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La guerra dei dazi tra gli Stati Uniti e la Cina è soltanto la prima scaramuccia in grande stile di un conflitto più ampio in corso da tempo. Se durante la Guerra Fredda il primato tra le due potenze si giocava sulla forza militare e sulle armi nucleari, in questa fase la supremazia – pur continuando a poggiare sull’apparato bellico – si baserà soprattutto sulla potenza economica e sulla capacità di controllare i settori strategici della nuova economia. Il piano di Pechino, sintetizzato nel progetto Made in China 2025, prevede il raggiungimento della parità economica con gli Stati Uniti tra soli 6 anni, mentre il sorpasso nel campo dell’intelligenza artificiale è previsto nel 2030. Le caratteristiche di questo scontro per l’egemonia sono dunque in buona misura originali rispetto al passato: questo perché, mentre ai tempi della Guerra Fredda le due potenze prosperavano all’interno di sistemi economici autonomi l’uno dall’altro, oggi i duellanti fanno parte dello stesso mercato globale, anzi, ne sono i pilastri. Entrambi hanno reso possibile la globalizzazione, entrambi sono fermamente capitalisti e ormai sono interdipendenti. La Cina dipende dal mercato statunitense per mantenere i suoi ritmi di crescita e dare sbocco alle proprie merci, gli USA dipendono dalla Cina in qualità di acquirente del debito pubblico, dei prodotti agricoli e dell’alta tecnologia statunitensi.

Non si era mai visto uno scontro tra due Paesi che sono il primo mercato (gli USA per la Cina) e il secondo creditore (la Cina per gli USA) l’uno dell’altro. Tuttavia anche gli altri conflitti post-Guerra Fredda nascondono spesso la stessa grande contraddizione: vedono contrapposti Stati fortemente vincolati da legami commerciali o produttivi. Su scala minore sono emblematici i casi del Venezuela di Nicolás Maduro, osteggiato da Washington (e sostenuto da Russia e Cina) pur avendo sempre avuto come primo cliente gli Stati Uniti; e dell’Iran, che in Medio Oriente sostiene regimi ostili all’Europa ma ha bisogno dello sbocco di mercato europeo per il suo petrolio. È l’eredità della globalizzazione, che negli anni ’90 scardinò chiusure e barriere, spostando competenze e capitali. Proprio per via di questi legami, oggi i conflitti combattuti con le armi riguardano pochi scenari: regioni per lo più marginali per l’economia mondiale, come nel caso palestinese, oppure Paesi che sono oggetto di una contesa tra grandi portatori di interesse, come nel caso della Libia.

Ma la situazione è comunque pericolosa. Se non altro perché, contestualmente alla crescita di questi conflitti, sta tramontando l’intero impianto multilaterale mondiale: dagli accordi commerciali alle azioni contro il cambiamento climatico, dalla mediazione per risolvere le guerre alla tutela dei diritti umani. È un gigantesco “liberi tutti” nel quale emergono quotidiane violazioni di ogni tipo di regola senza che si registri nemmeno una protesta formale. La lotta per la supremazia, oppure per la sopravvivenza, non ammette che si perda tempo a riflettere sulle conseguenze prodotte dal moltiplicarsi di autoritarismi e totalitarismi. E intanto la democrazia sta visibilmente arretrando, anno dopo anno.

È questa la grande differenza tra l’epoca della Guerra Fredda, quando i contendenti propugnavano due tipi diversi di democrazia, con mercato e senza mercato, e la situazione di oggi, in cui si lotta solo per il controllo del mercato, a prescindere da tutto il resto. Questa nuova Guerra Fredda senza ideologia sancisce il trionfo dell’economia, alla quale dagli anni ’90 è stato delegato ogni potere di indirizzo. Ma il mondo non è un’azienda, e il rischio per tutti è che i Paesi in gara per la supremazia sono armati fino ai denti.

