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Gli oltre cinquecentomila manifestanti che a Londra hanno chiesto una seconda opportunità per esprimersi sulla Brexit rappresentano la più spettacolare e visibile protesta contro il salto nel buio che l’insipienza dei ceti politici inglesi ha provocato. Le responsabilità non sono però le stesse per tutti.

C’è chi, come Nigel Farage, ha lottato anni per portare il Regno Unito fuori dall’UE, nostalgico di un Impero che non esiste più da almeno 80 anni e convinto che l’insularità, storica garanzia dell’indipendenza del Regno Unito, nel XXI secolo sia ancora una barriera difensiva. C’è chi nel Labour Party non si è speso quanto avrebbe dovuto, lisciando il pelo al sentiment degli elettori. Ma il massimo responsabile è David Cameron, che volle ripetere la mossa compiuta della signora Thatcher nel 1984, quando ottenne il rebate, cioè la restituzione di parte dei contributi versati all’UE. Ogni anno, infatti, a Londra vengono rimborsati i due terzi dei contributi versati a Bruxelles in eccedenza rispetto a quanto il Paese riceve: circa 4 miliardi di euro all’anno. La Lady di Ferro aveva ottenuto il rebate minacciando di ritirare il Regno Unito dalla CEE; Cameron andò oltre quando, nel 2014, promise un referendum consultivo sulla permanenza nell’UE. Una spada di Damocle con la quale, in effetti, piegò i partner europei, che nel 2016 gli concessero quanto richiesto: soprattutto l’eliminazione del percorso già tracciato verso un’Unione più stretta.

La storica rivendicazione di Londra, contraria alla trasformazione dell’UE in qualcosa di più di un accordo commerciale tra Stati, è da sempre condivisa da Washington, che preferisce alleati deboli con i quali trattare singolarmente. Forte di questo successo negoziale, che sarebbe entrato in vigore solo dopo il referendum, Cameron dichiarò che avrebbe dato indicazione di voto favorevole alla permanenza nell’Unione. Quello che lo scommettitore di Londra non sapeva era che una vera macchina mediatica fatta di fake news, bugie, disinformazione si era abbattuta soprattutto sui cittadini delle zone rurali e dei piccoli centri urbani. E così il 23 giugno 2016 è entrato nella storia perché, per la prima volta, un Paese ha votato sì all’uscita e non all’ingresso nell’Unione Europea. È stata la prima “vittoria” dei manipolatori della rete come Steve Bannon, consulente per la comunicazione di Donald Trump, che dopo pochi mesi avrebbe vinto le presidenziali in USA. Manipolazione scientifica, che ha portato i cittadini di alcune contee depresse del Galles, sostenute fortemente dai finanziamenti comunitari, a votare contro chi garantiva loro il reddito.

Parole d’ordine: sovranismo, rifiuto dell’immigrazione, miglioramento dell’economia senza l’UE. Il copione, dalla Brexit in poi, si è ripetuto spesso e non solo in Europa.  Ma, finita l’ubriacatura, la trattativa per la separazione si è rivelata tutta in salita. L’Unione Europea, divisa quasi su tutto, sul fronte Brexit si è dimostrata incredibilmente compatta. Londra non può uscire gratis e soprattutto non può ripristinare la frontiera fra le due Irlande. La conseguenza più dolorosa per il governo conservatore è stata la scelta degli operatori finanziari e delle grandi aziende con sede nel Regno Unito, che da subito si sono attrezzati per tamponare un’uscita rovinosa migrando nel Continente. Oggi si sa che l’uscita senza negoziato – a meno che all’ultimo momento non si riesca a salvare capra e cavoli – avrà ricadute pesantissime per l’economia britannica. Chi ha votato leave perché pensava che sarebbe stato meglio ha capito che invece accadrà il contrario. Un errore, compiuto da una classe politica mediocre, sancito democraticamente ai tempi della manipolazione di massa via web. Una lezione non solo per il Regno Unito.

 

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Il grande tema che ormai da tempo la Commissione Europea sta dibattendo verte su una domanda apparentemente retorica: la Cina è o non è un’economia di mercato? Nei prossimi mesi la Commissione dovrà formulare una proposta in tal merito al Consiglio e al Parlamento Europeo. Dalla risposta che non solo l’Europa, ma anche gli Stati Uniti e tutti gli altri membri del WTO sono chiamati a dare a questa domanda dipenderà molto del futuro dell’occupazione e dell’economia globale.

