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Sono ormai passati cinque anni da quel celebre “buonasera” con il quale il papa venuto dalla fine del mondo si presentò ai fedeli. Fin dall’inizio, il primo papa gesuita è stato un sorvegliato speciale da parte dei poteri forti che gravitano attorno al Vaticano. Prelati e laici conservatori che con Wojtyla e Ratzinger avevano governato la Chiesa con mano ferma. Una Chiesa che però rischiava il collasso, e questo non solo per l’emorragia di fedeli soprattutto nel continente più importante della sua geopolitica, l’America Latina, ma anche per via di intrighi di corte diventati destabilizzanti. In questo senso le dimissioni di Benedetto XVI non erano state un semplice campanello d’allarme, ma la sirena che chiamava i vigili del fuoco.

Jorge Mario Bergoglio, italiano per ius sanguinis e argentino per ius soli, era la persona giusta. Da una parte una figura da spendere in America Latina, dove il Vaticano ha infatti recuperato autorevolezza evangelica e presenza politica, partecipando al processo di pace in Colombia e alla distensione tra Stati Uniti e Cuba. Dall’altra un uomo in grado di mettere ordine in casa, a Roma, facilitato dal suo essere un esterno rispetto al mondo della curia vaticana. Se nel primo caso Bergoglio ha funzionato, e si registra infatti un ritorno di fedeli nelle chiese latinoamericane, la casa romana non è ancora in ordine. Alla fermezza dimostrata nella vicenda dello IOR, tornato a essere davvero la banca vaticana dopo decenni in cui è stata una banca corsara offshore, non ha fatto eco altrettanta fermezza su altri dossier scottanti, ad esempio quello sulla pedofilia.

Chi si aspettava grandi rivoluzioni dell’ordinamento canonico, come per il tema del celibato dei sacerdoti, finora è rimasto deluso. Bergoglio si è dimostrato per quello che è sempre stato: un conservatore in termini di dottrina. Papa Francesco ha guadagnato però credito con il suo “fare politica”, mai partitica e mai interferendo nella situazione interna di un Paese, Italia compresa. La sua enciclica Laudato Si’ sui temi ambientali è stata non solo originale e coraggiosa, ma la prima in assoluto dedicata dalla Chiesa all’argomento. Lo stesso vale per i suoi interventi riguardanti il lavoro, la globalizzazione e le migrazioni. Temi che fanno parte sia del bagaglio familiare di Bergoglio, in quanto figlio di italiani emigrati in Sudamerica alla ricerca di condizioni di vita più dignitose, sia del suo bagaglio politico, essendo stato in gioventù militante peronista. E poi la disponibilità ad ascoltare e a capire, il rispetto per la persona sofferente, anche quando ha fatto scelte contrarie alla morale cattolica. In definitiva, la misericordia spinta al limite del superamento dell’infallibilità, “chi sono io per giudicare” appunto.

Il gesuita Bergoglio ha poi portato il suo stile a Roma, e come diceva Umberto Eco, per capirlo bisogna conoscere la storia del Paraguay e delle missioni gesuitiche. Non era mai successo prima che un pontefice non dormisse e non mangiasse in Vaticano, né che disdegnasse qualsiasi forma di lusso o di esibizione di potere e ricchezza. L’ispirazione di Bergoglio è chiaramente il poverello di Assisi, che tra l’altro fu modello di fede per Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù, nel XVI secolo.

Il gusto per la politica e per la diplomazia è un’altra caratteristica del primo papa sudamericano. Nella sua agenda non c’è solo l’America Latina ma ci sono anche pace e conflitti, riconciliazione con la Chiesa ortodossa e il grande sogno di recarsi in Cina sulle orme del gesuita Matteo Ricci, che visse lunghi anni alla corte dell’imperatore a Pechino, tra il XVI e il XVII secolo.

