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Il 2019 che scivola via non sarà ricordato di certo per i traguardi raggiunti in materia di politica internazionale. Anche se il bilancio, come sempre, presenta chiaroscuri.

Con la fine della parte più drammatica del conflitto siriano si è riacceso lo scontro decennale tra turchi e curdi, e diverse forze jihadiste, che sulla carta sarebbero state tra gli sconfitti, sono invece finite sotto l’ala di Erdoğan nell’offensiva per il controllo delle frontiere. Il despota di Ankara è riuscito nell’impresa di riposizionarsi in Siria, per tornare a contare in Medio Oriente: ora le sue mire si estendono sulla Libia, a dimostrazione della volontà di fare diventare la Turchia un giocatore di peso nell’intera regione. Anche la Russia di Putin, dopo aver incassato il risultato nella vicenda siriana, ora sta intervenendo direttamente su diversi fronti africani con l’arma dei contractors, o meglio dei mercenari, seguendo l’esempio inaugurato dagli Stati Uniti con la guerra dell’Iraq.

Fuori da questo contesto, è scomparsa dai radar la questione nordcoreana. Dopo gli incontri tra Donald Trump e Kim Jong-un è come se l’armamento nucleare del Paese asiatico si fosse volatilizzato. Non è stato annunciato il disarmo, non è stato consentito l’accesso di ispettori ai siti nucleari nordcoreani, eppure la diplomazia USA canta vittoria. Questa vicenda conferma ancora una volta che, per i regimi ostili agli Stati Uniti, l’unica assicurazione sulla vita è l’arma nucleare. E proprio perché non la possiede, l’Iran sta pagando il prezzo salato di sanzioni economiche che hanno creato un diffuso malessere tra la popolazione. Si tratta della stessa arma economica utilizzata contro Cuba, rimpiombata nei tempi bui del “periodo speciale”.

Le linee di frattura esistenti si sono ulteriormente aggravate. Fratture sociali, come quelle che hanno alimentato le rivolte in Ecuador, Cile e Libano; fratture politiche, che hanno destabilizzato la Bolivia e Hong Kong, fratture del sistema multilaterale di relazioni, con il fallimento della conferenza Cop25 sul cambiamento climatico e l’agonia dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, meglio nota come WTO. Il mondo che, secondo la retorica della globalizzazione, marciava sempre più compatto verso un futuro di crescita, prosperità e superamento dei confini, a fine 2019 si ritrova invece con rigurgiti nazionalisti e razzisti pressoché ovunque, con l’aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, con oltre 6.000 chilometri di muri vecchi e nuovi, che tentano inutilmente di arginare le conseguenze del grande disordine. Sono, queste, tutte conseguenze del mancato raggiungimento di un nuovo ordine dopo la fine di quello bipolare della Guerra Fredda. Davanti al fallimento del tentativo degli Stati Uniti di reggere da soli l’equilibrio internazionale, le medie e grandi potenze scalpitano per occupare, influenzare, determinare gli equilibri di singole parti del mondo, nel tentativo di consolidare i propri cortili di casa.

L’unica altra grande potenza globale oltre gli USA, la Cina, basa la sua forza sul commercio e quando interviene su altri fronti, come in Africa, lo fa sempre per tutelare i rifornimenti di materie prime del suo apparato produttivo. Tutte le altre potenze, dalla Russia alla Turchia passando per l’India, possono solo permettersi di consolidare i loro hinterland, operando al massimo interventi “spot” fuori contesto geografico, come fa Putin in Venezuela o a Cuba. Nulla di solido, nulla di duraturo.

Il 2020 sarà anno di elezioni negli Stati Uniti e il risultato potrebbe confermare o modificare questo quadro. Ormai, nel campo occidentale, resta solo Washington. Dopo la Brexit, l’Unione Europea conta ancora meno, e soprattutto non riesce a superare la sua crisi di identità. Come si diceva una volta del Giappone, l’UE è sempre più un gigante economico e un nano politico. Questo vuoto di politica, che nessuno per ora è in grado di colmare, resta il grande punto interrogativo sul futuro prossimo. Se l’Europa si dovesse svegliare, questo racconto andrà riscritto. Se invece continuerà a dormire, avremo ancora sogni agitati.

