Archivio per la categoria ‘Italia’

Nella letteratura contemporanea c’è un connubio che si ripete nel tempo e che potrebbe lasciare perplesso il lettore superficiale: calcio e sinistra.  E questo perché oggi associamo quasi automaticamente il mondo del calcio al grande capitalismo e il tifo da stadio alla estrema destra razzista. Ma il calcio è sempre stato altro, fondamentalmente uno dei più luccicanti palcoscenici della riscossa sociale. Il fuoriclasse come la sublimazione plastica e quasi divina di un sentimento di rabbia e di ribellione. Non a caso questo filone nasce nel Rio de la Plata, con grandi scrittori come Osvaldo Soriano e Eduardo Galeano che hanno raccontato il calcio come la riscossa degli oppressi. Nel Pantheon degli idoli popolari di questo gioco inventato dagli inglesi e che arricchisce da un secolo la cultura popolare della civiltà latina moderna, non ci sono solo Maradona, Garrincha o Tabarez. C’è anche Massimo Palanca, Massimeddu, l’incredibile autore di tredici gol dalla bandierina. Una prodezza mai uguagliata che permisero al Catanzaro, anzi al Catanzharu, di avere i suoi 5 minuti di gloria in Serie A. Come poteva mancare questo prodigio del calcio nel racconto di una gioventù consumata negli anni ’70 nel cuore del “movimento” nella città calabrese?

Ettore Castagna ci fa partecipe dei suoi ricordi di quegli anni nei quali si viveva l’onda lunga del ’68 e dalle provocazioni e il bisogno di rottura si era passati alla concretizzazione legislativa e normativa di nuovi diritti. E Palanca cosa c’entra? Con i suoi 13 gol collega la massa di ricordi di scuola, di famiglia, di amicizia, di lotta, di sesso del giovane protagonista. Che non lo conosce però e che con lui non parla se non in un dialogo immaginario. Palanca è la dimostrazione che l’utopia è realizzabile, che le cose più folli, come segnare un gol dalla bandierina non sono solo possibili, ma che si possono ripetere quasi a volontà. Non è un calciatore, è un condottiero, un grande timoniere, è il Mao Zedong del calcio. Ed è qui che la storia diventa “sudamericana”, cioè segnata da una dimensione metafisica, folle e anarchica che mescola i piani. Cosa c’entra il calcio con la rivoluzione? Tutto e nulla, dipende da chi e come lo interpreta.

Castagna ci regala un affresco vivissimo di una periferia della periferia dove le idee del ’68 erano germogliate, ma lo sapevano soltanto i diretti protagonisti. Le immagini che ci tornano in mente del ’68 parigino, o dell’autonomo che alza la pistola contro la polizia a Milano sono sempre immagini delle grandi città, dei luoghi dove i movimenti si radicalizzano e si moltiplicano e soprattutto trovano chi li racconti. C’è una storia minore di lotte e di idee che viene poco esplorata. Di persone che sono “emigrate” alla ricerca della grande storia portandosi dietro però le piccole storie della provincia, spesso più autentiche. L’abbinamento tra Palanca e il Movimento del ’77 a Catanzaro non poteva che uscire dalla penna di un protagonista di queste lotte “minori”, a sua volta emigrato verso Nord.  Una storia inaspettata che si collega idealmente a lotte e sogni di mondi molto lontani, anche oltreoceano. A dimostrazione dell’universalità dei valori di libertà e anche dei valori del calcio quando diventa metafora di una vita migliore, dove le cose sono possibili. L’utopia diceva Galeano serve a camminare, a darci la direzione. Palanca aveva quel ruolo, con i suoi gol dalla bandierina ci dava un segnale chiaro, ci indicava che tutto è possibile. O almeno così ci sarebbe piaciuto che fosse.

 

Ettore Castagna

Tredici gol dalla bandierina

Collana: Velvet
Rubbettino Editore, 260 pg, 16 euro.

