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Il boicottaggio di un Paese è sempre questione delicata. Spesso si rischia di farne ricadere le conseguenze su una popolazione già sofferente, togliendole risorse garantite dai rapporti con il resto del mondo. Proprio questo è il principale problema quando si parla di boicottare le attività turistiche, consigliando ai viaggiatori di non recarsi in un determinato luogo. Il turismo genera un grande indotto, che in molti Paesi si spalma su diversi settori della società. Non soltanto sui grandi tour operator o sulle catene alberghiere internazionali, ma su tutta la ragnatela di fornitori di servizi, sull’impiego e sui piccoli imprenditori, spesso a dimensione familiare.

Nella storia del turismo l’unico boicottaggio riuscito è stato quello contro il Myanmar dei generali nei primi anni ’90. Erano gli anni in cui Aung San Suu Kyi era agli arresti e l’opposizione birmana si appellava alla società civile mondiale chiedendo di rimandare i viaggi nel Paese fino al ritorno alla democrazia. Si organizzò un cartello mondiale al motto di “Boycott Bhurma”, molto forte nel Nord Europa e nel Regno Unito. In Italia, l’Associazione Italiana Turismo Responsabile aderì a quella campagna lanciando un appello ai tour operator nostrani perché sospendessero le attività programmate nel Paese asiatico. Perché tutto ciò accadde proprio con il Myanmar? Perché nell’ex Birmania il connubio tra dittatura e turismo era solidissimo. Con lo slogan “Visit Myanmar” la dittatura aveva aperto le frontiere del Paese in modo che i viaggiatori potessero “verificare” che tutto era normale. Le strutture ricettive e le infrastrutture dei trasporti destinati ai turisti, tra cui la linea ferroviaria Yangon-Mandalay, furono costruiti anche con il lavoro forzato dei detenuti politici e le proprietà degli alberghi-casinò erano intestate a prestanome dei generali. Non si poteva circolare liberamente, i turisti erano costantemente sorvegliati dagli agenti dei servizi ed era vietato parlare con la popolazione locale. Non esisteva nessuna possibilità di praticare un turismo che non fosse quello preconfezionato dai militari. Non c’erano dubbi di nessun tipo, dunque, sul fatto che in Myanmar il turismo fosse solo una vetrina per ripulire i crimini della giunta militare e che da questo comparto la popolazione non ricavasse alcunché.

La storia successiva è nota, il Myanmar è tornato parzialmente alla democrazia ma sotto la tutela dei militari, e ancora oggi ci sono gravi problemi per quanto riguarda il rispetto dei diritti delle minoranze etnico-religiose. Il boicottaggio al turismo servì soprattutto a fare informazione, a far sapere in tutto il mondo che quel regime, che non era sotto i riflettori dei media, stava opprimendo un popolo.

Oggi nel Mediterraneo si pone una questione che potrebbe riaprire il dibattito. In Egitto governa una giunta presieduta dal generale Abdel Fattah al-Sisi, proveniente dai servizi di intelligence dell’esercito, già comandante in capo delle forze armate e diventato presidente della Repubblica a seguito del colpo di Stato che nel 2013 rovesciò il primo e unico presidente eletto democraticamente nella storia del Paese: Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani. Repressione, torture, condanne capitali, oppositori veri o presunti scomparsi nel nulla: è questo il saldo di questi anni in cui, però, al-Sisi si è affermato come un “alleato affidabile” dell’Occidente, nella logica della lotta all’integralismo islamico. Nessuna libertà di stampa, utilizzo massiccio della pena di morte, “corsie preferenziali” nei tribunali per i delitti collegati al terrorismo, ma anche per i procedimenti contro gli oppositori, sono alcuni dei suoi “meriti”. Nel 2016, negli ingranaggi della macchina repressiva egiziana è finito il giovane ricercatore italiano Giulio Regeni, che stava studiando l’attività dei sindacati indipendenti egiziani e indagava sulle condizioni di vita dei venditori ambulanti del Cairo. L’inchiesta giudiziaria recentemente conclusa dalla Procura di Roma ha appurato con certezza che Regeni fu sequestrato, torturato barbaramente e ucciso dai servizi segreti militari che dipendono direttamente dal governo del Cairo. Un altro giovane, Patrick Zaki, dottorando egiziano all’Università di Bologna, si trova ancora in prigione, in regime di “carcerazione preventiva” dallo scorso mese di febbraio, quando rientrò nel suo Paese per far visita alla famiglia. Patrick avrebbe pubblicato sul suo profilo Facebook critiche al governo, e tra le sue “colpe” ci sarebbe anche l’aver scritto una tesi di laurea sul tema dell’omosessualità.

In tempi di lockdown, l’Egitto come tutti i Paesi del Mediterraneo resta chiuso e la sua importante industria turistica è ferma. Si tratta di un turismo basato soprattutto sui grandi resort internazionali affacciati sul Mar Rosso e sulla crocieristica lungo il Nilo: in tempi “normali”, nel complesso il Paese riceve quasi 15 milioni di turisti all’anno e il settore genera circa l’11% del PIL nazionale. Ma in Egitto il turismo produce solo occupazione, mentre il grosso dei profitti vola verso l’estero. Nella crocieristica ad esempio, come evidenziato da una ricerca condotta da Renzo Garrone qualche anno fa, prevale il lavoro non retribuito e si vive delle mance lasciate dai turisti.

