizionalmente si diceva che i Paesi post-coloniali del Terzo Mondo, al momento di operare scelte politiche, avevano le mani legate non solo per l’oggettiva debolezza ma anche perché la loro economia era determinata esclusivamente da forze esterne. La globalizzazione ha reso più liberi questi Stati, che hanno ridotto la loro dipendenza dalle ex potenze colonizzatrici costruendo – per esempio – rapporti commerciali con Paesi come la Cina. Paradossalmente, però, proprio la globalizzazione sta ora legando le mani alle vecchie potenze occidentali. Un caso macroscopico è quello dell’Unione Europea, dove questo insieme di interessi esterni alla politica incide fortemente sulle istituzioni comunitarie. Il Regno Unito sta sperimentando sulla propria pelle la difficoltà, non ben calcolata al momento del voto per la Brexit, di ritrovare una sua autonomia essendo stata per decenni una parte importante della rete costruita insieme ai partner europei.

Ma il paradosso più grande nel campo dell’interdipendenza è dato dai cambiamenti che il neopresidente statunitense Donald Trump, al netto di qualche gesto simbolico, dovrà necessariamente attuare rispetto agli impegni presi in campagna elettorale. Tutte le sue promesse in materia di politica estera e commerciale vanno infatti a cozzare con gli interessi degli Stati Uniti. Se introdurrà nuovamente i dazi per le merci provenienti dal Messico, danneggerà sia i consumatori statunitensi sia le aziende del suo Paese che negli anni hanno delocalizzato dall’altro lato della frontiera. Se dichiarerà la guerra commerciale alla Cina, rischierà ritorsioni da parte del primo creditore e sostenitore del debito pubblico a stelle e strisce. Se si ritirerà dal TPP, l’accordo del Pacifico, regalerà quell’importante area del mondo proprio a Pechino. Se taglierà fondi alla NATO, potrebbe dare il via a un ripensamento da parte europea nei confronti di quel dispositivo residuato della Guerra Fredda. E se davvero espellerà 10 milioni di clandestini, rischierà di danneggiare l’agricoltura di tutto il Sud-ovest del Paese, oltre a diversi settori dell’industria.

Insomma, anche Washington ha le mani legate. Questo perché gli USA sono stati il Paese nel quale, da Ronald Reagan in poi, la politica si è maggiormente allineata agli interessi dell’economia, dimenticando spesso quelli del popolo. Questa distorsione, che Trump ha compreso e cavalcato in campagna elettorale, potrebbe diventare il suo grande problema ora che deve governare. Farà gli interessi dei suoi elettori o quelli del “sistema”? Per uno nato e cresciuto nel mondo degli affari sarà un vero dilemma. Per la comunità internazionale potrebbe trattarsi di una vera rivoluzione, oppure della conferma dell’inconsistenza della politica nel XXI secolo.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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La guerra che il neo-presidente statunitense Donald Trump dice di volere condurre contro i “trucchi” della Cina, che sarebbe la responsabile della perdita di lavoro negli Stati Uniti, in realtà è in corso da tempo. È stato l’uscente governo Obama, infatti, a denunciare la Cina presso il WTO per le modalità con le quali eroga i suoi sussidi all’agricoltura. Secondo gli USA, Pechino avrebbe ecceduto di 100 miliardi di dollari USA la soglia consentita dal WTO. La rabbia di Washington non è motivata solo dalla quantità di aiuti concessi agli agricoltori, ma anche e soprattutto dalle modalità con le quali lo Stato asiatico ha erogato le sovvenzioni.

Fino al 2014 la Cina pagava a prezzi gonfiati i prodotti agricoli locali, distribuendo risorse al suo settore primario tramite questo sovraprezzo. La conseguenza era, però, che i prezzi dei prodotti cinesi risultavano artificialmente alti anche sui mercati, rendendo più competitivi quelli importati. Ciò aveva aperto ai farmers statunitensi un mercato da 20 miliardi di dollari USA all’anno e in costante aumento. Ma poi Pechino è corsa ai ripari, erogando gli aiuti non più attraverso il gioco sui prezzi, ma direttamente al produttore: proprio sul modello di ciò che accade negli Stati Uniti. Ed è qui che si entra nel paradosso. I due Paesi si fanno la guerra accusandosi l’un l’altro di scarso liberismo, ma entrambi spendono miliardi per sostenere i propri agricoltori secondo le stesse modalità.