 

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Sono ormai passati cinque anni da quel celebre “buonasera” con il quale il papa venuto dalla fine del mondo si presentò ai fedeli. Fin dall’inizio, il primo papa gesuita è stato un sorvegliato speciale da parte dei poteri forti che gravitano attorno al Vaticano. Prelati e laici conservatori che con Wojtyla e Ratzinger avevano governato la Chiesa con mano ferma. Una Chiesa che però rischiava il collasso, e questo non solo per l’emorragia di fedeli soprattutto nel continente più importante della sua geopolitica, l’America Latina, ma anche per via di intrighi di corte diventati destabilizzanti. In questo senso le dimissioni di Benedetto XVI non erano state un semplice campanello d’allarme, ma la sirena che chiamava i vigili del fuoco.

Jorge Mario Bergoglio, italiano per ius sanguinis e argentino per ius soli, era la persona giusta. Da una parte una figura da spendere in America Latina, dove il Vaticano ha infatti recuperato autorevolezza evangelica e presenza politica, partecipando al processo di pace in Colombia e alla distensione tra Stati Uniti e Cuba. Dall’altra un uomo in grado di mettere ordine in casa, a Roma, facilitato dal suo essere un esterno rispetto al mondo della curia vaticana. Se nel primo caso Bergoglio ha funzionato, e si registra infatti un ritorno di fedeli nelle chiese latinoamericane, la casa romana non è ancora in ordine. Alla fermezza dimostrata nella vicenda dello IOR, tornato a essere davvero la banca vaticana dopo decenni in cui è stata una banca corsara offshore, non ha fatto eco altrettanta fermezza su altri dossier scottanti, ad esempio quello sulla pedofilia.

Chi si aspettava grandi rivoluzioni dell’ordinamento canonico, come per il tema del celibato dei sacerdoti, finora è rimasto deluso. Bergoglio si è dimostrato per quello che è sempre stato: un conservatore in termini di dottrina. Papa Francesco ha guadagnato però credito con il suo “fare politica”, mai partitica e mai interferendo nella situazione interna di un Paese, Italia compresa. La sua enciclica Laudato Si’ sui temi ambientali è stata non solo originale e coraggiosa, ma la prima in assoluto dedicata dalla Chiesa all’argomento. Lo stesso vale per i suoi interventi riguardanti il lavoro, la globalizzazione e le migrazioni. Temi che fanno parte sia del bagaglio familiare di Bergoglio, in quanto figlio di italiani emigrati in Sudamerica alla ricerca di condizioni di vita più dignitose, sia del suo bagaglio politico, essendo stato in gioventù militante peronista. E poi la disponibilità ad ascoltare e a capire, il rispetto per la persona sofferente, anche quando ha fatto scelte contrarie alla morale cattolica. In definitiva, la misericordia spinta al limite del superamento dell’infallibilità, “chi sono io per giudicare” appunto.

Il gesuita Bergoglio ha poi portato il suo stile a Roma, e come diceva Umberto Eco, per capirlo bisogna conoscere la storia del Paraguay e delle missioni gesuitiche. Non era mai successo prima che un pontefice non dormisse e non mangiasse in Vaticano, né che disdegnasse qualsiasi forma di lusso o di esibizione di potere e ricchezza. L’ispirazione di Bergoglio è chiaramente il poverello di Assisi, che tra l’altro fu modello di fede per Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù, nel XVI secolo.

Il gusto per la politica e per la diplomazia è un’altra caratteristica del primo papa sudamericano. Nella sua agenda non c’è solo l’America Latina ma ci sono anche pace e conflitti, riconciliazione con la Chiesa ortodossa e il grande sogno di recarsi in Cina sulle orme del gesuita Matteo Ricci, che visse lunghi anni alla corte dell’imperatore a Pechino, tra il XVI e il XVII secolo.

La forza di Bergoglio è stata quella di resistere all’attacco concentrico di stampa, intellettuali, teologi e sacerdoti conservatori che hanno messo in discussione le sue conoscenze teologiche, il suo modo di governare, la sua sincerità. Un attacco al papa come non si registrava da deccenni. Ma la Chiesa di Bergoglio ha resistito, rendendo onore a quell’altra parte della storia di solito ignorata: una storia fatta di sacerdoti e arcivescovi assassinati, come il nuovo santo Oscar Romero, e di cristiani che si battono per il lavoro e per l’ambiente, o che chiedono giustizia per i propri figli scomparsi. È difficile prevedere quale sarà il bilancio finale di questo pontificato, ma una cosa è sicura: dopo Francesco molte cose saranno cambiate per sempre. Gesti, sensibilità, simboli, temi francescani che grazie al primo papa gesuita hanno avuto finalmente diritto di cittadinanza nella Chiesa non potranno mai più essere ignorati.