Nel 2001, quando la Cina fu ammessa nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, si stabilì un termine di 15 anni entro il quale accettare a pieno titolo il Paese nel club delle economie di mercato. In pratica, questa riserva ha permesso di mantenere alte alcune barriere protettive nei confronti dell’export cinese a tutela della produzione industriale del resto del mondo. Non mancavano certo i motivi per dubitare delle caratteristiche del mercato cinese. Un mercato con una rigorosa programmazione centralizzata, controllato da uno Stato marcatamente interventista in termini di costo del lavoro, investimenti, costo dell’energia, difesa del mercato interno.

I sospetti, più che confermati, del frequente ricorso cinese alla pratica illegale del dumping, cioè della vendita sottocosto di determinati prodotti grazie a forti sovvenzioni per scardinare i mercati concorrenti, hanno permesso di intervenire a difesa – per esempio – del residuo settore industriale siderurgico e tessile degli Stati occidentali.

In questi 15 anni la Cina ha saputo aspettare pazientemente, accumulando una gigantesca capacità produttiva, definita tecnicamente overcapacity. E ora freme per riversare la sua produzione sul resto del mondo. I numeri calcolati da recenti studi hanno mandato nel panico l’Unione Europea, e in particolare l’Italia. Secondo l’Economic Policy Institute, infatti, la fine delle barriere protettive nei confronti della Cina porterebbe a una perdita annua tra 1 e 2 punti percentuali del PIL europeo, a circa 2 milioni di disoccupati e a un deficit con il commercio tra Europa e Cina di 185 miliardi di dollari USA all’anno. Una batosta che si concentrerebbe soprattutto su Germania e Italia, Paesi dai quali scomparirebbe ciò che resta dei comparti siderurgico e tessile.

Le diplomazie europee sono al lavoro per trovare la quadra rispetto a un problema incombente che vede divisi, anche su questo, gli Stati scandinavi (favorevoli all’apertura) da quelli mediterranei: Italia e Francia sono contrarissimi. La Germania farà da ago della bilancia.

Il punto, dunque, sarebbe stabilire fino a che punto la Cina non rispetti ancora gli standard delle economie di mercato per quanto riguarda libera concorrenza e ruolo dello Stato. Ma non si può fare a meno di notare che i Paesi europei, liberisti a parole, nella pratica continuano a sfruttare fino all’osso ciò che resta del vecchio protezionismo.

Un’altra riflessione riguarda invece il nodo irrisolto dei rapporti tra l’UE e la Cina. I problemi dell’apparato produttivo europeo determinati dall’emergere della potenza asiatica hanno radici ormai antiche, ma restano sempre attuali. La diplomazia commerciale europea ha ignorato l’argomento rimandandolo a tempi mai precisati, preferendo nel frattempo impegnarsi nel negoziato con gli Stati Uniti per la creazione del TTIP, il Partenariato trans-atlantico per il commercio e gli investimenti. Un’operazione discutibile e dagli impatti economici molto, molto più modesti rispetto alla posta in gioco con la Cina.

Non vi è dubbio, quindi, che per l’Europa sarebbe un’assoluta priorità negoziare con Pechino per ripianare le differenze, giocando anche su un rapporto di forze più favorevole rispetto a quello che si può mettere sul piatto nelle trattative con gli Stati Uniti. Ma così non sarà: Bruxelles è tentata di partorire l’ennesimo rimando. Circola voce, infatti, che la posizione della Commissione potrebbe essere quella di raccomandare al Parlamento e al Consiglio di accettare il rilascio del Market Economy Status (status di economia di mercato) a Pechino, ma stabilendo un ulteriore congruo periodo transitorio per l’eliminazione delle difese commerciali. Una soluzione poco originale e perdente: si continua a non considerare la proverbiale capacità cinese di sapere aspettare.