A livello mondiale la torta delle sovvenzioni agricole è gigantesca: ben 260 miliardi di dollari all’anno solo per i Paesi OCSE. Una torta che però mangiano in pochi, perché il grosso di questo fiume di denaro va a finire nelle mani delle grandi aziende agricole. Nel 2015, l’80% delle aziende agricole statunitensi ha ricevuto in media 5000 dollari, 10.000 aziende hanno incassato tra 100.000 e 1 milione di dollari, e solo 26 più di un milione. Questo perché il sistema dei pagamenti diretti, anziché supportare i piccoli coltivatori, contribuisce all’arricchimento esclusivo delle grandi realtà. Infatti a ricevere i maggiori benefici finanziari sono gli agricoltori che possiedono o affittano più terreni. In Europa siamo di fronte allo stesso fenomeno: non a caso il principale percettore di sovvenzioni agricole comunitarie nel Regno Unito è… la Regina Elisabetta! Circa 15 milioni di euro all’anno.

Le sovvenzioni agricole sono fiorite dappertutto in seguito ai conflitti mondiali del ’900. L’idea, giusta all’epoca, era garantire la sicurezza alimentare dello Stato per non far rischiare la fame ai propri cittadini. Da questa nobile ambizione sono nati sistemi sempre più complessi che hanno istituzionalizzato il trasferimento di risorse immense verso le grandi aziende agricole: al punto che oggi, per l’Unione Europea, questa è la principale voce di spesa. In sostanza, mentre calava l’occupazione nel settore agricolo, aumentavano i sussidi.

Oggi è difficile spiegare ai cittadini che il 44% delle risorse comunitarie finisce in mano a un settore produttivo che occupa soltanto il 5% della popolazione attiva europea. Ma questa non è una bizzarria della sola Europa, anzi. Molti Stati adottano sistemi sovvenzionatori di pari portata, come gli USA, o addirittura ancora più massicci, come il Giappone, Paese in cui l’80% del valore agricolo è costituito da aiuti pubblici.

Ora gli Stati Uniti di Trump potrebbero trasformarsi da costruttori in distruttori del sistema multilaterale in materia di commercio. Soprattutto in relazione a quel WTO che avrebbe dovuto guidare la globalizzazione dei mercati e che invece langue, perché è stato depotenziato non appena ha cominciato a occuparsi delle contraddizioni dei Paesi occidentali.

Donald Trump ha due strade possibili, fermo restando che tenga fede alla promessa di uscita dagli accordi continentali e globali: costruire una rete di accordi bilaterali, anche con la Cina, oppure intraprendere solitarie battaglie isolazionistiche. Dalla sua scelta dipenderanno l’andamento del mercato mondiale e il futuro della globalizzazione. In ogni caso, a breve il mondo sarà diverso da come lo si immaginava fino a 10 anni fa.

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Pubblicato: 25 gennaio 2016 in Mondo
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Dal 1° ottobre 2016, la moneta cinese (lo yuan o renminbi) entrerà nel ristretto club delle valute di riferimento mondiale. Il Fondo Monetario Internazionale ha deciso di assegnare alla moneta di Pechino il 10,92% dei “diritti speciali di rilievo”, l’unità di conto delle riserve dell’istituzione multilaterale. Saranno quindi cinque le monete che comporranno il paniere delle valute forti: le altre sono il dollaro USA (42%), l’euro (31%), la sterlina britannica e lo yen (8% ciascuno). Un successo per la Cina, che in qualche modo compensa la delusione per il persistente veto statunitense che ha finora bloccato una maggiore partecipazione di Pechino al capitale dell’istituzione monetaria globale. Nell’assemblea del FMI i fondi conferiti generano quote equivalenti a voti: in questa istituzione fortemente voluta dagli USA, infatti, non vale il principio “una testa un voto” ma i voti sono ponderati in base alla partecipazione al capitale del Fondo stesso.