 

Come quando negli Stati Uniti si aprono gli archivi di Stato perché sono passati 25 anni dai fatti, e si possono leggere documenti che chiariscono passaggi importanti del recente passato, la pubblicazione del testamento del Venerabile Licio Gelli conferma molti fatti conosciuti, ma mai verificati in modo inequivocabile. La procura di Arezzo sta lavorando per capire quanti dei 63,5 milioni del patrimonio del capo della Loggia segreta Propaganda 2 siano riconducibili ad attività illecite. Ma al di là della congruenza fiscale tra quanto detenuto e quanto dichiarato, la tipologia e la disposizione dei beni parla chiaro. Il patrimonio di Licio Gelli segue quello che in Sud America viene chiamato  “il volo del Condor”. Non le cime delle Ande impervie, dove il più grande avvoltoio al mondo regna indisturbato, ma i paesi nei quali, negli anni ’70, si svolse la cosiddetta “Operazione Condor”. Un piano strategico-operativo ideato nel Cile di Pinochet per coordinare gli apparati repressivi delle dittature sudamericane, con lo scopo di potere perseguire gli oppositori senza limiti territoriali. Una messa in comune dell’intelligence e anche la concessione del permesso per gli apparati repressivi di un paese per potere operare all’estero. L’operazione Condor ovviamente nasceva sotto gli auspici di Washington, nella logica della Guerra Fredda, ma fu volenterosamente portata avanti in primis dai governi militari di Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Brasile e Bolivia. Paesi nei quali operavano vecchie conoscenze dell’internazionale nera. In Cile, i francesi reduci della Guerra di Algeri e i torturatori brasiliani, in Bolivia i nazisti come Klaus Barbie, il boia di Lione, o il terrorista nero Stefano Dalle Chiaie, indagato per Piazza Fontana. In Argentina invece la rete nera era gestita da un italiano, Licio Gelli, che aveva affiliato alla sua Loggia P2 il comandante della Marina, Ammiraglio Emilio Massera, e il capo del potente Primo Corpo dell’Esercito, Generale Guillermo Suarez Mason. Una rete preesistente alla Dittatura perché Gelli era stato uno dei manovratori del Peron degli ultimi anni. Una conoscenza che risaliva a molto tempo prima però, quando il giovane Gelli, dopo essere stato volontario fascista nella Guerra di Spagna, era a libro paga della CIA e collaborava con la ratline, la via dei topi, o meglio la via dei conventi. Una rete di “luoghi sicuri”, cioè di conventi, dove ustascia croati, fascisti italiani o gerarchi nazisti sostavano in attesa di scappare dall’Europa. Principale destinazione Buenos Aires, presidente dell’epoca Juan Domingo Peròn, pagamento dei lasciapassare in lingotti d’oro del tesoro nazista, gestore e uomo di fiducia, Licio Gelli. Quando verrà catturato in Svizzera ed estradato in Italia, Licio Gelli era ancora in possesso del passaporto diplomatico argentino, stampato nella fabbrica di documenti della dittatura allestita nel più grande lager del paese, la Escuela de Mecanica de la Armada, sotto la responsabilità dell’Ammiraglio Massera, tessera P2 n° 478.

