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La campagna per il rinnovo del Parlamento europeo è stata clamorosamente sottotono. E non solo perché l’afflato europeista dei cittadini è in calo da tempo, ma anche perché la maggioranza che non è ostile all’UE non identifica l’Unione con un’entità che possa risolvere i suoi problemi. La vera crisi dell’Unione Europea, insomma, più che dalle forze sovraniste contrarie al progetto federativo, è testimoniata dal poco entusiasmo dei favorevoli. L’Europa che per la generazione del dopoguerra significò pace e prosperità, e per le generazioni degli anni ’80 e ’90 è stata sinonimo di confini aperti e moneta unica, è diventata una sorta di gabbia nel quale si è quasi condannati a restare perché l’uscita sarebbe peggiore. È un sentimento da un lato sicuramente influenzato dalla Brexit, che ha abbassato l’intensità dei canti delle sirene sui benefici dell’uscita dall’Unione, e dall’altro dalla sensazione ormai diffusa che Bruxelles sia lontana da tutto e da tutti.

Si dà per certo che al centro della costruzione comunitaria ci siano i vincoli e la disciplina di bilancio, mentre pare a tutti impossibile costruire uno stato sociale condiviso a livello europeo e una difesa unificata, definire un salario minimo europeo e approdare all’armonizzazione fiscale. Come sempre, quando parliamo di Europa, dobbiamo fare la tara alla propaganda avversa, che la qualifica per quello che non è: una realtà terza. La costruzione europea, e in ultima istanza tutto ciò che si decide a Bruxelles, è invece frutto della volontà politica degli Stati membri. Nemmeno il Parlamento europeo, l’unico organo democraticamente eletto dell’Unione, ha poteri sufficienti per contrastare ciò che decidono la Commissione europea e il Consiglio europeo, organo composto dai capi di Stato o di governo dei Paesi membri.

Altro punto che impedisce un giudizio sereno sul valore dell’Unione è la quasi completa ignoranza delle sue reali prerogative, e cioè di quali competenze siano state davvero trasferite a Bruxelles e quali siano, invece, ancora esclusivamente sotto la responsabilità degli Stati membri. Nel primo caso troviamo le politiche agricole, i diritti dei consumatori, l’ambiente, la sicurezza alimentare. In questi campi, sui quali ha competenza l’UE, in Europa sono stati raggiunti gli standard più alti al mondo. Ma non solo: i vincoli posti dall’Unione in merito al rispetto dello stato di diritto da parte dei Paesi membri sono oggi l’unica garanzia per i cittadini di diversi Paesi dell’Est, dove progetti autoritari tentano di erodere le conquiste democratiche. Infine, non soltanto in 60 anni non si sono mai registrati conflitti tra Paesi membri, ma grazie all’UE ogni cittadino ha una possibilità in più per difendersi e far valere i suoi diritti, grazie alla Corte europea di giustizia che può ribaltare una sentenza nazionale. E tutto ciò con un costo bassissimo. La tanto vituperata euro-burocrazia costa infatti molto meno delle spese per la gestione degli Stati membri.

Ma cos’è che non va, allora? Non funzionano alcuni meccanismi che, pur nascendo da ragioni storiche, oggi andrebbero superati, come l’unanimità nelle decisioni. Altri meccanismi sono invece poco attuati: per esempio la cooperazione rafforzata, che potrebbe favorire senza strappi la creazione di un’Europa “a due cerchi”. Il primo che si consolida e procede verso la creazione di una vera entità multinazionale, il secondo che resta agganciato al mercato comune in attesa di decidere se accelerare oppure uscirne. In questo senso, l’allargamento dell’UE avvenuto negli ultimi anni ha rappresentato un danno. Bisognava prima definire meglio la natura dell’Unione e approvare la Costituzione, e solo poi procedere a includere nuovi Paesi. Ora però non è tempo di guardare indietro ma di attuare riforme profonde. Sarebbe bene che non fosse il solito asse franco-tedesco a trainare gli altri Stati, ma che si formasse anche un asse del Mediterraneo, nel quale l’Italia potrebbe giocare un ruolo fondamentale.

