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L’Unione Europea dei nostri giorni assomiglia sempre di più a un cristallo incrinato. Le piccole e grandi fratture che rischiano di mandare tutto in frantumi ormai non si contano. A est ci sono due linee di frattura, una esterna e una interna. La prima è il rapporto con la Russia, inquinato dalla politica di accerchiamento della NATO, in stallo dopo i blitz di Mosca in Crimea e in Ucraina. L’altra, interna, riguarda i Paesi dell’ex blocco sovietico entrati a fare parte dell’Unione seguendo il miraggio della stabilità e delle potenzialità del mercato comune, ma che non intendono cedere sovranità né rispettare gli standard comunitari in materia di diritti civili, ritenuti troppo alti.

A sud-ovest si consuma la frattura con la Turchia di Erdogan, prima sopportato e foraggiato in nome del contrasto all’immigrazione, ora considerato invece un provocatore dell’Unione stessa. A sud c’è la frattura più profonda, quella mediterranea, con l’impossibilità di dialogare con la sponda meridionale del mare nostrum in preda a una crisi profonda che, nel caso della Libia, ha portato al collasso dello Stato.

Sul fronte atlantico si delinea un’altra doppia frattura. La prima con gli Stati Uniti di Trump che rinnegano il negoziato per la creazione di un area di libero commercio con l’UE e annunciano una battaglia commerciale a colpi di protezionismo, l’altra con il Regno Unito, che non ha mai amato l’Europa unita e ha deciso di uscirne. Ma non è finita, c’è anche la  frattura generata dagli impegni di bilancio sottostanti alla moneta unica, che vede schierati i “rigoristi” del Nord contro i “flessibilisti” del Sud.

A 60 anni dalla nascita della Comunità Economica Europea tutto lascia intuire che, alla fine, non hanno vinto i fautori dell’ipotesi federale, i cosiddetti Stati Uniti d’Europa, ma piuttosto coloro i quali vorrebbero spostare il percorso europeo verso un semplicissimo mercato unico. Un’era di libero scambio per merci e servizi senza altri vincoli, per la quale paradossalmente si è sempre battuto il Regno Unito: merci libere di viaggiare, persone bloccate dai muri. E sono proprio i muri i simboli di questa regressione, perché nascono proprio in quei Paesi che, per decenni, sono rimasti dietro la “cortina di ferro” sovietica, e che ora rifiutano assistenza a chi scappa da guerre e persecuzioni.

Al di là di come andrà a finire la questione-Brexit, si è tornati a parlare di una vecchia idea, la fantomatica “Europa a due velocità”. Una cerchia di Paesi che si impegnano a rinforzare i legami reciproci e altri Paesi che, invece, si accontentano di partecipare al mercato comune. Se questa linea si imponesse, sarebbe la più bruciante sconfitta per le politiche di questi ultimi 20 anni di allargamento dei confini senza costrutto, di lancio di una moneta senza Stato, di strategie di difesa senza eserciti: una linea che ha creato più danni che benefici.

L’Europa a 28, senza strumenti di governance e veri poteri decisionali, è diventata un elefante paralizzato. L’accelerazione della moneta unica senza una Costituzione comune, la mancata armonizzazione fiscale, la sperequazione delle politiche sociali, le delocalizzazioni interne sono oggi nell’occhio del ciclone dell’opinione pubblica. In buona parte la frittata è fatta: ora bisogna capire come uscirne. Innanzitutto, ed è un presupposto senza il quale tutto il resto si renderebbe inutile, a 60 anni dalla nascita della Comunità i leader che parteciperanno ai festeggiamenti di Roma si dovrebbero guardare in faccia, e con onestà dirsi se sono o non sono disponibili ad andare avanti. Le “due velocità” dovrebbero trasformarsi in un “dentro o fuori”. Se resteranno solo i legami commerciali, non ci sarà nemmeno bisogno di una grande burocrazia, e meno ancora di un Parlamento europeo. L’UE ci costerebbe molto meno, ma perderemmo molte conquiste non solo materiali. Perderemmo soprattutto la cittadinanza dell’unica regione del pianeta nella quale si è tentato di costruire un’area di civiltà e democrazia, e non solo un recinto economico. Un tentativo che – anche se in queste ore molti lo dimenticano – per la prima volta nella storia europea ha evitato guerre e fame.

