Posts contrassegnato dai tag ‘Umberto Eco Internet’

Le regole che non si è voluto stabilire per gestire la globalizzazione degli anni ’90 non esistono neppure quando si tratta di far fronte a una pandemia. Ci sono dei protocolli, certo, e più o meno tutti, alla fine, faranno le stesse cose: ma in tempi diversi, senza sincronizzarsi, ripetendo i medesimi errori. Per affrontare un’emergenza come quella del Covid-19 tutti gli esperti più autorevoli dicono che, in mancanza di farmaci specifici, sono vitali il coordinamento e il tempismo. Quelli che ha messo in campo la Cina, dove tutto è iniziato, e dove un regime autoritario ha potuto applicare restrizioni draconiane a tempo di record senza che nessuno protestasse. O almeno, senza che giungesse notizia di proteste.

In Europa, in America Latina, negli Stati Uniti è guerra tra sindaci e governatori, tra governatori e governi centrali. Tutti in disaccordo sui tempi e sulla portata delle misure da intraprendere. Chi vorrebbe chiudere tutto da subito con i cittadini bloccati a casa, come i medici, e chi invece vorrebbe continuare a lavorare come se niente fosse o quasi, come gli industriali. Ma la litigiosità non si ferma agli organi di governo. Anche tra i cittadini scoppiano liti, virtuali o reali, circa i divieti di spostarsi. Un’opinione pubblica avvelenata dalle fake news circolanti in rete chiede di spingersi oltre rispetto a quanto i governi vogliono o possono fare. Il caso dei runners accusati di essere “untori”, in contrapposizione ai “passeggiatori di cani” che almeno per ora sono visti bene, la dice lunga su questa psicosi collettiva.

Umberto Eco diceva, poco prima di morire, che Internet aveva dato diritto di parola a legioni di imbecilli. In queste settimane, oltre agli imbecilli tout court, anche i complottisti, i dietrologi, i terroristi virtuali hanno una vasta platea. Si usano gli stessi copioni usati per l’AIDS negli anni ’90, per Ebola negli anni 2010, per la SARS poco tempo fa. Laboratori segreti dai quali sarebbero sfuggiti virus letali, potenze che attraverso la diffusione del Covid-19 vorrebbero conquistare il mondo, governi che nasconderebbero la verità. Come in un brutto film di James Bond, nel quale però non si sa se, alla fine, il criminale di turno che vuole conquistare il mondo sarà sconfitto dall’agente 007.

E purtroppo è normale che sia così, perché i seminatori di falsità e di panico sono attivi da sempre sulla rete. Se di solito sono seguiti da una minoranza di persone, nelle crisi la platea si allarga, e ciò succede anche perché chi dovrebbe essere un punto di riferimento ondeggia o si nasconde. Primi ministri che un giorno si dicono preoccupati e quello dopo minimizzano. Leader come Trump e Bolsonaro che addirittura ci scherzano sopra. Governatori che imputano l’epidemia all’abitudine di altri popoli di mangiare pipistrelli vivi. Ecco, se le istituzioni vacillano, allora perché non potrebbero avere ragione gli apocalittici della rete? La stessa politica è pesantemente influenzata dal dibattito online, dove tutte le opinioni valgono, idiozie comprese. Se questa crisi ci sta già lasciando un insegnamento è quello dell’urgenza di ripensare l’informazione fruibile oggi, che non sta più sui giornali ma in rete. Ma quali strumenti ci sono perché chiunque possa valutare cosa sta leggendo?

L’altro insegnamento è che solo istituzioni pubbliche efficienti e con tutte le risorse a disposizione possono arginare le derive autoritarie. Un servizio sanitario nazionale – quella geniale invenzione europea! – in grado di fare prevenzione e preparato all’emergenza è più rassicurante dell’esercito per strada. Infine, non va sottovalutato che sono i cittadini oggi a chiedere a gran voce che questi fenomeni siano governati dalle istituzioni politiche, anche a livello internazionale: è un ottimo viatico per rimettere finalmente mano al dossier abbandonato delle regole e delle pratiche comuni per il governo del mondo. Per quanto oggi tutti si stiano chiudendo entro i propri confini nazionali, è chiarissimo ormai che da soli non ci si salva.

