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L’ingerenza aperta e non contrastata di Russia e Turchia in Libia conferma, se ce ne fosse bisogno, la previsione contenuta nel lavoro del 2013 di Charles Kupchan, docente di Relazioni internazionali alla Georgetown University, intitolato Nessuno controlla il mondo. Kupchan scrive che il secolo che stiamo vivendo non apparterrà a nessuno. Non sarà degli Stati Uniti né dell’Europa, perché l’Occidente attraversa un declino economico e politico che lo priverà di quella preminenza di cui gode fin dal Rinascimento. Ma non sarà neppure di Cina, Russia o India, perché nessuno dei Paesi emergenti ha i numeri per imporsi come nuova potenza dominante. Sarà più libero, nel senso che ognuno potrà svilupparsi secondo il modello che preferisce, ma anche più complesso, perché non esisterà un baricentro capace di garantire la stabilità, e i vari attori coprotagonisti sul palcoscenico non parleranno la stessa lingua in termini di valori “universali” condivisi. I Paesi emergenti sulla scena internazionale, infatti, non seguono più necessariamente il modello della democrazia liberale e del capitalismo. In Medio Oriente i movimenti islamisti hanno tratto quasi ovunque benefici dalle cosiddette “primavere arabe”. In Cina c’è un regime autocratico che adotta l’economia di mercato, mentre India e Brasile scivolano verso il populismo. La Russia, piegata la resistenza europea, sta riconquistando velocemente lo spazio geopolitico dell’Unione Sovietica e torna a essere un giocatore globale. Costruire una politica di alleanze multilaterali è sempre più difficile, come si è potuto verificare con il fallimento dei vertici sul cambiamento climatico. Insomma, questo secolo non sarà di nessuno. E dire che, visto dal Novecento, il XXI secolo doveva essere l’era della Cina oppure dell’India. Qualche economista era perfino pronto a scommettere sul Brasile, mentre i neoconservatori americani puntavano sul ritorno alla supremazia degli Stati Uniti.

Oggi le democrazie occidentali rappresentano meno della metà della ricchezza mondiale, e il loro rallentamento economico va di pari passo con la crescita di altre potenze, “minori” fino a ieri, ma che oggi dispongono di arsenali di tutto rispetto e soprattutto, nel caso della Cina, di un potere economico immenso. Quali strutture politiche e sociali s’imporranno, se le democrazie dei due lati dell’Atlantico non si ergeranno più a controllori dell’ordine globale? Vivremo certamente in un mondo più instabile e complicato. Presto la maggior parte delle dieci principali potenze economiche non sarà democratica. O meglio, si tratta di Paesi nei quali la democrazia si declina in modo diverso rispetto all’ortodossia: sistemi a partito unico, come in Cina; o a leader unico, come in Russia o Turchia; populismi e nazionalismi di destra, anche violenti, come in Brasile e India, e Stati controllati dal potere religioso come l’Iran.

Da dove cominciare? Fermo restando che le istituzioni multilaterali globali, come il WTO o le Nazioni Unite, in questa fase non sono agibili, l’unico modo per provare a porre rimedio alla deriva in corso è ripartire dalle istituzioni regionali, come l’Unione Europea, il Mercosur e i trattati asiatici. Per l’Occidente la missione storica – se mai è davvero stata tale – di “esportatore della democrazia” si è esaurita. Non potendo imporre un modello di democrazia, è però importante che resti alta l’asticella della difesa dei diritti umani e ambientali. È quasi l’unico piano sul quale si può riuscire a costruire un ponte se non verso le istituzioni, almeno verso la società civile di questi Paesi.

Sarà davvero – e anzi lo è già – un mondo di nessuno, e bisogna attrezzarsi. Un mondo nel quale non ci si può aspettare nulla da nessuno, dove ogni certezza, perfino quella della solidarietà atlantica, è ormai saltata. Un mondo più difficile e pericoloso, nel quale occorre sforzarsi di tenere in vita la speranza di ricreare un concerto tra le nazioni, per trovare insieme un nuovo ordine condiviso, basato su rapporti pacifici e di cooperazione.

Il 2019 che scivola via non sarà ricordato di certo per i traguardi raggiunti in materia di politica internazionale. Anche se il bilancio, come sempre, presenta chiaroscuri.

Con la fine della parte più drammatica del conflitto siriano si è riacceso lo scontro decennale tra turchi e curdi, e diverse forze jihadiste, che sulla carta sarebbero state tra gli sconfitti, sono invece finite sotto l’ala di Erdoğan nell’offensiva per il controllo delle frontiere. Il despota di Ankara è riuscito nell’impresa di riposizionarsi in Siria, per tornare a contare in Medio Oriente: ora le sue mire si estendono sulla Libia, a dimostrazione della volontà di fare diventare la Turchia un giocatore di peso nell’intera regione. Anche la Russia di Putin, dopo aver incassato il risultato nella vicenda siriana, ora sta intervenendo direttamente su diversi fronti africani con l’arma dei contractors, o meglio dei mercenari, seguendo l’esempio inaugurato dagli Stati Uniti con la guerra dell’Iraq.

