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Il discorso al Parlamento Europeo per l’insediamento del Semestre italiano. tenuto  dal Premier Renzi, presenta elementi di novità e tanti punti interrogativi. La premessa, condivisibile, “senza crescita non c’è futuro”, si scontra nello stesso discorso con il “noi vogliamo rispettare le regole”. E non perché un governo si possa permettere di non rispettare i patti sottoscritti: sarebbe un atto di grave irresponsabilità, autolesionistico e che porterebbe inevitabilmente all’isolamento. Ma la costatazione del fatto che non c’è stabilità senza crescita dovrebbe portare alla conclusione che gli Accordi vanno cambiati per garantire entrambe. Lo stesso Renzi in campagna elettorale definiva i parametri di Maastricht come “arcaici”, ed è una giusta definizione. Arcaici perché si riferiscono a un’altra era geologica. Nei primi anni ’90 l’economia mondiale si apprestava al grande balzo della globalizzazione delocalizzatrice, con la libera circolazione di merci e servizi, con gli USA a fare da locomotiva e i paesi di vecchia industrializzazione in posizione privilegiata. I paesi BRICS erano ancora ignari del loro futuro, la situazione geopolitica relativamente serena, la finanza relativamente sotto controllo e i livelli occupazionali buoni. Un decennio, quello dei ’90, di crescita economica ininterrotta con buoni margini per i paesi indebitati, all’epoca pochi, per intervenire su bilancio e debito sovrano. Lo scenario del 2014 è radicalmente cambiato, non si cresce se non col contagocce, la disoccupazione è aumentata, il debito è aumentato per tutti e il tavolo dei Grandi si è allargato. In questo contesto il parametro del rapporto tra debito e PIL al 60% (un dato totalmente arbitrario perché non esiste scienza economica che stabilisca un rapporto “ideale” se non quello che rende il debito sostenibile), il rapporto PIL-deficit al 3%, ma soprattutto l’impostazione totalmente conservativa sulle politiche monetarie e di bilancio, a tutela esclusivamente della stabilità dell’euro così come voluto dalla Germania, diventano trappola mortale.  Una trappola, quella del virtuosismo di bilancio anticiclico, cioè quando non è opportuno, dalla quale sono riusciti a liberarsi Usa, Giappone, Gran Bretagna, Cina. E cioè i paesi che stanno uscendo dalla crisi che rimane invece come dato strutturale nelle economie europee, soprattutto tra i i paesi mediterranei. In questo contesto la stilettata di Renzi contro la Germania, autorizzata a sforare nel 2003 dal Patto di Stabilità, resta uno scatto di orgoglio che strappa applausi, ma che nel medio periodo lascia il tempo che trova. Il problema non è ora il passato ma cosa si vorrà fare infuturo, e su questo la Germania e i Popolari con i quali il PSE ha costruito le larghe intese europee restano sordi. Ha fatto bene nel suo intervento la parlamentare della Lista Tsipras Barbara Spinelli a porre con forza la rivisitazione dei Trattati e l’urgenza di affrontare il problema del debito con misure straordinarie così come fa bene Gianni Pitella, capogruppo socialista, a dire che il sostegno del suo partito a Juncker potrebbe cadere se non si vorranno affrontare queste riforme.

Il bivio per Renzi, forte di una leadership senza precedenti recenti, è tra il farsi risucchiare nella “marmellata” europea accontentandosi di portare a casa qualcosa, oppure fare leva sulla grande novità di questa legislatura che si è appena aperta: per la prima volta il Consiglio d’Europa ha proposto alla guida della Commissione un politico segnalato dagli elettori. Oggi più di ieri il presidente dell’esecutivo comunitario deve rispondere all’assemblea, tra l’altro prima del voto di fiducia di metà luglio.

Le tre priorità del programma della Lista Tsipras sono più che mai all’ordine del giorno, e Renzi le ha enumerate: fiscal compact, debito, lavoro e giovani. E su queste priorità che bisogna forzare la mano all’Europa. Assumerle vuol dire immaginare un futuro insieme, costruendo gli Stati Uniti d’Europa. Se si vorranno ignorare si darà invece ragione ai tristi commedianti che si sono voltati per non ascoltare l’inno alla gioia.