Oggi i nemici dell’Europa comunitaria, interni ed esterni, sono numerosi e si moltiplicano. Ed è anche questo un segnale che la posta in gioco continua a essere alta.

 

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America first, la France avant tout, per la rivincita russa. Sono solo alcuni degli slogan nazionalisti che riecheggiano da Washington a Mosca, da Parigi a Istanbul. Slogan lanciati da politici che sono arrivati, o sperano di arrivare, in modo democratico al potere per rappresentare – secondo loro – la riscossa di popoli impoveriti, umiliati, assediati.

Sono però anche slogan usati da regimi autoritari che uccidono liberi giornalisti, come accade in Russia, o che organizzano “auto-colpi di Stato” per poter massacrare l’opposizione. Il nazionalismo, a differenza delle piante, attecchisce a ogni latitudine e con ogni clima, non distingue tra democrazia e dittatura, è sempre foriero di un aumento della bellicosità ed è stato responsabile dei più grandi genocidi della storia contemporanea.

Qual è il limite tra nazionalismo e legittima difesa degli interessi nazionali? Storicamente, le formazioni politiche della sinistra hanno sempre rifiutato il nazionalismo anteponendogli l’internazionalismo. Cioè l’idea che attraverso la cooperazione internazionale tra le classi subalterne si potesse costruire un futuro migliore per tutti. Questo approccio, ispirato dalle riflessioni marxiane, ha costituito uno dei primi tentativi di interpretare la globalizzazione come elemento di crescita e “circolazione” dei diritti, prima che delle merci.

Ma questa utopia si è drammaticamente incrinata a partire degli anni ’90, quando i sindacati si sono ripiegati su se stessi non preoccupandosi più, almeno attivamente, per le condizioni dei lavoratori di altri Paesi, ma soltanto dei diritti dei propri iscritti. Quando è partita l’ultima ondata di globalizzazione, in Occidente non ci sono mai state proteste per le condizioni di lavoro degli operai dei Paesi nei quali le imprese delocalizzavano, ma solo preoccupazione per i posti di lavoro persi.

La sinistra e le sue ramificazioni sociali perdevano così la dimensione globale proprio mentre questo orizzonte veniva prepotentemente acquisito dal capitale transnazionale. La globalizzazione non ha portato infatti nuovi diritti a nessuno: anzi, spesso ne ha tolti. Perché, se è vero che in diversi Stati ha creato occupazione di massa e migliorato la condizioni di vita di centinaia di milioni di persone, è anche vero che non ha inciso sulla natura di quei regimi che si sono aperti alle delocalizzazioni, a partire dalla Cina.

Il fenomeno Trump viene oggi spacciato come la rivincita dei ceti medi impoveriti. Il nuovo presidente “parla come mangia”, dosa con sapienza xenofobia e omofobia, spara contro la globalizzazione, contro gli immigrati e contro i vicini poveri degli Stati Uniti. E questa sarebbe la grande novità della politica del XXI secolo? Non solo, i personaggi alla Trump o alla Putin raccolgono consensi e simpatie tra chi ancora si definisce radicalmente di sinistra. Coloro che sarebbero le prime vittime in regimi come quello russo, o che non hanno capito come è formato il blocco sociale e culturale che sostiene Trump, esultano davanti all’uso della forza militare di Mosca o alla fine degli accordi multilaterali decisa da Trump. Il fine, per taluni, continua a giustificare i mezzi.

Ed è davanti a questo scenario, confuso e pericoloso, che va rivalutato il percorso compiuto nei primi anni 2000 a Porto Alegre, in Brasile. I forum sociali mondiali di allora erano raduni molto eterogenei in cui movimenti sociali e forze politiche discutevano della globalizzazione, dei guasti che già si capiva avrebbe prodotto, ma anche delle sue potenzialità, rifiutando l’idea di chiudersi entro i propri confini e lanciando anzi lo slogan “un altro mondo è possibile”. Un mondo da cambiare in una dimensione internazionale, proponendo una nuova stagione di regole e diritti aggiornati al mondo globale. Finora, è stato questo l’ultimo tentativo di trovare una nuova governance globale. Un esperimento che non ha avuto seguito, anche se molti tra i partecipanti sono poi diventati politici di rilievo nei rispettivi Paesi. Ha prevalso invece un timore reverenziale, o complice, nei confronti delle lobby che hanno indirizzato la globalizzazione dimenticandone le ricadute negative.

