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Nel mondo dell’agribusiness globale il quattro è diventato il numero magico. Sono quattro le aree geografiche che producono le grandi eccedenze di cereali, legumi e oleaginose che tengono in piedi il mercato mondiale dell’alimentazione di base: i Paesi sudamericani del Mercosur (in particolare Brasile, Argentina, Uruguay), le due potenze nordamericane (Stati Uniti e Canada), la Russia insieme ad altri Paesi ex sovietici (Ucraina e Kazakistan) e l’Australia.

Sono quattro anche le multinazionali che riforniscono questi mercati di sementi, soprattutto OGM, e di prodotti chimici per l’agricoltura. Dopo un aggressivo processo di acquisizioni, infatti, ormai sono rimaste sul mercato − controllandolo per oltre l’80% − la francese Dupont, ChemChina e le tedesche Basf e Bayer. E sono sempre quattro le multinazionali che stoccano, trasportano e commercializzano oltre il 70% delle materie prime alimentari: l’olandese Louis Dreyfus, e le statunitensi ADM, Bunge e Cargill. In tutto, dunque, solo otto imprese e una decina di Paesi hanno la responsabilità di garantire la “sicurezza alimentare” del pianeta, determinando prezzo, tipo di produzione, qualità, disponibilità, reperibilità. Insieme gestiscono un mercato globale spesso ignorato dai media e che non ama farsi troppa pubblicità.

Tra i produttori di sementi è scomparso recentemente un nome scomodo, simbolo della rivoluzione transgenica: Monsanto, acquisito da Bayer. Nel mondo degli intermediari di alimenti, due dei quattro big (Cargill e Dreyfus) non sono quotati in borsa, pur fatturando insieme 160 miliardi di dollari annui, e ciò consente loro di evitare vari obblighi di trasparenza. Ma perché la segretezza torna comoda a questi giganti del commercio mondiale? Perché da produttori e commercializzatori di sementi e grano si sono trasformati in tasselli del grande mercato della speculazione finanziaria.

Future e opzioni sono strumenti nati per tutelare il produttore e i suoi clienti, mettendoli al riparo dall’oscillazione dei prezzi e anticipando capitali da investire. Oggi invece sono diventati strumenti puramente speculativi, che distorcono i prezzi dei prodotti determinando bolle speculative e rovinose cadute. Le società di commercializzazione offrono ormai i loro servizi finanziari all’esterno, attraverso fondi speculativi che possono determinare aumenti o cali del valore delle materie prime. Alla fine, il possesso fisico della merce diventa secondario: per gli investitori, ciò che conta è solo la differenza tra il prezzo di acquisto e quello di vendita.

In termini di soggetti coinvolti, la filiera che garantisce i cereali a quei Paesi che non sono in grado di soddisfare da soli il proprio fabbisogno è molto “corta”. Così come è corta quella che rifornisce i Paesi ricchi di cacao e caffè. Parallelamente sono sempre di meno, numericamente parlando, le varietà di alimenti coltivati. Il principale indiziato di questo fenomeno è l’agricoltura OGM, che punta tutto su grandi estensioni coltivate con una sola varietà di prodotto: un’agricoltura che non prevede contadini, totalmente meccanizzata, con uso massiccio di diserbanti come il glifosato, seriamente sospettato di essere nocivo per la salute umana. Ne deriva un impoverimento della biodiversità alimentare spesso giustificato con la maggiore capacità produttiva di questo tipo di agricoltura, che consentirebbe di far fronte all’aumento della popolazione mondiale.

L’obiettivo sarebbe nobile, ma in realtà la scelta di questo tipo di agricoltura rende l’alimentazione sulla Terra meno sicura e più esposta a variazioni di prezzo, a cali produttivi dovuti a parassiti, muffe, insetti che si modificano a loro volta per colpire piante che in teoria dovrebbero esserne immuni. La sicurezza alimentare è fragilissima e sta diventando sempre più insicura: si tratta di uno dei grandi temi dell’umanità, ma rimane chiuso nel cassetto dove la politica nasconde le cose che ritiene poco importanti.

Alfredo Somoza per Radio Popolare, Esteri.

