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Quando quest’ultima ondata di globalizzazione dell’economia ebbe inizio, con lo scoccare degli anni ’90, l’entusiasmo era il sentimento preponderante. Non tanto perché tutti fossero convinti che l’apertura dei mercati mondiali allo scambio di servizi e merci fosse cosa buona a prescindere, ma perché chi aveva dei dubbi rimase a guardare. Si diffondeva senza contrasti una narrazione epica della rivoluzione in corso, che si è poi avverata solo in parte: società più aperte, più ricche e meticce, vantaggi per tutti, nuovi mezzi di comunicazione che creavano l’illusione di vivere in un unico villaggio globale. Si dava il via alle delocalizzazioni produttive dai Paesi di vecchia industrializzazione a quelli emergenti. Masse di centinaia di milioni di contadini cominciavano a spostarsi verso le città della Cina, dell’Indonesia, dell’India, del Messico. Il reddito aumentava nei Paesi poveri e “teneva” in quelli ricchi. Nasceva il WTO, Organizzazione Mondiale del Commercio, per sancire la vittoria del libero mercato e regolare le controversie in campo commerciale.

La fede nella fine della Storia, come si diceva allora, portò addirittura a stabilire che il WTO dovesse trovare l’unanimità per decidere le regole mondiali. Andava così: chi poteva immaginare, allora, che qualcuno volesse opporsi alla narrazione della globalizzazione? Quell’onda di piena metteva alla pari democrazie e dittature, Paesi del primo e del terzo mondo, tutti insieme per costruire la mappa del futuro. Furono in pochi a segnalare per tempo i limiti di ciò che stava avvenendo, a dire che quel processo, in nome dell’apertura dei mercati, veniva condotto senza regole condivise, e anzi abbattendo regole preesistenti che tutelavano cittadini o Stati. Mancanza di regole sulla fiscalità globale, sui paradisi fiscali, sui temi ambientali, sulla mobilità delle persone, sul lavoro.

Pian piano molti nodi hanno cominciato a venire al pettine. Con la scoperta, ad esempio, che la delocalizzazione produttiva aveva sì creato molti posti di lavoro in Cina, ma stava desertificando intere aree in Europa o nel Nordamerica, dove non si riusciva più a garantire lavoro a intere comunità. I grandi soggetti multinazionali nati dalla rivoluzione tecnologica, quasi tutti statunitensi, erano diventati praticamente dei monopolisti, pagando percentualmente meno tasse del salumiere sotto casa e stroncando così qualsiasi ipotesi di concorrenza. Nei Paesi di vecchia industrializzazione, il passaggio dall’ottimismo alla preoccupazione è stato breve, e soprattutto foriero di cambiamenti nel rapporto con la politica, colpevole di aver ceduto sulla sovranità nazionale. La retorica “globalizzata” oggi è praticamente scomparsa: si è rivalutato il “territorio”, è tornata di moda la nazione, si stanno ipotizzando diverse modalità di autarchia. Si rifiuta la società meticcia e si demolisce a picconate il sistema multilaterale di relazioni.

Siamo quindi all’alba di una nuova era? È probabile, ma la globalizzazione è un dato irreversibile. Passata la sbornia attuale si lavorerà sulle riforme necessarie per adeguare il diritto internazionale e quello nazionale al nostro tempo, in un contesto multilaterale. Non esiste altra possibilità. Anche i fautori dell’approccio da “padroni a casa nostra” capiranno che, nel mondo attuale, è impossibile andare avanti senza cedere una parte della propria sovranità. Il punto è a quali condizioni, per quali obiettivi. Ma su temi come l’ambiente, la finanza, la mobilità delle persone le soluzioni o sono condivise o non sono vere soluzioni. Gli automatismi ideologici, che sono sopravvissuti alla morte ufficiale delle ideologie, non hanno portato nulla di buono.