Fuori da questo contesto, è scomparsa dai radar la questione nordcoreana. Dopo gli incontri tra Donald Trump e Kim Jong-un è come se l’armamento nucleare del Paese asiatico si fosse volatilizzato. Non è stato annunciato il disarmo, non è stato consentito l’accesso di ispettori ai siti nucleari nordcoreani, eppure la diplomazia USA canta vittoria. Questa vicenda conferma ancora una volta che, per i regimi ostili agli Stati Uniti, l’unica assicurazione sulla vita è l’arma nucleare. E proprio perché non la possiede, l’Iran sta pagando il prezzo salato di sanzioni economiche che hanno creato un diffuso malessere tra la popolazione. Si tratta della stessa arma economica utilizzata contro Cuba, rimpiombata nei tempi bui del “periodo speciale”.

Le linee di frattura esistenti si sono ulteriormente aggravate. Fratture sociali, come quelle che hanno alimentato le rivolte in Ecuador, Cile e Libano; fratture politiche, che hanno destabilizzato la Bolivia e Hong Kong, fratture del sistema multilaterale di relazioni, con il fallimento della conferenza Cop25 sul cambiamento climatico e l’agonia dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, meglio nota come WTO. Il mondo che, secondo la retorica della globalizzazione, marciava sempre più compatto verso un futuro di crescita, prosperità e superamento dei confini, a fine 2019 si ritrova invece con rigurgiti nazionalisti e razzisti pressoché ovunque, con l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, con oltre 6.000 chilometri di muri vecchi e nuovi, che tentano inutilmente di arginare le conseguenze del grande disordine. Sono, queste, tutte conseguenze del mancato raggiungimento di un nuovo ordine dopo la fine di quello bipolare della Guerra Fredda. Davanti al fallimento del tentativo degli Stati Uniti di reggere da soli l’equilibrio internazionale, le medie e grandi potenze scalpitano per occupare, influenzare, determinare gli equilibri di singole parti del mondo, nel tentativo di consolidare i propri cortili di casa.

L’unica altra grande potenza globale oltre gli USA, la Cina, basa la sua forza sul commercio e quando interviene su altri fronti, come in Africa, lo fa sempre per tutelare i rifornimenti di materie prime del suo apparato produttivo. Tutte le altre potenze, dalla Russia alla Turchia passando per l’India, possono solo permettersi di consolidare i loro hinterland, operando al massimo interventi “spot” fuori contesto geografico, come fa Putin in Venezuela o a Cuba. Nulla di solido, nulla di duraturo.

Il 2020 sarà anno di elezioni negli Stati Uniti e il risultato potrebbe confermare o modificare questo quadro. Ormai, nel campo occidentale, resta solo Washington. Dopo la Brexit, l’Unione Europea conta ancora meno, e soprattutto non riesce a superare la sua crisi di identità. Come si diceva una volta del Giappone, l’UE è sempre più un gigante economico e un nano politico. Questo vuoto di politica, che nessuno per ora è in grado di colmare, resta il grande punto interrogativo sul futuro prossimo. Se l’Europa si dovesse svegliare, questo racconto andrà riscritto. Se invece continuerà a dormire, avremo ancora sogni agitati.

 

 

Chi pensava che la Russia post-sovietica fosse condannata alla marginalità si sbagliava. Ma si sbagliava anche chi era convinto che Mosca potesse controbilanciare la potenza degli Stati Uniti, come ai tempi della Guerra Fredda. In realtà, il bipolarismo è stato irrimediabilmente consegnato alla storia: sotto la guida ferrea di Vladimir Putin, la Russia sta conquistando passo dopo passo un posto nel mondo multipolare. E non è poco.

I conflitti che oggi vedono coinvolta la Russia ci fanno capire come questo Paese stia ricostruendo e difendendo il suo spazio geopolitico storico, risalente ai tempi degli zar. Ucraina, Crimea e Siria sono collegate da un filo rosso che riguarda le frontiere con la NATO, il controllo del Mar Nero e la presenza navale nel Mediterraneo. Il blitz quasi indolore con il quale Mosca si è annessa la Crimea ha imposto il primo stop ai cambiamenti politici che avrebbero potuto mettere in pericolo le presenze ritenute strategiche dalla Russia.

La vicenda Ucraina è più complessa, perché la prevalenza di partiti ostili a Mosca nel Parlamento di Kiev avrebbe potuto far passare sotto traccia, implicita nel pacchetto di adesione all’UE, l’entrata del Paese nella NATO, e quindi lo spostamento dell’alleanza militare guidata dagli USA verso ovest. Nulla hanno risolto gli Accordi di Minsk, che pure hanno fatto scattare la tregua tra le minoranze russofile sostenute da Mosca e l’esercito ucraino: di fatto, nelle tre province confinanti è avvenuta una secessione che va bene alla Russia e lega le mani a Kiev.

