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La tragedia della follia sfiorata a San Donato Milanese è stata abbondantemente sfruttata a fine propagandistici da chi è riuscito a fare passare una nuova categorizzazione del terrorismo e dei gesti folli. Se l’attentatore, come Luca Traini o il killer della Nuova Zelanda, uccidono in nome del suprematismo bianco contro la cosiddetta “sostituzione etnica”, allora si tratta di un gesto individuale, sicuramente dettato dalla follia. Se invece il criminale è di origini migratorie, anche se di seconda o terza generazione, allora il suo gesto è una caratteristica della sua etnia e/o nazionalità e/o religione. Frasi tipo “è un gesto folle, però…” oppure, “terremo alta la guardia, per noi resta prioritario il terrorismo islamico”, dopo l’uccisione di 49 musulmani in preghiera svelano appunto questa logica. Il terrorismo islamico è un fenomeno che potenzialmente coinvolge due miliardi di musulmani, il terrorismo bianco, come dice Trump, “è frutto di un pugno di persone cattive”.  Insomma, Luca Traini è un pazzo, Ousseynou Sy, nato in Francia quindi francese e cittadino italiano acquisito, è un “senegalese”, cioè rappresenta una nazionalità che collettivamente è responsabile dell’attentato. Questo perché la narrazione suprematista e sovranista ha bisogno di una linearità binaria, tutto il bene di qua, tutto il male di là. Se uno dei “nostri” sbaglia, è un caso isolato, un “pazzo”, se uno dei loro sbaglia, ecco che il suo gesto rappresenta la negatività complessiva della sua etnia. Ma il racconto si è inceppato dopo poche ore dei fatti di San Donato, quando si è scoperto che due dei tre “piccoli eroi” della tragedia sfiorata si chiamano Adam e Rami, figli di genitori marocchini e egiziani, nati in Italia ma non italiani. E quando i genitori hanno approfittato delle telecamere per chiedere la cittadinanza per i figli è calato il gelo sulla vicenda. Allo sbrigativo “vedremo” di Salvini si è aggiunto il “non è un tema presente nel contratto di governo e comunque va affrontato in Europa nel quadro della cittadinanza europea “ di  Di Maio. Peccato che questa sia una fake news perché non esiste ne è allo studio nessuna ipotesi di “cittadinanza europea”, questione che resta assolutamente di responsabilità dei singoli paesi membri. Lo ius soli può aspettare dunque, e i bambini se verranno “graziati” dal Presidente della repubblica lo saranno perché “eroi” e non perché nati in Italia.

Diciamo però due cose sul tormentato tema dello ius soli, che in Italia contrariamente a quanto dice e pensa la maggior parte della stampa e dell’opinione pubblica esiste da quando è stata sancita la nuova legge sulla cittadinanza nel 1992. Chi nasce in Italia e risiede continuativamente fino al diciottesimo anno ha il diritto di chiedere la cittadinanza italiana fino al compimento del diciannovesimo anno. Ha cioè solo 12 mesi per esercitare un diritto. Ed è questo il punto centrale, lo ius soli esiste ma è discriminatorio di chi nasce in Italia, nel senso che uno straniero residente in Italia ha diritto a chiedere la cittadinanza dopo soli 10 anni, mentre chi invece è nato qui deve aspettare 18. La media europea per il conferimento della cittadinanza ius soli è di circa 6 anni, cioè coincide grosso modo con l’inizio del percorso scolastico e quindi della vita sociale del bambino. Nel Continente americano è invece automatico alla nascita.

Con la vicenda di Rami e Adam l’aggiornamento dello ius soli a criteri e tempistiche di civiltà è tornato a sfiorare la comunicazione, ma solo per un secondo. I bambini nati in Italia dovranno ancora a lungo sentirsi stranieri fino a maggiore età e non potranno ad esempio fare un semestre o anno all’estero alle superiori, come migliaia di bambini italiani, perché perderebbero la continuità della residenza. Ma si ricordino Salvini e Di Maio che comunque, per quanto la legge di cittadinanza italiana sia una legge pessima e che vada senz’altro riformata, quei bambini ce la faranno a diventare cittadini come tutti i nati in Italia. E un giorno voteranno.

 

Foto LaPresse – Mourad Balti Touati
21/02/2017 Milano (Ita) – Piazza Scala
Cronaca
Flash mob a sostegno dello Ius Soli, organizzato da Italia sono anch’io e Italiani senza Cittadinanza
Nella foto: il flash mob

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Estratto del Verbale della seduta del Consiglio Comunale di Arcore del 17 aprile 2013-06-19.

 Intervento a favore della proposta di Delibera di Iniziativa Popolare “Cittadinanza onoraria ai bambini nati in Italia figli di stranieri e residenti ad Arcore”.