Si apre una stagione nella quale chi si definisce riformista dovrà dimostrarlo nei fatti, lo spartiacque tra conservazione e progresso passa oggi dall’impegno a cambiare il passo  all’Europa mettendo in discussione senza complessi e senza timori quanto fatto in passato. I Trattati sono stati firmati dagli Stati e possono essere rivisti e aggiornati, non risulta a nessuno che siano scolpiti sulla roccia.

renzi

Brutta discussione quella di questi giorni sul futuro di SEL, della Lista Tsipras e dell’area culturale che si è impegnata nell’avventura per l’Altra Europa. In SEL si discute di adesioni dell’eletto (?) al GUE piuttosto che al PSE. In realtà, dal Congresso di Riccione sono uscite due linee contrastanti su questo tema. Nel documento congressuale, non emendato, si afferma che la collocazione di SEL in Europa  è nel PSE,  nell’OdG che è stato approvato sull’Europa si afferma invece la partecipazione di SEL alla Lista Tsipras, chiaramente connotata con il GUE. La realtà è che a noi candidati della Lista Tsipras, lo stesso Alexis non ci ha chiesto l’adesione a un gruppo determinato, fermo restando, e ci mancherebbe, il sostegno a quanto sarebbe stato deciso da lui e dal suo gruppo all’indomani delle elezioni. Chi dice il contrario mente sapendo di mentire. Questo per dire che nel PSE o nel GUE, l’allineamento non è mai automatico, e questo vale per entrambi i gruppi che hanno nutrite fronde interne. Gli eletti italiani della Lista Tsipras avevano un impegno sottoscritto per rispettare la linea d Tsipras, non per aderire al GUE. Non mi risulta che su questo punto ci sia stata una dichiarazione pubblica di Tsipras che immagino abbia ben altri problemi e pensieri. In generale, il dibattito sulle sigle penso sia uno dei dibattiti più sterili e inutili degli ultimi tempi, visto che la Commissione, fregandosene di chi ha vinto le elezioni e per non dare fastidio a Londra, sta pensando a Christine Lagarde, ex Ministro di Sarkozy e soprattutto lady di ferro del FMI. Quella istituzione rimasta come i soldati giapponesi dopo la guerra, a difesa dell’ortodossia neoliberista ormai superata in mezzo mondo. Quel FMI che fa parte della troika (a quale titolo?) e che spinge perché si firmi il TTIP. Per noi però il problema è GUE o PSE. Bene, avanti ancora.

L’altro fronte dei pasticci riguarda il balletto sul seggio di Barbara Spinelli. Prima candidata di bandiera, e per questo criticata, ora dopo avere fatto campagna chiarendo che era appunto candidata di bandiera, di nuovo in ballo per un seggio. Per molti il dibattito è ridotto a “chi fa fuori” Barbara decidendo di non rinunciare: quello di SEL o quella di Rifondazione. Un dibattito che non interessa a nessuno, bastava sentire ieri sera la Zanzara di Radio 24 che si accaniva contro “gli intellettuali moralisti che dicono una cosa e poi, sentito l’odore di cadrega, fanno altro”. Un brutto dibattito in un clima da stadio, con garanti che non garantiscono, ex-candidati che si candidato a diventare garanti, attacchi personali e collettivi, spinte per creare un  nuovo soggetto della sinistra che abbia “delle sedi” (sentito ieri a Milano), ipotesi di alleanze in vista delle prossime elezioni (?).

I numeri ci dicono che la realtà è diversa da come la stiamo immaginando. In Lombardia siamo passati dai 224.656 elettori (SEL+Rivol.Civile) delle Politiche del 2013, ai 171.928 delle europee (Lista Tsipras). Il saldo è di –52.728 voti in meno in un anno.  E’ questo considerando solo gli “odiati” partiti. Ma la “società civile” quante armate aveva?

Pare ovvio che c’è stato un rimescolamento delle carte, con voti, tanti, in uscita e voti, tanti, in entrata ma con un saldo finale negativo. Voti pescati nel recinto al quale ci siamo in parte autocondannati e al quale ci hanno condannato i media e le altre forze politiche. Minoritarismi, lotte di nicchia, linguaggi per iniziati, snobismi, sono tutti difetti nostri, insieme anche però al coraggio di proporre soluzioni radicali e possibili, di credere nella partecipazione e di occuparci di Europa, gli unici in campagna elettorale. La nostra debolezza maggiore è stata sicuramente il non avere mai potuto smentire che saremo stati una forza minoritaria e ininfluente sui destini dell’Europa, come si è dimostrato, e quindi il voto utile non è stato quello contro Grillo, ma per un partito, il PD, percepito come l’unico partito in grado “di fare”, cioè di portare avanti quelle riforme necessarie per sopravvivere. Qualificare ora il PD come “una nuova democrazia cristiana” è pari soltanto all’ipotesi che fosse possibile un accordo tra noi  e il M5S. Grillo sta ancora ridendo.