In Siria, infine, ha avuto un peso decisivo il sostegno russo al governo di Damasco, alleato di ferro fin dai tempi dell’URSS, quando governava il padre di Bashar al-Assad. Non è certo una coincidenza che la porzione di Paese ancora controllata dal presidente alauita si sviluppi a ventaglio dalla base navale russa di Tartus, l’unico presidio di Mosca nel Mediterraneo.

Fin qui tutte mosse difensive, giocate bene sul piano militare ma con ricadute economiche negative sulla Russia per via dell’embargo occidentale. È proprio a partire da questo presupposto che sta maturando una politica di avvicinamento tra Mosca e Pechino potenzialmente in grado di cambiare l’ordine mondiale. I due Paesi stanno siglando importanti accordi sul piano energetico, dell’industria bellica, delle comunicazioni. La presenza di Putin a fianco di Xi Jinping durante l’imponente sfilata dello scorso 2 settembre a Pechino per i 70 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale è stata la più che simbolica dimostrazione di una partnership non limitata alla cooperazione tra due Stati, ma estesa anche alla politica internazionale. Non a caso, la Cina sta partecipando economicamente alla difesa di Assad in Siria.

Cos’hanno in comune i due giganti? Poco e molto. Poco perché il profilo demografico, culturale e produttivo della Cina è completamente diverso da quello di un Paese a cavallo tra Europa e Asia, spopolato e forte solo nelle commodities energetiche e minerarie, oltre che in alcuni settori dell’industria bellica. Molto perché si tratta di due regimi che, uno per natura e l’altro per scelta, censurano la libertà di opinione, perseguitano l’opposizione, sono parte di sistemi corruttivi tra i più oliati al mondo. Soprattutto, sono due potenze che stanno tentando di diventare egemoni a livello regionale e di proporsi come imprescindibili per la ricomposizione dell’ordine internazionale. La Russia e la Cina si vedono come potenze globali, e in buona parte lo sono già. O meglio, oggi lo è solo la Cina, ma la Russia farà il possibile per diventarlo: non perché possa davvero raggiungere la capacità industriale e finanziaria cinese, ma perché controlla uno sconfinato spazio geografico e dall’URSS ha ereditato un potere militare secondo solo a quello statunitense, insieme alla stessa bramosia di potenza.

 

Alfredo Somoza per Esteri, Radio Popolare

 

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Le modalità con le quali si è verificato il distacco della Crimea dall’Ucraina delegittimano un processo che avrebbe potuto avvenire all’interno del diritto internazionale.

L’instabilità in Ucraina, dovuta alle conseguenze di un movimento di piazza dai contorni poco definiti, entro i quali si annidano forze che si richiamano alle peggiori destre del passato europeo; la presenza maggioritaria in Crimea di popolazione di origine russa, e la tutela delle basi navali russe considerate strategiche da Mosca: tutto ciò non basta a giustificare il modus operandi di Putin.

In primo luogo, un Paese che ospita basi straniere, come anche l’Italia, legittimamente pretende ed esige che le truppe straniere in esse ospitate non incidano nelle vicende interne della nazione. Nel caso della Crimea, i soldati russi sono usciti armati dalle caserme diventando di fatto truppe di occupazione. La motivazione formale è stata la difesa dei cittadini russi residenti nella provincia. Molto simile, per esempio all’alibi utilizzato dagli Stati Uniti nel 1836 per invadere e annettere il Texas messicano. A questo controllo armato del territorio, giuridicamente paragonabile a un’invasione, è seguita la farsa del referendum per l’indipendenza della Crimea: che, da strumento legittimo per esercitare il diritto all’autodeterminazione dei popoli, è diventato plebiscito manipolato e controllato dall’invasore per legittimare l’occupazione.

Il referendum si è chiuso con il risultato scontato del 96% di favorevoli, una maggioranza ben superiore alla percentuale di russofoni della provincia. È avvenuto senza controllo da parte del Paese che – fino a prova contraria – esercita la sovranità sulla Crimea, cioè l’Ucraina, e senza la minima ombra di osservatori internazionali. È stato soltanto una “copertina” democratica utile a coprire il blitz di Vladimir Putin che, per la prima volta dal 1938 dell’Anschluss di Hitler nei confronti dell’Austria, modifica le frontiere dell’Europa senza colpo ferire e senza provocare alcuna reazione se non prese di posizione puramente retoriche.

Ci sarà un “prima” e un “dopo” le vicende della Crimea, e l’onda lunga di quanto è accaduto ci accompagnerà per molto tempo. Oggi in Europa qualcuno ha scoperto che gli Stati Uniti in ritirata e l’UE politicamente disarmata non possono arginare la politica di forza della Russia: l’unica vera potenza politica europea emergente.

Alfredo Luis Somoza

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