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La crisi economica iniziata nel 2008 sta confermando alcuni concetti fondamentali che già era possibile intuire molto tempo fa. Un mondo deregolamentato è facile preda di interessi economici che si fanno man mano più forti, perché è lo stesso potere economico a fornire l’impalcatura sulla quale si articolano i cambiamenti che investono le società. La cosiddetta rivoluzione smart ha modificato abitudini consolidate e posto problemi dei quali è difficile intravedere le soluzioni. Alla liberalizzazione del lavoro, con le società spaccate tra gli over 40, in buona parte ancora tutelati dalle vecchie regole, e i giovani senza orizzonti lavorativi, farà seguito il calo del fabbisogno di manodopera per via della robotizzazione.

Intanto sono state autorizzate le cosiddette ottimizzazioni fiscali, che hanno diviso il mondo del commercio e della produzione tra chi è sottoposto alla giurisdizione dei sistemi fiscali nazionali e chi, invece, riesce a evadere l’obbligo contributivo. Un tempo l’evasione fiscale era identificata con il piccolo commerciante o artigiano, oggi viene praticata su scala mondiale dai grandi gruppi multinazionali che operano e vendono ovunque, ma non pagano le tasse da nessuna parte. Le cifre che circolano sulle imposte non versate da uno solo dei giganti del web o dell’e-commerce sono di gran lunga superiori a quello che potrebbero evadere tutti gli idraulici del mondo.

Anche il consumatore sta cambiando, con innovazioni che tendono a isolarlo rendendo più difficile la socializzazione: dalle casse automatiche nei supermercati ai fattorini che consegnano qualsiasi cosa a domicilio 24 ore al giorno. Uomini e donne sono sempre più soli e sempre più impauriti, perché il richiudersi nella propria bolla, tra persone che la pensano tutte nello stesso modo, come accade nei social network, senza più frequentare nemmeno la pizzeria aumenta le distanze. Distanze dal confronto, dall’ascolto dell’altra campana, da tutte quelle persone che non sono esattamente come te.

Questa situazione che si sta consolidando in Occidente (e non solo) anticipa il mondo che verrà, e che alla fine non sarà così diverso da molti scenari prefigurati dalla letteratura fantascientifica: società suddivise in “isole” di persone, accomunate dallo stesso potere d’acquisto e dagli stessi gusti, per scelta o per necessità. Le bolle che si stanno creando riguardano la società tutta. Alla cultura dei ricchi si contrappone la cultura dei poveri. Se i media parlano di viaggi in luoghi esotici, se le proposte di alberghi partono da 500 euro a notte, se quando si parla di automobili si pensa come minimo al fuoristrada, se si pubblicizzano orologi da 2000 euro in su… è un costante suggerire alla maggioranza, a chi di fatto non potrà mai accedere a simili consumi, che esiste un altro mondo possibile, capovolgendo il celebre slogan di Porto Alegre. Un mondo da sogno il cui biglietto d’ingresso si vince alla nascita, oppure lo si può staccare se si ha una grande dose di fortuna. Ma, siccome i fortunati sono meno dello 0,1% della popolazione mondiale, i sogni sono destinati a infrangersi mentre le diseguaglianze continueranno a crescere.

In questi anni mediocri, la politica non ha saputo proporre nulla di efficace e attraente per tamponare la frammentazione sociale. Si è accontentata del mantenimento dello status quo, senza disturbare più di tanto il manovratore. La stagione delle riforme progressive, cioè intese a promuovere il progresso e l’inclusione, per ora sono archiviate. Invece si attuano riforme regressive, cioè quelle che tolgono diritti acquisiti o che li negano a categorie crescenti di persone. Una situazione prerivoluzionaria, si potrebbe dire. Ma all’orizzonte non si vedono grandi sconvolgimenti. Mancano due condizioni essenziali: il ritrovarsi in un progetto di cambiamento insieme a chi vive i tuoi stessi problemi e l’individuazione dell’antagonista. È vero che siamo tutti sulla stessa barca, come insistentemente ci suggeriscono gli spot, ma uno solo è il proprietario. Tutti gli altri sono ciurma.

