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L’agenzia dell’OCSE per l’energia, l’AIE, ha appena pubblicato uno studio che indica chiaramente quali sono stati i vincitori e i vinti nella guerra del petrolio in corso da tempo tra gli storici produttori dell’OPEC e le imprese che sfruttano lo shale oil con la tecnica del fracking. Ed è un risultato impietoso per l’Arabia Saudita, che in questi anni ha voluto un aumento della produzione di greggio per abbassarne il prezzo, pensando così di danneggiare i produttori di shale oil che hanno costi di estrazione più alti.

La notizia è che gli Stati Uniti, produttori di petrolio “tradizionale” ma anche leader mondiali dello shale oil e dello shale gas, stanno per battere ogni record: tra 10 anni saranno i primi produttori mondiali di petrolio, superando quindi l’Arabia Saudita. Intanto hanno già conquistato il primato nell’estrazione di gas, scalzando la Russia. Gli USA tornano così a essere esportatori netti di energia, condizione che avevano perso nel 1953. E questo a discapito delle previsioni che fissavano il punto di non ritorno per il settore shale se il prezzo del barile fosse scivolato sotto i 60 dollari: non era così, dunque. Ma indubbiamente questa guerra ha lasciato ferite profonde anche nella prima potenza mondiale.

Washington ora deve affrontare problemi enormi, che riguardano sia l’eccessivo indebitamento degli operatori energetici sia i dubbi sul veloce esaurimento dei pozzi e sulla tenuta geologica delle zone sottoposte a fracking, una tecnica estrema che porta alla distruzione del sottosuolo. Questo scenario, ipotizzato dalle promesse elettorali di Donald Trump, che puntava al dominio energetico globale, potrebbe permettere agli Stati Uniti di allentare la loro presenza militare in Medio Oriente. Una notizia che crea ulteriori difficoltà all’Arabia Saudita, già reduce da una sconfitta storica in Siria: qui le bande sunnite sostenute direttamente o indirettamente da Riyad, Isis compreso, hanno fallito nel tentativo di spezzare il “corridoio” sciita che dall’Iran si estende senza soluzione di continuità fino al Libano. Inoltre l’Arabia Saudita deve fare i conti con l’impantanamento nel cortile di casa yemenita, dove non è riuscita a stroncare la ribellione degli Huthi sciiti.

Tutto ciò ha provocato un terremoto interno nella dinastia dei Saud, con l’epurazione di interi settori della nobiltà reale ormai allontanati dai ruoli di potere. Ma la crisi ha conseguenze anche regionali, a partire dal tentativo maldestro di provocare la rottura di quell’alleanza tra sunniti e hezbollah sciiti in Libano che finora ha garantito la fragile stabilità del Paese.

Il progressivo disimpegno statunitense, favorito dalla maggiore autonomia energetica, mette dunque a nudo i problemi dei sauditi, che si sono fatti alfieri di una lotta globale allo sciismo iraniano finendo in realtà con il rafforzarlo, anche alla luce dell’alleanza di Teheran con la Russia in Siria. Molti ipotizzano che si stia delineando un conflitto tra Arabia e Iran. Lo scontro avrebbe inevitabilmente una dimensione globale. È difficile, infatti, pensare che Stati Uniti, Israele e Russia possano rimanere fuori da una questione di tale portata.

Ma il report dell’AIE mette a fuoco anche un altro elemento che tutti i protagonisti dell’infinito grande gioco mediorientale stanno sottovalutando, e cioè il prossimo prevedibile calo in termini percentuali del consumo di energia da idrocarburi per via dell’aumento dell’uso di fonti rinnovabili. Entro il 2040 si stima che il fabbisogno di energia globale crescerà del 30%, ma circa la metà di questo aumento sarà coperto da fonti rinnovabili. Anzi, già dal 2020 per molti Paesi le rinnovabili saranno economicamente più convenienti rispetto al gas per la produzione di elettricità.

In conclusione, lo stretto intreccio fra energia e geopolitica ci accompagnerà ancora a lungo. Una relazione che ha permesso al mondo di progredire in molti campi, ma al prezzo di troppi disastri ambientali e umani. Alla fine ciò che farà la differenza saranno l’evoluzione tecnologica e il singolo cittadino, che sceglierà quale energia consumare o produrre autonomamente. Nel frattempo, i padroni dei rubinetti del greggio questo dato di fatto non lo vogliono nemmeno prendere in considerazione. Per la gioia dei fabbricanti di armi.