Ci vuole calma e meno arroganza per andare avanti. Calma perché nessuno ci sta rincorrendo, perché si voterà minimo tra un paio d’anni, perché non siamo pronti per dare vita a nuove forze organizzate prima di capire perché, come e con chi. Le tre domande basilari prima di lanciarsi su ipotesi organizzative, organigrammi, organismi dirigenti, ecc. E anche perché SEL, e anche in minor misura Rifondazione, hanno una presenza capillare negli enti locali e anche in Parlamento. I sindaci, i consiglieri comunali, i consiglieri e gli assessori regionali, i deputati e i senatori di SEL sono un pezzo importantissimo di quell’altra Italia da costruire e che in queste ore vengono vissuti quasi come “un problema”. Se non si parte dall’esistente (partiti e comitati), dagli eletti all’europarlamento e dalle centinaia di eletti nel Parlamento e negli enti locali italiani, si perde una ricchezza collettiva. La logica della tabula rasa non può cancellare le lotte e le conquiste di chi in questi anni, anticipando quanto ci ha proposto Tsipras, è già diventato sinistra di governo perché pensa che la sinistra deva essere maggioritaria e non forza di testimonianza. Se vogliamo dimostrare che è possibile conquistare spazi “facendo politica”, sporcandoci le mani, cercando alleanze e spingendo sempre per soluzioni progressiste alla crisi, l’esempio viene dai nostri eletti che però da soli non bastano. Movimenti, comitati, partiti ed eletti, nel rispetto dei rispettivi ruoli e culture, sono un’ottima base di partenza per allargare un’area a sinistra, come sta succedendo in Grecia, com’è successo in tanta parte dell’America Latina. Il resto è il ritorno a un passato di sconfitte che non vorremo torni più.

 

pasticcio

All’ombra del Partenone sta nascendo una forza politica e civile determinata a scardinare i modelli economici e sociali dell’Europa degli ultimi tempi. E’ la lista Tsipras, il soggetto politico che sostiene la candidatura di Alexis Tsipras, leader del partito progressista greco Syriza, alla presidenza della Commissione UE. La lista, che sta ricevendo consensi crescenti anche in Italia, si propone di rivedere le politiche dell’Unione Europea seguendo i principi di uguaglianza, inclusione e sviluppo sostenibile. Parliamo del progetto Tsipras e del futuro dell’Europa con Alfredo Luis Somoza, giornalista, docente universitario, Presidente dell’Istituto di Cooperazione Economica Internazionale di Milano.

Professor Somoza, vede un futuro politico concreto nella nascente lista Tsipras? Al di là della credibilità, crede che possa essere efficace sul piano politico?

«Credo che l’operazione della formazione della Lista Tsipras in Italia, diversa rispetto al resto dell’Europa, se manterrà le premesse di unitarietà e di superamento degli steccati ideologici, potrebbe avere successo. C’è una vasta area di sofferenza politica che nelle ultime elezioni si è riversato su diverse forze politiche, dal PD al M5S, da SEL all’astensione più che altro scegliendo il “male minore”. Il progetto di Tsipras potrebbe dare cittadinanza a un nocciolo di sinistra riformista e radicale che in qualche modo possa intercettare i delusi dell’evidente deriva centrista di quella che doveva essere la grande forza socialdemocratica italiana, il PD, ma che per ora ha deluso le aspettative.»

Vi sono in Italia, secondo lei, i presupposti per costruire una struttura politica seria intorno al progetto Tsipras? Se sì, di cosa c’è bisogno?

«Io preferirei fare un passo alla volta. Se si riesce a costruire una lista unitaria a sostegno di Tsipras sarà già un passo da giganti. Il resto andrà valutato dopo le elezioni europee, ma certamente aprirebbe nuovi orizzonti.»

Pur conservando profondi disuguaglianze, gli Stati Uniti sembrano riuscire, in qualche modo, a superare la crisi di questi anni. Questo recupero appare estremamente difficile in Europa. Quali sono, a suo parere, i motivi di questa differenza? Cos’è che blocca i Paesi europei?