La valuta della Cina, Paese ancora formalmente comunista, entra dunque nel “salotto buono” delle monete: un evento che spiega meglio di cento trattati il successo del lungo percorso iniziato alla fine degli anni ’70, con le riforme di Deng Xiaoping. Riforme che hanno creato innanzitutto due realtà separate: la Cina profonda, delle campagne su base collettivista, e le moderne città della costa, aperte all’afflusso di capitali stranieri e all’arricchimento personale. Una contraddizione che non è mai esplosa, ma anzi ha alimentato il più grande spostamento di manodopera mai registrato all’interno di una singola nazione.

Oggi la Cina è la seconda economia mondiale e vanta il principale apparato industriale del pianeta. Ma detiene anche il record dell’inquinamento e dell’impatto sul cambiamento climatico perché non produce beni solo per il proprio mercato ma è di fatto la fabbrica del mondo.

Le debolezze sono anch’esse visibili, e riguardano principalmente l’architettura finanziaria del Paese, come è emerso nello scorso luglio durante la tempesta che ha investito la Borsa di Shanghai. Il mercato finanziario di Pechino è grande ma squilibrato, il mercato dei capitali è ancora inadeguato e quello azionario dominato dalla speculazione.

Ma un dato è indiscutibile: il riconoscimento internazionale dello yuan anticipa il prossimo conferimento dell’ultimo attestato, che sancirà il definitivo ingresso della Cina tra i Grandi del mondo. E cioè il riconoscimento dello status di “economia di mercato”, cosa che non è una semplice formalità. Se rilasciato, abbatterebbe i dazi che le merci cinesi devono pagare quando entrano in Europa o negli USA, e Pechino sbaraglierebbe definitivamente i settori industriali superstiti in Occidente.

La logica dice che la Cina ha ormai superato tutte le prove per dimostrare che non è una forza antagonista alle vecchie potenze né al capitalismo. Ma la strada è ancora lunga per il gigantesco Paese-laboratorio che, negli ultimi 20 anni, non solo ha ridefinito il mercato mondiale ma ha portato anche a rimettere in discussione il rapporto tra benessere e democrazia: due concetti che, fino al successo cinese, parevano costituire un binomio obbligato.

Ecco la Cina che con le sue contraddizioni, con il suo partito unico, con la sua moneta fino a ieri valida solo all’interno dei confini nazionali non solo rivendica ma comincia a guadagnare poltrone di prestigio nei vecchi club dell’Occidente.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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La Via della Seta, quel dedalo di rotte terrestri, marittime e fluviali lungo 8.000 km che dal II secolo dopo Cristo collegava l’Impero Romano con la Cina, fa parte della storia antica dell’umanità. Vie carovaniere che attraversavano l’Asia Centrale e il Medio Oriente, con diramazioni verso nord (Corea) e sud (India) e che Marco Polo percorse nel XIII secolo tornando non solo con merci pregiate, ma con impressioni di prima mano sulla magnificenza e modernità dello spazio culturale cinese. Seta, argento, spezie, polvere da sparo, carta, strumenti astronomici sono solo alcuni dei prodotti che le carovane portavano in Occidente, innescando nei nostri Paesi piccole e grandi rivoluzioni produttive e commerciali.

Tra tutte le civiltà che costruirono e per secoli mantennero vivo quel ponte commerciale che anticipava la globalizzazione, solo una è ancora viva e vitale: la Cina. I neo-imperatori del popolo di Pechino hanno sicuramente riletto i testi storici quando hanno lanciato la colossale “nuova Via della Seta”, che per la delizia degli storici ricollegherà Cina ed Europa seguendo le antiche vie carovaniere e marittime.