Poi il mondo è cambiato, Gelli, che farà solo due mesi di galera in Italia, muore a 96 anni nel 2015 mentre molti degli scampati alla rete del condor, come l’uruguayano Mujica o la cilena Bachelet, diventeranno presidenti dei loro paesi. Ora l’apertura del testamento olografo di Lico Gelli ci riporta indietro nel tempo e sul luogo del delitto. Oltre alla famosa Villa Wanda ad Arezzo, il lascito del venerabile è composto da contanti, diamanti, lingotti d’oro e una sfilza di proprietà estere. Dove? In Paraguay 172.000 ettari di terreni agricoli, in Uruguay 12.000 ettari, in Brasile una fazenda con 2.000 ettari di ottimo terreno e in Argentina soli 30 ettari venduti nel 1987. Che siano state “mance” ottenute dei regimi, oppure investimenti per riciclare soldi sporchi, soprattutto proveniente dai traffici del suo sodale Umberto Ortolano, la vera mente della P2 che dall’Uruguay muoveva i fili finanziari dell’internazionale, oggi poco importa. Il testamento scritto a mano con grande precisione dal Venerabile Gelli conferma il ruolo che ha avuto nella guerra sporca combattuta in Sud America che si lascio dietro decine di migliaia di morti e scomparsi. I più acuti analisti pensano che l’interesse di Gelli per le vicende sudamericane fosse dovuto non solo ai traffici economici, ma anche al grande laboratorio che offrivano le dittature nel reprimere “scientificamente” l’opposizione. Un modello che avrebbe potuto essere importato in Europa in caso di bisogno. E questo perché l’Internazionale Nera è stata la mano segreta e criminale della Guerra Fredda, che aveva come confini il mondo intero.

 

Alfredo Somoza

 

La formula del franchising, in italiano “concessione” o “affiliazione commerciale”, nasce verso il 1930 nel mondo della ristorazione ed esplode negli anni ’50 con le catene di fast food statunitensi. Il gioco consiste nel far affermare un marchio commerciale sul mercato, per poi cedere “chiavi in mano” l’utilizzo dello stesso a imprenditori con capitali da investire. In realtà non si tratta soltanto dell’adozione del marchio, ma anche delle materie prime, degli standard di preparazione dei prodotti, dell’arredamento dei locali e delle divise dei dipendenti. Il franchisee paga una quota di affiliazione alla catena godendo in cambio di un ritorno di immagine basato sugli investimenti della casa madre in pubblicità, marketing, capacità produttiva.

Una delle imprese leader e pioniere di questo settore è McDonald’s, nata quasi cent’anni fa in California. Oggi è l’azienda di ristorazione fast food più grande al mondo, con un fatturato annuo di oltre 25 miliardi di dollari USA e oltre 400.000 addetti. Ma i ristoranti effettivamente posseduti e gestiti da McDonald’s sono solo una piccola percentuale rispetto a quelli gestiti da concessionari: negli Stati Uniti, appena il 10% dei 13.000 punti vendita. Ciò che era poco noto è che, negli anni, la catena ha acquistato o costruito molti dei locali in cui si è successivamente insediato un franchisee, il quale dunque non è solo un venditore di panini e patatine fritte griffati con il celebre marchio, ma anche un affittuario di McDonald’s. Un piccolo impero del mattone che pare renda più dell’attività gastronomica.

Non ci sarebbe nulla da eccepire se non fosse emerso che, in Europa, McDonald’s proporrebbe ai concessionari affitti in alcuni casi 10 volte più alti del prezzo di mercato. La voce degli affitti dei locali pesa all’incirca per il 65-70% sugli utili incassati dalla catena nel Vecchio Continente. Ciò svelerebbe il “mistero” della differenziazione di prezzo tra gli hamburger serviti nei locali gestiti direttamente da McDonald’s e quelli proposti nei locali in franchising, quasi sempre più cari. Questa situazione è stata denunciata da un pool di associazioni di tutela di consumatori italiane con il supporto dei sindacati, che hanno presentato un esposto contro la catena statunitense presso l’Antitrust europeo. Tali pratiche violerebbero infatti il principio della libera concorrenza e si configurerebbero come abuso di posizione dominante. I danneggiati da questa politica, secondo le associazioni dei consumatori, sarebbero sia i franchisee sia i consumatori finali.

Se queste pratiche fossero provate, si prefigurerebbe una sicura sanzione milionaria che potrebbe sommarsi ai risultati di un’altra inchiesta in corso da parte delle autorità comunitarie, in questo caso per elusione fiscale. Infatti anche McDonald’s, come Google, Microsoft o Amazon, utilizzerebbe l’ormai noto meccanismo di “ottimizzazione fiscale”, dichiarando gli utili in un Paese a fiscalità privilegiata (in questo caso il Lussemburgo) per evitare il pagamento delle tasse negli Stati dove si è svolta l’attività commerciale.