 

 

 

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La vicenda nordcoreana insegna parecchie cose sullo stato del mondo. Il poverissimo Paese asiatico, nel quale i cittadini sono condannati a vivere in una realtà virtuale ferma nel tempo e chiusa ermeticamente al resto del mondo, era il soggetto meno prevedibile in veste di negoziatore. E invece l’incontro con l’altra mina vagante della politica internazionale, il presidente statunitense Donald Trump, ha prodotto quello che molti definiscono un miracolo. Il dittatore Kim Jong-un ha accettato di negoziare con Trump e poi con il proprio omologo – per modo di dire – della Corea del Sud, Moon Jae-in, il più interessato alla pace con lo scomodo vicino del Nord. Un conflitto nucleare nella penisola coreana porterebbe di sicuro alla scomparsa dalla faccia della Terra della capitale del Sud, raggiungibile anche a semplici cannonate dal confine con il Nord. La trattativa ha avuto un quarto protagonista dietro le quinte, la Cina, che da molti decenni è l’unica certezza che ha la dinastia Kim per perpetuarsi al potere. Un’intesa non solo politica, ma anche economica grazie alla quale la Corea del Nord è riuscita a superare qualsiasi tipo di embargo.

Il processo di pace in Corea è diventato l’unico successo in politica estera spendibile dall’amministrazione Trump, che per il resto è stata incapace di incidere in Medio Oriente se non sbilanciandosi a favore di Israele, ha tentato di far saltare il faticoso accordo raggiunto tra USA-UE-Iran, si è guadagnata antipatie in Messico e ha alzato il livello dello scontro come mai prima con l’Europa e il Canada. Questo unico successo è il segnale che, mentre sugli scenari che richiedevano abilità diplomatica Trump ha fallito miseramente, quando ha avuto a che fare con un dittatore dai tratti paranoici è riuscito a cantare vittoria. Ma sono gli Stati Uniti e la Corea del Sud i veri vincitori? Probabilmente no: il grande dividendo degli accordi sarà tutto a vantaggio del dittatore Kim. Il regime nordcoreano, infatti, ora ha un enorme potere di ricatto nei confronti di Paesi vicini e lontani, avendo concesso solo vaghe promesse di disarmo dell’arsenale nucleare. Kim ha detto di aspettarsi segnali di “reciprocità” dagli Stati Uniti, che probabilmente si tradurranno nell’allentamento delle sanzioni economiche o addirittura nell’erogazione di aiuti diretti. L’obiettivo prioritario è stato però già conquistato: la Corea del Nord è uscita dal pugno di nazioni-paria a rischio di ritorsioni militari. È bastato il lancio di qualche missile sopra il Giappone per spostare gli equilibri a suo favore. Ovviamente negli accordi non si parla della natura del regime, dei diritti umani nel Paese-lager né delle colpe del dittatore, fino a poco tempo fa accusato di ogni nefandezza, tranne forse di cannibalismo.

È una lezione per il resto del mondo. La rispettabilità si guadagna arricchendo l’uranio, i grandi ti prendono in considerazione se fai il pazzo, i vicini ti rispettano solo se ti temono. Nell’Iran che ha smantellato, provvisoriamente, il suo programma nucleare si sente già l’eco della lezione coreana, con alcuni esponenti radicali del regime che proclamano «L’avevamo detto». In realtà non si tratta di una novità assoluta, anzi. La storia del Novecento è ricca di esempi di questo tipo, ma questa logica si pensava archiviata e sepolta insieme a milioni di morti inutili. La faccia feroce paga in politica internazionale, e paga sempre di più anche in politica interna. Forti con i deboli e deboli con i forti. Kim Jong-un, il dittatore feroce e spietato, ora è candidato al Premio Nobel per la pace. La Realpolitik mondiale sta per sancire un nuovo condono, la politica di potenza è tornata prepotente.