L’Europa del 2019 vacilla tra dissoluzione e rilancio. Gli elettori manderanno un segnale in questo senso, ma la sopravvivenza dell’Europa come entità politica potrà essere frutto solo di una classe dirigente capace di uno sguardo lungimirante e di uscire da logiche solo nazionali, come accadde nel 1957, quando i padri fondatori firmarono il Trattato di Roma. All?Europa del 2019 manca una nuova utopia, che indichi la direzione, che proponga nuove lotte e nuove conquiste.

 

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Il voto in Spagna conferma una tendenza che buona parte della stampa non vuole considerare, soprattutto quando si parla di Europa. La delusione provocata dagli aspetti negativi della globalizzazione, dalla precarizzazione del lavoro all’aumento delle fragilità sociali sta spingendo l’elettorato medio occidentale su due binari, quello della mobilità e quello della radicalizzazione. Non si vota – se non marginalmente – su base ideologica, ma volta per volta si valuta l’offerta politica. Si premiano inoltre le estreme, a destra e a sinistra, ma anche quei partiti storici che riescono a rinverdire i loro principi fondativi. Democristiani, come quelli dell’Est, che siano fermamente ancorati ai valori tradizionali oppure socialisti, come quelli mediterranei, che si rivolgano a un elettorato popolare e non di soli ceti medi-alti. Negli Stati Uniti si scopre, o si riscopre, la parola socialismo, in Europa i socialisti che vincono sono quelli che guardano a sinistra e cercano di costruire alleanze larghe. Come in Portogallo, come sicuramente in Spagna e come in Grecia, dove Syriza è già di per sé un partito-coalizione in cui convivono diverse sensibilità. Con l’eccezione dell’Italia, nel Mediterraneo sta tornando il tempo della sinistra.

L’altra novità è a nord, dove si assiste a una forte crescita dei partiti verdi che hanno saputo rinnovarsi, mantenendo al centro dell’agenda l’ambiente ma non limitandosi al solo tema ambientale. In comune con le esperienze del Mediterraneo c’è il pragmatismo dei nuovi leader. Nessuno spacca il capello in quattro su aspetti ideologici, nessuno dice no senza offrire un’alternativa, tutti sono europeisti, tutti sanno che i diritti individuali sono solo una parte del capitolo dei diritti, che include anche quelli collettivi e sociali.

La stagione che si sta aprendo al di là dell’Atlantico ha molti punti in comune con quella europea e seppellirà quello che negli Stati Uniti chiamano “neoliberismo con diritti individuali”. Cioè la visione di una società frammentata dal punto di vista sociale, privatizzata nell’accesso ai servizi, polarizzata dal punto di vista del reddito, ma con la libertà di sposarsi tra persone dello stesso sesso o di non essere discriminati per motivi religiosi. Oggi la società sta chiedendo garanzie sui “fondamentali” che tengono unita una comunità: lavoro, casa, educazione, salute. Una risposta a questa domanda arriva dalla destra estrema, fino a ieri all’interno della destra moderata, ed è la vecchia ricetta che addossa le colpe a categorie precise (immigrati, minoranze). Un’altra risposta arriva da sinistra, con la riforma della fiscalità, il rilancio dei servizi pubblici, gli investimenti per la crescita dell’impiego. Nel primo caso, la violenza diventa inevitabile: violenza contro le persone e contro le regole della democrazia. Nel secondo caso, invece, i diritti acquisiti vengono tutelati e si evita lo scontro sociale.

I risultati di questi ultimi appuntamenti elettorali paiono confermare una tendenza verso le soluzioni riformiste e non autoritarie. In questo senso, il disastro politico provocato dalla Brexit nel Regno Unito ha avuto un impatto non indifferente sull’opinione pubblica. È stata la dimostrazione palese di quale sia il prezzo che si paga quando si sostengono proposte demagogiche, tra l’altro basate su falsità. Anche negli Stati Uniti l’elettorato che ha sostenuto Donald Trump sta riflettendo: non sono arrivate misure reali a favore dei bianchi impoveriti, bensì una riforma fiscale a favore dei più ricchi e delle corporation. I democratici sono stati scossi dall’ondata di sinistra portata da Bernie Sanders, che ha coagulato attorno a sé una nuova generazione di militanti giovani e fortemente spostati a sinistra.