È in quelle sacche di malcontento, tra i perdenti cioè, che oggi rinasce il nazionalismo in versione 2.0. Un nazionalismo che ci tiene alle forme, ma fino a un certo punto. Che ufficialmente rifiuta qualsiasi collegamento con quelli del passato, ma che ripropone fotocopiate le stesse ricette: chiusura delle frontiere, priorità ai propri cittadini, barriere protezionistiche per tutelare il mercato interno, restrizione delle libertà individuali, ritorno a forme di integralismo religioso, omofobia.

Questo andrebbe ricordato sempre, prima di considerare un grande trionfo la fine del TTIP perché Trump così ha voluto. Ma il neopresidente intende solo proteggere i suoi elettori impoveriti, fregandosene del resto. Invece, chi per anni si è opposto al TTIP in Europa contestava i contenuti e le modalità dell’accordo: non l’accordo in sé. La differenza tra nazionalismi e progressismo dovrebbe essere proprio questa. I nazionalisti vogliono un mondo spezzettato, dove conta la potenza, la forza: vogliono avere mano libera per governare con pugno di ferro in casa loro. Chi si oppone a questa visione dovrebbe lottare ancora per un mondo aperto, nel quale possano viaggiare alla pari merci e persone, e nel quale le regole non siano dettate soltanto dagli operatori economici ma anche dagli interessi dei cittadini, attraverso istituzioni transnazionali.

Per questo l’Europa comunitaria, in un simile scenario, resta una trincea. Perché, pur essendosi allontanata dagli obiettivi che si era data ai tempi della sua nascita, è l’unica area del pianeta nella quale la cooperazione e l’armonizzazione degli interessi hanno portato decenni di pace e prosperità. Per quanto sia da raddrizzare, e velocemente, si capisce benissimo perché, da Putin a Trump, l’Unione Europea sia diventata il bersaglio numero uno. È la somma di quanto odiano di più.

 

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Poche volte nella storia, forse mai, in così pochi giorni un presidente degli Stati Uniti è riuscito a polarizzare l’opinione pubblica non solo del suo Paese ma del mondo intero. Superano ormai la decina le categorie di persone offese o direttamente colpite dalle prime misure del successore di Obama. Molti scoprono con sgomento che Donald Trump sta provando a mettere in atto, e da subito, tutto ciò che ha promesso in campagna elettorale. Ed è questa la grandissima novità, un politico che continua a parlare chiaro anche ora che siede alla Casa Bianca, e soprattutto che vorrebbe mantenere fede agli impegni presi con gli elettori.

La cultura politica del neopresidente è meno che elementare. Da imprenditore non è abituato alla mediazione, ma a cercare di ricavare il massimo profitto oppure a far saltare il banco. Nella testa di Trump c’è una precisa scala di priorità: tutto è secondario rispetto a quell’America first che non riguarda solo la precedenza dei cittadini statunitensi rispetto agli immigrati, ma anche quella dell’economia locale rispetto all’economia globale. Ed è questo il punto di frattura più profondo nella storia recente della potenza americana. Il primo atto esecutivo firmato da Trump è stato l’uscita dal TPP, cioè dal trattato di libero scambio tra 11 Paesi del Pacifico voluto e negoziato da Barack Obama. Un capolavoro della diplomazia di Washington che avrebbe messo alle corde Pechino, isolando la Cina da un gigantesco mercato proprio nel suo cortile di casa. I cinesi, infatti, stanno ancora stappando bottiglie per festeggiare questo inaspettato regalo che offre loro la possibilità di candidarsi a guida della macroregione orientale. E possiamo considerare definitivamente morto anche l’altro grande trattato commerciale in discussione, il TTIP con l’Europa.

Ma non è solo sul fronte degli accordi commerciali che l’aria è cambiata. Trump ha rilasciato due dichiarazioni che potrebbero cambiare la geopolitica mondiale. Da un lato ritiene la NATO obsoleta – e chi può smentirlo! – dall’altro ha giurato che mai impegnerà il suo Paese in imprese belliche che abbiano come obiettivo rovesciare un regime senza avere una soluzione pronta per il dopo. E anche queste sembrano parole sensate, se si pensa ai disastri iracheno, libico, siriano, afgano. Ma la realtà è che non si tratta di saggezza, bensì della semplice applicazione dello slogan America first: nel senso di far prevalere l’interesse immediato degli Stati Uniti evitando di caricarsi dei costi legati al ruolo di gendarme del mondo. È una sorta di ritorno all’Ottocento, quando gli USA erano ripiegati su se stessi, ancora impegnati nell’espansione territoriale verso ovest, e gli interventi all’estero si limitavano a tutelare interessi contingenti in America Latina, Africa o Asia. Una potenza con meno pretese, che gira i cannoni della spesa pubblica verso l’interno del Paese recuperando risorse dai risparmi sul dispositivo militare.