 

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Pubblicato: 16 novembre 2015 in Mondo
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L’incontro tecnico dell’Opec tenutosi a fine ottobre a Vienna ha fotografato una situazione molto delicata per i Paesi che hanno seguito la linea dettata dall’Arabia Saudita a fine 2014: e, cioè, non tagliare l’estrazione di greggio anche se i prezzi, per via della crisi economica, stavano precipitando. Una strategia che l’Arabia Saudita aveva già adottato con successo nel 1986, quando era riuscita a portare il prezzo del barile sotto i 10 dollari USA, determinando il collasso della produzione statunitense. Il bersaglio di oggi è sempre Washington.

Dopo 25 anni, grazie alle scoperte che hanno permesso l’estrazione massiccia di idrocarburi “non convenzionali” (e in particolare di shale oil e shale gas, il petrolio e il gas ottenuti frantumando scisti argillosi in profondità), gli Stati Uniti erano riusciti a toccare una punta produttiva di 1,2 milioni di barili al giorno: il primo mercato consumatore mondiale di energia era arrivato vicino al pareggio e all’autosufficienza. La mossa saudita è stata orchestrata per infliggere un colpo mortale a questo nuovo genere di concorrenza. L’estrazione di idrocarburi non convenzionali, infatti, ha come protagoniste piccole e medie imprese senza grande capitalizzazione, fortemente dipendenti dal credito; e, soprattutto, a causa della dispendiosità delle tecniche di estrazione, produce guadagni solo se il petrolio si vende sopra i 60 dollari al barile.

A distanza di un anno dal rifiuto dell’Arabia Saudita, e quindi dei Paesi Opec, di tagliare la produzione per stabilizzare i prezzi, sono due le conseguenze non previste. La prima è che, nonostante la crescita della capacità estrattiva statunitense si sia sostanzialmente arrestata a fronte dell’aumento del 2,4% registrato nell’anno precedente, non c’è stato il fallimento delle imprese estrattive, che continuano a produrre anche se non crescono più. La seconda, più preoccupante per i sauditi, è il malumore crescente tra i Paesi Opec.

Ecuador, Venezuela, Iran e altri membri sono alle prese con gravi problemi di bilancio e mal tollerano il perdurare di questa strategia che impedisce il ritorno a livelli sostenibili del prezzo del barile. Una sofferenza che si allarga a diversi Paesi non Opec, come il Messico, la Russia e altri Stati ex sovietici rappresentati da Mosca. I problemi non si fermano però qui. Il manovratore saudita è stato avvertito dal Fondo Monetario Internazionale che, di questo passo, tra 5 anni le sue finanze rischieranno di virare in rosso, mentre i Paesi del Golfo, suoi stretti alleati, dopo avere perso 38 miliardi di dollari di entrate in un anno, avranno il bilancio in rosso del 13% già nel 2015.

Questa mossa strategica dell’Arabia Saudita finora ha portato vantaggi soltanto ai consumatori, che possono disporre di una benzina a prezzi ribassati, ma a lungo andare le conseguenze potrebbero essere gravi per tutti. Infatti, ciò che più sta risentendo della politica di sovrapproduzione e prezzi bassi è la fase di ricerca e aggiornamento tecnologico. Non investe più in ricerca il settore shale, ma non lo fa nemmeno quello “tradizionale”. Si pongono così le basi per una futura carestia di greggio, e quindi per grandi bolle speculative.

La diplomazia petrolifera è al lavoro per trovare soluzioni. Perché ciò accada, però, è necessario che i produttori storici riconoscano l’esistenza di un nuovo e potente competitor: l’industria delle estrazioni non convenzionali, con la quale fare i conti e magari anche qualche accordo. Il monopolio della gestione della produzione, e quindi dei prezzi, si è oggi seriamente incrinato, e non sarà l’Arabia Saudita a porvi rimedio da sola.