C’erano pochi tessuti in seta, però, tra le mille tonnellate di merci a bordo del treno che da Yiwu, 300 chilometri a sud di Shangai, ha raggiunto Madrid lo scorso dicembre, dopo avere percorso 13.000 chilometri e attraversato 6 Paesi. È stato solo un test per la gigantesca opera di collegamenti ad alta velocità che si vorrebbe concludere nel 2025. Quello che già si annuncia come il progetto del secolo, e per il quale la Banca di Sviluppo cinese ha stanziato inizialmente 40 miliardi di dollari USA, dovrebbe permettere di fare arrivare le merci delle grandi fabbriche cinesi in Europa in soli due giorni, contro i 21 richiesti dalle rotte marittime oggi percorse dal 90% dei container in partenza dalla Cina.

Il tracciato della nuova Via della Seta avrà anche altri due rami. Uno, marittimo, toccherà porti delle Maldive, dell’India, dello Sri Lanka, del Corno d’Africa e finirà simbolicamente a Venezia; l’altro si collegherà alla Russia tramite la Transiberiana, riducendo i tempi di viaggio tra Mosca e Pechino, oggi di 6 giorni, a sole 33 ore. Alta velocità e treni cargo si collegheranno con le reti europee per arrivare fino a Rotterdam, Berlino, Parigi.

Per le imprese di Pechino si apre dunque una stagione di grandi appalti nel campo delle infrastrutture ferroviarie, portuali, delle comunicazioni e anche dell’energia. Infatti è intenzione della Cina creare una propria rete di gasdotti e oleodotti per importare energia dai Paesi dell’ex Unione Sovietica. Si tratta di una grande opportunità anche per questi Stati dell’Asia Centrale, finora schiacciati dalla dipendenza dalla Russia, che non sempre si è dimostrata un partner economico all’altezza. Kazakistan e Uzbekistan avranno i maggiori benefici, trovandosi a metà strada del reticolo ferroviario che li collegherà in tempi brevi con l’Europa occidentale, la Russia e l’Oriente.

Mentre gli Stati Uniti sono impegnati nella creazione di due aree di libero commercio, il TTIP con l’UE e il TPP con un gruppo di Stati del Pacifico, la Cina riempie il “vuoto” di quella gigantesca terra di mezzo rimasta orfana di potenze di riferimento con una presenza che rilancia gli affari e lo sviluppo di decine di Paesi. E anche qui, come in Africa e America Latina, la Cina butta sul piatto del partenariato politico due merci rare e ambitissime: capitali in abbondanza e infrastrutture per le comunicazioni.

L’apertura della Via della Seta 2.0 è sicuramente il progetto geopolitico più ambizioso oggi sulla Terra, ma è praticamente sconosciuto all’opinione pubblica. Un silenzio cercato e voluto da Pechino, che non ama i discorsi roboanti né la pubblicità mediatica sulla sua programmazione strategica. Che è chiarissima: piaccia o meno, la Cina oggi è l’unica potenza al mondo che ha una chiara visione del suo futuro, e sta lavorando per farla diventare tangibile e concreta come l’acciaio dei binari.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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L’AGOA (African Growth and Opportunity Act, “atto di crescita e opportunità per l’Africa”) è un atto legislativo emesso nel maggio 2000 dal Congresso degli Stati Uniti per la collaborazione e l’assistenza economica e commerciale nei confronti dei Paesi dell’Africa subsahariana. Non un vero accordo di libero scambio, sul modello di Nafta o TTIP, bensì un atto unilaterale, teso a favorire l’ingresso nel mercato nordamericano di prodotti africani non petroliferi.

In base a questa risoluzione, anno per anno il presidente degli Stati Uniti decide quali sono i Paesi idonei a godere di agevolazioni all’export verso gli USA e quali i prodotti che possono beneficiarne. E lo fa considerando anche, si fa per dire, che i Paesi in questione siano democrazie e che aderiscano ai principi dell’economia di mercato.