Con Trump si sancisce così la fine definitiva dell’illusione dell’unipolarismo, cioè della possibilità che un solo Paese potesse tenere le redini dell’ordine internazionale. Nascerà un ordine multipolare, che c’è già nei fatti, con gli USA, la Russia e la Cina. Ma senza l’Europa. Ci aspettano una nuova Jalta e una nuova spartizione delle aree di influenza. L’America di Trump sarà più piccola dell’America imperiale di Bush o Clinton, ma più realistica: con questo presidente gli Stati Uniti non saranno più alleati scontati per nessuno. I cosiddetti valori dell’Occidente – la democrazia e il rispetto dei diritti umani come linee guida per sancire alleanze e combattere guerre – vengono consegnati alla Storia. Conteranno solo gli interessi, come ai tempi delle cannoniere. L’Europa ancora frastornata dalla Brexit, e a rischio sfaldamento, ne prenda atto subito.

 

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I ragni al lavoro

Pubblicato: 17 gennaio 2015 in America Latina, Europa, Mondo
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Quando nel 1995 nacque l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il WTO, la strada pareva segnata: la deregolamentazione dell’economia, all’epoca già in corso, sarebbe proseguita, ci sarebbe stata la fine dei protezionismi di mercato e i capitali avrebbero potuto spostarsi in sicurezza per il mondo. Il tutto sotto la guida appunto del WTO, che avrebbe stabilito le nuove “non-regole”, dettato i tempi, punito i renitenti e i disobbedienti. Addirittura, la fiducia in questo destino ineluttabile – cioè il sogno della cultura economica liberale – aveva partorito per il nuovo organismo uno statuto nel quale le decisioni si sarebbero prese all’unanimità. Infatti, chi mai avrebbe potuto essere in disaccordo?

Pochi anni dopo, nel 2003, i nodi vennero al pettine durante la quinta Conferenza Ministeriale del WTO a Cancún, in Messico: una conferenza che puntava a raggiungere un accordo sul delicato tema dell’agricoltura. Qui un’alleanza di 22 Paesi dell’ex Terzo Mondo, capitanati da India, Cina e Brasile, riuscì a bloccare i negoziati chiedendo l’abolizione dei sussidi all’agricoltura europea e statunitense come precondizione per l’apertura dei mercati agricoli locali. Da quel momento per il WTO è iniziato un lento declino. Parallelamente sono nati il G20, il gruppo di 20 Stati che ha di fatto preso il posto del G8, e il gruppo dei BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, il club delle potenze emergenti.

Il fallimento del tentativo di arrivare a un trattato globale attraverso il WTO non ha però raffreddato gli spiriti dei Paesi promotori della globalizzazione: in particolare gli Stati Uniti. In particolar modo sono stati gli USA, davanti alla paralisi europea, a prendere l’iniziativa per aggirare l’ostacolo. La strategia per arrivare allo stesso risultato attraverso altre strade è stata individuata nella stipulazione di accordi bilaterali: alcuni già esistenti, come il NAFTA (fra Stati Uniti, Canada e Messico), sono stati allargati; altri tentativi sono falliti, come nel caso dell’ALCA, l’area di libero commercio delle Americhe che avrebbe dovuto creare un unico mercato per merci e servizi dall’Alaska alla Terra del Fuoco, che si arenò nel 2005 per volontà di tre presidenti sudamericani: Chávez, Lula e Kirchner.

Ma i negoziati sono continuati con la firma di decine di accordi di libero scambio tra gli Stati Uniti e singoli Paesi asiatici, latinoamericani e africani. Insomma, Washington sta applicando la strategia del ragno, lavora per tessere una trama di accordi commerciali che, sommati tra loro, equivarranno a quegli accordi che non si è riusciti a firmare a livello di WTO. Al momento gli USA sono impegnati in due negoziati decisivi: il TTIP, cioè l’accordo di partenariato transatlantico con l’Unione Europea; e il TPP, un’alleanza con i Paesi emergenti del Pacifico che esclude però la Cina. Questi accordi rappresentano la priorità assoluta della diplomazia economica a stelle e strisce, in quanto dovrebbero consolidare i rapporti commerciali e finanziari con due aree tradizionalmente alleate e, soprattutto, con due ricchissimi mercati.

