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Si è finalmente aperta a Milano la grande Fiera mondiale sul tema del cibo. Il primo colpo d’occhio non è però scontato: da un lato si capisce fino a un certo punto quale sia il tema dell’Expo, dall’altro si rimane positivamente colpiti dall’architettura dei padiglioni. Expo 2015 ricorda molto da vicino la BIT, la grande fiera annuale di promozione-vendita turistica nella quale ogni paese esalta le sue qualità, vere o presunte, per attirare i visitatori. La maggior parte dei paesi partecipanti a Expo si capisce subito che non sono venuti per dire la loro sul tema dell’alimentazione, ma per fare promozione generalista, soprattutto coloro, come gli stati del Golfo, che di cibo non producono quasi nulla. Che senso ha quindi che paesi come il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti o il Kuwait abbiano spazi tra i più scenografici quando hanno da offrire all’umanità datteri e poco più? Solo promozione dell’immagine di ricchezza e stabilità in un momento buio per il mondo arabo. E i grandi paesi produttori di cibo come si presentano? Alcuni in modo incomprensibile, come l’Argentina o il Cile che più che raccontare le caratteristiche dei loro importanti settori agroalimentari, puntano sul ristorante (Argentina) o sul supermercato di prodotti tipici con prezzi folli (Cile). Notevole lo sforzo invece del Brasile, che è l’unico paese che ha saputo coniugare l’aspetto ludico (il percorso “sulla rete”) con i contenuti, fornendo al visitatore diversi elementi di conoscenza sull’agricoltura brasiliana. Stati Uniti, Germania, Francia, Svizzera hanno scelto invece un tema-forza sul quale costruire un’operazione di immagine, mentre tanti altri (Malesia, Corea, Kazakistan) puntano sulla promozione del paese in generale sempre con tante gastronomia. Lo spazio non occupato dei padiglioni nazionali è presidiato saldamente da alcune multinazionali del cibo: le galassie Nestle, Coca Cola, Mc Donald’s insieme alle più piccole sorelle italiane come Illy e Eatitaly. I prezzi non sono affatto da fiera popolare, tutto è raddoppiato, ma soprattutto non c’è nessuna logica condivisa e un caffè può costare 1, 1,5 o 2 euro. A sentire gli espositori, i prezzi alti sono dovuti ai costi degli allestimenti e anche al dazio pagato alla società unica scelta da Expo per gestire l’ingresso di tutte le merci al sito espositivo. Una punta di curiosità la alimenta Techno Gym, ditta che produce attrezzi da palestra, e che è presente con una decina di spazi lungo la Fiera. Acqua pubblica in giro non si trova, anche se corre voce ci siano dei rubinetti da qualche parte, per la gioia della Nestle che ha il monopolio dell’acqua in bottiglia. Non si può dire molto sui cluster tematici dove sono stati concentrati i paesi più poveri che non potevano pagare uno spazio da soli. Misteriosamente all’apertura di Expo nessuno era aperto, forse perché la priorità è stata data a chi invece ha pagato salatamente.

Una delle assenze più clamorose per una fiera su questo argomento è quella di chi la terra la coltiva. Non è stato prevista nessuna facilitazione perché partecipino, se non come relatori ai dibattiti, esponenti del mondo agricolo di base, delle esperienze associative come i GAS, dell’agricoltura familiare. Sarebbe stato interessante un padiglione collettivo perché questo mondo si presentasse al pubblico di Expo. C’è invece Cascina Triulza, sede della società civile non necessariamente legata al tema dell’agricoltura. L’unica struttura vera nel senso che si tratta di una cascina storica recuperata all’interno della quale si concentrerà la parte più importante del dibattito sui contenuti di Expo. Peccato che non sarà molto frequentata dai visitatori, che ignorano l’esistenza e i contenuti, e che spendono una cifra notevole per godersi gli aspetti spettacolari di Expo, non di sicuro per dedicare 2 o 3 ore a un dibattito.

Sui contenuti al momento esistono due documenti. Il primo è la tanto promossa “Carta di Milano”, contributo collettivo coordinato dalla Fondazione Barilla sul tema di Expo. Una dichiarazione con la giusta dose di vaghezza che si usa in queste occasioni per mettere d’accordo tutti. Una carta che non entra nel merito dei problemi attuali sul cibo, come la veloce riconversione di suolo agricolo a coltivazioni non alimentari o il dilagare del land grabbing (sottrazione di terre), e che si concentra su aspetti opinabili, come quella della lotta allo spreco (giusta), proponendo di trasferire ai poveri le eccedenze non sprecate (pessima idea). Una visione preoccupante sul cibo, che mette la buona volontà al posto della giustizia e del diritto.