È come se il tempo dei social media, manipolabili e manipolatori, quale veicolo principale della politica fosse in declino. Riprende forza, invece, il rapporto personale tra politica e cittadino, per discutere e tornare a credere che in democrazia è possibile stabilire nuove regole di convivenza, aggiornare le tutele sociali, ripensare il lavoro nel terzo millennio.

 

La tragedia della follia sfiorata a San Donato Milanese è stata abbondantemente sfruttata a fine propagandistici da chi è riuscito a fare passare una nuova categorizzazione del terrorismo e dei gesti folli. Se l’attentatore, come Luca Traini o il killer della Nuova Zelanda, uccidono in nome del suprematismo bianco contro la cosiddetta “sostituzione etnica”, allora si tratta di un gesto individuale, sicuramente dettato dalla follia. Se invece il criminale è di origini migratorie, anche se di seconda o terza generazione, allora il suo gesto è una caratteristica della sua etnia e/o nazionalità e/o religione. Frasi tipo “è un gesto folle, però…” oppure, “terremo alta la guardia, per noi resta prioritario il terrorismo islamico”, dopo l’uccisione di 49 musulmani in preghiera svelano appunto questa logica. Il terrorismo islamico è un fenomeno che potenzialmente coinvolge due miliardi di musulmani, il terrorismo bianco, come dice Trump, “è frutto di un pugno di persone cattive”.  Insomma, Luca Traini è un pazzo, Ousseynou Sy, nato in Francia quindi francese e cittadino italiano acquisito, è un “senegalese”, cioè rappresenta una nazionalità che collettivamente è responsabile dell’attentato. Questo perché la narrazione suprematista e sovranista ha bisogno di una linearità binaria, tutto il bene di qua, tutto il male di là. Se uno dei “nostri” sbaglia, è un caso isolato, un “pazzo”, se uno dei loro sbaglia, ecco che il suo gesto rappresenta la negatività complessiva della sua etnia. Ma il racconto si è inceppato dopo poche ore dei fatti di San Donato, quando si è scoperto che due dei tre “piccoli eroi” della tragedia sfiorata si chiamano Adam e Rami, figli di genitori marocchini e egiziani, nati in Italia ma non italiani. E quando i genitori hanno approfittato delle telecamere per chiedere la cittadinanza per i figli è calato il gelo sulla vicenda. Allo sbrigativo “vedremo” di Salvini si è aggiunto il “non è un tema presente nel contratto di governo e comunque va affrontato in Europa nel quadro della cittadinanza europea “ di  Di Maio. Peccato che questa sia una fake news perché non esiste ne è allo studio nessuna ipotesi di “cittadinanza europea”, questione che resta assolutamente di responsabilità dei singoli paesi membri. Lo ius soli può aspettare dunque, e i bambini se verranno “graziati” dal Presidente della repubblica lo saranno perché “eroi” e non perché nati in Italia.

Diciamo però due cose sul tormentato tema dello ius soli, che in Italia contrariamente a quanto dice e pensa la maggior parte della stampa e dell’opinione pubblica esiste da quando è stata sancita la nuova legge sulla cittadinanza nel 1992. Chi nasce in Italia e risiede continuativamente fino al diciottesimo anno ha il diritto di chiedere la cittadinanza italiana fino al compimento del diciannovesimo anno. Ha cioè solo 12 mesi per esercitare un diritto. Ed è questo il punto centrale, lo ius soli esiste ma è discriminatorio di chi nasce in Italia, nel senso che uno straniero residente in Italia ha diritto a chiedere la cittadinanza dopo soli 10 anni, mentre chi invece è nato qui deve aspettare 18. La media europea per il conferimento della cittadinanza ius soli è di circa 6 anni, cioè coincide grosso modo con l’inizio del percorso scolastico e quindi della vita sociale del bambino. Nel Continente americano è invece automatico alla nascita.