Ai consumatori non resta che aspettare che la ricerca sull’energia sostenibile faccia nuovi passi in avanti – e servono passi da gigante – perché la dipendenza dal petrolio cali. Una dipendenza che nell’ultimo secolo ha “giustificato” politiche nefaste, e che ha responsabilità non marginali nell’odierno caos internazionale.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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La Via della Seta, quel dedalo di rotte terrestri, marittime e fluviali lungo 8.000 km che dal II secolo dopo Cristo collegava l’Impero Romano con la Cina, fa parte della storia antica dell’umanità. Vie carovaniere che attraversavano l’Asia Centrale e il Medio Oriente, con diramazioni verso nord (Corea) e sud (India) e che Marco Polo percorse nel XIII secolo tornando non solo con merci pregiate, ma con impressioni di prima mano sulla magnificenza e modernità dello spazio culturale cinese. Seta, argento, spezie, polvere da sparo, carta, strumenti astronomici sono solo alcuni dei prodotti che le carovane portavano in Occidente, innescando nei nostri Paesi piccole e grandi rivoluzioni produttive e commerciali.

Tra tutte le civiltà che costruirono e per secoli mantennero vivo quel ponte commerciale che anticipava la globalizzazione, solo una è ancora viva e vitale: la Cina. I neo-imperatori del popolo di Pechino hanno sicuramente riletto i testi storici quando hanno lanciato la colossale “nuova Via della Seta”, che per la delizia degli storici ricollegherà Cina ed Europa seguendo le antiche vie carovaniere e marittime.

C’erano pochi tessuti in seta, però, tra le mille tonnellate di merci a bordo del treno che da Yiwu, 300 chilometri a sud di Shangai, ha raggiunto Madrid lo scorso dicembre, dopo avere percorso 13.000 chilometri e attraversato 6 Paesi. È stato solo un test per la gigantesca opera di collegamenti ad alta velocità che si vorrebbe concludere nel 2025. Quello che già si annuncia come il progetto del secolo, e per il quale la Banca di Sviluppo cinese ha stanziato inizialmente 40 miliardi di dollari USA, dovrebbe permettere di fare arrivare le merci delle grandi fabbriche cinesi in Europa in soli due giorni, contro i 21 richiesti dalle rotte marittime oggi percorse dal 90% dei container in partenza dalla Cina.

Il tracciato della nuova Via della Seta avrà anche altri due rami. Uno, marittimo, toccherà porti delle Maldive, dell’India, dello Sri Lanka, del Corno d’Africa e finirà simbolicamente a Venezia; l’altro si collegherà alla Russia tramite la Transiberiana, riducendo i tempi di viaggio tra Mosca e Pechino, oggi di 6 giorni, a sole 33 ore. Alta velocità e treni cargo si collegheranno con le reti europee per arrivare fino a Rotterdam, Berlino, Parigi.

Per le imprese di Pechino si apre dunque una stagione di grandi appalti nel campo delle infrastrutture ferroviarie, portuali, delle comunicazioni e anche dell’energia. Infatti è intenzione della Cina creare una propria rete di gasdotti e oleodotti per importare energia dai Paesi dell’ex Unione Sovietica. Si tratta di una grande opportunità anche per questi Stati dell’Asia Centrale, finora schiacciati dalla dipendenza dalla Russia, che non sempre si è dimostrata un partner economico all’altezza. Kazakistan e Uzbekistan avranno i maggiori benefici, trovandosi a metà strada del reticolo ferroviario che li collegherà in tempi brevi con l’Europa occidentale, la Russia e l’Oriente.

Mentre gli Stati Uniti sono impegnati nella creazione di due aree di libero commercio, il TTIP con l’UE e il TPP con un gruppo di Stati del Pacifico, la Cina riempie il “vuoto” di quella gigantesca terra di mezzo rimasta orfana di potenze di riferimento con una presenza che rilancia gli affari e lo sviluppo di decine di Paesi. E anche qui, come in Africa e America Latina, la Cina butta sul piatto del partenariato politico due merci rare e ambitissime: capitali in abbondanza e infrastrutture per le comunicazioni.

L’apertura della Via della Seta 2.0 è sicuramente il progetto geopolitico più ambizioso oggi sulla Terra, ma è praticamente sconosciuto all’opinione pubblica. Un silenzio cercato e voluto da Pechino, che non ama i discorsi roboanti né la pubblicità mediatica sulla sua programmazione strategica. Che è chiarissima: piaccia o meno, la Cina oggi è l’unica potenza al mondo che ha una chiara visione del suo futuro, e sta lavorando per farla diventare tangibile e concreta come l’acciaio dei binari.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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La partita a scacchi dell’IS per prendere il controllo del frantumato mondo sunnita continua a registrare successi. Le conquiste militari in Libia confermano che ormai nulla si può opporre alla forza degli uomini di Al-Baghdadi: un gruppo armato dai contorni molto più definiti rispetto ad Al-Qaida, una vera milizia che i commentatori nostrani continuano a definire “terrorista” nonostante stia combattendo sul terreno, assemblando nuovi pezzi di quell’entità territoriale che è stata ribattezzata “Califfato”.