C’è da scommettere che, non appena le condizioni sanitarie lo permetteranno, l’Egitto rilancerà il settore e non solo per motivi economici. Il turismo servirà anche a far dimenticare le macroscopiche violazioni dei diritti dell’uomo e le tensioni che si sono create soprattutto con l’Italia. In questi giorni Corrado Augias, Sergio Cofferati, Luciana Castellina e altre personalità italiane che in passato sono state insignite dalla Legion d’Onore francese hanno restituito l’onorificenza, perché la stessa decorazione è stata conferita dall’Eliseo al dittatore al-Sisi. È stato un gesto forte e coraggioso che in Francia ha fatto molto discutere. Non si tratta soltanto del destino tragico di un cittadino italiano ma della difesa della democrazia, in pericolo non solo per via dello jihadismo ma anche, e da più tempo, a causa dei militari che agiscono contro i loro popoli in nome e per conto di pseudo-interessi strategici. 

Perciò il boicottaggio, o anche solo l’informazione rivolta ai turisti, che spieghi quale Egitto stanno andando a visitare, è più utile che mai. Non saranno i viaggiatori a cambiare il destino del Paese, questo è chiaro. Ma potrebbero dare un segnale forte al regime scegliendo altre destinazioni dove invece si lotta per salvaguardare la democrazia in pericolo, come la Tunisia. Anche se non si riuscirà a incidere direttamente, almeno si diffonderà la conoscenza del vero volto di una dittatura che per molti Stati è “amica”.

Pensiamoci. 

 

La tragedia della follia sfiorata a San Donato Milanese è stata abbondantemente sfruttata a fine propagandistici da chi è riuscito a fare passare una nuova categorizzazione del terrorismo e dei gesti folli. Se l’attentatore, come Luca Traini o il killer della Nuova Zelanda, uccidono in nome del suprematismo bianco contro la cosiddetta “sostituzione etnica”, allora si tratta di un gesto individuale, sicuramente dettato dalla follia. Se invece il criminale è di origini migratorie, anche se di seconda o terza generazione, allora il suo gesto è una caratteristica della sua etnia e/o nazionalità e/o religione. Frasi tipo “è un gesto folle, però…” oppure, “terremo alta la guardia, per noi resta prioritario il terrorismo islamico”, dopo l’uccisione di 49 musulmani in preghiera svelano appunto questa logica. Il terrorismo islamico è un fenomeno che potenzialmente coinvolge due miliardi di musulmani, il terrorismo bianco, come dice Trump, “è frutto di un pugno di persone cattive”.  Insomma, Luca Traini è un pazzo, Ousseynou Sy, nato in Francia quindi francese e cittadino italiano acquisito, è un “senegalese”, cioè rappresenta una nazionalità che collettivamente è responsabile dell’attentato. Questo perché la narrazione suprematista e sovranista ha bisogno di una linearità binaria, tutto il bene di qua, tutto il male di là. Se uno dei “nostri” sbaglia, è un caso isolato, un “pazzo”, se uno dei loro sbaglia, ecco che il suo gesto rappresenta la negatività complessiva della sua etnia. Ma il racconto si è inceppato dopo poche ore dei fatti di San Donato, quando si è scoperto che due dei tre “piccoli eroi” della tragedia sfiorata si chiamano Adam e Rami, figli di genitori marocchini e egiziani, nati in Italia ma non italiani. E quando i genitori hanno approfittato delle telecamere per chiedere la cittadinanza per i figli è calato il gelo sulla vicenda. Allo sbrigativo “vedremo” di Salvini si è aggiunto il “non è un tema presente nel contratto di governo e comunque va affrontato in Europa nel quadro della cittadinanza europea “ di  Di Maio. Peccato che questa sia una fake news perché non esiste ne è allo studio nessuna ipotesi di “cittadinanza europea”, questione che resta assolutamente di responsabilità dei singoli paesi membri. Lo ius soli può aspettare dunque, e i bambini se verranno “graziati” dal Presidente della repubblica lo saranno perché “eroi” e non perché nati in Italia.

Diciamo però due cose sul tormentato tema dello ius soli, che in Italia contrariamente a quanto dice e pensa la maggior parte della stampa e dell’opinione pubblica esiste da quando è stata sancita la nuova legge sulla cittadinanza nel 1992. Chi nasce in Italia e risiede continuativamente fino al diciottesimo anno ha il diritto di chiedere la cittadinanza italiana fino al compimento del diciannovesimo anno. Ha cioè solo 12 mesi per esercitare un diritto. Ed è questo il punto centrale, lo ius soli esiste ma è discriminatorio di chi nasce in Italia, nel senso che uno straniero residente in Italia ha diritto a chiedere la cittadinanza dopo soli 10 anni, mentre chi invece è nato qui deve aspettare 18. La media europea per il conferimento della cittadinanza ius soli è di circa 6 anni, cioè coincide grosso modo con l’inizio del percorso scolastico e quindi della vita sociale del bambino. Nel Continente americano è invece automatico alla nascita.

Con la vicenda di Rami e Adam l’aggiornamento dello ius soli a criteri e tempistiche di civiltà è tornato a sfiorare la comunicazione, ma solo per un secondo. I bambini nati in Italia dovranno ancora a lungo sentirsi stranieri fino a maggiore età e non potranno ad esempio fare un semestre o anno all’estero alle superiori, come migliaia di bambini italiani, perché perderebbero la continuità della residenza. Ma si ricordino Salvini e Di Maio che comunque, per quanto la legge di cittadinanza italiana sia una legge pessima e che vada senz’altro riformata, quei bambini ce la faranno a diventare cittadini come tutti i nati in Italia. E un giorno voteranno.