 

Alfredo Somoza per #Esteri, Radio Popolare

 

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La Commissione europea ha appena annunciato il suo piano per la riforma del meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e Stato (ISDS), la controversa clausola che garantirebbe agli investitori esteri la possibilità di citare in giudizio gli Stati qualora emanassero regolamenti o normative che mettono a rischio le loro aspettative di business. Questo è uno dei punti più contestati dell’Accordo tra USA e Europa (TTIP), attualmente in discussione
La nuova proposta, annunciata nel maggio scorso dalla commissaria europea al Commercio, Cecilia Malmström, è stata accolta dal Parlamento europeo durante il voto sulla relazione Lange dello scorso  10 luglio. La riforma della clausola è un tentativo di dar vita ad una Corte arbitrale internazionale con competenza sugli investimenti che sostituisca il tradizionale arbitrato privato nel TTIP e nei futuri trattati di libero scambio. Nelle intenzioni della Commissione «il nuovo sistema sarà composto da giudici qualificati, gli atti saranno trasparenti e i casi verranno giudicati sulla base di regole chiare. Inoltre, la Corte sarà soggetta a revisione da parte di un nuovo tribunale di appello».

La riforma annunciata non scioglie il nodo dell’equità davanti alla legge perché la nuova corte arbitrale manterrebbe intatti i privilegi di gruppi privati nei confronti della società civile. Mantenendo la possibilità per le imprese di scegliere se rivolgersi a questo tribunale internazionale o utilizzare quelli nazionali, creando quindi una scappatoia per aggirare la giurisdizione pubblica negli Stati. Le grandi imprese non saranno dunque tenute a seguire l’iter cui sono invece obbligati tutti i cittadini dell’Unione prima di poter adire la Corte di Giustizia europea. La nuova Corte, inoltre, non prevede l’esclusione di arbitri che fino ad oggi hanno fatto nella grande maggioranza dei casi gli interessi delle aziende. Anzi, la riforma proposta dalla Commissione europea li innalza al rango di giudici, cui spetta una percentuale del risarcimento finale. In tal modo, si legittima l’investitore a chiedere compensi milionari o miliardari ai governi. Tanto più alte saranno le richieste, tanto più salirà la parcella del giudice in caso di condanna dello Stato. Un principio che urla vendetta rispetto ai fondamentali del diritto circa l’imparzialità e la mancanza di conflitto di interessi da parte del giudicante.
Quale sia il rapporto tra l’introduzione di questa nuova corsia giuridica riservata ai privati e l’aumento degli investimenti e dello scambio di merci, come si auspica l’Accordo, nemmeno la commissaria europea Malmström riesce a spiegarlo, riconoscendo addirittura che non vi sia alcun rapporto diretto. Non una clausola per favorire il buon andamento del negoziato, ma la creazione di nuovi meccanismi giuridici che superano quelli esistenti senza apparente necessità.  E’ stato confermato inoltre che la nuova proposta non si applica al CETA, l’accordo Ue-Canada il cui testo attende la ratifica del Parlamento europeo. Lasciare quindi intatto l’ISDS nel CETA significa garantire una scorciatoia alle multinazionali statunitensi intenzionate a denunciare gli Stati europei utilizzando il vecchio sistema perché potrebbero chiedere risarcimenti sfruttando le loro sussidiarie in Canada.
La proposta europea non è ancora testo legale e necessita dell’approvazione degli Stati Uniti, ma conferma il disinteresse della Commissione verso la schiacciante opposizione pubblica all’attribuzione di tutele speciali per gli investitori esteri. Il negoziato per il TTIP si conferma sempre di più come un contenitore che introduce regole e riforme che vanno ben oltre gli obiettivi dichiarati di eliminare i vincoli per la circolazione di merci e servizi tra gli Stati.

 

Alfredo Somoza

 

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Con cadenza giornaliera organismi multilaterali e giornali economici ci forniscono numeri sull’Europa che dipingono una situazione tutt’altro che positiva. Gli stessi analisti che prima la difendevano, oggi considerano errata la diagnosi “tedesca” sulla crisi del 2008: quella nella quale volutamente si confondeva la crisi dei mercati mediterranei, dovuta anche al costo dell’euro, con una crisi del debito sovrano. E che portò a somministrare una medicina sbagliata, cioè l’austerity “senza se e senza ma”.