Con la vicenda di Rami e Adam l’aggiornamento dello ius soli a criteri e tempistiche di civiltà è tornato a sfiorare la comunicazione, ma solo per un secondo. I bambini nati in Italia dovranno ancora a lungo sentirsi stranieri fino a maggiore età e non potranno ad esempio fare un semestre o anno all’estero alle superiori, come migliaia di bambini italiani, perché perderebbero la continuità della residenza. Ma si ricordino Salvini e Di Maio che comunque, per quanto la legge di cittadinanza italiana sia una legge pessima e che vada senz’altro riformata, quei bambini ce la faranno a diventare cittadini come tutti i nati in Italia. E un giorno voteranno.

 

Foto LaPresse – Mourad Balti Touati
21/02/2017 Milano (Ita) – Piazza Scala
Cronaca
Flash mob a sostegno dello Ius Soli, organizzato da Italia sono anch’io e Italiani senza Cittadinanza
Nella foto: il flash mob

Gli oltre cinquecentomila manifestanti che a Londra hanno chiesto una seconda opportunità per esprimersi sulla Brexit rappresentano la più spettacolare e visibile protesta contro il salto nel buio che l’insipienza dei ceti politici inglesi ha provocato. Le responsabilità non sono però le stesse per tutti.

C’è chi, come Nigel Farage, ha lottato anni per portare il Regno Unito fuori dall’UE, nostalgico di un Impero che non esiste più da almeno 80 anni e convinto che l’insularità, storica garanzia dell’indipendenza del Regno Unito, nel XXI secolo sia ancora una barriera difensiva. C’è chi nel Labour Party non si è speso quanto avrebbe dovuto, lisciando il pelo al sentiment degli elettori. Ma il massimo responsabile è David Cameron, che volle ripetere la mossa compiuta della signora Thatcher nel 1984, quando ottenne il rebate, cioè la restituzione di parte dei contributi versati all’UE. Ogni anno, infatti, a Londra vengono rimborsati i due terzi dei contributi versati a Bruxelles in eccedenza rispetto a quanto il Paese riceve: circa 4 miliardi di euro all’anno. La Lady di Ferro aveva ottenuto il rebate minacciando di ritirare il Regno Unito dalla CEE; Cameron andò oltre quando, nel 2014, promise un referendum consultivo sulla permanenza nell’UE. Una spada di Damocle con la quale, in effetti, piegò i partner europei, che nel 2016 gli concessero quanto richiesto: soprattutto l’eliminazione del percorso già tracciato verso un’Unione più stretta.

La storica rivendicazione di Londra, contraria alla trasformazione dell’UE in qualcosa di più di un accordo commerciale tra Stati, è da sempre condivisa da Washington, che preferisce alleati deboli con i quali trattare singolarmente. Forte di questo successo negoziale, che sarebbe entrato in vigore solo dopo il referendum, Cameron dichiarò che avrebbe dato indicazione di voto favorevole alla permanenza nell’Unione. Quello che lo scommettitore di Londra non sapeva era che una vera macchina mediatica fatta di fake news, bugie, disinformazione si era abbattuta soprattutto sui cittadini delle zone rurali e dei piccoli centri urbani. E così il 23 giugno 2016 è entrato nella storia perché, per la prima volta, un Paese ha votato sì all’uscita e non all’ingresso nell’Unione Europea. È stata la prima “vittoria” dei manipolatori della rete come Steve Bannon, consulente per la comunicazione di Donald Trump, che dopo pochi mesi avrebbe vinto le presidenziali in USA. Manipolazione scientifica, che ha portato i cittadini di alcune contee depresse del Galles, sostenute fortemente dai finanziamenti comunitari, a votare contro chi garantiva loro il reddito.

Parole d’ordine: sovranismo, rifiuto dell’immigrazione, miglioramento dell’economia senza l’UE. Il copione, dalla Brexit in poi, si è ripetuto spesso e non solo in Europa.  Ma, finita l’ubriacatura, la trattativa per la separazione si è rivelata tutta in salita. L’Unione Europea, divisa quasi su tutto, sul fronte Brexit si è dimostrata incredibilmente compatta. Londra non può uscire gratis e soprattutto non può ripristinare la frontiera fra le due Irlande. La conseguenza più dolorosa per il governo conservatore è stata la scelta degli operatori finanziari e delle grandi aziende con sede nel Regno Unito, che da subito si sono attrezzati per tamponare un’uscita rovinosa migrando nel Continente. Oggi si sa che l’uscita senza negoziato – a meno che all’ultimo momento non si riesca a salvare capra e cavoli – avrà ricadute pesantissime per l’economia britannica. Chi ha votato leave perché pensava che sarebbe stato meglio ha capito che invece accadrà il contrario. Un errore, compiuto da una classe politica mediocre, sancito democraticamente ai tempi della manipolazione di massa via web. Una lezione non solo per il Regno Unito.