L’AGOA è in realtà solo una deroga ai vincoli creati a protezione del mercato statunitense, e ha suscitato non poche polemiche. Nei fatti si applicherebbe a 39 Stati africani, ma finora solo 7 ne hanno beneficiato e tre di essi (Nigeria, Angola e Sudafrica) garantiscono l’80% dell’export complessivo.

Il secondo punto critico riguarda la composizione dei 5 miliardi di dollari di esportazioni africane negli USA finora avvenute nel quadro dell’accordo. Il mix, infatti, è fortemente sbilanciato sui settori tessile e dell’abbigliamento, con prodotti realizzati all’interno di zone franche gestite sul modello delle maquiladoras messicane. Un grosso limite è che l’accordo non comprende l’importante settore alimentare ed esclude buona parte dei prodotti agricoli africani (tabacco, cotone, zucchero). Questo perché le norme sanitarie statunitensi bloccano l’import di molti prodotti alimentari e perché l’apertura sulle commodities agricole creerebbe una pericolosa concorrenza ai produttori a stelle e strisce.

L’impatto positivo dell’AGOA riguarda invece l’occupazione: si calcola infatti che abbia creato almeno 80.000 posti di lavoro.

Se non verrà rinnovato, nel corso del 2015 questo partenariato scadrà. Al momento è difficile capire come evolverà la situazione. Ciò che emerge chiaramente è che si tratta di una relazione commerciale di tipo neocoloniale: date le gigantesche asimmetrie tra le parti, l’AGOA favorisce in primo luogo il Paese più forte in assoluto, gli Stati Uniti, e secondariamente quelli più forti dell’Africa. Inoltre si può affermare che gli investimenti diretti statunitensi nell’ambito dell’AGOA, 7 miliardi di dollari nell’ultimo periodo, sono insignificanti rispetto a quelli nel frattempo effettuati dall’altra potenza presente nella regione, la Cina.

Gli accordi bilaterali che il gigante asiatico ha stipulato con decine di Paesi africani partono da basi diverse e, soprattutto, prevedono investimenti diretti sulle infrastrutture locali e sulla capacità produttiva. In Africa, gli Stati Uniti hanno l’unico obiettivo di rifornirsi di materie prime e di importare prodotti utili al loro mercato, mentre la Cina, pur essendo anch’essa interessata a minerali e petrolio, segue un’idea di partenariato economico strategico, anche perché non ha un sistema protezionistico da tutelare. Nel primo caso, se va bene, parliamo della creazione di qualche posto di lavoro in più, nel secondo delle premesse per un vero sviluppo delle economie africane: quelle premesse, cioè, che negli ultimi 5 anni hanno consentito all’Africa subsahariana di diventare una delle regioni al mondo con la più alta percentuale di crescita del PIL.

Insomma, per gli Stati Uniti, come prima per il Regno Unito o la Francia, l’Africa rimane solo un fornitore di materie prime a basso costo, mentre per la Cina il continente nero è ormai parte del “cortile di casa”. Un cortile che si estende su tre continenti, a differenza di quello degli Stati Uniti, che si sviluppa in Centroamerica. E in questa nuova versione del “Grande Gioco” su scala globale, anche la marginalizzata Africa, per la prima volta, ha qualche carta da giocare.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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I ragni al lavoro

Pubblicato: 17 gennaio 2015 in America Latina, Europa, Mondo
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Quando nel 1995 nacque l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il WTO, la strada pareva segnata: la deregolamentazione dell’economia, all’epoca già in corso, sarebbe proseguita, ci sarebbe stata la fine dei protezionismi di mercato e i capitali avrebbero potuto spostarsi in sicurezza per il mondo. Il tutto sotto la guida appunto del WTO, che avrebbe stabilito le nuove “non-regole”, dettato i tempi, punito i renitenti e i disobbedienti. Addirittura, la fiducia in questo destino ineluttabile – cioè il sogno della cultura economica liberale – aveva partorito per il nuovo organismo uno statuto nel quale le decisioni si sarebbero prese all’unanimità. Infatti, chi mai avrebbe potuto essere in disaccordo?