La forza di Bergoglio è stata quella di resistere all’attacco concentrico di stampa, intellettuali, teologi e sacerdoti conservatori che hanno messo in discussione le sue conoscenze teologiche, il suo modo di governare, la sua sincerità. Un attacco al papa come non si registrava da deccenni. Ma la Chiesa di Bergoglio ha resistito, rendendo onore a quell’altra parte della storia di solito ignorata: una storia fatta di sacerdoti e arcivescovi assassinati, come il nuovo santo Oscar Romero, e di cristiani che si battono per il lavoro e per l’ambiente, o che chiedono giustizia per i propri figli scomparsi. È difficile prevedere quale sarà il bilancio finale di questo pontificato, ma una cosa è sicura: dopo Francesco molte cose saranno cambiate per sempre. Gesti, sensibilità, simboli, temi francescani che grazie al primo papa gesuita hanno avuto finalmente diritto di cittadinanza nella Chiesa non potranno mai più essere ignorati.

 

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Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, si è velocemente guadagnato un ruolo da leader globale in uno scenario di vuoto e di caos che spinge la gente a cercare nuovi riferimenti. Riferimenti che, però, si fa fatica a individuare.

Il papa ha un profilo al tempo stesso fortemente definito sul piano pastorale e molto “politico” rispetto alle umane vicende. Innanzitutto incarna un prototipo di uomo pubblico raro ma molto rispettato. L’austerità francescana di Bergoglio è molto simile, anche se su basi culturali completamente diverse, alle regole di vita e di comportamento seguite dall’ex presidente uruguayano José “Pepe” Mujica, un contadino ed ex guerrigliero diventato popolare a livello internazionale.

Bergoglio parla molto chiaro, con un linguaggio che ha tarato sulle difficoltà di un Paese, l’Argentina, fallito nel 2001 quando lui era arcivescovo di Buenos Aires. Difficoltà oggi purtroppo comuni a tanti altri Stati. Nel suo linguaggio, l’analisi spietata dell’esistente è sempre accompagnata dalla fiducia nell’uomo e in valori, come lo spirito di servizio, che possano dare una speranza. La sua radicale affermazione nell’omelia in plaza de la Revolución a L’Avana, «chi non vive per servire non serve per vivere», ha sicuramente riecheggiato le frasi di un altro argentino, presente in effigie alla Messa: quel Che Guevara che diceva «siate capaci di sentire nel più profondo di voi stessi le ingiustizie commesse contro chiunque in qualsiasi parte del mondo». Due visioni totalizzanti e simili, entrambe riferite all’uomo come essere compiuto solo se al servizio degli altri.

A papa Francesco è stato riconosciuto anche il ruolo di mediatore imprescindibile tra contendenti storicamente contrapposti. Il metodo del dialogo da lui esaltato in chiara polemica con il “metodo della guerra”, la diplomazia discreta e di alto livello, la ricerca di ciò che unisce… il metodo gesuitico, insomma, oggi stupisce perché si è rivelato decisivo per chiudere l’ultimo simbolo della Guerra Fredda, lo scontro tra USA e Cuba.

Ma non è solo la politica latinoamericana a interessare al papa. I temi dei migranti e dell’ambiente che ha scelto per la sua tappa statunitense sono argomenti avversati dai repubblicani impegnati nelle primarie, che ritengono che il cambiamento climatico non esista e che i migranti vadano ricacciati indietro innalzando un muro ancora più alto al confine con il Messico.

Con Francesco il Vaticano torna in trincea, dopo che per anni aveva abbandonato il Continente in cui vive la maggioranza dei cattolici consegnandolo di fatto alle chiese evangeliche e pentecostali. Questo ritorno, insieme ai prossimi viaggi programmati in Africa, sta spostando l’asse della Chiesa eurocentrica, finora fortemente influenzata dalle gerarchie vaticane e dai mondi economici e politici contigui. La fine dello IOR come banca offshore, il licenziamento di fatto della Sacra Rota e degli avvocati vaticani, la lontananza dai partiti che si richiamano alla Chiesa, l’idea di far pagare le tasse alle sedi ecclesiastiche che fanno business, il depotenziamento del Vaticano compiuto dallo stesso “Vescovo di Roma” costituiscono proprio la benzina che sta alimentando il rilancio della Chiesa.

La chiesa di Francesco è globale, non “romana”, e lo dimostra anche nei fatti. Per esempio ospitando in Vaticano solo due famiglie di profughi siriani, ma imponendo a tutta la Chiesa di fare altrettanto. Non centro e periferia ma comunità diffusa, rete, ecclesia, comunità di credenti.