 

Il voto in Spagna conferma una tendenza che buona parte della stampa non vuole considerare, soprattutto quando si parla di Europa. La delusione provocata dagli aspetti negativi della globalizzazione, dalla precarizzazione del lavoro all’aumento delle fragilità sociali sta spingendo l’elettorato medio occidentale su due binari, quello della mobilità e quello della radicalizzazione. Non si vota – se non marginalmente – su base ideologica, ma volta per volta si valuta l’offerta politica. Si premiano inoltre le estreme, a destra e a sinistra, ma anche quei partiti storici che riescono a rinverdire i loro principi fondativi. Democristiani, come quelli dell’Est, che siano fermamente ancorati ai valori tradizionali oppure socialisti, come quelli mediterranei, che si rivolgano a un elettorato popolare e non di soli ceti medi-alti. Negli Stati Uniti si scopre, o si riscopre, la parola socialismo, in Europa i socialisti che vincono sono quelli che guardano a sinistra e cercano di costruire alleanze larghe. Come in Portogallo, come sicuramente in Spagna e come in Grecia, dove Syriza è già di per sé un partito-coalizione in cui convivono diverse sensibilità. Con l’eccezione dell’Italia, nel Mediterraneo sta tornando il tempo della sinistra.

L’altra novità è a nord, dove si assiste a una forte crescita dei partiti verdi che hanno saputo rinnovarsi, mantenendo al centro dell’agenda l’ambiente ma non limitandosi al solo tema ambientale. In comune con le esperienze del Mediterraneo c’è il pragmatismo dei nuovi leader. Nessuno spacca il capello in quattro su aspetti ideologici, nessuno dice no senza offrire un’alternativa, tutti sono europeisti, tutti sanno che i diritti individuali sono solo una parte del capitolo dei diritti, che include anche quelli collettivi e sociali.

La stagione che si sta aprendo al di là dell’Atlantico ha molti punti in comune con quella europea e seppellirà quello che negli Stati Uniti chiamano “neoliberismo con diritti individuali”. Cioè la visione di una società frammentata dal punto di vista sociale, privatizzata nell’accesso ai servizi, polarizzata dal punto di vista del reddito, ma con la libertà di sposarsi tra persone dello stesso sesso o di non essere discriminati per motivi religiosi. Oggi la società sta chiedendo garanzie sui “fondamentali” che tengono unita una comunità: lavoro, casa, educazione, salute. Una risposta a questa domanda arriva dalla destra estrema, fino a ieri all’interno della destra moderata, ed è la vecchia ricetta che addossa le colpe a categorie precise (immigrati, minoranze). Un’altra risposta arriva da sinistra, con la riforma della fiscalità, il rilancio dei servizi pubblici, gli investimenti per la crescita dell’impiego. Nel primo caso, la violenza diventa inevitabile: violenza contro le persone e contro le regole della democrazia. Nel secondo caso, invece, i diritti acquisiti vengono tutelati e si evita lo scontro sociale.

I risultati di questi ultimi appuntamenti elettorali paiono confermare una tendenza verso le soluzioni riformiste e non autoritarie. In questo senso, il disastro politico provocato dalla Brexit nel Regno Unito ha avuto un impatto non indifferente sull’opinione pubblica. È stata la dimostrazione palese di quale sia il prezzo che si paga quando si sostengono proposte demagogiche, tra l’altro basate su falsità. Anche negli Stati Uniti l’elettorato che ha sostenuto Donald Trump sta riflettendo: non sono arrivate misure reali a favore dei bianchi impoveriti, bensì una riforma fiscale a favore dei più ricchi e delle corporation. I democratici sono stati scossi dall’ondata di sinistra portata da Bernie Sanders, che ha coagulato attorno a sé una nuova generazione di militanti giovani e fortemente spostati a sinistra.

È come se il tempo dei social media, manipolabili e manipolatori, quale veicolo principale della politica fosse in declino. Riprende forza, invece, il rapporto personale tra politica e cittadino, per discutere e tornare a credere che in democrazia è possibile stabilire nuove regole di convivenza, aggiornare le tutele sociali, ripensare il lavoro nel terzo millennio.