 

Foto LaPresse – Mourad Balti Touati
21/02/2017 Milano (Ita) – Piazza Scala
Cronaca
Flash mob a sostegno dello Ius Soli, organizzato da Italia sono anch’io e Italiani senza Cittadinanza
Nella foto: il flash mob

Umberto Eco è stato il più grande analista, nei suoi saggi e attraverso i suoi romanzi, delle bufale costruite ad arte per essere usate come strumento di lotta politica. O peggio, per giustificare la discriminazione e l’eliminazione di minoranze etniche o religiose. Nel suo romanzo Il cimitero di Praga svelava la trama ideata dalla polizia segreta dello zar di Russia per creare consenso attorno ai pogrom contro gli ebrei, basata sui Protocolli dei Savi di Sion. Clamoroso falso storico, i Protocolli raccontano che un gruppo di potenti banchieri ebrei si sarebbe riunito nella cittadina svizzera di Sion per condividere un piano allo scopo di conquistare il mondo. È la “teoria del complotto” che funestamente ha fatto più strada, citata anche da Adolf Hitler e, più recentemente, da un senatore italiano. Ma non è certo l’unica.

Oggi vanno per la maggiore altre due teorie complottiste: quella del Gruppo Bilderberg, secondo la quale massoni e banchieri si sarebbero dati un piano per dominare il mondo, e quella della sostituzione etnica, attribuita al filosofo austriaco Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, aristocratico paneuropeista vissuto tra il 1894 e il 1972. I complottisti hanno individuato negli scritti di Kalergi un passaggio che, secondo loro, nasconderebbe un piano finalizzato a sostituire la popolazione autoctona europea con immigrati africani e asiatici. Ovviamente si tratta di una lettura totalmente campata in aria del complesso lavoro del filosofo, che fu un attento osservatore della società dei suoi tempi. In nome della lotta a questa presunta “ideologia della sostituzione”, molto citata nell’ambito del cosiddetto sovranismo in Europa come negli Stati Uniti, si sono verificati diversi attacchi criminali contro immigrati non bianchi e di religione islamica. È il caso della recente strage di Christchurch, in Nuova Zelanda. Ma la lotta contro il piano Kalergi era anche una delle “motivazioni” del massacro di Utøya del 2011, in Norvegia, che fece 69 vittime tra i giovani militanti del Partito Laburista, considerato parte di quel fantomatico complotto.

Ma è possibile credere a un complotto che mira a sostituire la popolazione bianca con immigrati neri? È già ridicolo porre la domanda. Tuttavia, andando indietro nella storia, si possono trovare diversi casi, anche macroscopici, di sostituzione etnica. Furono compiuti nel lungo e drammatico processo di colonizzazione del mondo da parte delle potenze europee, a partire dal XV secolo, calpestando i diritti alla terra e alla vita di popolazioni native. Quello più clamoroso fu l’eliminazione delle popolazioni autoctone delle Americhe, “sostituite” da coloni bianchi e schiavi africani. Non meno importante fu la colonizzazione britannica dell’Australia e della Nuova Zelanda: le popolazioni aborigene e polinesiane furono private dei diritti, espropriate della loro terra  e spesso ridotte demograficamente ai minimi termini da milioni di coloni portati dall’Europa. Ed è questo il paradosso del piano Kalergi: il gruppo  umano che oggi combatte anche attraverso le stragi l’idea di una sostituzione etnica, cioè i bianchi di origine europea, discende da coloro che si sono macchiati delle più massicce e violente sostituzioni etniche della storia.

A differenza di quanto accade nel caso del fondamentalismo religioso, qui non esiste quel fossato ideologico che separa le minoranze criminali dalle istituzioni e dalla massa dei fedeli. Terroristi e rispettabili politici che citano il piano Kalergi credono esattamente nelle stesse cose. E questo si può facilmente constatare nelle dichiarazioni dei politici sovranisti, dal Senato australiano fino al Viminale a Roma, che davanti alla strage in Nuova Zelanda hanno affermato che il rischio reale resta sempre l’integralismo islamico. Questo accade perché il complottismo è stato sdoganato come ideologia: nessun fatto di sangue può modificare la narrazione che vede tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Questa lettura binaria della realtà, che da sempre serve da collante ai terroristi, diventa pericolosissima quando viene adottata dalla politica, perché giustifica, minimizza, derubrica fatti di enorme gravità, creando addirittura consenso sociale verso chi uccide.

Oggi avremmo bisogno di tanti intellettuali come Umberto Eco per spiegare il riproporsi di un meccanismo che, partendo da fatti inesistenti, ha generato nel secolo scorso ideologie responsabili dello sterminio di milioni di persone. Davanti alle bufale che veicolano la negazione della vita umana, nessuna giustificazione va accettata e nessun ragionamento può essere condiviso.

 

La tragedia del Boeing dell’Ethiopian Airlines precipitato ad Addis Abeba ha obbligato le fabbriche della disinformazione a stabilire una tregua nell’attacco alle Ong. La morte degli otto italiani quasi tutti impegnati nella solidarietà internazionale ha ricordato all’opinione pubblica che, malgrado le polemiche e la delegittimazione ai danni delle organizzazioni non governative, le stesse continuano a operare per costruire percorsi virtuosi per l’uscita dalla povertà, per combattere il cambiamento climatico, assistere e integrare i migranti, costruire modelli di sviluppo sostenibile. Così fanno da oltre 50 anni, spesso anticipando soluzioni destinate a essere riprese dalla comunità internazionale e dal mercato, che si tratti di tecnologie appropriate ai diversi contesti, del microcredito, del commercio equo e solidale o del risparmio energetico. E lo stesso si può dire per i valori, a partire dalla salvaguardia dei diritti di donne, bambini, minoranze etniche e religiose.