La geopolitica del Vaticano per secoli è stata tratteggiata dai Gesuiti. Oggi, per la prima volta, uno di loro sta occupandosi insieme di religione e di politica in veste di pontefice. Una novità che lascerà sicuramente profondi segni sulla Chiesa del futuro.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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La visita del primo papa latinoamericano in Brasile doveva per forza richiamare folle oceaniche e risvegliare l’orgoglio di una Chiesa, quella brasiliana, sotto assedio da parte delle altre confessioni cristiane. La visita di Bergoglio apre però altre questioni, anzitutto quella del posizionamento della Chiesa. E non rispetto alle alchimie dei palazzi romani, ma rispetto alla scelta per così dire “di classe”. Papa Francesco, pur non avendo in passato aderito alla teologia della liberazione, ha esplicitato nei suoi discorsi e negli atti simbolici la sua visione di una  Chiesa che prioritariamente deve rivolgersi agli ultimi. Una scelta di campo che in America Latina non si faceva da tempo in ambito ecclesiale, almeno a questi livelli, e che non disdegna la politica, anzi. Il Papa ha incontrato la presidente in carica del Brasile Dilma Roussef e anche il suo predecessore Lula ricordando loro che non basta il consenso elettorale, ma che la gente va sempre ascoltata, che i giovani che protestano fanno bene e che la lotta contro povertà e la corruzione sono prioritarie.

Dal bagno di folla carioca Papa Francesco torna rinforzato e se venisse fatto un sondaggio, sicuramente si registrerebbe il salto enorme della sua popolarità e di quello dell’Istituzione che rappresenta. Un Papa dinamico e giovane, malgrado l’età, ma soprattutto un Papa che parla in modo chiaro e netto in modo da essere capito da tutti. Un Papa che ride e fa battute, che allontana l’immagine di una Chiesa troppo simile all’immagine del Venerabile Jorge del Nome della Rosa. In America Latina Papa Francesco è già un mito e c’è da scommettere che le prossime tappe dei suoi viaggi e dei suoi pensieri riguarderanno l’Africa, la vera sfida per la Chiesa.

Papa Francesco, “chi sono io per giudicare”, non smentisce chi vedeva nella sua elezione una svolta storica per la Chiesa. Una Chiesa che sdrammatizza la sua storia , parla il linguaggio della base e che all’improvviso è popolata da “vescovi di Roma” e di “nonni in casa”. Jorge Mario Bergoglio è il primo Papa dell’era BRICS.

Alfredo Somoza per Popolare Network.

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Estratto del Verbale della seduta del Consiglio Comunale di Arcore del 17 aprile 2013-06-19.

 Intervento a favore della proposta di Delibera di Iniziativa Popolare “Cittadinanza onoraria ai bambini nati in Italia figli di stranieri e residenti ad Arcore”.

PROFESSOR SOMOZA ALFREDO LUIS

 

Grazie Presidente. Voglio ringraziare tutti voi, i cittadini di Arcore che hanno firmato queste proposte, il Consiglio Comunale, la Giunta, perché da due ore in quest’Aula stiamo parlando di temi “alti”, temi dimenticati dalla politca nazionale, ma che  riguardano tutti noi.

La cittadinanza e il cittadino sono gli atti fondanti di una Repubblica, non c’è cittadino senza Repubblica, non c’è Repubblica senza cittadino.

Quindi stiamo parlando di qualcosa di molto importante, per quanto, chiarisco subito, credo che tutti lo sappiate perfettamente, stiamo parlando di una proposta di delibera soltanto simbolica e quindi politica.

Io credo che la politica non deva essere patrimonio degli Stati centrali. Credo che gli Stati sempre di più siano lontani dal capire come cambia la società e che per questo motivo siano importanti le sollecitazioni che arrivano dai territori.

Noi questa sera stiamo scrivendo un pezzo di storia italiana, quando si ricorderà che la rivoluzione della cittadinanza, l’essere diventati Europei finalmente anche in Italia, non è partito da Roma, ma è partita dai territori.