 

Per definire questo Natale non si può certo usare l’aggettivo “sereno”. Il mondo è come in apnea, in attesa di capire quale piega prenderà la situazione internazionale nei prossimi anni. Il 2018 stato un anno pieno di segnali non proprio rassicuranti: soprattutto per la messa in discussione della dimensione multilaterale nei rapporti fra gli Stati, a partire dalla situazione dall’Unione Europea per arrivare agli accordi commerciali internazionali. Più che all’affermazione del sovranismo stiamo assistendo al ritorno della politica delle cannoniere, e cioè a dinamiche tipiche dei tempi in cui le grandi potenze coloniali piegavano altri popoli a suon di cannonate. Una politica che, nel XXI secolo, forse può essere esercitata dagli Stati Uniti e, in misura molto minore, da Russia e Cina, ma non certo da quelle piccole nazioni dell’Est europeo o del Mediterraneo che si comportano come se avessero qualche chance di cavarsela da sole.

Eppure questo non è stato un anno di sole negatività. Se non altro perché il rischio bellico nucleare della Corea del Nord è stato almeno momentaneamente stoppato, grazie al dialogo con gli Stati Uniti. In Medio Oriente il conflitto siriano è calato di intensità anche grazie al risoluto intervento russo, che ha colpito duramente l’ISIS, mentre la Turchia, con una piroetta degna di menzione, è passata dalla parte dei vincitori per portare avanti la sua guerra infinita contro il popolo curdo. Intanto, all’interno dei confini nazionali, l’autocrate Erdogan è riuscito nell’impresa di reprimere il dissenso e cambiare natura allo Stato nel completo silenzio internazionale: anzi, con l’Europa che sta finanziando le sue controriforme, pagando il dazio richiesto perché la Turchia non riapra le porte della rotta migratoria balcanica.

Dalla vicenda siriana, Putin è riuscito a ottenere un reddito politico che ha subito speso sul fronte dell’Ucraina. In sostanza, la posizione centrale assunta dalla Russia sullo scacchiere euro-asiatico permette a Mosca di infischiarsi dall’embargo europeo e di continuare la politica di consolidamento e di allargamento dei confini ereditati al momento del crollo dell’URSS.

In America Latina a fare da contraltare alle affermazioni delle destre, anche estreme come in Colombia e in Brasile, c’è stata la prima vittoria di un presidente proveniente dalla sinistra in Messico, il “socio povero” degli Stati Uniti. Anche in Africa si registrano segnali contraddittori sul fronte dei conflitti in corso, come quello nelle regioni settentrionali della Nigeria e quello tra anglofoni e francofoni in Camerun. Le buone notizie sono la fine dell’antica ostilità tra Etiopia ed Eritrea e la stabilizzazione crescente dell’Africa australe. Per il Nordafrica, invece, sono ancora tempi difficili: dalla Libia, dove la ricostruzione di uno stato unitario è boicottata dai signori della guerra, all’Egitto, sotto una dittatura che ormai ha zittito qualsiasi forma di protesta.

 

La pagina più vergognosa del 2018 è stata la Cop24 in Polonia sul cambiamento climatico, o meglio il suo fallimento, perché il carbone continuerà a regnare indisturbato in tutto il mondo. Ai problemi posti dalla globalizzazione e dall’ambiente si sta rispondendo con il ritorno al passato, senza capire che è impossibile riavvolgere il filo della storia. Un fallimento che è l’emblema di un atteggiamento più generale, e di una politica urlata che ricorre a un linguaggio sempre più diretto e propone solo soluzioni semplici. Una politica che fa un uso sapiente dei social per creare, manipolare e spacciare notizie che così diventano verità e consenso.

Prima di lasciarci, Umberto Eco aveva parlato di Internet dicendo che la rete aveva reso autorevoli una legione di imbecilli, quelli che una volta parlavano solo al bar. Il punto è che ormai gli “imbecilli da tastiera” sono solo gli strumenti di chi, invece, se ne intende fin troppo della vecchia arte della manipolazione di massa. Attuata oggi con mezzi mai immaginati prima.

Il mondo del 2019 dovrà chiedersi se va bene continuare a distruggere quanto si è fatto fino a ieri senza costruire nulla di nuovo, lasciando il potere di governare il presente e indirizzare il futuro a chi manovra l’opinione pubblica da dietro le quinte del mondo digitale. La legge fiscale di Trump, la riforma pensionistica di Bolsonaro in Brasile, la flat tax italiana lasciano facilmente capire che, anche questa volta, i populisti finiranno molto presto per colpire quello stesso popolo che dicono di rappresentare. Una lezione che ormai dovremmo conoscere bene, ma che in molti abbiamo dimenticato.