Ma a Pechino c’è un altro ragno al lavoro per tessere una rete simile: già oggi gli accordi tra la Cina e i Paesi africani e latinoamericani non si contano. Il grande obiettivo del gigante asiatico, che per ora ha un accesso limitato all’Europa, è assicurarsi un ottimo rapporto di forze con gli altri Paesi del suo continente. La zona di libero commercio CAFTA (cioè Cina-ASEAN Free Trade Agreement) è dunque prioritaria per la Cina, per la quale costitiuisce l’unico modo di neutralizzare la crescente influenza degli Stati Uniti nel suo cortile di casa: attualmente coinvolge 11 Stati per un bacino economico di oltre 400 miliardi di dollari (cresciuto di quattro volte rispetto a 10 anni fa, quando il CAFTA è nato).

L’economia a ragnatela, in mancanza di un accordo-quadro globale che forse non conveniva a nessuno, è la continuazione con altri mezzi della guerra tra le potenze di oggi e quelle del futuro. Sullo scenario mondiale del XXI secolo, infatti, i missili contano tanto quanto le facilitazioni per l’export delle proprie merci. Mentre a Pechino e a Washington i ragni continuano a tessere, a Bruxelles si rischia invece di rimanere intrappolati in una di queste ragnatele senza neanche avere capito come e perché ciò sia accaduto.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

A spider weaves its web on a tree during the early morning in Odisha

Quanta fatica si fa quando si vuole analizzare un fatto di guerra come se fosse un problema di devianza sociale o di misticismo religioso degenerato ben oltre le righe. Gli esperti che hanno esaminato per primi le riprese della strage di Parigi non hanno avuto dubbi sulla condizione di “reduci di guerra” dei due killer in azione: spigliatezza, freddezza, ma soprattutto l’utilizzo di armi automatiche come i kalashnikov a colpo singolo. Una scelta che può essere fatta soltanto da un professionista, sicuro di centrare il bersaglio senza dover mitragliare e sprecare pallottole. Si tratta dunque di reduci di uno dei conflitti mediorientali che, nel cuore di Parigi, sono stati in grado di procurarsi kalashnikov e lanciarazzi. Nulla di più lontano dalla narrazione delle destre, che presentano tali combattenti come invasati che agiscono per conto di Allah.

Ma anche a sinistra c’è confusione. Si rifiuta il concetto di “guerra” perché lo si associa automaticamente al concetto di “scontro di civiltà” che, da Samuel Huntington a Oriana Fallaci, ci accompagna da un paio di decenni. Tuttavia parlare di guerra è inevitabile, quando dal pazzo isolato che impugna un martello e colpisce a casaccio si passa al commando di reduci ben armati e organizzati. Una guerra reale, però, e non virtuale o culturale. È quella, infinita, per la spartizione dei territori mediorientali che diventarono Stati alla fine del colonialismo e che oggi sono parzialmente regrediti alla condizione precedente, teatro di scontri tra diverse fazioni, tra diverse etnie, tra diversi interessi economici e politici.
Un grande caos nel quale l’Occidente è immerso fino al collo con i suoi alleati e i suoi nemici, con la sua intelligence e i suoi droni. Con i soldati, le multinazionali e i “consulenti”.

Come in tutte le guerre, il contendente più debole sfrutta quanto è a sua disposizione per mandare messaggi, per veicolare la sua propaganda, per fare reclutamento. La strage di Parigi è tutte queste cose insieme: un avvertimento alla Francia, protagonista delle scorribande mediorientali, sulla sua debolezza in casa; un momento di violenta propaganda e uno spot per il reclutamento di nuove leve di combattenti da portare sul fronte.
La battaglia dei gruppi jihadisti ha come obiettivo la conquista di visibilità politica e di spazi geografici in Asia e Africa settentrionale. Da Al Qaida all’ISIS, oggi la vera posta in gioco sono l’Iraq, l’Arabia Saudita, la Libia. Non certo le metropoli occidentali. L’abbattimento delle Torri Gemelle e l’attentato di Madrid non preannunciavano un’invasione delle truppe del Califfo, ma lanciavano un mostruoso avvertimento che, per esempio, la Spagna colse al volo ritirandosi dall’Iraq.