Storicamente sono state queste intuizioni, insieme al lavoro delle persone impegnate sul campo, spesso a rischio della propria incolumità, a far guadagnare alle Ong il rispetto di cui hanno sempre goduto. La cultura non governativa si è rafforzata e ha influenzato il dibattito multilaterale sui temi globali, con l’elaborazione di nuove strategie, la preparazione di report indipendenti e di statistiche utili per chi vuole capire i grandi problemi del presente e del futuro. È stata apprezzata per l’approccio pragmatico, che facilita il confronto – anche polemico – con la politica per raggiungere obiettivi ambiziosi. Ma negli ultimi tempi qualcosa si è inceppato. L’agenda delle Ong ha cominciato a essere criticata nei Paesi in cui si verificavano virate verso il totalitarismo. Dalla Russia di Putin alla Turchia di Erdogan, passando per il Messico dei narcos e le Filippine di Duterte, le organizzazioni non governative hanno cominciato a dare fastidio, e molto. Libertà di stampa, diritto alla difesa di fronte alla giustizia, diritti delle donne e delle minoranze sono diventati temi tabù in Stati governati col pugno di ferro.

Ma non solo. Anche nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti l’assistenza dei richiedenti asilo e la difesa dei loro diritti, l’impegno per una società integrata e inclusiva diventavano sempre più caldi. Nell’Italia gialloverde, nell’Ungheria di Viktor Orbán, negli Stati Uniti di Donald Trump. E si arriva quindi alle campagne mediatiche sui social in cui si equiparano le Ong ai trafficanti di persone, ai nuovi schiavisti, alle mafie. Una campagna di menzogne e veleni che un risultato concreto lo ha ottenuto: il calo delle donazioni dei cittadini, testimonianza del fatto che è stato raggiunto l’obiettivo di infrangere quell’immagine positiva costruita negli anni.

Ma la tragica scomparsa di Pilar Buzzetti, Virginia Chimenti, Paolo Dieci, Rosemary Mumbi, Matteo Ravasio, Carlo Spini e Gabriella Viggiani ci riporta oggi alla realtà. Stavano andando al vertice sui cambiamenti climatici dell’ONU, a verificare la costruzione di pozzi in Kenya e lo sviluppo di progetti in Somalia: ciascuno di loro era su quel volo maledetto per compiere una missione. Che non era quella dell’usurato, mai realizzato slogan “aiutiamoli a casa loro”, quanto piuttosto del “cooperiamo insieme per rendere il mondo migliore per tutti”. Perché la sfida dello sviluppo e della costruzione di una società globale più equa si affronta insieme, insegnando e imparando. È questa la filosofia delle Ong sotto attacco da parte di chi, invece, cerca consensi creando l’illusione che le sfide globali si possano risolvere chiudendosi, dividendosi, distinguendo sempre tra “noi” e “loro”.

Se le Ong sono finite alla gogna mediatica è perché non si sono mai piegate al potere. Il loro lavoro è la traduzione concreta delle aspirazioni di una parte importante della società civile e dell’opinione pubblica, che non sempre coincide con i governi. Quando, alla fine di questa ubriacatura che sta rendendo il mondo meno sicuro e più ingiusto, si cercheranno risposte, i principi delle Ong saranno gli unici rimasti sul tavolo: le sfide globali si risolvono con la cooperazione, non con il conflitto. E men che meno con le guerre tra i poveri.

 

Nella letteratura contemporanea c’è un connubio che si ripete nel tempo e che potrebbe lasciare perplesso il lettore superficiale: calcio e sinistra.  E questo perché oggi associamo quasi automaticamente il mondo del calcio al grande capitalismo e il tifo da stadio alla estrema destra razzista. Ma il calcio è sempre stato altro, fondamentalmente uno dei più luccicanti palcoscenici della riscossa sociale. Il fuoriclasse come la sublimazione plastica e quasi divina di un sentimento di rabbia e di ribellione. Non a caso questo filone nasce nel Rio de la Plata, con grandi scrittori come Osvaldo Soriano e Eduardo Galeano che hanno raccontato il calcio come la riscossa degli oppressi. Nel Pantheon degli idoli popolari di questo gioco inventato dagli inglesi e che arricchisce da un secolo la cultura popolare della civiltà latina moderna, non ci sono solo Maradona, Garrincha o Tabarez. C’è anche Massimo Palanca, Massimeddu, l’incredibile autore di tredici gol dalla bandierina. Una prodezza mai uguagliata che permisero al Catanzaro, anzi al Catanzharu, di avere i suoi 5 minuti di gloria in Serie A. Come poteva mancare questo prodigio del calcio nel racconto di una gioventù consumata negli anni ’70 nel cuore del “movimento” nella città calabrese?

Ettore Castagna ci fa partecipe dei suoi ricordi di quegli anni nei quali si viveva l’onda lunga del ’68 e dalle provocazioni e il bisogno di rottura si era passati alla concretizzazione legislativa e normativa di nuovi diritti. E Palanca cosa c’entra? Con i suoi 13 gol collega la massa di ricordi di scuola, di famiglia, di amicizia, di lotta, di sesso del giovane protagonista. Che non lo conosce però e che con lui non parla se non in un dialogo immaginario. Palanca è la dimostrazione che l’utopia è realizzabile, che le cose più folli, come segnare un gol dalla bandierina non sono solo possibili, ma che si possono ripetere quasi a volontà. Non è un calciatore, è un condottiero, un grande timoniere, è il Mao Zedong del calcio. Ed è qui che la storia diventa “sudamericana”, cioè segnata da una dimensione metafisica, folle e anarchica che mescola i piani. Cosa c’entra il calcio con la rivoluzione? Tutto e nulla, dipende da chi e come lo interpreta.