 

Quando quest’ultima ondata di globalizzazione dell’economia ebbe inizio, con lo scoccare degli anni ’90, l’entusiasmo era il sentimento preponderante. Non tanto perché tutti fossero convinti che l’apertura dei mercati mondiali allo scambio di servizi e merci fosse cosa buona a prescindere, ma perché chi aveva dei dubbi rimase a guardare. Si diffondeva senza contrasti una narrazione epica della rivoluzione in corso, che si è poi avverata solo in parte: società più aperte, più ricche e meticce, vantaggi per tutti, nuovi mezzi di comunicazione che creavano l’illusione di vivere in un unico villaggio globale. Si dava il via alle delocalizzazioni produttive dai Paesi di vecchia industrializzazione a quelli emergenti. Masse di centinaia di milioni di contadini cominciavano a spostarsi verso le città della Cina, dell’Indonesia, dell’India, del Messico. Il reddito aumentava nei Paesi poveri e “teneva” in quelli ricchi. Nasceva il WTO, Organizzazione Mondiale del Commercio, per sancire la vittoria del libero mercato e regolare le controversie in campo commerciale.

La fede nella fine della Storia, come si diceva allora, portò addirittura a stabilire che il WTO dovesse trovare l’unanimità per decidere le regole mondiali. Andava così: chi poteva immaginare, allora, che qualcuno volesse opporsi alla narrazione della globalizzazione? Quell’onda di piena metteva alla pari democrazie e dittature, Paesi del primo e del terzo mondo, tutti insieme per costruire la mappa del futuro. Furono in pochi a segnalare per tempo i limiti di ciò che stava avvenendo, a dire che quel processo, in nome dell’apertura dei mercati, veniva condotto senza regole condivise, e anzi abbattendo regole preesistenti che tutelavano cittadini o Stati. Mancanza di regole sulla fiscalità globale, sui paradisi fiscali, sui temi ambientali, sulla mobilità delle persone, sul lavoro.

Pian piano molti nodi hanno cominciato a venire al pettine. Con la scoperta, ad esempio, che la delocalizzazione produttiva aveva sì creato molti posti di lavoro in Cina, ma stava desertificando intere aree in Europa o nel Nordamerica, dove non si riusciva più a garantire lavoro a intere comunità. I grandi soggetti multinazionali nati dalla rivoluzione tecnologica, quasi tutti statunitensi, erano diventati praticamente dei monopolisti, pagando percentualmente meno tasse del salumiere sotto casa e stroncando così qualsiasi ipotesi di concorrenza. Nei Paesi di vecchia industrializzazione, il passaggio dall’ottimismo alla preoccupazione è stato breve, e soprattutto foriero di cambiamenti nel rapporto con la politica, colpevole di aver ceduto sulla sovranità nazionale. La retorica “globalizzata” oggi è praticamente scomparsa: si è rivalutato il “territorio”, è tornata di moda la nazione, si stanno ipotizzando diverse modalità di autarchia. Si rifiuta la società meticcia e si demolisce a picconate il sistema multilaterale di relazioni.

Siamo quindi all’alba di una nuova era? È probabile, ma la globalizzazione è un dato irreversibile. Passata la sbornia attuale si lavorerà sulle riforme necessarie per adeguare il diritto internazionale e quello nazionale al nostro tempo, in un contesto multilaterale. Non esiste altra possibilità. Anche i fautori dell’approccio da “padroni a casa nostra” capiranno che, nel mondo attuale, è impossibile andare avanti senza cedere una parte della propria sovranità. Il punto è a quali condizioni, per quali obiettivi. Ma su temi come l’ambiente, la finanza, la mobilità delle persone le soluzioni o sono condivise o non sono vere soluzioni. Gli automatismi ideologici, che sono sopravvissuti alla morte ufficiale delle ideologie, non hanno portato nulla di buono.