 

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La questione della terra, del suo possesso e del suo utilizzo, ci accompagna da secoli. A cavallo tra l’800 e il ’900 si ebbero grandi lotte contadine, e addirittura una rivoluzione in Messico, per conquistare il diritto alla terra. Lotte che non si sono mai spente, come ci ricordano il Movimento Sem Terra brasiliano e le rivendicazioni dei contadini indiani. Oggi, però, la frontiera della questione rurale si è spostata, e il problema si pone su scala planetaria.

L’odierna economia globalizzata, infatti, richiede quantità enormi di commodities agricole (cioè di prodotti di base per l’alimentazione umana), di gran lunga maggiori rispetto a quelle consumate in ogni altra fase della storia umana. E divora spazi agricoli per coltivare “energia”, ossia specie vegetali adatte a produrre biocombustibili.

Il land grabbing, fenomeno che la FAO ha messo sotto osservazione da almeno 10 anni, altro non è che una gigantesca sottrazione di terre al mondo contadino, e spesso anche all’alimentazione umana, che vede complici Paesi poveri e ricchi, insieme a numerose compagnie multinazionali. Si tratta del vero, grande tema dell’attualità, eppure non ne è rimasta traccia nella Carta di Milano, il documento firmato da milioni di persone durante Expo 2015. E questo perché molti dei responsabili di questa situazione erano ben presenti in Expo con padiglioni milionari.

Secondo i dati dell’International Land Coalition, che monitora le grandi transazioni internazionali aventi come oggetto l’acquisto di terre, dal 2008 sono stati trasferiti circa 90 milioni di ettari di terreni: più o meno, tre volte la superficie dell’Italia.

Ma trasferiti da chi a chi? Difficile dirlo, almeno per metà della superficie stimata. Nel senso che, per alcuni Stati “ricchi” (come Giappone, Germania, Italia), i passaggi di  proprietà delle terre sono regolari atti di compravendita, mentre in Africa o in Asia spesso il fenomeno riguarda terre demaniali che vengono cedute o date in comodato a imprese o Paesi esteri senza che se ne conoscano i termini contrattuali.

I primi dieci Stati interessati da questo epocale trasferimento di terre sono poveri o “emergenti”. Da Papua Nuova Guinea, con circa 3,5 milioni di ettari ceduti (per metà senza che vi siano informazioni), fino alla Repubblica Democratica del Congo con oltre 2,8 milioni di ettari ceduti soprattutto a investitori cinesi. Nell’elenco non mancano Paesi a serio rischio per quanto riguarda la sicurezza alimentare come la stessa Repubblica Democratica del Congo, il Mozambico, la Liberia, il Sudan del Sud. In questi Stati, circa metà delle coltivazioni consiste in biocombustibili e colture commerciali per il mercato internazionale, l’altra metà in riso, mais, barbabietola, soia per Paesi come Cina, Corea del Sud o Arabia Saudita.

Il punto centrale, e ciò che fa la differenza rispetto ad altre modalità di sfruttamento della terra, è il modello industriale alla base di quest’agricoltura globale. La terra non è più prioritariamente destinata a produrre alimenti, a differenza di ciò che è accaduto negli ultimi 15.000 anni: progressivamente, il mondo sta diventando una gigantesca piantagione nella quale si coltiva solo ciò che il mercato ricco richiede, si tratti di alimenti o di energia.

Nonostante la tecnologia ormai offra tutte le soluzioni per porre fine al problema della fame e della malnutrizione, i rischi perché ritornino le carestie stanno aumentando. Ciò non solo per la sottrazione di terre alla produzione di alimenti, ma anche per via del cambiamento climatico che in vaste regioni del pianeta sta riducendo lo spazio agricolo.

Il land grabbing, dunque, è la “ciliegina sulla torta” di un modello agricolo globale distorto al tempo stesso dal modello di consumo, dallo spreco alimentare, dal cambiamento climatico, dalla produzione di biocombustibili, dalla concentrazione fondiaria, dalla persistente espulsione dei contadini verso le città. Sono proprio questi i temi che non sono stati affrontati durante i 6 mesi di Expo 2015: un evento che, dal punto di vista dei contenuti sviluppati, non occuperà più di due righe sui libri di storia.