Sull’onda emotiva del momento, in alcuni Paesi come l’Italia si è arrivati a introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione – nonostante ciò non fosse un obbligo imposto dall’Unione Europea – come dimostrazione di fede nel credo dell’austerità di bilancio, che avrebbe dovuto condurci fuori dalle secche della crisi. Oggi sappiamo che queste politiche di bilancio e di spesa hanno avuto tre effetti: hanno congelato ogni aspettativa di crescita economica, spingendo verso la deflazione una parte del continente; non solo non hanno ridotto il debito pubblico, ma lo hanno fatto crescere percentualmente per via del calo del PIL; e hanno sostanzialmente favorito la Germania e qualche Paese del Nord.

Infatti la Germania, che ha visto crescere il suo prodotto industriale, ha tenuto alta l’occupazione e si è confermata la prima potenza economica del continente, godendo di una grande stabilità monetaria, di un euro sottovalutato rispetto alla sua economia, e di vasti serbatoi di manodopera a basso costo sia all’Est sia attraverso i “mini-jobs”, cioè i rapporti di lavoro pagati non più di 450 euro al mese e pressoché esentasse. Addirittura, con fondi comunitari, la Germania è riuscita a far rientrare l’esposizione delle sue banche nei confronti dei Paesi in difficoltà, incassando fior di miliardi di euro di interessi pagati da questi ultimi per i prestiti ricevuti.

Si direbbe un grande affare, ma la cecità della classe politica tedesca rischia di far saltare in aria l’intero percorso dell’UE. Perché un’Europa nella quale il principio di solidarietà è scomparso e nella quale il destino dei Paesi mediterranei è mandare i propri giovani a lavorare altrove, e che non interviene davanti alla crisi che colpisce la maggioranza dei soggetti nazionali solo per fare gli interessi di uno Stato, è un’Europa che non ha futuro.

Tra le due visioni storiche che si sono confrontate sul futuro dell’Unione – quella britannica che voleva solo un’area di libero commercio senza intaccare sovranità né moneta, e quella tedesca che tendeva alla costruzione di uno Stato sovranazionale – quest’ultima pareva quella più favorevole agli Stati più deboli e soprattutto quella più europeista. In realtà, dopo l’entrata in vigore dell’euro, con una Germania nel ruolo di arbitro e gestore dell’area, l’interesse nazionale ha prevalso sul disegno europeista. A Francoforte, infatti, si sono trovati a gestire il futuro monetario, e di conseguenza in buona parte economico, dell’intera area euro. Il risultato è che hanno prevalso gli interessi della Germania, e oggi i nodi sono venuti al pettine.

Sono svaniti velocemente gli ideali di solidarietà, di allargamento dei diritti, di protagonismo dell’Unione come blocco a livello mondiale, di condivisione di un destino comune. La nuova Commissione ripropone la stessa frittata di quella precedente: una politica commissariata dai falchi dell’economia. Al netto del bisogno urgente di riforme del sistema Italia, al netto del problema del debito pubblico che, pur non essendo più solo una prerogativa italiana, riguarda prioritariamente il nostro Paese, c’è da capire se l’Europa sia tutta qui. Se pensiamo di sì, allora è meglio prepararci per il ritorno disordinato, caotico, doloroso alla solitudine degli Stati nazionali. Per alcuni è un sogno, ma con molta più certezza sarà un incubo.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

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Poche volte nella storia è capitato che si levasse un’ondata di curiosità e di preoccupazione attorno a un accordo commerciale come sta succedendo oggi con il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), che dovrebbe sancire la fine delle barriere commerciali tra Stati Uniti ed Europa. Solo in un’altra occasione ci fu tanto interesse per un trattato commerciale, fino alla sua bocciatura. Capitò con l’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe) proposta da George Bush ai Paesi del Sudamerica e che venne respinto da tre presidenti, Chávez, Lula e Kirchner, in un epico Vertice delle Americhe a Mar del Plata nel 2005.