Dovremmo purtroppo dare meno credito ai sociologi e agli esperti di Islam, e più agli analisti bellici. Stiamo assistendo a un conflitto sempre più globale per il controllo di una zona strategica del pianeta, e in questo conflitto ci siamo anche noi. Papa Francesco recentemente ha parlato di una “terza guerra mondiale combattuta a pezzi” e forse non si è sbagliato. Una conflitto sporco che contamina tutti i contendenti e che non risparmia mezzi o sofferenze. Ieri a Parigi e a Kobane, per qualche minuto, è andato in scena lo stesso orrore.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Da quando esistono gli Stati, le spese belliche non hanno mai avuto un impatto marginale sui bilanci pubblici. Con alti e bassi, con impennate durante i conflitti alternate a scelte coraggiose ma quasi simboliche di riduzione, il costo del dispositivo difensivo e offensivo degli Stati segue un copione più o meno fisso: i Paesi che spendono di più sono quelli che svolgono un ruolo di potenza globale o regionale; in subordine, spendono molto i Paesi di minori pretese che si armano in funzione del contenimento di vicini bellicosi o per difendere territori contesi. È il caso della Grecia, che si è indebitata negli anni per sostenere una folle spesa militare in funzione anti-turca.

Storicamente, a fare la parte del leone sono state le potenze che a partire dal ’500 hanno colonizzato il mondo: la Spagna, la Francia, l’Inghilterra finanziarono costosissime flotte ed eserciti per difendere imperi globali e sostenere politiche aggressive e di conquista. Durante tutto il ’900, dopo la sconfitta di Germania, Italia e Giappone, le uniche due potenze mondiali rimaste, USA e URSS, hanno ingaggiato un braccio di ferro sulla capacità di spesa militare. E proprio su questo terreno ha conquistato la sua grande vittoria l’amministrazione Reagan, che è riuscita a spingersi fin dove non potevano arrivare i rivali di Mosca; al tempo stesso, però, quella scelta strategica ha posto le basi del forte indebitamento pubblico degli Stati Uniti.

La classifica odierna della spesa militare, settore nel quale si spendono annualmente circa 1500 miliardi di dollari tra acquisto di armi e mantenimento degli eserciti, riserva molte sorprese e regala interessanti chiavi di lettura sulla geopolitica dei prossimi anni. Per la prima volta nella Storia i Paesi asiatici hanno superato la spesa militare dell’intera Europa comunitaria. La Cina, con una spesa nel 2013 di 145 miliardi di dollari (e di 132 miliardi quest’anno), spende più di Regno Unito, Francia e Germania messi insieme. Cioè dei tre Paesi che spendono di più nel Vecchio Continente. Altro record è quello dell’Arabia Saudita, che con 60 miliardi di dollari l’anno scorso ha superato le spese di Londra.

In rapporto al PIL, le spese militari dell’Occidente si collocano sotto il 2%: l’Italia per esempio è all’1,2%; fanno eccezione gli Stati Uniti al 4,4, il Regno Unito al 2,4 e la fallita Grecia al 2,2%. Percentuali troppo basse secondo Washington, che ha problemi interni per continuare a sostenere uno sforzo così alto, messo a disposizione anche degli altri membri della NATO: e per questo gli USA esigono che il resto dei Paesi dell’Alleanza atlantica spenda almeno il 2% del proprio PIL per la difesa. Lo spauracchio agitati di recente da Barack Obama è l’evergreen della “guerra al terrore”, con l’aggiunta dell’aumentata spesa militare russa (la terza al mondo) e della situazione di instabilità in Ucraina.

L’amministrazione statunitense, in realtà, vorrebbe liberarsi di parte del fardello della NATO, al cui bilancio contribuisce per il 73%, perché ha un altro timore: la corsa al riarmo di Pechino, soprattutto a livello navale. Il Pacifico, che nei piani di molte potenze che vi si affacciano è destinato a diventare il centro dell’economia mondiale, deve essere protetto anche militarmente.

