Posts contrassegnato dai tag ‘Matteo renzi’

Con cadenza giornaliera organismi multilaterali e giornali economici ci forniscono numeri sull’Europa che dipingono una situazione tutt’altro che positiva. Gli stessi analisti che prima la difendevano, oggi considerano errata la diagnosi “tedesca” sulla crisi del 2008: quella nella quale volutamente si confondeva la crisi dei mercati mediterranei, dovuta anche al costo dell’euro, con una crisi del debito sovrano. E che portò a somministrare una medicina sbagliata, cioè l’austerity “senza se e senza ma”.

Sull’onda emotiva del momento, in alcuni Paesi come l’Italia si è arrivati a introdurre il pareggio di bilancio in Costituzione – nonostante ciò non fosse un obbligo imposto dall’Unione Europea – come dimostrazione di fede nel credo dell’austerità di bilancio, che avrebbe dovuto condurci fuori dalle secche della crisi. Oggi sappiamo che queste politiche di bilancio e di spesa hanno avuto tre effetti: hanno congelato ogni aspettativa di crescita economica, spingendo verso la deflazione una parte del continente; non solo non hanno ridotto il debito pubblico, ma lo hanno fatto crescere percentualmente per via del calo del PIL; e hanno sostanzialmente favorito la Germania e qualche Paese del Nord.

Infatti la Germania, che ha visto crescere il suo prodotto industriale, ha tenuto alta l’occupazione e si è confermata la prima potenza economica del continente, godendo di una grande stabilità monetaria, di un euro sottovalutato rispetto alla sua economia, e di vasti serbatoi di manodopera a basso costo sia all’Est sia attraverso i “mini-jobs”, cioè i rapporti di lavoro pagati non più di 450 euro al mese e pressoché esentasse. Addirittura, con fondi comunitari, la Germania è riuscita a far rientrare l’esposizione delle sue banche nei confronti dei Paesi in difficoltà, incassando fior di miliardi di euro di interessi pagati da questi ultimi per i prestiti ricevuti.

Si direbbe un grande affare, ma la cecità della classe politica tedesca rischia di far saltare in aria l’intero percorso dell’UE. Perché un’Europa nella quale il principio di solidarietà è scomparso e nella quale il destino dei Paesi mediterranei è mandare i propri giovani a lavorare altrove, e che non interviene davanti alla crisi che colpisce la maggioranza dei soggetti nazionali solo per fare gli interessi di uno Stato, è un’Europa che non ha futuro.

Tra le due visioni storiche che si sono confrontate sul futuro dell’Unione – quella britannica che voleva solo un’area di libero commercio senza intaccare sovranità né moneta, e quella tedesca che tendeva alla costruzione di uno Stato sovranazionale – quest’ultima pareva quella più favorevole agli Stati più deboli e soprattutto quella più europeista. In realtà, dopo l’entrata in vigore dell’euro, con una Germania nel ruolo di arbitro e gestore dell’area, l’interesse nazionale ha prevalso sul disegno europeista. A Francoforte, infatti, si sono trovati a gestire il futuro monetario, e di conseguenza in buona parte economico, dell’intera area euro. Il risultato è che hanno prevalso gli interessi della Germania, e oggi i nodi sono venuti al pettine.

Sono svaniti velocemente gli ideali di solidarietà, di allargamento dei diritti, di protagonismo dell’Unione come blocco a livello mondiale, di condivisione di un destino comune. La nuova Commissione ripropone la stessa frittata di quella precedente: una politica commissariata dai falchi dell’economia. Al netto del bisogno urgente di riforme del sistema Italia, al netto del problema del debito pubblico che, pur non essendo più solo una prerogativa italiana, riguarda prioritariamente il nostro Paese, c’è da capire se l’Europa sia tutta qui. Se pensiamo di sì, allora è meglio prepararci per il ritorno disordinato, caotico, doloroso alla solitudine degli Stati nazionali. Per alcuni è un sogno, ma con molta più certezza sarà un incubo.

