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La questione della terra, del suo possesso e del suo utilizzo, ci accompagna da secoli. A cavallo tra l’800 e il ’900 si ebbero grandi lotte contadine, e addirittura una rivoluzione in Messico, per conquistare il diritto alla terra. Lotte che non si sono mai spente, come ci ricordano il Movimento Sem Terra brasiliano e le rivendicazioni dei contadini indiani. Oggi, però, la frontiera della questione rurale si è spostata, e il problema si pone su scala planetaria.

L’odierna economia globalizzata, infatti, richiede quantità enormi di commodities agricole (cioè di prodotti di base per l’alimentazione umana), di gran lunga maggiori rispetto a quelle consumate in ogni altra fase della storia umana. E divora spazi agricoli per coltivare “energia”, ossia specie vegetali adatte a produrre biocombustibili.

Il land grabbing, fenomeno che la FAO ha messo sotto osservazione da almeno 10 anni, altro non è che una gigantesca sottrazione di terre al mondo contadino, e spesso anche all’alimentazione umana, che vede complici Paesi poveri e ricchi, insieme a numerose compagnie multinazionali. Si tratta del vero, grande tema dell’attualità, eppure non ne è rimasta traccia nella Carta di Milano, il documento firmato da milioni di persone durante Expo 2015. E questo perché molti dei responsabili di questa situazione erano ben presenti in Expo con padiglioni milionari.

Secondo i dati dell’International Land Coalition, che monitora le grandi transazioni internazionali aventi come oggetto l’acquisto di terre, dal 2008 sono stati trasferiti circa 90 milioni di ettari di terreni: più o meno, tre volte la superficie dell’Italia.

Ma trasferiti da chi a chi? Difficile dirlo, almeno per metà della superficie stimata. Nel senso che, per alcuni Stati “ricchi” (come Giappone, Germania, Italia), i passaggi di  proprietà delle terre sono regolari atti di compravendita, mentre in Africa o in Asia spesso il fenomeno riguarda terre demaniali che vengono cedute o date in comodato a imprese o Paesi esteri senza che se ne conoscano i termini contrattuali.

I primi dieci Stati interessati da questo epocale trasferimento di terre sono poveri o “emergenti”. Da Papua Nuova Guinea, con circa 3,5 milioni di ettari ceduti (per metà senza che vi siano informazioni), fino alla Repubblica Democratica del Congo con oltre 2,8 milioni di ettari ceduti soprattutto a investitori cinesi. Nell’elenco non mancano Paesi a serio rischio per quanto riguarda la sicurezza alimentare come la stessa Repubblica Democratica del Congo, il Mozambico, la Liberia, il Sudan del Sud. In questi Stati, circa metà delle coltivazioni consiste in biocombustibili e colture commerciali per il mercato internazionale, l’altra metà in riso, mais, barbabietola, soia per Paesi come Cina, Corea del Sud o Arabia Saudita.

Il punto centrale, e ciò che fa la differenza rispetto ad altre modalità di sfruttamento della terra, è il modello industriale alla base di quest’agricoltura globale. La terra non è più prioritariamente destinata a produrre alimenti, a differenza di ciò che è accaduto negli ultimi 15.000 anni: progressivamente, il mondo sta diventando una gigantesca piantagione nella quale si coltiva solo ciò che il mercato ricco richiede, si tratti di alimenti o di energia.

Nonostante la tecnologia ormai offra tutte le soluzioni per porre fine al problema della fame e della malnutrizione, i rischi perché ritornino le carestie stanno aumentando. Ciò non solo per la sottrazione di terre alla produzione di alimenti, ma anche per via del cambiamento climatico che in vaste regioni del pianeta sta riducendo lo spazio agricolo.