PROFESSOR SOMOZA ALFREDO LUIS

 

Grazie Presidente. Voglio ringraziare tutti voi, i cittadini di Arcore che hanno firmato queste proposte, il Consiglio Comunale, la Giunta, perché da due ore in quest’Aula stiamo parlando di temi “alti”, temi dimenticati dalla politca nazionale, ma che  riguardano tutti noi.

La cittadinanza e il cittadino sono gli atti fondanti di una Repubblica, non c’è cittadino senza Repubblica, non c’è Repubblica senza cittadino.

Quindi stiamo parlando di qualcosa di molto importante, per quanto, chiarisco subito, credo che tutti lo sappiate perfettamente, stiamo parlando di una proposta di delibera soltanto simbolica e quindi politica.

Io credo che la politica non deva essere patrimonio degli Stati centrali. Credo che gli Stati sempre di più siano lontani dal capire come cambia la società e che per questo motivo siano importanti le sollecitazioni che arrivano dai territori.

Noi questa sera stiamo scrivendo un pezzo di storia italiana, quando si ricorderà che la rivoluzione della cittadinanza, l’essere diventati Europei finalmente anche in Italia, non è partito da Roma, ma è partita dai territori.

Per questo motivo sono profondamente convinto dell’importanza delle autonomie locali e per questo motivo sono un convinto federalista.

La cittadinanza è fondamentalmente un rapporto tra lo Stato e una persona, costituito dalla concessione di uno status e da un rapporto giuridico.

“Io ti riconosco come cittadino”, quindi hai un tuo status giuridico e questo riconoscimento ha dietro di sé o ha dentro di sé tutta una serie di diritti specifici che ti riguardano. Diversi sono invece i diritti che qualsiasi Stato riconosce a chi è straniero o a chi è apolide, cioè a chi non ha cittadinanza.

Nella tradizione giuridica internazionale, esistono fondamentalmente due modelli su questo tema. Quello più diffuso a livello mondiale è il cosiddetto ius soli, cioè il diritto alla cittadinanza per il fatto di essere nato dentro il territorio di uno Stato.

È stato il diritto del cosiddetto modello francese, cioè il modello che nasce in Francia attorno al 1500 e che verrà rilanciato con forza dalla Rivoluzione Francese, la Francia è il primo paese in Europa e quasi l’unico che ha nella sua Costituzione questo tipo di diritto.

Ma è anche il modello di diritto delle grandi democrazie che sono state aperte all’arrivo degli immigrati, quindi il diritto tipico di un paese che ha accolto stranieri perché aveva bisogno in un determinato momento della sua storia nuovi cittadini e quindi considerava che il principale fattore d’integrazione partisse proprio dalla cittadinanza, non tanto per l’immigrato, che in ogni paese deve scontare dei periodi di tempo per acquisire la cittadinanza, ma per chi fosse nato in quel territorio.

Questo è stato il diritto che ha accompagnato la stragrande maggioranza dei 29 milioni d’Italiani che emigrarono tra il 1860 e il 1985.

Ricordiamo: il 43% dal nord Italia, Friuli, Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. È il diritto degli stati Uniti, del Canada, dell’Australia, dell’Argentina, del Brasile oltre che della Francia in Europa.

Sono pochi i paesi che non hanno riconosciuto questo diritto. Uno è tristemente noto da questo punto di vista: la Svizzera. Un paese nel quale le persone sono considerate semplice strumento, pezzi di un ingranaggio per il lavoro, da buttare via appena non servono più.

Seconda tradizione di diritto di cittadinanza è lo ius sanguinis, il cosiddetto modello tedesco. Si è cittadini perché uno o entrambi dei genitori sono cittadini di un determinato Stato.

Pensate che in Italia fino al 1984 la cittadinanza italiana veniva trasmessa solo per via paterna. È stato il Presidente Pertini che fece un atto di riconoscimento della cittadinanza motivandolo per il fatto che un cittadino congolese er figlio “di madre italiana” e quindi fece scattare il meccanismo che portò alla parità tra uomo e donna su questo tema.

Lo ius sanguinis è quello strano diritto, visto con gli occhi dell’oggi, perché riguarda i paesi che contrariamente ai paesi americani, hanno avuto dei grandi flussi in uscita, cioè dei grandi flussi di emigrazione, come appunto l’Italia. In questo modo, si manteneva un legame con i figli degli emigrati che erano andati a vivere da qualche altra parte.

È quel diritto ad esempio che permette che in Italia ci siano, quando si vota alle Politiche, 12 deputati e 6 senatori che arrivano dai collegi esteri, votati da persone che per la maggior parte non hanno nemmeno mai messo piede in Italia perché sono seconde, terze generazioni, che non pagano nemmeno tasse in Italia.