 

Quest’estate si è confermato il dato divenuto ormai consueto verso la fine di agosto: anche nel 2018 la temperatura media registrata nel mondo è salita, facendo segnare un nuovo record. E tra luglio e settembre si è drammaticamente manifestata l’intera gamma di fenomeni associata al cambiamento climatico: incendi, siccità, nubifragi, uragani, afa record. Il campanello d’allarme sulle condizioni di salute della Terra sta suonando da anni, ma rimane inascoltato. L’ultimo grande tentativo di porre rimedio al cambiamento climatico, o almeno di rallentarlo, è stato l’accordo raggiunto a Parigi nel 2015, ma è bastato l’arrivo di un nuovo inquilino alla Casa Bianca perché buona parte delle linee guida e degli impegni scaturiti da quella conferenza fossero dimenticati.

C’è chi continua a inquinare molto, come i Paesi dell’Asia industrializzata o gli Stati Uniti, e chi ha fatto passi in avanti, come l’Unione Europea o la piccola Costa Rica, ma i “virtuosi” non pesano a sufficienza per bilanciare il tutto. Soprattutto perché è tornata protagonista una fonte energetica fossile che si pensava sarebbe stata totalmente eliminata dal ciclo produttivo: il carbone, responsabile per l’80% delle emissioni di CO2 del settore energetico. L’illusione dell’abbandono del carbone era stata alimentata dalla Cina, che da sola è responsabile del 50% del consumo globale e che fino al 2016 aveva ridotto il ricorso a questa fonte. Ma dal 2017 l’estrazione carbonifera a livello globale è tornata a crescere soprattutto per l’aumentata domanda dell’India, secondo Paese al mondo per consumo. Nel frattempo anche negli Stati Uniti l’industria del carbone, da tempo in declino, ha registrato un aumento di produttività e di export, così come promesso in campagna elettorale da Donald Trump. E anche la Germania non ha abbandonato definitivamente la lignite.

L’ennesima illusione che oggi ci viene proposta come soluzione all’inquinamento sono le automobili elettriche. Ma proprio l’aumento della domanda di elettricità ha paradossalmente fatto tornare protagonisti il carbone e la lignite: macchine pulite, elettricità sporca potrebbe essere lo slogan. Allo stesso modo l’industria “smart”, che si sgancia sempre di più dall’impiego diretto dei combustibili fossili, è dipendente dall’elettricità generata ancora in alta percentuale da energia fossile.

Il cambiamento climatico sta mutando le condizioni di vita, le abitudini e l’economia di molti territori. Così come nel Galles si stanno impiantando vigneti e in Groenlandia si torna a coltivare la terra, in Australia e in California la siccità e gli incendi stanno riducendo la capacità produttiva di un’agricoltura ormai a rischio. I profughi climatici non esistono più solo nelle previsioni e nei report, spesso giudicati “provocatori”, degli esperti dell’ONU: sono diventati una realtà drammatica, in Africa come in molte regioni in rapida desertificazione di Paesi ad alto reddito. Da un sondaggio condotto nel 2017 in 38 Paesi è emerso che il cambiamento climatico è considerato dal 61% del campione la seconda minaccia alla sicurezza del mondo dopo l’ISIS. Una minaccia molto selettiva dal punto di vista sociale, perché le sue conseguenze si abbattono soprattutto sui mondi rurali dove gli agricoltori non sono sostenuti dallo Stato, mentre nelle città il caldo uccide senzatetto, anziani e malati poveri, cioè quelle categorie che non possono permettersi abitazioni climatizzate e muoiono a decine, se non a centinaia, ormai ogni estate in Europa.

Del cambiamento climatico si discute ormai da decenni. Per molto tempo è rimasto un tema per ambientalisti e per scienziati, mentre la politica si limitava a fingere di ascoltare. Oggi le sue conseguenze bucano il muro del silenzio che sopra questa vicenda è stato costruito. Il cambiamento climatico non è più esercizio teorico, ma drammatica realtà percepita da qualsiasi cittadino. Eppure la politica continua a prendere tempo, incurante del fatto che il tempo è ormai quasi scaduto, prima che si giunga a scenari poco rassicuranti per tutti.