Alfredo Luis Somoza

Alfredo Luis Somoza

«Gli Stati Uniti di America hanno concluso in pochi anni dalla nascita dell’Unione un percorso dal particolarismo al federalismo. Percorso che in Europa per ora è stato interrotto. Negli Stati Uniti esiste un Presidente della Federazione con vasti poteri, un Parlamento federale, una Suprema Corte e una banca Centrale alle quali sono state delegate dagli Stati poteri esclusivi. Da noi, il processo di unificazione europea ha subito un’accelerazione sul piano economico, con la nascita dell’euro e della BCE, e un rallentamento che rasenta la paralisi sul piano politico e sociale. Così come esistono politiche vincolanti per i paesi membri in materia ambientale e finanziaria, non esiste ancora una politica di difesa comune, una strategia sull’immigrazione, un welfare europeo, uno standard retributivo europeo. Il problema della costruzione europea è proprio questa sospensione, questo prevalere della visione dell’economia rispetto a quello della società.  La FED statunitense ha appena varato una politica di restringimento della base monetaria per favorire gli investimenti negli Stati Uniti. A differenza della BCE, ci si pone il problema dell’occupazione. Il governo Obama, in materia economica, sta applicando con successo politiche keynesiane di stimolo economico a partire dall’investimento pubblico su innovazione e ricerca, sulla fiscalità  e sul sostegno diretto al comparto industriale. Nell’Europa sospesa questi interventi sono utopistici. Questa è la sua debolezza principale.»

Cosa pensa della crescita di consensi che vede protagonisti movimenti estremisti e populisti in tanti Paesi d’Europa? Quali sono le cause di questo fenomeno, a suo avviso?

«I movimenti populisti si fanno forti di una cultura politica che si è man mano degradata negli anni. Il vituperio, l’insulto, la rissa, sono stati sdoganati dalla televisione come forme della politica e hanno portato all’equivoco che “parlare chiaro” sia “parlare giusto”. Le ricette semplici e brutali dei populismi sono comprensibili, e quindi diventano possibili per coloro che non capiscono il politichese, diffidano di una politica diventata classe e si sentono vicini a chi promette soluzioni semplici e radicali. I populismi europei, con poche eccezioni, non sono ideologizzati, ma potrebbero diventarlo presto. E’ un percorso che si è già verificato nella Germania di Weimar con tragici risultati.»

In che modo l’Italia può contribuire al cambiamento dell’Unione? Pensa, insomma, che un Paese “da solo” possa avere la forza tale da imporre una linea alternativa?

«L’Italia è uno dei soci di maggioranza dell’Europa. Togliendo la Gran Bretagna, che più che membro sembra un critico dell’UE, l’Italia condivide con Germania e Francia le principali responsabilità. Per questo è stata criminale la latitanza dell’Italia dai tavoli europei durante il ventennio berlusconiano. Una latitanza che ancora paghiamo con un calo del nostro prestigio e della nostra capacità di incidere. I deputati che eleggerà l’Italia il prossimo 25 maggio dovranno battere i pugni sul tavolo, ma non per esigere privilegi, ma perché il processo che dovrebbe portare agli Stati Uniti d’Europa riparta, e soprattutto perché le regole imposte con le politiche di cosiddette austerity tornino ad avere una logica anzitutto economica. Di sola austerità si muore, e questo lo sanno benissimo gli economisti e i politici che hanno ideato e approvato queste regole. Basta guardare i passi di USA e Giappone per uscire dalla crisi, ma anche della Cina, per capire che non esiste più, per fortuna,  un pensiero unico in materia economica, per quanto in Europa qualcuno ne sia ancora convinto.»

Il numero di giovani d’Europa costretti a trasferirsi in un altro continente aumenta. Come immagina l’Europa tra 10 anni? C’è una speranza per i giovani europei?

«Nell’ambito del mio lavoro mi capita spesso di trovare giovani italiani alla ricerca di lavoro in mondi  lontani (Brasile, Argentina, Mozambico). E’ un ritorno al passato per l’Italia, ma a differenza dei tempi dei nostri nonni e dell’emigrazione di massa, oggi c’è l’Europa. Un progetto che solo i giovani di oggi potranno realizzare o fare fallire. L’Europa unita sarebbe un interlocutore di primissimo ordine a livello globale, l’unica area al mondo che si caratterizza per avere non solo interessi comuni ma anche valori comuni. Un’Europa portatrice di valori sui diritti umani, sulla parità di genere, sul welfare. Di questa Europa si ha bisogno nel mondo. Per questo, il principale successo per la generazione dei giovani di oggi è quella di realizzare finalmente i sogni dei padri fondatori.»