 

Quando quest’ultima ondata di globalizzazione dell’economia ebbe inizio, con lo scoccare degli anni ’90, l’entusiasmo era il sentimento preponderante. Non tanto perché tutti fossero convinti che l’apertura dei mercati mondiali allo scambio di servizi e merci fosse cosa buona a prescindere, ma perché chi aveva dei dubbi rimase a guardare. Si diffondeva senza contrasti una narrazione epica della rivoluzione in corso, che si è poi avverata solo in parte: società più aperte, più ricche e meticce, vantaggi per tutti, nuovi mezzi di comunicazione che creavano l’illusione di vivere in un unico villaggio globale. Si dava il via alle delocalizzazioni produttive dai Paesi di vecchia industrializzazione a quelli emergenti. Masse di centinaia di milioni di contadini cominciavano a spostarsi verso le città della Cina, dell’Indonesia, dell’India, del Messico. Il reddito aumentava nei Paesi poveri e “teneva” in quelli ricchi. Nasceva il WTO, Organizzazione Mondiale del Commercio, per sancire la vittoria del libero mercato e regolare le controversie in campo commerciale.

La fede nella fine della Storia, come si diceva allora, portò addirittura a stabilire che il WTO dovesse trovare l’unanimità per decidere le regole mondiali. Andava così: chi poteva immaginare, allora, che qualcuno volesse opporsi alla narrazione della globalizzazione? Quell’onda di piena metteva alla pari democrazie e dittature, Paesi del primo e del terzo mondo, tutti insieme per costruire la mappa del futuro. Furono in pochi a segnalare per tempo i limiti di ciò che stava avvenendo, a dire che quel processo, in nome dell’apertura dei mercati, veniva condotto senza regole condivise, e anzi abbattendo regole preesistenti che tutelavano cittadini o Stati. Mancanza di regole sulla fiscalità globale, sui paradisi fiscali, sui temi ambientali, sulla mobilità delle persone, sul lavoro.

Pian piano molti nodi hanno cominciato a venire al pettine. Con la scoperta, ad esempio, che la delocalizzazione produttiva aveva sì creato molti posti di lavoro in Cina, ma stava desertificando intere aree in Europa o nel Nordamerica, dove non si riusciva più a garantire lavoro a intere comunità. I grandi soggetti multinazionali nati dalla rivoluzione tecnologica, quasi tutti statunitensi, erano diventati praticamente dei monopolisti, pagando percentualmente meno tasse del salumiere sotto casa e stroncando così qualsiasi ipotesi di concorrenza. Nei Paesi di vecchia industrializzazione, il passaggio dall’ottimismo alla preoccupazione è stato breve, e soprattutto foriero di cambiamenti nel rapporto con la politica, colpevole di aver ceduto sulla sovranità nazionale. La retorica “globalizzata” oggi è praticamente scomparsa: si è rivalutato il “territorio”, è tornata di moda la nazione, si stanno ipotizzando diverse modalità di autarchia. Si rifiuta la società meticcia e si demolisce a picconate il sistema multilaterale di relazioni.

Siamo quindi all’alba di una nuova era? È probabile, ma la globalizzazione è un dato irreversibile. Passata la sbornia attuale si lavorerà sulle riforme necessarie per adeguare il diritto internazionale e quello nazionale al nostro tempo, in un contesto multilaterale. Non esiste altra possibilità. Anche i fautori dell’approccio da “padroni a casa nostra” capiranno che, nel mondo attuale, è impossibile andare avanti senza cedere una parte della propria sovranità. Il punto è a quali condizioni, per quali obiettivi. Ma su temi come l’ambiente, la finanza, la mobilità delle persone le soluzioni o sono condivise o non sono vere soluzioni. Gli automatismi ideologici, che sono sopravvissuti alla morte ufficiale delle ideologie, non hanno portato nulla di buono.