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La morte di Ernesto Cardenal, sacerdote, poeta e guerrigliero nicaraguense scomparso il primo marzo, riporta di attualità una delle pagine della guerra fredda “a bassa intensità” che si è combattuta in America Latina tra gli anni ’60 e gli anni ’90 del secolo scorso.

La Teologia della Liberazione era nata tra il Sud e il Centro America dietro la spinta del Concilio Vaticano II, che aveva aperto le porte della Chiesa cattolica al mondo contemporaneo. Era stata una rivoluzione, per i cattolici latinoamericani, potersi esprimere per la prima volta fuori dai canoni di un’ortodossia che, in quel continente, aveva sancito il connubio tra Conquista e fede.

La Chiesa era sempre stata vicina a chi esercitava il potere: spagnoli e portoghesi prima, aristocrazie creole dopo. Salvo rare e magnifiche eccezioni, la Chiesa istituzionale non aveva mai ascoltato la voce dei poveri, degli oppressi dal colonialismo e dalla storia. Con la Teologia della Liberazione Cristo non era più biondo né aveva le sembianze dei conquistatori spagnoli, ma diventava meticcio, mulatto, nero, indio. Cardenal – così come Gustavo Gutiérrez, Pedro Casaldáliga, Carlos Mugica, Ignacio Martín-Baró, Helder Câmara, Evaristo Arns, Tomás Balduíno parlavano la lingua dei poveri e con i poveri vivevano. Si moltiplicavano le parrocchie nelle baraccopoli delle grandi città come nelle zone rurali. La Teologia della Liberazione parlava di un nuovo tipo di peccato, quello “sociale”, dal quale non era possibile liberarsi con la confessione e la penitenza, ma soltanto attraverso la giustizia. Non quella divina ma quella degli uomini, che dovevano avere una vita degna su questa terra.

Per molti cattolici vicini alla Teologia della Liberazione fu inevitabile mischiarsi con chi in quegli anni lottava per ottenere profonde riforme sociali, più democrazia e diritti. Il prezzo da pagare per questa scelta fu enorme. Massacri, stragi, uomini e donne spariti nel nulla e tanta incomprensione da parte del Vaticano, guidato da un papa forgiato nelle lotte del suo Paese, la Polonia, dove le parti erano invertite. E che per questo non poteva capire, non conoscendo, cosa succedeva nel continente con più cattolici al mondo. Gli aderenti alla Teologia della Liberazione furono espulsi dalla Chiesa, talvolta denunciati agli squadroni della morte. Il disegno di normalizzazione si completò con la nomina di vescovi conservatori, lontani dai poveri e amanti della ricchezza, molti dei quali membri dell’Opus Dei. La conseguenza di questa scelta fu il rapido successo di religioni carismatiche, come gli evangelisti e i pentecostali, oppure di vere e proprie sette che sbarcarono in America Latina grazie ai cospicui finanziamenti ricevuti dai loro fedeli negli Stati Uniti, e che andarono a occupare il vuoto lasciato dai cattolici.

Nel 2014 la scelta di un papa latinoamericano è stata dettata anche dall’inesorabile emorragia di fedeli: un tentativo di recuperare terreno, ma forse non sufficiente. Le nuove chiese cristiane sono giovani, dinamiche, aggressive, fanno politica e per la prima volta hanno fornito una base popolare ai partiti conservatori. Il fenomeno Bolsonaro in Brasile non si spiegherebbe altrimenti. La scomparsa di Ernesto Cardenal ci ricorda quella stagione di unità di intenti tra laici e credenti in nome del bene comune. Sembra preistoria, ma prima o poi la scintilla scatterà di nuovo, perché le ingiustizie provocate dall’ancestrale disuguaglianza latinoamericana sono ancora attuali. Augusto César Sandino lottò contro l’occupazione straniera del suo Paese a cavallo tra gli anni ’20 e ’30 del Novecento. Cinquant’anni dopo, in suo nome si fece una rivoluzione contro un terribile dittatore. Oggi Ernesto Cardenal ci lascia, ma il suo esempio non è materia per gli storici. Farà sicuramente ancora strada.

 

 

 

La visita del primo papa latinoamericano in Brasile doveva per forza richiamare folle oceaniche e risvegliare l’orgoglio di una Chiesa, quella brasiliana, sotto assedio da parte delle altre confessioni cristiane. La visita di Bergoglio apre però altre questioni, anzitutto quella del posizionamento della Chiesa. E non rispetto alle alchimie dei palazzi romani, ma rispetto alla scelta per così dire “di classe”. Papa Francesco, pur non avendo in passato aderito alla teologia della liberazione, ha esplicitato nei suoi discorsi e negli atti simbolici la sua visione di una  Chiesa che prioritariamente deve rivolgersi agli ultimi. Una scelta di campo che in America Latina non si faceva da tempo in ambito ecclesiale, almeno a questi livelli, e che non disdegna la politica, anzi. Il Papa ha incontrato la presidente in carica del Brasile Dilma Roussef e anche il suo predecessore Lula ricordando loro che non basta il consenso elettorale, ma che la gente va sempre ascoltata, che i giovani che protestano fanno bene e che la lotta contro povertà e la corruzione sono prioritarie.

Dal bagno di folla carioca Papa Francesco torna rinforzato e se venisse fatto un sondaggio, sicuramente si registrerebbe il salto enorme della sua popolarità e di quello dell’Istituzione che rappresenta. Un Papa dinamico e giovane, malgrado l’età, ma soprattutto un Papa che parla in modo chiaro e netto in modo da essere capito da tutti. Un Papa che ride e fa battute, che allontana l’immagine di una Chiesa troppo simile all’immagine del Venerabile Jorge del Nome della Rosa. In America Latina Papa Francesco è già un mito e c’è da scommettere che le prossime tappe dei suoi viaggi e dei suoi pensieri riguarderanno l’Africa, la vera sfida per la Chiesa.

Papa Francesco, “chi sono io per giudicare”, non smentisce chi vedeva nella sua elezione una svolta storica per la Chiesa. Una Chiesa che sdrammatizza la sua storia , parla il linguaggio della base e che all’improvviso è popolata da “vescovi di Roma” e di “nonni in casa”. Jorge Mario Bergoglio è il primo Papa dell’era BRICS.

Alfredo Somoza per Popolare Network.

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