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

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C’è un filo conduttore che collega la sottrazione di terre all’Africa all’appassionato dibattito sul riutilizzo degli avanzi alimentari in Europa. In questi primi mesi di Expo2015 al land grabbing non si è nemmeno accennato: e infatti l’argomento risulta assente dalla Carta di Milano, insieme alla speculazione finanziaria sulle materie prime. Un tema che scotta, del quale nessuno vuole parlare… Eppure molti espositori lo conoscono benissimo, visto che diversi Stati presenti a Rho sono grandi accaparratori di terre africane.

In base a una lettura volutamente parziale delle dichiarazioni di papa Francesco, molto si è invece dibattuto sul come distribuire ai poveri l’invenduto dei supermercati. Non che non sia vergognoso il fatto che circa il 30% degli alimenti pronti per il consumo vada sprecato, ma il problema vero, anche in questo caso, è un altro. Un terzo degli alimenti finisce in pattumiera, infatti, solo nei Paesi nei quali si è spinto l’acceleratore del moderno agribusiness, dove spesso si produce non solo di più, ma anche male: perché la produzione non serve per soddisfare il bisogno dei consumatori ma per incassare sovvenzioni, fare guerre commerciali, imporre mode alimentari. Difficilmente in Africa, Asia meridionale o America centrale si produce più di quanto si consuma. Anzi, lì spesso si produce molto di meno, dato che una parte crescente delle loro terre agricole viene utilizzata per produrre alimenti e biocombustibili destinati al mondo ricco: che poi non riesce nemmeno a consumarli tutti.

Distogliendo l’attenzione dalle cause per concentrarsi solo sugli effetti si arriva a soluzioni “umanitarie”, di buon senso, che però non risolveranno mai il problema a monte. Non porteranno, cioè, a una politica mondiale che stabilisca le priorità nella produzione di cibo, che imponga regole precise sul suo costo e sui suoi impatti. Non è sostenibile, per esempio, il mercato delle primizie che viaggiano in aereo da un angolo del mondo all’altro per garantire ai consumatori ricchi pere, ciliegie o mirtilli dodici mesi all’anno. Non è possibile che, quando un Paese dà in concessione terreni agricoli a soggetti esteri, la FAO non intervenga a certificare che la sicurezza alimentare di quel Paese sia comunque garantita, e che le concessioni non la mettano a rischio. Non è sensato che il consumatore, quando compra prodotti provenienti da migliaia di chilometri di distanza, non sia chiamato a pagare il costo ambientale di quella merce.

Sono tanti i nodi irrisolti e i problemi in via di peggioramento, quando si pensa al tema del cibo… Ma ci raccontano che basta il riciclo degli sprechi per porvi rimedio. Una versione di comodo per le multinazionali del cibo e dell’agricoltura, quelle che occupano gli spazi più in vista a Expo. Imprese che si accaparrano licenze sulle sementi, sono grandi gestori dell’acqua, impongono modelli di consumo basati sulla carne rossa, la più dannosa per la salute e la più “costosa” per l’ambiente, anche se italiana. Questi gruppi oggi tengono in pugno l’agenda del cibo e buona parte della politica accetta la loro narrazione. È questo il segreto (di Pulcinella) da non far sapere al contadino…

 

Alfredo Somoza per Esteri (Radio Popolare)

 