Mentre abbiamo il paradosso dei circa 4 milioni di immigrati che qui risiedono, lavorano e pagano le tasse allo Stato, ma non hanno diritto di voto nemmeno a livello amministrativo.

Oggi questa situazione sta cambiando velocemente, perché il Consiglio d’Europa del 6 novembre 1997 (non ratificato dall’Italia) ha dato l’indicazione di facilitare lo ius soli, cosa che sta facendo tutta l’Europa.

La Germania ad esempio che aveva appunto il modello tedesco, quindi lo ius sanguinis, ha introdotto questa modifica: basta un genitore residente da otto anni perché il figlio sia tedesco.

L’Irlanda: bastano tre anni di residenza del genitore. Il Belgio: bastano dieci anni di residenza del genitore. Sostanzialmente senza introdurre lo ius soli, di fatto stanno introducendo delle condizioni che riguardano i genitori e i tempi di residenza nel paese rispetto ai figli.

Quando parliamo di cittadinanza, parliamo di integrazione, ma il termine integrazione potrebbe risultare offensivo per chi nasce nel territorio di un paese, frequenta l’asilo nido, le scuole, si laurea e quindi non ha da “integrarsi” in un paese nel quale ovviamente è nato.

Ma fondamentalmente per quello che riguarda l’aspetto simbolico, visto che noi in questo momento stiamo riflettendo di quello, è fondamentalmente il riconoscimento di quello che hanno già fatto tanti Comuni, il riconoscimento dell’appartenenza ad una comunità.

Comincio a concludere velocemente con tre citazioni per capire quanto forse sia più trasversale rispetto agli altri due che abbiamo toccato sinora.

Per quale motivo sia leggermente incomprensibile il fatto che siamo qui stasera a discutere di un atto simbolico di un Comune perché non c’è la legislazione nazionale.

“È opportuno rendere così l’acquisizione della cittadinanza da parte dei minori figli di immigrati già di fatto integrati nella nostra comunità nazionale. È un’autentica follia, un’assurdità che dei bambini nati in Italia non diventino italiani”. Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica.

“La chiesa è favorevole al riconoscimento del diritto di cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia e conseguentemente al diritto al voto amministrativo, allo svolgimento del servizio civile per i giovani tra i 18 e i 28 anni”. Conferenza Episcopale Italiana 9 gennaio 2013.

“Io non sono un migrante, sono nato e vissuto in Italia. Perché tutti si rivolgono a me come a un immigrato, uno straniero? Io non sono altro che un nuovo Italiano che fatica a essere riconosciuto come tale. Sono il frutto dei sacrifici dei miei genitori emigrati che non viene coronato”. Un ragazzo di seconda generazione di Milano.

Concludo con un brano di una poesia di uno scrittore ligure molto importante che diceva questo alla fine dell’ottocento: “Ecco il Naviglio maestoso e lento, salpa, Genova gira, alita il vento, sul vago lido si distende un velo e il drappello sgomento solleva un grido desolato al cielo. Addio fratelli, addio turba dolente”. Edmondo De Amicis. Gli emigranti. Inizi del 900.

Su quella nave viaggiavano simbolicamente due giovani astigiani, che avrebbero avuto quattro figli a Buenos Aires, diventati Argentini per nascita e Italiani per discendenza, quindi con doppia cittadinanza.

Uno di questi figli qualche giorno fa è stato eletto Papa ed è il primo Papa emigrante della nostra storia, cioè figlio di emigrati di Asti, quindi cittadino Italiano secondo lo ius sanguinis e anche cittadino argentino in quanto nato sul territorio argentino.

Papa Francesco è un figlio dell’emigrazione italiana che grazie all’accoglienza ricevuta nella lontana Argentina oggi può rappresentare le aspettative di oltre un miliardo di cattolici nel mondo.

Come Papa Francesco il Presidente degli Stati Uniti d’America che è il simbolo di superamento di una storia di violenza, di schiavitù e anche in quel paese di lotta per la cittadinanza, quella degli Afroamericani, ci ricorda come tutto stia cambiando velocemente.

Le estensioni dei diritti non sono stati mai nella storia un problema, ma anzi, hanno liberato potenzialità, favorito il progresso e non volerli riconoscere equivale negare la nostra storia di popolo migrante.

Per il Comune di Arcore questa delibera si tratta di un atto simbolico, ma per i piccoli Arcoresi figli di immigrati che riceveranno la cittadinanza onoraria sarà un riconoscimento della loro appartenenza a questa comunità, una comunità locale che vede lontano e che nella sua autonomia politica vuole recapitare stasera un segnale forte alla politica nazionale.

Grazie per la vostra attenzione.

 

(La delibera è stata approvata con il voto favorevole di PD, SEL,Rifondazione, Lista Civica, PDL. Contrari: Lega Nord)

 

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