Castagna ci regala un affresco vivissimo di una periferia della periferia dove le idee del ’68 erano germogliate, ma lo sapevano soltanto i diretti protagonisti. Le immagini che ci tornano in mente del ’68 parigino, o dell’autonomo che alza la pistola contro la polizia a Milano sono sempre immagini delle grandi città, dei luoghi dove i movimenti si radicalizzano e si moltiplicano e soprattutto trovano chi li racconti. C’è una storia minore di lotte e di idee che viene poco esplorata. Di persone che sono “emigrate” alla ricerca della grande storia portandosi dietro però le piccole storie della provincia, spesso più autentiche. L’abbinamento tra Palanca e il Movimento del ’77 a Catanzaro non poteva che uscire dalla penna di un protagonista di queste lotte “minori”, a sua volta emigrato verso Nord.  Una storia inaspettata che si collega idealmente a lotte e sogni di mondi molto lontani, anche oltreoceano. A dimostrazione dell’universalità dei valori di libertà e anche dei valori del calcio quando diventa metafora di una vita migliore, dove le cose sono possibili. L’utopia diceva Galeano serve a camminare, a darci la direzione. Palanca aveva quel ruolo, con i suoi gol dalla bandierina ci dava un segnale chiaro, ci indicava che tutto è possibile. O almeno così ci sarebbe piaciuto che fosse.

 

Ettore Castagna

Tredici gol dalla bandierina

Collana: Velvet
Rubbettino Editore, 260 pg, 16 euro.

 

Sono ormai passati cinque anni da quel celebre “buonasera” con il quale il papa venuto dalla fine del mondo si presentò ai fedeli. Fin dall’inizio, il primo papa gesuita è stato un sorvegliato speciale da parte dei poteri forti che gravitano attorno al Vaticano. Prelati e laici conservatori che con Wojtyla e Ratzinger avevano governato la Chiesa con mano ferma. Una Chiesa che però rischiava il collasso, e questo non solo per l’emorragia di fedeli soprattutto nel continente più importante della sua geopolitica, l’America Latina, ma anche per via di intrighi di corte diventati destabilizzanti. In questo senso le dimissioni di Benedetto XVI non erano state un semplice campanello d’allarme, ma la sirena che chiamava i vigili del fuoco.

Jorge Mario Bergoglio, italiano per ius sanguinis e argentino per ius soli, era la persona giusta. Da una parte una figura da spendere in America Latina, dove il Vaticano ha infatti recuperato autorevolezza evangelica e presenza politica, partecipando al processo di pace in Colombia e alla distensione tra Stati Uniti e Cuba. Dall’altra un uomo in grado di mettere ordine in casa, a Roma, facilitato dal suo essere un esterno rispetto al mondo della curia vaticana. Se nel primo caso Bergoglio ha funzionato, e si registra infatti un ritorno di fedeli nelle chiese latinoamericane, la casa romana non è ancora in ordine. Alla fermezza dimostrata nella vicenda dello IOR, tornato a essere davvero la banca vaticana dopo decenni in cui è stata una banca corsara offshore, non ha fatto eco altrettanta fermezza su altri dossier scottanti, ad esempio quello sulla pedofilia.

Chi si aspettava grandi rivoluzioni dell’ordinamento canonico, come per il tema del celibato dei sacerdoti, finora è rimasto deluso. Bergoglio si è dimostrato per quello che è sempre stato: un conservatore in termini di dottrina. Papa Francesco ha guadagnato però credito con il suo “fare politica”, mai partitica e mai interferendo nella situazione interna di un Paese, Italia compresa. La sua enciclica Laudato Si’ sui temi ambientali è stata non solo originale e coraggiosa, ma la prima in assoluto dedicata dalla Chiesa all’argomento. Lo stesso vale per i suoi interventi riguardanti il lavoro, la globalizzazione e le migrazioni. Temi che fanno parte sia del bagaglio familiare di Bergoglio, in quanto figlio di italiani emigrati in Sudamerica alla ricerca di condizioni di vita più dignitose, sia del suo bagaglio politico, essendo stato in gioventù militante peronista. E poi la disponibilità ad ascoltare e a capire, il rispetto per la persona sofferente, anche quando ha fatto scelte contrarie alla morale cattolica. In definitiva, la misericordia spinta al limite del superamento dell’infallibilità, “chi sono io per giudicare” appunto.

Il gesuita Bergoglio ha poi portato il suo stile a Roma, e come diceva Umberto Eco, per capirlo bisogna conoscere la storia del Paraguay e delle missioni gesuitiche. Non era mai successo prima che un pontefice non dormisse e non mangiasse in Vaticano, né che disdegnasse qualsiasi forma di lusso o di esibizione di potere e ricchezza. L’ispirazione di Bergoglio è chiaramente il poverello di Assisi, che tra l’altro fu modello di fede per Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù, nel XVI secolo.

Il gusto per la politica e per la diplomazia è un’altra caratteristica del primo papa sudamericano. Nella sua agenda non c’è solo l’America Latina ma ci sono anche pace e conflitti, riconciliazione con la Chiesa ortodossa e il grande sogno di recarsi in Cina sulle orme del gesuita Matteo Ricci, che visse lunghi anni alla corte dell’imperatore a Pechino, tra il XVI e il XVII secolo.

La forza di Bergoglio è stata quella di resistere all’attacco concentrico di stampa, intellettuali, teologi e sacerdoti conservatori che hanno messo in discussione le sue conoscenze teologiche, il suo modo di governare, la sua sincerità. Un attacco al papa come non si registrava da deccenni. Ma la Chiesa di Bergoglio ha resistito, rendendo onore a quell’altra parte della storia di solito ignorata: una storia fatta di sacerdoti e arcivescovi assassinati, come il nuovo santo Oscar Romero, e di cristiani che si battono per il lavoro e per l’ambiente, o che chiedono giustizia per i propri figli scomparsi. È difficile prevedere quale sarà il bilancio finale di questo pontificato, ma una cosa è sicura: dopo Francesco molte cose saranno cambiate per sempre. Gesti, sensibilità, simboli, temi francescani che grazie al primo papa gesuita hanno avuto finalmente diritto di cittadinanza nella Chiesa non potranno mai più essere ignorati.