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Si è finalmente aperta a Milano la grande Fiera mondiale sul tema del cibo. Il primo colpo d’occhio non è però scontato: da un lato si capisce fino a un certo punto quale sia il tema dell’Expo, dall’altro si rimane positivamente colpiti dall’architettura dei padiglioni. Expo 2015 ricorda molto da vicino la BIT, la grande fiera annuale di promozione-vendita turistica nella quale ogni paese esalta le sue qualità, vere o presunte, per attirare i visitatori. La maggior parte dei paesi partecipanti a Expo si capisce subito che non sono venuti per dire la loro sul tema dell’alimentazione, ma per fare promozione generalista, soprattutto coloro, come gli stati del Golfo, che di cibo non producono quasi nulla. Che senso ha quindi che paesi come il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti o il Kuwait abbiano spazi tra i più scenografici quando hanno da offrire all’umanità datteri e poco più? Solo promozione dell’immagine di ricchezza e stabilità in un momento buio per il mondo arabo. E i grandi paesi produttori di cibo come si presentano? Alcuni in modo incomprensibile, come l’Argentina o il Cile che più che raccontare le caratteristiche dei loro importanti settori agroalimentari, puntano sul ristorante (Argentina) o sul supermercato di prodotti tipici con prezzi folli (Cile). Notevole lo sforzo invece del Brasile, che è l’unico paese che ha saputo coniugare l’aspetto ludico (il percorso “sulla rete”) con i contenuti, fornendo al visitatore diversi elementi di conoscenza sull’agricoltura brasiliana. Stati Uniti, Germania, Francia, Svizzera hanno scelto invece un tema-forza sul quale costruire un’operazione di immagine, mentre tanti altri (Malesia, Corea, Kazakistan) puntano sulla promozione del paese in generale sempre con tante gastronomia. Lo spazio non occupato dei padiglioni nazionali è presidiato saldamente da alcune multinazionali del cibo: le galassie Nestle, Coca Cola, Mc Donald’s insieme alle più piccole sorelle italiane come Illy e Eatitaly. I prezzi non sono affatto da fiera popolare, tutto è raddoppiato, ma soprattutto non c’è nessuna logica condivisa e un caffè può costare 1, 1,5 o 2 euro. A sentire gli espositori, i prezzi alti sono dovuti ai costi degli allestimenti e anche al dazio pagato alla società unica scelta da Expo per gestire l’ingresso di tutte le merci al sito espositivo. Una punta di curiosità la alimenta Techno Gym, ditta che produce attrezzi da palestra, e che è presente con una decina di spazi lungo la Fiera. Acqua pubblica in giro non si trova, anche se corre voce ci siano dei rubinetti da qualche parte, per la gioia della Nestle che ha il monopolio dell’acqua in bottiglia. Non si può dire molto sui cluster tematici dove sono stati concentrati i paesi più poveri che non potevano pagare uno spazio da soli. Misteriosamente all’apertura di Expo nessuno era aperto, forse perché la priorità è stata data a chi invece ha pagato salatamente.

Una delle assenze più clamorose per una fiera su questo argomento è quella di chi la terra la coltiva. Non è stato prevista nessuna facilitazione perché partecipino, se non come relatori ai dibattiti, esponenti del mondo agricolo di base, delle esperienze associative come i GAS, dell’agricoltura familiare. Sarebbe stato interessante un padiglione collettivo perché questo mondo si presentasse al pubblico di Expo. C’è invece Cascina Triulza, sede della società civile non necessariamente legata al tema dell’agricoltura. L’unica struttura vera nel senso che si tratta di una cascina storica recuperata all’interno della quale si concentrerà la parte più importante del dibattito sui contenuti di Expo. Peccato che non sarà molto frequentata dai visitatori, che ignorano l’esistenza e i contenuti, e che spendono una cifra notevole per godersi gli aspetti spettacolari di Expo, non di sicuro per dedicare 2 o 3 ore a un dibattito.

Sui contenuti al momento esistono due documenti. Il primo è la tanto promossa “Carta di Milano”, contributo collettivo coordinato dalla Fondazione Barilla sul tema di Expo. Una dichiarazione con la giusta dose di vaghezza che si usa in queste occasioni per mettere d’accordo tutti. Una carta che non entra nel merito dei problemi attuali sul cibo, come la veloce riconversione di suolo agricolo a coltivazioni non alimentari o il dilagare del land grabbing (sottrazione di terre), e che si concentra su aspetti opinabili, come quella della lotta allo spreco (giusta), proponendo di trasferire ai poveri le eccedenze non sprecate (pessima idea). Una visione preoccupante sul cibo, che mette la buona volontà al posto della giustizia e del diritto.

Il secondo documento per ora presentato è il Manifesto Terra Viva (Il nostro suolo, i nostri Beni Comuni, il nostro Futuro), firmato dalla Fondazione Navdanya di Vandana Shiva, e da diverse personalità internazionali del mondo politico e accademico. Qui si parla invece chiaramente di diritto, beni comuni, disuguaglianze, riforma agraria e soprattutto si propongono linee di lavoro che vanno a rimodellare lo stesso concetto di democrazia declinandolo in partecipazione, diversità, comunità, decentramento, diritti della terra. Un impianto teorico che farà da linea guida ai momenti di approfondimento proposti dalla Fondazione Triulza, ma che rimarrà piuttosto marginale nella grande fiera di Rho.