Il secondo documento per ora presentato è il Manifesto Terra Viva (Il nostro suolo, i nostri Beni Comuni, il nostro Futuro), firmato dalla Fondazione Navdanya di Vandana Shiva, e da diverse personalità internazionali del mondo politico e accademico. Qui si parla invece chiaramente di diritto, beni comuni, disuguaglianze, riforma agraria e soprattutto si propongono linee di lavoro che vanno a rimodellare lo stesso concetto di democrazia declinandolo in partecipazione, diversità, comunità, decentramento, diritti della terra. Un impianto teorico che farà da linea guida ai momenti di approfondimento proposti dalla Fondazione Triulza, ma che rimarrà piuttosto marginale nella grande fiera di Rho.

E’ difficile capire quale idea si possa formare sul tema della nutrizione del pianeta un visitatore al termine della visita al sito espositivo. Se giovane, ci sono buone probabilità che abbia mangiato da Mc Donald’s, l’unico operatore che offre pasti completi sotto i 10 euro. Sicuramente avrà camminato sulla rete brasiliana, visto le ballerine kazake, tentato di recuperare un cappello di paglia dai vietnamiti e qualche fetta di mela essiccata dagli svizzeri. Forse qualche concetto letto qui o la rimarrà impresso nella mente, ma non è prevedibile molto di più.

Si spera che almeno le scuole si spingano fino allo spazio Slow Food e alla Collina della biodiversità (2 km a piedi dalla fermata MM), dove si fa formazione sui tema della terra, ma il grosso impatto si esaurirà tra effetti speciali e caccia al souvenir. E’ difficile immaginare cosa succederà dello spazio espositivo, che a differenza dell’Expo di Lisbona che lasciò alla città un bellissimo quartiere sul fiume, sorge in mezzo al nulla. E’ ancora più difficile decifrare lo strano labirinto mentale di chi continua ad insistere che i contenuti di Expo siano il cuore della manifestazione, quando basta un giro veloce per capire che è l’esatto contrario. E non c’è nulla di male nell’organizzare grandi eventi, al netto ovviamente di cementificazioni e ruberie varie, ma sarebbe meglio evitare la retorica del “qui si scriverà il futuro dell’alimentazione globale”. Voliamo più basso.

Non si percepisce infine un disegno politico preciso da parte delle multinazionali che hanno investito fortemente sull’evento. Sono normali investimenti in marketing, come in tutte le manifestazioni di rilievo mondiale a prescindere dall’argomento, per ribadire la forza di un marchio. Non va nemmeno caricata di dietrologie la presenza in Expo del fast food più famoso del mondo: non convinceranno nessuno della bontà del loro prodotto ma anche a Expo ribadiranno il loro primato: offrire un pasto caldo a portata di tutte le tasche. Tra Mc Donald’s, che offre un pranzo a 7 euro e Eatitaly dove si paga 25 euro stando basso per mangiare spesso in piedi con il piatto di plastica, una parte consistente dei visitatori che hanno pagato 39 euro il biglietto d’ingresso non avranno dubbi. Ma non si tratterà di “votare” con l’acquisto, ma di auto-garantirsi il “diritto al cibo” a misura delle proprie possibilità. Un dibattito sempre rimandato, quando si parla di cibo e di qualità, è proprio quello sul prezzo. Le scelte elitarie di chi pensa che si possano solo mangiare cibi di nicchia, carissimi, si scontrano con la “democraticità”, al netto dei pesanti impatti ambientali e sulla salute, dei grandi marchi globali.  La sfida del cibo passa anche dall’apertura mentale che possa portare a valutare tutti gli elementi, e non solo quelli che ci fanno piacere, quando si parla di cibo globale. Il tema della quantità, rifiutato da una certa mentalità elitaria, riguarda miliardi di persone. Le città non possono autoalimentarsi con il prodotto degli orti urbani. La grande sfida non è come eliminare la grande produzione mondiale tornando tutti a coltivarci il proprio cibo, anzi, ma come riconvertirla a criteri di sostenibilità. Le risposte alla povertà e alle carestie sono molto complesse per immaginare che si risolveranno, solo, a colpi di DOP e chilometri zero. Ci manca tutto un pezzo di ragionamento da fare per quanto riguarda la grande produzione agricola mondiale, base della sicurezza alimentare mondiale. Ecco, Expo sarebbe una bella occasione se si discutesse seriamente, e trovando il modo di coinvolgere i visitatori, su questi temi. Temo però che rimarrà come ricordo solo qualche sbiadito selfie delle scolaresche con Foody, ma questo lo sapremo tra 6 mesi.