 

 

 

La vicenda nordcoreana insegna parecchie cose sullo stato del mondo. Il poverissimo Paese asiatico, nel quale i cittadini sono condannati a vivere in una realtà virtuale ferma nel tempo e chiusa ermeticamente al resto del mondo, era il soggetto meno prevedibile in veste di negoziatore. E invece l’incontro con l’altra mina vagante della politica internazionale, il presidente statunitense Donald Trump, ha prodotto quello che molti definiscono un miracolo. Il dittatore Kim Jong-un ha accettato di negoziare con Trump e poi con il proprio omologo – per modo di dire – della Corea del Sud, Moon Jae-in, il più interessato alla pace con lo scomodo vicino del Nord. Un conflitto nucleare nella penisola coreana porterebbe di sicuro alla scomparsa dalla faccia della Terra della capitale del Sud, raggiungibile anche a semplici cannonate dal confine con il Nord. La trattativa ha avuto un quarto protagonista dietro le quinte, la Cina, che da molti decenni è l’unica certezza che ha la dinastia Kim per perpetuarsi al potere. Un’intesa non solo politica, ma anche economica grazie alla quale la Corea del Nord è riuscita a superare qualsiasi tipo di embargo.

Il processo di pace in Corea è diventato l’unico successo in politica estera spendibile dall’amministrazione Trump, che per il resto è stata incapace di incidere in Medio Oriente se non sbilanciandosi a favore di Israele, ha tentato di far saltare il faticoso accordo raggiunto tra USA-UE-Iran, si è guadagnata antipatie in Messico e ha alzato il livello dello scontro come mai prima con l’Europa e il Canada. Questo unico successo è il segnale che, mentre sugli scenari che richiedevano abilità diplomatica Trump ha fallito miseramente, quando ha avuto a che fare con un dittatore dai tratti paranoici è riuscito a cantare vittoria. Ma sono gli Stati Uniti e la Corea del Sud i veri vincitori? Probabilmente no: il grande dividendo degli accordi sarà tutto a vantaggio del dittatore Kim. Il regime nordcoreano, infatti, ora ha un enorme potere di ricatto nei confronti di Paesi vicini e lontani, avendo concesso solo vaghe promesse di disarmo dell’arsenale nucleare. Kim ha detto di aspettarsi segnali di “reciprocità” dagli Stati Uniti, che probabilmente si tradurranno nell’allentamento delle sanzioni economiche o addirittura nell’erogazione di aiuti diretti. L’obiettivo prioritario è stato però già conquistato: la Corea del Nord è uscita dal pugno di nazioni-paria a rischio di ritorsioni militari. È bastato il lancio di qualche missile sopra il Giappone per spostare gli equilibri a suo favore. Ovviamente negli accordi non si parla della natura del regime, dei diritti umani nel Paese-lager né delle colpe del dittatore, fino a poco tempo fa accusato di ogni nefandezza, tranne forse di cannibalismo.

È una lezione per il resto del mondo. La rispettabilità si guadagna arricchendo l’uranio, i grandi ti prendono in considerazione se fai il pazzo, i vicini ti rispettano solo se ti temono. Nell’Iran che ha smantellato, provvisoriamente, il suo programma nucleare si sente già l’eco della lezione coreana, con alcuni esponenti radicali del regime che proclamano «L’avevamo detto». In realtà non si tratta di una novità assoluta, anzi. La storia del Novecento è ricca di esempi di questo tipo, ma questa logica si pensava archiviata e sepolta insieme a milioni di morti inutili. La faccia feroce paga in politica internazionale, e paga sempre di più anche in politica interna. Forti con i deboli e deboli con i forti. Kim Jong-un, il dittatore feroce e spietato, ora è candidato al Premio Nobel per la pace. La Realpolitik mondiale sta per sancire un nuovo condono, la politica di potenza è tornata prepotente.

 

Quest’estate si è confermato il dato divenuto ormai consueto verso la fine di agosto: anche nel 2018 la temperatura media registrata nel mondo è salita, facendo segnare un nuovo record. E tra luglio e settembre si è drammaticamente manifestata l’intera gamma di fenomeni associata al cambiamento climatico: incendi, siccità, nubifragi, uragani, afa record. Il campanello d’allarme sulle condizioni di salute della Terra sta suonando da anni, ma rimane inascoltato. L’ultimo grande tentativo di porre rimedio al cambiamento climatico, o almeno di rallentarlo, è stato l’accordo raggiunto a Parigi nel 2015, ma è bastato l’arrivo di un nuovo inquilino alla Casa Bianca perché buona parte delle linee guida e degli impegni scaturiti da quella conferenza fossero dimenticati.