La corsa al controllo dei mari da parte di Cina e USA, ormai evidente, si combatte anche sul piano delle alleanze economiche, a geometrie variabili, con i Paesi dell’area: in tempi di globalizzazione, infatti, il predominio di una potenza sull’altra poggia in buona parte sul commercio e sul terreno virtuale del business derivato da Internet. Ma questi dati ci raccontano che, quando si arriva al dunque, continuano a contare – eccome! – le cannoniere e i soldatini. Come è sempre stato, come probabilmente sarà anche in futuro.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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La crisi finanziaria, che qualcuno frettolosamente aveva liquidato come superata prima ancora che se ne fosse compresa la reale portata, si sta abbattendo implacabile sull’Europa. Ci sono diverse letture possibili, con il risultato di creare una grande “bolla informativa” che alla fine genera più confusione che chiarezza. Quali sono state le cause e quali i colpevoli della crisi?

A scelta, l’elevato tasso di indebitamento dei Paesi dell’Europa mediterranea, il crescente deficit dei conti pubblici, il differenziale tra euro e dollaro che in questi anni ha intaccato l’export europeo, il costo del lavoro che toglierebbe competitività. Sono tutte concause più o meni reali, ma sarebbe davvero riduttivo dare una lettura in termini esclusivamente monetari o di bilancio a una crisi che, in Europa, sta mutando i rapporti di forza tra gli Stati e nella società.

Il welfare, fiore all’occhiello di Eurolandia, pensato in una situazione economica e demografica radicalmente diversa rispetto a quella odierna, è ormai oggetto di un bombardamento quotidiano. La cecità, oppure l’impossibilità politica di aggiornare per tempo questo sistema, porta ora in Europa, in tempi di emergenza, ai primi piani di aggiustamento strutturale di netto stampo liberista. Piani che discriminano in base al reddito: chi avrà risorse per pagarsi i servizi che verranno tagliati continuerà a vivere normalmente, mentre chi non potrà affrontare i costi dovrà adattarsi a una situazione nuova e non certo positiva.

Con le riforme che già si annunciano, il sistema economico europeo, basato sui livelli di omogeneità sociale più alti del mondo, subirà un trasferimento di risorse dalla base della piramide sociale verso l’alto, cioè verso quei settori più direttamente responsabili della crisi finanziaria. Nelle passate settimane sono riecheggiate per la prima volta in Europa le voci di economisti, molti dei quali statunitensi, che hanno riproposto il solito credo con il quale in passato si è tentato, fallendo, di soccorrere Paesi in difficoltà: tagli alla spesa pubblica e al reddito dei settori socialmente più deboli.

Niente di nuovo allora, anche se questa sarebbe l’opportunità migliore per fare almeno quattro cose imprescindibili per il dopo-crisi.
Innazitutto chiudere una volta per tutte il dibattito sulla Tobin Tax e introdurla davvero, per raffreddare la speculazione finanziaria. Gli 800 miliardi che verranno accantonati per il salvataggio dell’euro potrebbero essere garantiti proprio da questa tassa, almeno in parte.
La seconda idea finora lasciata cadere è quella di incentivare la nascita di un’agenzia di rating europea. La sudditanza dei Paesi dell’euro nei confronti delle agenzie d’oltreoceano, coinvolte direttamente in operazione speculative e comunque appartenenti all’area del dollaro, è ormai inspiegabile.

La terza questione riguarda il ripensamento del welfare. Come renderlo più snello alla luce dei nuovi equilibri sociali e demografici, combattendo sprechi e garantendo allo stesso tempo l’assistenza di base e l’educazione comune. Efficienza e solidarietà, giustizia fiscale e sussidiarietà: tutti elementi che vanno di nuovo coniugati affinché il welfare abbia un futuro.

La quarta e ultima questione in sospeso riguarda i piani di uscita dalla crisi. Quelli annunciati sono un mix tra tagli alle spese correnti e infrastrutturali, un po’ di macelleria sociale e quadrature di bilancio forzate. Nulla invece sullo sviluppo, sul gettito fiscale produttivo, sul lavoro, sui settori economici strategici. Così ci si infila dritti dritti nel tunnel della recessione.

Se non vengono ora affrontate le cause strutturali di questa crisi, in futuro sarà sempre più difficile immaginare salvataggi e si registrerà probabilmente la fine dell’euro. Per alcuni significherà avviarsi verso il default, per altri addirittura vedere intaccata la propria integrità nazionale; soprattutto sarà la morte di un sogno, quello di un gruppo di Paesi che ebbero la forza di chiudere con un passato di diffidenze, conflitti e drammi, ma che non hanno poi trovato il coraggio di guardare insieme al futuro.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)