Il caso degli affitti maggiorati di McDonald’s è un altro tassello che permette di ricostruire lo stato dell’arte della globalizzazione economica. Dalle promesse iniziali di stimolo del mercato e della concorrenza, abbattendo i costi dei prodotti a beneficio dei consumatori, i giganti multinazionali hanno accumulato ingenti capitali provenienti anche da tasse non versate, applicato logiche da cartello imponendo prodotti e prezzi, spazzato via qualsiasi tipo di concorrenza nazionale e addirittura, se sarà confermato, inventato nuove modalità per aggirare le normative esistenti, come quelle antitrust, con clausole capestro che alla fine si traducono in maggiori costi per i consumatori.

L’accusa di dumping, cioè la pratica di uno Stato che sovvenziona un produttore così da permettergli di esportare sottocosto e sbaragliare la concorrenza su altri mercati, è oggi rivolta quasi solo nei confronti della Cina. Ma simili meccanismi di concorrenza sleale si possono trovare anche nelle viscere di quelle imprese che, dopo aver promesso un mondo migliore e più aperto al business, lo stanno invece trasformando in un “cortile di casa” gestito da un numero sempre più ristretto di padroni del vapore.

 

di Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Il glifosato è l’erbicida che più ha rivoluzionato il corso dell’agricoltura moderna. Brevettato nel 1970 dal gigante statunitense delle sementi Monsanto, dal 1991 è libero da diritti, ma il primo produttore mondiale è sempre la Monsanto, con il suo marchio Roundup. Seguono una novantina di altre aziende, per una produzione annua globale che si aggira attorno alle 750.000 tonnellate.

La fortuna e l’importanza di questo erbicida sono legate all’applicazione della genetica di laboratorio al mondo dell’agricoltura. Soia, mais, colza, cotone OGM, infatti, furono “progettati” per resistere, tra tutti gli erbicidi, proprio al glifosato, che avrebbe dovuto eliminare tutte le erbe infestanti dai terreni agricoli.

Nel 1996, quando si cominciò a coltivare le specie OGM del tipo “Roundup ready”, negli Stati Uniti non era stata censita alcuna pianta infestante in grado di resistere all’effetto distruttivo di questo erbicida. A distanza di 20 anni, però, sono ben 14 le specie che hanno sviluppato resistenze al suo uso. Per questo motivo, dopo un calo iniziale nell’uso dei erbicidi registrato a metà anni ’90, quando si scese da 1,35 chili a ettaro a 1,10, oggi si usano 2 chili a ettaro per la coltivazione – ad esempio – della soia OGM: un dosaggio superiore a quello degli anni ’80.

Ed è questo il vero elemento critico, ignorato dagli scienziati pro-OGM, sull’impatto degli organismi geneticamente modificati. Non tanto la loro eventuale pericolosità per la salute umana, ancora da dimostrarsi, ma il modello agricolo che questo genere di agricoltura determina: fine della biodiversità, uso intensivo dei suoli e conseguente erosione, aumento dell’impiego di pesticidi ed erbicidi, monopolio della produzione di sementi in mano a tre soli soggetti multinazionali.

Le ultime ricerche scientifiche aggiungono ulteriori motivi d’inquietudine. Pochi mesi fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha adottato uno studio a cura del Centro Internazionale di Ricerca sul Cancro, classificando il glifosato tra i prodotti “probabilmente cancerogeni”: soltanto un passo prima della sua identificazione come elemento “cancerogeno” e della conseguente richiesta di messa al bando. La reazione della Monsanto è stata particolarmente violenta: il rapporto è stato definito “scienza spazzatura” e si è chiesto all’OMS di “rettificare” la classifica di pericolosità.