 

 

 

 

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Le diseguaglianze sono tornate di moda. Non perché fossero scomparse, ovviamente, ma perché sono ritornate a essere materia di studio. Parte del merito va all’economista francese Thomas Piketty, che con la sua monumentale opera Il capitale nel XXI secolo, diventata incredibilmente un best seller mondiale, ha fotografato i rapporti tra quelle che una volta si chiamavano classi all’interno delle società. Un tema complesso quello delle diseguaglianze, che secondo la scuola liberale non dovrebbero nemmeno esistere come categoria, in quanto deriverebbero soltanto dall’impossibilità di concorrere liberamente in un mercato svincolato da ogni controllo pubblico. Opposta è la visione delle socialdemocrazie, che credono in un mercato regolato dallo Stato e considerano le diseguaglianze come “anomalie” da combattere attraverso il welfare e la tassazione progressiva sui redditi. Cioè ridistribuendo la ricchezza.

Il dibattito è ormai secolare, eppure rimane attualissimo davanti alla constatazione che la crescita economica globale degli ultimi due decenni, pur ridimensionata dalla crisi che ha colpito l’Occidente dal 2008, ha sì strappato dalla povertà centinaia di milioni di persone soprattutto in Oriente, ma ha anche aumentato le distanze sociali in Occidente, consolidando una fascia di esclusi che tende ad aumentare.

Il punto, però, è che questi problemi non riguardano solo la ridistribuzione del reddito. Siamo alle soglie di una rivoluzione industriale senza paragoni, quella dell’intelligenza artificiale applicata alla robotica, potenzialmente destinata a eliminare una quantità enorme di lavoro. Questa volta, a differenza di quanto accadde ai tempi dell’industrializzazione ottocentesca, nessun altro settore economico sarà in grado di assorbire i disoccupati. Il cocchiere che perdeva il lavoro a inizio ’900 poteva diventare autista, ma oggi nessun operaio specializzato, lasciato a casa per via dell’automazione intelligente, potrebbe trovare un’occupazione simile. Lo stesso vale per l’esercito dei cassieri, custodi, contabili, bancari, infermieri, medici, ingegneri.

Ed è a partire da questa realtà che il mondo va ripensato. Il primo a lanciare il sasso è stato Bill Gates, affermando che i robot che svolgono lavoro umano dovrebbero essere tassati. Il suo ragionamento non fa una piega: in questo modo il welfare non subirebbe una perdita netta e anzi, se la persona rimpiazzata dal robot dovesse trovare un’altra occupazione, ci sarebbe addirittura un aumento della raccolta fiscale. Ma quanto peserà questa rivoluzione in termini occupazionali? Secondo l’istituto di ricerche globali sull’economia McKinsey, il 45% dei posti di lavoro oggi remunerati potrebbe essere sostituito in tempi brevi da tecnologie già attualmente in sperimentazione. La posta in gioco è dunque altissima: circa metà del mondo del lavoro umano. Numeri che dovrebbero spaventare, ma che restano ignoti ai più.

La proposta di Gates, cioè pensare a una tassazione del lavoro sostitutivo non umano, è da prendere in considerazione fin da subito. Ma non basta. Bisogna immaginare una riconversione più ampia di società nelle quali i livelli di disoccupazione saranno fisiologicamente tre volte superiori a quelli attuali. Una società che riesca a discutere del tempo liberato dal lavoro e a redistribuire ciò che la tecnologia produrrà. Si pone anche un gigantesco problema di governo del cambiamento. Se prevarranno quelle forze di mercato che vedono nella robotica intelligente solo un gigantesco risparmio dei costi di produzione (e di problemi sindacali), nel mondo del futuro potrebbero avverarsi scenari da fantascienza, dove una casta governa con la forza masse enormi di esclusi. Abbiamo tempo, ma non tanto. La rivoluzione è dietro la porta e non aspetta.