E’ difficile capire quale idea si possa formare sul tema della nutrizione del pianeta un visitatore al termine della visita al sito espositivo. Se giovane, ci sono buone probabilità che abbia mangiato da Mc Donald’s, l’unico operatore che offre pasti completi sotto i 10 euro. Sicuramente avrà camminato sulla rete brasiliana, visto le ballerine kazake, tentato di recuperare un cappello di paglia dai vietnamiti e qualche fetta di mela essiccata dagli svizzeri. Forse qualche concetto letto qui o la rimarrà impresso nella mente, ma non è prevedibile molto di più.

Si spera che almeno le scuole si spingano fino allo spazio Slow Food e alla Collina della biodiversità (2 km a piedi dalla fermata MM), dove si fa formazione sui tema della terra, ma il grosso impatto si esaurirà tra effetti speciali e caccia al souvenir. E’ difficile immaginare cosa succederà dello spazio espositivo, che a differenza dell’Expo di Lisbona che lasciò alla città un bellissimo quartiere sul fiume, sorge in mezzo al nulla. E’ ancora più difficile decifrare lo strano labirinto mentale di chi continua ad insistere che i contenuti di Expo siano il cuore della manifestazione, quando basta un giro veloce per capire che è l’esatto contrario. E non c’è nulla di male nell’organizzare grandi eventi, al netto ovviamente di cementificazioni e ruberie varie, ma sarebbe meglio evitare la retorica del “qui si scriverà il futuro dell’alimentazione globale”. Voliamo più basso.

Non si percepisce infine un disegno politico preciso da parte delle multinazionali che hanno investito fortemente sull’evento. Sono normali investimenti in marketing, come in tutte le manifestazioni di rilievo mondiale a prescindere dall’argomento, per ribadire la forza di un marchio. Non va nemmeno caricata di dietrologie la presenza in Expo del fast food più famoso del mondo: non convinceranno nessuno della bontà del loro prodotto ma anche a Expo ribadiranno il loro primato: offrire un pasto caldo a portata di tutte le tasche. Tra Mc Donald’s, che offre un pranzo a 7 euro e Eatitaly dove si paga 25 euro stando basso per mangiare spesso in piedi con il piatto di plastica, una parte consistente dei visitatori che hanno pagato 39 euro il biglietto d’ingresso non avranno dubbi. Ma non si tratterà di “votare” con l’acquisto, ma di auto-garantirsi il “diritto al cibo” a misura delle proprie possibilità. Un dibattito sempre rimandato, quando si parla di cibo e di qualità, è proprio quello sul prezzo. Le scelte elitarie di chi pensa che si possano solo mangiare cibi di nicchia, carissimi, si scontrano con la “democraticità”, al netto dei pesanti impatti ambientali e sulla salute, dei grandi marchi globali.  La sfida del cibo passa anche dall’apertura mentale che possa portare a valutare tutti gli elementi, e non solo quelli che ci fanno piacere, quando si parla di cibo globale. Il tema della quantità, rifiutato da una certa mentalità elitaria, riguarda miliardi di persone. Le città non possono autoalimentarsi con il prodotto degli orti urbani. La grande sfida non è come eliminare la grande produzione mondiale tornando tutti a coltivarci il proprio cibo, anzi, ma come riconvertirla a criteri di sostenibilità. Le risposte alla povertà e alle carestie sono molto complesse per immaginare che si risolveranno, solo, a colpi di DOP e chilometri zero. Ci manca tutto un pezzo di ragionamento da fare per quanto riguarda la grande produzione agricola mondiale, base della sicurezza alimentare mondiale. Ecco, Expo sarebbe una bella occasione se si discutesse seriamente, e trovando il modo di coinvolgere i visitatori, su questi temi. Temo però che rimarrà come ricordo solo qualche sbiadito selfie delle scolaresche con Foody, ma questo lo sapremo tra 6 mesi.

Alfredo Somoza

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