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Ieri, 27 luglio 2014, l’ambasciatrice statunitense in Libia Deborah Jones, ha deciso l’evacuazione della sua ambasciata a Tripoli. Una lunga carovana di centinaia di mezzi sta trasportando documenti, armi e persone verso il confine con la Tunisia. Con questo esodo diplomatico si conclude una delle più maldestre operazioni di “polizia internazionale” degli ultimi decenni. Con l’alibi di sostenere la rivolta di Bengasi del febbraio 2011, l’ex presidente francese Sarkozy e il premier britannico Camerun riuscirono a trascinare gli Stati Uniti in un’operazione militare nella quale non erano previsti truppe sul terreno, ma operazione di intelligence, armi ai ribelli e soprattutto bombardamenti. A Sarkozy serviva in realtà un recupero di immagine, piuttosto appannata dal ciclone delle primavere arabe che aveva appena spazzato via il protetto Ben Alì in Tunisia. All’allegra brigata, che agì con copertura giuridica ONU, si aggiunse senza arte ne parte, l’Italia berlusconiana alleata indiscussa di Gheddafi fino a 5 minuti prima. Il resto è storia conosciuta, la caduta del regime del rais e la sua fine fisica, il riciclaggio dei suoi funzionari in improbabili governi di transizione, la balcanizzazione del paese e lo sbarco incontenibile dell’islamismo radicale. Oggi la Libia, così come l’abbiamo conosciuta, non esiste più, è solo un aggregato sulla mappa, un paese esploso. In questa nuova palude gli Stati Uniti avevano già perso il loro console generale a Bengasi Chris Stevens mettendo in seria crisi Hillary Clinton. Lo scenario che si apre per l’ex colonia italiana, importante fornitrice di gas del nostro paese, è di una nuova guerra intestina per il controllo di brandelli di territorio. Un territorio che però fa ancora gola. La Turchia di Erdogan conduce qui una politica spericolata, come a Gaza peraltro. Insieme al Qatar sono schierati con i movimenti islamisti radicali e ripagati da commesse miliardarie sugli idrocarburi locali. Arabia Saudita e gli Emirati del golfo sostengono invece, insieme agli egiziani, le forze anti-islamiste che si battono contro i Fratelli Musulmani e i radicali di El Sharia. L’Italia sta a guardare e non sa con chi schierarsi, mentre “alleggerisce” la sua presenza oggi rappresentata dalla sola ENI.

E’ il Grande Disordine che avanza e che continua a inghiottire paesi e popoli. E’ l’incapacità per chiunque di esercitare un qualsiasi ruolo di stabilizzatore internazionale. Sono i leader di basso profilo delle ex-potenze globali che non riescono nemmeno a tutelare i propri interessi. E’ la fine dell’illusione di un unilateralismo a stelle e strisce che avrebbe potuto sostituirsi al bipolarismo della Guerra Fredda. La Libia si aggiunge quindi al sempre più lungo elenco di paesi esplosi negli ultimi anni: Somalia, Afghanistan, Iraq, Siria, Sudan ai quali si aggiungono quelli che rischiano di esplodere, come l’Ucraina o il Libano, o quelli che si trascinano senza soluzione di continuità in confitti antichi come Israele e Palestina.

Davanti a questo scenario è chiaro che mancano le due condizioni primordiali perché si possa trovare la famosa “via politica” alla ricomposizione del quadro internazionale. La prima mancanza è quella delle istituzioni del diritto internazionale, sempre meno considerate e praticamente archiviate, la seconda quella della dialettica tra le  “potenze”, ormai ridotta a reciproci e squalidi tentativi di furto di segreti industriali. Si aprono invece vaste praterie per piccole forze irregolari, possiamo continuare pure a chiamarli “terroristi” ma sapendo però che questo termine non spiega nulla, anche se spesso ricche di risorse, che vogliano tentare il grande salto. Il fatto che gruppi di predoni farneticanti come quelli dell’ISIL sirio-iracheno o le tribù in arme libiche potessero aspirare, e forse riuscire, a controllare interi paesi, fino a poco tempo fa sarebbe stato pura fantapolitica. Oggi è invece possibile, e i famosi “poteri  forti” dell’economia mondiale (si legga petrolio e gas) se prima foraggiavano i Gheddafi o i Saddam Hussein, non hanno problemi oggi a foraggiare i tagliagole del califfato. La differenza sostanziale è che i primi garantivano uno Stato coeso che in ultima istanza partecipava al balletto delle nazioni. Queste bande che provano ad occupare il vuoto lasciato dai geniali strateghi occidentali, aldilà che sappiano cosa c’è oltre i confini dei loro territori, sono imprevedibili da tutti i punti di vista. La fine dell’equilibrio della Guerra Fredda in Medio Oriente rischia di ricacciare nel più buio medioevo intere società e categorie particolari, come le donne. La cartina di tornasole della cultura politica dell’islamismo salafita, oggi in veloce crescita sullo scenario mediorientale, è proprio la questione femminile. Le donne sono sempre state il bersaglio prediletto della cultura fascista, della quale i gruppi islamisti radicali in armi sono i novelli esponenti.

