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Il voto in Spagna conferma una tendenza che buona parte della stampa non vuole considerare, soprattutto quando si parla di Europa. La delusione provocata dagli aspetti negativi della globalizzazione, dalla precarizzazione del lavoro all’aumento delle fragilità sociali sta spingendo l’elettorato medio occidentale su due binari, quello della mobilità e quello della radicalizzazione. Non si vota – se non marginalmente – su base ideologica, ma volta per volta si valuta l’offerta politica. Si premiano inoltre le estreme, a destra e a sinistra, ma anche quei partiti storici che riescono a rinverdire i loro principi fondativi. Democristiani, come quelli dell’Est, che siano fermamente ancorati ai valori tradizionali oppure socialisti, come quelli mediterranei, che si rivolgano a un elettorato popolare e non di soli ceti medi-alti. Negli Stati Uniti si scopre, o si riscopre, la parola socialismo, in Europa i socialisti che vincono sono quelli che guardano a sinistra e cercano di costruire alleanze larghe. Come in Portogallo, come sicuramente in Spagna e come in Grecia, dove Syriza è già di per sé un partito-coalizione in cui convivono diverse sensibilità. Con l’eccezione dell’Italia, nel Mediterraneo sta tornando il tempo della sinistra.

L’altra novità è a nord, dove si assiste a una forte crescita dei partiti verdi che hanno saputo rinnovarsi, mantenendo al centro dell’agenda l’ambiente ma non limitandosi al solo tema ambientale. In comune con le esperienze del Mediterraneo c’è il pragmatismo dei nuovi leader. Nessuno spacca il capello in quattro su aspetti ideologici, nessuno dice no senza offrire un’alternativa, tutti sono europeisti, tutti sanno che i diritti individuali sono solo una parte del capitolo dei diritti, che include anche quelli collettivi e sociali.

La stagione che si sta aprendo al di là dell’Atlantico ha molti punti in comune con quella europea e seppellirà quello che negli Stati Uniti chiamano “neoliberismo con diritti individuali”. Cioè la visione di una società frammentata dal punto di vista sociale, privatizzata nell’accesso ai servizi, polarizzata dal punto di vista del reddito, ma con la libertà di sposarsi tra persone dello stesso sesso o di non essere discriminati per motivi religiosi. Oggi la società sta chiedendo garanzie sui “fondamentali” che tengono unita una comunità: lavoro, casa, educazione, salute. Una risposta a questa domanda arriva dalla destra estrema, fino a ieri all’interno della destra moderata, ed è la vecchia ricetta che addossa le colpe a categorie precise (immigrati, minoranze). Un’altra risposta arriva da sinistra, con la riforma della fiscalità, il rilancio dei servizi pubblici, gli investimenti per la crescita dell’impiego. Nel primo caso, la violenza diventa inevitabile: violenza contro le persone e contro le regole della democrazia. Nel secondo caso, invece, i diritti acquisiti vengono tutelati e si evita lo scontro sociale.

I risultati di questi ultimi appuntamenti elettorali paiono confermare una tendenza verso le soluzioni riformiste e non autoritarie. In questo senso, il disastro politico provocato dalla Brexit nel Regno Unito ha avuto un impatto non indifferente sull’opinione pubblica. È stata la dimostrazione palese di quale sia il prezzo che si paga quando si sostengono proposte demagogiche, tra l’altro basate su falsità. Anche negli Stati Uniti l’elettorato che ha sostenuto Donald Trump sta riflettendo: non sono arrivate misure reali a favore dei bianchi impoveriti, bensì una riforma fiscale a favore dei più ricchi e delle corporation. I democratici sono stati scossi dall’ondata di sinistra portata da Bernie Sanders, che ha coagulato attorno a sé una nuova generazione di militanti giovani e fortemente spostati a sinistra.

È come se il tempo dei social media, manipolabili e manipolatori, quale veicolo principale della politica fosse in declino. Riprende forza, invece, il rapporto personale tra politica e cittadino, per discutere e tornare a credere che in democrazia è possibile stabilire nuove regole di convivenza, aggiornare le tutele sociali, ripensare il lavoro nel terzo millennio.

 

Le Borse hanno festeggiato in questi giorni il cosiddetto commissariamento di Yanis Varoufakis, ministro delle Finanze greco. Secondo la lettura trionfalistica amplificata dalla stampa, è stata la conseguenza del duro scontro avvenuto nell’ultima riunione dei Ministri dell’economia europei dove sono volati insulti anche sul piano personale. Il Ministro dilettante e perditempo, anche se con un curriculum da fare invidia a due terzi dei suoi colleghi, sarebbe l’unico ostacolo perché la Grecia possa concludere un accordo con l’eurogruppo. Un accordo che sostanzialmente ribadisca la linea portata avanti dalla Troika, con la complicità della politica di Atene, che non ha risolto la situazione debitoria del paese ellenico, non ha rilanciato l’economia, e ha creato nel frattempo quella che viene definita un’emergenza umanitaria. L’Europa non ha voluto consapevolmente registrare il chiaro segnale, europeista e riformista, dato dall’elettorato greco che ha scelto con il voto un governo, che pur ribadendo la volontà di rimanere in Europa chiede anche un cambio dei paradigmi economici. Varoufakis ha portato in seno ai salotti buoni di Bruxelles un punto di vista diverso, maggioritario nell’opinione pubblica che da tempo ha capito che qualcosa non funziona in questo bizzarro condominio che ha adottato in modo ferreo i dogmi  dell’austerità, ribadendo un pensiero unico in materia economica che la storia ha già condannato all’oblio in tante altre parti del mondo a partire dagli Stati Uniti.

Varoufakis è stato il parafulmine messo in campo da Siryza in questa fase tormentata attirando su di se odi e dispetti da parte dei colleghi, mentre Tsipras apriva un canale diretto con Angela Merkel, il vero nodo della questione. Ora la delegazione greca diventa più importante e non è più legata a una sola persona, come è giusto che sia quando il gioco si fa duro ed è in discussione l’interesse nazionale. Chi pensava che affondando Varoufakis affondava la Grecia ci dovrà ricredere. L’accordo che potrebbe essere raggiunto aveva bisogno di una rottura anche estetica del grigiore impersonale di Bruxelles e Varoufakis ha fatto la sua parte e continuerà a farla. Come scrive lui stesso “la nostra sfida, a questo punto, è convincere i nostri partner del fatto che i nostri impegni sono strategici, non tattici, e che la logica è dalla nostra parte”. Le riforme sul piano fiscale e pensionistico annunciate da Atene fanno bene sperare, ma non sono imposizioni della Troika, ma parte importante del programma di riforme di Siryza. Lotta all’evasione e alla corruzione, ripensamento dell’apparato statale, rilancio dell’industria sono riforme che hanno bisogno di tempo e di respiro. Se ciò avverrà con la Grecia ancora membro del club dell’euro non sarà merito di Varoufakis ma della forza politica che lo ha nominato ministro e che non ha chiesto affatto le sue dimissioni. Sarà invece duro per i critici di oggi accettare che il loro approccio ha fallito.

Alexis Tsipras, Yanis Varoufakis