Pochi anni dopo, nel 2003, i nodi vennero al pettine durante la quinta Conferenza Ministeriale del WTO a Cancún, in Messico: una conferenza che puntava a raggiungere un accordo sul delicato tema dell’agricoltura. Qui un’alleanza di 22 Paesi dell’ex Terzo Mondo, capitanati da India, Cina e Brasile, riuscì a bloccare i negoziati chiedendo l’abolizione dei sussidi all’agricoltura europea e statunitense come precondizione per l’apertura dei mercati agricoli locali. Da quel momento per il WTO è iniziato un lento declino. Parallelamente sono nati il G20, il gruppo di 20 Stati che ha di fatto preso il posto del G8, e il gruppo dei BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, il club delle potenze emergenti.

Il fallimento del tentativo di arrivare a un trattato globale attraverso il WTO non ha però raffreddato gli spiriti dei Paesi promotori della globalizzazione: in particolare gli Stati Uniti. In particolar modo sono stati gli USA, davanti alla paralisi europea, a prendere l’iniziativa per aggirare l’ostacolo. La strategia per arrivare allo stesso risultato attraverso altre strade è stata individuata nella stipulazione di accordi bilaterali: alcuni già esistenti, come il NAFTA (fra Stati Uniti, Canada e Messico), sono stati allargati; altri tentativi sono falliti, come nel caso dell’ALCA, l’area di libero commercio delle Americhe che avrebbe dovuto creare un unico mercato per merci e servizi dall’Alaska alla Terra del Fuoco, che si arenò nel 2005 per volontà di tre presidenti sudamericani: Chávez, Lula e Kirchner.

Ma i negoziati sono continuati con la firma di decine di accordi di libero scambio tra gli Stati Uniti e singoli Paesi asiatici, latinoamericani e africani. Insomma, Washington sta applicando la strategia del ragno, lavora per tessere una trama di accordi commerciali che, sommati tra loro, equivarranno a quegli accordi che non si è riusciti a firmare a livello di WTO. Al momento gli USA sono impegnati in due negoziati decisivi: il TTIP, cioè l’accordo di partenariato transatlantico con l’Unione Europea; e il TPP, un’alleanza con i Paesi emergenti del Pacifico che esclude però la Cina. Questi accordi rappresentano la priorità assoluta della diplomazia economica a stelle e strisce, in quanto dovrebbero consolidare i rapporti commerciali e finanziari con due aree tradizionalmente alleate e, soprattutto, con due ricchissimi mercati.

Ma a Pechino c’è un altro ragno al lavoro per tessere una rete simile: già oggi gli accordi tra la Cina e i Paesi africani e latinoamericani non si contano. Il grande obiettivo del gigante asiatico, che per ora ha un accesso limitato all’Europa, è assicurarsi un ottimo rapporto di forze con gli altri Paesi del suo continente. La zona di libero commercio CAFTA (cioè Cina-ASEAN Free Trade Agreement) è dunque prioritaria per la Cina, per la quale costitiuisce l’unico modo di neutralizzare la crescente influenza degli Stati Uniti nel suo cortile di casa: attualmente coinvolge 11 Stati per un bacino economico di oltre 400 miliardi di dollari (cresciuto di quattro volte rispetto a 10 anni fa, quando il CAFTA è nato).