 

Alfredo Somoza

 

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Mentre la comunità degli Stati fatica, rallenta e si ferma, dilatando i termini di entrata in vigore degli accordi, c’è chi invece viaggia spedito. Il fenomeno del cambiamento climatico, come ormai accertato dalla comunità scientifica internazionale, è generato da diversi fattori, in parte riconducibili ai cicli del pianeta e in parte dovuti alle attività umane. Prima tra tutte, la combustione delle fonti energetiche di origine fossile – carbone, petrolio e gas naturale – che liberano nell’atmosfera CO2 e altri “gas serra”.

Il cambiamento climatico in corso, con l’aumento della temperatura media mondiale, ha tra gli altri effetti quello dello scioglimento dei ghiacci polari. Dal 2011 il Mar Glaciale Artico, dove si trova il Polo Nord magnetico, è navigabile durante l’estate: grazie a questa novità, in sé negativa, si è scatenata una nuova caccia all’oro nero. La Norvegia, confinante con queste acque fino a ieri sigillate dai ghiacci, sta per stanziare una cifra miliardaria per trasportare sulla terraferma il petrolio che dovrebbe essere estratto dai fondali del mare di Barents, una delle zone più promettenti. Il consorzio formato dalla compagnia statale norvegese Statoil insieme alla connazionale Peroro e all’italiana ENI prevede di pompare 200mila barili al giorno da trasportare con un oleodotto lungo 300 chilometri fino a Goliat, il maxi deposito di gas e petrolio progettato e costruito dall’ENI. Entro quest’estate la Norvegia rilascerà 86 nuove licenze di trivellazione, 72 delle quali proprio nel Mare di Barents.

Difficilmente gli altri Stati che si affacciano sul Mar Glaciale Artico rimarranno a guardare. Si calcola che sotto le acque liberate dai ghiacci si celi un quinto delle riserve petrolifere ancora esistenti al mondo. A breve le rivendicazioni sulla sovranità di queste ricchezze potrebbero creare conflittualità, e questo perché in passato, dato il poco o nullo interesse economico, le delimitazioni delle aree di pertinenza dei diversi Paesi sono state molto vaghe. C’è anche un fronte americano che riguarda questa corsa al petrolio artico: la società Shell sta trivellando in Alaska, ma ha dovuto rallentare i lavori per via delle condizioni meteorologiche non proprio ideali. Le prospezioni parlano di ingenti riserve anche sotto la baia di Baffin, tra la Groenlandia e il Canada, e al largo delle coste russe. Anche la Danimarca, in quanto potenza di riferimento per la Groenlandia, si prenota per la corsa.

Si va delineando, insomma, una nuova opportunità per ribadire la dipendenza della nostra economia dal petrolio e dal gas. Stavolta saranno estratti da terre che fino a ieri, nelle intenzioni di tutti, erano destinate a rimanere intatte in quanto Patrimonio dell’Umanità. Investimenti miliardari che avrebbero potuto essere dirottati verso la ricerca di fonti alternative di energia, risorse sostenibili e rinnovabili.

È una doppia sconfitta per chi da decenni si batte affinché la riduzione dei danni provocati dal cambiamento climatico coincida con una nuova politica energetica che potenzi l’autoproduzione, le fonti rinnovabili e la tutela ambientale. Quando, per “andare avanti”, si arriva a pompare petrolio perfino dal Polo e si fratturano idraulicamente le rocce a oltre tremila metri di profondità per ricavare gas, è evidente che si sta entrando nella fase di agonia di un modello di sviluppo basato sulla disponibilità di fonti energetiche fossili, da ricavare a qualunque prezzo. La domanda da porsi è se domani le cose cambieranno a causa dell’esaurimento definitivo degli idrocarburi o per l’impatto drammatico di queste scelte sull’ambiente: in ogni caso, il prezzo da pagare sarà sicuramente molto alto.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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