 

L’accordo preliminare della nuova intesa commerciale con il Messico è il primo atto concreto in materia di politica commerciale dell’amministrazione Trump. Ovviamente al netto dei dazi, che però da soli non costituiscono una politica. Finora l’inquilino della Casa Bianca si era prodigato in una serie di no, buttando via anni e anni di negoziati promossi dai suoi predecessori. Il primo no è stato quello al TPP, l’accordo di libero scambio del Pacifico fortemente voluto da Barak Obama. Più importante ancora il TTIP, l’accordo di libero scambio Usa-UE, che molto probabilmente non sarebbe passato per le divisioni tra i partner europei e per la pressione della società civile, ma che alla fine è stato congelato da Donald Trump in persona.

Con l’annuncio del pre-accordo con il Messico, al quale potrebbe aggiungersi il Canada, viene archiviato il Nafta, l’accordo di libero scambio del Nord America firmato da George Bush e inaugurato da Bill Clinton il primo gennaio del 1994. Il Nafta fu il primo di una nuova tipologia di accordo commerciale. Delineate alcune protezioni su pochi settori scelti dai firmatari, per il resto venivano abolite le frontiere commerciali e produttive tra i paesi creando un nuovo grande mercato praticamente unificato. Diverso dall’UE però, senza compensazioni, senza una politica estera commerciale comune, senza fondi strutturali, senza un governo né un controllo democratico come quello esercitato dal parlamento europeo. Per i paesi minori, Messico e Canada, l’accordo ha portato all’aumento dei loro scambi con gli USA, ma fino al punto di dipendere quasi interamente da quel mercato. Conseguenze non calcolate al momento della firma sono state ad esempio la delocalizzazione del lavoro statunitense in Messico per via del costo della manodopera, oppure il riversamento in Messico delle eccedenze agricole sovvenzionate statunitensi che hanno distrutto il mercato agricolo messicano dei piccoli e medi produttori. Quel mondo agricolo che velocemente si è riconvertito alla coltivazione di sostanze stupefacenti e passato sotto il controllo dei cartelli del crimine.   Dopo 24 anni, il Nafta è stato un affare per i grandi soggetti dell’economia dei tre paesi, dalle multinazionali ai signori della droga, ma molto di meno per i lavoratori, dagli operai di Detroit ai braccianti messicani. Il nuovo accordo che Usa e Messico firmeranno è un passo indietro rispetto al Nafta, visto che si tratta di un semplice accordo bilaterale (trilaterale se aderirà il Canada) di scambio commerciale. Non più un’area comune, un diritto specifico per risolvere le controversie, l’obbligo di dovere spalancare il proprio mercato. Uno dei punti cardini dell’intesa è alla voce automobili, di cui il Messico è un grande esportatore negli USA. L’accordo prevede che le auto esportate negli USA siano prodotte da operai che non guadagnano meno di 16 dollari l’ora, e che le parti utilizzate siano almeno al 90% prodotte nella regione (contro il 62% attuale). Con questa clausola, nessuno potrà più utilizzare il Messico per produrre macchine competitive in base al costo della manodopera o all’uso di parti provenienti dall’Oriente da esportare negli USA. Si suppone che clausole come questa riportino lavoro negli USA, cosa tuta da verificare. Il Messico torna invece libero di firmare accordi commerciali con altri paesi, cosa che il Nafta ostacolava anche se non impediva. La Cina, da quando ha vinto le elezioni Trump, fa la corte al Messico per firmare un importante accordo, ma anche l’area del Pacifico e il rapporto con il Sudamerica interessa molto a Città del Messico. Il paese che rischia di più è il Canada, in quanto parte integrante dell’economia statunitense che ora però rimette di nuovo le frontiere economiche. Per questo motivo Trudeau da tanta importanza alla firma del trattato CETA con l’Europa, anche il Canada ha bisogno di diversificare i clienti e i fornitori.