 

Per definire questo Natale non si può certo usare l’aggettivo “sereno”. Il mondo è come in apnea, in attesa di capire quale piega prenderà la situazione internazionale nei prossimi anni. Il 2018 stato un anno pieno di segnali non proprio rassicuranti: soprattutto per la messa in discussione della dimensione multilaterale nei rapporti fra gli Stati, a partire dalla situazione dall’Unione Europea per arrivare agli accordi commerciali internazionali. Più che all’affermazione del sovranismo stiamo assistendo al ritorno della politica delle cannoniere, e cioè a dinamiche tipiche dei tempi in cui le grandi potenze coloniali piegavano altri popoli a suon di cannonate. Una politica che, nel XXI secolo, forse può essere esercitata dagli Stati Uniti e, in misura molto minore, da Russia e Cina, ma non certo da quelle piccole nazioni dell’Est europeo o del Mediterraneo che si comportano come se avessero qualche chance di cavarsela da sole.

Eppure questo non è stato un anno di sole negatività. Se non altro perché il rischio bellico nucleare della Corea del Nord è stato almeno momentaneamente stoppato, grazie al dialogo con gli Stati Uniti. In Medio Oriente il conflitto siriano è calato di intensità anche grazie al risoluto intervento russo, che ha colpito duramente l’ISIS, mentre la Turchia, con una piroetta degna di menzione, è passata dalla parte dei vincitori per portare avanti la sua guerra infinita contro il popolo curdo. Intanto, all’interno dei confini nazionali, l’autocrate Erdogan è riuscito nell’impresa di reprimere il dissenso e cambiare natura allo Stato nel completo silenzio internazionale: anzi, con l’Europa che sta finanziando le sue controriforme, pagando il dazio richiesto perché la Turchia non riapra le porte della rotta migratoria balcanica.

Dalla vicenda siriana, Putin è riuscito a ottenere un reddito politico che ha subito speso sul fronte dell’Ucraina. In sostanza, la posizione centrale assunta dalla Russia sullo scacchiere euro-asiatico permette a Mosca di infischiarsi dall’embargo europeo e di continuare la politica di consolidamento e di allargamento dei confini ereditati al momento del crollo dell’URSS.

In America Latina a fare da contraltare alle affermazioni delle destre, anche estreme come in Colombia e in Brasile, c’è stata la prima vittoria di un presidente proveniente dalla sinistra in Messico, il “socio povero” degli Stati Uniti. Anche in Africa si registrano segnali contraddittori sul fronte dei conflitti in corso, come quello nelle regioni settentrionali della Nigeria e quello tra anglofoni e francofoni in Camerun. Le buone notizie sono la fine dell’antica ostilità tra Etiopia ed Eritrea e la stabilizzazione crescente dell’Africa australe. Per il Nordafrica, invece, sono ancora tempi difficili: dalla Libia, dove la ricostruzione di uno stato unitario è boicottata dai signori della guerra, all’Egitto, sotto una dittatura che ormai ha zittito qualsiasi forma di protesta.

 

La pagina più vergognosa del 2018 è stata la Cop24 in Polonia sul cambiamento climatico, o meglio il suo fallimento, perché il carbone continuerà a regnare indisturbato in tutto il mondo. Ai problemi posti dalla globalizzazione e dall’ambiente si sta rispondendo con il ritorno al passato, senza capire che è impossibile riavvolgere il filo della storia. Un fallimento che è l’emblema di un atteggiamento più generale, e di una politica urlata che ricorre a un linguaggio sempre più diretto e propone solo soluzioni semplici. Una politica che fa un uso sapiente dei social per creare, manipolare e spacciare notizie che così diventano verità e consenso.

Prima di lasciarci, Umberto Eco aveva parlato di Internet dicendo che la rete aveva reso autorevoli una legione di imbecilli, quelli che una volta parlavano solo al bar. Il punto è che ormai gli “imbecilli da tastiera” sono solo gli strumenti di chi, invece, se ne intende fin troppo della vecchia arte della manipolazione di massa. Attuata oggi con mezzi mai immaginati prima.

Il mondo del 2019 dovrà chiedersi se va bene continuare a distruggere quanto si è fatto fino a ieri senza costruire nulla di nuovo, lasciando il potere di governare il presente e indirizzare il futuro a chi manovra l’opinione pubblica da dietro le quinte del mondo digitale. La legge fiscale di Trump, la riforma pensionistica di Bolsonaro in Brasile, la flat tax italiana lasciano facilmente capire che, anche questa volta, i populisti finiranno molto presto per colpire quello stesso popolo che dicono di rappresentare. Una lezione che ormai dovremmo conoscere bene, ma che in molti abbiamo dimenticato.