Il TTIP è invece una creatura tenuta accuratamente lontana dalle piazze, e addirittura dai governi nazionali. Lo scorso 30 aprile Federica Guidi, ministro allo Sviluppo economico, ha riconosciuto nel corso di un question time alla Camera che «la documentazione negoziale del TTIP è riservata e che al momento neppure gli Stati membri hanno accesso a tutta la documentazione». Perché i governi possano almeno vedere di che cosa si tratti, si ipotizza di allestire una “reading room” a Bruxelles, che consenta la sola lettura di tali testi, presso l’ambasciata statunitense. In quelle stanze, insomma, dalle quali i servizi di intelligence degli USA spiano e ascoltano le telefonate di tutti i cittadini europei, inclusi i governanti.

Ma che cosa nasconde in realtà un simile zelo? Punta a coprire una trattativa tra le più delicate nella storia dell’Europa. Una logica commerciale che oggi gli Stati Uniti provano a riproporre negli accordi bilaterali, dopo l’impantanamento della trattativa presso il WTO per spalancare il mondo a merci e investimenti. Accordi come quelli già in vigore con il NAFTA tra USA, Messico e Canada, o quello oggetto di trattativa con l’area del Pacifico. È la stessa logica respinta dal Sudamerica che disse no all’ALCA, e che possiamo riassumere così: l’abolizione delle cosiddette “barriere non tariffarie”, cioè non dei dazi ma di tutti quei regolamenti che ostacolano la circolazione di merci e servizi tra un’area e l’altra. Una questione delicatissima, con ricadute sulla stessa democrazia.

Il TTIP, infatti, ancora una volta mette in discussione il primato della politica (e quindi della democrazia) sui poteri forti dell’economia. L’accordo porterebbe a una revisione degli standard di sicurezza e di qualità della vita di tutti i cittadini: l’alimentazione, i servizi sanitari, i servizi sociali, le tutele e la sicurezza sul lavoro. Questo perché l’omologazione delle normative tra USA ed Europa porterà inevitabilmente a un ribasso delle garanzie esistenti nel nostro continente, attualmente molto più elevate rispetto a quelle del mercato deregolamentato a stelle e strisce. Per fare un esempio: in base al referendum del 2012, in Italia l’acqua è un bene pubblico; ma le aziende statunitensi potrebbero contestare questo principio, sancito dalla volontà popolare, in base alla legislazione USA per la quale l’acqua è una merce come un’altra.

Il nocciolo dell’accordo, che si vorrebbe chiudere entro il 2014, è la tutela dell’investitore e della proprietà privata. E qui si scopre un’altra chicca: le controversie sull’applicazione dell’accordo non riguarderebbero più i tribunali europei ma l’ISDS (Investor-State Dispute Settlement), un meccanismo di risoluzione dei contenziosi tra investitori e Stati) sul modello di quello già esistente del WTO, con probabile sede a Washington presso la Banca Mondiale. Un tribunale privato che permetterebbe alle imprese di far condannare quei Paesi che approvassero leggi “dannose” per i propri investimenti presenti e futuri. Come la Germania, per esempio, che ha deciso di chiudere con il nucleare ed è stata denunciata per diversi miliardi. Oppure, in futuro, i Paesi che rifiuteranno di ammettere sul loro territorio i prodotti agricoli OGM, o che abbiano deciso affidare allo Stato la gestione delle risorse idriche.

L’interesse pubblico e i risultati delle consultazioni democratiche rischierebbero così di essere messi in secondo piano rispetto alle esigenze di aziende e mercati. Oltre al colpo inferto alla democrazia, svanirebbero le faticose e costose costruzioni delle DOP e IGP, i marchi europei che garantiscono qualità e territorialità (anche) al made in Italy. Prodotti frutto di investimento e saperi centenari verrebbero equiparati al Parmesan dell’Iowa o all’aceto balsamico di San Francisco, senza potersi difendere da una simile concorrenza.