Alfredo Somoza

expo2015

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Alla vigilia di Expo 2015 si moltiplicano le riflessioni e le polemiche sulle caratteristiche che l’agricoltura dovrebbe assumere nel prossimo futuro per riuscire a sfamare i 9 miliardi di abitanti del pianeta previsti per il 2050. Secondo la FAO, la produzione mondiale di alimenti dovrebbe crescere almeno del 60%, riducendo però il consumo di acqua, di energia e di suolo. Un’impresa quasi impossibile, ci viene spiegato spesso da una certa scienza, a meno di non ricorrere in modo massiccio all’agricoltura OGM. Discorsi sterili e vuoti di significato, perché per decantare le virtù degli organismi geneticamente modificati si tirano sempre in ballo le banane arricchite o il golden rice alla vitamina A, che potrebbero debellare diverse malattie nei Paesi poveri, mentre il mercato delle sementi OGM offre solo commodities tradizionali destinate ai grandi produttori. Cioè soia, mais, grano, pomodori e patate: tutti rigorosamente di un solo tipo, trattabili solo con antiparassitari venduti dalla stessa ditta che ne detiene i diritti e incassa le royalties.

L’agricoltura, nata come attività economica durante la rivoluzione neolitica, si basa da sempre su una premessa: la sovranità dell’agricoltore sul suo prodotto. Nel mondo dell’agricoltura OGM, invece, i proprietari del lavoro altrui sono Monsanto, Dupont, Pioneer e non più i coltivatori. Contro questo stravolgimento lottano i movimenti contadini che rivendicano il diritto a produrre in proprio e a scambiarsi le sementi.

L’opposizione più seria all’agricoltura geneticamente modificata non si basa sui dubbi scientifici circa le eventuali conseguenze sulla salute dell’uomo o sull’ambiente, ma parte proprio da una riflessione sul modello agricolo. Il mondo OGM è costituito da grandi soggetti multinazionali ed espelle i contadini dalle campagne verso le città. Non prevede varietà né biodiversità, dunque espone l’agricoltura ad altissimi rischi in caso di comparsa di nuove malattie che colpiscano le poche specie coltivate. E non risolve il problema della fame, che non dipende dal tipo di produzione agricola bensì dall’accesso al cibo e dalla proprietà della terra.

Quali sono allora le alternative per far fronte alla sfida della sicurezza alimentare globale? Sicuramente bisogna cercarle nella tecnologia, intesa però come risorsa al servizio del bene comune. Oggi si lavora sull’agricoltura di precisione, in cui tutti i processi e i dosaggi sono ottimizzati per evitare gli sprechi, e si sviluppano interessanti tecniche come il miglioramento vegetale e la reintroduzione delle piante perenni.

Il miglioramento vegetale, o intercropping, consiste nel coltivare specie diverse una accanto all’altra, per lottare contro i parassiti in maniera naturale. La coltivazione alternata di carote e cipolle, per esempio, evita la proliferazione delle larve della mosca della carota senza bisogno di nessun tipo di pesticida. Questo nuovo approccio all’agricoltura può portare a un abbattimento fino all’80% della chimica usata nei campi, consentendo di fare ricorso ai trattamenti antiparassitari non più a scadenze regolari, ma solo in modo mirato e in caso di necessità.

L’altra faccia di questo nuovo approccio è la reintroduzione delle specie perenni al posto di quelle annuali. Il vantaggio è avere piante con radici più lunghe, dunque meno bisognose d’acqua e di fertilizzanti, in grado anche di rendere più stabile il suolo.

Oggi il neo delle piante perenni è che hanno una resa inferiore rispetto a quelle annuali, ma la scienza è al lavoro per selezionare varietà più produttive. In questo caso, per ottenere maggiore resa e qualità la ricerca genetica non si basa sull’inserimento di un gene in laboratorio, violentando il DNA della pianta, ma su criteri di selezione naturale, gli stessi che per millenni hanno guidato i contadini di tutto il mondo.

Insomma, se scienza e agricoltura collaborano, libere dalle pressioni delle multinazionali, allora la fame può essere debellata.

Resta l’altro tema, ancora più complesso, che riguarda l’accesso al cibo, cioè la possibilità di acquistarlo, e la questione della terra. Che ieri veniva sottratta ai coltivatori dai latifondisti, oggi dalle grandi multinazionali del land grabbing e dei biocombustibili, a discapito della produzione di alimenti. Una moratoria sui contratti di concessione di terreni agricoli, almeno nelle zone a rischio sicurezza alimentare, sarebbe un primo passo necessario.

Questi sono i temi sui quali si è chiamati a discutere durante Expo 2015, che si spera sia una manifestazione “OGM free” soprattutto a livello intellettuale. Perché la sfida della sicurezza alimentare non può essere affidata a un ramo dell’industria: è un’impresa che coinvolge anzitutto chi la terra la lavora e chi dalla terra trae il proprio sostentamento.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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