L’economia a ragnatela, in mancanza di un accordo-quadro globale che forse non conveniva a nessuno, è la continuazione con altri mezzi della guerra tra le potenze di oggi e quelle del futuro. Sullo scenario mondiale del XXI secolo, infatti, i missili contano tanto quanto le facilitazioni per l’export delle proprie merci. Mentre a Pechino e a Washington i ragni continuano a tessere, a Bruxelles si rischia invece di rimanere intrappolati in una di queste ragnatele senza neanche avere capito come e perché ciò sia accaduto.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

A spider weaves its web on a tree during the early morning in Odisha

Da quando esistono gli Stati, le spese belliche non hanno mai avuto un impatto marginale sui bilanci pubblici. Con alti e bassi, con impennate durante i conflitti alternate a scelte coraggiose ma quasi simboliche di riduzione, il costo del dispositivo difensivo e offensivo degli Stati segue un copione più o meno fisso: i Paesi che spendono di più sono quelli che svolgono un ruolo di potenza globale o regionale; in subordine, spendono molto i Paesi di minori pretese che si armano in funzione del contenimento di vicini bellicosi o per difendere territori contesi. È il caso della Grecia, che si è indebitata negli anni per sostenere una folle spesa militare in funzione anti-turca.

Storicamente, a fare la parte del leone sono state le potenze che a partire dal ’500 hanno colonizzato il mondo: la Spagna, la Francia, l’Inghilterra finanziarono costosissime flotte ed eserciti per difendere imperi globali e sostenere politiche aggressive e di conquista. Durante tutto il ’900, dopo la sconfitta di Germania, Italia e Giappone, le uniche due potenze mondiali rimaste, USA e URSS, hanno ingaggiato un braccio di ferro sulla capacità di spesa militare. E proprio su questo terreno ha conquistato la sua grande vittoria l’amministrazione Reagan, che è riuscita a spingersi fin dove non potevano arrivare i rivali di Mosca; al tempo stesso, però, quella scelta strategica ha posto le basi del forte indebitamento pubblico degli Stati Uniti.

La classifica odierna della spesa militare, settore nel quale si spendono annualmente circa 1500 miliardi di dollari tra acquisto di armi e mantenimento degli eserciti, riserva molte sorprese e regala interessanti chiavi di lettura sulla geopolitica dei prossimi anni. Per la prima volta nella Storia i Paesi asiatici hanno superato la spesa militare dell’intera Europa comunitaria. La Cina, con una spesa nel 2013 di 145 miliardi di dollari (e di 132 miliardi quest’anno), spende più di Regno Unito, Francia e Germania messi insieme. Cioè dei tre Paesi che spendono di più nel Vecchio Continente. Altro record è quello dell’Arabia Saudita, che con 60 miliardi di dollari l’anno scorso ha superato le spese di Londra.

In rapporto al PIL, le spese militari dell’Occidente si collocano sotto il 2%: l’Italia per esempio è all’1,2%; fanno eccezione gli Stati Uniti al 4,4, il Regno Unito al 2,4 e la fallita Grecia al 2,2%. Percentuali troppo basse secondo Washington, che ha problemi interni per continuare a sostenere uno sforzo così alto, messo a disposizione anche degli altri membri della NATO: e per questo gli USA esigono che il resto dei Paesi dell’Alleanza atlantica spenda almeno il 2% del proprio PIL per la difesa. Lo spauracchio agitati di recente da Barack Obama è l’evergreen della “guerra al terrore”, con l’aggiunta dell’aumentata spesa militare russa (la terza al mondo) e della situazione di instabilità in Ucraina.

L’amministrazione statunitense, in realtà, vorrebbe liberarsi di parte del fardello della NATO, al cui bilancio contribuisce per il 73%, perché ha un altro timore: la corsa al riarmo di Pechino, soprattutto a livello navale. Il Pacifico, che nei piani di molte potenze che vi si affacciano è destinato a diventare il centro dell’economia mondiale, deve essere protetto anche militarmente.

La corsa al controllo dei mari da parte di Cina e USA, ormai evidente, si combatte anche sul piano delle alleanze economiche, a geometrie variabili, con i Paesi dell’area: in tempi di globalizzazione, infatti, il predominio di una potenza sull’altra poggia in buona parte sul commercio e sul terreno virtuale del business derivato da Internet. Ma questi dati ci raccontano che, quando si arriva al dunque, continuano a contare – eccome! – le cannoniere e i soldatini. Come è sempre stato, come probabilmente sarà anche in futuro.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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