 

Alfredo Somoza per Esteri (Popolare Network)

 

eurovignette-7

Il discorso al Parlamento Europeo per l’insediamento del Semestre italiano. tenuto  dal Premier Renzi, presenta elementi di novità e tanti punti interrogativi. La premessa, condivisibile, “senza crescita non c’è futuro”, si scontra nello stesso discorso con il “noi vogliamo rispettare le regole”. E non perché un governo si possa permettere di non rispettare i patti sottoscritti: sarebbe un atto di grave irresponsabilità, autolesionistico e che porterebbe inevitabilmente all’isolamento. Ma la costatazione del fatto che non c’è stabilità senza crescita dovrebbe portare alla conclusione che gli Accordi vanno cambiati per garantire entrambe. Lo stesso Renzi in campagna elettorale definiva i parametri di Maastricht come “arcaici”, ed è una giusta definizione. Arcaici perché si riferiscono a un’altra era geologica. Nei primi anni ’90 l’economia mondiale si apprestava al grande balzo della globalizzazione delocalizzatrice, con la libera circolazione di merci e servizi, con gli USA a fare da locomotiva e i paesi di vecchia industrializzazione in posizione privilegiata. I paesi BRICS erano ancora ignari del loro futuro, la situazione geopolitica relativamente serena, la finanza relativamente sotto controllo e i livelli occupazionali buoni. Un decennio, quello dei ’90, di crescita economica ininterrotta con buoni margini per i paesi indebitati, all’epoca pochi, per intervenire su bilancio e debito sovrano. Lo scenario del 2014 è radicalmente cambiato, non si cresce se non col contagocce, la disoccupazione è aumentata, il debito è aumentato per tutti e il tavolo dei Grandi si è allargato. In questo contesto il parametro del rapporto tra debito e PIL al 60% (un dato totalmente arbitrario perché non esiste scienza economica che stabilisca un rapporto “ideale” se non quello che rende il debito sostenibile), il rapporto PIL-deficit al 3%, ma soprattutto l’impostazione totalmente conservativa sulle politiche monetarie e di bilancio, a tutela esclusivamente della stabilità dell’euro così come voluto dalla Germania, diventano trappola mortale.  Una trappola, quella del virtuosismo di bilancio anticiclico, cioè quando non è opportuno, dalla quale sono riusciti a liberarsi Usa, Giappone, Gran Bretagna, Cina. E cioè i paesi che stanno uscendo dalla crisi che rimane invece come dato strutturale nelle economie europee, soprattutto tra i i paesi mediterranei. In questo contesto la stilettata di Renzi contro la Germania, autorizzata a sforare nel 2003 dal Patto di Stabilità, resta uno scatto di orgoglio che strappa applausi, ma che nel medio periodo lascia il tempo che trova. Il problema non è ora il passato ma cosa si vorrà fare infuturo, e su questo la Germania e i Popolari con i quali il PSE ha costruito le larghe intese europee restano sordi. Ha fatto bene nel suo intervento la parlamentare della Lista Tsipras Barbara Spinelli a porre con forza la rivisitazione dei Trattati e l’urgenza di affrontare il problema del debito con misure straordinarie così come fa bene Gianni Pitella, capogruppo socialista, a dire che il sostegno del suo partito a Juncker potrebbe cadere se non si vorranno affrontare queste riforme.

Il bivio per Renzi, forte di una leadership senza precedenti recenti, è tra il farsi risucchiare nella “marmellata” europea accontentandosi di portare a casa qualcosa, oppure fare leva sulla grande novità di questa legislatura che si è appena aperta: per la prima volta il Consiglio d’Europa ha proposto alla guida della Commissione un politico segnalato dagli elettori. Oggi più di ieri il presidente dell’esecutivo comunitario deve rispondere all’assemblea, tra l’altro prima del voto di fiducia di metà luglio.

Le tre priorità del programma della Lista Tsipras sono più che mai all’ordine del giorno, e Renzi le ha enumerate: fiscal compact, debito, lavoro e giovani. E su queste priorità che bisogna forzare la mano all’Europa. Assumerle vuol dire immaginare un futuro insieme, costruendo gli Stati Uniti d’Europa. Se si vorranno ignorare si darà invece ragione ai tristi commedianti che si sono voltati per non ascoltare l’inno alla gioia.

Si apre una stagione nella quale chi si definisce riformista dovrà dimostrarlo nei fatti, lo spartiacque tra conservazione e progresso passa oggi dall’impegno a cambiare il passo  all’Europa mettendo in discussione senza complessi e senza timori quanto fatto in passato. I Trattati sono stati firmati dagli Stati e possono essere rivisti e aggiornati, non risulta a nessuno che siano scolpiti sulla roccia.

renzi