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Molto si è scritto e dibattuto negli ultimi decenni sulla cosiddetta oil diplomacy, cioè sulla politica estera, soprattutto degli Stati Uniti, imperniata sul bisogno vitale di garantirsi il rifornimento di greggio. Il nemico storico di questi interessi è stato il cartello dei Paesi produttori di petrolio, l’Opec, organizzazione nata negli anni ’60 sulla spinta terzomondista del movimento dei non allineati. L’Opec, che garantisce il 42% del mercato mondiale, controllando le quote di estrazione di greggio dei Paesi membri è riuscita per lunghi periodi a mantenere alti i prezzi del petrolio grazie a una politica di “cartello”.

Nel corso degli anni l’organizzazione ha subito duri colpi, soprattutto da quando gli USA controllano di fatto l’Iraq e la Libia, oltre alla politica petrolifera dell’Arabia Saudita. L’ultimo uomo forte dei Paesi Opec, il venezuelano Hugo Chávez, è deceduto da poco. Gli Stati Uniti, non solo per l’Opec, pagano un prezzo altissimo per garantirsi il greggio: la politica mediorientale è il fulcro della diplomazia a stelle e strisce e la principale voce di spesa nel budget militare. In prospettiva però questa situazione potrebbe cambiare.

La velocità con la quale sta aumentando l’estrazione di shale-oil (il petrolio ottenuto da scisti bituminose) negli USA e l’estrazione delle sabbie bituminose canadesi, infatti, potrebbero ridurre fino a cancellare la storica dipendenza energetica di Washington. Si calcola che già nei prossimi tre anni Canada e Stati Uniti potrebbero soddisfare da soli il 40% della domanda interna di energia fossile. E per il 2020 si ipotizza che i principali produttori di greggio saranno proprio gli Stati Uniti, sorpassando l’Arabia Saudita. Non a caso i future sul petrolio con scadenza 2017 quotano il barile di greggio 90 dollari, dieci sotto la soglia psicologica dei 100 dollari.

Vista la riduzione del bisogno di greggio estero, gli USA potrebbero limitarsi ad acquistare petrolio dai Paesi non membri dell’Opec a prezzi inferiori, innescando una corsa al ribasso del prezzo. Una delle ultime armi in mano all’Opec è ridurre da subito il livello di estrazione, ma in questa fase di crisi sarà difficile che riescano a raggiungere un accordo. Questo inaspettato sviluppo del mercato energetico statunitense avrà pesanti ripercussioni sulla geopolitica del Medio Oriente. Quando il principale motivo della sua strategicità si ridimensionerà, questa regione scenderà inevitabilmente nella scala degli interessi delle potenze.

Dal crollo dell’Impero Ottomano e degli imperi coloniali europei, il Medio Oriente non ha mai vissuto lunghi periodi di pace ed è sempre stato oggetto di tentativi, falliti o riusciti, di destabilizzarne lo scenario politico. E ha visto prosperare oligarchie legittimate solo dalla loro fedeltà alla potenza di turno, a discapito dei popoli governati. La primavera araba, che si è manifestata con più virulenza nei Paesi senza ricchezza petrolifera, si è fatta sentire timidamente anche in qualche petro-Stato. Potrebbe essere solo l’inizio di un capovolgimento dell’intera area, quando le potenze che attualmente, e maldestramente, ne garantiscono la stabilità avranno altre priorità.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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 La tornata referendaria insegna un sacco di cose che parevano, almeno in Italia, soltanto teoria. Ha ragione Di Pietro quando dice che non c’è un collegamento diretto tra voto e partiti. E questo perché, per la prima volta in decenni, è evidente come alcuni temi sono veramente trasversali alle scelte partitiche dei cittadini. L’ultimo esempio di questo tipo?: il precedente referendum sul nucleare e quelli su divorzio e aborto. Perché non c’è un particolare collegamento con i partiti’? Per il semplice fatto che, oltre a piccole forze come SEL e IDV, i “grandi partiti” del centrosinistra e del centrodestra su questi temi avevano posizioni contrarie al sentire popolare oppure contraddittorie. Ci ricordiamo chi aveva raccolto le firme? Ecco, non sono gli stessi che hanno festeggiato, erano molti di meno. Questa vittoria referendaria è invece il trionfo dei movimenti ambientalisti, di impegno sociale, degli eredi di Genova e dei Forum Sociali, dei GAS, dei boy scouts, di P. Zanotelli e del forum per l’Acqua.. Energia e acqua, due principi della vita. L’anima del “creato “per i credenti, l’essenza della vita per tutti. E quando la posta in gioco è di questo calibro, non ci sono distingui politici né partiti che tengano. Altro dato inequivocabile dell’essenzialità dei temi in discussione è stato il risultato dei “no” espressi, il più basso della storia tra i referendum che hanno raggiunto il quorum. Cosa sarebbe successo se gli elettori all’estero fossero stati informati e non ignorati? Se la televisione di Stato avesse assolto il suo ruolo di servizio pubblico? Se non si fossero utilizzati tutti i trucchi e i trucchetti perché non si sapesse cosa si votava, come e quando? In un paese normale, sicuramente la percentuale dei votanti e dei sì sarebbe stata ancora più massiccia e trasversale. Non ho toccato il tema del giusto impedimento perché, contrariamente a quanto detto da Travaglio nella diretta della 7, penso che sia stato ininfluente per il raggiungimento del quorum. Su quel voto, se fosse stato presentato da solo, gli elettori di centrodestra avrebbero fatto quadrato come in passato, cosa che invece non è funzionato perché il quesito era trainato dagli altri due. Allora, se acqua e energia sono temi così vitali da sparigliare gli schieramenti, e in ambedue i casi la proposta era quella dei movimenti e, allargando il campo visivo con molta cautela del centrosinistra, perché non si parte proprio da qui per definire una piattaforma di riforme e di riconversione della società che diventi infine piattaforma per le prossime Politiche? La grande riscossa dei partiti popolari in America Latina partì proprio da questi punti. In Bolivia, oggi governata da un sindacalista indio, la popolazione di Cochabamba si ribellò alla privatizzazione dell’acqua nel 2000 e questo fu l’inizio della critica al neoliberismo, alla precarietà del lavoro e alla svendita del patrimonio pubblico che erano stati assunti come dogma. Noi ci arriviamo nel 2011, ma la cosa importante è che si riesca a cogliere questa forza inedita irradiata dai referendum per farla diventare buona politica, rivisitazione delle peggiori pagine della politica di centrosinistra e di centrodestra degli ultimi anni. Quando prima o poi avverrà la fine del berlusconismo, sapremo raccogliere questo segnale e avremo concordato come vorremo fare perché l’acqua rimanga pubblica, ma gli acquedotti funzionino bene e non siano fonte di corruzione? Riusciremo a spiegare che non vogliamo il nucleare perché abbiamo un piano credibile per le rinnovabili? Ci metteremo d’accordo perchè il lavoro precario torni ad essere una scelta a favore di chi ha bisogno di tempo per altre cose e non più una condanna a vita. Troveremo la quadra tra gli impegni con l’Europa e il rilancio dell’economia, risparmiando sul costo dello Stato perché faremo delle scelte anche in materie tabù come la Difesa? Devono essere questi i punti dai quali partire invece di passare le giornate a fare le somme aritmetiche tra le forze del centrosinistra e del Centro illudendosi che basti. C’è sete di politica vera, di sciogliere i nodi che oggi fanno vedere il futuro sulla gamma del grigio. Chi saprà dare risposte concrete a questo bisogno sarà già a metà strada.