Per questo motivo sono profondamente convinto dell’importanza delle autonomie locali e per questo motivo sono un convinto federalista.

La cittadinanza è fondamentalmente un rapporto tra lo Stato e una persona, costituito dalla concessione di uno status e da un rapporto giuridico.

“Io ti riconosco come cittadino”, quindi hai un tuo status giuridico e questo riconoscimento ha dietro di sé o ha dentro di sé tutta una serie di diritti specifici che ti riguardano. Diversi sono invece i diritti che qualsiasi Stato riconosce a chi è straniero o a chi è apolide, cioè a chi non ha cittadinanza.

Nella tradizione giuridica internazionale, esistono fondamentalmente due modelli su questo tema. Quello più diffuso a livello mondiale è il cosiddetto ius soli, cioè il diritto alla cittadinanza per il fatto di essere nato dentro il territorio di uno Stato.

È stato il diritto del cosiddetto modello francese, cioè il modello che nasce in Francia attorno al 1500 e che verrà rilanciato con forza dalla Rivoluzione Francese, la Francia è il primo paese in Europa e quasi l’unico che ha nella sua Costituzione questo tipo di diritto.

Ma è anche il modello di diritto delle grandi democrazie che sono state aperte all’arrivo degli immigrati, quindi il diritto tipico di un paese che ha accolto stranieri perché aveva bisogno in un determinato momento della sua storia nuovi cittadini e quindi considerava che il principale fattore d’integrazione partisse proprio dalla cittadinanza, non tanto per l’immigrato, che in ogni paese deve scontare dei periodi di tempo per acquisire la cittadinanza, ma per chi fosse nato in quel territorio.

Questo è stato il diritto che ha accompagnato la stragrande maggioranza dei 29 milioni d’Italiani che emigrarono tra il 1860 e il 1985.

Ricordiamo: il 43% dal nord Italia, Friuli, Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. È il diritto degli stati Uniti, del Canada, dell’Australia, dell’Argentina, del Brasile oltre che della Francia in Europa.

Sono pochi i paesi che non hanno riconosciuto questo diritto. Uno è tristemente noto da questo punto di vista: la Svizzera. Un paese nel quale le persone sono considerate semplice strumento, pezzi di un ingranaggio per il lavoro, da buttare via appena non servono più.

Seconda tradizione di diritto di cittadinanza è lo ius sanguinis, il cosiddetto modello tedesco. Si è cittadini perché uno o entrambi dei genitori sono cittadini di un determinato Stato.

Pensate che in Italia fino al 1984 la cittadinanza italiana veniva trasmessa solo per via paterna. È stato il Presidente Pertini che fece un atto di riconoscimento della cittadinanza motivandolo per il fatto che un cittadino congolese er figlio “di madre italiana” e quindi fece scattare il meccanismo che portò alla parità tra uomo e donna su questo tema.

Lo ius sanguinis è quello strano diritto, visto con gli occhi dell’oggi, perché riguarda i paesi che contrariamente ai paesi americani, hanno avuto dei grandi flussi in uscita, cioè dei grandi flussi di emigrazione, come appunto l’Italia. In questo modo, si manteneva un legame con i figli degli emigrati che erano andati a vivere da qualche altra parte.

È quel diritto ad esempio che permette che in Italia ci siano, quando si vota alle Politiche, 12 deputati e 6 senatori che arrivano dai collegi esteri, votati da persone che per la maggior parte non hanno nemmeno mai messo piede in Italia perché sono seconde, terze generazioni, che non pagano nemmeno tasse in Italia.

Mentre abbiamo il paradosso dei circa 4 milioni di immigrati che qui risiedono, lavorano e pagano le tasse allo Stato, ma non hanno diritto di voto nemmeno a livello amministrativo.

Oggi questa situazione sta cambiando velocemente, perché il Consiglio d’Europa del 6 novembre 1997 (non ratificato dall’Italia) ha dato l’indicazione di facilitare lo ius soli, cosa che sta facendo tutta l’Europa.

La Germania ad esempio che aveva appunto il modello tedesco, quindi lo ius sanguinis, ha introdotto questa modifica: basta un genitore residente da otto anni perché il figlio sia tedesco.