La risposta delle Borse all’annuncio del nuovo trattato è stata spumeggiante, non tanto perché l’accordo in sé sia positivo, ma perché dimostra la volontà della Casa Bianca di non portare fino in fondo sole politiche isolazionistiche. Trump ha applicato con successo la sua politica del dividere per fare pesare la potenza del suo paese. Non ha ridiscusso il Nafta insieme agli altri due partner, ma li ha affrontati uno ad uno.  Il presidente degli Stati Uniti sarà sì no-global, a modo suo ovviamente, ma capisce benissimo che il suo paese dipende dai rapporti con il mondo e l’economia le sta dando ragione. I numeri della crescita e dei nuovi posti di lavoro che si continuano a creare negli Stati Uniti varranno al momento del voto molto di più delle vecchie storie a sfondo sessuale.

 

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Il Gruppo dei 7, formalizzato nel 1986, ha accompagnato la storia delle relazioni internazionali nella delicata fase di transizione dalla Guerra Fredda alla globalizzazione. Formato dai soli paesi occidentali, si trovò un modo di includere, anche se in modo puramente formale, la Russia potenza nucleare nel G8.  Il G7 è stato fondato ufficialmente per facilitare le iniziative macroeconomiche condivise dai suoi membri. Il suo obiettivo resta quello di mettere a punto politiche economiche a breve termine tra i paesi partecipanti e monitorare gli sviluppi nell’economia mondiale. In breve, il G7 nasce con l’intenzione dichiarata di dare vita a un Direttorio economico mondiale per bypassare qualsiasi altra istanza multilaterale ribadendo il vecchio principio che il potere lo esercita chi è più forte. Ed è proprio su questo punto che il G7, formato dalle prime 7 economie mondiali degli anni ’80, dopo 20 anni era già superato. Quando cioè Cina, India e addirittura Brasile avevano superato per PIL alcuni membri del club. Erano gli effetti della globalizzazione che, spostando lavoro e investimenti in giro per il mondo, aveva anche contribuito alla crescita economica di diversi paesi. La risposta a questi mutamenti è stata, nel 1999, la nascita del G20. Il vertice dei governatori delle banche centrali e dei ministri delle finanze dei 20 paesi più industrializzati al mondo. Il G7 a questo punto si poteva considerare superato, ma invece no. Le sue riunioni, piuttosto inutili dal punto di vista pratico, servivano soprattutto a mandare un messaggio di unità di intenti al resto del mondo da parte del nocciolo duro dell’Occidente. Una recita più rivolta ai nemici che agli amici, ma soprattutto una periodica dichiarazione di fede nei dogmi e nei paradigmi della globalizzazione, del libero mercato, del mondo aperto al business. Dopo avere superato le contestazioni di massa a Seattle e a Genova, il G7 che si apre in Quebec rischia di implodere. Per la prima volta da quando c’è stata la svolta sovranista di Donald Trump negli Stati Uniti siederanno allo stesso tavolo gli attuali rivali commerciali. Il G7, da pulpito dal quale si condannavano i protezionismi degli altri, potrebbe diventare il ring dove si consumi lo strappo della famiglia occidentale. Cosa tiene insieme oggi gli Stati Uniti di Trump, la Gran Bretagna della Brexit, la Germania potenza isolata, e l’Italia gialloverde? Poco o niente, se non la paura del rompete le righe, del futuro incerto. Il G7, il Wto, il G20 sono stati tutti tentativi, per lo più falliti, di dare un ordine alle cose, di creare un sistema di regole, di tutele e di punizioni. Oggi i principali fautori di queste istanze non ci credono più, si defilano. E ognuno comincia a fare i conti sulle proprie risorse e sui propri numeri per essere considerato potenza.

Al G7 di Quebec si scatterà la foto ricordo di un mondo che non c’è quasi più. Dietro i sorrisi dei partecipanti si leggerà la preoccupazione per il futuro. Ogni qualvolta nel mondo è saltato il dialogo sono seguiti conflitti bellici. E il clima mondiale purtroppo fa presagire che questo esito potrebbe tornare realistico. Dai G7 si tentava sempre di trasmettere fiducia nel futuro, di fare sentire sicuri i cittadini perché i Grandi collaboravano. Per quanto fosse solo retorica il messaggio aveva la sua forza. Dal Quebec invece arriverà il segnale contrario, i Grandi non dialogano più e non credono più a una collaborazione, anzi, sono in piena guerra commerciale, che di solito anticipa quelle vere.