In realtà, del fatto che il glifosato fosse cancerogeno – anzi, “probabilmente cancerogeno” – se n’erano già accorti in Colombia: qui, nell’ambito del cosiddetto “Plan Colombia” teso a distruggere le piantagioni di coca, per anni i campi sospetti erano stati irrorati da aerei carichi di tonnellate di glifosato, con gravi conseguenze economiche e umane. Anche in Argentina, patria della sperimentazione transgenica, nei primi anni 2000 vennero avanzate denunce documentate circa le ricadute sulla salute umana dell’uso massiccio di glifosato. Nel 2011, l’Istituto Geologico degli Stati Uniti ha rilevato che tre quarti dei campioni di acqua piovana e dell’aria delle zone agricole contenevano glifosato.

Perché allora anche l’OMS va con i piedi di piombo? Forse perché, come ha scritto il quotidiano francese Le Monde, il glifosato è «il Leviatano dell’industria fitosanitaria», imprescindibile per la coltivazione dell’80% delle specie OGM oggi esistenti. Troppo importante per essere messo al bando, si potrebbe concludere. Forse anche per questo l’UE si ostina a non riconoscere il giudizio dell’OMS.

La disputa sul glifosato illustra perfettamente lo stato dell’arte sull’agricoltura e sul futuro dell’alimentazione umana. Le promesse di aumento produttivo e di sostenibilità si infrangono contro gli interessi dei sempre meno numerosi proprietari dei brevetti industriali e delle terre agricole. Le eventuali conseguenze del consumo di prodotti OGM sulla salute umana diventano secondarie rispetto agli impatti del modello agroindustriale odierno sulla Terra e sull’uomo: un modello che non prevede la rotazione, la lotta integrata, il riposo dei campi, la piccola e media proprietà.

Eppure il tema è considerato secondario, per addetti ai lavori, rispetto ai mirabolanti dibattiti tra scienziati e politici che popolano le colonne degli editoriali dei principali giornali.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Lo stupore generato dalle esternazioni estive di Mons. Galantino contro la “politica” è dovuto principalmente alla poca conoscenza della stampa italiana sulle consuetudini di Jorge Mario Bergoglio, oggi Papa Francesco. Galantino, che risponde solo al Papa, sta incalzando la politica con metodo bergogliano. E’ cioè adoperando come una frusta contro la classe politica le questioni sociali ed etiche, senza distinguere tra destra e sinistra (cosa che invece era consuetudine della CEI dei vecchi tempi sempre schierata contro il centrosinistra). Una posizione nuova per la CEI, da “forza autonoma” e non semplicemente suggeritrice delle sue “cinghie di trasmissione”, i cosiddetti partiti cattolici.  Lo stesso concetto di “partito cattolico” è estraneo alla cultura politica di Papa Francesco. Nella sua esperienza pastorale in Argentina, da Arcivescovo di Buenos Aires e presidente della Conferenza dei Vescovi, Bergoglio fustigava di persona il defunto Presidente neo-peronista Nestor Kirchner, senza intermediari. Lo criticava “da destra”, opponendosi fermamente ad esempio al matrimonio gay (approvato lo stesso dal Parlamento) e “da sinistra”, ritenendo che il governo facesse poco per i più deboli. L’ex presidente Kirchner diceva infatti che Bergoglio “era il vero capo dell’opposizione”. Ma anche lui sbagliava perché il Vescovo non aveva nessun rapporto organico con l’opposizione “partitica”, ma molti con quella “sociale”, dei movimenti. Sono gesti che passano inosservati ai nostri emeriti vaticanisti, ma Bergoglio in realtà era già “sceso” in politica in Italia, quando ha scelto Don Luigi Ciotti, in modo plateale, come principale interlocutore sui temi della legalità e dell’antimafia. Don Ciotti il sacerdote impegnato, ma anche il “politico” della società civile che ha messo in piedi Libera. Mons. Galantino invece sta attaccando sia il governo sia l’opposizione sui rifugiati, un tema centrale nella cultura di un Papa che è stato figlio di emigrati italiani è cresciuto in un paese-rifugio da tutte le tempeste del ‘900, soprattutto quelle europee. Un tema sul quale Francesco non è disposto a trovare mediazioni.