È un retroterra, quello dell’IS, che si alimenta attraverso i canali tradizionali di finanziamento dell’estremismo sunnita armato (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Yemen), ma che sta costruendo una sua autonomia economica muovendosi sullo scenario mediorientale e nordafricano per conquistare il controllo del petrolio. Si tratta di un gruppo che sta combattendo una guerra territoriale ma che fa propaganda globale, minacciando di far sventolare drappi neri sul Vaticano: una propaganda che serve a reclutare “internazionalisti” e a incassare sostegni economici. Le minacce sono chiaramente una cortina fumogena e vengono considerate reali solo da qualche ministro degli Esteri improvvisato.

La Libia, fin dal 2011, era uno di quei “Paesi falliti” facili da conquistare oltre che ricchi di petrolio. Dopo la detronizzazione di Gheddafi, avvenuta senza che esistesse nessun piano per gestirne le conseguenze, lo Stato aveva cessato di esistere (almeno così come l’avevamo conosciuto fino a quel momento) ed era caduto preda del caos e delle scorribande di opposte bande armate, sostenute da diverse potenze straniere.

Eppure la situazione non turbava l’Occidente, fatta eccezione per i barconi di disperati in viaggio dalle coste libiche verso Lampedusa. Insomma, tutto bene tranne il fastidio dei clandestini. Ma è bastato l’affacciarsi degli jihadisti di Al-Baghdadi perché all’improvviso la Libia diventasse un problema internazionale degno di essere discusso dall’ONU, e sicuramente meritevole di un intervento militare urgente. Come nel 2011 con Gheddafi, come nel 2001 con l’Afghanistan, come nel 2003 in Iraq, come nel 2014 in Siria, anche stavolta qualcuno vorrebbe partire armati per mettere ordine, abbattere dittatori, occupare Paesi senza avere la minima idea di come uscirne, di che cosa succederà dopo. Una politica internazionale che è tale solo per modo di dire non può che produrre risultati sempre più negativi.

Le armi, e soprattutto i droni, nella testa di strateghi e politici sono diventati strumenti risolutivi non soltanto dal punto di vista militare ma anche da quello politico. Ma questa teoria viene regolarmente smentita al momento della verità, cioè quando i “Paesi canaglia” si disfano, si polverizzano, cadono nelle mani degli invasati di turno, sempre foraggiati da coloro che sulla carta sarebbero i “nostri” alleati.

Ora sarebbe di nuovo il turno della Libia che già non esiste più, divisa in due entità territoriali a loro volta frantumate da contrapposizioni di stampo più etnico che politico. Solo l’ENI resisteva, e forse per questo fino a ieri ci si comportava come se tutto stesse andando per il meglio. Ma quando i pozzi non pompano più petrolio per le nostre automobili e cominciano a rifornire il Califfato, allora le cose si mettono ufficialmente male.

L’ONU ormai dimenticata da tutti sarà di nuovo tirata in ballo. Ban ki-Moon farà il suo classico appello alla pace. Poi potrebbe ripartire all’improvviso la storia che conosciamo e che sta condannando interi popoli a regredire fino ai tempi dei Califfati veri. Noi però, come Europa, per l’ennesima volta non avremo il coraggio di darci una politica estera comune e credibile, di formulare una politica per il Mediterraneo che ne metta in sicurezza la sponda sud attraverso la cooperazione.

Il dramma della nostra politica estera è che, quando vuole guardare oltre i barconi, non ha più gli strumenti né per capire né per intervenire. Parla (e agisce) inevitabilmente a vanvera.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Il prorompente settore energetico nato dalla possibilità di attingere alle riserve di shale gas e shale oil registra la prima vittima causata dal calo del prezzo del greggio. La texana WBH Energy, con sede a Austin, ha chiesto qualche giorno fa la protezione della legge sui fallimenti perché non regge la quotazione del petrolio, ormai scivolata attorno a quota 40 dollari USA al barile. È la prima vittima e non sarà l’ultima.