L’Irlanda: bastano tre anni di residenza del genitore. Il Belgio: bastano dieci anni di residenza del genitore. Sostanzialmente senza introdurre lo ius soli, di fatto stanno introducendo delle condizioni che riguardano i genitori e i tempi di residenza nel paese rispetto ai figli.

Quando parliamo di cittadinanza, parliamo di integrazione, ma il termine integrazione potrebbe risultare offensivo per chi nasce nel territorio di un paese, frequenta l’asilo nido, le scuole, si laurea e quindi non ha da “integrarsi” in un paese nel quale ovviamente è nato.

Ma fondamentalmente per quello che riguarda l’aspetto simbolico, visto che noi in questo momento stiamo riflettendo di quello, è fondamentalmente il riconoscimento di quello che hanno già fatto tanti Comuni, il riconoscimento dell’appartenenza ad una comunità.

Comincio a concludere velocemente con tre citazioni per capire quanto forse sia più trasversale rispetto agli altri due che abbiamo toccato sinora.

Per quale motivo sia leggermente incomprensibile il fatto che siamo qui stasera a discutere di un atto simbolico di un Comune perché non c’è la legislazione nazionale.

“È opportuno rendere così l’acquisizione della cittadinanza da parte dei minori figli di immigrati già di fatto integrati nella nostra comunità nazionale. È un’autentica follia, un’assurdità che dei bambini nati in Italia non diventino italiani”. Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica.

“La chiesa è favorevole al riconoscimento del diritto di cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia e conseguentemente al diritto al voto amministrativo, allo svolgimento del servizio civile per i giovani tra i 18 e i 28 anni”. Conferenza Episcopale Italiana 9 gennaio 2013.

“Io non sono un migrante, sono nato e vissuto in Italia. Perché tutti si rivolgono a me come a un immigrato, uno straniero? Io non sono altro che un nuovo Italiano che fatica a essere riconosciuto come tale. Sono il frutto dei sacrifici dei miei genitori emigrati che non viene coronato”. Un ragazzo di seconda generazione di Milano.

Concludo con un brano di una poesia di uno scrittore ligure molto importante che diceva questo alla fine dell’ottocento: “Ecco il Naviglio maestoso e lento, salpa, Genova gira, alita il vento, sul vago lido si distende un velo e il drappello sgomento solleva un grido desolato al cielo. Addio fratelli, addio turba dolente”. Edmondo De Amicis. Gli emigranti. Inizi del 900.

Su quella nave viaggiavano simbolicamente due giovani astigiani, che avrebbero avuto quattro figli a Buenos Aires, diventati Argentini per nascita e Italiani per discendenza, quindi con doppia cittadinanza.

Uno di questi figli qualche giorno fa è stato eletto Papa ed è il primo Papa emigrante della nostra storia, cioè figlio di emigrati di Asti, quindi cittadino Italiano secondo lo ius sanguinis e anche cittadino argentino in quanto nato sul territorio argentino.

Papa Francesco è un figlio dell’emigrazione italiana che grazie all’accoglienza ricevuta nella lontana Argentina oggi può rappresentare le aspettative di oltre un miliardo di cattolici nel mondo.

Come Papa Francesco il Presidente degli Stati Uniti d’America che è il simbolo di superamento di una storia di violenza, di schiavitù e anche in quel paese di lotta per la cittadinanza, quella degli Afroamericani, ci ricorda come tutto stia cambiando velocemente.

Le estensioni dei diritti non sono stati mai nella storia un problema, ma anzi, hanno liberato potenzialità, favorito il progresso e non volerli riconoscere equivale negare la nostra storia di popolo migrante.

Per il Comune di Arcore questa delibera si tratta di un atto simbolico, ma per i piccoli Arcoresi figli di immigrati che riceveranno la cittadinanza onoraria sarà un riconoscimento della loro appartenenza a questa comunità, una comunità locale che vede lontano e che nella sua autonomia politica vuole recapitare stasera un segnale forte alla politica nazionale.

Grazie per la vostra attenzione.

 

(La delibera è stata approvata con il voto favorevole di PD, SEL,Rifondazione, Lista Civica, PDL. Contrari: Lega Nord)

 

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