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Nella letteratura contemporanea c’è un connubio che si ripete nel tempo e che potrebbe lasciare perplesso il lettore superficiale: calcio e sinistra.  E questo perché oggi associamo quasi automaticamente il mondo del calcio al grande capitalismo e il tifo da stadio alla estrema destra razzista. Ma il calcio è sempre stato altro, fondamentalmente uno dei più luccicanti palcoscenici della riscossa sociale. Il fuoriclasse come la sublimazione plastica e quasi divina di un sentimento di rabbia e di ribellione. Non a caso questo filone nasce nel Rio de la Plata, con grandi scrittori come Osvaldo Soriano e Eduardo Galeano che hanno raccontato il calcio come la riscossa degli oppressi. Nel Pantheon degli idoli popolari di questo gioco inventato dagli inglesi e che arricchisce da un secolo la cultura popolare della civiltà latina moderna, non ci sono solo Maradona, Garrincha o Tabarez. C’è anche Massimo Palanca, Massimeddu, l’incredibile autore di tredici gol dalla bandierina. Una prodezza mai uguagliata che permisero al Catanzaro, anzi al Catanzharu, di avere i suoi 5 minuti di gloria in Serie A. Come poteva mancare questo prodigio del calcio nel racconto di una gioventù consumata negli anni ’70 nel cuore del “movimento” nella città calabrese?

Ettore Castagna ci fa partecipe dei suoi ricordi di quegli anni nei quali si viveva l’onda lunga del ’68 e dalle provocazioni e il bisogno di rottura si era passati alla concretizzazione legislativa e normativa di nuovi diritti. E Palanca cosa c’entra? Con i suoi 13 gol collega la massa di ricordi di scuola, di famiglia, di amicizia, di lotta, di sesso del giovane protagonista. Che non lo conosce però e che con lui non parla se non in un dialogo immaginario. Palanca è la dimostrazione che l’utopia è realizzabile, che le cose più folli, come segnare un gol dalla bandierina non sono solo possibili, ma che si possono ripetere quasi a volontà. Non è un calciatore, è un condottiero, un grande timoniere, è il Mao Zedong del calcio. Ed è qui che la storia diventa “sudamericana”, cioè segnata da una dimensione metafisica, folle e anarchica che mescola i piani. Cosa c’entra il calcio con la rivoluzione? Tutto e nulla, dipende da chi e come lo interpreta.

Castagna ci regala un affresco vivissimo di una periferia della periferia dove le idee del ’68 erano germogliate, ma lo sapevano soltanto i diretti protagonisti. Le immagini che ci tornano in mente del ’68 parigino, o dell’autonomo che alza la pistola contro la polizia a Milano sono sempre immagini delle grandi città, dei luoghi dove i movimenti si radicalizzano e si moltiplicano e soprattutto trovano chi li racconti. C’è una storia minore di lotte e di idee che viene poco esplorata. Di persone che sono “emigrate” alla ricerca della grande storia portandosi dietro però le piccole storie della provincia, spesso più autentiche. L’abbinamento tra Palanca e il Movimento del ’77 a Catanzaro non poteva che uscire dalla penna di un protagonista di queste lotte “minori”, a sua volta emigrato verso Nord.  Una storia inaspettata che si collega idealmente a lotte e sogni di mondi molto lontani, anche oltreoceano. A dimostrazione dell’universalità dei valori di libertà e anche dei valori del calcio quando diventa metafora di una vita migliore, dove le cose sono possibili. L’utopia diceva Galeano serve a camminare, a darci la direzione. Palanca aveva quel ruolo, con i suoi gol dalla bandierina ci dava un segnale chiaro, ci indicava che tutto è possibile. O almeno così ci sarebbe piaciuto che fosse.

 

Ettore Castagna

Tredici gol dalla bandierina

Collana: Velvet
Rubbettino Editore, 260 pg, 16 euro.

 

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Ridurre il valore anche simbolico dell’elezione del cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, alla polemica sulle sue presunte colpe durante la dittatura militare argentina degli anni ’70 rivela una visione molto ridotta delle sfide che questo pontificato dovrà affrontare.

Bergoglio, come tutti i papabili provenienti da Paesi che hanno subito dittature, non ha un profilo limpidissimo in relazione ai comportamenti tenuti in quegli anni bui. La Chiesa argentina, sotto la dittatura, si divideva tra una piccola minoranza di resistenti, per la maggior parte uccisi dai militari, un importante settore delle gerarchie che si macchiò di complicità diretta, e un’area definita “grigia”, costituita da sacerdoti e ordini religiosi che, senza condannare pubblicamente i generali, nemmeno li considerarono mai come la salvezza del Paese, e spesso riuscirono a salvare la vita a molte persone.

Bergoglio e la Compagnia di Gesù si collocavano sicuramente in quest’ultima situazione. L’unico episodio che riguarda da vicino il nuovo pontefice, cioè il sequestro e la detenzione clandestina di due giovani gesuiti rilasciati 5 mesi dopo, è stato ricostruito dal giornalista Horacio Verbitsky nel suo libro L’isola del silenzio. Verbitsky azzarda una domanda inquietante. Si chiede cioè se quei due gesuiti, che davano fastidio per il loro lavoro insieme ai poveri, e che erano stati prima avvertiti e poi cacciati da Bergoglio, siano stati denunciati ai militari proprio dal loro superiore. Questa tesi, mai dimostrata per ammissione dello stesso Verbistsky, appare piuttosto improbabile: i sacerdoti di quel tipo erano già ben noti ai militari senza bisogno di denunce. Piuttosto, il fatto che i due siano stati liberati dopo 5 mesi lascia intuire che con ogni probabilità i vertici della Compagnia di Gesù si mossero per ottenerne il rilascio.

La figura di Francesco I è però carica di altri significati per una Chiesa in profonda crisi. Da un lato il papa è un convinto sostenitore dei principi tradizionali della dottrina sui temi riguardanti i matrimoni gay, il ruolo delle donne nella Chiesa, l’aborto. Dall’altra è un severo critico del modello neoliberale e delle sue conseguenze. Infine, è da sempre un uomo che fa dell’austerità e del rifiuto dei privilegi uno stile di vita. Si può prevedere che sarà un vescovo di Roma intransigente, e che proverà a ripulire la Curia dai corvi e dai legami pericolosi con la finanza deviata.

Ma anche, e questa è la dimensione globale della scelta, Francesco I è il primo pontefice non europeo, il papa che inaugura davvero l’era della Chiesa mondiale. In particolare, è il primo papa dell’America Latina, il continente dove vive circa il 40% dei fedeli cattolici. Una Chiesa giovane e forte, quella sudamericana, ma messa sotto scacco da parte delle religioni cristiane riformate che raccolgono quotidianamente nuovi fedeli.

Si può dire che l’elezione di Francesco I costituisce un riconoscimento ufficiale dei mutati equilibri mondiali, nell’era dei BRICS e del G20. Un Papa che parlerà molto di Europa e di economia, come fece sempre durante gli anni più duri del “dopo default” argentino, ma che saprà parlare anche alle nuove chiese con un linguaggio più comprensibile. Non va dimenticato infine che Bergoglio è un gesuita, e quindi il dialogo con l’Oriente e con l’Islam sarà un altro caposaldo del suo pontificato. I Gesuiti, da sempre considerati l’eminenza grigia della Chiesa ma finora sempre tenuti fuori da San Pietro, per la prima volta conquistano la massima istituzione cattolica: con Bergoglio, dovranno dimostrare se la loro formula, stare con gli ultimi senza disdegnare il potere, funziona ancora.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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