 

Gli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio” delle Nazioni Unite sono otto traguardi che, nel 2000, tutti i 191 Stati membri dell’ONU si sono impegnati a raggiungere entro il 2015. In sostanza, un “libro dei sogni” che forniva le ricette per liberare milioni di essere umani dalla povertà estrema. Anzitutto impegnava i Paesi ricchi a spendere lo 0,7% del loro PIL in cooperazione allo sviluppo, un livello raggiunto solo dai 4 Stati scandinavi e in prospettiva anche dal Regno Unito. Quei fondi, insieme a quelli messi a disposizione dai governi nazionali e dai privati, avrebbero dovuto supportare lo sradicamento della miseria e della fame, portare al raggiungimento dell’istruzione primaria universale, promuovere la parità dei sessi e l’autonomia delle donne, ridurre la mortalità infantile, migliorare la salute materna; combattere l’HIV/AIDS e garantire la sostenibilità ambientale.

Nella definizione degli Obiettivi, però, le istruzioni per strappare dalla fame e dalla malattia i più poveri non erano accompagnate da indicazioni precise sulle leve economiche da adoperare, né chiarivano su quali diritti bisognasse insistere (per esempio, sarebbe stato opportuno esplicitare il diritto alla terra, che determina le condizioni di vita delle popolazioni rurali).

Malgrado la vaghezza di contenuti e metodo, le Nazioni Unite si ritengono soddisfatte dei risultati raggiunti e rilanciano la sfida formulando una nuova tornata di obiettivi: gli “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile”, in inglese Sustainable Development Goals (SDGs). Il settimanale britannico «The Economist» li ha ribattezzati Stupid Development Goals ritenendoli più che inutili, addirittura dannosi.

In pratica, si ipotizza ancora di migliorare la vita dei poveri stabilendo meccanismi per indirizzare gli aiuti internazionale verso i Paesi che potrebbero spenderli meglio, scelti in base a parametri di dubbia efficacia.

Mentre gli Obiettivi del millennio erano otto, e si articolavano in 21 sotto-obiettivi, gli SDGs consistono in 17 macro-obiettivi e contano ben 169 sotto-obiettivi, definiti “targets”. I loro sostenitori giustificano questa proliferazione spiegando che i traguardi sono più ambiziosi: si estendono a questioni che spaziano dall’urbanizzazione e dalle infrastrutture al cambiamento climatico. Si afferma, correttamente, che la riduzione della povertà è radicata in un intero sistema di disuguaglianza e di ingiustizia, quindi c’è bisogno di molti obiettivi diversi per migliorare la governance, favorire la trasparenza, ridurre le disparità e così via.

Ma l’insieme rimane un pasticcio, perché riflette in modo caotico e generalistico troppi interessi contrastanti. Tra gli obiettivi c’è, per esempio, la creazione di una “partnership globale per lo sviluppo sostenibile, integrato da partenariati multi-stakeholder”, qualunque cosa ciò significhi.

Secondo «The Economist», nel corso dei prossimi 15 anni il mondo avrà davvero la possibilità di strappare alla povertà estrema quasi un miliardo di persone che oggi vivono con non più di 1,25 dollari USA al giorno. Il raggiungimento di questo obiettivo, però, non sarà automatico; anzi, in molti luoghi il trend punta nella direzione sbagliata. Le cause della povertà estrema hanno a che fare soprattutto con l’ingiusta distribuzione della terra, con l’esclusione sociale e culturale, con la discriminazione di genere o di etnia, con le conseguenze del cambiamento climatico. Tutte questioni che non possono essere rimosse solo con la buona volontà e nemmeno con il trasferimento di risorse da Nord a Sud, fermo restando che questi flussi continuino nel tempo.

Ciò che non racconta l’ONU, che continua a volare alto per evitare di immischiarsi nelle miserie provocate dai suoi stessi membri, è che se gli obiettivi del 2000 sono stati parzialmente raggiunti il merito non è attribuibile alla cooperazione, bensì alla fantastica crescita economica dei Paesi emergenti, storici serbatoi di povertà estrema di massa. È vero che la salute materna e infantile, la lotta all’AIDS e la prevenzione della malaria hanno fatto passi avanti, ma i progressi registrati in questi ambiti grazie al trasferimento di risorse Nord-Sud non sono paragonabili all’impulso che la presenza cinese o brasiliana ha dato alle economie dell’Africa o dell’America meridionale.

Gli obiettivi del millennio dovrebbero affrontare proprio i nodi della globalizzazione per essere efficaci: opportunità, inclusione, regole, redistribuzione, diritti. Perché quando la crescita è accompagnata dai diritti e da politiche ridistributive, non c’è bisogno dell’elemosina interessata della potenza di turno per superare la povertà, né di complessi e contraddittori manuali di istruzione.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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