Il land grabbing, dunque, è la “ciliegina sulla torta” di un modello agricolo globale distorto al tempo stesso dal modello di consumo, dallo spreco alimentare, dal cambiamento climatico, dalla produzione di biocombustibili, dalla concentrazione fondiaria, dalla persistente espulsione dei contadini verso le città. Sono proprio questi i temi che non sono stati affrontati durante i 6 mesi di Expo 2015: un evento che, dal punto di vista dei contenuti sviluppati, non occuperà più di due righe sui libri di storia.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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C’è un filo conduttore che collega la sottrazione di terre all’Africa all’appassionato dibattito sul riutilizzo degli avanzi alimentari in Europa. In questi primi mesi di Expo2015 al land grabbing non si è nemmeno accennato: e infatti l’argomento risulta assente dalla Carta di Milano, insieme alla speculazione finanziaria sulle materie prime. Un tema che scotta, del quale nessuno vuole parlare… Eppure molti espositori lo conoscono benissimo, visto che diversi Stati presenti a Rho sono grandi accaparratori di terre africane.

In base a una lettura volutamente parziale delle dichiarazioni di papa Francesco, molto si è invece dibattuto sul come distribuire ai poveri l’invenduto dei supermercati. Non che non sia vergognoso il fatto che circa il 30% degli alimenti pronti per il consumo vada sprecato, ma il problema vero, anche in questo caso, è un altro. Un terzo degli alimenti finisce in pattumiera, infatti, solo nei Paesi nei quali si è spinto l’acceleratore del moderno agribusiness, dove spesso si produce non solo di più, ma anche male: perché la produzione non serve per soddisfare il bisogno dei consumatori ma per incassare sovvenzioni, fare guerre commerciali, imporre mode alimentari. Difficilmente in Africa, Asia meridionale o America centrale si produce più di quanto si consuma. Anzi, lì spesso si produce molto di meno, dato che una parte crescente delle loro terre agricole viene utilizzata per produrre alimenti e biocombustibili destinati al mondo ricco: che poi non riesce nemmeno a consumarli tutti.

Distogliendo l’attenzione dalle cause per concentrarsi solo sugli effetti si arriva a soluzioni “umanitarie”, di buon senso, che però non risolveranno mai il problema a monte. Non porteranno, cioè, a una politica mondiale che stabilisca le priorità nella produzione di cibo, che imponga regole precise sul suo costo e sui suoi impatti. Non è sostenibile, per esempio, il mercato delle primizie che viaggiano in aereo da un angolo del mondo all’altro per garantire ai consumatori ricchi pere, ciliegie o mirtilli dodici mesi all’anno. Non è possibile che, quando un Paese dà in concessione terreni agricoli a soggetti esteri, la FAO non intervenga a certificare che la sicurezza alimentare di quel Paese sia comunque garantita, e che le concessioni non la mettano a rischio. Non è sensato che il consumatore, quando compra prodotti provenienti da migliaia di chilometri di distanza, non sia chiamato a pagare il costo ambientale di quella merce.

Sono tanti i nodi irrisolti e i problemi in via di peggioramento, quando si pensa al tema del cibo… Ma ci raccontano che basta il riciclo degli sprechi per porvi rimedio. Una versione di comodo per le multinazionali del cibo e dell’agricoltura, quelle che occupano gli spazi più in vista a Expo. Imprese che si accaparrano licenze sulle sementi, sono grandi gestori dell’acqua, impongono modelli di consumo basati sulla carne rossa, la più dannosa per la salute e la più “costosa” per l’ambiente, anche se italiana. Questi gruppi oggi tengono in pugno l’agenda del cibo e buona parte della politica accetta la loro narrazione. È questo il segreto (di Pulcinella) da non far sapere al contadino…

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Furono i Maya gli scopritori e i primi coltivatori del cacao che, secondo una leggenda azteca, il dio Quetzalcóatl aveva concesso agli uomini per alleviare la loro fatica. Il primo europeo a conoscere i semi fu Cristoforo Colombo, che li ricevette in regalo durante il suo quarto viaggio. Hernán Cortés scoprì invece che nella civiltà azteca − da lui annientata − quei semi erano considerati un bene di lusso, prerogativa dei ceti alti (nobili, guerrieri e sacerdoti), e che rappresentavano uno dei cardini della cucina locale.

I semi di cacao erano così preziosi da essere utilizzati anche come moneta. Si spiega così il primo nome del cacao: Amygdalae pecuniariae, ovvero “mandorla di denaro”. Nome poi trasformato da Linneo in Theobroma cacao: theobroma deriva dal greco e significa “cibo degli dei”. Da un termine azteco in lingua nahuatl deriva invece la parola “cioccolato”.

I semi di cacao entrano trionfalmente nella globalizzazione quando Cortés rientra in Europa nel 1528. Allungato con acqua già in Messico, nel Vecchio Continente il cacao si afferma come ingrediente base di una bibita alla moda, grazie anche all’aggiunta di zucchero, anice, cannella e vaniglia. Nel Seicento si trasforma in cioccolata in Italia, nel XIX secolo nasce l’industria cioccolatiera in Svizzera.

Così il cacao, la materia prima imprescindibile per l’elaborazione del dolce più globale che esista, è diventato una commodity di primo livello, coltivata non soltanto nell’America natìa, ma anche in Africa equatoriale e in Indonesia. Una materia prima quotata in Borsa, sia a Londra sia a Chicago, che continua ad avere un valore elevato ed è oggetto di speculazione in base alla fortuna dei raccolti o alla situazione politica dei Paesi produttori.

Ora il cacao è al centro di uno scontro proprio tra le due grandi Borse, che hanno lanciato contemporaneamente contratti su questa commodity come ultimo episodio di una guerra a colpi di futures e derivati per accaparrarsi un mercato valutato in 150 miliardi di dollari USA. Ma i futures lanciati da Londra e Chicago, che controllano il 70% del mercato del cacao, saranno per la prima volta denominati in euro, moneta di riferimento dei Paesi africani (Costa d’Avorio, Congo, Ghana, Camerun) che producono il grosso delle fave destinate alla grande industria agroalimentare.

I futures sono strumenti finanziari che fissano la quotazione della materia prima in anticipo rispetto al momento della vendita, prendendo in considerazione alcuni parametri della produzione, ma sono soggetti a sbalzi anomali dettati dalla speculazione. Il paradosso di questa situazione, caratterizzata dal costante aumento del prezzo del cacao per via della crescita del mercato consumatore cinese, è che la produzione non aumenta. Ormai la domanda supera del 20% l’offerta dei Paesi produttori e questo perché, in realtà, la coltivazione del cacao penalizza chi la pratica. Del prezzo finale solo il 5% va ai coltivatori, ai valori d’oggi circa 2 dollari a quintale. Il resto va per il 60% all’intermediazione finanziaria e per il 35% all’industria di trasformazione.

Ed è così che, mentre il costo della materia prima aumenta per via della speculazione orchestrata dalle Borse, gli agricoltori abbandonano la coltivazione del cacao perché non permette loro di sopravvivere.

Il campanello d’allarme sta però suonando in diverse multinazionali, prime fra tutte Mars, Mondelez e Nestlé, che insieme comprano il 60% della produzione mondiale. Sono questi i soggetti che decideranno la sorte dello scontro tra le Borse di Chicago e Londra scegliendo quale contratto utilizzare. Gli unici perdenti saranno gli agricoltori e i braccianti, pagati all’incirca mezzo dollaro al giorno, che in Paesi devastati da malattie e guerre continueranno a raccogliere le fave del “cibo degli dei”. Quei semi che, dai tempi di Cortés, sono diventati delizia per i consumatori e dannazione per gli agricoltori.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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Alla vigilia di Expo 2015 si moltiplicano le riflessioni e le polemiche sulle caratteristiche che l’agricoltura dovrebbe assumere nel prossimo futuro per riuscire a sfamare i 9 miliardi di abitanti del pianeta previsti per il 2050. Secondo la FAO, la produzione mondiale di alimenti dovrebbe crescere almeno del 60%, riducendo però il consumo di acqua, di energia e di suolo. Un’impresa quasi impossibile, ci viene spiegato spesso da una certa scienza, a meno di non ricorrere in modo massiccio all’agricoltura OGM. Discorsi sterili e vuoti di significato, perché per decantare le virtù degli organismi geneticamente modificati si tirano sempre in ballo le banane arricchite o il golden rice alla vitamina A, che potrebbero debellare diverse malattie nei Paesi poveri, mentre il mercato delle sementi OGM offre solo commodities tradizionali destinate ai grandi produttori. Cioè soia, mais, grano, pomodori e patate: tutti rigorosamente di un solo tipo, trattabili solo con antiparassitari venduti dalla stessa ditta che ne detiene i diritti e incassa le royalties.

L’agricoltura, nata come attività economica durante la rivoluzione neolitica, si basa da sempre su una premessa: la sovranità dell’agricoltore sul suo prodotto. Nel mondo dell’agricoltura OGM, invece, i proprietari del lavoro altrui sono Monsanto, Dupont, Pioneer e non più i coltivatori. Contro questo stravolgimento lottano i movimenti contadini che rivendicano il diritto a produrre in proprio e a scambiarsi le sementi.

L’opposizione più seria all’agricoltura geneticamente modificata non si basa sui dubbi scientifici circa le eventuali conseguenze sulla salute dell’uomo o sull’ambiente, ma parte proprio da una riflessione sul modello agricolo. Il mondo OGM è costituito da grandi soggetti multinazionali ed espelle i contadini dalle campagne verso le città. Non prevede varietà né biodiversità, dunque espone l’agricoltura ad altissimi rischi in caso di comparsa di nuove malattie che colpiscano le poche specie coltivate. E non risolve il problema della fame, che non dipende dal tipo di produzione agricola bensì dall’accesso al cibo e dalla proprietà della terra.

Quali sono allora le alternative per far fronte alla sfida della sicurezza alimentare globale? Sicuramente bisogna cercarle nella tecnologia, intesa però come risorsa al servizio del bene comune. Oggi si lavora sull’agricoltura di precisione, in cui tutti i processi e i dosaggi sono ottimizzati per evitare gli sprechi, e si sviluppano interessanti tecniche come il miglioramento vegetale e la reintroduzione delle piante perenni.

Il miglioramento vegetale, o intercropping, consiste nel coltivare specie diverse una accanto all’altra, per lottare contro i parassiti in maniera naturale. La coltivazione alternata di carote e cipolle, per esempio, evita la proliferazione delle larve della mosca della carota senza bisogno di nessun tipo di pesticida. Questo nuovo approccio all’agricoltura può portare a un abbattimento fino all’80% della chimica usata nei campi, consentendo di fare ricorso ai trattamenti antiparassitari non più a scadenze regolari, ma solo in modo mirato e in caso di necessità.

L’altra faccia di questo nuovo approccio è la reintroduzione delle specie perenni al posto di quelle annuali. Il vantaggio è avere piante con radici più lunghe, dunque meno bisognose d’acqua e di fertilizzanti, in grado anche di rendere più stabile il suolo.

Oggi il neo delle piante perenni è che hanno una resa inferiore rispetto a quelle annuali, ma la scienza è al lavoro per selezionare varietà più produttive. In questo caso, per ottenere maggiore resa e qualità la ricerca genetica non si basa sull’inserimento di un gene in laboratorio, violentando il DNA della pianta, ma su criteri di selezione naturale, gli stessi che per millenni hanno guidato i contadini di tutto il mondo.

Insomma, se scienza e agricoltura collaborano, libere dalle pressioni delle multinazionali, allora la fame può essere debellata.

Resta l’altro tema, ancora più complesso, che riguarda l’accesso al cibo, cioè la possibilità di acquistarlo, e la questione della terra. Che ieri veniva sottratta ai coltivatori dai latifondisti, oggi dalle grandi multinazionali del land grabbing e dei biocombustibili, a discapito della produzione di alimenti. Una moratoria sui contratti di concessione di terreni agricoli, almeno nelle zone a rischio sicurezza alimentare, sarebbe un primo passo necessario.

Questi sono i temi sui quali si è chiamati a discutere durante Expo 2015, che si spera sia una manifestazione “OGM free” soprattutto a livello intellettuale. Perché la sfida della sicurezza alimentare non può essere affidata a un ramo dell’industria: è un’impresa che coinvolge anzitutto chi la terra la lavora e chi dalla terra trae il proprio sostentamento.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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La Groenlandia è la più grande isola al mondo, collocata a ridosso del Circolo Polare Artico. La sua marginalità geografica e il clima particolarmente rigido hanno determinato una presenza umana molto ridotta, ma dal valore esemplare per comprendere come l’uomo si sia adattato (o meno) ai cambiamenti climatici.

Popolata a nord da inuit, i cosiddetti eschimesi, a partire dall’anno Mille ospitò colonie di vichinghi provenienti dall’Islanda, almeno secondo la saga di Erik il rosso. Questo accadde perché per circa tre secoli il “periodo caldo” medioevale permise ai navigatori dell’Europa settentrionale di insediarsi in quella che battezzarono Groenlandia, cioè “terra verde”, e di dar vita a fattorie, coltivare i campi e allevare bestiame. Circa 400 anni prima di Colombo, dalla Groenlandia partirono spedizioni che arrivarono fino in Canada, ma senza lasciare quasi traccia.

Sull’isola, invece, le colonie vichinghe prosperarono fino al XV secolo, quando la zona fu colpita da una piccola glaciazione. Qui la storia si complica per i vichinghi che, non riuscendo ad adattarsi al cambiamento climatico, di origine naturale, dovettero “tornare a casa”: per non scomparire fecero rotta verso l’Islanda. Non avevano saputo rinunciare alla carne bovina e al grano, cioè alla loro cultura alimentare, importata dall’Europa – una dieta che nel nuovo contesto climatico non era più praticabile – mentre disprezzavano il pesce e i grassi dei mammiferi marittimi. Cioè gli alimenti-base dei loro vicini del Nord, abituati e adattati al freddo estremo.

La Groenlandia, ormai coperta dai ghiacci per l’83% del suo territorio, dopo cinque secoli tornò a essere degli inuit, che migrarono verso la costa meridionale. Ma il legame di queste terre con i vichinghi non si spezzò nemmeno con il passare dei secoli: nel 1720 sull’isola sbarcarono missionari provenienti dalla Danimarca per convertire gli “eschimesi” al cristianesimo. La Groenlandia subì successivamente l’occupazione coloniale durata fino al 2008: anno dell’autonomia (nell’ambito del Regno di Danimarca) ottenuta dagli inuit con un referendum. Oggi è il primo e unico Stato inuit al mondo, anche se questo popolo polare vive pure in Canada, Stati Uniti e Russia.

Intanto la Groenlandia sta tornando a essere una “terra verde”, perché il cambiamento climatico, questa volta dovuto all’uomo, sta sciogliendo progressivamente il pack che ricopriva il suolo, lasciando affiorare i vecchi terreni agricoli dei vichinghi. Ma la scomparsa del pack sta rivelando altre risorse finora insospettate. Per esempio le cosiddette terre rare, contenenti minerali preziosi soprattutto per la moderna industria hightech. Per un solo voto di maggioranza il Parlamento dell’isola ha abbandonato la tolleranza zero sull’estrazione di questa risorsa, finora praticamente monopolizzata dalla Cina, che possiede il 90% dei giacimenti conosciuti prima di questa scoperta.

La Groenlandia è ricca anche di un’altra risorsa preziosa, l’uranio, che pone seri interrogativi sull’integrità ambientale. Gruppi cinesi si stanno aggiudicando i diritti di prospezione e prima o poi avvieranno la fase estrattiva. Si annunciano investimenti miliardari e l’arrivo di un’ondata di operai e tecnici per i quali bisognerà costruire città e infrastrutture. Il tutto in un contesto ambientale che rimane di estrema fragilità.

Il miraggio dei guadagni facili rischia di far dimenticare agli inuit di oggi la lezione che arriva dai loro antenati di 500 anni fa: chi pratica un’economia insostenibile e non si adatta ai cambi climatici rischia di scomparire. La grande industria mineraria, impiantata in quelle terre estreme, potrebbe renderle invivibili, obbligando gli inuit a cercare una nuova casa. Proprio come successe ai vichinghi.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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L’agricoltura mondiale è sempre più OGM e anche in Europa il vento comincia a soffiare nella stessa direzione. Secondo i dati recentemente pubblicati nel rapporto annuale dell’ISAAA, l’associazione che fa capo alla lobby del transgenico, nel 2011 la superficie mondiale coltivata a OGM è aumentata di 12 milioni di ettari, raggiungendo i 160 milioni di ettari coltivati da 17milioni di agricoltori in 29 Paesi, 19 dei quali in via di sviluppo.

L’Europa è sempre stata una diga nei confronti delle colture biotech, grazie all’applicazione del cosiddetto principio di precauzione: finché non si dimostra l’innocuità di un prodotto agricolo, non ne può essere permessa la coltivazione né il consumo. Nei fatti, però, la diga sta cedendo. Oggi da un lato il foraggio destinato ai capi di bestiame europei è abbondantemente composto da soia OGM; dall’altro, l’approvazione della varietà di mais transgenico numero 810 della Monsanto, avvenuta nel 2010, ha permesso a Spagna, Portogallo, Polonia, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia di raggiungere i 115.000 ettari coltivati a mais geneticamente modificato, con un ritmo di crescita del 25% all’anno.

A livello globale, gli Stati Uniti continuano a essere il produttore leader delle colture biotech, con 69 milioni di ettari. Alle loro spalle il Brasile si sta affermando come il nuovo protagonista globale del settore, con 30,3 milioni di ettari coltivati. Seguono l’Argentina (con 24 milioni di ettari) e poi i giganti asiatici India e Cina, specializzati in cotone geneticamente modificato. Nel business è entrata anche l’Africa, a causa delle terre che diversi governi del Continente Nero hanno ceduto a Paesi arabi e asiatici, bisognosi di alimenti o biocombustibili.

Tutto ciò ha fatto crescere il comparto dell’11% nei Paesi in via di sviluppo e del 5% in quelli industrializzati. Intanto la scienza continua a non chiarire se i prodotti transgenici possano avere conseguenze negative sulla salute umana né, tantomeno, spiega quali siano gli eventuali effetti che essi potrebbero sviluppare.

In questo contesto, l’affermazione definitiva dell’agricoltura OGM dipende fondamentalmente dalla posizione che l’Europa assumerà in futuro. Un’Europa che fatica a mantenere la storica posizione di sostanziale chiusura al biotech, preoccupata dal fatto che, se tenesse ferma la rotta, toglierebbe ai propri agricoltori l’opportunità di fare più profitti. Una delle vie di uscita a disposizione della Commissione Europea, forse la peggiore ma purtroppo già in discussione, consiste nell’autorizzare la libera scelta dei singoli Paesi. Il rompete le righe avrebbe come conseguenza la fine della diversità europea: una diversità costruita negli anni malgrado il peso delle lobby, soprattutto grazie al successo dei movimenti  che si battono contro la cosiddetta agricoltura Frankenstein.

I Paesi emergenti e quelli più poveri, invece, ripongono molta fiducia nell’aumento della produzione che gli OGM sembrano garantire. Tuttavia questo convincimento contrasta con i risultati di una recente indagine della FAO sulla sicurezza alimentare: pur escludendo gli organismi geneticamente modificati, lo studio conclude che la produzione alimentare continuerà a crescere nei prossimi trent’anni e supererà la crescita demografica. Ciò nonostante, sempre secondo l’indagine della FAO, non si riuscirà a soddisfare il fabbisogno umano, perché le vere cause della fame e della malnutrizione sono la povertà e la mancanza di accesso alle risorse alimentari: due questioni che i sostenitori degli alimenti transgenici non affrontano, due situazioni critiche che il modello dell’agrobusiness OGM tende a peggiorare.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

In questi ultimi mesi i media che si occupano di economia internazionale hanno dedicato particolare attenzione all’aumento del prezzo dei combustibili e dei cereali. Un fenomeno che riporta prepotentemente sul tavolo dei Grandi il tema della sicurezza alimentare: nonostante in molte zone del pianeta sia sempre stata precaria, da tempo la si dava per acquisita a livello globale.

L’attuale penuria di cereali, alla base della crescita dei prezzi, non può essere ricondotta a una sola causa. Dipende piuttosto da un insieme di situazioni concomitanti che hanno modificato velocemente la mappa della disponibilità di alimenti: cambiamento climatico, aumento dei consumi di carne in Asia, boom della produzione di biocombustibili, variazione dei modelli di consumo, operazioni di speculazione finanziaria…

Da quelle ambientali a quelle economiche, tutte queste concause appaiono legate a doppio filo alla nostra cultura dei consumi. Ecco perché, per interpretare la crisi della disponibilità di alimenti nel mondo, è indispensabile fare riferimento al nostro modello di sviluppo. I danni che stiamo provocando ai millenari equilibri agricoli mondiali sono profondi, in alcuni casi addirittura irreversibili: è il caso della perdita annuale di centinaia di migliaia di ettari di terre fertili, rese sterili o dal cambiamento climatico, o dall’uso intensivo della chimica e dall’erosione da ipersfruttamento.

Come sempre accade in economia, c’è chi da questa situazione ha ricavato un nuovo slancio economico. Grazie all’impennata dei prezzi, diversi Paesi stanno aumentando le loro quote di produzione di alimenti sui mercati internazionali: maggiori entrate permettono infatti di modernizzare le tecniche agricole e quindi di accrescere le rese, oltre a far lievitare i guadagni.  I piccoli e medi agricoltori devono però fare i conti con lo smisurato peso politico ed economico dell’agrobusiness internazionale: lo stesso che negli anni Novanta ha investito ingenti capitali per acquistare o affittare terre produttive che oggi sono orientate in buona parte alla produzione transgenica di cereali (mais e grano) e leguminose (soia) destinati al mercato del foraggio e del biocombustibile.

Questo orientamento della produzione agricola sta determinando il paradosso di Paesi esportatori netti di alimenti che in realtà hanno problemi a rifornirsi di prodotti base per l’alimentazione. Proprio negli ultimi mesi il Paraguay, quarto esportatore mondiale di OGM, ha avuto bisogno dell’aiuto dell’Unione Europea per fare fronte a una carestia originata da un lungo periodo di siccità che ha risparmiato soltanto la soia della Monsanto. Ciò perché nei Paesi agroesportatori le scelte e le tecniche produttive sono dettate dal mercato internazionale anziché dal mercato interno o regionale.

Si vive il paradosso di un’agricoltura sempre più ricca, ma incapace di generare lavoro e di radicare sul territorio le popolazioni rurali, che continuano a migrare verso le città. Il tutto in un contesto di “corsa alla terra” che vede la Cina, i Paesi arabi e le tigri asiatiche competere tra loro per accaparrarsi vaste superfici agricole in Africa e America Latina, necessarie per produrre in proprio alimenti e olii vegetali destinati a diventare biocombustibili.

In questo scenario davvero poco esaltante ci sono diverse esperienze in controtendenza che potrebbero diventare validi esempi per un diverso modello di sviluppo. È il caso dei circuiti a filiera corta e degli orti urbani, che però da soli non bastano a invertire la tendenza generalizzata. La politica, che in buona parte del mondo ha rinunciato al suo storico ruolo di regolamentatore del mercato, deve velocemente tornare a concepire strategie di sviluppo sostenibile per l’agricoltura. Magari prestando orecchio allo slogan scelto dalle associazioni di contadini familiari, “per un’agricoltura con agricoltori”: la banalità è solo apparente, non c’è nulla di scontato.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)