 

Come quando negli Stati Uniti si aprono gli archivi di Stato perché sono passati 25 anni dai fatti, e si possono leggere documenti che chiariscono passaggi importanti del recente passato, la pubblicazione del testamento del Venerabile Licio Gelli conferma molti fatti conosciuti, ma mai verificati in modo inequivocabile. La procura di Arezzo sta lavorando per capire quanti dei 63,5 milioni del patrimonio del capo della Loggia segreta Propaganda 2 siano riconducibili ad attività illecite. Ma al di là della congruenza fiscale tra quanto detenuto e quanto dichiarato, la tipologia e la disposizione dei beni parla chiaro. Il patrimonio di Licio Gelli segue quello che in Sud America viene chiamato  “il volo del Condor”. Non le cime delle Ande impervie, dove il più grande avvoltoio al mondo regna indisturbato, ma i paesi nei quali, negli anni ’70, si svolse la cosiddetta “Operazione Condor”. Un piano strategico-operativo ideato nel Cile di Pinochet per coordinare gli apparati repressivi delle dittature sudamericane, con lo scopo di potere perseguire gli oppositori senza limiti territoriali. Una messa in comune dell’intelligence e anche la concessione del permesso per gli apparati repressivi di un paese per potere operare all’estero. L’operazione Condor ovviamente nasceva sotto gli auspici di Washington, nella logica della Guerra Fredda, ma fu volenterosamente portata avanti in primis dai governi militari di Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Brasile e Bolivia. Paesi nei quali operavano vecchie conoscenze dell’internazionale nera. In Cile, i francesi reduci della Guerra di Algeri e i torturatori brasiliani, in Bolivia i nazisti come Klaus Barbie, il boia di Lione, o il terrorista nero Stefano Dalle Chiaie, indagato per Piazza Fontana. In Argentina invece la rete nera era gestita da un italiano, Licio Gelli, che aveva affiliato alla sua Loggia P2 il comandante della Marina, Ammiraglio Emilio Massera, e il capo del potente Primo Corpo dell’Esercito, Generale Guillermo Suarez Mason. Una rete preesistente alla Dittatura perché Gelli era stato uno dei manovratori del Peron degli ultimi anni. Una conoscenza che risaliva a molto tempo prima però, quando il giovane Gelli, dopo essere stato volontario fascista nella Guerra di Spagna, era a libro paga della CIA e collaborava con la ratline, la via dei topi, o meglio la via dei conventi. Una rete di “luoghi sicuri”, cioè di conventi, dove ustascia croati, fascisti italiani o gerarchi nazisti sostavano in attesa di scappare dall’Europa. Principale destinazione Buenos Aires, presidente dell’epoca Juan Domingo Peròn, pagamento dei lasciapassare in lingotti d’oro del tesoro nazista, gestore e uomo di fiducia, Licio Gelli. Quando verrà catturato in Svizzera ed estradato in Italia, Licio Gelli era ancora in possesso del passaporto diplomatico argentino, stampato nella fabbrica di documenti della dittatura allestita nel più grande lager del paese, la Escuela de Mecanica de la Armada, sotto la responsabilità dell’Ammiraglio Massera, tessera P2 n° 478.

Poi il mondo è cambiato, Gelli, che farà solo due mesi di galera in Italia, muore a 96 anni nel 2015 mentre molti degli scampati alla rete del condor, come l’uruguayano Mujica o la cilena Bachelet, diventeranno presidenti dei loro paesi. Ora l’apertura del testamento olografo di Lico Gelli ci riporta indietro nel tempo e sul luogo del delitto. Oltre alla famosa Villa Wanda ad Arezzo, il lascito del venerabile è composto da contanti, diamanti, lingotti d’oro e una sfilza di proprietà estere. Dove? In Paraguay 172.000 ettari di terreni agricoli, in Uruguay 12.000 ettari, in Brasile una fazenda con 2.000 ettari di ottimo terreno e in Argentina soli 30 ettari venduti nel 1987. Che siano state “mance” ottenute dei regimi, oppure investimenti per riciclare soldi sporchi, soprattutto proveniente dai traffici del suo sodale Umberto Ortolano, la vera mente della P2 che dall’Uruguay muoveva i fili finanziari dell’internazionale, oggi poco importa. Il testamento scritto a mano con grande precisione dal Venerabile Gelli conferma il ruolo che ha avuto nella guerra sporca combattuta in Sud America che si lascio dietro decine di migliaia di morti e scomparsi. I più acuti analisti pensano che l’interesse di Gelli per le vicende sudamericane fosse dovuto non solo ai traffici economici, ma anche al grande laboratorio che offrivano le dittature nel reprimere “scientificamente” l’opposizione. Un modello che avrebbe potuto essere importato in Europa in caso di bisogno. E questo perché l’Internazionale Nera è stata la mano segreta e criminale della Guerra Fredda, che aveva come confini il mondo intero.

 

Alfredo Somoza

 

La formula del franchising, in italiano “concessione” o “affiliazione commerciale”, nasce verso il 1930 nel mondo della ristorazione ed esplode negli anni ’50 con le catene di fast food statunitensi. Il gioco consiste nel far affermare un marchio commerciale sul mercato, per poi cedere “chiavi in mano” l’utilizzo dello stesso a imprenditori con capitali da investire. In realtà non si tratta soltanto dell’adozione del marchio, ma anche delle materie prime, degli standard di preparazione dei prodotti, dell’arredamento dei locali e delle divise dei dipendenti. Il franchisee paga una quota di affiliazione alla catena godendo in cambio di un ritorno di immagine basato sugli investimenti della casa madre in pubblicità, marketing, capacità produttiva.