C’è chi continua a inquinare molto, come i Paesi dell’Asia industrializzata o gli Stati Uniti, e chi ha fatto passi in avanti, come l’Unione Europea o la piccola Costa Rica, ma i “virtuosi” non pesano a sufficienza per bilanciare il tutto. Soprattutto perché è tornata protagonista una fonte energetica fossile che si pensava sarebbe stata totalmente eliminata dal ciclo produttivo: il carbone, responsabile per l’80% delle emissioni di CO2 del settore energetico. L’illusione dell’abbandono del carbone era stata alimentata dalla Cina, che da sola è responsabile del 50% del consumo globale e che fino al 2016 aveva ridotto il ricorso a questa fonte. Ma dal 2017 l’estrazione carbonifera a livello globale è tornata a crescere soprattutto per l’aumentata domanda dell’India, secondo Paese al mondo per consumo. Nel frattempo anche negli Stati Uniti l’industria del carbone, da tempo in declino, ha registrato un aumento di produttività e di export, così come promesso in campagna elettorale da Donald Trump. E anche la Germania non ha abbandonato definitivamente la lignite.

L’ennesima illusione che oggi ci viene proposta come soluzione all’inquinamento sono le automobili elettriche. Ma proprio l’aumento della domanda di elettricità ha paradossalmente fatto tornare protagonisti il carbone e la lignite: macchine pulite, elettricità sporca potrebbe essere lo slogan. Allo stesso modo l’industria “smart”, che si sgancia sempre di più dall’impiego diretto dei combustibili fossili, è dipendente dall’elettricità generata ancora in alta percentuale da energia fossile.

Il cambiamento climatico sta mutando le condizioni di vita, le abitudini e l’economia di molti territori. Così come nel Galles si stanno impiantando vigneti e in Groenlandia si torna a coltivare la terra, in Australia e in California la siccità e gli incendi stanno riducendo la capacità produttiva di un’agricoltura ormai a rischio. I profughi climatici non esistono più solo nelle previsioni e nei report, spesso giudicati “provocatori”, degli esperti dell’ONU: sono diventati una realtà drammatica, in Africa come in molte regioni in rapida desertificazione di Paesi ad alto reddito. Da un sondaggio condotto nel 2017 in 38 Paesi è emerso che il cambiamento climatico è considerato dal 61% del campione la seconda minaccia alla sicurezza del mondo dopo l’ISIS. Una minaccia molto selettiva dal punto di vista sociale, perché le sue conseguenze si abbattono soprattutto sui mondi rurali dove gli agricoltori non sono sostenuti dallo Stato, mentre nelle città il caldo uccide senzatetto, anziani e malati poveri, cioè quelle categorie che non possono permettersi abitazioni climatizzate e muoiono a decine, se non a centinaia, ormai ogni estate in Europa.

Del cambiamento climatico si discute ormai da decenni. Per molto tempo è rimasto un tema per ambientalisti e per scienziati, mentre la politica si limitava a fingere di ascoltare. Oggi le sue conseguenze bucano il muro del silenzio che sopra questa vicenda è stato costruito. Il cambiamento climatico non è più esercizio teorico, ma drammatica realtà percepita da qualsiasi cittadino. Eppure la politica continua a prendere tempo, incurante del fatto che il tempo è ormai quasi scaduto, prima che si giunga a scenari poco rassicuranti per tutti.

 

L’accordo preliminare della nuova intesa commerciale con il Messico è il primo atto concreto in materia di politica commerciale dell’amministrazione Trump. Ovviamente al netto dei dazi, che però da soli non costituiscono una politica. Finora l’inquilino della Casa Bianca si era prodigato in una serie di no, buttando via anni e anni di negoziati promossi dai suoi predecessori. Il primo no è stato quello al TPP, l’accordo di libero scambio del Pacifico fortemente voluto da Barak Obama. Più importante ancora il TTIP, l’accordo di libero scambio Usa-UE, che molto probabilmente non sarebbe passato per le divisioni tra i partner europei e per la pressione della società civile, ma che alla fine è stato congelato da Donald Trump in persona.