 

 

Tra le vittime della grande crisi economica iniziata nel 2008 c’è sicuramente il multilateralismo. Almeno, il multilateralismo inteso come l’armonizzazione regionale dei mercati delle merci, dei servizi e dei capitali in preparazione di un unico mercato mondiale, secondo l’orizzonte prospettato dal WTO: una realtà che già esiste nell’Unione Europea, nel Nafta e nel Mercosur, dove le merci girano senza dazi né barriere, anche se, nel caso del Nafta, lo stesso non vale per le persone. La presidenza Obama si era congedata con la fine dei negoziati per un grande accordo regionale (cioè il TPP, l’area di libero scambio di 12 Stati dell’area del Pacifico), e con il TTIP con l’Unione Europea in discussione. La presidenza di Donald Trump ha ribaltato il tavolo cambiando radicalmente strategia, passando dalla costruzione di aree di libero scambio che escludessero la Cina all’isolazionismo e alle ritorsioni per equilibrare la bilancia degli scambi laddove questa pende a sfavore di Washington.

Per questo le comunità multilaterali non interessano a Trump, perché portano benefici a tutte le parti in gioco e non modificano, se non di poco, il saldo finale. Il TPP ha subito un duro colpo da quando gli USA si sono ritirati, ma gli altri Stati del “club” hanno deciso di continuare lo stesso da soli. Trattandosi di un’area di Paesi del Pacifico, è scontato che la Cina proverà a subentrare alla potenza americana. Il TTIP pareva morto e sepolto, ma a sorpresa il segretario statunitense al Commercio Wilbur Ross ha comunicato alla commissaria europea al Commercio, Cecilia Malmström, di essere pronto a chiedere al suo Parlamento un mandato negoziale per riaprire le trattative. È più una minaccia che una prospettiva di cooperazione: per Trump la ripresa del negoziato TTIP significherebbe tornare a insistere su quei punti che hanno precedentemente stoppato il dialogo, per esempio le questioni dell’agroalimentare e della giustizia, per poi ritenersi libero di applicare dazi e penalità all’Europa rea di non voler accettare la sua “generosa offerta”.

Dunque il negoziato, come affermava il Comitato No TTIP, non era davvero su un binario morto, e oggi potrebbe preludere a una vera e propria guerra commerciale. I contenuti critici del TTIP non riguardano più solo il principio di precauzione sull’alimentare, gli OGM o i tribunali privati. Ora quel trattato potrebbe diventare una clava da usare contro l’Unione Europea perché si adegui ai bisogni dell’inquilino della Casa Bianca. Trump deve disperatamente portare a casa risultati prima delle elezioni di midterm (cioè di metà mandato) che daranno un segnale forte per capire se la sua avventura si concluderà tra due anni oppure tra sei.

Se il trumpismo non sarà un fenomeno destinato a scomparire a breve, l’Europa dovrà rivedere le sue priorità da subito e immaginare un suo posizionamento nel mondo a prescindere da Washington. Il Mercosur sudamericano aspetta da 15 anni la firma di un accordo di libero scambio e in Africa, proprio la settimana scorsa, è nata l’African Continental Trade Area, formata da 44 Stati che elimineranno il 90% di dazi e tasse sulle merci africane e apriranno alla libera circolazione delle persone. Il futuro del multilateralismo, ai tempi dello sbando statunitense, passa sempre di più dai Paesi che fino a poco tempo fa erano ermeticamente chiusi: in questo mondo alla rovescia, almeno questa è una buona notizia. Starà all’Europa dimostrare di essere in grado di costruire con questi Paesi rapporti equilibrati e reciprocamente vantaggiosi. C’è spazio per un nuovo multilateralismo che convenga a tutti, soprattutto a quelle aree come l’Africa finora escluse dalla globalizzazione.