Una delle imprese leader e pioniere di questo settore è McDonald’s, nata quasi cent’anni fa in California. Oggi è l’azienda di ristorazione fast food più grande al mondo, con un fatturato annuo di oltre 25 miliardi di dollari USA e oltre 400.000 addetti. Ma i ristoranti effettivamente posseduti e gestiti da McDonald’s sono solo una piccola percentuale rispetto a quelli gestiti da concessionari: negli Stati Uniti, appena il 10% dei 13.000 punti vendita. Ciò che era poco noto è che, negli anni, la catena ha acquistato o costruito molti dei locali in cui si è successivamente insediato un franchisee, il quale dunque non è solo un venditore di panini e patatine fritte griffati con il celebre marchio, ma anche un affittuario di McDonald’s. Un piccolo impero del mattone che pare renda più dell’attività gastronomica.

Non ci sarebbe nulla da eccepire se non fosse emerso che, in Europa, McDonald’s proporrebbe ai concessionari affitti in alcuni casi 10 volte più alti del prezzo di mercato. La voce degli affitti dei locali pesa all’incirca per il 65-70% sugli utili incassati dalla catena nel Vecchio Continente. Ciò svelerebbe il “mistero” della differenziazione di prezzo tra gli hamburger serviti nei locali gestiti direttamente da McDonald’s e quelli proposti nei locali in franchising, quasi sempre più cari. Questa situazione è stata denunciata da un pool di associazioni di tutela di consumatori italiane con il supporto dei sindacati, che hanno presentato un esposto contro la catena statunitense presso l’Antitrust europeo. Tali pratiche violerebbero infatti il principio della libera concorrenza e si configurerebbero come abuso di posizione dominante. I danneggiati da questa politica, secondo le associazioni dei consumatori, sarebbero sia i franchisee sia i consumatori finali.

Se queste pratiche fossero provate, si prefigurerebbe una sicura sanzione milionaria che potrebbe sommarsi ai risultati di un’altra inchiesta in corso da parte delle autorità comunitarie, in questo caso per elusione fiscale. Infatti anche McDonald’s, come Google, Microsoft o Amazon, utilizzerebbe l’ormai noto meccanismo di “ottimizzazione fiscale”, dichiarando gli utili in un Paese a fiscalità privilegiata (in questo caso il Lussemburgo) per evitare il pagamento delle tasse negli Stati dove si è svolta l’attività commerciale.

Il caso degli affitti maggiorati di McDonald’s è un altro tassello che permette di ricostruire lo stato dell’arte della globalizzazione economica. Dalle promesse iniziali di stimolo del mercato e della concorrenza, abbattendo i costi dei prodotti a beneficio dei consumatori, i giganti multinazionali hanno accumulato ingenti capitali provenienti anche da tasse non versate, applicato logiche da cartello imponendo prodotti e prezzi, spazzato via qualsiasi tipo di concorrenza nazionale e addirittura, se sarà confermato, inventato nuove modalità per aggirare le normative esistenti, come quelle antitrust, con clausole capestro che alla fine si traducono in maggiori costi per i consumatori.

L’accusa di dumping, cioè la pratica di uno Stato che sovvenziona un produttore così da permettergli di esportare sottocosto e sbaragliare la concorrenza su altri mercati, è oggi rivolta quasi solo nei confronti della Cina. Ma simili meccanismi di concorrenza sleale si possono trovare anche nelle viscere di quelle imprese che, dopo aver promesso un mondo migliore e più aperto al business, lo stanno invece trasformando in un “cortile di casa” gestito da un numero sempre più ristretto di padroni del vapore.

 

di Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Il glifosato è l’erbicida che più ha rivoluzionato il corso dell’agricoltura moderna. Brevettato nel 1970 dal gigante statunitense delle sementi Monsanto, dal 1991 è libero da diritti, ma il primo produttore mondiale è sempre la Monsanto, con il suo marchio Roundup. Seguono una novantina di altre aziende, per una produzione annua globale che si aggira attorno alle 750.000 tonnellate.

La fortuna e l’importanza di questo erbicida sono legate all’applicazione della genetica di laboratorio al mondo dell’agricoltura. Soia, mais, colza, cotone OGM, infatti, furono “progettati” per resistere, tra tutti gli erbicidi, proprio al glifosato, che avrebbe dovuto eliminare tutte le erbe infestanti dai terreni agricoli.

Nel 1996, quando si cominciò a coltivare le specie OGM del tipo “Roundup ready”, negli Stati Uniti non era stata censita alcuna pianta infestante in grado di resistere all’effetto distruttivo di questo erbicida. A distanza di 20 anni, però, sono ben 14 le specie che hanno sviluppato resistenze al suo uso. Per questo motivo, dopo un calo iniziale nell’uso dei erbicidi registrato a metà anni ’90, quando si scese da 1,35 chili a ettaro a 1,10, oggi si usano 2 chili a ettaro per la coltivazione – ad esempio – della soia OGM: un dosaggio superiore a quello degli anni ’80.

Ed è questo il vero elemento critico, ignorato dagli scienziati pro-OGM, sull’impatto degli organismi geneticamente modificati. Non tanto la loro eventuale pericolosità per la salute umana, ancora da dimostrarsi, ma il modello agricolo che questo genere di agricoltura determina: fine della biodiversità, uso intensivo dei suoli e conseguente erosione, aumento dell’impiego di pesticidi ed erbicidi, monopolio della produzione di sementi in mano a tre soli soggetti multinazionali.