Le imprese nate attorno al miraggio del petrolio “sotto casa” sono di piccole e medie dimensioni, a differenza di quanto si potrebbe credere osservando i devastanti impatti ambientali delle loro attività. E hanno un bisogno quotidiano di investimenti per mantenere e implementare gli impianti che permettono di effettuare il fracking, ossia di frantumare in profondità le rocce contenenti idrocarburi. Queste rocce, infatti, si esauriscono velocemente e obbligano a una continua attività di prospezione e allargamento dei giacimenti. Si tratta di un’industria che divora denaro, preso a prestito a cuor leggero dalle banche statunitensi quando il petrolio viaggiava sopra i 100 dollari al barile. La sostenibilità finanziaria di queste imprese varia in base alla geologia dei siti, con un pareggio rispetto ai costi che può andare dai 30 agli 85 dollari al barile. Ciò significa che ormai oltre il 60% dell’industria energetica del fracking negli Stati Uniti lavora in perdita, e con il fardello di importanti rate di prestiti da restituire alle banche.

La grande concorrenza e la corsa statunitense all’estrazione di gas e petrolio non convenzionali hanno portato a una sovrapproduzione, diventata un boomerang per le nuove compagnie. Come insegnano i fondamentali dell’economia di mercato, se aumenta la produzione e parallelamente calano i consumi il crollo dei prezzi è garantito. La crisi annunciata dell’industria del fracking, che ha rappresentato il 40% degli investimenti USA negli ultimi anni, rischia di compromettere la crescita economica del Paese e di esporre di nuovo il sistema finanziario a una situazione di emergenza.

Paradossalmente, ma forse no, ciò che ha fatto precipitare la situazione è stata la mossa dell’Arabia Saudita: che ha diminuito il prezzo e aumentato le sue estrazioni di greggio. Una decisione che difficilmente può essere stata presa senza il beneplacito di Washington. Forse, in questa scelta hanno pesato più i fattori geopolitici che quelli economici. Nel senso che un petrolio a questi prezzi mette in difficoltà diversi Paesi ostili agli Stati Uniti, dalla Russia al Venezuela, dall’Iraq all’Iran. Mentre porta benefici a Paesi amici come quelli europei, o a partner d’affari come la Cina.

Forse questo è bastato ad affondare, almeno per ora, un’industria nazionale nascente che aveva contribuito a rompere la dipendenza degli USA dai tradizionali produttori di greggio. Per completare il dibattito in corso bisogna considerare anche un’altra voce, quella delle “sette sorelle” che controllano da un secolo le risorse energetiche mondiali. Le multinazionali del petrolio non si erano fatte prendere dal furore dello shale oil, e oggi sono sedute sulla riva del fiume a guardare i cadaveri delle giovani rivali che passano sotto i loro occhi.

La guerra per quella che troppo frettolosamente è stata definita “energia del passato”, gli idrocarburi, è più che mai in corso. E ancora non si intravvede quale potrebbe essere la fine.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Lo scorso mese di ottobre, a Cagliari si è verificato un fatto di rilevanza epocale che però ha lasciato indifferenti i mezzi d’informazione: per la prima volta nella storia è approdata in Italia una petroliera carica di greggio statunitense. Andando a indagare negli archivi dell’Energy Information Administration, l’agenzia federale di Washington che si occupa di energia, si scopre infatti che nel 2014 il nostro Paese è stato destinatario di 430.000 barili di petrolio made in USA.

Senza dubbio si tratta di una quantità irrisoria se rapportata al commercio mondiale di combustibili fossili, eppure siamo di fronte a una testimonianza della più grande rivoluzione energetica degli ultimi decenni: quella dello shale oil e dello shale gas, e più in generale degli “idrocarburi non convenzionali”, cioè petrolio e gas ricavati non dai “soliti” giacimenti ma da particolari sabbie o da rocce che vengono frantumate nelle profondità del sottosuolo. Una fonte non rinnovabile, ovviamente, che fino a poco tempo fa è stata trascurata.

Ai vertici delle graduatorie che calcolano le riserve planetarie di questo genere di idrocarburi ci sono gli Stati Uniti, insieme a Cina, Russia, Argentina e Algeria. E proprio gli Stati Uniti se ne stanno avvantaggiando più di tutti, nonostante vivano una contraddizione rispetto al loro stesso quadro legislativo che, dai tempi della crisi energetica degli anni ’70, proibisce l’export di greggio per motivi di sicurezza nazionale.