Alfredo Somoza per #Esteri @RadioPopolare

 

L’estate 2017 sarà ricordata per le temperature sopra la media, per la persistente siccità in Europa e per i devastanti uragani nei Caraibi. Il cambiamento climatico colpisce pesantemente sia chi ne nega l’esistenza, visto che in Florida si trova la residenza più amata dal presidente statunitense Trump, sia chi continua a temporeggiare.

Ma il clima impazzito e l’immobilità della politica non sono che una parte del grande caos che caratterizza questi mesi. L’impunita dimostrazione di forza della Corea del Nord nei confronti dei cugini del Sud, del Giappone e degli Stati Uniti non ha precedenti. Uno solo è l’obiettivo del regime di Pyongyang: il riconoscimento con tutti i crismi del suo ruolo di potenza nucleare. Secondo gli esperti, sono almeno 60 gli ordigni in possesso dei nordcoreani, che tra l’altro sarebbero in grado di annientare mezza Corea del Sud col solo uso delle armi convenzionali.

Nel gioco a scacchi della politica internazionale Pechino, alleata di ferro della dinastia Kim, ha segnato una vittoria. Ormai la Cina è l’unico Paese in grado di rapportarsi con i nordcoreani, e questo suo ruolo di moderatrice – si fa per dire – l’ha molto rivalutata agli occhi di Donald Trump. Vale la pena ricordare che la Cina, almeno fino alla fine della campagna elettorale negli USA, era considerata solo un bersaglio da colpire duramente con dazi all’export, misure delle quali ormai non si parla più.

Un’altra importante notizia estiva riguarda i flussi di migranti nel Mediterraneo: ormai esauriti gli approdi di rifugiati in uscita dalla Siria, oggi ad attraversare il mare sono soprattutto migranti economici agevolati dal caos libico. Questa situazione ha messo a dura prova l’Unione Europea, già scossa dalla Brexit. È stato chiarito in tutti i modi che i Paesi dell’Est non intendono rispettare il piano di redistribuzione dei richiedenti asilo giunti in Grecia e in Italia, a conferma che il principio di solidarietà alla base del processo di integrazione europea è ormai solo retorica.

Dalla crisi greca alla crisi dei profughi il motto è “si salvi chi può”, e l’Unione si sta riducendo ad area di libero scambio commerciale. Senza ideali, senza volontà politica, senza spinte dal basso, l’UE si avvia verso un declino che a un certo punto non potrà che diventare crollo, con conseguenze pesanti soprattutto per i Paesi meno in grado di affrontare da soli il mondo globalizzato. Cioè quasi tutti gli Stati membri.

In un mondo senza leadership politiche credibili, con il suo viaggio in Colombia papa Francesco si è confermato voce autorevole per i latinoamericani. Il suo non era un viaggio facile: al momento il processo di pace è solo una firma sulla carta, mentre la società colombiana resta fortemente divisa. La scommessa di Bergoglio, il suo appello alla riconciliazione e al perdono non erano rivolti solo ai colombiani ma anche ai vicini venezuelani. Allo stesso modo, la richiesta di pentimento indirizzata ai sicari dei cartelli dei narcos non parlava solo ai colombiani ma anche ai messicani. Il rilancio della politica per risolvere i conflitti e la fiducia nel dialogo come strumento di pace, elementi costanti nei discorsi del Papa, sono merce rara e, anche se la politica non lo capisce, sanno toccare in profondità il cuore delle persone.

L’estate 2017 verrà ricordata per queste e altre cose, ma soprattutto per la maledetta sensazione che il mondo si trovi a un bivio, in una fase di transizione: e, forse per la prima volta da molto tempo, la transizione non appare indirizzata verso una situazione migliore. La paura delle catastrofi naturali, la perdita delle sicurezze individuali e il timore di nuove guerre sono generalizzati. Dall’ottimismo della globalizzazione siamo passati al pessimismo della dissoluzione. Perché tutti sappiamo che, se il mondo regredisce a una giungla, l’unica legge valida è che vince sempre e solo il più forte.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare