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Le cosiddette “terre rare” sono un insieme di 17 elementi chimici della tavola periodica: più precisamente, il gruppo comprende lo scandio, l’ittrio e i lantanoidi. L’uso di questi minerali è decisivo per la fabbricazione di magneti, superconduttori, fibre ottiche, catalizzatori e vari componenti usati per la produzione di veicoli ibridi. Si può affermare che la rivoluzione tecnologica in corso, senza i minerali contenuti nelle terre rare, difficilmente sarebbe avvenuta. Ma non tutti le hanno a disposizione: la produzione mondiale, infatti, è concentrata in Cina (che da sola garantisce il 62% del mercato), USA (12%), Myanmar e Australia (10% ciascuno). Poi restano le briciole. Un discorso a parte meriterebbero i giacimenti ancora inesplorati o poco sfruttati, molti dei quali localizzati in regioni incontaminate e preziose per l’equilibrio ecologico del pianeta, ad esempio in Groenlandia, Brasile, Tanzania: non a caso, le potenze protagoniste del grande gioco geopolitico si stanno interessando di questi punti nodali.

È evidente che per la Cina, primo produttore mondiale di alta elettronica, essere praticamente monopolista di terre rare rappresenta la perfetta quadratura del cerchio: soprattutto dopo il colpo di Stato in Myanmar, Paese che ora potrebbe aiutare Pechino nell’evoluzione della guerra commerciale con gli USA. Cina e Myanmar controllano insieme il 72% del mercato attuale dei minerali strategici: stranamente, finora nessuno ha messo in relazione il golpe dei militari supportato da Pechino con questo dato.

Le terre rare sono la carta che Pechino si giocherà con Joe Biden nella trattativa per ripristinare le relazioni commerciali tra le due potenze, dopo lo strappo voluto da Donald Trump. Biden, che non ha mai detto di voler eliminare le sanzioni alla Cina, sta studiando la messa a punto di una “lista nera” comprendente oltre 70 imprese cinesi considerate vicine al ministero della Difesa cinese, per non dire che ne sono emanazioni dirette. Imprese sospettate di condurre operazioni di intelligence all’estero per la Cina nei settori dell’industria bellica. Ma se gli USA punissero queste aziende il gioco si farebbe ancora più complesso. Ad esempio, ciascuno dei nuovi aerei militari F35 della Lockheed ha bisogno di 400 chilogrammi di terre rare nei circuiti elettrici e nei magneti: quantità che solo la Cina è in grado di vendere. E mentre Pechino annuncia un restringimento della produzione, gli Stati Uniti sono sempre più preoccupati dalla dipendenza del loro dispositivo di difesa dalla Cina, che rimane il loro principale antagonista economico e, in prospettiva, militare.

Altre restrizioni all’export potrebbero venire da un incremento del consumo interno cinese di terre rare, ora che è stata lanciata una gigantesca operazione di rottamazione di vecchie auto e camion per incentivare l’ibrido e l’elettrico. Ed ecco che questa crisi, inquadrata in un campo più largo, si rivela l’ennesima dimostrazione di come la potenza della tecnologia debba fare i conti – ancora e probabilmente per sempre – con le limitate risorse disponibili sulla terra e con chi le controlla. Ieri petrolio e gas naturale, poi litio e coltan, oggi le terre rare sono le materie prime minerali che fanno girare il mondo da un secolo e mezzo.

Per possederle, o per controllare chi le possiede, sono state combattute guerre, si sono organizzati colpi di Stato, occupazioni di Paesi, operazioni di corruzione di massa. Questo perché la logica che da sempre prevale, e che pare sia eterna, è quella del tentativo di accaparrarsi in esclusiva una fonte di rifornimento così da prevalere sul rivale di turno, ovviamente senza mai ipotizzare forme di cooperazione per lo sfruttamento. E questo non vale solo per i minerali. Stiamo vedendo lo stesso meccanismo nella gestione globale dei vaccini, dove il principio del diritto alla cura, inteso come diritto umano, è stato archiviato in fretta tra Stati che diventano predoni di dosi e laboratori che speculano sulla vita delle persone.  

 

La Groenlandia è la più grande isola al mondo, collocata a ridosso del Circolo Polare Artico. La sua marginalità geografica e il clima particolarmente rigido hanno determinato una presenza umana molto ridotta, ma dal valore esemplare per comprendere come l’uomo si sia adattato (o meno) ai cambiamenti climatici.

Popolata a nord da inuit, i cosiddetti eschimesi, a partire dall’anno Mille ospitò colonie di vichinghi provenienti dall’Islanda, almeno secondo la saga di Erik il rosso. Questo accadde perché per circa tre secoli il “periodo caldo” medioevale permise ai navigatori dell’Europa settentrionale di insediarsi in quella che battezzarono Groenlandia, cioè “terra verde”, e di dar vita a fattorie, coltivare i campi e allevare bestiame. Circa 400 anni prima di Colombo, dalla Groenlandia partirono spedizioni che arrivarono fino in Canada, ma senza lasciare quasi traccia.

Sull’isola, invece, le colonie vichinghe prosperarono fino al XV secolo, quando la zona fu colpita da una piccola glaciazione. Qui la storia si complica per i vichinghi che, non riuscendo ad adattarsi al cambiamento climatico, di origine naturale, dovettero “tornare a casa”: per non scomparire fecero rotta verso l’Islanda. Non avevano saputo rinunciare alla carne bovina e al grano, cioè alla loro cultura alimentare, importata dall’Europa – una dieta che nel nuovo contesto climatico non era più praticabile – mentre disprezzavano il pesce e i grassi dei mammiferi marittimi. Cioè gli alimenti-base dei loro vicini del Nord, abituati e adattati al freddo estremo.

La Groenlandia, ormai coperta dai ghiacci per l’83% del suo territorio, dopo cinque secoli tornò a essere degli inuit, che migrarono verso la costa meridionale. Ma il legame di queste terre con i vichinghi non si spezzò nemmeno con il passare dei secoli: nel 1720 sull’isola sbarcarono missionari provenienti dalla Danimarca per convertire gli “eschimesi” al cristianesimo. La Groenlandia subì successivamente l’occupazione coloniale durata fino al 2008: anno dell’autonomia (nell’ambito del Regno di Danimarca) ottenuta dagli inuit con un referendum. Oggi è il primo e unico Stato inuit al mondo, anche se questo popolo polare vive pure in Canada, Stati Uniti e Russia.

Intanto la Groenlandia sta tornando a essere una “terra verde”, perché il cambiamento climatico, questa volta dovuto all’uomo, sta sciogliendo progressivamente il pack che ricopriva il suolo, lasciando affiorare i vecchi terreni agricoli dei vichinghi. Ma la scomparsa del pack sta rivelando altre risorse finora insospettate. Per esempio le cosiddette terre rare, contenenti minerali preziosi soprattutto per la moderna industria hightech. Per un solo voto di maggioranza il Parlamento dell’isola ha abbandonato la tolleranza zero sull’estrazione di questa risorsa, finora praticamente monopolizzata dalla Cina, che possiede il 90% dei giacimenti conosciuti prima di questa scoperta.

La Groenlandia è ricca anche di un’altra risorsa preziosa, l’uranio, che pone seri interrogativi sull’integrità ambientale. Gruppi cinesi si stanno aggiudicando i diritti di prospezione e prima o poi avvieranno la fase estrattiva. Si annunciano investimenti miliardari e l’arrivo di un’ondata di operai e tecnici per i quali bisognerà costruire città e infrastrutture. Il tutto in un contesto ambientale che rimane di estrema fragilità.

Il miraggio dei guadagni facili rischia di far dimenticare agli inuit di oggi la lezione che arriva dai loro antenati di 500 anni fa: chi pratica un’economia insostenibile e non si adatta ai cambi climatici rischia di scomparire. La grande industria mineraria, impiantata in quelle terre estreme, potrebbe renderle invivibili, obbligando gli inuit a cercare una nuova casa. Proprio come successe ai vichinghi.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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