Malgrado questo divieto, negli ultimi quattro anni l’export a stelle e strisce è passato da 50.000 barili al giorno a 400.000, e si prevede che nel 2015 toccherà quota un milione. Ciò perché il Dipartimento del Commercio ha concesso a due società di esportare petrolio sul quale siano state effettuate lavorazioni anche minime, aggirando così la legge che parla soltanto di “greggio”. Lo stesso vale per il gas, estratto in quantità così abbondanti che, sul mercato interno, i prezzi si sono dimezzati, con grandi vantaggi economici per le industrie e le famiglie.

Se si conteggiano insieme il greggio, il metano e il propano, oggi gli Stati Uniti hanno raggiunto al primo posto mondiale l’Arabia Saudita nella produzione di energia e si preparano al sorpasso. È questa la principale spiegazione del calo del prezzo del petrolio a livello globale: le nuove fonti estrattive – insieme alla crisi economica – hanno cambiato lo scenario che si delineava fino a pochi anni fa, e che lasciava presumere un aumento indefinito dei prezzi correlato alla diminuzione generalizzata delle riserve di idrocarburi.

In realtà le riserve sono nettamente superiori rispetto ai pronostici e il prezzo del petrolio scende. Tra tante manifestazioni di soddisfazione, pochi considerano che una delle conseguenze più significative di questo fenomeno è il declino dell’interesse per la riconversione energetica e per la ricerca sull’energia rinnovabile.

I costi ambientali di questa primavera energetica non sono stati ancora valutati, ma l’estrazione di idrocarburi ottenuta attraverso la frantumazione delle rocce presenta una serie di criticità che potrebbero rendere effimero lo sfruttamento stesso di questa fonte energetica. Infatti, oltre a richiedere l’iniezione nel sottosuolo di enormi quantità di acqua e di sostanze chimiche, oltre a provocare l’instabilità dei terreni sotto i quali si lavora e un rischio di aumento della microsismicità, questi giacimenti tendono a esaurirsi molto in fretta. Obbligano dunque a un costante sforzo di prospezione e di perforazione, con grandi investimenti di denaro: in pratica è conveniente estrarre petrolio non convenzionale solo finché il prezzo a barile si aggira attorno ai 100 dollari.

Molto si è discusso negli ultimi anni circa il significato geopolitico di questa rivoluzione, ma più sul piano delle ipotesi che dei fatti. È fuori luogo immaginare che il disimpegno graduale degli USA dallo scenario globale, e dal Medio Oriente in particolare, sia dovuto esclusivamente alla minore dipendenza dall’import di greggio, ma è altresì vero che, quando gli Stati Uniti dovranno decidere come riposizionarsi nel mondo, molti degli attuali alleati in chiave energetica saranno ridimensionati. Per ora, a godere degli unici vantaggi concreti sono stati la bilancia dei pagamenti di Washington e le industrie che utilizzano in modo intensivo gas o altri combustibili. Il ritorno di molte aziende negli Stati Uniti, il cosiddetto reshoring, è in parte spiegabile alla luce del mix di energia a basso costo e incentivi fiscali varati dalle autorità. Insomma, la rivoluzione energetica per ora non ha cambiato il mondo, ma ha dato una grande mano agli Stati Uniti per uscire dalla crisi.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Ieri, 27 luglio 2014, l’ambasciatrice statunitense in Libia Deborah Jones, ha deciso l’evacuazione della sua ambasciata a Tripoli. Una lunga carovana di centinaia di mezzi sta trasportando documenti, armi e persone verso il confine con la Tunisia. Con questo esodo diplomatico si conclude una delle più maldestre operazioni di “polizia internazionale” degli ultimi decenni. Con l’alibi di sostenere la rivolta di Bengasi del febbraio 2011, l’ex presidente francese Sarkozy e il premier britannico Camerun riuscirono a trascinare gli Stati Uniti in un’operazione militare nella quale non erano previsti truppe sul terreno, ma operazione di intelligence, armi ai ribelli e soprattutto bombardamenti. A Sarkozy serviva in realtà un recupero di immagine, piuttosto appannata dal ciclone delle primavere arabe che aveva appena spazzato via il protetto Ben Alì in Tunisia. All’allegra brigata, che agì con copertura giuridica ONU, si aggiunse senza arte ne parte, l’Italia berlusconiana alleata indiscussa di Gheddafi fino a 5 minuti prima. Il resto è storia conosciuta, la caduta del regime del rais e la sua fine fisica, il riciclaggio dei suoi funzionari in improbabili governi di transizione, la balcanizzazione del paese e lo sbarco incontenibile dell’islamismo radicale. Oggi la Libia, così come l’abbiamo conosciuta, non esiste più, è solo un aggregato sulla mappa, un paese esploso. In questa nuova palude gli Stati Uniti avevano già perso il loro console generale a Bengasi Chris Stevens mettendo in seria crisi Hillary Clinton. Lo scenario che si apre per l’ex colonia italiana, importante fornitrice di gas del nostro paese, è di una nuova guerra intestina per il controllo di brandelli di territorio. Un territorio che però fa ancora gola. La Turchia di Erdogan conduce qui una politica spericolata, come a Gaza peraltro. Insieme al Qatar sono schierati con i movimenti islamisti radicali e ripagati da commesse miliardarie sugli idrocarburi locali. Arabia Saudita e gli Emirati del golfo sostengono invece, insieme agli egiziani, le forze anti-islamiste che si battono contro i Fratelli Musulmani e i radicali di El Sharia. L’Italia sta a guardare e non sa con chi schierarsi, mentre “alleggerisce” la sua presenza oggi rappresentata dalla sola ENI.