Danno economico, invasione di prodotti contraffatti o perfino adulterati rispetto alle nostre normative, sicuro approdo degli OGM nei nostri campi e sulle nostre tavole, indebolimento della democrazia. Tutto ciò è concentrato nel misterioso accordo TTIP: questa volta il sacrificio non ce lo chiede l’Europa ma direttamente lo Zio Sam. Il Parlamento Europeo che si è appena insediato dovrà decidere per il sì o per il no. Da una parte le grandy lobby europee e statunitensi, dall’altra i diritti dei cittadini e la sovranità dell’Europa. Eppure la scelta che verrà fatta non è per nulla scontata.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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Il lobbismo è un’azione esercitata da gruppi economici o da corporazioni su pubblici funzionari, su uomini politici e sulle istituzioni pubbliche per orientarne a proprio vantaggio le decisioni. È un’attività regolamentata da leggi negli Stati Uniti e a livello di Commissione Europea, ma non in Italia. Nel passato le lobby hanno influenzato la grande storia e la geografia. Lo fece, per esempio, la lobby britannica dell’oppio nell’800, quando la Cina non volle autorizzare sul proprio territorio lo smercio della droga proveniente dalle coltivazioni indiane. Il rifiuto fu superato con le due Guerre dell’Oppio: le truppe di Sua Maestà piegarono il Celeste Impero e diedero il via all’espansione dell’alcaloide in Cina e poi nel resto del mondo. Hong Kong, un souvenir di guerra, divenne la base dalla quale i gruppi commerciali inglesi controllarono a lungo l’economia del gigante asiatico.

Altre lobby – decisamente a noi più vicine – sono quelle del tabacco, del gioco d’azzardo, dell’alcol e delle armi. Tutti prodotti che hanno gravi conseguenze sulla salute umana e, nel caso delle armi, anche sul mantenimento della pace nel mondo. Oggi in Europa una delle lobby più attive è però un’altra: quella delle grandi imprese dell’agrobusiness transgenico. Portano avanti una battaglia perché anche il mercato agricolo europeo si apra agli OGM, affrontando le resistenze della normativa comunitaria in materia di sicurezza alimentare: l’UE, applicando il principio di cautela, finora è riuscita ad arginare la produzione e la commercializzazione di prodotti transgenici. Un divieto in realtà più volte aggirato e che, tra l’altro, non riguarda l’alimentazione animale: con il risultato che buona parte del bestiame nostrano è alimentato con i 41 milioni di tonnellate di soia transgenica ogni anno importata in Europa.

Oggi la diga sta cedendo. Pur tra mille polemiche, la variante OGM Mon810 di mais, prodotta dal colosso statunitense Monsanto, è già legalmente coltivata in Europa. La lotta degli ambientalisti e dei consumatori anti-OGM contro le multinazionali ha però ottenuto un risultato notevole. Infatti la stessa Monsanto, numero uno del settore, ha ritirato la domanda con cui chiedeva alle autorità comunitarie di poter commercializzare altri tipi di sementi OGM nell’UE. Ufficialmente per le resistenze dei consumatori europei a questi prodotti, ma molto probabilmente perché il settore ha cambiato strategia e si prepara a una battaglia di lunga durata.

E qui tornano le lobby. I principali lobbisti del transgenico sono oggi gli scienziati che in nome della ricerca affermano, forse a ragione, che finora non sono stati rilevati problemi alla salute dovuti al consumo degli OGM. Altro argomento “forte” è che, attraverso la manipolazione genetica, si possono aumentare le proprietà vitaminiche di alcune specie per combattere la malnutrizione in Africa. Si tratta di argomenti sicuramente interessanti, ma che eludono il problema centrale.

Il problema fondamentale, infatti, non è la qualità intrinseca del prodotto OGM, bensì la natura del complesso industrial-agricolo che pratica le coltivazioni transgeniche. Là dove si è diffusa (Stati Uniti, Brasile, Argentina), l’agricoltura OGM ha eliminato la piccola proprietà, ridotto al minimo l’impiego di manodopera, ammazzato la biodiversità, costretto i coltivatori a una dipendenza mai esistita nei confronti dell’azienda produttrice. Un’agricoltura senza agricoltori insomma.

Ed è proprio questo il punto che la lobby pro-OGM non vuole che si discuta: perché in questo caso le prove da contrapporre ai benefici portati dalle coltivazioni biotech sarebbero schiaccianti. In Europa, unico continente al mondo, per ora queste lobby hanno trovato un ostacolo insormontabile nei movimenti ambientalisti e contadini, ma soprattutto nell’opinione pubblica. Sarà quindi proprio sui cittadini che esse si concentreranno nei prossimi anni, con un paziente lavoro finalizzato a convincerli che un mondo con una decina di specie alimentari coltivabili – registrate e commercializzate da 4 aziende – sia un mondo migliore e più sicuro.

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

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