Questo è un modo di fare Chiesa e di fare politica al quale bisognerà abituarsi, che rompe la contiguità tra Vaticano e mondo cattolico impegnato in politica, che rimette al centro una Chiesa con una sua soggettività politica autonoma non più a disposizione di questo o di quell’altro partito, ma che si gioca in proprio. Un approccio movimentista che ha due radici culturali, quella gesuitica e quella peronista delle origini. Una storia, quella dei gesuiti argentini e quella personale di Bergoglio, che ha prodotto un mix di conservazione in materia dottrinale e di progressismo in campo sociale ed economico. Nulla a che fare con il comunismo, come pensano invece gli analfabeti della storia della Chiesa e dell’America Latina che ragliano sui media dozzinali, anzi. Forse prima o poi qualcuno capirà che la Guerra Fredda è finita da un pezzo e con essa le categorie del ‘900. Anche Oltretevere la musica è cambiata, ma si fa fatica ancora a cogliere le nuove armonie.

 

Alfredo Somoza

 

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C’è un filo conduttore che collega la sottrazione di terre all’Africa all’appassionato dibattito sul riutilizzo degli avanzi alimentari in Europa. In questi primi mesi di Expo2015 al land grabbing non si è nemmeno accennato: e infatti l’argomento risulta assente dalla Carta di Milano, insieme alla speculazione finanziaria sulle materie prime. Un tema che scotta, del quale nessuno vuole parlare… Eppure molti espositori lo conoscono benissimo, visto che diversi Stati presenti a Rho sono grandi accaparratori di terre africane.

In base a una lettura volutamente parziale delle dichiarazioni di papa Francesco, molto si è invece dibattuto sul come distribuire ai poveri l’invenduto dei supermercati. Non che non sia vergognoso il fatto che circa il 30% degli alimenti pronti per il consumo vada sprecato, ma il problema vero, anche in questo caso, è un altro. Un terzo degli alimenti finisce in pattumiera, infatti, solo nei Paesi nei quali si è spinto l’acceleratore del moderno agribusiness, dove spesso si produce non solo di più, ma anche male: perché la produzione non serve per soddisfare il bisogno dei consumatori ma per incassare sovvenzioni, fare guerre commerciali, imporre mode alimentari. Difficilmente in Africa, Asia meridionale o America centrale si produce più di quanto si consuma. Anzi, lì spesso si produce molto di meno, dato che una parte crescente delle loro terre agricole viene utilizzata per produrre alimenti e biocombustibili destinati al mondo ricco: che poi non riesce nemmeno a consumarli tutti.

Distogliendo l’attenzione dalle cause per concentrarsi solo sugli effetti si arriva a soluzioni “umanitarie”, di buon senso, che però non risolveranno mai il problema a monte. Non porteranno, cioè, a una politica mondiale che stabilisca le priorità nella produzione di cibo, che imponga regole precise sul suo costo e sui suoi impatti. Non è sostenibile, per esempio, il mercato delle primizie che viaggiano in aereo da un angolo del mondo all’altro per garantire ai consumatori ricchi pere, ciliegie o mirtilli dodici mesi all’anno. Non è possibile che, quando un Paese dà in concessione terreni agricoli a soggetti esteri, la FAO non intervenga a certificare che la sicurezza alimentare di quel Paese sia comunque garantita, e che le concessioni non la mettano a rischio. Non è sensato che il consumatore, quando compra prodotti provenienti da migliaia di chilometri di distanza, non sia chiamato a pagare il costo ambientale di quella merce.

Sono tanti i nodi irrisolti e i problemi in via di peggioramento, quando si pensa al tema del cibo… Ma ci raccontano che basta il riciclo degli sprechi per porvi rimedio. Una versione di comodo per le multinazionali del cibo e dell’agricoltura, quelle che occupano gli spazi più in vista a Expo. Imprese che si accaparrano licenze sulle sementi, sono grandi gestori dell’acqua, impongono modelli di consumo basati sulla carne rossa, la più dannosa per la salute e la più “costosa” per l’ambiente, anche se italiana. Questi gruppi oggi tengono in pugno l’agenda del cibo e buona parte della politica accetta la loro narrazione. È questo il segreto (di Pulcinella) da non far sapere al contadino…

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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