E’ il Grande Disordine che avanza e che continua a inghiottire paesi e popoli. E’ l’incapacità per chiunque di esercitare un qualsiasi ruolo di stabilizzatore internazionale. Sono i leader di basso profilo delle ex-potenze globali che non riescono nemmeno a tutelare i propri interessi. E’ la fine dell’illusione di un unilateralismo a stelle e strisce che avrebbe potuto sostituirsi al bipolarismo della Guerra Fredda. La Libia si aggiunge quindi al sempre più lungo elenco di paesi esplosi negli ultimi anni: Somalia, Afghanistan, Iraq, Siria, Sudan ai quali si aggiungono quelli che rischiano di esplodere, come l’Ucraina o il Libano, o quelli che si trascinano senza soluzione di continuità in confitti antichi come Israele e Palestina.

Davanti a questo scenario è chiaro che mancano le due condizioni primordiali perché si possa trovare la famosa “via politica” alla ricomposizione del quadro internazionale. La prima mancanza è quella delle istituzioni del diritto internazionale, sempre meno considerate e praticamente archiviate, la seconda quella della dialettica tra le  “potenze”, ormai ridotta a reciproci e squalidi tentativi di furto di segreti industriali. Si aprono invece vaste praterie per piccole forze irregolari, possiamo continuare pure a chiamarli “terroristi” ma sapendo però che questo termine non spiega nulla, anche se spesso ricche di risorse, che vogliano tentare il grande salto. Il fatto che gruppi di predoni farneticanti come quelli dell’ISIL sirio-iracheno o le tribù in arme libiche potessero aspirare, e forse riuscire, a controllare interi paesi, fino a poco tempo fa sarebbe stato pura fantapolitica. Oggi è invece possibile, e i famosi “poteri  forti” dell’economia mondiale (si legga petrolio e gas) se prima foraggiavano i Gheddafi o i Saddam Hussein, non hanno problemi oggi a foraggiare i tagliagole del califfato. La differenza sostanziale è che i primi garantivano uno Stato coeso che in ultima istanza partecipava al balletto delle nazioni. Queste bande che provano ad occupare il vuoto lasciato dai geniali strateghi occidentali, aldilà che sappiano cosa c’è oltre i confini dei loro territori, sono imprevedibili da tutti i punti di vista. La fine dell’equilibrio della Guerra Fredda in Medio Oriente rischia di ricacciare nel più buio medioevo intere società e categorie particolari, come le donne. La cartina di tornasole della cultura politica dell’islamismo salafita, oggi in veloce crescita sullo scenario mediorientale, è proprio la questione femminile. Le donne sono sempre state il bersaglio prediletto della cultura fascista, della quale i gruppi islamisti radicali in armi sono i novelli esponenti.

 

Alfredo Somoza

 

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