Le ultime ricerche scientifiche aggiungono ulteriori motivi d’inquietudine. Pochi mesi fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha adottato uno studio a cura del Centro Internazionale di Ricerca sul Cancro, classificando il glifosato tra i prodotti “probabilmente cancerogeni”: soltanto un passo prima della sua identificazione come elemento “cancerogeno” e della conseguente richiesta di messa al bando. La reazione della Monsanto è stata particolarmente violenta: il rapporto è stato definito “scienza spazzatura” e si è chiesto all’OMS di “rettificare” la classifica di pericolosità.

In realtà, del fatto che il glifosato fosse cancerogeno – anzi, “probabilmente cancerogeno” – se n’erano già accorti in Colombia: qui, nell’ambito del cosiddetto “Plan Colombia” teso a distruggere le piantagioni di coca, per anni i campi sospetti erano stati irrorati da aerei carichi di tonnellate di glifosato, con gravi conseguenze economiche e umane. Anche in Argentina, patria della sperimentazione transgenica, nei primi anni 2000 vennero avanzate denunce documentate circa le ricadute sulla salute umana dell’uso massiccio di glifosato. Nel 2011, l’Istituto Geologico degli Stati Uniti ha rilevato che tre quarti dei campioni di acqua piovana e dell’aria delle zone agricole contenevano glifosato.

Perché allora anche l’OMS va con i piedi di piombo? Forse perché, come ha scritto il quotidiano francese Le Monde, il glifosato è «il Leviatano dell’industria fitosanitaria», imprescindibile per la coltivazione dell’80% delle specie OGM oggi esistenti. Troppo importante per essere messo al bando, si potrebbe concludere. Forse anche per questo l’UE si ostina a non riconoscere il giudizio dell’OMS.

La disputa sul glifosato illustra perfettamente lo stato dell’arte sull’agricoltura e sul futuro dell’alimentazione umana. Le promesse di aumento produttivo e di sostenibilità si infrangono contro gli interessi dei sempre meno numerosi proprietari dei brevetti industriali e delle terre agricole. Le eventuali conseguenze del consumo di prodotti OGM sulla salute umana diventano secondarie rispetto agli impatti del modello agroindustriale odierno sulla Terra e sull’uomo: un modello che non prevede la rotazione, la lotta integrata, il riposo dei campi, la piccola e media proprietà.

Eppure il tema è considerato secondario, per addetti ai lavori, rispetto ai mirabolanti dibattiti tra scienziati e politici che popolano le colonne degli editoriali dei principali giornali.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Lo stupore generato dalle esternazioni estive di Mons. Galantino contro la “politica” è dovuto principalmente alla poca conoscenza della stampa italiana sulle consuetudini di Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco. Galantino, che risponde solo al Papa, sta incalzando la politica con metodo bergogliano. E’ cioè adoperando come una frusta contro la classe politica le questioni sociali ed etiche, senza distinguere tra destra e sinistra (cosa che invece era consuetudine della CEI dei vecchi tempi sempre schierata contro il centrosinistra). Una posizione nuova per la CEI, da “forza autonoma” e non semplicemente suggeritrice delle sue “cinghie di trasmissione”, i cosiddetti partiti cattolici.  Lo stesso concetto di “partito cattolico” è estraneo alla cultura politica di Papa Francesco. Nella sua esperienza pastorale in Argentina, da Arcivescovo di Buenos Aires e presidente della Conferenza dei Vescovi, Bergoglio fustigava di persona il defunto Presidente neo-peronista Nestor Kirchner, senza intermediari. Lo criticava “da destra”, opponendosi fermamente ad esempio al matrimonio gay (approvato lo stesso dal Parlamento) e “da sinistra”, ritenendo che il governo facesse poco per i più deboli. L’ex presidente Kirchner diceva infatti che Bergoglio “era il vero capo dell’opposizione”. Ma anche lui sbagliava perché il Vescovo non aveva nessun rapporto organico con l’opposizione “partitica”, ma molti con quella “sociale”, dei movimenti. Sono gesti che passano inosservati ai nostri emeriti vaticanisti, ma Bergoglio in realtà era già “sceso” in politica in Italia, quando ha scelto Don Luigi Ciotti, in modo plateale, come principale interlocutore sui temi della legalità e dell’antimafia. Don Ciotti il sacerdote impegnato, ma anche il “politico” della società civile che ha messo in piedi Libera. Mons. Galantino invece sta attaccando sia il governo sia l’opposizione sui rifugiati, un tema centrale nella cultura di un Papa che è stato figlio di emigrati italiani è cresciuto in un paese-rifugio da tutte le tempeste del ‘900, soprattutto quelle europee. Un tema sul quale Francesco non è disposto a trovare mediazioni.

Questo è un modo di fare Chiesa e di fare politica al quale bisognerà abituarsi, che rompe la contiguità tra Vaticano e mondo cattolico impegnato in politica, che rimette al centro una Chiesa con una sua soggettività politica autonoma non più a disposizione di questo o di quell’altro partito, ma che si gioca in proprio. Un approccio movimentista che ha due radici culturali, quella gesuitica e quella peronista delle origini. Una storia, quella dei gesuiti argentini e quella personale di Bergoglio, che ha prodotto un mix di conservazione in materia dottrinale e di progressismo in campo sociale ed economico. Nulla a che fare con il comunismo, come pensano invece gli analfabeti della storia della Chiesa e dell’America Latina che ragliano sui media dozzinali, anzi. Forse prima o poi qualcuno capirà che la Guerra Fredda è finita da un pezzo e con essa le categorie del ‘900. Anche Oltretevere la musica è cambiata, ma si fa fatica ancora a cogliere le nuove armonie.

 

Alfredo Somoza

 

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