Con l’annuncio del pre-accordo con il Messico, al quale potrebbe aggiungersi il Canada, viene archiviato il Nafta, l’accordo di libero scambio del Nord America firmato da George Bush e inaugurato da Bill Clinton il primo gennaio del 1994. Il Nafta fu il primo di una nuova tipologia di accordo commerciale. Delineate alcune protezioni su pochi settori scelti dai firmatari, per il resto venivano abolite le frontiere commerciali e produttive tra i paesi creando un nuovo grande mercato praticamente unificato. Diverso dall’UE però, senza compensazioni, senza una politica estera commerciale comune, senza fondi strutturali, senza un governo né un controllo democratico come quello esercitato dal parlamento europeo. Per i paesi minori, Messico e Canada, l’accordo ha portato all’aumento dei loro scambi con gli USA, ma fino al punto di dipendere quasi interamente da quel mercato. Conseguenze non calcolate al momento della firma sono state ad esempio la delocalizzazione del lavoro statunitense in Messico per via del costo della manodopera, oppure il riversamento in Messico delle eccedenze agricole sovvenzionate statunitensi che hanno distrutto il mercato agricolo messicano dei piccoli e medi produttori. Quel mondo agricolo che velocemente si è riconvertito alla coltivazione di sostanze stupefacenti e passato sotto il controllo dei cartelli del crimine.   Dopo 24 anni, il Nafta è stato un affare per i grandi soggetti dell’economia dei tre paesi, dalle multinazionali ai signori della droga, ma molto di meno per i lavoratori, dagli operai di Detroit ai braccianti messicani. Il nuovo accordo che Usa e Messico firmeranno è un passo indietro rispetto al Nafta, visto che si tratta di un semplice accordo bilaterale (trilaterale se aderirà il Canada) di scambio commerciale. Non più un’area comune, un diritto specifico per risolvere le controversie, l’obbligo di dovere spalancare il proprio mercato. Uno dei punti cardini dell’intesa è alla voce automobili, di cui il Messico è un grande esportatore negli USA. L’accordo prevede che le auto esportate negli USA siano prodotte da operai che non guadagnano meno di 16 dollari l’ora, e che le parti utilizzate siano almeno al 90% prodotte nella regione (contro il 62% attuale). Con questa clausola, nessuno potrà più utilizzare il Messico per produrre macchine competitive in base al costo della manodopera o all’uso di parti provenienti dall’Oriente da esportare negli USA. Si suppone che clausole come questa riportino lavoro negli USA, cosa tuta da verificare. Il Messico torna invece libero di firmare accordi commerciali con altri paesi, cosa che il Nafta ostacolava anche se non impediva. La Cina, da quando ha vinto le elezioni Trump, fa la corte al Messico per firmare un importante accordo, ma anche l’area del Pacifico e il rapporto con il Sudamerica interessa molto a Città del Messico. Il paese che rischia di più è il Canada, in quanto parte integrante dell’economia statunitense che ora però rimette di nuovo le frontiere economiche. Per questo motivo Trudeau da tanta importanza alla firma del trattato CETA con l’Europa, anche il Canada ha bisogno di diversificare i clienti e i fornitori.

La risposta delle Borse all’annuncio del nuovo trattato è stata spumeggiante, non tanto perché l’accordo in sé sia positivo, ma perché dimostra la volontà della Casa Bianca di non portare fino in fondo sole politiche isolazionistiche. Trump ha applicato con successo la sua politica del dividere per fare pesare la potenza del suo paese. Non ha ridiscusso il Nafta insieme agli altri due partner, ma li ha affrontati uno ad uno.  Il presidente degli Stati Uniti sarà sì no-global, a modo suo ovviamente, ma capisce benissimo che il suo paese dipende dai rapporti con il mondo e l’economia le sta dando ragione. I numeri della crescita e dei nuovi posti di lavoro che si continuano a creare negli Stati Uniti varranno al momento del voto molto di più delle vecchie storie a sfondo sessuale.

 

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